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Propaganda, autoritarismo e false promesse: dietro la maschera di Giorgia Meloni

Nella vita di ogni politico, ma vale per ogni umano, c’è un momento in cui si incrocia la sorte intesa non come destino, fato, fortuna o sfortuna. Sorte intesa in maniera laica: un insieme di circostanze che, per chi si dedica all’arte più controversa della storia, la politica appunto, è legata al proprio partito e a fattori sociali, economici, culturali. E anche al carattere. Nel caso di Giorgia Meloni è il caso sottolineare la coincidenza della scomparsa di Giorgio Napolitano che nel 2011 spinse Silvio Berlusconi alle dimissioni per insidiare un governo tecnico guidato da Mario Monti. I dieci anni di austerità che seguirono hanno fatto esplodere il fenomeno del populismo, in versione 5 Stelle e leghista, e del sovranismo. È stato il trionfo delle promesse roboanti e ingannatrici, un falò delle vanità che ha trascinato un pezzo importante di opinione pubblica a votare in maniera schizofrenica.

All’inizio Fratelli d’Italia rimane in un angolo a mangiare la polvere, ma ciò consente a Meloni di costruire attorno alla sua figura la narrazione dell’urderdog: una donna che urla di essere madre e cristiana, che rimane all’opposizione mentre il Cavaliere  vota la fiducia a Monti considerato da lei il terminale delle “consorterie europee” e di una sorte di golpe orchestrato da Francia e Germania. Il centrodestra si divide, un pezzo importante del suo elettorato vota il Pd di Matteo Renzi e Matteo Salvini nel 2018 commette l’errore di imbarcarsi in una maggioranza con i grillini, lasciando all’urderdog il monopolio dell’opposizione. La grancassa sovranista, in Italia e in Europa fino agli Stati Uniti, fa il resto, aumentando il volume delle promesse. Meloni in particolare lancia, tra le tante, la bufala del blocco navale mentre arrivano migliaia di migranti sulle nostre coste mettendo in crisi gli esecutivi di centrosinistra. Agita la bandiera securitaria, che fa sempre presa sugli elettori di destra, quella identitaria della stirpe italica. Capisce che è il momento di riprendersi i voti che furono dell’Msi e di Alleanza nazionale, che Salvini aveva cannibalizzato. Comprende che deve affondare il coltello nell’elettorato di Berlusconi ormai in piena fase di decadenza politica e biologica.

In sostanza quel 26 per cento ottenuto di Fratelli d’Italia il 25 settembre dello scorso anno ha cambiato la fisionomia del centrodestra. Oggi è una destra che domina la politica italiana con il moncherino di un pallido centro guidato da Antonio Tajani, senza il carisma del fondatore di Forza Italia. Così l’underdog entra nelle stanze dei bottoni dal portone principale di Palazzo Chigi, la prima donna premier che avrebbe dovuto mantenere le promesse elettorali. E qui arriva all’appuntamento con la sorte, anzi con il contrappasso della storia, con il fenomeno dell’immigrazione. Le navi militari non sono uscite dai porti per formare una muraglia di acciaio davanti alle coste tunisine e libiche. Ma era chiaro che si trattava di una soluzione impossibile, anche se ora viene declinata come una nuova operazione Sophia, quindi europea e con il consenso dei Paesi da cui partono i migranti. Per dirla con un linguaggio caro a Meloni: “Ciao core”. Per inciso, l’operazione Sophia è stata smantellata quando nel primo governo Conte il ministro dell’Interno era Salvini.
La nemesi poi ha voluto che l’Europa, prima matrigna, ora è diventata essenziale per “blindare” i confini esterni e siglare accordi con alcuni piccoli dittatori maghrebini, in cambio di soldi e senza garanzie sui diritti umani. Bruxelles, che nella propaganda sovranista era additata come la capitale dei mondialismi liberali, aguzzini dei popoli, adesso ha il volto di Ursula von der Leyen diventata amica di Meloni. I loro rapporti sono talmente stretti che la premier la vorrebbe di nuovo alla presidenza della Commissione Ue dopo le elezioni europee del 2024. Con un’incognita terribile per la sorte meloniana. Cosa succederà se dalle urne europee, come è molto probabile, non uscirà una maggioranza alternativa ai Socialisti? La premier spera di portare a Strasburgo tanti eurodeputati Conservatori, insieme ai polacchi. Una dote parlamentare tale da essere autosufficiente al gestire il nuovo potere di Bruxelles con i Popolari di Manfred Weber e Ursula von der Leyen.
Mancano nove mesi al voto, ma non sembra possibile mandare all’opposizione i Socialisti, il governo socialdemocratico tedesco, quello socialista di Sanchez nonché i liberali di Macron. Quindi, Meloni dovrà decidere se rimanere lei fuori dalla nuova maggioranza Ursula o sedersi attorno al tavolo con gli acerrimi nemici di sinistra che in questi giorni vengono indicati da Roma come coloro che complottano contro gli interessi italiani.
Ecco, questo è uno di quei bivi in cui la leader di Fratelli d’Italia si giocherà tutte le sue fiches. Non a caso Salvini, che non vede l’ora di riprendersi tutti i voti che gli ha sfilato sotto il naso l’underdog, la sta incalzando proponendogli il patto anti-inciucio (mai con i socialisti). Lo stesso patto che lui nel 2018 si rifiutò di siglare a Roma.

Ecco, dopo un anno di governo, per Meloni è arrivato il momento di far capire chi sia veramente o vorrà essere. Non basta, anzi non serve, a mio avviso, continuare a dire che lei è fascista, che il suo stretto giro viene dai consanguinei, parenti, dal Fronte della Gioventù, da Colle Oppio o dalla Garbatella. Per lei sono medaglie al petto che rinsaldano radici e un pezzo di elettorato di destra. Non è sufficiente constatare che è nemica del mondo Lgbt, ha introdotto nella normativa italiana l’incredibile reato universale sulla maternità surrogata, sta tentando di sostituire l’esangue e tramontata egemonia culturale di sinistra con una improbabile egemonia di destra.

Molto più interessante per capire come girano le cose è analizzare le sue metamorfosi.
La premier è schierata con l’elmetto in testa al fianco dell’Ucraina e degli Stati Uniti. Va a Washington ed esce dalla Sala Ovale della Casa Bianca promettendo di stracciare il memorandum sulla Via della Seta (come poi ha fatto) e con l’eco delle parole di Joe Biden che dice alla stampa «io e Giorgia siamo diventati amici». La stessa Giorgia che presto dovrà dire se è ancora una grande fan di Donald Trump nella prossima campagna elettorale americana, se si sente ancora dalla parte dei Repubblicani che vorrebbero tagliare l’arsenale di Zelensky. Le metamorfosi rispetto all’Europa le abbiamo citate e siamo solo all’inizio. Quella sui conti pubblici è in queste ore sotto gli occhi di tutti. Pochissimi risorse che costringono il ministro dell’Economia Giorgetti a scrivere la prossima manovra finanziaria come facevano i tecnici delle “consorterie europee” e i vari premier del Pd durante i “favolosi” anni dell’opposizione meloniana: prudente, sobria, con venature forti di austerità, in sintonia con Bruxelles. Niente flat tax, cancellazione della riforma Fornero, ponte sullo Stretto e promesse elettorali varie. Tutto in stand by. Ma certo, dicono in coro nella maggioranza, abbiamo ancora quattro anni di legislatura. Di più, di più, assicura Salvini di cui fidarsi è meglio di no: “cinque più cinque”, minaccia il leghista, immaginando due legislature.

Metamorfosi Giorgia è il titolo del mio libro in uscita in questi giorni (il 28 settembre per i tipi de Linkiesta), un anno di governo Meloni. Un anno sul filo della dicotomia irredimibile, una sorta di schizofrenia politica. La premier pretende di tenere insieme tutto il suo passato di destra radicale e identitaria e le forche caudine di chi deve governare un Paese del G7. È l’acrobazia di rimanere sovranista-patriottica e allo stesso tempo praticare la consapevolezza che solo con il sovranismo europeo una piccola Patria come la nostra può affrontare i giganti della geopolitica, essere autonoma dal punto di vista energetico, sopravvivere all’impetuosa rivoluzione tecnologica in cui siamo immersi e rischiano di annegare milioni di lavoratori.
Non è certamente la ridotta di una destra nazionalista che può fare gli interessi del Paese. Per questo Meloni dovrà uscire dalla confort zone delle metamorfosi e magari accettare di avere avversari a destra, come Salvini. Del resto, lei è la vera erede di Berlusconi e di quell’elettorato che nel mio libro chiamo i “patrioti interessati” ovvero quell’elettorato interessato alla pura convenienza economica, all’abbassamento delle tasse, alle sanatorie, alle rottamazioni e ai condoni. Intendiamoci, è un elettorato trasversale, ma in passato il fondatore di Mediaset lo ha interpretato e rappresento nel migliore dei modi, assicurando al suo partito percentuali stabilmente attorno al 30 per cento. La stessa cosa sta succedendo a Fratelli d’Italia. È una banale constatazione ricordare che i voti di quelli che votavano MSI e An non hanno mai superato il 10 per cento. Ora il partito di Meloni rimane ancorato alle percentuali che avevano una volta Forza Italia e la Lega fino ad alcuni anni fa. Fino a quando durerà la luna di miele?
Dall’opposizione non sembrano venire pericoli per questa destra che ha portato al governo una classe dirigente modesta e non sta mantenendo le promesse elettorali. Come era prevedibile. Il punto è se l’elettorato che unisce “patrioti umorali” e quelli “interessati” comincerà ad essere deluso. Ricordiamoci che in quegli ultimi lustri gli italiani si sono ciclicamente innamoratI e disinnamorati di vari “masanielli”, saltando come cavallette da un partito all’altro, da un populista a un altro che gridava più forte.
Non credo che la pallina della roulette si sia fermata. Magari per un po’ sì, ma potrebbe ricominciare a girare alle europee. È possibile che ci sia un’autocombustione nella maggioranza: pensate cosa potrebbe succedere se Meloni si accodasse alla tavola di una nuova maggioranza Ursula, insieme ai Socialisti, mentre Salvini passeggia sconsolato davanti a Palazzo Berlaymont a braccetto di madame Le Pen.
È un film tutto da vedere e potremmo anche divertici e mangiare pop corn, se non fosse che non c’è nulla di divertente. Sono in ballo, e non è retorico dirlo, non solo la sorte politica di un pugno di leader politici, ma quella di tutti noi, del Paese, di chi ogni giorno deve fare i conti con i pochi soldi in tasca, con il lavoro precario e sottopagato, con un titolo di studio da buttare nel cestino. E non si può nemmeno permettere il lusso di evadere o elude le tasse.


L’ipocrisia (ancora) su Giulio Regeni

L’Egitto non può impedire che l’Italia processi gli imputati per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, e il giudizio nei loro confronti potrà celebrarsi anche in loro assenza. Lo ha stabilito la Corte costituzionale che ha annunciato oggi la sua decisione.

La Consulta ha raccolto la richiesta avanzata dalla Procura di Roma per sbloccare il processo contro quattro appartenenti alle forze di sicurezza della Repubblica araba d’Egitto: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Mohamed Athar Kamel e Helmy Uhsam, il maggiore Magdi Ibrahim Sharif. Sono accusati di aver rapito al Cairo, la sera del 25 gennaio 2016, il ricercatore italiano Giulio Regeni, ritrovato cadavere lungo la strada per Alessandria il 3 febbraio successivo. Il maggiore Sharif è accusato anche delle percorse e dell’omicidio di Giulio.

Il processo si è incagliato per la reticenza dell’Egtto e del suo presidente al Sisi. Verrebbe da pensare che un atteggiamento del genere da parte delle autorità egiziane abbia fatto perdere la pazienza anche alla politica, soprattutto con un governo che si professa sovranista, in difesa “della Patria” e occupato a fare ottenere giustizia “prima agli italiani”.

Niente di tutto questo. Alice Franchini, responsabile campagne di EgyptWide, ieri ci ha fatto sapere che «l’export di armi italiane all’Egitto non solo non si è ridotto, come qualcuno sostiene, ma dal 2018 osserviamo un trend di crescita costante»: il volume è passato dai 35 milioni di euro del 2021 ai 72 milioni del 2022. Praticamente il doppio.

Buon giovedì. 

foto del Comune di Torino – Comune di Torino, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48032436

Guai a criticare la politica di Israele riguardo alla Palestina, si è accusati di antisemitismo

Il 13 settembre la British society for Middle Eastern studies (Brismes) e lo European legal support center (Elcs), organizzazione che offre consulenze legali gratuite e assistenza a individui e gruppi impegnati nella difesa dei diritti dei palestinesi in Europa e nel Regno Unito, hanno reso pubblico un rapporto dedicato alla libertà accademica e libertà di parola nelle università britanniche. Nel documento mettono in evidenza quello che chiamano l’adverse impact della definizione di antisemitismo della International holocaust remembrance alliance (Ihra) su questi diritti fondamentali. La definizione, queste le conclusioni dell’analisi, viene utilizzata sia da singoli individui sia da gruppi di pressione interni ed esterni alle università come un’arma per silenziare, censurare, frenare sul nascere discussioni che partano da posizioni critiche del sionismo e di Israele. Per questo costituirebbe una vera e propria minaccia alla missione di ricerca e formazione delle istituzioni universitarie e, impedendo un dibattito libero sulla situazione in Israele/Palestina, finirebbe per confondere le acque e ostacolare anche la lotta all’antisemitismo. L’accusa è grave, ma non nuova. Proviamo a fare un po’ di chiarezza sui termini della questione.

La definizione messa a punto dall’Ihra nel 2016 è formata da un testo base che descrive l’antisemitismo come «una certa percezione degli ebrei, che può essere espressa come odio verso gli ebrei» (traduzione mia). Nella sua vaghezza, il testo intende aiutare a isolare aggressioni verbali e fisiche dirette a ebrei e motivate dal solo fatto che i bersagli sono – o sono ritenuti – ebraici. L’operazione non è sempre semplice, e si complica in modo evidente quando nel quadro si inseriscono il sionismo e Israele.

Tornando alla definizione Ihra, il testo base è seguito da 11 esempi, di cui 7 si occupano proprio di Israele. È antisemita – ci viene detto – negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che lo Stato di Israele persegue politiche ispirate a principi razzisti. Ugualmente antisemita sarebbe applicare a Israele uno standard più severo rispetto a quello usato nel giudicare le azioni di altre democrazie. All’apparenza si tratta di frasi di buon senso, ma in realtà finiscono per legittimare l’attuale configurazione di Israele come unico possibile sbocco del diritto all’autodeterminazione ebraica e per etichettare come antisemita uno spettro molto ampio di critiche. Sulla base di questi esempi sono stati accusati di antisemitismo i sostenitori del movimento Boycott, divestment, sanctions (Bds), la relatrice speciale dell’Onu per i Territori palestinesi occupati Francesca Albanese, Amnesty International per avere accusato Israele di aver instaurato un regime di apartheid, e la lista sarebbe lunga. (Quasi) ogni difesa dei diritti dei palestinesi rischia di incorrere in un’accusa di antisemitismo.

La definizione Ihra è stata adottata da 43 Paesi compresa l’Italia (seduta del Consiglio dei ministri del 17 gennaio 2020) ed è sostenuta dal Parlamento europeo. La sua potenziale adozione da parte dell’Onu è oggetto di un acceso dibattito. In Italia la definizione è il perno della Strategia nazionale di lotta all’antisemitismo elaborata dal gruppo di lavoro presieduto dall’allora coordinatrice nazionale Milena Santerini – poi sostituita dal prefetto Giuseppe Pecoraro – e delle Linee guida sul contrasto all’antisemitismo nella scuola (2021) del ministero dell’Istruzione.

Il governo britannico ha adottato ufficialmente la definizione nel dicembre 2016 e nell’ottobre 2020 l’allora Education secretary Gavin Williamson ha ingiunto alle università di fare lo stesso entro il Natale di quell’anno pena la minaccia di un taglio ai finanziamenti. La posizione di Williamson ha generato immediate proteste da parte di specialisti di Jewish e Middle Eastern studies ma anche da parte di giuristi, che hanno denunciato l’incompatibilità fra l’adozione della definizione Ihra, la Dichiarazione universale dei diritti umani e lo Human rights act britannico (lettera pubblicata sul Guardian del 7 gennaio 2021).
La definizione non è giuridicamente vincolante – non ha quindi forza di legge -, ma questo status giuridico indeterminato non vuol dire che non sia influente.

Queste premesse sono fondamentali per capire meglio il rapporto Brismes/Elcs e le sue conclusioni. Il report analizza 40 casi denunciati a Elcs nel periodo compreso fra 2017 e 2022. Di questi, 24 riguardano docenti, 9 studenti e 7 associazioni studentesche. A parte due casi in cui non è stata ancora raggiunta una decisione definitiva, le accuse di antisemitismo sono state ritenute prive di fondamento al termine dei procedimenti disciplinari. Premesso che l’antisemitismo è un problema reale, grave e presente nel Regno Unito (così come in Italia), e che è urgente individuare modalità di contrasto efficaci, cosa ci insegna, che problemi ci segnala questo testo?

Punterei il dito su almeno due aspetti. Da un lato abbiamo la pretestuosità delle accuse portate nei casi analizzati. I procedimenti disciplinari non hanno portato a sanzioni, nonostante le accuse fossero state prese molto seriamente dalle istituzioni coinvolte. Dall’altro, il rapporto rileva – anche attraverso una serie di interviste – come il clima creato dalle accuse di antisemitismo abbia compromesso seriamente la possibilità di affrontare, in sede di ricerca ma forse ancor più di didattica, una serie di temi scomodi come la natura delle azioni israeliane nei territori occupati, la legittimità dell’occupazione, i diritti (negati) ai palestinesi e via dicendo. Questo clima non favorisce la costruzione di un rapporto di fiducia fra colleghi e fra docenti e studenti, ed esiste un rischio molto concreto di ricorso all’autocensura preventiva. Perché emergano ostacoli alla libertà di parola e di insegnamento non occorre che si verifichino casi eclatanti di licenziamenti o sanzioni (che peraltro sono avvenuti negli Usa); basta che si sia indirettamente costretti a evitare determinati argomenti, mentre la missione delle università dovrebbe essere quella di incoraggiare il pensiero critico e offrire strumenti complessi per affrontare argomenti divisivi. Proprio per questo lo stesso estensore della definizione Ihra, Kenneth Stern, si è a più riprese espresso contro l’adozione del testo da parte delle università.
Brismes e Elcs raccomandano che il governo britannico ritiri la sua ingiunzione ad adottare la definizione, e che le università britanniche non adottino il testo o non lo utilizzino se già adottato.

Personalmente concordo in pieno con queste conclusioni e con la lettura proposta dal rapporto, anche sulla base della mia esperienza personale. Fra il 2014 e il 2020 ho insegnato allo University college London e ho assistito – e partecipato – al dibattito suscitato dall’adozione della definizione Ihra da parte dell’università nel 2019. Quello che ho visto e ascoltato conferma l’uso fazioso che può essere fatto di questo strumento, e la sua inefficacia nel combattere gli episodi – purtroppo presenti – di antisemitismo. Nel caso di Ucl l’Academic board ha finito con il raccomandare non la rinuncia alla definizione Ihra ma l’adozione contestuale di altre definizioni per certi versi contrapposte, fra cui la Jerusalem declaration on antisemitism (Jda), da utilizzare congiuntamente allo scopo di stimolare il dibattito. Il Council, organismo direttivo dell’università composto prevalentemente da non accademici, ha ritenuto di non seguire questa raccomandazione e di mantenere il testo Ihra (marzo 2023).
La pubblicazione del rapporto Brismes/Elcs rende evidente l’urgenza di un confronto sulla situazione italiana, non solo nelle università ma anche nel mondo della scuola.

L’autrice: Carlotta Ferrara Degli Uberti è docente dell’Università di Pisa

Nella foto: Un checkpoint nei Territori occupati 

Nota di redazione: questo articolo è pubblicato anche ne La strage dei bambini, raccolta di articoli pubblicati su Left. L’autrice Carlotta Ferrara Degli Uberti ci ha comunicato la sua non condivisione e presa di distanza dal progetto, riguardo al titolo, alla copertina che riporta disegnata una bandiera di Gaza e all’impianto «politico» del fascicolo

La fine della pace

La guerra, lo sappiamo tutti, è scoppiata quando le armi hanno iniziato ad intonare il loro lugubre canto, il 24 febbraio 2022. Nessuna guerra scoppia all’improvviso come un fulmine a ciel sereno. Specialmente questa guerra che è stata preceduta da una lunga incubazione e da un conflitto odioso che si trascinava dal 2014. Se la guerra è iniziata il 24 febbraio, la pace ha cominciato ad estinguersi molto tempo prima. Noi sappiamo quando inizia la guerra, ma dobbiamo chiederci – come fa Cassandra di Christa Wolf – quando è iniziata la vigilia della guerra?
Quando ha iniziato ad oscurarsi quell’orizzonte luminoso, balenato con la demolizione del muro di Berlino e lo smantellamento dello strumentario della guerra fredda?
Il processo di degradazione delle relazioni internazionali e di costruzione del nemico di norma avviene per fasi, però ci sono dei passaggi salienti. Le vere scelte che cambiano il clima geopolitico del 1989 vengono effettuate nel corso del 1997 dall’amministrazione Clinton che, stracciando gli impegni assunti con Gorbaciov, decide di estendere la Nato ad est, cominciando ad inglobare Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. Si trattava della scelta politicamente più impegnativa che sia stata fatta dall’amministrazione Usa, dopo quella del contenimento dell’Urss, che ha dato origine alla prima guerra fredda. Contro questa scelta insorsero proprio coloro che la guerra fredda l’avevano teorizzata e praticata. In un articolo sul New York Times del 7 febbraio 1997 il diplomatico americano George Kennan, uno dei teorici della guerra fredda, lanciò un grido d’allarme, osservando:
«La decisione di espandere la Nato sarebbe il più grave errore dell’epoca del dopo guerra fredda. Una simile decisione avrebbe l’effetto di infiammare le tendenze nazionalistiche antioccidentali e militariste nell’opinione pubblica russa, pregiudicherebbe lo sviluppo della democrazia in Russia, restaurerebbe l’atmosfera della guerra fredda nelle relazioni est ovest, spingerebbe la politica estera russa in direzioni a noi decisamente non favorevoli».
Se vogliamo individuare una circostanza precisa in cui è stato formalmente deciso di avviare la costruzione del nemico, identificando la Russia, non più come un partner con il quale collaborare ma come un avversario da stringere d’assedio, questa è il summit che si svolse a Madrid l’8 e il 9 luglio 1997, dove la Nato assunse la decisione di estendersi ad est, cominciando ad includere Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, che furono formalmente ammesse nel 1999.
È dal 9 luglio 1997 che si è verificata la svolta nella storia: è stato programmato l’avvio di una nuova guerra fredda. Una guerra fredda di cui l’opinione pubblica è stata tenuta rigorosamente all’oscuro. Infatti nessun dibattito politico è stato aperto sulla scelta di allargamento della Nato che è passata, senza ostacoli o ripensamenti, come se fosse un’operazione banale, non degna di nota. All’epoca non si poteva prevedere la guerra che sarebbe scoppiata 25 anni dopo, però non era difficile comprendere che la nuova guerra fredda che si stava impiantando sarebbe stata molto più pericolosa della prima perché avrebbe attizzato derive nazionalistiche molto più irrazionali del confronto ideologico che animava, ma frenava anche, la prima guerra fredda. Tuttavia, una scelta, così densa di incognite, è passata inosservata, la politica si è voltata dall’altra parte e nessuno si è accorto che si stava impiantando nel cuore dell’Europa una nuova cortina di ferro.
Il passo successivo è stato quello di cambiare la missione della Nato, che ha “superato” la sua natura di patto difensivo e si è trasformata in un formidabile strumento militare del tutto svincolato dal rispetto della Carta dell’Onu. Questa nuova missione è stata sperimentata con l’aggressione alla Jugoslavia: settantotto giorni di bombardamenti ininterrotti, volti a smembrare l’integrità territoriale della Jugoslavia con la separazione del Kosovo. Nel summit per il cinquantenario della Nato a Washington il 23 e 24 aprile 1999, la Nato legittimava questo suo nuovo volto, dichiarandosi competente a compiere operazioni militari al di fuori dell’art. 5 del Patto Atlantico, cioè si riappropriava del diritto di guerra. Nel disinteresse generale è proseguita l’espansione della Nato ad est, che ha inglobato nel 2004 anche quelle Repubbliche che una volta facevano parte dell’Unione Sovietica (Estonia, Lettonia e Lituania). L’allargamento della Nato ha comportato il dispiegamento di un dispositivo militare ostile ai confini della Russia e come tale è stato percepito.
Un ulteriore passo che ha aggravato la tensione è stato il ritiro degli Usa dal Trattato Abm. A seguito di ciò gli Stati Uniti hanno impiantato una base Abm in Polonia e in Romania. Il sistema Abm utilizza lanciamissili “Aegis”, che possono utilizzare diverse varietà di missili fra cui il missile da crociera con testata nucleare Tomahawk, con una gittata di 2.400 km.
Nel 2008, da un dispaccio dell’ex ambasciatore USA a Mosca, Burns, pubblicato da Wikileaks, intitolato “Niet significa niet” emergeva che non solo Putin, ma l’intera classe politica russa era assolutamente contraria all’allargamento della Nato a Est.
È  tuttavia, proprio nel 2008, la Nato lanciava un altro guanto di sfida alla Russia. Nel summit svoltosi a Bucarest il 2 aprile 2008, il Consiglio atlantico stabiliva il “principio della porta aperta” per l’ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato.

Gli eventi politici successivi, con il golpe di Maidan del 2014, hanno comportato la definitiva inclusione dell’Ucraina nella sfera d’influenza degli USA e l’esplosione di un gravissimo conflitto politico fra la Russia e l’Ucraina, collegato all’annessione della Crimea alla Federazione russa ed alla secessione del Donbass, che ha dato luogo ad una sanguinosa guerra civile che gli accordi di Minsk non sono riusciti ad arginare.
Attraverso questo lungo percorso nell’orizzonte internazionale la Pace si è progressivamente degradata, è cresciuta l’ostilità fra l’Occidente e la Russia, di pari passo con l’accresciuta minaccia militare.
Siamo così arrivati alla vigilia dello scoppio della guerra. Nell’inverno del 2021, la pressione militare della Russia nei confronti dell’Ucraina si era fortemente accresciuta, dal canto suo la Nato aveva rafforzato il suo dispositivo militare e aveva mostrato i muscoli con diverse esercitazioni militari. In particolare in Estonia, nel 2020 aveva condotto un esercitazione a fuoco vivo a 110 km del confine russo e sempre in Estonia nel 2021 aveva lanciato 24 razzi per simulare un attacco contro obiettivi di difesa aerea all’interno della Russia.
In altre parole l’ostilità ed il confronto fra due blocchi politico-militari era arrivato ad un punto di tensione tale che mai si era verificato durante la prima guerra fredda, se si esclude la crisi dei missili a Cuba nel 1962.
Nel dicembre del 2021 vi erano solo due alternative: o si aprivano delle trattative per ridurre la pressione militare ed il confronto fra i due blocchi contrapposti, oppure bisognava rassegnarsi alla guerra, che sarebbe iniziata con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.
La Russia ha deciso di dare una chance alla pace e di riannodare i fili del dialogo e della cooperazione sul tema della sicurezza reciproca. Il 15 dicembre ha pubblicato sul sito del ministero degli Esteri in russo ed in inglese una bozza di trattato da siglare con la Nato ed un’altra bozza da siglare con gli Usa. Al centro delle proposte russe c’era l’impegno dei Paesi occidentali a non espandere ulteriormente la Nato ad est e la richiesta di ridimensionare la pressione militare della Nato, annullando la dislocazione di basi missilistiche e ritirando le armi nucleari Usa dislocate sul territorio di Stati non nucleari (come l’Italia e la Germania). Non si trattava di un diktat, ma di una proposta di negoziato che puntava ad arrestare la corsa agli armamenti e a depotenziare il confronto strategico politico-militare.

Qualche giorno fa, il 7 settembre 2023 il segretario generale della Nato ha confessato dinanzi alla Commissione esteri del Parlamento europeo che la Russia voleva trattare per evitare lo scoppio della guerra e si è vantato di aver chiuso la porta in faccia ad ogni dialogo. In pratica Stoltenberg ha riconosciuto che la vera causa della guerra, e il motivo per cui si continua a combattere, è la spinta incessante degli Usa ad allargare la Nato all’Ucraina. Ecco le parole rivelatrici del segretario Nato:
«Sullo sfondo c’era la dichiarazione del presidente Putin dell’autunno del 2021, che in realtà aveva già inviato una bozza di trattato che voleva far firmare alla Nato, in cui ci chiedeva di promettere di non allargare ulteriormente l’Alleanza. Era una condizione preliminare per non invadere l’Ucraina. Naturalmente noi non abbiamo firmato, anzi è successo l’opposto. Putin voleva che firmassimo l’impegno a non allargare mai la Nato e voleva che smobilitassimo le nostre infrastrutture militari atlantiche in tutti i Paesi entrati a far parte dell’Alleanza dopo il 1997. Si trattava di metà della Nato, voleva dire che avremmo dovuto rimuovere la Nato da tutta l’Europa centrale e orientale, introducendo una sorta di adesione di serie B. Abbiamo respinto questa richiesta. Perciò Putin è entrato in guerra, per evitare che ci fosse più Nato ai suoi confini e ha ottenuto l’esatto opposto».
Riflettiamo su queste parole, Stoltenberg ha riconosciuto che il blocco di ogni ulteriore allargamento della Nato «Era una condizione preliminare per non invadere l’Ucraina».
Stoltenberg e Biden hanno preferito la guerra, pur di non rinunziare al loro progetto di piantare la bandierina della Nato in Ucraina.
Il 16 dicembre 2021 Stoltenberg nel corso di una conferenza stampa congiunta con Zelensky, respinse orgogliosamente al mittente le proposte russe.
Quel giorno è finita la pace in Europa.

 

Questo è il testo dell’intervento del giurista e saggista Domenico Gallo al convegno “Il coraggio della Pace” che si è svolto a Firenze il 23 settembre. Ecco il video dell’evento

Il governo apparecchia il bottino per le mafie

Può andare sempre peggio, possono sempre fare peggio. La bozza dell’ennesimo decreto migrazione che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si prepara a discutere con i suoi ministri è un ulteriore passo sul sentiero della disumanità e della cretineria politica.

Svetta tra gli orrori la modifica che riguarda i “minori stranieri non accompagnati”. Sono in sostanza – vale la pena di dirlo – bambini e ragazzini che attraversano l’Africa, passano tra i denti della Libia e sbarcano (se non annegano) sulle coste italiane. Purtroppo per loro sono neri e non hanno una pesca con cui intenerire il pubblico televisivo italiano in un lacrimevole spot pubblicitario.

Dalle parti del governo hanno deciso che d’ora in poi l’età potrà essere “apparente”, al pari della temperatura percepita, affidata a un non specificato “sesto senso di Stato”. Quelli “apparentemente” sedicenni potranno essere controllati su mandato “orale” della Procura senza più doversi preoccupare che gli esami avvengano in “un luogo idoneo” e con tutte le cautele “rispettose dell’età presunta, del sesso e dell’integrità fisica e psichica della persona”  come accadeva fino a oggi.

A questo punto i minori percepiti potranno essere gettati in mezzo agli adulti, fingendo che i migranti minorenni siano i più vulnerabili. Accadrà quindi che questi ragazzi con ancora meno tutele diventeranno il bottino perfetto per ingrossare la manovalanza della criminalità organizzata più di quanto già avvenga. A quel punto certi giornalacci di destra potranno strillare contro la mancata integrazione e la propensione criminale e Meloni e Salvini potranno riproporsi per risolvere il problema che hanno ceato.

Buon mercoledì.

Giorgio Napolitano: da Presidente di maggioranza ad architrave delle larghe intese

i presidenti Napolitano e Obama (2006)

Nel giorno del funerale laico di Giorgio Napolitano (del quale su Left abbiamo talora criticato le scelte, pur riconoscendo la sua statura di politico democratico) ripercorriamo la storia del suo doppio mandato con questo intervento del costituzionalista Andrea Pertici, autore del libro Presidenti della Repubblica (Il Mulino) e professore di diritto costituzionale nell’Università di Pisa

Giorgio Napolitano è stato il primo ad essere stato eletto presidente della Repubblica per due volte. La prima, nel 2006, arriva piuttosto inattesa. Infatti, nel 2004, Napolitano lascia l’Europarlamento e la sua carriera politica sembra giunta al termine. Ma il 23 settembre 2005, il Presidente Ciampi lo nomina senatore a vita per avere illustrato la patria per altissimi meriti in campo sociale. Così, quando l’anno successivo lo stesso Ciampi termina il suo mandato come Presidente della Repubblica, Napolitano si trova a Palazzo Madama e il suo nome viene presto fatto per succedergli al Quirinale. Non si tratta, in realtà, della prima scelta. Il centrodestra, sconfitto di misura nelle elezioni, reclama una scelta “bipartisan”, ma l’unico nome che soddisfa la richiesta è quello del Presidente uscente, Carlo Azeglio Ciampi, che, però, rifiutava, dicendo: «Nessuno dei precedenti nove Presidenti della Repubblica è stato rieletto. Ritengo che questa sia divenuta una consuetudine significativa. È bene non infrangerla. A mio avviso, il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato».

Il centrosinistra propone, quindi, Massimo D’Alema, che, pur con un curriculum di prestigio, appare ancora troppo al centro della scena politica e quindi difficilmente elevabile a un ruolo ‘super partes’. A fronte di tale obiezione, il centrosinistra fa il nome di Napolitano, che con D’Alema aveva condiviso l’appartenenza al Pci-Pds-Ds, ma che era ormai in una posizione assai più defilata. L’anziano senatore a vita è stimato anche nel centrodestra, che però non lo vota. Così Napolitano risulta eletto, al quarto scrutinio, con i voti della sola maggioranza. Non succedeva da molto tempo: gli ultimi Presidenti – Pertini, Cossiga, Scalfaro e Ciampi – erano stati tutti espressione di un ampio accordo parlamentare.

In un Parlamento in cui la maggioranza è stretta e il leader dell’opposizione non ha accettato la sconfitta, non si tratta di una posizione semplice. Forse anche per questo Napolitano è esigente con la maggioranza che lo ha eletto e che sostiene il governo Prodi II, tanto che quando questo, un anno e mezzo dopo, vede negarsi la fiducia, non esita a sciogliere le Camere. Le elezioni riportano al governo Berlusconi, con quella maggioranza di centrodestra che non aveva votato per Napolitano al Quirinale. La convivenza non sembra facile: presto Napolitano interviene a difesa del Parlamento, denunciando la compressione dei tempi di discussone e l’abuso dei decreti-legge e, nel febbraio del 2009, rifiuta di firmare il “decreto Englaro”. È scontro aperto, ma Napolitano tiene il punto. Intanto, quella che sembrava una maggioranza granitica si indebolisce per i contrasti tra Berlusconi e il Presidente della Camera Fini, che, dal vertice di Montecitorio, fonda un nuovo partito, presentando, alla fine del 2010, una mozione di sfiducia. Napolitano teme che questo possa mettere a repentaglio l’approvazione della legge di bilancio e quindi chiede che sia data priorità all’approvazione di questa. La richiesta, che viene assecondata, porta ad un affievolimento della spinta della nuova forza politica riconducibile a Fini e al mutamento di posizione di alcuni parlamentari, che decideranno di non sfiduciare il Governo, che rimarrà così in carica quasi un altro anno. La sua caduta arriverà per una serie di motivi, tra i quali certamente pesa molto la perdita di credibilità, soprattutto di fronte all’Unione europea, per vincere la quale Napolitano pensa che a Palazzo Chigi debba andare una persona che goda di piena fiducia a Bruxelles. Nasce così, come “Governo del Presidente”, l’Esecutivo guidato da Mario Monti, ex commissario europeo, che pochi giorni prima lo stesso Napolitano ha nominato senatore a vita. Lo appoggia uno schieramento trasversale di forze politiche di centrodestra e centrosinistra, con la ‘benedizione’ dello stesso Napolitano, che sembra ritenere che, per affrontare problemi rilevanti come quelli dell’Italia, servano riforme che solo la collaborazione tra forze politiche diverse, e ‘responsabili’, può realizzare. Quest’idea sembra accompagnare il Presidente anche nel passaggio alla nuova legislatura, quando non ritiene di affidare l’incarico di formare il Governo al leader del partito più rappresentativo, come normalmente avviene nelle democrazie parlamentari, per vedere se può raccogliere attorno a sé una maggioranza per governare, ritenendo probabilmente più adeguata una maggioranza come quella che aveva sostenuto Monti. Se questa non si riesce inizialmente a ricomporre, non se ne trova comunque una alternativa, tanto che Napolitano, ormai in scadenza, decide di lasciare al successore il compito di formare il nuovo Esecutivo. Ma anche sull’elezione del suo successore al Quirinale si crea presto uno stallo, per superare il quale serve un accordo “bipartisan”. E il Pd, Forza Italia e i centristi guidati dallo stesso Monti lo trovano solo chiedendo a Napolitano la disponibilità a rimanere sul Colle. Il Presidente, a differenza di Ciampi, accetta, ma a condizione che “tutte le forze politiche si prendano le loro responsabilità”. La richiesta, in effetti, non può che essere rivolta (anzitutto) a chi lo ha voluto confermare. E, infatti, solo una settimana più tardi si formerà un governo appoggiato esattamente da quelle forze politiche che hanno votato Napolitano. L’uscita di Berlusconi, qualche mese dopo, non cambia di molto lo schema politico grazie alla formazione del ‘partito dei ministri’ azzurri, guidati da Alfano, che si chiamerà ‘nuovo centrodestra’. Lo schema sembra addirittura rafforzarsi con l’arrivo al governo di Renzi che, particolarmente a suo agio nel guidare una maggioranza di quel tipo, le imprime una nuova spinta. E, infatti, all’inizio del 2015, Napolitano, ritenendo che una stabilità sia stata ritrovata, decide di dimettersi. Saranno gli elettori, con i referendum e le elezioni, a indicare la preferenza per altre soluzioni, ma la differenza di idee è l’essenza della politica. Napolitano ha cercato di risolvere le complesse questioni che gli si ponevano di fronte attraverso le sue.

In foto il presidente Giorgio Napolitano con il presidente Obama

Di Quirinale.it, Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8966198

Condoni, solo condoni

“Mercoledì saranno incardinate due proposte di Forza Italia al Senato per risistemare le città, e all’interno di questo progetto che dovrebbe portare anche alla riduzione delle emissioni si può vedere di inserire qualche aggiustamento per piccole cose fatte in violazione delle legge”: sono le parole del ministro Antonio Tajani, Forza Italia, che rilanciano l’idea del condono edilizio lanciata da Matteo Salvini. Leggendole bene si vede anche la strategia: buttarla sul green. Poiché in fondo si vergognano anche loro di quello che vorrebbero fare l’ambientalismo gli torna utile.

Ieri il governo ha tirato dritto anche sulla sanatoria per commercianti e autonomi che abbiano violato gli obblighi di certificazione dei corrispettivi e di conseguenza presentato dichiarazioni dei redditi falsate: un “ravvedimento operoso” con il quale chi tra gennaio 2022 e il 30 giugno 2023 si è reso responsabile di errori e omissioni in materia trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri all’Agenzia delle entrate e dunque versamenti insufficienti potrà tornare in regola versando imposta, interessi e sanzione ridotta da un decimo di quella ordinaria a un quinto di quella minima. Con il vantaggio che si riduce via via che aumenta la distanza tra pagamento omesso e regolarizzazione.

Vi ricordate quando Giorgia Meloni durante un comizio parlò delle tasse come “pizzo di Stato”? Dicevano che si era “espressa male” e che i giornalisti avevano strumentalizzato. Invece avevamo capito benissimo.

Buon martedì.

Toglietegli le scarpe

Ospite alla trasmissione “Diritto e rovescio” su quella Rete 4 che si professa “ripulita dal trash” e invece ha rovesciato il trash nel contenitore dell’informazione l’ex ministro dell’Inferno Matteo Salvini ha svelato la natura sua e di questo governo. Alla domanda del conduttore su come potrebbero trovare 5mila euro i migranti che sbarcano in Italia per poter pagare il racket di Stato previsto nella nuova mortifera norma, Salvini ha risposto letteralmente: molti arrivano con «telefonino, scarpe, catenina, orologino».

La frase è tecnicamente razzista – ovviamente – poiché chiede a una specifica “razza” di dimostrare la propria povertà adattandosi alla narrazione che la vorrebbe descrivere. Come ogni frase razzista pronunciata dai componenti di questo governo è anche profondamente ignorante: se Salvini si ritrovasse in condizioni di disperazione che lo costringono a partire per un lungo viaggio siamo sicuri che si procurerebbe delle scarpe per attraversare il deserto, per scavalcare i muri e le reti che i Salvini come lui gli farebbero trovare per strada e per scappare da cani e bastoni. Siamo anche sicuri che avrebbe un telefono per fare sapere alla sua fidanzata o alle sue ex mogli o ai suoi figli di essere ancora vivo e per verificare in quale parte d’Europa si trovi. Siamo anche sicuri che non lascerebbe a casa il suo rosario a cui è feticisticamente attaccato e che considera un portafortuna elettorale.

Siamo sicuri anche che se avesse studiato un po’ di Storia saprebbe che ai deportati della Shoah venivano tolte le scarpe come primo atto di spoliazione. Ciò che gli possiamo augurare è di non incontrare un ministro come lui.

Buon lunedì.

Nient’altro che rappresaglie

Nient’altro che una rappresaglia. L’attacco al direttore del Museo Egizio di Torino Christian Greco ha la forma e l’odore di una rappresaglia senza nemmeno bisogno di manganelli e di olio di ricino. 

Parte tutto dall’assessore regionale al Welfare della Regione Piemonte Maurizio Marrone il cui nome da quelle parti ricordano quasi tutti a proposito di un assalto dodici anni fa ai  Murazzi a Torino quando comparvero scritte come “Viva il Duce”, “Boia chi molla” e “Partigiani infami”. Siamo nel tempo in cui uno così – proprio perché è così – diventa classe dirigente del Paese. Che intenda l’esercizio del potere come la possibilità di rivalersi in ogni dove è una caratteristica naturale di quella categoria. Marrone aveva ancora in gola il can can che si era sollevato intorno al direttore Greco quando decise di praticare sconti all’ingresso per le coppie arabe. A quel tempo anche Giorgia Meloni decise di umiliarsi di fronte al Paese accusando Greco di “discriminazione al contrario”, senza nessun fondamento poiché gli sconti si applicavano (e si applicano) ciclicamente a tutte le categorie. In quell’occasione il direttore con invidiabile calma aveva spiegato che nessun “non studente” aveva mai urlato contro gli sconti per studenti. Meloni rimediò una magra figura, ora arriva quella che sembra una rappresaglia.

Così mentre 92 egittologi esprimono la loro costernazione per un attacco politico in un tema che richiederebbe un minimo di competenza tecnica (e un minimo di dignità nell’attività politica) noi da fuori assistiamo all’ennesima puntata di una purga nazionale che non sembra si comprenda ancora del tutto.

Buon venerdì.

Nella foto: frame del video (La7) del confronto Christian Greco-Giorgia Meloni, 15 febbraio 2018

Per approfondire su Left due interviste al direttore del Museo Egizio:

Christian Greco: Il museo non è solo un luogo di conservazione 

Christian Greco: Il museo del futuro mette al centro la ricerca

Riscopriamo la musica di Busoni, compositore aperto alle culture dei popoli

Un post-it mi ricordava: su Rai 5, domenica 3 settembre 2023, ore 10, seguire i tre candidati finalisti della 64esima edizione del Concorso pianistico Ferruccio Busoni.
Non ho così particolare cultura musicale: ma questa, che è stata la prima volta di diretta e di diffusione in mondovisione del concorso, ho realizzato, è un vero evento, il cui significato parla d’arte nel mondo, anzi di dialogo d’arte. In nome di Busoni, continuando il pensiero cui l’artista aderiva, tradizioni e creatività sono raccolte e rilanciate, in un moto perpetuo di cui sono testimoni precipui i giovani musicisti, in particolare i tre giunti a questa finale. Dunque sì, ho seguito e ho creduto di avvertire: ma molti conoscenti già sapevano, e le osservazioni si sono incrociate. Nella trasmissione si sono alternati i momenti concertistici nella sala del Teatro Comunale di Bolzano, proposti dai tre giovani finalisti – l’americano Anthony Ratinov, il russo Arsenii Mun, il giapponese Ryota Yamazaki: la giuria ha infine attribuito il premio infine a Arsenii Mun – con le narrazioni condotte nel foyer dai due conduttori, Francesco Antonioni e Elena Biggioggero, infine con gli inserti dalla città di Bolzano, gli interni delle famiglie ospitanti, i luoghi delle esibizioni pubbliche.

Ma è la diretta mondiale che dà slancio particolare a questa edizione: sdoganando e proponendo ad una vasta riflessione, l’abbinamento di due nomi caratterizzati dall’essere posti “à l’écart”, Bolzano e Busoni. Il che dà risalto a risvolti storici che interpellano la convivenza nel mondo, pagine di narrazione che non risultano mai abbastanza centrate e esaurienti. L’evento prese le mosse nel 1949, a opera di Cesare Nordio: triestino, la sua biografia di cittadino e musicista era varia, certo partecipe alle molte vicende storiche del Paese, all’epoca. Dal 1948 direttore del Conservatorio Monteverdi di Bolzano, l’anno successivo fondò il premio pianistico per giovani, onorando i 25 anni dalla scomparsa di Ferruccio Busoni (1866-1924). Era divenuto consapevole di come il pur grandissimo Ferruccio Busoni, fermamente estraneo ai furori nazionalistici che dallo scorcio del XIX secolo imperversano, rischiava di essere tagliato fuori della memoria. È così, infatti: sono ristrette sia la memoria della creatività di Busoni, e quindi la sua comparsa nei cartelloni, sia la narrazione delle sue scelte di vita.

Per me vivere a Empoli, dove è stata salvaguardata la casa dove Ferruccio Busoni nacque – nel 1958 fu presa a cuore dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, che la inaugurò poi nel 1961, così che oggi è inserita nel Sistema museale Case della Memoria in Toscana – dà un interesse costante a alimentare e confrontare notizie sull’artista, anche se, pur tornato più volte, egli si formò in ambiente triestino, quello della famiglia materna: era allora la Trieste grande porto per Vienna, e crocicchio di tradizioni.

Approfitto per allargare via via le notizie, e consolidare il ritratto morale dell’artista. Che è, in primo luogo, quello di un formidabile, organizzato lavoratore: se il detto di Cesare Pavese, “Lavorare stanca”, suona intriso di riluttanza, di una nobiltà fittizia, si potrebbe rovesciare per Busoni, in “Lavorare realizza il soggetto nel profondo”: ma egli era vissuto tra altri fermenti, circa quaranta anni prima. Colpisce, in effetti, come ogni intervallo imprevisto di tempo che all’uomo capitasse, nelle incertezze e i vuoti degli appuntamenti, diventasse occasione di appunti e prove, anche silenziose.

Busoni seguì alcune linee di attività, di diversa rinomanza. Il massimo di notorietà ebbe la sua vita di concertista e di insegnante, presso istituzioni o nel privato. Ma si intonò a questo aspetto la sua attività di trascrittore, via, per lui, di entrare nello specifico modo con cui gli autori si erano adattati alle strumentazioni e agli ambienti del comporre in tempi diversi, in qualche modo storicizzandone il gusto, rivitalizzandolo e preparandosi a prenderne distanze modulari per dedicarsi in consapevolezza al proprio comporre. Al vertice degli studi del trascrittore, e specialmente in quanto organista, si staglia Bach. Tra gli equivoci che hanno coperto la notorietà di Busoni, c’è quello che il lato del trascrittore sia predominante. Invece non è così, e la sua produzione originale è ampia, innovativa, capace di ottenere frutti originali dai germi più vari, sempre comunque indagati nel profondo.

Se c’è un aspetto che colpisce l’ascoltatore di Busoni, è lo sviluppo cosmopolita delle composizioni – come cosmopolita era il suo ascolto dei popoli, e la sua capacità plurilingue di esprimersi. I popoli fiorivano, almeno dalla fine del Settecento: non solo nel Mediterraneo della Grecia e dell’Italia. Una fitta diplomazia, più forte delle armi, una partecipazione accorta delle masse e degli intellettuali, premevano per portare all’indipendenza compagini, come i norvegesi, come i finlandesi cui si ascriveva la famiglia della moglie Gerda Sjöstrand. Come i nativi d’America, che Ferruccio Busoni tenne presenti nelle numerose tournée in Usa fatte tra Otto e Novecento, e comunque prima che scoppiasse la Grande guerra. Nel 1910, in occasione dell’ultimo giro statunitense, Busoni ritrovò l’allieva Natalie Curtis, e, scrivendo alla moglie, la informò dell’imponente ricerca sulla musica dei Nativi che essa aveva compiuto. Anzi, nel 1907 aveva pubblicato ricerche etnologiche, The Indians’ Book. Di qui Busoni prese le mosse per studi, trascrizioni, e più tardi per compiute sue rielaborazioni di musiche indiane.

La guerra, le scommesse di distruzione e di potere che essa comportò erano l’antitesi dello studio per la convivenza, che questo artista propugnava: mettendo a disposizione la sua capacità di ascolto e rielaborazione, di riprove infinite. Volle il campo neutro, trasferendosi da Berlino a Zurigo. Bene attento alle domande d’arte in ogni campo, e al bisogno di innovazione che in molti esprimevano, non ammetteva tuttavia che in nome del nuovo si ignorasse la continuità dello sviluppo artistico.

Umberto Boccioni, Maestro Busoni, 1916

Tra gli innovatori in pittura, strinse una relazione profonda con il giovane Umberto Boccioni, cui si devono tele importanti dedicate a Ferruccio Busoni, onorandone profondamente la memoria quando il giovane morì, vittima di un banale incidente. Nelle opere teatrali Busoni meditò a fondo sulle tradizioni e gli ambienti italiani: disegnò in Parma un episodio importante del suo Faust, maturato in un arco lungo di considerazioni, cui non fu estranea la meditazione su Leonardo da Vinci – allora, in Italia e in Europa, in molti ne facevano oggetto di ricostruzioni e approfondimenti. E per Busoni, la cui famiglia proveniva dal territorio dell’artista rinascimentale, specifico era l’interesse –. Così, fu sintesi di tradizioni e mentalità condivise nel tempo l’Arlecchino ovvero le finestre. Capace, come ho detto, di essere poliglotta, in prevalenza Ferruccio Busoni scrisse in lingua tedesca le opere letterarie: e, mi dicono, merita per queste di essere considerato un grande autore. Peccato, allora, che non si sia ancora trovato come trasporle in buona traduzione italiana. Forse non ci sentiamo ancora preparati a seguire una disseminazione d’arte che fu ampia e generosa.

Tra i suoi allievi, anche Kurt Weill: dopo la fine della guerra, quando, riordinata da Gerda, fu ancora la casa di Berlino che ospitò la famiglia dell’artista: per pochi anni ancora, prima che le malattie ne interrompessero il pensiero e la laboriosità. È appunto a Berlino l’Archivio delle sue opere, in parte disperse tra gli eventi accaduti nel XX secolo. Oggi, pensarlo nelle atmosfere attuali torbide e feroci, vuole essere momento che impugna solidamente la speranza: di cercare, e individuare, gli spazi e i modi della convivenza. Come sapeva fare Busoni, artista e filosofo delle modulazioni e rimodulazioni: per adattarsi, non per soffocare.

L’autrice: Franca Bellucci, storica e saggista, ha coordinato il lavoro per il volume I secoli delle donne (Viella)