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A dieci anni dalla strage di Lampedusa, la faccia sempre più feroce della politica

Il 3 ottobre 2013 a largo di Lampedusa persero la vita 368 persone. In questi dieci anni ne sono accadute molte altre senza che il volto disumano delle politiche dei respingimenti cambiasse. Anzi si è ulteriormente inferocito con il governo Meloni attraverso il decreto Cutro, con l’annunciata costruzione di nuovi Cpr, (campi di detenzione per persone che non hanno commesso nessun reato e dove possono essere trattenute fino a 18 mesi), con la richiesta di un pizzo di Stato di quasi 5mila euro inflitta a migranti che già hanno dovuto pagare gli scafisti e patire torture nei lager libici e nelle deportazioni ordite da Said, l’autocrate tunisino con cui abbiamo siglato un memorandum che è un manifesto di crudeltà.
Per gridare con forza la nostra opposizione a tutto questo abbiamo riunito le voci di colleghi giornalisti, autori di importanti reportage, di demografi sociologi, antropologi e attivisti. Da questa collaborazione nasce il libro Lampedusa isola aperta, edito da Left e curato da un esperto di immigrazione come Stefano Galieni.

Ecco l’introduzione
Qui per acquistare il libro Lampedusa isola aperta

Quella mattina del 3 ottobre 2013 la notizia giunse tragica e violenta. All’epoca non collaboravo ancora con Left, le cose che riuscii a scrivere sono sepolte in siti, comunicati stampa, messaggi ormai persi. Capimmo subito che l’imbarcazione, partita dal porto libico di Misurata, carica di persone in fuga dal regime eritreo, conteneva centinaia di persone. Sentimmo le parole dei pescatori, che videro a poche miglia da Lampedusa, la nave piegarsi e affondare, e che fecero il possibile per trarre a terra i superstiti. Il bilancio definitivo fu di 368 vittime, 20 dispersi e 151 salvati. Fu allora, una delle peggiori stragi consumatesi nel Mediterraneo. Le immagini non si dimenticano, dalle fila di bare, molte bianche in un hangar, allo strazio di chi, sopravvissuto, aveva visto sparire i propri cari. Era una tragedia annunciata, come tante che seguirono. Da anni Lampedusa, ultimo avamposto della fortezza Europa, era divenuta il luogo in cui cercare salvezza da guerre, dittature, sfruttamento, persecuzioni, o per trovare, semplicemente, ciò che per ognuno dovrebbe essere diritto inalienabile, la libertà. Per giorni si parlò non solo di trafficanti o della crudeltà del mare, nemmeno di fatalità ma, finalmente, dell’ingiustizia con cui si nega il movimento delle persone non gradite, verso l’Europa. Esponenti delle istituzioni italiane ed europee espressero indignazione, problematizzarono l’assenza di soccorsi, criticarono persino le leggi proibizioniste che negli anni passati avevano essi stessi scritto e attuato, come la Bossi Fini, come il “pacchetto sicurezza Maroni”. Pochi giorni dopo, l’11 ottobre, un altro naufragio, 268 morti in quella che venne ricordata come “la strage dei bambini”. Furono tanti i minori a perire nelle acque maltesi nel colpevole ritardo dei soccorsi. L’allora governo italiano decise di dare vita ad un’azione unilaterale meritevole, un’operazione di monitoraggio e salvataggio, che si spinse in prossimità delle coste libiche, da cui partiva gran parte delle persone. Venne chiamata Mare nostrum e, in meno di un anno, portò in salvo 190mila persone. Ma montarono proteste interne contro la missione, si criticarono i costi, 9.5 milioni di euro al mese, 0,16 euro per abitante italiano. La destra arrivò a considerare l’intervento come incentivo alle partenze, pull factor. Le proteste più forti giunsero dall’Unione europea. Chi arrivava in Italia, nonostante il regolamento Dublino, cercava poi di andare in Paesi in cui le prospettive erano migliori. Nel novembre dell’anno dopo, Mare nostrum venne dismessa e sostituita da una missione di Frontex, l’agenzia europea incaricata di controllare le frontiere e limitare gli ingressi “illegali”.
Diminuirono gli interventi in prossimità delle coste di partenza e si strinsero accordi con i Paesi di provenienza per esternalizzare le frontiere. Nel marzo 2016 con il patto fra Turchia e Ue, per fermare e rimpatriare i profughi che fuggivano soprattutto dalla Siria, il governo di Erdoğan ricevette 6 miliardi di euro. Nel febbraio 2017 il governo italiano sottoscrisse una “lettera di intenti”, (Memorandum of understanding) con il governo di Tripoli, che controllava solo alcuni territori occidentali della Libia. Cooperazione militare, addestramento, motovedette in regalo, in cambio dell’impegno a fermare le navi di chi provava a fuggire, in gran parte persone dell’Africa subsahariana e a detenerle. Il Memorandum è ancora in vigore e ha permesso di respingere, spesso illegalmente, in 5 anni oltre 100mila persone.
L’elenco di quanto accaduto poi richiederebbe ben altro spazio. Si iniziò a criminalizzare la solidarietà anche attraverso i “codici di condotta”, varati dal 2017 ad oggi per limitare o bloccare l’azione delle navi delle Ong scese in mare per supplire all’assenza istituzionale. E poi i decreti Salvini nel 2018, il tentativo di dare una cornice europea alla chiusura dei confini, i muri e i fili spinati che si ergevano tanto ai confini esterni che in quelli interni, risorse gettate per creare solo morti e sofferenze, per giungere al cosiddetto “decreto Cutro”, modo osceno per ricordare una strage dichiarando impunemente che “chi parte se l’è cercata”, alla dichiarazione dello stato di emergenza.
Il finale, per ora, è noto. Il 2023 è l’anno in cui, in 8 mesi, c’è stato il più alto numero di vittime nei naufragi dopo il 2017, almeno 3mila, in cui, nonostante la retorica securitaria, aumentano gli arrivi. Crisi economiche, devastazioni ambientali, guerre, di cui spesso le grandi potenze sono responsabili, producono, come effetto collaterale, mai riconosciuto, la ricerca della salvezza rischiando la morte, anche se il viaggio comporta il transito per luoghi di tortura come i centri di detenzione in Libia o la caccia al nero in Tunisia.
In questo libro di Left che leggerete, a cui hanno contribuito giornalisti, attivisti, europarlamentari, demografi, sociologi, antropologi e studiosi di altre discipline accomunati dall’impegno per i diritti umani, Lampedusa è uno dei luoghi. Ci sono reportage appassionati e documentati che rimandano alle tante rotte, spesso poco osservate, da cui le persone tentano di “bruciare le frontiere”: quella balcanica che parte dall’Afghanistan, di Ventimiglia, per fuggire dall’Italia, l’enclave spagnola di Ceuta e Melilla in Marocco, la giungla francese di Calais, per arrivare al Regno Unito, e al gelido confine fra Bielorussia e Polonia.
A questi si affiancano i contributi di chi ha incontrato il lavoro delle Ong, analizzato i nuovi Memorandum come quello, terribile, con la Tunisia, ma anche di chi prova ad ipotizzare un pianeta diverso da un presente di guerre e nazionalismi, in cui il diritto a migrare rientri fra le libertà individuali e gli impegni solidali, come quello di Mimmo Lucano, o di chi rischia la vita nelle navi umanitarie, non sia un crimine da punire e dileggiare, ma esempio di vita da trasmettere. Rileggendo i preziosi contributi, ringraziando ancora i colleghi di Left, dico con orgoglio che, insieme, abbiamo provato a fare e facciamo, un giornalismo diverso, capace di coniugare rigore e utopia. Un libro da conservare perché si continui a far sì, con ogni mezzo, che non ci si risvegli mai più con il dolore di altri 3 ottobre.

Nella foto di apertura la premier Meloni, il ministro Piantedosi e la presidente von der Leyen a Lampedusa il 17 settembre. La presidente del Consiglio non ha partecipato alla commemorazione della strage del 3 ottobre 2013, a cui ne seguì un’altra a distanza di pochi giorni

Il Paese che disse no alla deportazione degli ebrei

Il 2 ottobre 1943, esattamente 80 anni fa, mentre la Danimarca si trovava sotto occupazione tedesca, i nazisti decisero di attuare un raid per catturare e deportare tutti gli ebrei presenti nel Paese. Per fortuna si trattò del raid nazista più fallimentare nella storia della Shoah. Ma, come ben sappiamo due settimane dopo – il 16 ottobre 1943 – avvenne la razzia dell’ex ghetto di Roma purtroppo con esiti molto diversi.
Rispetto a quanto accaduto in Italia, in Danimarca, grazie a una resistenza nonviolenta e all’aiuto di un nazista tedesco della prima ora, la popolazione locale riuscì a salvare quasi tutti gli ebrei trasportandoli in Svezia, Paese rimasto neutrale durante il conflitto mondiale. Il nazista in questione, Georg Ferdinand Duckwitz, anni dopo verrà nominato Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem. Il caso danese rappresenta un unicum nella seconda guerra mondiale. Per questo, complice anche l’importante anniversario, abbiamo deciso di intervistare Andrea Vitello, giovane storico e giornalista di Pressenza, autore del libro Il nazista che salvò gli ebrei. Storie di coraggio e solidarietà in Danimarca.  Pubblicato dalla casa editrice Le Lettere con prefazione di Moni Ovadia. Si tratta di un saggio storico frutto di una grande ricerca.
Il caso danese è ancora oggi una storia poco conosciuta. Può raccontarci, in breve, la resistenza nonviolenta danese che portò al salvataggio degli ebrei?
A differenza degli altri salvataggi avvenuti nel corso della Shoah in altri Stati, in Danimarca l’intera popolazione, dal re fino alle persone appartenenti alle classi sociali più umili, contribuì al salvataggio degli ebrei. La resistenza nonviolenta danese, cominciò di fatto subito dopo l’occupazione tedesca del Paese. Inizialmente consistette nello stampare volantini e giornali clandestini, ma in breve tempo coinvolse molti aspetti della società. L’obbiettivo della Germania era quello di “nazistizzare” la società danese, ma non vi riuscì. Infatti, per fare un esempio, quando i tedeschi favorirono l’uscita a Copenaghen di un giornale antisemita, sul modello del Der Stürmer di Julius Streicher, questo fu costretto a chiudere per le poche vendite. Anche le mostre di letteratura così come le proiezioni di film di propaganda antisemita, vennero chiuse per mancanza di pubblico. Tra le varie forme di resistenza nonviolenta vi era anche quella di voltarsi dall’altra parte quando suonava la fanfare tedesca o di lasciare i locali – bar librerie ect – fin quando i tedeschi non se ne fossero andati. Quando la Danimarca era sotto occupazione nazista, il suo governo si rifiutò più volte di considerare la “questione ebraica” e di introdurre la legislazione antisemita, nonostante le pressioni tedesche. Gli ebrei vivevano liberi come si evince dalle testimonianze e dalle foto presenti ne libro. La resistenza nonviolenta danese mutò nell’estate del 1943, dopo le sconfitte dei nazisti a Stalingrado ed El Alamein, rimase nonviolenta ma passo anche agli scioperi e ai sabotaggi. Quando si venne a scoprire del raid nazista la popolazione danese prima nascose gli ebrei e poi li trasportò in Svezia, a rischio della propria vita. La resistenza danese cominciò ad organizzarsi proprio per salvare gli ebrei. Nel saggio vi sono molte storie e testimonianza.
Possiamo dire che lo Stato e la società in Danimarca, da un punto di vista storico, abbiano favorito una reazione collettiva in favore degli ebrei?
Certamente. Infatti in Danimarca era presente una delle più antiche democrazie d’Europa e, durante i secoli, la discriminazione e il razzismo istituzionalizzati, non solo nei confronti degli ebrei ma di qualsiasi altra persona, erano sempre stati respinti dal Parlamento. La società si era evoluta all’insegna dell’empatia e della tolleranza, includendo senza discriminazioni persone e comunità, compresa quella ebraica. In Danimarca, nel 1690 venne vietata l’apertura di un ghetto perché veniva considerato un modo inumano di vivere, mentre a Venezia, in Italia, nel 1516 venne aperto il primo ghetto a cui poi ne seguirono altri. In Danimarca inoltre gli ebrei non furono vittime di una grave forma di antigiudaismo della chiesa cattolica, come invece avvenne in Italia e in altri paesi europei. La comunità ebraica in Danimarca era perfettamente integrata, i figli delle famiglie ortodosse frequentavano anche le scuole laiche, e nel 1933 mentre i nazisti prendevano il potere in Germania, gli ebrei di Copenaghen celebravano il centesimo anniversario della loro sinagoga alla presenza di re Cristiano X.
Chi era Georg Ferdinand Duckwitz, e quanto è stata importante la sua figura per il salvataggio degli ebrei danesi?
Duckwitz, era un nazista tedesco della prima ora, che dal 1933 al 1935 lavorò presso l’ufficio politica estera del partito nazista sotto Alfred Rosenberg. Duckwitz fu l’unico politico nazista, di alto rango (membro del ministro degli esteri del Terzo Reich), a opporsi alla deportazione degli ebrei. Egli inoltre partecipò alla congiura per assassinare Hitler. Quando il 28 settembre 1943, Duckwitz, membro dell’ambasciata tedesca a Copenaghen, venne informato dell’imminente deportazione dei circa settemila ebrei danesi, questi, che prima aveva fatto sabotare due navi per la deportazione e fornito molti passaporti per far fuggire gli ebrei, avvertì subito i suoi amici del partito socialdemocratico che dettero l’allarme dell’incombente pericolo alla comunità ebraica. Senza l’intervento di una figura di così alto spessore, che aveva accesso alle informazioni, nessuno avrebbe creduto all’allarme perché la stessa comunità ebraica si credeva al sicuro in Danimarca. Anni dopo la fine della guerra Duckwitz venne insignito del titolo di Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem. Duckwitz rappresenta un esempio di disobbedienza agli ordini, lui ha sempre mantenuto vigile la sua coscienza e, al momento opportuno, ha avuto il coraggio di fare tutto quello che poteva per salvare gli ebrei, poiché riteneva sbagliati gli ordini che gli erano stati impartiti. Proprio per questo è molto importante far conoscere la sua storia.
In merito all’onorificenza ricevuta da Duckwitz, potrebbe raccontarci meglio chi sono i Giusti tra le Nazioni?
Non dobbiamo pensare a supereroi o persone straordinarie, perché erano persone normali e comuni, uomini e donne di diverse condizioni sociali e confessioni religiose, ma che condividevano un’umanità, un’empatia e la capacita di mettersi nei panni degli altri. Questi avevano avuto la capacità di mantenere attiva la propria coscienza critica e questo gli permise di aiutare gli ebrei invece di restare indifferenti e/o abbracciare i nuovi usi o costumi e la nuova moralità degenerata. Lo Yad Vashem decise di conferire questo titolo ai non ebrei che durante l’Olocausto non rimasero indifferenti ma contribuirono a salvare gli ebrei. Il primo maggio 1962 fu inaugurato a Gerusalemme, presso il mausoleo dello Yad Vashem, il viale dei Giusti che poi si allargò diventando il Giardino dei Giusti. Alla fine del 2007 erano stati riconosciuti 22.000 Giusti, e non essendoci più spazio per le piantumazioni venne costruito, nel Giardino dei Giusti, il Muro d’onore dove vengono scolpiti i nomi dei nuovi Giusti. Ci tengo a specificare come siano stati riconosciuti ufficialmente ventidue danesi Giusti tra le Nazioni, tuttavia potevano esserne riconosciuti a migliaia però la Resistenza e gli altri gruppi che contribuirono al salvataggio degli ebrei decisero di non far pervenire il loro nome allo Yad Vashem, poiché reputavano le loro azioni collettive e come normali atti da compiere in determinate circostanze.
Guardando all’esempio danese, pensa sia possibile, attualmente, intraprendere un modello politico basato sulla nonviolenza in grado di portare avanti battaglie umanitarie e di cambiare la situazione?
Sicuramente sì, però bisogna cominciare a parlare di più di nonviolenza anche nei mass media, per cominciare a costruirci una cultura e una coscienza collettiva intorno. Proprio per questo reputo estremamente importante e significativa l’esperienza dell’Eirenefest il Festival del libro per la pace e la nonviolenza. Al contempo devo constatare purtroppo come volte nella nostra società si assista ad un esaltazione della violenza. Anche nelle scuole si parla pochissimo di nonviolenza facendo passare che l’unica forma di resistenza possibile si attui con la violenza armata. Dal punto di vista politico si potrebbe cominciare attuando la nostra Costituzione che spesso viene vantata che non è mai stata davvero attuata. L’Italia infatti, come sappiamo, nonostante la Costituzione, vende armi a Paesi in guerra che spesso non rispettano nemmeno i diritti umani. Bisognerebbe investire sul serio sulla cooperazione internazionale e sui corpi di pace al fine di cercare di prevenire i conflitti armati. Collettivamente dovremmo far capire ai governi così come alle imprese, il bisogno di mettere da parte il profitto economico senza fine in favore dell’umanitarismo col fine di evitare molti conflitti armati.

 

 

In apertura: Gli autobus bianchi della croce rossa, che attraversano la Danimarca.
Qui sopra: Prigioniere ebree appena rilasciate da Ravensbrück, attraversano il
confine danese alla stazione di Padborg durante la loro fuga in Svezia. Aprile 1945, Padborg, Danimarca. Foto di Public Domain e tratte dal libro di Andrea Vitello edito da Le Lettere.

Gnegneismo unica strategia

Stilare un breve e veloce riassunto di questi ultimi dodici mesi forse risulta utile per avere le proporzioni del vittimismo, unica via strategia che accomuna tutti i partiti al governo e che infetta i suoi protagonisti principali.

Se la sono presa con i frequentatori di rave party come emergenza nazionali, non avevano ancora avuto il tempo di sfilare i cappotti. Se la sono presa con le banche colpevoli (hanno ragione) di lucrare sulla difficile congiuntura economica (e quindi sulle difficoltà dei cittadini) per poi ritirarsi presto dopo una telefonata della famiglia Berlusconi. Se la sono presa con il “gender”, con le famiglia gay e hanno partorito nuovi organi per decreto. Se la sono presa con l’Unione europea centinaia di volte in un solo anno per poi tornare sempre sui loro passi. Se la sono presa con la Germania, con la Francia (questo è un classico da quelle parti) per poi ammorbidirsi. Se la prendono con i giudici. Se la prendono con i poveri accusandoli di non voler lavorare poi hanno scoperto che sono poveri anche quelli che lavorano e quindi se la sono presa con i lavoratori poveri che non sono disposti a soffrire. 

Se la sono presa con gli italiani che vanno in vacanza all’estero, se la sono presa con i benzinai, se la sono presa con gli intellettuali, se la sono presa con i cantanti, se la sono presa con i migranti, se la sono presa con i giudici, se la sono presa con la Wagner colpevole dell’esplosione delle partenze poi quando hanno scoperto che le partenze arrivano dal loro amico Saied se la sono presa con il FMI perché non paga Saied. 

L’ultima puntata, di questi giorni, è prendersela con chi vorrebbe “un governo tecnico” ma non c’è nessuno che abbia mai pronunciato una frase del genere. “Non lo dicono ma noi sappiamo bene chi sono i nostri nemici”, dicono. E certo, come no. 

Buon lunedì.

La storia dell’arte è donna

La storia dell’arte delle donne sta diventando sempre più “virale” in rete, grazie al lavoro di giovanissime storiche dell’arte come la londinese Katy Hessel, autrice di un popolare podcast, seguitissima sui social, con l’hashtag #TheGreatWomenArtists.
Il suo entusiasmo contagioso e una grande capacità di coinvolgere lettori con una prosa diretta e immediata l’hanno portata anche in vetta alle classifiche editoriali inglesi e internazionali. Originalmente intitolato The Story of Art Without Men, il suo monumentale libro di 550 pagine si presenta in lingua italiana per Einaudi con il titolo ben più potente La storia dell’arte. Ed è già diventato anche da noi un caso editoriale. Il metodo di ricerca è in parte mutuato da un grande storico dell’arte come Ernst Gombrich, la cui prima edizione della Storia dell’arte nel 1950 tuttavia escludeva le donne mentre la sedicesima edizione (datata 1995) ne annoverava solo tre su ben 688 pagine. Ma Katy Hessel ha letto approfonditamente anche i libri di Linda Nochlin, a cominciare dal suo testo cardine del 1971 Perché non ci sono state grandi artiste donne? (pubblicato in Italia da Castelvecchi) e da lì ha preso la spinta per fondere ricerca storica rigorosa e battaglia sociale, dando voce e rappresentazione alle donne artiste che nella storia hanno fatto sperimentazione, in maniera originale, spesso fuori dal canone riconosciuto.

Plautilla Nelli, Ultima cena, particolare, da Wikipedia

Così la narrazione di Hessel parte dal Rinascimento (chissà perché – vorremmo chiederle – non dall’arte preistorica) inanellando storie da noi più conoshttps://left.it/wp-content/uploads/2023/10/Palutilla-Nell.jpgciute come quelle di Plautilla Nelli (1528-1588), annoverata anche da quel cultore di artisti maschi che fu Vasari (perché monaca molto apprezzata dall’aristocrazia fiorentina?), per incontrare poi la più laica Sofonisba Anguissola (1532-1625) protagonista alla corte di Spagna e Fede Galizia (1578-1630) che si auto-rappresentava in miniatura nel riflesso di prodigiose nature morte e a Giovanna Garzoni (1600-1670), che scelse la committenza laica dei Savoia, e dei Medici. Artista dalla raffinata ricerca visiva, si interessò alla arte Ming attraverso le sete e le porcellane che arrivavano dall’Oriente; è passata alla storia anche per il ritratto del principe etiope Zaga Christos, con cui intrecciò un rapporto di amicizia personale.
Diversamente da Self portrait (Einaudi) di Melania Mazzucco – di cui ci siamo ampiamente occupati su Left – il lavoro di Katy Hessel non vuole essere solo una galleria personale e di artiste di elezione, ma osa fare una sistematica trattazione storica e sociale dell’arte delle donne. Così ogni periodo artistico trova il suo spazio, e viene letto mettendo al centro la creatività delle donne, usandola come bussola, dal Rinascimento, al Rococò e al Barocco, per approdare poi al Neoclassicismo, al Realismo e alle avanguardie storiche.
Ogni epoca nel volume ha le sue eroine, perlopiù controcorrente. È interessante notare – e desta interrogativi come accennato altre volte – che mentre l’Ancièn Regime vide l’affermazione di artiste come l’indomita e ambiziosa Angela Kauffmann (1741-1807) e come Elisabeth Vigée Le Brun (1755-1842), la rivoluzione francese non promosse le donne artiste.

Colpisce poi la vicenda di Marie Bonoist, autrice del Ritratto di Madeleine nel 1800, una delle prime rappresentazioni di una donna nera. Originariamente intitolato Ritratto di una negra (in foto), il quadro fu dipinto sei anni dopo l’abolizione della schiavitù in Francia ( prima che Napoleone la reintroducesse nel 1802) «e la critica – scrive Hessel – ha suggerito che alludesse alla libertà» e che fosse stato d’ispirazione per la celeberrima immagine della Libertà di Delacroix che trent’anni dopo, analogamente, mostra la protagonista con il seno destro scoperto e un nastro rosso intorno alla vita e che ebbe ben altro successo. Altra vicenda interessante per comprendere i pregiudizi duri a morire verso l’arte delle donne è la vicenda di Marie Villerrs, autrice del celebre ritratto di Mariè du Val d’Ognes nel 1801 che divenne poi il simbolo di tante battaglie femministe, perché quel quadro fu acquistato per una cifra esorbitante solo perché fu creduto opera di David.
La storia intessuta da Katy Hessel – e anche per questo è importante – non riguarda solo la discriminazione delle donne sul terreno di una storia dell’arte per secoli tutta al maschile ma è ricchissima di esempi di artiste che hanno cercato una propria strada, sperimentando con coraggio fuori dal canone ufficiale. Così ecco Herriet Powers (1837- 1910), afroamericana nata in schiavitù in Georgia, che attraverso la realizzazione di originalissime trapunte seppe dare espressione creativa alla storia di tanti senza voce nella storia ufficiale.
Ecco la nativa americana Hopi Tewa Nampeyo (1859 -1942) che inventò una tecnica innovativa e seppe dare tridimensionalità ai suoi racconti in ceramica.

Hopi Tewa Nampeyo da wikipedia

Per arrivare al Giappone di Katsushika Oi (1800-1866), figlia del famosissimo Hokusai di cui fu collaboratrice, che seppe creare immagini di donna come la Ragazza che compone una poesia di notte, sotto i fiori di ciliegio (1850). «Sotto un cielo notturno, in un turbinio di stelle, illuminata da una lanterna», annota Hessel, forse cercando così una propria intimità, uno spazio di libertà. Ma ciò che abbiamo raccontato fin qui non è che assaggio di quel che Katy Hessel propone in questo suo affascinate libro, che attraversando anche le avanguardie, arriva fino ai giorni nostri. Il nostro consiglio è di tuffarsi in queste pagine magari andando a vedere le opere dal vero. Nei grandi musei come la National Gallery di Londra (raccontata anche in podcast da Hessel) ma anche in quelli più piccoli e imprevisti come quello di Ceresole d’Alba, in provincia di Cuneo. In una chiesa che è diventata meritoriamente spazio d’arte e non di culto apre il Mida Museo internazionale delle donne artiste con opere di Berthe Morisot, Susanne Valadon, Sonia Delaunay, Marina Abramovic, Jenny Holzer, Carmen Gloria Morales, Beverly Pepper, Rabarama, Zhang Hongmei, Xiao Lu, Washigha Rason Singh e molte altre.

 

In foto in apertura: Ragazza che compone una poesia di notte, sotto i fiori di ciliegio (1850) di Katsushika Oi da wikipedia

Perché è dannosa l’invenzione dell’assistente materna voluta dal governo Meloni

L’ultima proposta del governo Meloni è creare una nuova figura professionale, “l’assistente materna”. Da quanto hanno riportato vari quotidiani, questa nuova figura conseguirà il titolo professionale dopo un corso di 9 mesi, volto a dare quelle conoscenze che per il governo basterebbero per occuparsi della donna e del bambino nel post partum.
Secondo questo progetto l’assistente materna servirebbe a dare consigli su come cambiare un pannolino, come allattare, su cosa fare quando il bambino non smette di piangere, ovvero quando la puerpera “può andare in tilt”. E ancora, su come muoversi “in modo corretto” nella relazione. Altra “mansione” dell’assistente materna è osservare se la donna mostri segni di disagio, con l’intento di prevenire la sindrome depressiva post partum. Questa nuova figura, secondo il governo Meloni, non necessita della laurea, in quanto è stata pensata per compensare o integrare quella rete familiare che, specie nelle grandi città, non porta più utili e pratici consigli alle neomamme.

Come pediatre, psicologhe e pedagogiste vorremmo approfondire il pensiero che si nasconde dietro questa proposta, che viene da un governo che millanta da mesi di voler dare sostegno alle famiglie, senza mai citare una volta la figura paterna; come se la donna fosse sempre sola, continuando a proporre, tra le righe, un tipo di rapporto madre-figlio esclusivo. Questa mentalità, da millenni, grava sui vissuti delle neomamme, che culturalmente sarebbero ancora coloro che danno l’identità al bambino.
Con l’assistente materna viene proposto un tipo di aiuto volto alla soddisfazione dei bisogni, e temiamo che le operatrici formate con un breve corso di formazione non siano in grado di cogliere le esigenze materne e del bambino, in un periodo estremamente delicato e vulnerabile della vita di entrambi.
Con questa nuova professione, il governo Meloni, pensa di prevenire la sindrome depressiva post partum, semplicemente aiutando la mamma a sentirsi meno stanca, evitandole di “andare in tilt” insegnandole a “fare le cose nel modo corretto”.
Dietro questo modo di vedere e proporre la relazione madre-figlio, c’è una totale negazione dell’identità dei due protagonisti della nascita: si nega la donna, relegandola al solo ruolo materno e si negano i vissuti del neonato. Viene proposto e promosso un servizio meramente assistenziale, che rischia di portare a percentuali ancora più elevate le patologie perinatali e, da quanto emerge dagli ultimi studi, anche i padri, alla nascita dei loro bambini, vengono coinvolti nell’esordio di patologie psichiche.
Per prevenire le patologie perinatali e riconoscere i primi segni di malessere, servono professionisti competenti, con conoscenze approfondite della mente dell’adulto e del bambino, che sappiano in che modo entrare in relazione e nella relazione madre-figlio, che forniscano gli strumenti adeguati a promuovere lo sviluppo psico-fisico del bambino, permettendogli la naturale propensione alle autonomie. Lavorare a questo livello, significa prevenire e promuovere la salute mentale, che è un diritto, fin dalla nascita, per il bambino e per i genitori.
Queste figure professionali sono già esistenti: l’ostetrica, il pediatra, la pedagogista familiare, la puericultrice, lo psicologo, l’educatore domiciliare, la terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva (TNPEE), che interviene nei casi di parti pretermine o di patologie che possono mettere a rischio lo sviluppo motorio del bambino. Sono tutte professioni che ruotano attorno a questo momento della vita della donna, del bambino e della famiglia, operando a vari livelli e con competenze diverse.
Figure che esistono da decenni e che con competenze diverse sostengono, prevengono e accompagnano la scoperta di una relazione del tutto nuova e che, in alcuni casi, possono sostenere la donna se dovesse sviluppare una depressione – talvolta silente – che necessariamente coinvolgerà anche la salute del bambino.
Una fondamentale azione preventiva viene svolta anche dalle educatrici degli asili nido, figure che a livello culturale e istituzionale non vengono ancora riconosciute nella loro professionalità, attribuendo ancora agli asili nido la sola funzione di custodia.
Alla luce di queste considerazioni, riteniamo che non possano essere messi sullo stesso piano l’accudimento fisico della madre e del bambino, con l’attenzione e l’osservazione di quelle dinamiche relazionali più profonde, che possono portare a sviluppare patologie depressive nei genitori, con il rischio di conseguenze anche serie sul bambino.
Ci domandiamo poi, se il governo del “merito”, abbia minimamente a cuore la salute mentale della donna, del bambino e del padre, o se abbia come obiettivo solo la necessità di fare propaganda per incentivare le nascite, in quanto molto preoccupato della carente natività della propria patria, nonostante arrivino da tutto il “globo terracqueo” minori e giovani che vengono definiti “di altre etnie”, pur appartenendo tutti alla specie umana.
Se la natalità si è ridotta, forse è necessario analizzare vari fattori: le coppie progettano la nascita di un figlio come realizzazione del loro rapporto, ma a volte questo progetto non è realizzabile per le difficoltà economiche e lavorative che gravano sul nostro Paese.
Il messaggio che il Governo Meloni vuole far passare è che il problema della ridotta natalità si possa risolvere grazie ad interventi di tipo assistenziale, di basso livello professionale, anziché analizzare i cambiamenti sociali e generazionali degli ultimi ottant’anni, in cui il ruolo della donna nella società è completamente cambiato. Ricordiamo, che le donne hanno progetti di studio e di realizzazione professionale, che allungano i tempi di “desiderio di maternità” e che si può essere donna realizzata anche senza mettere al mondo un figlio.
Proponiamo che si debba pensare ad una nuova cultura dell’identità della donna e del bambino. Il rispetto della nascita di un essere umano, si basa soprattutto nel riconoscere che il bambino ha una sua identità, distinta da quella materna e che va accudito perché in-potenza, e non per riempire vuoti “etnici”.
La relazione madre-figlio è caratterizzata da continui rapporti e separazioni che fanno crescere. C’è un prima e un dopo, prima c’è il feto, poi c’è il bambino. L’uno solo realtà biologica, l’altro, realtà biologica e realtà non materiale, sempre fuse, la mente è corpo e il corpo è mente.
Se la donna non realizza queste differenze, può perdere il rapporto profondo con il proprio bambino. Qui, può nascere la crisi.
Il bambino, sentendo l’assenza psichica della madre vive e si nutre di un rapporto deludente, che lo fa stare male. Non s’insegna come far smettere di piangere un bambino, si può far capire ad una madre che il bambino sente gli affetti che lo circondano e risponde con il linguaggio del corpo.
Fra le tante cose che in questo spazio non possiamo argomentare, è importante accennare che negli ultimi trent’anni c’è stata una idealizzazione dell’allattamento materno, come unica panacea per la realizzazione del benessere psico-fisico del bambino e della relazione madre-neonato. È passato il messaggio che ogni difficoltà e tensione del lattante, possono essere risolte attraverso la proposta del seno, oggetto parziale, che annulla in toto la realtà interna della madre.
È importante invece capire che la relazione affettiva tra madre e bambino, non passa attraverso il canale alimentare, ma attraverso tutte le percezioni-sensazioni che il bambino vive con il corpo, sentendo l’intenzionalità affettiva di chi lo accudisce. La capacità d’immaginare, grazie alla sensibilità del corpo, porta il bambino alla ricerca di una corrispondenza di sensibilità.
Questo, è il vero motivo per il quale cerca il seno, cerca l’umano. Se trova questa corrispondenza le percezioni-sensazioni si trasformano in memorie, pensieri per immagini.
Il pensiero evolutivo permette al neonato di aumentare la forza del corpo e della mente e, alla fine del primo anno di vita, potrà separarsi da chi gli ha permesso di sopravvivere, e acquisire così la propria identità unica e personale.
Riteniamo che sia difficile sperare che l’assistente materna, con un corso accelerato di 6-9 mesi, possa essere preparata a comunicare la complessità di certe dinamiche di rapporto che pretendono anni di studio e di preparazione, per evitare che s’istauri quel rapporto di identificazione con i propri genitori, che è l’unico che questa cultura ancora propone, negando la donna e il bambino.
Alla luce di questi principi teorici, troviamo fondamentale discostarci da un discorso assistenzialistico per continuare a proporre una cultura della prevenzione, promuovendo la salute mentale della donna, del bambino e del papà. Questo discorso, all’attuale governo piace poco, perché se veramente venisse attuata una prevenzione primaria e secondaria, le casse del Governo dovrebbero reclutare operatori qualificati, creando lavoro adeguatamente remunerato. Dietro la facciata di una proposta che accoglie le esigenze delle donne madri, in realtà si cela l’ennesimo finto tentativo di rispondere ad un’emergenza sociale, basti pensare ai bambini dimenticati in auto o al caso di Alessia Pifferi, la madre che era convinta che lasciare un biberon di latte al proprio figlio di pochi mesi, fosse sufficiente per tenerlo in vita per giorni, nonostante la sua assenza.
Riteniamo, quindi, che sia necessaria la tutela dei professionisti già esistenti, appartenenti al mondo sanitario e pedagogico, che vadano incrementati i consultori familiari e che il mondo della perinatalità debba essere lasciato ai professionisti titolari di laurea, competenti per anni di studio e di tirocinio, al fine di una maggiore tutela del bambino e della genitorialità.

*

Le autrici: Silva Stella è pediatra e psicologo clinico
M. R. Serena Vinci è pedagogista famigliare

A sostegno di tali considerazioni, di seguito riportiamo le firme dei professionisti del settore perinatalità e area infanzia:

Dott.ssa Bernardini Arianna, Psicologa e Psicoterapeuta
Dott.ssa Biagi Daniela, Psicologo Clinico e Psicoterapeuta
Dott.ssa Boschi Giada, Educatrice di Asilo Nido
Dott.ssa Calesini Irene, Medico Psichiatra-Psicologo Clinico- Psicoterapeuta
Dott.ssa Forti Federica, Psicologa dello Sviluppo-Psicoterapeuta
Dott.ssa Giordano Francesca, Medico- Psicologo Clinico-Psicoterapeuta
Dott.ssa Lauretti Serena, Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE)
Dott.ssa Soccorsi Giulia, Logopedista
Dott.ssa Tamburrelli Melissa, Educatrice di Asilo Nido
Dott.ssa Terenzi Gabriella, Psicologo Clinico-Psicoterapeuta
Dott.ssa Terenzi Irene, Ostetrica-Docente
Dott.ssa Zand Rosette, Medico-Specialista in Puericultura-Pediatra di libera scelta

Foto di Deutsche Fotothek‎, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7955863

La memoria ritrovata dell’infanzia in Amazzonia

Scritto e diretto da Antonio La Camera, e prodotto da PlayLab Films, Las Memorias Perdidas de los Árboles è stato presentato in anteprima mondiale alla 80esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove è stato premiato come miglior film cortometraggio nell’ambito della Settimana Internazionale della Critica. Le prossime proiezioni, dopo Udine il 3 ottobre, il 10 a Trieste e il 16 a Bolzano.

Attraverso il dialogo immaginario tra due alberi, e la rievocazione di memorie antiche risalenti all’infanzia, in Las Memorias Perdidas de los Árboles affronta tematiche importanti. Racconta di dolore, di solitudine e di depressione come di «qualcosa che colpisce e trascina negli abissi», ma anche di anaffettività. «Sapevo come ti sentivi ma non ho avuto il coraggio di parlarti…ho lasciato che scomparissi».

Cosa ha significato per lei realizzare il film nella foresta amazzonica peruviana e cosa ha potuto sperimentare in quei luoghi che altrove, probabilmente, non sarebbe stato possibile?

Avere avuto la possibilità di girare nella foresta amazonica peruviana è stata sicuramente un’opportunità unica per lasciarsi tutto alle spalle e “ricominciare”, allontanarsi fisicamente e spiritualmente dalla propria quotidianità, facendo tabula rasa per lasciare spazio al nuovo.
Detto ciò, essendo cresciuto nella Calabria rurale in realtà mi sono sentito subito a mio agio nella foresta nella quale ho passato molto tempo da solo, sia di giorno che di notte. E in quei momenti di solitudine, in un ambiente così primordiale e misterioso, la nostra possibilità di ascolto interiore si amplifica e siamo più propensi a connetterci col nostro inconscio e a sentire (non solo con l’udito) l’ambiente che ci circonda.
Tutto ciò credo sia possibile in qualsiasi ambiente naturale, che sia la foresta amazzonica peruviana o le montagne del Pollino. La vera unicità sta nel riuscire a ritagliarsi questi momenti sempre più messi da parte nelle nostre quotidianità, quando invece sono imprescindibili per conoscersi e capire effettivamente quello che ci fa stare bene o meno.

Ciò che colpisce maggiormente nel film è la capacità delle immagini di comporre un linguaggio, di raccontare una storia, anche laddove il senso non viene affidato alla parola. Giochi di luci, ombre, suoni e colori che, rievocando forse i primissimi giorni di vita e allontanandosi dalla mera riproduzione della realtà, sembrano parlare ad ognuno di noi. Quanto la tecnica è stata di aiuto per arrivare a questo potente risultato?

In ogni opera, la parte tecnica che dà vita alla forma stessa dell’opera riveste ovviamente un ruolo fondamentale. Senza di essa il contenuto non può prendere vita e l’opera non esisterebbe. La mia esperienza mi ha portato nel corso del tempo a confrontarmi in prima persona con tutti gli aspetti tecnici che compongono la nascita di un film: dalla fotografia al montaggio, passando per il suono fino ad arrivare agli effetti visivi. Questo mi ha sempre dato modo di lavorare in maniera organica alle mie opere avendo la possibilità di sovrapporre le fasi di pre-produzione, produzione e post-produzione che di solito sono separate in maniera abbastanza rigida. Soprattutto in questo caso specifico, avere la capacità tecnica di girare e montare il materiale immediatamente facendo nel mentre una bozza di sound design e di color, mi ha dato la possibilità di avere un’idea più chiara di quello che stava nascendo, di correggere eventuali errori in corso d’opera e di sperimentare in maniera libera assecondando l’istinto. Credo che seguendo un processo tecnico e produttivo più canonico sarebbe stato molto più complesso e per certi versi impossibile realizzare la stessa opera, anche perché nei mesi successivi al workshop ha cambiato diverse forme prendendosi un tempo che sarebbe impensabile in un contesto canonico. Avere avuto invece la possibilità tecnica in prima persona di “prendermi cura” di tutta questa fase, di provare, sbagliare, riprovare e sbagliare ancora, mi ha dato la possibilità di spingere al massimo il materiale fino a farlo arrivare alla sua forma definitiva.

Due fratelli e una sorella, i giovanissimi protagonisti. E poi, la riflessione su “ciò che resta”, quasi una sorta di lascito: è la speranza che, attraverso rapporti umani validi – come sembra suggerirci la scena finale – sia sempre possibile ritrovare e riconquistare il tempo dell’infanzia. Cosa l’ha spinta a raccontare questa storia?

Nella storia c’è tanto del mio vissuto personale con mio fratello e più in generale del mio rapporto col “non detto” e con i sensi di colpa. La spinta che ha portato alla nascita della storia è stata molto istintiva come spesso accade quando hai poco tempo (in questo caso specifico il tempo del workshop) e si è messi con le spalle al muro senza poter stare troppo a pensarci su. In questi contesti credo che le parti più nascoste del proprio vissuto, se si è disposti ad ascoltarle, escano fuori con forza e, senza che ce ne rendiamo conto, iniziano a manifestarsi nelle opere che mettiamo in scena. A me capita spesso di capire molto tempo dopo il vero senso e la spinta motrice che ha portato la nascita di un’idea e per certi versi mi sentirei in difetto se sapessi tutto in modo esatto già all’inizio del processo, togliendomi così la possibilità di poter scoprire in corso d’opera quello che sta accadendo.

«Nell’oscurità nella quale vagavo, ho visto le ombre grigie di memorie che non sapevo di aver perduto». Sono pochi i dialoghi presenti nel film, ma emerge cuna loro autentica poeticità. Che rapporto ha con la scrittura?

Il mio rapporto con la scrittura è molto conflittuale. Di tutte le fasi che portano alla nascita di un’opera cinematografica è per me la più complessa e sofferta, anche perché è il momento in cui le possibilità sono sterminate e capire dove si sta andando diventa una sfida. In questo caso c’è stata sia una fase di scrittura strutturale preliminare (fatta più che altro di appunti sparsi poi riorganizzati), ma soprattutto una fase di scrittura post riprese, che si è mossa in parallelo alla fase di post-produzione e che è durata diversi mesi. Soprattutto come calibrare i dialoghi, il peso da dare a ogni singola parola, è stato un processo che ha richiesto molto tempo, dove da un lato l’obiettivo era quello di creare un contrappunto narrativo alle immagini e di convogliare una dimensione emotiva, dall’altro c’era anche la volontà di non attingere a un vocabolario inutilmente complesso ma di restare con la parola il più semplici e sinceri possibile. In questo senso, la straordinaria capacità di esaltare la semplicità del quotidiano di Ungaretti è stato un faro da seguire durante la fase di scrittura.

Nel 2022  lei è stato ammesso all’esclusivo CreatorsLab: “una conversazione” è il tema da sviluppare nel workshop. Ed è qui che, sotto la supervisione di Apichatpong Weerasethakul, Palma d’oro al Festival di Cannes 2010, realizza Las Memorias Perdidas de los Árboles. Quanto è stato decisivo il confronto con questo maestro del cinema contemporaneo per riuscire a raccontare in un modo così coraggioso la storia che aveva in mente?

Il rapporto con Api (così lo chiamavamo durante il workshop) è stato decisivo nel nostro sentirci liberi di raccontare quello che sentivamo. Di base durante il workshop lui non entra mai troppo nel dettaglio del progetto dando suggerimenti o consigli troppo specifici: quello che fa è molto più interessante. Riesce a creare uno spazio creativo stimolante, dove ci si sente liberi di poter condividere le proprie idee e soprattutto se stessi, liberi da ogni giudizio e privi di qualsiasi forma di competizione che si sarebbe facilmente potuta creare dato che eravamo 50 registi in totale. Eppure nulla di tutto ciò è mai accaduto proprio grazie all’enviroment “protetto” che Api riesce a creare. Ogni giorno meditavamo dalle 6 alle 7 del mattino, dopodiché si aprivano lunghe conversazioni inerenti temi specifici. In alcuni casi più che un workshop di cinema sembrava di essere immersi in una seduta di psicoterapia di gruppo. Api ci ha condotto in un viaggio fisico e spirituale, aiutandoci ad entrare in contatto con delle parti molto profonde di noi stessi, mettendo in discussione quello che il cinema può essere e guidandoci con gentilezza e curiosità verso dimensioni espressive che potessimo sentire più vicine ai nostri mondi interiori e possibilmente distanti dai nostri riferimenti cinematografici che, volenti o meno, ci influenzano in continuazione.

Non sprechiamo l’occasione delle Europee, diamo voce a chi dice no alla guerra

Pubblichiamo l’opinione dell’economista Pier Giorgio Ardeni sulle elezioni europee del 2024. È passato un anno dacché la destra postfascista è salita al governo del Paese raccogliendo quei 12 milioni di voti che già aveva ottenuto in coalizione nel 2018, sottraendoli a Lega e Forza Italia, ma la sinistra italiana pare essere ancora in stato di coma farmacologico, tra il Pd e i suoi alleati che ne hanno persi un milione e mezzo e i 5 Stelle cui ne sono andati 6 milioni in meno. Tutti elettori che, evidentemente, per non «turarsi il naso» o darli a Calenda e Renzi hanno preferito stare a casa, totalmente disillusi. Eppure, ragioni per ritrovare il senso e la direzione di marcia ce ne sarebbero, con l’Italia che va a pezzi, sfibrata, tanto più che il governo pare tirare a campare – al di là degli annunci – tra l’incompetenza del suo personale e le pulsioni revansciste e reazionarie che ne animano il cuore torbido.

Nel Pd, l’elezione alla segreteria di Elly Schlein ha risvegliato qualche passione, animando desiderata e velleità forse più all’esterno che all’interno del partito, il cui apparato è uscito sconfitto dalla partita giocata con Bonaccini. Una Schlein “movimentista” e “radicale” sembra aver risvegliato più l’appetito dei suoi detrattori a destra e nei media – dal Corriere ai fogli di Angelucci, con le tv al seguito – che nei suoi sostenitori nel partito, i quali non sembrano riuscire a fare altro che farle eco, invece di proporre riflessioni serie e approfondite sui temi sul tavolo. Che l’agenda sociale italiana sia caldissima come non mai non pare stuzzicare né l’apparato del partito né gli intellettuali “di area” che per lo più latitano. Per un partito che doveva “rifondarsi” o quanto meno “ripensarsi” le idee, le proposte politiche e le questioni poste negli ultimi mesi paiono davvero poca cosa, un intangibile cicaleccio di consistenza nulla che non fa ben sperare.

C’è stata, vivaddio, una “iniziativa” sul salario minimo, qualche presa di posizione sui migranti, sulla sanità. Ma se un partito non riesce a farsi promotore di discussione, portando i temi al centro dell’agenda, in una prospettiva che vada oltre il quotidiano, vuol dire che dietro non c’è che il nulla. Un comitato elettorale che riesce solo a vivere in funzione delle prossime elezioni, ossessionato dal posizionamento e dai tatticismi, mentre quelli che dovrebbero essere i suoi referenti nella società sono ormai lontani, usciti dall’orizzonte. A chi sta parlando il Pd di Elly Schlein se non agli stessi a cui aveva parlato fino ad oggi? Perché anche Elly Schlein, va detto, ancora non ha fatto sparire il sospetto che il giorno che tornerà al governo quel partito non riproporrà le stesse ricette che gli hanno fatto perdere negli ultimi quindici anni 5 milioni di voti.

A sinistra, liste e raggruppamenti in cerca d’autore non riescono a trovare un’identità e le lezioni della storia recente non paiono servire, né essi sembrano imparare da ciò che si fa in Francia o in Spagna. Sinistra Italiana, raccolto il minimo indispensabile per entrare in parlamento sotto l’ala del Pd, non ha riconoscibilità, così come non l’hanno i Verdi, che non riescono ad uscire dal ruolo di “testimonianza” nel quale sono intrappolati.
Unione Popolare, nata come lista tra Rifondazione comunista e Potere al popolo, dietro al portavoce Luigi De Magistris, raccogliendo appena 400mila voti, passato un anno non sembra capace di maturare e lontana pare essere la possibilità che diventi un soggetto politico serio in grado di raccogliere consensi oltre la limitata base dei militanti. Il pregiudizio identitario prevale sulla strategia politica. Per l’unico raggruppamento che si era dato una caratterizzazione in aperto contrasto con l’impostazione neo-liberista del Pd, pare non esserci altro all’orizzonte che la protesta che, però, non si traduce in azione politica. Ci sarebbero decine di questioni sulle quali Up potrebbe trovare una voce comune e concrete possibilità di trasformare il disagio in proposta, ma troppe sono le scorie puriste perché l’idea di fare fronte unitario con altri possa farsi strada. E la sua presenza nel panorama politico italiano è evanescente.

Nessuno sembra capire, a sinistra, che è ora di cambiare registro e rotta di fronte alla deriva sovranista e militarista, in cui è la destra, ora, che si fa garante dell’atlantismo. Con le elezioni europee si offre un’opportunità, favorita dal meccanismo elettorale proporzionale e dal fatto che qualunque convergenza non dovrà necessariamente avere ricadute sul piano politico nazionale. L’Italia ha bisogno di far sentire la voce degli italiani, che sono in maggioranza contrari alla guerra. Un diverso ruolo dell’Europa sullo scenario internazionale, un diverso ruolo nella Nato, un’Europa che privilegi l’equità al rigore dell’austerity, che torni ad essere «sociale». Michele Santoro e Raniero La Valle hanno scritto un appello che ha ricevuto molte adesioni, il cui obiettivo è quello di una Lista elettorale «contro la guerra ma non pacifista» rivolta ad un ampio spettro di associazioni. Potrebbe avere i numeri per “sfondare” e andare a rafforzare in Europa il fronte di chi si oppone a questa Ue bellicista e filo-americana. Santoro non sarà forse un grande leader politico, ma l’occasione parrebbe propizia. Eppure, le sinistre varie tentennano, perché, si sa, per alcuni è più importante distinguersi che fare causa comune. Così, un anno è passato e un altro passerà.

L’autore: Pier Giorgio Ardeni è professore ordinario di Economia politica e dello sviluppo all’Università di Bologna

A Roma, sabato 30 settembre (dalle ore 16) al Teatro Ghione si terrà l’Assemblea per la pace, la terra e la dignità. Info qui

Usa, il governo fa causa ad Amazon

Il 26 settembre la Federal Trade Commission (Ftc), l’agenzia del governo federale che si occupa di concorrenza, e una coalizione bipartisan di procuratori generali di 17 Stati americani hanno fatto causa ad Amazon per concorrenza sleale. L’accusa sostiene nelle 172 pagine del fascicolo della causa che il colosso fondato da Jeff Bezos (che oggi vale più di mille miliardi di dollari), di fatto goda di un regime di monopolio illegale sul settore della vendita al dettaglio online (controlla l’82% del mercato Usa), soffocando la concorrenza e distorcendo il mercato attraverso l’utilizzo di una serie di tattiche punitive e coercitive nei confronti di centinaia di migliaia di venditori. Il procedimento (frutto di un’inchiesta avviata nel 2019) costituisce il più grande attacco al gigante dell’e-commerce e uno dei più grandi mai intentati finora nei confronti delle Big Tech, che secondo la Ftc hanno eluso il controllo normativo per decenni.
La causa della Ftc contro Amazon – come simili recenti e storiche controversie antitrust contro altri giganti della tecnologia – dovrà affrontare un duro percorso perché ci vuole molta certezza prima che il governo degli Stati Uniti blocchi una società statunitense. Gran parte del pubblico, insieme a media e ricercatori, condivide la sensazione che i giganti della tecnologia come Amazon, Google, Apple, Facebook e Microsoft (seppure in competizione tra di loro) siano “troppo grandi” e potenti e dovrebbero essere contrastati e regimati. Ma questo non basta per vincere una causa antitrust: occorrono prove dettagliate secondo cui le pratiche di un’azienda hanno aumentato i prezzi per decine di milioni di consumatori, bloccato i concorrenti e soffocato l’innovazione. Spetterà ora a un giudice federale a Seattle nello Stato di Washington decidere se il caso e le prove sono abbastanza forti da stabilire che Amazon dovrebbe essere responsabile per danni o “rimedi strutturali”, come limiti alla sua condotta o addirittura ad uno smembramento in società più piccole per gestire in modo separato le proprie linee di business. Supponendo che la causa non venga respinta o abbandonata prima che raggiunga un processo, probabilmente ci vorranno diversi anni per essere portata in tribunale, il che significa che passeranno anni prima di sapere quale sarà il suo impatto. Per vincere la Ftc deve dimostrare che:

1. Amazon detiene un monopolio in mercati specifici. La causa della Ftc definisce due mercati in cui Amazon ha un “monopolio durevole”: il “mercato dei superstore online” (“the Everything Store”) che collega i venditori esterni agli acquirenti sulla piattaforma, e il “mercato dei servizi del mercato online”;
2. Amazon ha utilizzato i suoi poteri di monopolio per danneggiare consumatori e concorrenti. La Ftc espone accuse dettagliate secondo cui, ad esempio, la “condotta di esclusione anti-sconto” di Amazon aumenta artificialmente i prezzi (fissando il prezzo minimo) e le sue regole per i venditori possono “costringerli” a utilizzare i suoi servizi di evasione ordini. Amazon punirebbe le aziende che usano la sua piattaforma e che vendono altrove articoli a prezzi inferiori, abbassando il ranking dei loro prodotti sul sito. Attraverso le tattiche di Amazon, la Ftc sostiene che i venditori aumentano i prezzi su mercati online alternativi “per paura di sanzioni da parte di Amazon” o per “evitare sanzioni”.

Inoltre, Amazon costringerebbe i venditori ad utilizzare il suo costoso servizio logistico (Fulfillment-by-Amazon) per accedere ai clienti dell’abbonamento Prime (che tra le altre cose consente spedizioni più rapide). A queste due accuse principali si aggiunge anche quella secondo cui Amazon imporrebbe ai venditori delle commissioni per la pubblicità (visibilità e posizionamento) dei propri prodotti sulla piattaforma che sono particolarmente costose (la FTC afferma che molti venditori pagano quasi il 50% delle loro entrate ad Amazon quando tutte le commissioni vengono combinate). Il risultato di queste interconnesse tattiche anti-competitive (la causa include 20 addebiti) sarebbe il mantenimento di prezzi più alti per i consumatori, su Internet anche al di fuori della piattaforma di Amazon.
“Amazon è un monopolista che usa il suo potere per aumentare i prezzi per i consumatori statunitensi e per addebitare commissioni molto alte a centinaia di migliaia di altri venditori”, ha dichiarato John Newman, vicedirettore dell’ufficio concorrenza della Ftc. “Raramente nella storia del diritto antitrust statunitense una causa potrebbe beneficiare così tante persone”, ha aggiunto. Secondo la FTC, le presunte pratiche anticoncorrenziali portano a un servizio clienti degradato su Amazon, a risultati di ricerca che preferiscono i prodotti Amazon rispetto ai concorrenti e a commissioni più elevate per i venditori su Amazon.
Quella contro Amazon non è la prima né sarà l’ultima delle cause intentate contro una Big Tech. Ma a finire alla sbarra con la creatura di Jeff Bezos è un business da 1.300 miliardi di dollari che con oltre 1.2 milioni di dipendenti (non sindacalizzati) e oltre 300 magazzini/centri logistici in 45 Stati è il secondo più grande datore di lavoro privato negli Stati Uniti.
Inoltre, il procedimento è un test cruciale per l’amministrazione Biden, che punta a limitare il potere dei colossi del digitale. In queste settimane, infatti, il dipartimento di Giustizia sta seguendo un processo antitrust contro Google (per abuso di posizione dominante nella ricerca online) in corso in un tribunale di Washington, DC, mentre la FTC ha intentato una causa anche contro Meta, che possiede Instagram, Facebook e WhatsApp.
Amazon però è considerato il “pesce grosso” e al suo inseguimento l’amministrazione Biden ha nominato Lina Khan, presidente dell’organismo antitrust, nota per aver pubblicato nel 2017 un articolo intitolato Amazon’s antitrust paradox in cui sosteneva che le leggi americane non erano riuscite a frenare l’ascesa di un’azienda che aveva di fatto stabilito un monopolio illegale nel settore della vendita online, accumulando un potere incontrastato su clienti, concorrenti e fornitori. «La nostra denuncia espone come Amazon abbia utilizzato una serie di tattiche punitive e coercitive per mantenere illegalmente i suoi monopoli», afferma la Ftc in una nota secondo cui «Amazon punisce i venditori che fanno sconti pesanti rendendoli ‘effettivamente invisibili’ nei risultati di ricerca e costringendo i venditori a utilizzare la sua costosa rete logistica». «Nel complesso, questa linea di condotta auto-rafforzante blocca ogni importante via di concorrenza», afferma la denuncia. «Con il suo potere di monopolio consolidato, Amazon sta ora ottenendo profitti di monopolio senza intaccare – e anzi accrescendo – il suo potere di monopolio». Molti piccoli venditori hanno dato il loro appoggio alla causa della Ftc.

Amazon respinge tutte le accuse
È probabile che gli avvocati di Amazon metteranno in discussione ogni ipotesi, definizione e numero delle 172 pagine presentate dalla Ftc, motivo per cui i processi antitrust sono noti per la loro lunghezza e la loro mancanza di drammaticità.
«La causa dimostra che la Ftc si è allontanata dalla sua missione di proteggere i consumatori e garantire la concorrenza», ha dichiarato David Zapolsky, vicepresidente senior delle politiche pubbliche globali e consigliere generale di Amazon. «il ricorso presentato dalla Ftc è sbagliato dal punto di vista sostanziale e legale, e non vediamo l’ora di presentare le nostre argomentazioni in tribunale», ha aggiunto. «Le pratiche che la Ftc sta sfidando hanno contribuito a stimolare la concorrenza e l’innovazione nel settore della vendita al dettaglio e hanno prodotto una maggiore selezione, prezzi più bassi e velocità di consegna più rapide per i clienti Amazon e maggiori opportunità per le numerose aziende che vendono nel negozio Amazon», ha scritto Zapolsky.
Secondo Amazon, da una eventuale vittoria della Ftc nella causa deriverebbero prezzi più alti e consegne più lente per i consumatori, danneggiando le aziende, «l’opposto di ciò che la legge antitrust è progettata per fare».

Consumatori in trappola
Il commercio online dovrebbe essere un settore dinamico, ma è dominato da un’unica azienda. La Ftc ha già avuto a che fare con Amazon in passato. Nel giugno scorso ha presentato una denuncia contro l’azienda per aver ingannato e «intrappolato i consumatori» con la registrazione per l’abbonamento Prime (che raggruppa insieme molti servizi disparati nel vasto impero di Amazon, dalla spedizione allo streaming), che si rinnova automaticamente ed è difficile da cancellare (per questo caso sono stati denunciati anche tre dirigenti di Amazon).
La Ftc ha anche contestato Amazon per il mancato rispetto della privacy: nel maggio scorso l’azienda ha accettato di pagare più di $ 30 milioni per risolvere le accuse legate alle sue videocamere di sicurezza Ring e agli altoparlanti intelligenti Alexa.
Da quando ha assunto la guida della Ftc Lina Khan ha subito alcune sconfitte in tribunale. A luglio un tribunale federale ha respinto il ricorso della Ftc contro l’acquisizione del gigante dei videogiochi Activision Blizzard da parte di Microsoft, per $ 69 miliardi. In precedenza era stato respinto un ricorso contro l’acquisizione di Within, una startup di fitness per la realtà virtuale, da parte di Meta, proprietaria di Facebook.
La nuova causa è molto importante per Khan, che si è fatta conoscere in ambito accademico per aver messo in discussione l’efficacia delle leggi antitrust nell’era digitale nel suo articolo del 2017. La sua era una replica a un’opera fondamentale dello studioso conservatore Robert Bork, secondo la quale le autorità incaricate di garantire la concorrenza dovrebbero rinunciare a perseguire le aziende a meno che non sia dimostrato un chiaro rischio di aumento dei prezzi, con conseguenze negative per i consumatori. L’approccio di Bork incentrato sul «benessere del consumatore» – solitamente indicato attraverso quanto i consumatori devono pagare per i beni – è stato adottato per decenni dal governo e dai tribunali, favorendo la concentrazione delle imprese. Nelle 96 pagine del suo articolo, Khan aveva sostenuto che gli effetti dannosi delle pratiche commerciali monopolistiche di Amazon si estendono ben oltre il costo delle merci, danneggiando la concorrenza e i consumatori nei molteplici mercati che domina o in cui opera (spedizioni/logistica, cloud computing, web services, streaming, generi alimentari e sanità).
Nel giugno 2021 il presidente Joe Biden ha nominato Khan alla guida della Ftc. Lo stesso anno Amazon ha presentato un ricorso alla Ftc, chiedendo che Khan non si occupasse di questioni antitrust che riguardavano l’azienda, sostenendo che non fosse imparziale.

foto della sede di Amazon scattata da Joe Mabel, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73808200

Italiani nostalgici in trasferta

A proposito di italiani all’estero. Due giovani di 24 anni hanno avuto la formidabile pensata di andare in Germania, fare il saluto nazista, riprendersi ovviamente con il loro cellulare e credere che le regole siano lasche come quelle italiane. Il fatto è accaduto all’Oktoberfest di Monaco di Baviera dove, come riporta il sito Tz, sono stati fermati dagli addetti alla sicurezza intorno alle 17.45 locali su uno dei viali dell’evento dopo essere stati sorpresi a fare l’Hitlergruss, il saluto nazista. 

La sicurezza ha trattenuto i due giovani per consegnarli alla polizia locale che ha denunciato i giovani italiani in trasferta per aver utilizzato simboli anticostituzionali. Poiché da quelle parti i nostalgici nazisti vengono presi tremendamente sul serio i due giovani sono stati trasferiti in custodia cautelare in attesa di incontrare il giudice che deciderà se confermare la detenzione.

I contorni della vicenda stridono con il lassismo italiano, dove negli ultimi mesi abbiamo assistito a diverse assoluzioni per lo stesso gesto e dove la politica e un certo pensiero diffuso credono che i simboli nazisti (e fascisti) siano sciocchezze da affrontare con il sorriso.

La differenza sostanziale tra l’applicazione della legge in Germania e ciò che accade qui in Italia consiste nella consapevolezza della vergogna di un periodo storico su cui no, non c’è niente da ridere. 

Anche perché se dovessimo applicare la legge tedesca dalle nostre parti il primo a poter finire sotto processo sarebbe un presidente del Senato, pensandoci bene.

Buon venerdì.

La strage nazifascista di Marzabotto e la resistenza dei partigiani di Stella Rossa

Gli eccidi perpetrati dai nazifascisti dal 29 settembre al 5 ottobre 1944 nella zona di Monte Sole, sull’appennino tosco-emiliano, nei territori degli attuali comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana Morandi, furono tra i più efferati ai danni della popolazione civile. Il tragico bilancio fu di 770 morti di cui 217 bambini, 132 anziani e 392 donne. Claudio Bolognini, autore del romanzo partigiano Stella Rossa (Red Star Press, 2023), ricostruisce per Left quei giorni drammatici.

Settembre 1944, Appennino tosco-emiliano.
La Quinta Armata americana e l’Ottava Armata britannica premono sulla Linea Gotica. Il sistema difensivo tedesco pare abbia i giorni contati. Gli Alleati sono giunti a una manciata di chilometri dalla zona di Monte Sole, dove è asserragliata la brigata partigiana Stella Rossa. I partigiani possono scorgere con il cannocchiale le truppe alleate, ma in mezzo ci sono i tedeschi.
In un’area a sud-ovest di Bologna si è acquartierata la 16ª Divisione “Reichsführer-SS”. La Divisione è costituita da truppe responsabili di stragi di ebrei in Unione Sovietica e unità adibite alla sorveglianza nei campi di concentramento. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre, il maggiore delle Waffen-SS Walter Reder raduna il suo battaglione esplorante nei pressi della valle del Setta. Il piano d’attacco viene illustrato dal maggiore Helmut Loos, del servizio spionaggio e controspionaggio delle SS. La missione consiste in un’operazione di rastrellamento e annientamento di partigiani e civili.
La popolazione è fuggita dalla vallata rifugiandosi sulle colline per timore di violenze da parte dei tedeschi in ritirata. Sono soprattutto vecchi, donne e bambini, e pensano che la loro manifesta debolezza li protegga naturalmente. E poi sulle alture ci sono i partigiani della Stella Rossa e si sentono protetti. Conoscono bene gli uomini della brigata, sono quasi tutti del posto e tra loro ci sono figli, fratelli, padri, mariti, fidanzati, amici e compagni di scuola.
Le quattro compagnie del battaglione di Reder si dislocano lungo il torrente Setta per iniziare la manovra di accerchiamento. Il maggiore Reder ha avuto l’incarico dal generale Max Simon, comandante supremo della 16ª Divisione “Reichsführer-SS”. Il generale Simon aveva già ordinato stragi di civili in Toscana, la più cruenta a Sant’Anna di Stazzema.
La brigata Stella Rossa, capeggiata dal comandante Lupo (Mario Musolesi), combatte con tenacia i nazifascisti e compie azioni di sabotaggio alle vie di comunicazione. L’ordine che giunge dal comando tedesco recita: “La resistenza partigiana deve essere infranta senza riguardo ai civili”.

La strage
Il battaglione esplorante di Reder deve attaccare da est verso occidente, inoltrandosi verso Monte Termine e Monte Sole. È stato attrezzato un treno corrazzato per cannoneggiare la zona e proteggere l’operazione.
Le truppe si spostano in silenzio oltre la strada principale in Val di Setta. Reder resta al casolare del comando per dirigere via radio le operazioni. Gli uomini incaricati del rastrellamento hanno mappe aggiornate e, con l’aiuto di spie fasciste, individuano ogni sentiero e casolare.
Il comandante Lupo e il vicecomandante Gianni (Giovanni Rossi) sono con altri partigiani nel vicino casolare di Cadotto. Tutti credono che i tedeschi si stiano preparando alla ritirata, ma la rete di informatori dei partigiani si è sfaldata e nessuno comunica loro i movimenti delle truppe.
Alle ore 6 del mattino di venerdì 29 settembre 1944, le quattro compagnie di Walter Reder si mettono in marcia.
Il massacro ha inizio.
Cadotto viene attaccato, il comandante Lupo ucciso, il vicecomandante Gianni ferito e i civili trucidati. Senza la guida del Lupo la brigata Stella Rossa è allo sbando. I pochi partigiani che rimangono sul terreno di battaglia sono costretti a ritirarsi: troppa differenza di uomini, mezzi e armamenti. La brigata ha solo armi leggere e vecchi moschetti con poche pallottole, non ha più ricevuto armi e munizioni dagli Alleati e non possono far altro che ripiegare.
Il massacro continua.
La popolazione atterrita cerca di salvarsi dalla violenza delle SS. Fugge terrorizzata dai casolari in fiamme e cerca rifugio nelle chiese. Vengono però profanati anche i luoghi sacri. Nella sola chiesa di Cerpiano, quarantaquattro persone indifese, in maggioranza donne e bambini, trovano morte nella cappella. Non vengono risparmiati nemmeno i preti. Don Marchioni viene fucilato ai piedi dell’altare della chiesa di Casaglia e i fedeli massacrati nell’adiacente cimitero. Decine di civili vengono sterminati senza pietà davanti alla chiesa di San Martino. Don Casagrande viene ammazzato insieme alla sorella. Don Giovanni Fornasini viene ucciso dalle SS dietro il cimitero di S. Martino mentre cerca di dare sepoltura a dei cadaveri martoriati.
Al termine di quei terribili giorni non c’è più vita in tutta la zona. I pochi superstiti, feriti e affamati, vagano nei rifugi di fortuna e nei boschi. Case, scuole, chiese, cimiteri e poderi sono distrutti. Ogni paese, frazione, borgo o casolare conta i suoi morti. Vengono trucidati persino donne incinte e anziani inabili. Centinaia di corpi giacciono insepolti e davanti alle stalle agonizzano animali squartati. I campi e i sentieri sono minati, molti cadaveri sono imbottiti di esplosivo e qualcuno è saltato in aria cercando di seppellire i corpi. Per fare la conta dei morti, non riuscendo a ritrovare tutti i cadaveri, si esaminano gli elenchi dell’anagrafe per un raffronto con i sopravvissuti.
La più grande strage nazifascista in Italia si è consumata in 115 luoghi diversi nei territori dei comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana. Il bilancio finale dell’eccidio è di 770 vittime di cui 217 bambini, 132 anziani e 392 donne.
Una comunità intera è stata distrutta, e con essa un’antica cultura.
L’eccidio di Monte Sole si rivela un massacro pianificato. Una strategia ben collaudata dai nazisti in Italia. Lo scopo evidente è terrorizzare la popolazione civile per stroncare il sostegno attivo alla Resistenza.

I processi
Nel 1946 i primi processi vedono la condanna di due fascisti coinvolti nella strage (Lorenzo Mingardi e Giovanni Quadri). Il primo con la pena di morte, poi commutata in ergastolo. Il secondo con 30 anni, poi ridotti a dieci e otto mesi. Entrambi vengono in seguito liberati per amnistia.
Nel 1947 viene processato il feldmaresciallo Albert Kesselring (comandante supremo di tutte le forze tedesche in Italia) e condannato a morte, sentenza trasformata poi in ergastolo. Viene rilasciato nel 1952 senza aver mai rinnegato la sua lealtà a Adolf Hitler.
Il generale Max Simon viene processato a Padova e condannato a morte, sentenza poi commutata con il carcere e trasferito in Germania per scontarvi la pena. Viene liberato nel 1954.
Nel 1951 il maggiore Walter Reder viene condannato all’ergastolo con sentenza confermata nel marzo del 1954. Nel 1964 Reder si appella al sindaco di Marzabotto per ottenere il perdono dei sopravvissuti e ottenere la libertà. La comunità si esprime con un referendum: 288 votanti, 282 voti contrari al perdono, 4 a favore, una scheda bianca e una nulla. Un altro referendum nel 1984 ribadisce la contrarietà al perdono. Nel 1985 il governo Craxi decide la liberazione e lo rimpatria in Austria. Nel gennaio 1986, Reder dichiara al settimanale Die ganze Woche: «Non ho bisogno di giustificarmi di niente» e ritratta la richiesta di perdono del 1964.
Il maggiore Helmut Loos non viene mai ricercato e muore di vecchiaia a Brema il 19 agosto del 1988.

L’armadio della vergogna
Nel 1994 vengono rinvenuti 695 fascicoli presso la Corte militare d’appello di Roma. Recano il timbro ARCHIVIAZIONE PROVVISORIA, ma la data è del 14 gennaio 1960. I fascicoli sono nascosti in un armadio girato verso il muro, da allora denominato Armadio della vergogna. I documenti contengono notizie di ufficiali delle SS responsabili di crimini di guerra. Il ritrovamento permette un nuovo processo contro 17 imputati della 16ª Divisione “Reichsführer-SS”. Si può così giudicare chi ha compiuto attivamente e con consapevole adesione l’eccidio. Il processo vede le vibranti e commoventi testimonianze di alcuni sopravvissuti e parenti delle vittime del massacro.
Il 13 gennaio 2007 il Tribunale Militare di La Spezia ha condannato all’ergastolo dieci imputati per l’eccidio di Monte Sole.

Nella foto (dal libro di Claudio Bolognini Stella rossa, Red Press Star), i partigiani della Brigata Stella Rossa nella zona di Monte Sole. Da sinistra a destra, Adriano Lipparini, Pierino Bolognesi, Gino Gamberini, Rino Cristiani, Giuseppe “Pippo” Venturi e Sergio Beccucci

 

IL ROMANZO STELLA ROSSA

Claudio Bolognini, bolognese, autore di diversi libri dedicati a momenti conflittuali della storia politica e sociale italiana (tra cui uno con Fabrizio Fabbri sulla strage di Reggio Emilia del 1960), ha scritto Stella Rossa ispirandosi alla storia vera della leggendaria brigata partigiana che tenne in scacco i nazifascisti sull’Appennino tosco-emiliano. Uno dei protagonisti del libro, scandito da un ritmo concitato che ben restituisce il clima di quei giorni, è Paolo, un ragazzo finito in prigione per reati comuni e che viene liberato dai partigiani il 9 agosto 1944 dal carcere di San Giovanni in Monte insieme ai loro compagni di resistenza. Attraverso lo sguardo di Paolo, che per la prima volta viene a contatto con i partigiani e i loro ideali, si dipana la storia di Stella Rossa. Uomini e donne, storie d’amore di morte, tra i casolari sperduti sull’Appennino e la minaccia dei nazisti affiancati dalle odiose spie repubblichine. Il libro Stella rossa sarà presentato il 5 ottobre (ore 18) alla Casa della conoscenza di Casalecchio di Reno (Via Porrettana 360). Con l’autore dialogherà il giornalista Giorgio Tonelli (red).