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Non abbandoniamo gli anziani nelle Rsa

Alla cerimonia funebre nel Duomo di Milano per le sei vittime dell’incendio scoppiato nella “Casa di riposo dei coniugi” il 21 luglio di questa rovente estate, c’era poca gente. Eppure l’amministrazione comunale aveva proclamato il lutto cittadino. Al clamore e alla commozione suscitati dalle dirette televisive che raccontavano l’intervento dei vigili del fuoco, l’apprensione dei familiari dei 173 ospiti della struttura, la concitazione degli operatori impegnati a salvare persone e cose, è subentrato il silenzio, il repentino abbandono della notizia, il disinteresse generale. Certo, la magistratura continua ad indagare per accertare le responsabilità di chi, in due lunghi anni, non ha trovato il tempo di rimettere in funzione i sensori anti-fumo, gli impianti anti-incendio, i sistemi di allarme andati in tilt, ma questo “incidente”, ultimo di una lunga serie, dimostra quanto sia precaria e vulnerabile la condizione degli ospiti delle strutture cosiddette protette. Dopo ogni incidente, versate le consuete lacrime di coccodrillo, sembra che ci sia fretta di dimenticare, di cambiare discorso. Invece è più che mai importante approfondire la discussione sulle residenze sanitarie assistite (Rsa) e sugli oltre 300 mila anziani/e che attualmente vi soggiornano.

Perché l’ultimo miglio della nostra vita deve essere appaltato a privati che lucrano sulla vecchiaia? Perché molti anziani devono andare in un “mortuaire” (obitorio), come con triste e appropriata ironia, gli anziani e le anziane francesi chiamano la casa di riposo? Che cos’è la residenza per anziani se non la riproposizione in chiave moderna dell’ospizio? Chi scrive abitava da bambino a Catanzaro in una via dove c’era l’ospizio e ricorda i lamenti e le urla strazianti delle persone rinchiuse in quelle mura. In seguito ho appreso che l’ospizio era una delle “istituzioni totali” – al pari del manicomio, dell’orfanatrofio, del carcere, del riformatorio -, luoghi di segregazione finalizzati a tutelare la comunità da individui ritenuti pericolosi o “incapaci” di badare a sé stessi (anziani, pazzi, orfani, ladri, ecc.). La reclusione in uno di questi istituti, che hanno avuto il loro periodo d’oro nel XIX e XX secolo, voleva dire perdere ogni rapporto col mondo esterno, essere cancellati dalla vita civile, diventare invisibili. Nella seconda metà del novecento, grazie alle grandi battaglie sui diritti, le cose sono senza dubbio cambiate, ma per una sorta di riflesso condizionato tendono continuamente a riprodursi. Forse che, ancora oggi, nelle Rsa non è violata sistematicamente la dignità e la libertà di persone deboli e indifese? Non è forse calpestato il diritto alla vita privata e, in alcuni casi, lo stesso habeas corpus?

Sono ormai innumerevoli le relazioni dei carabinieri del Nas e i procedimenti giudiziari che documentano un quadro di degrado di centinaia Rsa, nelle quali sono stati trovati cibi e farmaci scaduti, rilevate carenze igienico-sanitarie, anche nella preparazione dei pasti, riscontrati casi di maltrattamento, di omissione di soccorso, di abuso nella somministrazione dei farmaci. Una realtà che contraddice il contenuto delle invitanti brochure in cui viene pubblicizzata un’assistenza di qualità in posti dotati di comfort di ogni genere e, magari, immersi nel verde. A Milano, la notte dell’incendio, c’erano solo cinque infermieri (su 173 ospiti) e nessun medico. L’assistenza quotidiana degli anziani è prevalentemente affidata a pochi operatori, scarsamente qualificati e sottopagati. Sempre più spesso sono lavoratori stranieri (migranti latino-americani e dell’est europeo), reclutati tramite apposite agenzie. Una forma di reclutamento che dalle Rsa si sta propagando all’intero sistema sanitario, per la strutturale carenza di personale. Inoltre, il sistema di accreditamento di questi istituti è del tutto inadeguato e inefficiente, anche per una colpevole disattenzione delle amministrazioni regionali, competenti in materia. Mancano i controlli, numerose strutture (circa 700, secondo alcune stime) operano senza autorizzazione e al di fuori di qualsiasi convenzione con gli enti locali. Non si conosce nemmeno il numero esatto delle Rsa, comunque denominate.

L’istituzione Rsa, dunque, non risponde ai bisogni degli anziani perché promuove quello che dovrebbe essere evitato: la dipendenza, l’abbandono e l’isolamento, le malattie, i contagi (ricordiamoci della pandemia). Rappresenta una risposta culturalmente e socialmente arretrata, e ciononostante gode di buona salute, forte di un fatturato di 15mila miliardi a livello europeo. Il mondo delle Rsa è in mano a società multinazionali e ad altri attori privati che costituiscono una lobby potente. La sua ragion d’essere deriva dalla carenza drammatica di assistenza domiciliare, di centri riabilitativi e, più in generale, di servizi socio-sanitari sul territorio. La sua forza attrattiva sta negli indici demografici. L’Italia passerà dagli attuali 7 milioni di over 75 agli 8,2 milioni del 1930 (dati Istat) e la multinazionale Korian, azienda leader delle case di riposo, si prepara a investire per soddisfare una domanda in forte espansione (gli ottantenni sono già 4 milioni). L’ad di Korian Italia, Federico Guidoni, ha recentemente annunciato lo sviluppo della rete di Rsa, nonché la realizzazione di una “filiera della cura” fatta di assisted livings (appartamenti protetti), di poliambulatori e servizi vari sul territorio. Nel giro di pochi anni gli imprenditori della silver economy, facendo affidamento sui generosi sussidi pubblici, prevedono di diversificare e raddoppiare l’offerta riguardante la terza e quarta età.

A sostegno delle Rsa agisce inoltre una forte motivazione culturale. Oggi la vecchiaia è rifiutata, negata, nascosta. Viviamo nel culto della bellezza, della forma fisica, della cura estetica, spinte fino all’esasperazione. L’apparenza fa premio sull’essere. Nella società dello spettacolo, in cui l’ego viene nutrito e coccolato in tutti i modi, in cui domina il mito del successo e della corsa al denaro, i vetuli (i vecchietti) non godono certamente della stessa considerazione in cui erano tenuti nell’antica Roma. Per loro sono tempi duri, sono schiacciati e messi fuori gioco dalla competizione quotidiana che coinvolge tutti, additati come “matusa”, esempio negativo di lentezza in tempi che pretendono velocità. E sociologi, economisti, psicologi, giornalisti non perdono occasione di presentare come insanabile la contrapposizione tra giovani (penalizzati) e anziani (privilegiati). Una narrazione falsa, smentita clamorosamente dalla pandemia, che ci ha consegnato una generazione di anziani falcidiata dal Covid-19, e una generazione di ragazzi segnata dal disagio, privata del diritto di vivere la loro età.

Il capitalismo, nella sua fase più avanzata e caratterizzata da straordinarie innovazioni tecnologiche, ci consegna una società smarrita e sofferente, frammentata in tanti particolarismi e interessi corporativi, ai quali la sinistra finora non è stata in grado di dare una risposta unificante. Divisioni e chiusure egoistiche hanno invece trovato la loro sponda politica in una destra conservatrice e reazionaria. Aiutata, è bene aggiungere, da un’informazione manipolata e a senso unico, impegnata subdolamente a distogliere l’attenzione dai problemi veri – la pace, la contraddizione tra ambiente e sviluppo, quella tra ricchi e poveri, il dramma dei migranti – e a creare diversivi che alimentano, spesso artatamente, contrapposizioni di ogni tipo (intergenerazionali, razziali e di genere), usando la vecchia tecnica del divide et impera.

Con il furore ideologico che li caratterizza, gli apologeti del sistema capitalistico considerano un peso di cui sbarazzarsi tutti quelli che «non sono utili allo sforzo produttivo del Paese» (copyright di Giovanni Toti, governatore della Liguria). In questo schema, i primi a essere messi da parte e sacrificati sono gli anziani, i più deboli e i più fragili. Anche in questo caso, fa scuola il modello americano, fortemente orientato all’istituzionalizzazione: quando la salute e l’autosufficienza vengono meno, diventa “naturale” risolvere il problema in una casa di riposo. I vecchi entrano così in luoghi che si trasformano in trappole per la loro salute e per la loro vita. Se l’obiettivo della gerontologia è l’invecchiamento in buone condizioni fisiche e psichiche, la “limitazione “funzionale”, che spesso è la causa che porta a varcare la soglia di una Rsa, innesca un processo che porta a ulteriori limitazioni. La Rsa, insomma, diventa un’incubatrice di nuove malattie e, comunque, di perdita di autonomia. La resistenza al cambiamento è forte anche perché l’istituzionalizzazione, con tutti i suoi limiti, appare tuttora l’unica risposta credibile e realistica all’invecchiamento della popolazione. Ma è proprio così o si possono immaginare soluzioni più moderne e avanzate delle Rsa?

Quello che è successo alla signora Bice, 81 anni, pensionata delle Poste, “rinchiusa” in una residenza di Faenza, a seguito di una caduta, è emblematico. Rimessasi in sesto, ha espresso la volontà di tornare a casa sua, scontrandosi, però, con la contrarietà della figlia. Allora è fuggita dalla struttura che l’ospitava e, quando è stata rintracciata, ad una giornalista di Rai uno (“La vita in diretta” del 14 aprile 2023) ha dichiarato: «Voglio vivere e morire dove mi pare. Voglio tornare a casa. Ho nostalgia del mio appartamento. Lì mi sento libera, posso passeggiare quando mi pare, incontrare la mia amica, pranzare, uscire quando ne ho voglia. Mi manca la libertà. Che mi venga restituito tutto quanto mi è stato tolto e venduto». Ho ricordato questo episodio per dire che essere in parte o in tutto non autosufficienti non significa avere come destinazione obbligata una Rsa. Niente di più sbagliato. Con un adeguato supporto, molti vecchi potrebbero prolungare la permanenza nel proprio alloggio e nel proprio quartiere, continuando ad abitare in un contesto urbano e familiare dove ci sono i ricordi, il passato, gli affetti e le amicizie. Ma nelle parole della signora Bice, ex direttrice delle Poste, è possibile leggere in filigrana una sottile polemica con i familiari. Si tratta di un caso, non so quanto raro, di perdita di autonomia economica prima ancora che psico-fisica.

La mia simpatia e vicinanza sono tutte per la signora Bice, per il suo rifiuto di vivere in uno stato di emarginazione sociale e civile. Non è l’unica a ribellarsi, a chiedere di tornare a casa. Durante il Covid, molti “ospiti” delle Case di riposo hanno tentato la fuga, hanno scritto lettere strazianti ai familiari, raccontando l’isolamento e il senso di abbandono. In un recente sondaggio su anziani giapponesi over 75 – dal quale la regista Chie Hayakawa ha tratto spunto per il lungometraggio Plan 75 – gli intervistati, a larghissima maggioranza, si sono espressi in modo favorevole all’eutanasia. Pure in Giappone ci sono confortevoli case di riposo, ma la voglia di vivere di tanti anziani si spegne inesorabilmente. Si sa che il distacco dalle proprie cose, la mancanza di attenzioni e la perdita delle consuetudini quotidiane si riflettono sullo stato d’animo, accentuando il senso di avvilimento e di tristezza. È un problema che a diversi gradi coinvolge tutti i senior reclusi, al di là del reddito, del patrimonio, della qualità dell’assistenza. La Rsa comporta la morte civile, prima che naturale.

La vicenda della signora Bice ci ricorda che, malgrado le tendenze demografiche ci raccontino di una presenza e di un peso crescenti della popolazione anziana, lo “spazio vitale” degli over 65 oggettivamente si restringe. La signora Bice fa parte della generazione cresciuta nei “trenta gloriosi”, che ha vissuto da ragazza il miracolo economico, è stata partecipe delle grandi lotte operaie e delle grandi conquiste sociali: le case popolari, la scuola dell’obbligo, il servizio sanitario nazionale, lo statuto dei lavoratori. Una donna che ha studiato, lavorato e lottato, non disponibile a subire in silenzio. La sua generazione precede di qualche anno quella dei baby boomer, settantenni ancora (relativamente) in buona salute. I baby boomer – a cui appartiene anche chi scrive – sono i prossimi candidati a occupare la stanza di una Rsa. È la ruota della vita, si dice. Ma la signora Bice indica una strada alternativa alle case di riposo. Chi lo dice che la ruota debba girare sempre in un’unica direzione?

“Meglio nella propria casa”, questa è l’alternativa. Se dentro e fuori le mura domestiche si creano condizioni favorevoli, può allontanarsi nel tempo lo spettro del ricovero in una struttura residenziale protetta. Il problema diventa quello di intervenire sulle abitazioni degli anziani per trasformarle e renderle adatte alle esigenze dell’invecchiamento, utilizzando appropriati dispositivi di sicurezza, la domotica e altre dotazioni tecnologiche (apparecchiature di telesoccorso e di telecontrollo), creando un ambiente sicuro e confortevole. Diventa anche importante l’eliminazione di barriere architettoniche, dentro e fuori l’appartamento. La casa può diventare il primo luogo di cura, è lo è già oggi per un milione di persone anziane che ricorrono ad un/a badante, una variante senza dubbio positiva (per chi se lo può permettere) rispetto al ricovero in una Rsa. È fondamentale, però, ripensare la tipologia e le caratteristiche dei servizi per gli anziani, reinterpretandoli in modo più dinamico e flessibile, e relazionandoli con le altre risorse territoriali. Servono sia servizi di assistenza domiciliare oggi del tutto carenti sia servizi di supporto e completamento, quali la mensa o i pasti a domicilio, la lavanderia, il taxi, il telesoccorso, ma anche l’aiuto per fare la spesa, le piccole manutenzioni in casa. Bisogna agire, insomma, per potenziare i servizi socio-sanitari sul territorio, con particolare riguardo all’assistenza continuativa (long-term care), garantendo all’occorrenza che personale qualificato si rechi presso il domicilio degli anziani. L’insieme dei servizi elencati rappresenta una forma innovativa e moderna di residenzialità protetta che rispetta la dignità e i diritti degli anziani, senza allontanarli dalla propria casa. Una nuova modalità dell’abitare che potrebbe finanziarsi con lo spostamento graduale e programmato delle risorse oggi impegnate nelle Rsa (circa sette miliardi di euro) verso i servizi sociali e sanitari alla domiciliarità.

Sono linee d’intervento contenute nella legge delega per l’assistenza agli anziani, frutto del lavoro di una commissione che ha lavorato quando ministro della salute era Roberto Speranza. A gennaio dovrebbero essere approvati i primi decreti legge, ma le misure previste rischiano di essere stravolte e contraddette dalla rimodulazione del Pnrr. Oltre al taglio degli investimenti sul rischio idrogeologico e sulla rigenerazione urbana, sono stati cancellati centinaia di milioni di euro destinati al rafforzamento della medicina territoriale, tramite una rete di case di comunità e di servizi di assistenza primaria e prevenzione, indispensabili per le persone fragili e per gli anziani. Se saltano gli investimenti per i presidi socio-sanitari sul territorio si fa un favore a chi vuole continuare ad aprire Rsa, facendo profitti sulla pelle degli anziani.

Povere banche

C’è un mondo in subbuglio tra destrorsi e liberali italiani per la decisione del governo di tassare gli extraprofitti delle banche e aiutare gli italiani in difficoltà. La scena d’inizio agosto è un regalo che smaschera un “mondo di mezzo” che da mesi difendeva uno dei peggiori governi repubblicani convinti che “val bene un po’ di fascismo se vengono comunque difesi gli interessi giusti”.

Ripetono in ogni dove che Giorgia Meloni e Matteo Salvini siano la reincarnazione del comunismo più becero. Scrivono dappertutto, senza un minimo di vergogna, che le povere banche ora si ritrovano nella difficile situazione di essere diventate all’improvviso vittime del “pizzo di Stato”. Se vi capita di leggerli potete scorgere la sicumera con cui condannano gli sprovveduti che “hanno scelto il tasso variabile”, fingendo di non sapere che sia l’unica condizione di mutuo che viene concessa a chi non ha beni ereditati dalla nonna o da chi ha uno dei contratti farlocche che quello stesso mondo ha salutato con grande fervore.

In queste stesse ore risorge anche un altro mito: la competitività. Dicono le banche che non esiste competitività nel loro settore a causa della tassa improvvisa voluta dallo Stato. Strano che lo stesso lamento non si sia levato quando lo Stato sia intervenuto al contrario, per salvarle. Qui esce l’ipocrisia: certo mondo liberale italiano è composto da imprenditori che vogliono lo Stato quando si tratta di ripianare i debiti o quando si tratta di pagare i giornali che altrimenti non starebbero sul mercato. Sono liberali così: si dividono le perdite ma non si possono toccare i profitti.

Sono loro i veri sovranisti, ancor peggio di Meloni e Salvini. Solo che la loro patria è il cortile della loro fabbrichetta che va lasciata in pace. Osservarli mentre impazziscono perché vedono socialismo dappertutto è una scena che ci meritavamo, in questo agosto.

Buon mercoledì.

La nave dei folli

Hieronymus Bosch, 1494

Hieronymus Bosch nel 1494 circa dipinse il quadro La nave dei folli. Il dipinto racconta il pellegrinaggio di un gruppo di folli che viaggiano per mare senza alcuna meta. Su quella nave vengono caricati i matti, i diseredati di cui ci si deve liberare. Coloro che non rientrano negli schemi della ragione collettiva devono restare in balia del mare. Sono destinati a una vita errante, senza patria, senza terra ferma. Fatta di niente se non di un interminabile vagare.

Nel 2023 nel Regno Unito il governo Sunak, incapace di gestire gli arrivi ha pensato a una soluzione simile, cominciando a stipare gli immigrati in attesa di verdetto sulla richiesta d’asilo su un’enorme chiatta lunga quasi cento metri che potrà ospitare fino a 500 persone, tutti maschi adulti. Dice Suniak che non saranno detenuti, perché saranno liberi di andare e venire. Dove si possa andare e dove si possa venie in una nave in mezzo al mare è un segreto che il governo britannico non s’è preso la briga di raccontare.

Il passaggio della legge in Parlamento è stato accolto con parole durissime dalle Nazioni Unite, che l’hanno definita «una violazione della legalità internazionale». In un comunicato congiunto, il responsabile Onu per i diritti umani, Volker Turk, e quello per i rifugiati, Filippo Grandi, hanno lamentato che la nuova legge «avrà profonde conseguenze per le persone che necessitano di protezione internazionale». «Questa nuova legislazione erode in maniera significativa la cornice legale che ha protetto così tante persone ed espone i rifugiati a gravi rischi», hanno detto.

Quelli che non ci staranno sulla barca verranno smistati in siti militari. Un’altra ipotesi è di portare migliaia di persone (non illegali, ricordiamolo, ma in attesa di valutazione della richiesta d’asilo) su un’isola sperduta tra costa africana (1.600 chilometri) e costa sudamericana (2.300 chilometri), l’Isola dell’Ascensione, nell’amministrazione di Sant’Elena di napoleonica memoria.

Forse i naufraghi in questo tempo sono sulla terraferma.

Buon martedì.

In foto Bosch, la nave dei folli, 1495

La memoria negata degli emigrati di Marcinelle. E quella «catastrofe» del 1956

Agosto 1956 Charleroy Archivio Storico Nella foto: Incidenti Minerari Belgio Marcinelle, le famiglie e la folla dei minatori davanti ai cancelli del tragico pozzo

8 agosto 1956, un fumo si levò da Bois du Cazier, una miniera di carbone a Charleroi. Il fumo nero usciva dai pozzi. Come ogni mattina trecento lavoratori erano scesi sottoterra per cercare di guadagnarsi la giornata. Ne uscirono vivi solo 38. Molti di quegli uomini rimasti sotto erano italiani emigrati che avevano sperato in una vita migliore in Belgio e per questo si erano adattati a fare i minatori senza garanzie, vivendo in baracche una volta usate per i prigionieri di guerra. Le cause dell’incidente non sono mai state del tutto chiarite, i responsabili se la sono cavata con una condanna di sei mesi. Ma anche l’Italia ha “dimenticato” quelle vittime. Per lunghi anni è stato un buco nella nostra storia. Pochissime le pubblicazioni che abbiano cercato di far chiarezza. Fra questi un toccante libro di Paolo Di Stefano, La catastofa, uscito nel 2011 per i tipi di Sellerio. Lo scrittore e giornalista fece un lungo viaggio alla ricerca di testimonianze delle vedove, dei figli, e dei sopravvissuti. Dall’intreccio polifonico di voci  da quel libro emerge il quadro di una tragedia che ha a che fare con la povertà, con l’emigrazione, con la speranza di poter ricominciare altrove in una terra che si immagina più ricca e accogliente e che finisce in tragedia. Come accade oggi a tanti migranti che cercano di arrivare in Italia, a costo di enormi sacrifici e rischi, avendo attraversato il deserto della Libia, per poi annegare nel Mediterraneo. (seguendo questo filo Di Stefano ha scritto poi un libro dedicato proprio ai migranti dall’Africa e dai Paesi arabi, I pesci devono nuotare, Rizzoli).
Quando Piero Grasso, allora presidente del Senato andò a Marcinelle, per la commemorazione parlò della necessità di «Ripensare come eravamo e vivevamo», «rafforza la nostra determinazione ad accogliere con spirito di solidarietà chi oggi è costretto a migrare e ha diritto alla protezione internazionale». Per le migliaia di migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo non c’è giustizia, né memoria degna di questo nome. «No a marginalizzazioni», dice oggi il presidente della Repubblica Mattarella, ricordando anche l’urgenza di mantenere salda tutela dei lavoratori.

Lo dice anche un piccolo ma, a nostro avviso, significativo episodio accaduto quando la direzione della libreria di Le Bois du Cazier, sede della miniera in cui accadde la catastrofe si rifiutò  anni fa di presentare e di vendere La catastrofa. «Siamo spiacenti di informarLa che dobbiamo rifiutare la Sua proposta ma rispettiamo il lavoro di memoria realizzato da Lei» scriveva il direttore Jean-Louis Delaet in una lettera a Di Stefano. Per quanto «il parere di ognuno sull’argomento sia rispettabile», era scritto in quella missiva le testimonianze dei sopravvissuti e dei famigliari delle vittime, secondo il direttore della libreria annessa al museo, contenevano «fantasiose affermazioni». E questo nonostante tutte le fonti usate nel libro fossero documentate e molte venissero dalla voce viva di chi quel dramma lo aveva vissuto sulla propria pelle. La ricostruzione di quel che accadde l’8 agosto 1956, da parte belga, chiede ancora inacettabili censure ed epurazioni.

Come va il “piano Mattei”?

Come va il “piano Mattei”? Che cambia nei rapporti con la Tunisia?

Due naufragi sono avvenuti nelle ultime ore al largo di Lampedusa, con un bilancio provvisorio e ufficioso che parla di almeno una trentina di dispersi. Nella serata di sabato sull’isola erano sbarcati 57 migranti e due cadaveri, una donna ed un bambino ivoriani, ripescati dalle motovedette della Guardia costiera. Proprio ascoltando i racconti dei superstiti i mediatori dell’Oim hanno potuto ricostruire che le barche colate a picco sarebbero due: la prima carretta partita da Sfax, in Tunisia, aveva a bordo 48 migranti, 45 dei quali sono stati salvati. Stando ai loro racconti vi sarebbero 3 dispersi. Sul secondo natante, anch’esso partito da Sfax, c’erano invece 42 subsahariani, 14 dei quali recuperati: i dispersi dovrebbero essere dunque 28. Come riferisce l’Ansa, gli investigatori della Squadra Mobile della Questura di Agrigento cercheranno di sentire nuovamente i sopravvissuti, 47 uomini e 10 donne, tutti sotto choc, per cercare di ricostruire cosa sia accaduto.

Sono i danni collaterali della nuova amicizia dell’Italia e dell’Unione europea con il presidente tunisino Kaïs Saïed. Intanto sul sito dell’Agenzia europea per il controllo delle frontiere appare l’annuncio per “il reclutamento di agenti della guardia di frontiera e costiera dell’Ue”. L’agenzia prevede di ingaggiare circa 440 nuovi funzionari nel 2024 tra chi ha avuto esperienze nelle forze dell’ordine o nell’esercito dei diversi stati membri. Nuove assunzioni rese possibili grazie a un budget che non è mai stato così alto per Frontex. In questo 2023 Bruxelles ha messo a disposizione più di 845 milioni di euro, soldi che provengono dal bilancio dell’Ue e da altri contributi degli stati Schengen. Soldi che vengono spesi in gran parte per la gestione del personale e per l’acquisto di attrezzature (180 milioni) per rafforzare la sorveglianza delle frontiere. Sul totale del budget i soldi messi a bilancio per il rispetto dei diritti umani (ovvero per occuparsi di salvare vite) sono 2 milioni di euro.

Si impegnano a cambiare la narrazione ma la realtà mortifera rimane lì. Indifferente al tentativo di piegare la realtà.

Buon lunedì.

Nella foto: frame del video del salvataggio della Guardia costiera, 6 agosto 2023 (Youtube Avvenire)

L’ultima vittima di Hiroshima. La storia del pilota Usa che sganciò la bomba

Fu il texano Claude Robert Eatherly (1918-1978), pilota e meteorologo, a dare il via libera allo sganciamento della prima bomba atomica della storia, “little boy”, che colpì Hiroshima il 6 agosto 1945. Earthely aveva solo 27 anni, ma era già un esperto nel suo settore. Quel giorno agì sulla base di considerazioni pratiche e razionali: il cielo era sgombro e non c’erano perturbazioni in arrivo su Hiroshima. Le conseguenze furono devastanti: la bomba provocò la morte immediata di 70mila persone. Altrettante morirono poi a causa delle radiazioni e delle ustioni. Tre giorni dopo un’altra bomba, detta “fat men”, fu sganciata su Nagasaki: 39mila persone furono disintegrate e altre 25mila morirono in modo atroce nei giorni successivi. Ma sappiamo anche che effetti devastanti quelle due bombe ebbero sulle generazioni successive.

«Alla fine della guerra i piloti venivano celebrati e acclamati in patria come “eroi sorridenti”, come portatori di pace. Tutti godevano di questa gloria, ma non Eatherly, che rinunciò a trarre vantaggio da tale popolarità, si chiuse nel riserbo e dedicò tutta la sua vita successiva al tentativo di venire a capo della propria colpa e di renderne consapevoli gli altri», scrive Michaela Latini, curatrice del libro L’ultima vittima di Hiroshima (Mimesis), un importante volume che raccoglie l’epistolario fra il filosofo Günther Anders e Claude Eatherly.
«Nella testa del pilota l’ombra lunga del ricordo dell’azione di Hiroshima non si lascia accantonare facilmente: le furie scatenate dal suo gesto e i fantasmi dei corpi in fiamme nell’isola bombardata iniziarono ad affollare il suo sonno», prosegue la germanista dell’Università di Cassino.

Eatherly cade in depressione e tenta più volte il suicidio. «Il matrimonio con l’attrice italo americana Concetta Margetti entra in crisi e gli viene interdetta la frequentazione dei figli.  E compie gesti autodistruttivi e anti sociali: viola un domicilio privato, falsifica un assegno per pochi dollari, «cerca in ogni modo di distruggere l’immagine epica che la società occidentale si è fatta di lui per poter continuare a giustificare se stessa». Ed è proprio questo l’aspetto che colpisce il filosofo Günther Anders che nel 1959 scrive a una lettera a Eatherly, che poi diventerà un ampio e toccante carteggio, di cui Mimesis ha pubblicato nel 2016 la traduzione italiana.
«Il caso di Claude Eatherly non è solo un caso di ingiustizia enorme e prolungata ai danni di una persona ma è anche simbolico della pazzia suicida dei nostri tempi», scrisse il filosofo Bertrand Russell nell’introduzione alla prima edizione  uscita nel 1961. Perché la  decisione di Eatherly fu giudicata folle e lui ostracizzato ,«punito», scriveva Russell perché aveva aveva fatto una cosa inaccettabile per l’America: pentirsi di aver collaborato al bombardamento.

Il caso Eatherly diventa la cartina di tornasole di una cultura americana malata, che è andata in cerca di un nemico esterno e di una missione da compiere per cementificare l’unità nazionale (Basta pensare a Bush e all’invasione dell’Iraq compiuta con il pretesto – poi rivelatosi falso – che il dittatore iracheno possedesse armi chimiche). Un’ideologia religiosa e guerrafondaia che rende ciechi, non permette di vedere che le bombe atomiche colpiscono anche chi le usa. «C’è un effetto boomerang dei mezzi distruzione di massa, non di natura fisica, ma psichica», scrive Robert Jungk nella prefazione all’edizione tedesca di questo epistolario pubblicato da Mimesis «La violenza distruttiva delle armi atomiche – aggiunge Jungk – impone a chi le ha usate un carico psichico che non sono in grado di elaborare consciamente e inconsciamente». È proprio quel devastante effetto boomerang che gli americani cercarono di negare stigmatizzando la decisione di Claude Eatherly di lasciare l’esercito e di rifiutare gli onori. Quel gesto fu letto come un pericoloso attacco alla nazione. Un libro che fa molto riflettere oggi, mentre Putin minaccia di usare armi nucleari nella guerra di invasione all’Ucraina e l’America di Biden incoraggia l’escalation del conflitto anche fornendo bombe a grappolo (proibite) all’Ucraina, scendendo così sullo stesso piano criminale di Putin.

Alla commemorazione del 78° anniversario della bomba su Hiroshima il sottosegretario generale Nakamitsu ha letto il discorso di António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite: “L’ombra nucleare che incombeva sulla guerra fredda è riemersa – ha scritto Guterres – E alcuni Paesi stanno incautamente agitando la sciabola nucleare ancora una volta, minacciando di usare questi strumenti di annientamento. Di fronte a queste minacce, la comunità globale deve parlare all’unisono. Qualsiasi uso di armi nucleari è inaccettabile. Non staremo a guardare mentre gli Stati dotati di armi nucleari corrono a creare armi ancora più pericolose”.

Marx e Google

Insomma quante belle cose che mi regala la rete! Mi dà gratis la posta, Facebook, Instagram addirittura What’s up (lo è diventato dopo i 0.99 centesimi di dollaro iniziali) e poi le news, il traffico, i percorsi, il tempo.
Ma non è una meraviglia? Adesso anche l’intelligenza artificiale, internet mi dà gratis. Per cui per fare un articolo tutti i venti volumi (più aggiornamenti) della Treccani che avevano i miei amici scrittori negli scorsi decenni, si possono usare per fare mura divisorie nei loft post-industriali. Ma anche Wikipedia in fondo serve meno di una volta. Per scrivere un documento, apro una pagina di chat Gpt e mano a mano che ho dei dubbi glieli chiedo. Certo, se mi invento qualcosa, allora Chat Gpt ci mette del tempo a assimilare il punto e all’inizio dice ovvietà.

Da dove arriva il profitto
Gli chiedo: “Mi spieghi la relazione tra Google e Karl Marx?” La risposta di ChatGpt, me la conservo io in nota per non annoiarvi (1), Sostiene che si tratta di due cose ben diverse. L’unica connessione è che Google permette di “accedere a una vasta quantità di informazioni, compresi i testi e gli scritti di Karl Marx”.
Rifacciamo la prova tra un mese e scommetto che avrà ben succhiato quanto segue. La relazione tra Goole e le teorie di Karl Marx è invece fondamentale. Anzi, se non si inquadra Google in termini marxisti sfugge quasi tutta la sostanza di quello che succede davanti a noi. Dicevamo di tutti quei meravigliosi servizi (il traffico, il meteo, l’intelligenza artificiale), sono veramente gratis? Non lo sono: li paghiamo, eccome. Ci si scuserà per la contrazione delle teoria di Marx dal punto di vista che ci interessa, ma ecco come è utile inquadrare la questione. Marx ha scoperto già nell’Ottocento una proprietà che poi verrà chiamata sinergia. Cioè che a volte l’algebra non funziona, ma avviene una sorta di reazione chimica che fa saltare i numeri. Gli economisti prima di lui, per esempio David Ricardo, non riuscivano a dare una spiegazione plausibile a “Come fanno i capitalisti a guadagnare”. I numeri non quadravano. Se il capitalista compra il lavoro al suo valore di mercato e se compra le macchine e le materie prime al loro valore di mercato, come mai il valore del prodotto finito è diventato dieci volte più alto?. Naturalmente Ricardo dava delle risposte, ma erano un poco strampalate come quelle che si davano sulla forma della terra prima che arrivasse Galileo. Marx per affrontare l’impasse, inventò il plusvalore. Certo che io-capitalista compro il lavoro (L) e i mezzi di produzione (M) al loro valore di mercato, ma siccome io e solo io come capitalista posseggo i mezzi di produzione quando il lavoro degli operai è applicato ai mezzi di produzione scatta un miracolo, nasce appunto un “plus” valore. Quel lavoro applicato, inserito, immesso nei mezzi di produzione non crea più la somma algebrica di L+M ma, appunto, molto di più (2). Piccola nota.

Se parlo di “sfruttamento” del lavoro dell’operaio in questo contesto articolo un discorso politico, se invece sottolineo che la chiave della questione è “il possesso” dei mezzi di produzioni allora il discorso è economico (che naturalmente ha ricadute politiche: lo sfruttamento rimane lo stesso anche nei Paesi socialisti infatti, ma è il plusvalore che è ridistribuito).

Tempo versus Privacy
Ora vediamo come questa impostazione si applichi a Google e a tutti gli altri fornitori di servizi “gratuiti” sino all’intelligenza artificiale. Diciamo che io-utente sono il protagonista al posto del proletario ai tempi di Marx. Ma, ecco il concetto chiave, invece del mio tempo, come faceva l’operaio, io “vendo” una quota della mia privacy. Avete fatto caso che ormai Google non funziona più se non vi loggate?. Google vuole sapere molto “di me” (e stare il più possibile con me) per poter trarre il massimo dalle informazioni che gli passo, di norma senza pensarci. Dove vado, cosa compro, dove sono eccetera. Loggandomi fornisco questa informazioni “in cambio di un servizio” per esempio ho un’informazione sul percorso con meno traffico. Quindi non cedo più il mio tempo in cambio di una paga, cedo una quota della mia privacy in cambio di un servizio. Credo che ad Alvin Toffler, il mitico autore di The Third Wave, sarebbe piaciuta messa così.

Ora veniamo a un altro aspetto della questione che è però identico all’esempio classico di Marx. Google detiene i “mezzi di produzione”. Ovviamente non sono le fabbriche, ma enormi server e decine di migliaia di esperti che scrivono algoritmi per estrarre e poi organizzare le informazioni e “venderle” a chi serve.

Se si guarda a un chart ufficiale delle entrate di Google risulta che il 70 per cento deriva da Ads pubblicità (divise in Youtube, Network, Google search e un misterioso “other properties”).

Di che cifra parliamo? Di circa 279,81 bilioni di dollari (4). Non siamo molto familiari con il bilione. Diciamo che il fatturato annuo di google è di 250.304.035.500 euro cioè 250 miliardi e rotti di euro, dalla Ue l’Italia ha ricevuto per il Piano Pnrr 191,5 miliardi di euro).
Sulla base di questi introiti pubblicitari di Google, ho creato un blog abbastanza frequentato. In più di vent’anni non sono ancora arrivato a 100 euro di guadagno. C’è qualcosa che non quadra. E naturalmente quello che non quadra sono le “other properties”. E cosa volete mai che siano le other properties: sono le nostre informazioni prese grezze e poi rimpacchettate attraverso i mezzi di produzione che Google possiede e noi no. Ma non c’è la privacy? direte. Certo che c’è. Ma ricorderete di certo la casella in cui accontento al trattamento dei dati, se no il sistema non va avanti.
Volete la morale? Non c’è. Quando la rivoluzione ci arriva addosso non c’è nulla da domandarsi, soltanto cercare i nostri “come” per viverla.
E la Cina e il Metaverso? Alla prossima.

 

Nota 1 Google e Karl Marx sono due entità diverse che rappresentano concetti e contesti completamente diversi. Google è una delle più grandi aziende di tecnologia al mondo, specializzata nei servizi di ricerca online, pubblicità digitale, software e altri settori correlati. È stata fondata nel 1998 da Larry Page e Sergey Brin. Karl Marx, d’altra parte, è stato un filosofo, economista e teorico politico tedesco. È noto soprattutto per il suo lavoro sul comunismo e sul socialismo scientifico. Marx ha vissuto nel XIX secolo ed è considerato uno dei pensatori più influenti della storia moderna, le sue idee hanno contribuito alla formazione di movimenti politici come il marxismo.. Non c’è una relazione diretta tra Google e Karl Marx in termini di associazione o partnership. Tuttavia, è possibile individuare alcune connessioni indirette. Ad esempio, il motore di ricerca di Google consente agli utenti di accedere a una vasta quantità di informazioni, compresi i testi e gli scritti di Marx, consentendo a chiunque sia interessato di studiare le sue teorie. Inoltre, la diffusione delle idee marxiste e socialiste può avvenire anche attraverso Internet e le piattaforme di condivisione, come i social media, che possono essere accessibili tramite i servizi di Google. In sintesi, Google e Karl Marx rappresentano due ambiti differenti: Google è una società tecnologica che fornisce servizi online, mentre Karl Marx è un filosofo e teorico politico il cui lavoro ha influenzato il pensiero socio-politico. Non esiste una relazione diretta tra i due, sebbene possano essere collegati indirettamente attraverso l’accesso alle informazioni e la diffusione delle idee attraverso il web.

Nota 2 Ecco come spiega il concetto marxista di plusvalore Chat Gpt. «La teoria del plusvalore è un concetto centrale nella dottrina economica di Karl Marx, contenuta nella sua opera principale “Il Capitale”. Questa teoria è un elemento fondamentale del marxismo e contribuisce a spiegare la dinamica dello sfruttamento del lavoro nei sistemi capitalistici.
Iniziamo con una breve introduzione al contesto. Secondo Marx, il capitalismo è un sistema economico basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione (come fabbriche, macchinari, materie prime) da parte di una classe di individui, i capitalisti, che detengono il controllo del capitale. Allo stesso tempo, esiste un’altra classe sociale, i lavoratori o proletari, che possiedono solo la loro forza-lavoro e devono venderla ai capitalisti in cambio di un salario per sopravvivere. Nel processo di produzione, i capitalisti assumono i lavoratori e li pagano per il loro tempo di lavoro. Tuttavia, secondo Marx, i lavoratori non ricevono un salario che rifletta pienamente il valore del loro lavoro. Invece, essi producono una quantità di valore superiore rispetto al valore del salario ricevuto. Questa
differenza tra il valore del lavoro che i lavoratori producono e il salario che ricevono è chiamata “plusvalore”. Marx distingue tra due tipi di valore che emergono nel processo di produzione: Valore delle merci: È il valore incorporato in un bene o servizio a causa del tempo di lavoro socialmente necessario per produrlo. Questo valore è determinato dalla quantità di lavoro impiegata per crearlo. Plusvalore: È la differenza tra il valore creato dal lavoro dei lavoratori e il salario che ricevono. Questo surplus di valore è la fonte del profitto per i capitalisti. Marx sostiene che il plusvalore deriva dal fatto che i capitalisti pagano ai lavoratori solo una parte del valore che essi producono durante il loro tempo di
lavoro. La differenza viene quindi appropriata dai capitalisti sotto forma di profitto.
La produzione di plusvalore è una caratteristica essenziale del capitalismo e serve come motore del sistema. I capitalisti cercano costantemente di massimizzare il plusvalore aumentando l’intensità del lavoro, riducendo i salari o migliorando l’efficienza produttiva.
Secondo Marx, il plusvalore è anche responsabile di molte delle contraddizioni e delle tensioni all’interno del sistema capitalistico. Il conflitto tra capitalisti e lavoratori, noto come lotta di classe, è alimentato in gran parte dalla questione dello sfruttamento del lavoro e dalla divisione del plusvalore. In sintesi, la teoria del plusvalore di Karl Marx è una spiegazione critica dello sfruttamento dei lavoratori all’interno del sistema capitalistico e un concetto chiave per capire le dinamiche economiche e sociali del capitalismo.»

L’autore: Antonino Saggio è docente di Architettura all’Università di Roma, saggista e editore

leggi anche le precedenti puntate, eccone alcune:

Chat GPT non ha creato l’intelligenza artificiale, ma ha fatto un salto come Dick Fosbury

Io e internet al tempo del covid

Il “pull factor” non esiste. E adesso?

Il titolo dice tutto: “la ricerca nella rotta del Mediterraneo centrale non favorisce la migrazione”. In parole povere: il “pull factor non esiste”. Non è vero che la presenza di navi nel Mediterraneo induce i migranti a partire. Quindi non è vero il 90% della propaganda della destra di governo e dei per niente esperti che hanno scritto quintali di parole inutili in questi anni.

A dirlo è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Scientific Report, una delle prime cinque riviste più citate al mondo. La ricerca osserva come ne “le missioni di ricerca e soccorso non hanno prodotto una differenza discernibile tra il numero contro fattuale osservato e quello previsto di tentativi di attraversamento”. Lo studio dimostra come “il numero di attraversamenti di frontiera sembra essere guidato da alcuni cambiamenti nell’intensità dei conflitti, nei prezzi dei prodotti di base e delle materie prime e dei disastri naturali, nonché dalle condizioni meteorologiche, dagli scambi valutari e dal traffico aereo tra Nord Africa e Medio Oriente e l’Unione Europea”.

I ricercatori rilevano anche come la diminuzione delle partenze coincida “con le segnalazioni di un deterioramento della situazione dei diritti umani dei potenziali migranti in Libia, durante le intercettazioni e i rimpatri, nonché nei centri di detenzione”. L’unico modo funzionante per non permettere alle persone di sperare in una vita migliore è violentarli, schiavizzarli e talvolta ucciderli.

Ora che è certificato come le teorie di certa destra siano antiscientifiche oltre che razziste la questione è lapalissiana: chi è disposto a scavalcare i più elementari diritti umani per ottenere un beneficio politico? Perché è questo, nient’altro che questo.

Buon venerdì.

Dillo alla mamma, dillo all’avvocato

Fa molto ridere e fa molto preoccupare la querela che Giorgia Meloni ha deciso di presentare nei confronti di Brian Molko, cantante del gruppo britannico Placebo che l’11 luglio scorso dal palco dello Stupinigi Sonic Park a Nichelino (Torino) ha definito “fascista”, “razzista” e un altro paio di improperi la presidente del Consiglio.

Fa sorridere perché Meloni si racconta come maledettamente impegnata quando c’è da fare visita ai migranti morti (o ammazzati?) nel naufragio di Cutro e poi trova il tempo di occuparsi di un concerto, parlare con gli avvocati e firmare una querela. L’idea che non vi fossero altre priorità in un Paese che perde miliardi del Pnrr, che affoga nel cambiamento climatico, che ha la sanità pubblica in demolizione, che da due giorni a mezzo milioni di poveri in più smaschera l’ipocrisia della propaganda. Fa sorridere anche che “l’underdog” Meloni (come ama definirsi) cerchi la rivincita con una band internazionale da 13 milioni di dischi. Finisce sempre così, sognavano tutti di diventare delle rockstar.

Fa molto preoccupare invece che una presidente del Consiglio non sappia distinguere la politica dal mondo che le si muove intorno, credendo di essere “capa” a tutti gli effetti in tutti gli ambiti. Chiunque abbia un briciolo di rilevanza pubblica (perfino coloro che scrivono sul giornale della scuola) sanno benissimo che potrebbero pescare diffamazioni a piene mani dappertutto. L’aspra critica politica al limite della legge tra l’altro è un tratto caratteristico di gran parte dei fan di Giorgia Meloni e della brigata di destra che sta al governo. Ma fa molto preoccupare anche il fatto che Giorgia Meloni insista nell’entrare a piedi uniti nello spettacolo e nella cultura. Come scrive lo scrittore Francesco Pecoraro “Meloni sa che il primo dato strutturale del contemporaneo è la cultura. Se le riesce di sostituire i paradigmi correnti, tutto il resto, cioè la società fascista, verrà da sé. I suoi servi sono già pronti. Altri ne stanno già accorrendo”.

Buon giovedì.

In foto Brian Molko e i Placebo, foto di Alessandro Caniglia, fonte Wikipedia

Silvia Bencivelli: Grazie a quei folli, spericolati sperimentatori!

Con il titolo Eroica, forte e visionaria il bel libro di Silvia Bencivelli edito da Bollati Boringhieri, cattura l’attenzione facendo pensare a un romanzo d’amore appassionato. E in fondo lo è, anche se l’oggetto d’amore è la sperimentazione medica. E appassionata è anche l’autrice, giovane medico, che si è perfezionata alla Scuola superiore di studi avanzati (Sissa) di Trieste. Bencivelli racconta la scienza nel suo evolversi. Lo fa brillantemente con libri, programmi radiofonici (Rai Radiotre) e tv (Rai cultura). In attesa di ascoltarla dal vivo al Festivaletteratura di Mantova (9 settembre) e a Pordenonelegge (16 settembre) per questa nostra conversazione partiamo dal sottotitolo “storie di medicina spericolata”. Leggendo il libro si ha la sensazione che la medicina lo sia stata parecchio e per centinaia di anni: dalla chirurgia sperimentale di John Hunter, personaggio formidabile, quasi romanzesco, al discusso Werner Forssmann che per primo sottopose sé stesso al cateterismo cardiaco fino agli studi sull’Hiv.