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Governo per decreto

Nel Consiglio dei Ministri di inizio settembre il governo Meloni ha approvato ben 3 decreti. Di questi uno è anche stato successivamente modificato per aggiungere nuove norme di contrasto all’immigrazione, seguendo la crescente onda della cronaca nazionale. La decretazione da parte del governo non è una novità della politica italiana ma con Giorgia Meloni sta raggiungendo vette significativa.

Di contro ogni decreto ingolfa inevitabilmente i lavori del Parlamento dovendo essere convertito in legge entro 60 giorni. Così il Parlamento ne esce non solo svilito ma anche bloccato. Confrontando il numero dei decreti dei governi per eventi si scopre che solo questo è riuscito a raggiungere la vetta di 3,55 Dl pubblicati in media ogni mese. Seguono i governi Draghi (3,2), Conte II (3,18) e Letta (2,78), secondo la rilevazione di Openpolis. 

Delle 52 leggi approvate definitivamente dal Parlamento il 55,8% sono conversioni di decreti. C’è un’ulteriore criticità: i decreti legge emanati affrontano congiuntamente temi anche molto diversi tra loro, nonostante la Corte costituzionale nella sentenza 22 del “012 rimarcasse come il loro contenuto dovrebbe essere pacifico, omogeneo e corrispondente al titolo. Openpolis cita come esempio il decreto legge 105/2023 riconducibile a ben 10 distinte finalità, tra cui interventi volti a velocizzare i processi, contrastare gli incendi boschivi, per il recupero dalle tossicodipendenze, la riorganizzazione del ministero della cultura e la revisione di alcune norme in tema di Covid-19. Anche l’urgenza è più che discutibile, a meno che non si voglia considerare “urgente” il Ponte sullo Stretto. 

Buon giovedì. 

Videoartisti al liceo con il Creative audiovisual lab

L’obiettivo affascinante di stimolare la creatività è lo scopo della pluriennale e appassionata ricerca condotta da Mery Tortolini, artista e ricercatrice, insieme ad Annio Gioacchino Stasi, scrittore, linguista e sceneggiatore. Un lavoro che negli anni li ha portati dalle aule universitarie della Sapienza di Roma a progetti transnazionali come il Creative audiovisual Lab (CrAL) i cui risultati saranno presentati il prossimo 23 settembre, a Roma, presso l’auditorium dell’Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi (Icbsa) di via Caetani. Il progetto europeo CrAL è nato tre anni fa per stimolare e diffondere, tra gli studenti delle scuole medie superiori, una visione critica sul mondo delle immagini e dei suoni riprodotti, grazie ad un percorso di formazione innovativo, ricco di contenuti didattici multimediali e multilingue. Il CrAL ha coinvolto cinque Paesi europei, oltre all’Italia: Spagna, Grecia, Croazia e Lituania. Ad aver condotto, elaborato, prodotto e sperimentato sono Tortolini e Stasi, forti della loro metodologia didattica originale che, a partire dalla fine degli anni Novanta, hanno ideato nella prassi del Laboratorio di immagine e scrittura creativa presso l’Università La Sapienza di Roma.

Annio Gioaccchino Stasi e Mery Tortolini

«Tutto ebbe inizio grazie alla disponibilità di Tullio De Mauro – racconta Stasi -. Il laboratorio è diventato negli anni un corso universitario, poi un’attività sperimentale nelle biblioteche del Comune di Roma ed infine una metodologia didattica sul pensiero per immagini in movimento». La stessa metodologia è stata poi applicata nell’ambito dell’alternanza scuola lavoro di alcuni licei romani presso l’Icbsa del ministero della Cultura e infine estesa, in via sperimentale, a cinque Paesi europei. Negli anni, l’attività di ricerca è stata arricchita dal confronto con studiosi, artisti e docenti universitari: Remo Bodei, Francesca Sanvitale, Claudio Zambianchi, Giancarlo De Cataldo, Alberto Oliverio, Pietro Montani, Valerio Magrelli.

«Ma la dialettica fondamentale – spiega Tortolini – si è svolta con Tullio De Mauro e Massimo Fagioli, grazie ai quali, sia sul piano linguistico che su quello essenziale delle dinamiche psichiche di formazione del pensiero non cosciente, si sono poste le basi di un metodo di stimolazione e formazione per una azione didattica innovativa originale». Gli studenti coinvolti sono stati e sono centinaia. Così, negli anni si è definita, in una serie di pubblicazioni, e nella prassi del laboratorio, una metodologia didattica in cui il concetto stesso di “insegnare” ha assunto nuovi connotati (Il laboratorio di immagine e scrittura creativa, prassi e teoria. Una ricerca sul pensiero rappresentativo, Ibiskos 2007).

Inizialmente, la ricerca di Stasi e Tortolini era incentrata sulla relazione tra segno visivo e scrittura, in seguito, si è ampliata al linguaggio audiovisivo, con temi che interessano la Media literacy (alfabetizzazione mediatica), in armonia con le indicazioni della Comunità europea che promuove e stimola la formazione di un pensiero critico nell’ambito della Media literacy. Ma, spiega Stasi, «le attuali tendenze interpretative, quali lo storytelling, risultano parziali in quanto assumono come categorie conoscitive e di analisi quelle di una narrazione in linea con le logiche di mercato dell’industria dell’intrattenimento occidentale, tralasciando ciò che noi invece intendiamo con il termine di pensiero rappresentativo». Si tratta, per il ricercatore, «di assumere un punto di vista dinamico, diverso dall’osservazione logico-razionale, si tratta di entrare in rapporto con il pensiero e il linguaggio non coscienti».

Quello che viene proposto è un processo in cui prima si pensa per immagini e poi si elabora un pensiero verbale. «L’espressione, che nella mano trova l’ultimo elemento del gesto creativo che utilizzerà stilo, colore, fotocamera, computer, deve prima riconquistare una reazione a ciò che ci circonda. Una reazione sensibile di un pensiero non definito, dal preverbale al verbale, dal silenzio al suono della voce. Ritrovare la capacità di creare la linea che ci definisce nel confronto e nella separazione con la realtà. Dalla capacità di immaginare alla capacità di rappresentare che è propria della nostra specie».

È un percorso stimolante che dovrebbe poter trovare terreno fertile proprio nell’ambiente scolastico, in una fase in cui il rapporto tra chi insegna e chi chiede conoscenza è quanto mai importante e delicato. In merito a ciò il progetto CrAL ha cercato di garantire tre livelli di formazione, interconnessi, per tutor, insegnanti e studenti. «Le nuove generazioni, chiuse in bolle comunicative social e brand consumistici, corrono il rischio di non poter sviluppare reazioni immaginative e di sensibilità umana che rendano possibile una visione interpretativa della realtà» prosegue Tortolini, «si tratta allora di proporre un percorso di scoperta critico, di rapportarsi ad un tempo diverso da quello della ripetizione, di cercare la propria espressione».

Nel corso del progetto, Stasi ha realizzato dieci videolezioni narrative e, con Mery Tortolini, ha tenuto dei workshop formativi per tutor, presso l’Università autonoma di Barcellona. Le fasi sono state documentate su una apposita piattaforma interattiva che ha avuto anche la funzione di raccolta e diffusione dei materiali. Gli studenti hanno realizzato dei brevi cortometraggi, sia in forma individuale che collettiva, che saranno presentati nel corso dell’incontro a Roma. In questa occasione ogni nazione coinvolta sceglierà un cortometraggio che parteciperà ad un concorso internazionale, il cui vincitore sarà premiato a Zagabria il prossimo 25 settembre.

Il laboratorio ha fornito, inoltre, indicazioni storiche sull’evoluzione degli strumenti di riproduzione audiovisiva, sulla storia del cinema, sull’uso di telecamere e registratori audio; è stato trattato il racconto per immagini sia di taglio documentaristico che di fiction. In particolare, il prossimo 23 settembre saranno presentati i risultati del gruppo di lavoro CrAL dei licei T. Tasso e F. Silvestri di Roma e le modalità di sviluppo della ricerca didattica in ambito italiano in collaborazione con Icbsa e DiCultHer, associazione internazionale per la cultura digitale. «È essenziale che l’idea, l’immagine generante la storia, parta dai ragazzi o dal rapporto tra studenti e insegnanti. Cioè, l’elemento conflittuale deve essere reale e presente in chi poi andrà a raccontare ed esprimere».

Durante la visione e la realizzazione dei filmati si favorisce, quindi, la ricerca di una propria espressione in chiave individuale e collettiva. Il mezzo audiovisivo diventa per i giovani uno strumento per indagare e per sviluppare una visione critica, superando il concetto ancora così radicato dell’intrattenimento. Per Tortolini e Stasi, tutto il percorso di questo lavoro pone in evidenza la necessità di scoprire forme di pensiero e di linguaggio non coscienti che, per le loro modalità di elaborazione, producano, in stato di veglia, movimenti di immagini che costituiscono il pensiero rappresentativo. «Si tratta di temi scottanti che hanno una prospettiva storica di lunga durata. Inevitabile è il confronto con paradigmi conoscitivi riferiti alla cultura greca logico-razionale, per superare la quale sono indispensabili nuove modalità di approccio, nuove ipotesi, nel nostro caso qualitative, sulle forme di pensiero».

Nella foto: frame del video Hey kids

Qui i link di due video realizzati durante il laboratorio

https://youtu.be/_tWxVBxbvO4 Il filo sospeso

https://youtu.be/xShh5MQfDfE  Hey kids

L’evento del 23 settembre

 

Porta Pia, l’altra Liberazione

C’era una volta una monarchia in cui si poteva professare soltanto una fede e rinchiudeva gli ebrei in un ghetto. Nessun diritto umano: le libertà di pensiero, di espressione, di stampa, di voto erano negate. Il potere reprimeva il dissenso con violenza, ricorrendo all’esercito e alla pena di morte. Non c’era la scuola dell’obbligo: era considerata “un errore”. Quello Stato era lo Stato Pontificio.
Gli oltre mille anni di totalitarismo reale terminarono il 20 settembre 1870, quando i bersaglieri entrarono in Roma attraverso la breccia di Porta Pia. Fu l’apice del Risorgimento e una liberazione per chi vi viveva. Gli ebrei uscirono dal loro quartiere, i protestanti portarono a Roma le loro bibbie, gli atei cominciarono a definirsi tali. Tanti uomini e tante donne pensarono che si stava aprendo una nuova era. Non è andata esattamente così. Certo, come accadde quasi ovunque, lo scontro tra il Vaticano e il nuovo Stato durò decenni. Le élite erano anticlericali (ma raramente atee) perché vedevano nella Chiesa un ostacolo alla modernizzazione degli Stati e all’emancipazione delle popolazioni. Si statalizzarono molte proprietà ecclesiastiche destinandole a usi pubblici. Il Venti Settembre era festa nazionale e aveva un impatto simbolico fortissimo: il primo film a essere stato proiettato in Italia (davanti a una folla enorme) si chiama La presa di Roma. So bene che immaginare come poteva essere quella società richiede un grande sforzo. Provate a pensare alla Francia: bene, l’Italia, allora, era molto simile alla Francia. I cugini, nel 1905, approvarono la legge fondamentale sulla laicità. In Italia, nel 1913, i liberali di Giolitti stipularono invece un accordo con l’Unione elettorale cattolica, il Patto Gentiloni. E i due Paesi presero strade molto diverse. La Francia divenne un baluardo della democrazia, l’Italia finì nelle mani di Benito Mussolini. L’arci ateo folgorato sulla via della conciliazione firmò i Patti Lateranensi: nacquero lo Stato della Città del Vaticano e – grazie alle somme corrisposte dallo Stato – lo Ior. Il matrimonio ecclesiastico ebbe valore di legge, l’ora di religione tornò nelle scuole, il Vaticano ottenne enormi privilegi fiscali. La festa del Venti Settembre, che ormai imbarazzava il regime clerico-fascista, fu abrogata. Venne la Liberazione, ma non per la laicità. I parlamentari francesi la citarono nella Costituzione, quelli italiani vi inserirono il Concordato. Abbandonato dalle istituzioni politiche, dalla stampa, dalla Rai, il Venti Settembre finì nel dimenticatoio, tanto che noi dell’Uaar lo chiamiamo “la giornata degli smemorati”. C’era una volta un Paescon una grande voglia di laicità. C’è ancora, e ancora più di prima. Ma non c’è più una classe dirigente capace di concretizzare le aspirazioni di un popolo, mentre i clericali ne approfittano per riscrivere la storia. Alle cerimonie ufficiali del Venti Settembre ho visto cose che anche voi laici non potreste immaginarvi. Nel 2008 un delegato del sindaco Alemanno, tale Torre, fece suonare l’inno pontificio ed elencò uno per uno gli zuavi pontifici morti durante la presa di Roma. Come se alla commemorazione dello sbarco in Normandia si suonasse l’inno nazista e si ricordassero i soldati della Werhmacht. Nel 2010 fu concesso di parlare al numero due vaticano, il cardinal Bertone. Le autorità civili presenti (Napolitano, Gianni Letta, Polverini, Zingaretti, Alemanno) rinunciarono al loro discorso. Bertone glorificò il Concordato e Pio IX, l’ultimo papa re fresco di beatificazione. Ero lì, ma la Digos – con lo stile dalla polizia religiosa saudita – non mi permise di ascoltare, e non lo permise a tutti i potenziali critici di un evento orwelliano. E oggi? Fateci caso: nel centro delle vostre città vi sono ancora vie e piazze dedicate al Venti Settembre. Ci ricordano l’evento che unificò l’Italia e liberò un popolo. Il fascismo tradì quella liberazione, ma altrettanto hanno fatto i governi successivi. Il Venti Settembre non è una data qualunque: è un simbolo di laicità, di un principio fondamentale della Repubblica. Quel giorno l’Italia ebbe la sua capitale, e non può dimenticarlo solo perché, per averla, dovette fare guerra al papa.

Raffaele Carcano (Uaar) è direttore della rivista Nessun Dogma

Questo articolo è tratto dal libro di Left Porta pia 150, la riconquista della laicità.

Per acquistare il libro: https://left.it/2020/09/11/172681/

In foto La breccia di Porta Pia in una litografia a colori del tempo
 

 

Sindaco denuncia te stesso

Sul Fatto Quotidiano di ieri Thomas Mackinson scrive del sindaco di Portofino Matteo Viacava, effimero eroe del centrodestra perché fu tra i primi che voleva dedicare una via a Silvio Berlusconi, sfidando i termini di legge, con grande giubilo dei berluscones.

Il sindaco Viacava tra le altre cose è proprietario di un “tabacchi con rivendita di souvenir” a pochi passi dal palazzo comunale e a pochi metri dalla sede della polizia locale ai suoi comandi. Portofino, la località che vorrebbe essere regina del glamour è la meta di migliaia di turisti stranieri che considerano la città un simbolo dell’eleganza italiana. Solo che dentro la tabaccheria del sindaco vengono vendute borse di altisonanti marchi della moda palesemente contraffatte, a pochi euro. Se Viacava fosse nero c’è da scommettere che al prossimo Consiglio dei ministri avremmo avuto un nuovo decreto legge, dal nome “Portofino sicura”, che avrebbe inasprito le pene per la contraffazione. 

Pizzicato dal giornalista Viacava non nega, anzi rilancia. Dice che non gestisce personalmente il negozio, nonostante il giornalista l’abbia trovato proprio lì dentro, indaffarato a servire i turisti, e rilancia il grande successo turistico dell’ultima stagione. Un sindaco che è titolare di una tale attività nel centro della città che amministra godendo dell’indifferenza di chi dovrebbe controllare (giornalisti inclusi) è il paradigma del “fate quel che dico ma non fate quel che faccio”. Ora non gli resta che costituirsi parte civile per un processo contro sé stesso. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: Portofino e il sindaco Matteo Viacava (fb)

Crisi climatica, giornata di studi a Roma con economisti, giuristi, storici e attivisti

Di nuovo un convegno sull’ambiente? Forse basterebbe la gravità della situazione, l’ultimo disastro ambientale che ha colpito la Libia con migliaia di perdite umane, per giustificarlo. Perché siamo troppo vicini all’orlo dell’abisso per poter rinviare la questione che rischia di mettere fine alla avventura del genere umano su questo pianeta.
Ma c’è, in questo caso, una ragione in più; come ha detto Piero Bevilacqua, che del Convegno (20 settembre Spin Time, Roma) ne è l’anima e l’organizzatore: «L’ambientalismo senza politica, che non contempli il conflitto fra le classi come chiave per la comprensione dei problemi, è una nobile pratica che non esaurisce né soddisfa le nostre esigenze. E soprattutto lascia irrisolti pressoché tutti i nodi di una situazione ormai drammaticamente insostenibile».

Dunque la questione ambientale richiama quella politica e viceversa. L’Europa non può pensare di eliminarla ricorrendo esclusivamente alla tecnologia, come se per evitare la catastrofe imminente bastasse sostituire petrolio e carbone con fonti rinnovabili – e magari con un fantomatico nucleare di nuova (?) generazione che, nonostante tanto clamore, nessuno sa cosa vuol dire.
A livello istituzionale si ripete la solita litania: la crescita è sacra e se essa produce effetti dannosi, noi siamo sempre in grado di ricorrere alla scienza e alla tecnologia per annullare questi effetti collaterali.

A contraddire questa affermazione basterebbe la lettura di un vecchio libro di Rachel Carson, edito nel 1962 (Silent Spring), nel quale la nota ricercatrice americana, vera e propria antesignana dell’ambientalismo, denunciava i rischi connessi all’uso sempre più frequente dei pesticidi (in particolare il famoso ddt) e per questo perseguitata e screditata fino alla sua morte.

Dunque un convegno sull’ambiente ma anche un convegno politico: cosa fa la politica per scongiurare il prossimo collasso della biosfera? Poco o niente: al di là dei suoi inutili proclami, continua a trivellare il suolo alla ricerca di più fossili con i quali alimentare la crescita fattasi sempre più insostenibile e produttrice di disuguaglianze e nuove povertà.
Conosciamo pur troppo bene i disastri che il capitalismo genera nella ricerca del massimo profitto: «Esso è una macchina produttiva, estrattiva e dissipativa incapace di arrestarsi. Perciò senza una nuova economia che cessi di guardare alla natura come a una cava da saccheggiare, che ridia agli uomini che lavorano piena dignità, e senza un ordine cooperativo e multilaterale del mondo, creare fonti alternative di energia costituisce un obiettivo drammaticamente insufficiente».

Da queste premesse scaturisce il convegno; coniugare ambiente e modello di produzione, un binomio diventato ossimorico ai nostri tempi.
Le nostre città, le città di tutto il mondo, sono diventate incubi metropolitani e il vivere in esse somiglia ormai a un vero corso di sopravvivenza per il traffico, per lo smog, per i rifiuti che ci sommergono, oltre a costituire luoghi di emarginazione, di povertà, di solitudine disperata. Quello che era un famoso motto nel medioevo: l’aria della città rende liberi, si è tramutato nel suo esatto contrario.

Ecco allora che il convegno si articola (strumentalmente) in due parti. Quella dell’approfondimento scientifico e quella politica del: che fare?
Nella prima parte studiosi e ricercatori di diverse discipline tenteranno un confronto a partire dalle proprie professionalità: giuristi, storici, ingegneri, antropologi, economisti. Nella seconda parte interverranno quei politici che hanno maturato la loro esperienza nel corso delle lotte e dei conflitti sociali.
L’ambizione è quella di riuscire a redigere una Carta di Roma, con proposte, iniziative e analisi in grado di mettere al primo posto nell’agenda politica il tema dell’ambiente, senza il quale le città rischiano di diventare gusci senza storia e senza anima per famelici turisti in cerca di sensazioni.

Programma
Officina dei saperi Unione Popolare
MERCOLEDI 20 SETTEMBRE ORE 9,30, Spin Time Via di Santa Croce in Gerusalemme, 55 Roma

Coordina Maurizio Fabbri
Piero Bevilacqua, Introduzione
Luigi Ferrajoli, Per una costituzione della Terra
Laura Marchetti, La natura è madre. Ambientalismo ed ecofemminismo
Paolo Maddalena, I beni comuni, la Costituzione, le privatizzazioni selvagge contro i cittadini e contro l’ambiente
Enzo Scandurra, La città come ecosistema
Federico M.Butera, Nucleare e CO2 sottoterra per impedire la transizione ecologica
Angelo Tartaglia, Il clima, come cambia, cosa accade alla Terra.
Guido Viale, Dallo sviluppo all’economia della cura.
Piero Bevilacqua, Una nuova agricoltura per il cibo sano, la rigenerazione delle risorse, la tutela della biodiversità
Pino Ippolito Armino, I danni al pianeta della guerra russa-ucraina.

ORE 15,30
Roberto Musacchio, L’ Ue tra green washing, guerra e giustizia climatica.
Paola Nugnes, Esperienze parlamentari in difesa dell’ambiente
Luigi De Magistris, Il ciclo dei rifiuti e la lotta alla criminalità organizzata.
Pinuccia Montanari, Le comunità energetiche in Italia
Eliana Como, Il lavoro, Il sindacato la sfida dell’ambiente
Maurizio Acerbo, Quanto era ecologista Marx? Una prospettiva ecosocialista.

Interventi: Giuseppe De Marzo, Libera; Beatrice Pepe, Ultima generazione; Daniela Padoan, Libertà e Giustizia; Emanuele Genovese, Fridays for future; Daniele Ognibene, Servizio pubblico; Marina De Felici, Rete ecosocialista Roma; Simona Maggiorelli, Left; Anna Maria Bianchi, Carte in regola
A seguire: interventi liberì

Come “intimidire” i disperati

Tra le soluzioni che non risolveranno nulla da oggi potete aggiungere l’aumento a 18 mesi dei tempi di detenzione nei Centri permanenza per il rimpatrio (Cpr) che il governo ha pensato per “intimidire” i disperati che partono e convincerli a non partire più.

Al di là dell’infantile credenza che qualcuno che scappa dalla fame e dal piombo possa essere minimamente scoraggiato dall’indurirsi delle nostre regole ci sarebbe da studiare con attenzione che fine abbiano fatto negli ultimi due anni i 50 milioni di appalti per la gestione che hanno foraggiato multinazionali e cooperative a discapito di qualsiasi diritto umano che dovrebbe essere garantito.

Si potrebbe rileggere l’ultimo rapporto per il Garante dei diritti che racconta come nel 2022 sia stato effettivamente rimpatriato in media il 49,4% delle persone trattenute (dal Cpr di Macomer, ad esempio, solo il 23%) in media con gli ultimi 25 anni. Si potrebbe rileggere anche il Garante quando scrive che quel tipo di detenzione è a tutti gli effetti illegittima: “tale privazione sia giustificata da una percorribile ipotesi di rimpatrio: ciò rende illegittima la restrizione della libertà quando non ci siano accordi con il Paese di destinazione che rendano questa ipotesi concretamente realizzabile”.

Come ricorda Cild (coalizione italiana per i diritti civili) «i Cpr esistono ormai da 25 anni, un periodo di tempo sufficiente per sapere che le persone o vengono riconosciute o rimpatriate nelle prime settimane, oppure non si riuscirà più a farlo. Già in passato i tempi di permanenza erano di 18 mesi e i rimpatri erano percentualmente come negli anni successivi in cui i tempi erano stati ridotti drasticamente».

Siamo pronti, quindi, all’ennesimo fallimento sulla pelle dei disperati.

Bravi.
Buon martedì.

Il merito e la laurea del presidente di Confindustria

Da qualche settimana l’economista e professore universitario (e quindi laureato) Riccardo Puglisi si domanda e domanda se l’esperto di geopolitica Dario Fabbri sia laureato. La sua legittima domanda ha aperto un dibattito su X (ex Twitter) che verte soprattutto sulla presentazione di Fabbri come “dottore” in diverse occasioni. La platea del dibattito si divide tra chi sottolinea che Fabbri non ricopra ruoli pubblici e abbia già ampiamente dimostrato il suo valore con le sue analisi e chi invece ritiene che la trasparenza sul proprio percorso di studi sia responsabilità di un personaggio pubblico. 

Da qualche giorno il nodo della laurea è emerso anche per il presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Bonomi non è laureato eppure viene presentato come “dottore” e non ha mai smentito la propria laurea. La sua pagina Wikipedia, che lo indicava come laureato in economia, è stata corretta in fretta e furia dopo l’uscita di primi articoli giornalistici sulla questione. Si sa che Bonomi, esaurito il mandato in Confindustria, vorrebbe sedersi sulla poltrona di presidente del cda della Luiss, l’università confindustriale. Peccato che serva una laurea. Il decreto legge numero 13 del 24 febbraio scorso, quello per l’attuazione del Pnrr, al comma 9 dell’articolo 26 introduce quale requisito per la carica di presidente di un’università il possesso di un titolo di studio non inferiore alla laurea. C’è di più: Bonomi (imprenditore che imprende con il 4,5 per cento di un’azienda che distribuisce apparecchi “elettromedicali”) è colui che tutti i giorni ci dà lezioni di “merito” e di “fatica per guadagnarsi un lavoro”. Qualcuno dice che siano questioni di lana caprina. Forse sì, siamo in un tempo in cui la credibilità è caprina. 

Buon lunedì. 

Nella foto: Carlo Bonomi (Wikipedia)

Il nuovo Museo etnografico di Budapest, vetrina del nazionalismo populista di Orbán

Inaugurato nel 2022 nel più grande parco cittadino di Budapest, il nuovo Museo etnografico rappresenta uno dei più ambiziosi progetti di edilizia pubblica della capitale ungherese. L’edificio fa parte di un progetto, in corso di realizzazione, che prevede la realizzazione di un polo museale all’interno del parco, il “liget Budapest”, un distretto nel quale raggruppare i più importanti musei del Paese e che faceva parte della piattaforma elettorale di Fidesz nel 2010 (anno in cui il partito di Orbán vinse le elezioni). Secondo questo piano, in corso d’opera, i nuovi edifici si sarebbero aggiunti ai già preesistenti Museo di belle arti, che risale al 1906, e che nel suo edificio dalla facciata in stile rigidamente neoclassico (ma con interni in stile più eclettico) ospita la principale collezione di arte moderna europea del Paese, e alla antistante Galleria d’arte Műcsarnok, sempre in stile rigidamente neoclassico, uno spazio espositivo realizzato qualche anno prima del Museo. Le due facciate si trovano ai due lati del Piazzale degli eroi, dove è collocato il Monumento del millennio, concepito nel 1896 per celebrare i mille anni dalla fondazione del primo Stato ungherese e nel quale sono custodite le spoglie del milite ignoto. Uno spazio dal forte valore simbolico che apre quello che dovrebbe diventare il distretto museale ungherese più importante.

Proprio nel retro della Galleria Műcsarnok si trova la sede del nuovo museo di etnografia. Le sue dimensioni monumentali e le sue fattezze, che in nulla richiamano quelle neoclassiche del vicino piazzale, non possono rimanere inosservate nemmeno dal turista più distratto. Il valore simbolico di un’opera pubblica di queste dimensioni, peraltro realizzata in tempi record, è, con tutta evidenza, legato a un disegno politico-culturale perseguito da Fidesz, il partito al potere dal 2010. Lo spiega bene il giurista Balázs Majtényi il quale, nel saggio “Il nazionalismo esclusivista populista. I casi dell’Ungheria e del Regno Unito” (in: Il senso umano delle cose. Ripensare la società oltre la pandemia a cura di Francesca Zappacosta, L’Asino d’oro edizioni, Roma 2021) racconta come nel 2019 il governo ungherese abbia fondato anche un “Istituto di ricerca per la nazione ungherese” con lo scopo principale di costruire una identità nazionale etnocentrica (Majtenyj, p. 213), nello spirito di quella che Bauman definisce “retropia”.

La prima pietra dell’edificio venne posta nel dicembre del 2017 secondo il progetto dello studio di architettura ungherese Napur, risultato di un concorso internazionale di progettazione, sotto la direzione dell’architetto Marcel Ferencz; dopo la sua inaugurazione l’edificio ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali (tra cui quello dell’International Property Awards). Il suo primissimo schizzo era chiamato “la gondola” perché le due estremità si sollevano secondo una linea curva che ricorda quella delle due estremità della tipica imbarcazione veneziana. Al di sopra di queste estremità rialzate ci sono degli spazi verdi, sorta di “giardini pensili”, mentre al centro si trova una scultura monumentale, creando un complesso dal forte impatto visuale. Sulla facciata, dove si trova l’ingresso principale del museo, è stata collocata una vetrata con motivi che ricordano quelli dei tradizionali merletti, ma questo è l’unico richiamo, nella struttura dell’edificio, che ricorda in qualche modo la sua funzione.

Il museo vero e proprio si trova al di sotto della parte centrale della “gondola” (per il 60% lo spazio espositivo si trova al di sotto del livello terra).
La nuova sede sarà in grado di ospitare solo una minima parte della enorme collezione del magazzino (170.000 reperti), in precedenza custodita nella sede dove si trovava dal 1973: un edificio monumentale risalente alle fine dell’800 inizialmente concepito in stile eclettico (con elementi rinascimentali, barocchi e neoclassici) per ospitare il Palazzo di giustizia che si trova proprio davanti alla sede del Parlamento (divenuta poi l’icona della città e nota proprio per il suo stile eclettico neo-gotico). Prima del 1973 questo edificio ospitava la Galleria Nazionale ungherese, poi trasferita nel Palazzo Reale.

Ciò testimonia l’importanza attribuita a questa collezione etnografica da parte degli ungheresi nelle diverse epoche (la collezione era nata presso il Museo nazionale ungherese nel 1872 sotto la dicitura di “collezione etnografica”), un fatto già degno di nota, se considerata la scarsa importanza data ad analoghe collezioni museali in altre capitali europee. La stragrande maggioranza dei reperti di questa collezione è legata alle tradizioni popolari ungheresi, ma non mancano pezzi provenienti da altri continenti, frutto delle classiche “spedizioni coloniali” ottocentesche o acquistati da collezionisti privati.
La scelta di costruire un edificio monumentale per concezione e proporzioni non fa che confermare l’importanza data a questa collezione. L’allestimento del museo è concepito secondo i principi museali più moderni: ogni reperto è contestualizzato in un orizzonte diacronico e sincronico mondiale e comparato con analoghi reperti provenienti da altri continenti; la sezione didattica multimediale è rivolta alle scuole e a un pubblico di bambini e ragazzi e non mancano audioguide dotate di versione in inglese nonché esposizioni temporanee volte ad approfondire singoli aspetti del mondo delle tradizioni popolari.

La realizzazione di un progetto di queste dimensioni e caratteristiche può essere considerato in sostanza una titanica sfida, una domanda a cui solo un arco di tempo più lungo potrà offrire una risposta. Un investimento così azzardato (sia nei costi che nella concezione) per un museo di etnografia pone già un primo quesito. Probabilmente non diventerà il primo polo di attrazione per i turisti stranieri, che raramente mostrano interesse per questo genere di musei, ma non è escluso che un edificio monumentale dalla concezione così ardita e originale possa diventare un punto di riferimento anche per i turisti più distratti. L’edificio in sé vale una visita, e il discorso vale sia per gli interni che per gli esterni.

Alcune voci critiche hanno sottolineato la scarsa disposizione degli spazi interni ad ospitare oggetti museali, e questo è un aspetto che si può facilmente percepire: il visitatore, in uno spazio già così fortemente caratterizzato, può sentirsi “spaesato”. Ma anche in questo caso potrebbe trattarsi di una sensazione destinata a svanire col tempo (lo stesso discorso potrebbe valere, ad esempio, per il celeberrimo Beaubourg di Parigi o per il Museo Guggenheim di Bilbao, in cui il contenitore è il protagonista molto più del contenuto).
Si sarebbe portati a pensare (giusto o sbagliato che sia) che un edificio dalla concezione così “ardita” debba ospitare opere altrettanto innovative, come, ad esempio, le “provocazioni” dell’arte contemporanea.

L’accostamento tra reperti di carattere etnografico e una struttura architettonica di questo genere può essere considerato già in sé una “dissonanza”, ma questo non è necessariamente un male. Un ulteriore quesito riguarda l’opportunità di questa “spettacolarizzazione” dell’etnografia: può essere utile, o persino necessaria, una sua riformulazione in chiave post-moderna proprio nel momento in cui il mondo sta attraversando una trasformazione così vorticosa? Per fare un esempio provocatorio, il famoso e iconico cellulare Nokia, che tutti conoscono per via del suo successo planetario, è già diventato un oggetto da museo che un domani, forse, potrebbe trovare spazio in museo etnografico? Per non parlare, ad esempio, delle macchine da scrivere, o di quelle da cucire a pedale. Oppure rientrano in questo campo esclusivamente gli oggetti legati al mondo contadino? Le due opzioni si escludono o possono essere ricomprese in un unico insieme? Anche in questo caso non mi sento di dare una risposta definitiva. Credo però che sia giusto e opportuno riflettere su queste domande, che tra l’altro implicano anche il concetto stesso di “museo” (cosa e perché dobbiamo o vogliamo conservare in un museo? A cosa serve un museo?).

Se si considera lo spazio museale come un laboratorio aperto, nel quale lo spettatore è sollecitato a porsi delle domande, e non solo ad ammirare passivamente il reperto (cosa però del tutto lecita e persino auspicabile, specie nel caso di un reperto di valore artistico), in questa ottica ha senso un museo post-moderno di etnografia, anche se magari destinato ad essere snobbato dal turismo di massa.
In ogni caso, anche se questo nuovo museo fosse concepito come una vetrina di una politica culturale del partito attualmente al governo dai risvolti inquietanti (le posizioni anti-europeiste, anti-immigrazione e contrarie a una società aperta dell’attuale premier ungherese sono note), questo aspetto col passare degli anni è destinato a dissolversi tra le pieghe delle future vicende storiche ungheresi (non sarà certo un museo etnografico a determinare i futuri destini del Paese).
Da parte mia, ho ritenuto opportuno visitare il museo in questione e credo ne sia valsa la pena. Ad esempio, dalla disposizione della collezione di ceramiche ho imparato che in tutti i continenti, nell’epoca pre-moderna erano comparsi motivi geometrici comuni.

La storia già scritta di Salvini e Meloni sull’immigrazione

Andrà così. Matteo Salvini in questi mesi si è tenuto a freno accumulando la rabbia per essere stato superato nelle sue elezioni che riteneva “buone” per coronare il suo desiderio (più per narcisismo che per politica) di diventare presidente del Consiglio. 

Non è un politico con molte frecce nel suo arco: sclerotizzato nella caccia allo straniero come unica arma di propaganda da quando ha perso la punta insanguinata di Morisi alla guida dei suoi social balbetta di argomenti che non scaldano gli sfinteri dei suoi elettori, veleggiando tra un ponte sullo stretto e una disordinata guerra alle auto elettriche, con un velo di negazionismo sul clima. 

Fin dall’insediamento del governo però Salvini ha saputo che proprio sui migranti avrebbe potuto logorare Giorgia Meloni e tentare una riabilitazione da leader. È in attesa, come un cane da ferma, del momento opportuno per mordere Giorgia Meloni. La strategia è già scritta: “voleva essere la donna forte ma non ne è stata capace per troppo poco coraggio”. È esattamente il sotto testo delle parole di ieri del vicesegretario della Lega Andrea Crippa. Accusare Meloni di essersi rammollita fingendo di non sapere che le regole internazionali sono queste. 

Andrà così. Matteo Salvini (lo sta già facendo) proporrà soluzioni impraticabili ma profumate chiedendo più voti per indurire il pugno. È lo stesso schema che alle ultime elezioni ha portato l’Italia sul baratro visibile a Lampedusa e nell’isolamento internazionale. 

Resta da vedere un’unica cosa: se (e quanti) gli elettori ci cascano ancora. Buon venerdì.

Foto tratta dalla mostra Altromare. Fonte: Camera dei deputati

La risposta al cambiamento climatico. Il libro di Romanelli letto dai Fridays for future

La risposta è la prima fatica letteraria di Mauro Romanelli, storico attivista ecologista toscano con un lungo passato nella politica provinciale e regionale. Già dal titolo si intuiscono alcune delle caratteristiche più distintive della sua personalità: la passione per le battaglie ambientaliste coniugata con la fiducia nella capacità dell’attivismo ecologista di poter rispondere ai grandi interrogativi davanti ai quali ci pone la crisi climatica.
Romanelli è stato tra i primi e tra i più caldi sostenitori dei nuovi movimenti per il clima, come Fridays for Future (quello da cui provengo). Fin dall’inizio ha sempre messo a disposizione la sua grande esperienza per supportare noi giovani attivisti, fornendoci consigli come farebbe un fratello più grande senza mai l’intento di prevaricare o scadere nel paternalismo. È grazie a lui se si è costituito il primo grande coordinamento delle realtà ecologiste, da Legambiente a Extinction Rebellion, che si batte per promuovere la diffusione delle energie rinnovabili.

Il libro di Mauro Romanelli si può acquistare su Amazon, Feltrinelli, Mondadori, Ibs, ecc., sia in formato digitale, che in formato cartaceo. In formato e-book qui

Per tutti questi motivi, il libro La risposta (Youcanprint) ha da subito incuriosito molti di noi: personalmente immaginavo che fosse un ‘manuale di istruzioni’ su come attuare la riconversione energetica in Italia. Invece, sfogliandolo, mi sono accorto che si trattava di molto di più.
In questo breve saggio, Romanelli riesce a mettere in fila una serie di questioni che spaziano dall’ingegneria energetica, alla filosofia, alla politica. In un capitolo si analizza dettagliatamente lo stato dell’arte delle batterie, in un altro si delinea il progetto politico eco-socialista dei prossimi vent’anni, in un altro ancora si ragiona sul paradosso di Fermi. Proprio grazie alla sua passione e alla sua esperienza, Romanelli riesce ad essere visionario sia sul versante politico-strategico che su quello tecnico-scientifico. Una combinazione necessaria, ma assai rara nel mondo del movimentismo ecologista italiano.

In questi anni sono stati pubblicati molti libri che analizzano le possibili risposte di un Paese come il nostro alla crisi climatica, segno che l’opinione pubblica ha finalmente realizzato il pericolo che stiamo correndo ed è alla ricerca di soluzioni. Ma pochi volumi forniscono delle risposte così dirette, approfondite ma facilmente comprensibili come fa l’autore del libro. Tutte le questioni più dibattute e divisive vengono affrontate “di petto”, senza lasciare nulla di sottinteso, anche laddove può sembrare rischioso esporsi in maniera netta.

Il ruolo che ha avuto Romanelli nella crescita dei giovani movimenti ecologisti è stato importante e lo è tuttora, ma non è solo per questo che il suo testo è stato così apprezzato nel nostro ambiente. Anzi, a volte, nonostante abbia meno della metà dei suoi anni, mi trovo in difficoltà a condividere l’ottimismo e la fiducia che Romanelli nutre nella società o quantomeno nei settori più consapevoli di essa, di fronte alla catastrofe imminente. Tuttavia, libri come questo permettono di capire che siamo ancora padroni del nostro destino: la transizione ecologica è possibile, è necessaria, è l’unica via per garantire un futuro a noi e alle generazioni future. Abbiamo “la risposta”, il grande compito che ci attende è quello di diffonderla e di trasformarla in realtà.

L’autore: Luca Sardo è attivista di Fridays for future Torino