In provincia di Bergamo, a Zingonia, è stato istituito il cosiddetto Pronto soccorso a pagamento, naturalmente non riguardante i codici rossi, aperto dal Policlinico San Marco del gruppo privato San Donato di cui è dirigente Fabrizio Pregliasco che il Pd aveva candidato alle regionali in Lombardia per contrastare il presidente Fontana.
Quello del Policlinico San Marco non sarà purtroppo l’unico pronto soccorso a pagamento, ne stanno aprendo altri a Brescia e Milano. È l’ultimo dei segnali di privatizzazione della sanità che ormai è diventata una triste realtà. Se sei ricco quindi paghi e ti curi, gli altri poveri mortali invece passeranno ore e ore nei pronto soccorso degli ospedali pubblici. Il pacchetto di visite costa 149 euro non comprensivi di ulteriori indagini eventualmente necessarie (esami ematici e strumentali).
La Lombardia devastata dai tagli alla sanità pubblica ormai da 30 anni, con la sanità territoriale distrutta, colpita in pieno dalla pandemia da Covid, continua imperterrita la sua politica sanitaria, purtroppo con la maggioranza della popolazione che ha dato ancora fiducia alla classe politica di destra e che oggi si accorge delle lunghe liste di attesa, della carenza dei medici di base, della perenne carenza del personale infermieristico non adeguatamente retribuito. Mentre il personale medico lascia gli ospedali pubblici per fare il “gettonista” con cooperative private guadagnando molto di più.
E la Lombardia si inventa anche il pronto soccorso a pagamento
Se un governo se la prende con dei bambini
Partiamo da un dato di realtà: prima della pandemia si è assistito ad una progressiva e significativa diminuzione dei reati commessi dagli adolescenti, a livello internazionale. La diminuzione è arrivata al 50% in alcuni Paesi tra gli adolescenti di età compresa tra i 14 e i 15 anni e al 65% tra i preadolescenti di 12-13 anni. Di converso, è oramai noto che stiamo assistendo ad una anticipazione della pubertà. Basti pensare che verso la metà dell’Ottocento le ragazze entravano in età puberale mediamente a 15 anni, mentre ora il primo menarca compare verso i 12 anni, seguite dai maschi con un distacco di circa due anni. Gli studi di neuropsichiatria infantile e gli studi sullo sviluppo in età adolescenziale hanno dimostrato una “immaturità fisiologica” negli adolescenti, tanto che, proprio per questo, dato l’approccio strettamente organicista ivi vigente, anche la Suprema corte degli Stati Uniti, nel 2005 (caso Roper vs Simmons) ha abolito la pena di morte per i minorenni. Un altro dato significativo risiede, inoltre, nel fatto che gli attuali adolescenti tendono più al ritiro sociale (vedi in proposito libro Hikikomori di Dell’Erba, Padrevecchi, Zulli, L’Asino d’oro) che alla trasgressione ed entrano nel mondo adulto con maggiore ritardo rispetto a prima.
La psichiatra Francesca Fagioli: «Nessuno è violento per natura»
Docente della scuola Bios Psychè, la psichiatra e psicoterapeuta Francesca Fagioli ha dedicato molti anni alla ricerca e al lavoro in una struttura pubblica per casi di acuzie nell’età adolescenziale. Ci siamo rivolti a lei per capire cosa sta accadendo nel mondo dell’adolescenza, quali sono le forme in cui si esprime il disagio e la patologia oggi e se la prospettiva del carcere prospettata dal governo Meloni per i minorenni che delinquono non sia una soluzione peggiore del male. Ecco cosa ci ha risposto.
Alla luce della sua lunga esperienza, professoressa Fagioli come è cambiato il panorama negli ultimi anni, c’è una maggiore incidenza di casi di autolesionismo e di tentativi di suicidio come si legge sui giornali in particolare dopo la pandemia?
Con la pandemia molti adolescenti sono rimasti intrappolati in un lockdown emotivo oltre che fisico, di chiusura tra le mura domestiche che progressivamente ha portato a una chiusura in se stessi. La perdita di quelle relazioni fondamentali per la strutturazione di un processo identitario e cioè la scuola, lo sport, le feste tra amici, i concerti etc ha messo a dura prova il benessere dei ragazzi. Il mondo è diventato sempre più virtuale e chiedere aiuto è diventato sempre più complicato. Vari studi sulla popolazione adolescenziale hanno evidenziato un aumento dei sintomi ansioso-depressivi, autolesionismo e tentativi di suicidio con un incremento degli accessi in pronto soccorso e ricoveri nei reparti psichiatrici. Dopo un’iniziale calma apparente, i servizi di salute mentale per i giovani, hanno vissuto un’esplosione con la necessità di fornire risposte non solo al giovane bisognoso ma anche alla sua famiglia e alla scuola che frequenta.
La rivoluzione del No
Se un pubblico ministero dice che un uomo può picchiare una donna per ragioni culturali e di tradizione significa che la legge ha fallito? No, perché la legge è uguale per tutti, ossia applicata a tutti in modo uguale, a prescindere dalle tradizioni o dalla cultura che si ha, a prescindere dai pensieri del colpevole della vittima, che sono irrilevanti. Allora dobbiamo pensare che il problema è la cultura, il pensiero dell’uomo sull’uomo che ha fallito. O meglio il pensiero dell’uomo sulla donna. Il pensiero non detto è l’idea che la violenza sia accettabile, compatibile con la legge, compatibile con i diritti umani stabiliti dalla Costituzione. C’è il pensiero che la donna sia naturalmente inferiore all’uomo e va bene che sia violentata, va bene che le sia fatta violenza per ragioni “di tradizione”.
Un’osservazione: la violenza verso gli animali e verso gli esseri umani sono molto diverse. La violenza verso gli animali si potrebbe dire non essere violenza: noi mangiamo gli animali. Ecco allora giustificare una violenza sulle donne vuol dire molto semplicemente che la donna non sarebbe in realtà un essere umano. Quante volte avete sentito dire, in particolare da religiosi, che le donne sono come animali? Quante volte avete sentito la favoletta che il bambino non è ancora un essere umano, è subumano, è polimorfo perverso, ha un animale dentro di sé che va controllato ed educato (non istruito ma educato: non a caso parlano sempre di educazione mai di istruzione che viene semmai dopo). La ribellione delle donne iraniane, il movimento Donna vita libertà è un unicum della storia.
Il salario minimo è indispensabile. È a rischio la coesione sociale
Mentre una sentenza della Cassazione ha stabilito che bisogna garantire il «salario minimo costituzionale» dopo il ricorso di un dipendente di una cooperativa di vigilanza, l’Assemblea del Cnel il 4 ottobre ha affossato la proposta di legge sul salario minimo presentato dalle forze di opposizione (con il solo voto contrario della Cgil). Sul tema del salario minimo ecco il parere del presidente della Municipalità 8 del Comune di Napoli.
Torna in Parlamento la discussione sul salario minimo. La Conferenza dei capigruppo ha calendarizzato per il prossimo 17 ottobre la discussione in Aula. Dal punto di vista di chi vive ed amministra un territorio, il lavoratore è solo, privato della rete di tutele giuslavoristiche che progressivamente, nel corso degli anni, sono state affievolite. Le lavoratrici e i lavoratori di questo Paese vivono tempi duri. Una delle ragioni, ma non l’unica, di questa macchina di povertà sociale diffusa è l’assenza di un salario minimo.
In Europa 21 Paesi su 27 dispongono di un salario minimo. In Germania il salario, dal 1° maggio 2023, viene aumentato a 13,90 euro e al 1° dicembre 2023 a 14,15 euro. In Spagna il salario minimo è aumentato dell’8% per il 2023.
Dai dati Eurostat emerge che in Italia l’11,7% dei lavoratori dipendenti riceve un salario inferiore ai minimi contrattuali, dato ben al di sopra del 9,6% di media Ue. Più di un lavoratore su dieci, pur avendo un regolare contratto di prestazione lavorativa, arranca a far quadrare i conti; alla categoria di working poors oramai appartengono i lavoratori e le lavoratrici di più settori.
La stessa Banca centrale europea parla espressamente degli importanti effetti che avrebbe l’aumento di salari minimi (minimum wages) ai fini della crescita aggregata dei salari, cioè l’introduzione di una legge che rafforzasse il salario nel suo margine minimo, avrebbe impatti positivi anche sui gradi di salario prossimi al minimo.
Tale questione, nel nostro Paese ha assunto i caratteri dell’urgenza ed è per questo che bisogna ritenere imprescindibile che nessun lavoratore possa ricevere una retribuzione oraria inferiore a 9 euro l’ora.
Dalla metà degli anni 80 fino agli inizi degli anni 90 in Italia si consumò lo scontro sulla scala mobile, uno strumento, caducato, che permetteva automaticamente l’indicizzazione dei salari in funzione dell’aumento del costo della vita. Il processo di impoverimento dei salari quindi parte da lontano fino ad arrivare ad oggi. Nella congiuntura che stiamo vivendo, l’urgenza di introdurre una forma di tutela salariale è data anche dalle due crisi che hanno impattato sul potere di acquisto dei lavoratori.
La crisi post-covid e la guerra Russo-ucraina hanno pesantemente inciso sul potere d’acquisto dei salari.
Altra importante e sfavorevole congiuntura è il colpo di spugna dato al Reddito di cittadinanza che vedeva tra i suoi fruitori anche lavoratori appartenenti proprio alle categorie di working poors, cioè con salari così bassi da non raggiungere nemmeno l’importo della misura di sostegno; un lavoratore su tre guadagna meno di 1000 euro al mese, il 23% dei lavoratori guadagna meno di 780 euro al mese (l’importo del rdc per un nucleo monocomponente).
È necessario lanciare un salvagente a chi, oggi, annega nel mare della povertà diffusa, ma ciò può avvenire rifondando un diritto del lavoro che deve contrastare quei processi di spoliazione e riconfigurazione dei diritti a ribasso che sono stati parte importante nei processi di disgregazione sociale che hanno caratterizzato la nostra post modernità. Sul territorio l’impatto della destrutturazione delle tutele del lavoro è devastante. I tantissimi che piombano nei vortici della povertà non riescono più a guardare al futuro con senso di fiducia, e come forse ovvio ritenere, una popolazione sfiduciata, impaurita, demotivata, sempre più adusa ad abitare le zone grigie del lavoro povero o irregolare, è un elemento che incide fortemente sulla crisi della democrazia. Abbiamo il dovere di fare i conti con questa dura consapevolezza per cambiare strada.
L’autore: Nicola Nardella, avvocato, è presidente della Municipalità 8 del Comune di Napoli
Sulla decretazione d’urgenza ha perso la pazienza perfino la maggioranza. Immaginatevi noi
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si era raccomandato: basta con i decreti omnibus. Il governo quindi ieri ha pensato di farne votare uno. Non solo: in una Repubblica fiaccata da anni da una decretazione d’urgenza che utilizza le maggioranze parlamentari come pulsantificio il governo Meloni è riuscita a battere un record arrivando a sette decreti nell’ultimo mese sfondando il primato precedente che si era fermato a cinque.
Ieri al Senato s’è votata una legge che avrebbe dovuto occuparsi di processi penali e civili in cui si parla anche di tossicodipendenze, di interventi sulla cultura, di pubblica amministrazione e, per non farsi mancare nulla, anche di piromani.
Ha perso la pazienza perfino il presidente della Commissione Affari Istituzionali Alberto Balboni che fa parte del gruppo di Fratelli d’Italia, partito di maggioranza e della presidente del Consiglio. E’ facile immaginare cosa ne pensino gli altri, quelli che dall’opposizione hanno come unica possibilità l’opporsi via stampa o in piazza poiché in questo Parlamento non c’è spazio per parlarne.
«Qui ripetiamo la solita nenia e così anche la nenia diventa prassi. Propongo a tutte le opposizioni di andare tutti insieme da Mattarella, magari il 22 ottobre, quando il governo compie un anno», ha detto ieri Riccardo Magi di +Europa invitando tutti i leader dell’opposizione a bussare al presidente della Repubblica perché intervenga. Ci andranno, certo, con qualche imbarazzo poiché anche loro al governo hanno seguito la stessa solfa. Qui la prima pietra non la scaglia nessuno.
Buon giovedì.
Nella foto: la presidente del Consiglio firma il patto anti inflazione, 28 settembre 2023 (governo.it)
E alla fine arrivarono i manganelli
E alla fine arrivarono, previsti, anche i manganelli. Dopo la violenza che c’è nel criminalizzare i poveri, nel rivittimizzare coloro che si mettono in mare per scappare dalla fame e dal piombo e dopo quella che c’è verso chiunque non sia allineato è arrivata la violenza fisica contro gli studenti. Vale la pena ricordare che sono gli stessi studenti a cui è stato promesso un Pnrr che avrebbe sensibilmente migliorato le loro vite e le loro possibilità di studio. Non sta andando così.
Gli studenti manganellati ieri a Torino sono ragazzi giovanissimi a mani nude, non incappucciati, perfettamente riconoscibili. La loro criminalizzazione sui quotidiani di oggi sono manganellate aggiuntive, questa volta su carta.
Si dice in queste ore che gli scontro con gli studenti ci sono sempre stati. È vero. Ma la Polizia eccede con il manganella quando è consapevole che il governo di turno tifa per le legnate e sarà disposta a difenderle se non addirittura a premiarle. Che l’Italia sia tra gli 86 Paesi che secondo Amnesty International usano illegalmente la forza come risposta a proteste pacifiche per questi è addirittura un vanto.
Ci sarebbe da capire chi difendesse la Polizia: Giorgia Meloni? La presidente del Consiglio ieri a Torino non è mai stata lontanamente in pericolo. Agitavano i manganelli perché i giovani “hanno rotto il cazzo”, come diceva quell’ispettore di Polizia ripreso in un video?
La differenza più rilevante però è l’esibizione fiera della propria insofferenza verso la piazza. «Se le contestazioni sono dei centri sociali lo considero perfettamente normale. Anzi, mi ricorda che sono dalla parte giusta della storia», ha detto Meloni. Come dire “abbiamo vinto noi e quindi dovete stare zitti”. Il senso di democrazia.
Buon mercoledì.
Il vero dramma della sanità
Da quando c’è il governo di destra a causa delle sue politiche sparagnine, la sanità improvvisamente è diventata un bene da salvare. Esattamente come il rinoceronte nero dell’Africa occidentale. Infatti a sinistra, come dimostrano manifestazioni e tanti comitati, tutti vogliono giustamente salvare la sanità.
Il problema è che soprattutto il centro sinistra chiede di salvare la sanità così come è, cioè a contraddizioni, a criticità, a disfunzioni, a squilibri, ma soprattutto a controriforme invarianti.
Cioè chiede di salvare il rinoceronte nero ma senza cambiare nulla di ciò che lo sta condannando all’estinzione. Il centro sinistra, alla vigilia della seconda legge di bilancio del governo Meloni, che, per la seconda volta, ci dice che la sanità non è una priorità e chiede di rifinanziare la sanità come in passato come pura spesa storica (La nota di aggiornamento del documento di economia e di finanza Nadef 2024-2026 prevede un taglio di due miliardi alla Sanità ndr).
Ma la sanità ammesso che oggi stia veramente affogando solo per colpa di Meloni, in realtà se affogasse non affogherebbe a causa del suo sotto finanziamento. Sono decenni che la sanità è sottofinanziata e nessuno si è mai posto il problema di salvarla dal centro sinistra e meno che mai nessuno è andato in piazza per motivi molto più seri come la controriforma dell’art 32, del titolo V e della legge 833 che ha istituito il Ssn ndr.
Se la sanità oggi dovesse davvero affogare, essa affogherebbe a causa di una lunga serie di politiche sbagliate e in particolare quelle fatta dal centro sinistra negli anni passati.
Per salvarla, con un governo di destra che di sanità come dimostra il suo ministro, non sa praticamente nulla, oggi quindi non bastano i soldi pur necessari sia chiaro (ammesso di trovarli) che chiedono tutti ma ci vorrebbe una vera riforma in grado di rimettere la sanità in sesto, riforma che però, al di là delle chiacchiere, nessuno vuole fare e nessuno chiede di fare.
Ciò che si chiede è solo il rifinanziamento del sistema dato. E che finanziamento. La Cgil infatti chiede al governo Meloni di garantire alla sanità 50 miliardi divisi in 10 rate di 5 miliardi ciascuna, il Pd più o meno la metà (20 miliardi divisi in 5 rate). Tutti chiedono al governo di allineare la nostra spesa sanitaria semplicemente a quella europea quindi più o meno chiedono, nella crisi che abbiamo, 40 miliardi e quindi di adeguare la spesa sanitaria al 7,5% del Pil
A parte la plausibilità finanziaria di questa rivendicazione, ma chiedere tutti questi soldi senza giustificarli con una riforma soprattutto per il centro sinistra è un autogol che di sicuro ci dice una cosa triste che, al centro sinistra, alla fine del rinoceronte nero non interessa poi così tanto. Ciò che gli interessa è rifinanziare il sistema di interessi che esso ha costruito fino ad ora soprattutto per mezzo delle le sue orrende controriforme.
Oggi la sanità di fatto è soprattutto fortemente squilibrata cioè: ha compromesso i suoi rapporti con l’economia, diventando solo un costo; ha perso per strada la prevenzione cioè il discorso della salute per cui le malattie continuano a crescere; ha aperto le porte alla privatizzazione cedendo alle teorie neoliberiste dell’universalismo selettivo e del secondo pilastro; ha costretto la gente a pagare per curarsi (più di 40 mld di out of pocket) cioè a pagare ciò che dovrebbe avere gratis per legge.
Per non parlare dello stato organizzativo dei suoi servizi, ospedali e non solo, che a causa della penuria di operatori e dell’incapacità delle aziende è a dir poco pietoso. In particolare in certe regioni del nostro Paese.
Oggi le devastanti controriforme neoliberiste fatte al tempo dell’Ulivo negli anni 90 dal centro sinistra di governo, presentano il conto. Sono un boomerang che ci ritorna in testa.
Esse hanno azzoppato il diritto fondamentale alla salute (articolo 32 della Costituzione) riducendolo con le aziende da diritto fondamentale a diritto potestativo, subordinandolo di fatto alla più cinica speculazione finanziaria Quel che è grave è che la speculazione finanziaria è stata addirittura fiscalmente agevolata a spese dello Stato proprio dal centro sinistra al punto come ha detto di recente l’Ocse da rendere tutto il sistema sempre più finanziariamente insostenibile, talmente insostenibile da imporre la questione del rapporto privato/pubblico come “questione strategica”.
Oggi è a causa dell’Emilia Romagna che ha voluto le aziende al posto delle Usl imponendole a tutto il Paese e di Rosi Bindi che ha permesso l’assistenza sostitutiva e di Matteo Renzi che in nome del welfare on demand ha voluto il welfare aziendale (legge 502, legge 229 e Job act), che per il bilancio dello Stato il costo della sanità a causa della sua privatizzazione è cresciuto enormemente.
Oggi scoppia quindi come una bomba l’enorme questione della complessità della sanità, quella dei processi lunghi che da decenni ne stanno decomponendo la natura di bene pubblico e quindi l’enorme questione della sua irriducibilità, nel senso che a fronte di uno sfaldamento strutturale del sistema è vano farvi fronte come propone il centro sinistra e il governo di destra solo con interventi tampone e pannicelli caldi e qualche mancetta.
Ma con l’emergere della grande complessità si mostra il vero dramma della sanità di cui nessuno parla: il centro sinistra naturalmente è pronto generosamente a salvarla dal rischio di affogare andando in piazza, ma esso purtroppo nella grande complessità che nel tempo si è creata dimostra di non essere in grado di nuotare.
Esso, compreso il sindacato, in questi anni si è abituato alle acque basse, al piccolo cabotaggio ad accudire l’orticello dei propri interessi politici, a sistemare ogni cosa con piccoli compromessi.
Il centro sinistra oggi sopraffatto dalla complessità anche creata dai suoi errori alla fine si riduce a rivendicare dal governo solo una prestazione finanziaria cioè una % di spesa in rapporto al Pil.
Ma niente riforma. Nel centro sinistra e a destra oggi nessuno saprebbe come farla (problema dell’ignoranza) ma soprattutto nessuno la vuole (problema della scelta politica).
Per cui prima o poi, l’art 32 e la sanità pubblica, probabilmente affogheranno per davvero.
L’autore: Ivan Cavicchi, esperto di politiche sanitarie e saggista, è docente all’università Tor Vergata di Roma Di recente ha pubblicato Sanità pubblica addio (Castelvecchi editore)
I disertori di Lampedusa
Oggi di loro non ci sarà nessuno. Nessun rappresentante del governo ricorderà a Lampedusa la strage di dieci anni fa in cui morirono 368 persone al largo dell’Isola dei conigli affondati a pochi metri dalla costa che avrebbe significato la loro salvezza.
Giorgia Meloni e i suoi hanno deciso di disertare anche il ricordo, consapevoli che il popolo di Lampedusa non ha nulla a che vedere con la narrazione di un Paese dal cuore duro che “disincentiva i salvataggi in mare”, come candidamente ha confessato il responsabile alla cultura (!) di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone.
Oggi a Lampedusa non ci sarà il ministro all’Interno Matteo Piantedosi, colui che distingue gli “africani” dai “tunisini” poiché infantilmente divide il mondo tra amici e nemici. Non ci sarà Matteo Salvini che ancora bolle per non avere guadagnato un posto al sole in questa guerra ai disperati preferibilmente neri.
“Arrivano tutti, da ogni parte del mondo, anche dalle Nazioni Unite, ma nessuna notizia da Palazzo Chigi e dintorni”, ha commentato con amarezza al Corriere della Sera Tareke Brhane, un tempo approdato da clandestino, poi assunto come mediatore, oggi presidente del Comitato che organizza la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, istituita formalmente dal Senato nel 2016.
A Strasburgo il Parlamento europeo oggi è riunito in sessione plenaria per commemorare i morti prima della sessione di mezzogiorno. Certo, c’è molta ipocrisia. Ma almeno c’è la dignità di non scappare.
Buon martedì.
Nella foto: la Porta d’Europa a Lampedusa illuminata alla mezzanotte del 3 ottobre in memoria di tutte le vittime del Mediterraneo (pagina fb Comitato tre ottobre)
Per approfondire, il libro di Left “Lampedusa isola aperta” a cura di Stefano Galieni. Per acquistarlo qui











