Per il sessantennale dell’indipendenza algerina è stata emessa una moneta da 200 dinari che cita tre calendari: gregoriano, islamico e per la prima volta, anche quello amazigh. Ma al di là di questo fatto simbolico in Algeria, i berberi vivono una situazione tutt’altro che facile. Nel Paese che dal 1962 è ancora in cerca di democrazia i berberi sono più che mai nel mirino del potere e messi sotto processo. «Di recente sentenze di condanna molto pesanti sono state emesse nei confronti di militanti del Mak, il movimento per l’autodeterminazione della Cabilia. Ma in Italia non se ne parla», denuncia Vermondo Brugnatelli, docente di Lingue e letterature del Nordafrica all’Università Bicocca e presidente dell’associazione culturale berbera che ha sede a Milano.
La Cabilia è una regione berberofona delle montagne algerine che scende fino alla costa non lontano da Algeri, una zona dove le vessate minoranze locali sono in lotta da molti anni per il riconoscimento della propria identità. Il Mak nacque nel 2001 in seguito alla “Primavera nera” quando le forze di polizia algerine spararono e uccisero molte decine di giovani disarmati che protestavano contro le ingiustizie.
«Benché siano pacifici, democratici e spesso in prima linea nel richiedere democrazia e diritti umani i militanti del Mak sono stati additati come terroristi dal governo algerino», spiega l’autore di numerosi saggi di linguistica comparativa e di letteratura berbera. Di recente il presidente del Mak, il politico e musicista Ferhat Mehenni, che vive in esilio in Francia, è stato di nuovo condannato all’ergastolo in contumacia e nelle settimane scorse sono state comminate 49 condanne a morte di attivisti all’estero. «Le pene capitali per una moratoria potrebbero diventare ergastoli- dice Brugnatelli – ma il “messaggio” a loro rivolto in ogni caso è forte e chiaro: non mettete più piede in Algeria».
Professore perché di tutto questo in Italia non si parla? «Perché in generale da noi si parla pochissimo di Africa. E ora che l’Algeria è diventato un nostro importante fornitore di gas i nostri governanti fanno finta di non sapere quel che accade nel Paese. Anche i media tacciono».
In questo contesto una piccola, importante, finestra culturale si è aperta lo scorso novembre quando per Bookcity è venuto a Milano il leader del Mak, Ferhat Mehenni per parlare del libro La tortura di Henri Alleg ripubblicato di recente da Einaudi. Nel 1957, mentre infuriava la guerra in Algeria, Alleg era il direttore del quotidiano comunista Alger républicain che denunciava la violenta occupazione francese, simpatizzando con l’indipendenza algerina. Il giornale fu messo fuorilegge e lui, cittadino francese, fu costretto alla clandestinità. Per ottenere da lui informazioni sulla rete di contatti della resistenza, quando fu catturato, fu sottoposto ad ogni tipo di torture: waterboarding, elettroshock, ustioni in ogni parte del corpo. Miracolosamente Alleg riuscì a sopravvivere e a far uscire dal carcere un diario della atrocità che aveva subìto.
Uomo mite e amante dell’arte anche Farhat Mehenni è stato torturato, imprigionato una dozzina di volte e perseguito per aver creato con altri la Lega algerina per i diritti dell’uomo, ci racconta Brugnatelli che lo conosce da molti anni. Mehenni ha anche il merito di aver fatto conoscere la cultura berbera attraverso le sue canzoni negli anni 70 e 80. Più di recente ha arrangiato una toccante versione di “Bella ciao” in berbero, stimolato da suo figlio Ameziane che si era molto interessato alla storia della Resistenza italiana prima di essere assassinato, con un colpo di pugnale dritto nel cuore, mentre girava pacificamente per le vie di Parigi. «Molti pensano che sia stata una vendetta trasversale attuata da un killer professionista – rivela Brugnatelli-. Non hanno ucciso Ferhat ma suo figlio, perché per tutta la vita fosse piegato da questo dolore». Questa lunga e sanguinosa lotta per l’affermazione dell’identità berbera ha almeno portato dei frutti? «In Algeria un po’ alla volta hanno ceduto su molti punti», risponde il professore sottolineando l’importanza dell’azione non violenta che hanno portato avanti i cabili anche negli anni della guerra civile. «Mentre l’esercito faceva rappresaglie violentissime, i berberi nel 1994-1995 fecero lo sciopero della cartella. Tutti gli studenti della Cabilia persero un anno di scuola. La boicottavano dicendo: vogliamo la lingua berbera a scuola. Alla fine il governo militare ha ceduto e hanno cominciato a introdurre corsi di berbero». Poi il berbero è stato proclamato lingua nazionale e ufficiale in Algeria e in Marocco. «Anche se – precisa Brugnatelli – viene declinato in modo un po’ curioso in Costituzione: la sua ufficialità è regolamentata per decreto stabilendo quando e come usare il berbero. Quei decreti in Algeria non sono ancora arrivati. Mentre in Marocco sono arrivati dopo un decennio e sono ancora poco applicati.
Cosa è cambiato dunque? Quanto meno – risponde sorridendo – non ti arrestano più se ti trovano con un libro berbero in mano, come invece accadeva negli anni 80».
In Marocco cosa succede? Ci sono stati maggiori passi avanti? Chiediamo ancora a Brugnatelli cercando di mettere a fuoco un quadro più ampio, viste le tante nazioni che la cultura berbera attraversa. «I marocchini hanno un modo un po’ diverso di reclamare il proprio essere berberi rispetto agli algerini. Anche perché sono molto più numerosi. In Marocco, di fatto, gran parte della popolazione è di origine berbera». Anche durante i recenti, discussi, mondiali del Qatar si sono visti tifosi del Marocco con bandiere berbere: blu, verde e giallo e un carattere amazigh rosso sangue al centro. Segno che la cultura berbera e la lingua sono finalmente patrimonio nazionale marocchino? «Anche se formalmente la lingua berbera è riconosciuta come lingua nazionale e ufficiale la realtà è ben diversa – approfondisce il docente -. A gestire le scuole in Marocco sono perlopiù arabofoni. E non dimentichiamo che per tanto tempo il berbero era stigmatizzato come un dialetto da reietti». La parola araba barbar, del latino barbarus, significa berbero significa sia barbaro che berbero. E gli arabi hanno spesso ironizzato su questo. Perciò i berberi marocchini preferiscono dirsi Imazighen, “uomini liberi”.
Dunque, anche in Marocco, il riconoscimento procede con lentezza? «In Marocco il potere è accentrato nelle mani del re che ha creato l’Institut royal de la culture amazighe (Ircam) per evitare il malcontento dei berberi che hanno portato avanti le rivendicazioni, poco per volta senza scontri duri, accettando compromessi». Il risultato dello scontro, duro in Algeria e più modulato in Marocco, è che oggi sono molti di più i berberi alfabetizzati rispetto al passato e questo è stato di sprone allo sviluppo dell’editoria. «Anni fa quando mi capitava di trovare un libro berbero in Algeria lo compravo subito, perché erano libri rarissimi, auto prodotti da associazioni, di volontari – ricorda il docente e attivista -. Adesso l’offerta è molto più vasta, ci sono varie case editrici, si è creato per la prima volta un mercato. Il fatto che la lingua berbera abbia avuto la possibilità di essere letta e scritta ha cambiato le cose. Prima non esisteva neanche uno standard».
Abbiamo parlato di Algeria e di Marocco ma qual è la situazione dei Tuareg a cui si deve l’alfabeto Tifinagh? «È decisamente molto complessa: in quanto nomadi del deserto oggi patiscono molti confini imposti astrattamente». Il libro di Jean Clauzel L’uomo di Amekessu (L’Asino d’oro) ben descrive le traversie dei Tuareg dall’indipendenza suggerisce Brugnatelli. «Mentre i Paesi che si affacciamo sul Mediterraneo sono arabofoni, l’Africa subsahariana è multilingue, ma insegnarle nel deserto di certo non è semplice, mancano le infrastrutture, le scuole, manca tutto», risponde lo studioso, al quale chiediamo di dirci di più dell’alfabeto Tifinagh a cui fa riferimento la scrittura berbera: «Risale proprio alla scrittura Tuareg che si ritrova ancora nelle iscrizioni antiche, per esempio di Giugurta». Ma, precisa, resta un fatto nominale. «L’Ircam in Marocco ha dato come indicazione di usare quell’alfabeto per il berbero. Anche se di fatto in pochi lo usano veramente». Perché? «L’alfabeto latino era preferito dai berberi, ma stigmatizzato come l’alfabeto dei francesi colonizzatori dalle organizzazioni islamiche, che invece spingevano per l’alfabeto arabo. Ma i berberi l’arabo non lo volevano. Così – conclude Brugnatelli – si è arrivati a questa forma di compromesso, scegliendo l’alfabeto Tifinagh come simbolo identitario forte. Ma di solito i libri berberi in Marocco riportano i testi scritti sia in Tifinagh che in caratteri latini, perché si possa leggere senza stare a compitare lettera per lettera».










