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La lotta tenace (e ignorata) dei berberi

Per il sessantennale dell’indipendenza algerina è stata emessa una moneta da 200 dinari che cita tre calendari: gregoriano, islamico e per la prima volta, anche quello amazigh. Ma al di là di questo fatto simbolico in Algeria, i berberi vivono una situazione tutt’altro che facile. Nel Paese che dal 1962 è ancora in cerca di democrazia i berberi sono più che mai nel mirino del potere e messi sotto processo. «Di recente sentenze di condanna molto pesanti sono state emesse nei confronti di militanti del Mak, il movimento per l’autodeterminazione della Cabilia. Ma in Italia non se ne parla», denuncia Vermondo Brugnatelli, docente di Lingue e letterature del Nordafrica all’Università Bicocca e presidente dell’associazione culturale berbera che ha sede a Milano.
La Cabilia è una regione berberofona delle montagne algerine che scende fino alla costa non lontano da Algeri, una zona dove le vessate minoranze locali sono in lotta da molti anni per il riconoscimento della propria identità. Il Mak nacque nel 2001 in seguito alla “Primavera nera” quando le forze di polizia algerine spararono e uccisero molte decine di giovani disarmati che protestavano contro le ingiustizie.

«Benché siano pacifici, democratici e spesso in prima linea nel richiedere democrazia e diritti umani i militanti del Mak sono stati additati come terroristi dal governo algerino», spiega l’autore di numerosi saggi di linguistica comparativa e di letteratura berbera. Di recente il presidente del Mak, il politico e musicista Ferhat Mehenni, che vive in esilio in Francia, è stato di nuovo condannato all’ergastolo in contumacia e nelle settimane scorse sono state comminate 49 condanne a morte di attivisti all’estero. «Le pene capitali per una moratoria potrebbero diventare ergastoli- dice Brugnatelli – ma il “messaggio” a loro rivolto in ogni caso è forte e chiaro: non mettete più piede in Algeria».
Professore perché di tutto questo in Italia non si parla? «Perché in generale da noi si parla pochissimo di Africa. E ora che l’Algeria è diventato un nostro importante fornitore di gas i nostri governanti fanno finta di non sapere quel che accade nel Paese. Anche i media tacciono».

In questo contesto una piccola, importante, finestra culturale si è aperta lo scorso novembre quando per Bookcity è venuto a Milano il leader del Mak, Ferhat Mehenni per parlare del libro La tortura di Henri Alleg ripubblicato di recente da Einaudi. Nel 1957, mentre infuriava la guerra in Algeria, Alleg era il direttore del quotidiano comunista Alger républicain che denunciava la violenta occupazione francese, simpatizzando con l’indipendenza algerina. Il giornale fu messo fuorilegge e lui, cittadino francese, fu costretto alla clandestinità. Per ottenere da lui informazioni sulla rete di contatti della resistenza, quando fu catturato, fu sottoposto ad ogni tipo di torture: waterboarding, elettroshock, ustioni in ogni parte del corpo. Miracolosamente Alleg riuscì a sopravvivere e a far uscire dal carcere un diario della atrocità che aveva subìto.

Uomo mite e amante dell’arte anche Farhat Mehenni è stato torturato, imprigionato una dozzina di volte e perseguito per aver creato con altri la Lega algerina per i diritti dell’uomo, ci racconta Brugnatelli che lo conosce da molti anni. Mehenni ha anche il merito di aver fatto conoscere la cultura berbera attraverso le sue canzoni negli anni 70 e 80. Più di recente ha arrangiato una toccante versione di “Bella ciao” in berbero, stimolato da suo figlio Ameziane che si era molto interessato alla storia della Resistenza italiana prima di essere assassinato, con un colpo di pugnale dritto nel cuore, mentre girava pacificamente per le vie di Parigi. «Molti pensano che sia stata una vendetta trasversale attuata da un killer professionista – rivela Brugnatelli-. Non hanno ucciso Ferhat ma suo figlio, perché per tutta la vita fosse piegato da questo dolore». Questa lunga e sanguinosa lotta per l’affermazione dell’identità berbera ha almeno portato dei frutti? «In Algeria un po’ alla volta hanno ceduto su molti punti», risponde il professore sottolineando l’importanza dell’azione non violenta che hanno portato avanti i cabili anche negli anni della guerra civile. «Mentre l’esercito faceva rappresaglie violentissime, i berberi nel 1994-1995 fecero lo sciopero della cartella. Tutti gli studenti della Cabilia persero un anno di scuola. La boicottavano dicendo: vogliamo la lingua berbera a scuola. Alla fine il governo militare ha ceduto e hanno cominciato a introdurre corsi di berbero». Poi il berbero è stato proclamato lingua nazionale e ufficiale in Algeria e in Marocco. «Anche se – precisa Brugnatelli – viene declinato in modo un po’ curioso in Costituzione: la sua ufficialità è regolamentata per decreto stabilendo quando e come usare il berbero. Quei decreti in Algeria non sono ancora arrivati. Mentre in Marocco sono arrivati dopo un decennio e sono ancora poco applicati.

Cosa è cambiato dunque? Quanto meno – risponde sorridendo – non ti arrestano più se ti trovano con un libro berbero in mano, come invece accadeva negli anni 80».
In Marocco cosa succede? Ci sono stati maggiori passi avanti? Chiediamo ancora a Brugnatelli cercando di mettere a fuoco un quadro più ampio, viste le tante nazioni che la cultura berbera attraversa. «I marocchini hanno un modo un po’ diverso di reclamare il proprio essere berberi rispetto agli algerini. Anche perché sono molto più numerosi. In Marocco, di fatto, gran parte della popolazione è di origine berbera». Anche durante i recenti, discussi, mondiali del Qatar si sono visti tifosi del Marocco con bandiere berbere: blu, verde e giallo e un carattere amazigh rosso sangue al centro. Segno che la cultura berbera e la lingua sono finalmente patrimonio nazionale marocchino? «Anche se formalmente la lingua berbera è riconosciuta come lingua nazionale e ufficiale la realtà è ben diversa – approfondisce il docente -. A gestire le scuole in Marocco sono perlopiù arabofoni. E non dimentichiamo che per tanto tempo il berbero era stigmatizzato come un dialetto da reietti». La parola araba barbar, del latino barbarus, significa berbero significa sia barbaro che berbero. E gli arabi hanno spesso ironizzato su questo. Perciò i berberi marocchini preferiscono dirsi Imazighen, “uomini liberi”.

Dunque, anche in Marocco, il riconoscimento procede con lentezza? «In Marocco il potere è accentrato nelle mani del re che ha creato l’Institut royal de la culture amazighe (Ircam) per evitare il malcontento dei berberi che hanno portato avanti le rivendicazioni, poco per volta senza scontri duri, accettando compromessi». Il risultato dello scontro, duro in Algeria e più modulato in Marocco, è che oggi sono molti di più i berberi alfabetizzati rispetto al passato e questo è stato di sprone allo sviluppo dell’editoria. «Anni fa quando mi capitava di trovare un libro berbero in Algeria lo compravo subito, perché erano libri rarissimi, auto prodotti da associazioni, di volontari – ricorda il docente e attivista -. Adesso l’offerta è molto più vasta, ci sono varie case editrici, si è creato per la prima volta un mercato. Il fatto che la lingua berbera abbia avuto la possibilità di essere letta e scritta ha cambiato le cose. Prima non esisteva neanche uno standard».

Abbiamo parlato di Algeria e di Marocco ma qual è la situazione dei Tuareg a cui si deve l’alfabeto Tifinagh? «È decisamente molto complessa: in quanto nomadi del deserto oggi patiscono molti confini imposti astrattamente». Il libro di Jean Clauzel L’uomo di Amekessu (L’Asino d’oro) ben descrive le traversie dei Tuareg dall’indipendenza suggerisce Brugnatelli. «Mentre i Paesi che si affacciamo sul Mediterraneo sono arabofoni, l’Africa subsahariana è multilingue, ma insegnarle nel deserto di certo non è semplice, mancano le infrastrutture, le scuole, manca tutto», risponde lo studioso, al quale chiediamo di dirci di più dell’alfabeto Tifinagh a cui fa riferimento la scrittura berbera: «Risale proprio alla scrittura Tuareg che si ritrova ancora nelle iscrizioni antiche, per esempio di Giugurta». Ma, precisa, resta un fatto nominale. «L’Ircam in Marocco ha dato come indicazione di usare quell’alfabeto per il berbero. Anche se di fatto in pochi lo usano veramente». Perché? «L’alfabeto latino era preferito dai berberi, ma stigmatizzato come l’alfabeto dei francesi colonizzatori dalle organizzazioni islamiche, che invece spingevano per l’alfabeto arabo. Ma i berberi l’arabo non lo volevano. Così – conclude Brugnatelli – si è arrivati a questa forma di compromesso, scegliendo l’alfabeto Tifinagh come simbolo identitario forte. Ma di solito i libri berberi in Marocco riportano i testi scritti sia in Tifinagh che in caratteri latini, perché si possa leggere senza stare a compitare lettera per lettera».

Benin, là dove si consumò l’Olocausto nero

Sembra un mare che medita, e rimugina, l’Atlantico tra Grand-Popo e Ouidah. Siamo sulla Costa degli Schiavi, nel Golfo di Guinea, in quel Benin da dove partivano le navi negriere gremite di donne, bambini, uomini catturati nelle foreste dagli sgherri dei potenti regnanti africani costieri al soldo delle potenze occidentali, pronti a soggiogare il popolo anche con le fandonie di “fede” del vudù, che in Benin è nato e ancora “opera” tra riti e fantocci, sacrifici e divinità di serpenti, di fuoco, di vento, di fulmini. Così questo mare che pensa, perennemente infuriato, non appare mai stanco di ripetere, col linguaggio delle sue onde e quella potenza che a stento ti permette di entrarvi, che proprio su queste rive dalla fine del ‘400 e per tre lunghissimi, insopportabili secoli, si è consumato il più grande orrore della storia dell’umanità. Ci avviciniamo al budello d’acqua che congiunge la laguna all’oceano, a Grand-Popo. Proprio da questo varco le canoe cariche di persone acciuffate come animali, incatenate, transitavano verso il largo. Pare di sentirle tutt’attorno, adesso, quelle grida, quelle voci, quei pianti. Ed è così, se ti fermi ad ascoltare. Li “vedi”, anche, se scavi negli occhi dei pescatori. Nei segni impressi sui loro volti mentre gettano, solitari, le reti in laguna. Cosma e Gabriel ci raccontano che fanno questa vita da sempre, che abitano nelle capanne a ridosso della spiaggia, che è una vita assai dura ma che è un dono tutte le volte quando prendono pesci e sfamano i loro figli. Oppure mentre, tutti assieme, a Ouidah, che fu “capitale” del commercio di uomini, quelle reti le tirano su, pesantissime, sotto il sole cocente, intonando canti antichissimi per darsi forza. La “schiavitù” sta ben scritta nei solchi sul viso che indicano la tribù di provenienza di gente che mai ha trovato riscatto. Che questo riscatto non lo cerca, impegnata com’è a sopravvivere. In realtà è una ferita, la tratta, e quei quasi quattro milioni di vittime che fece il black holocaust, l’olocausto nero, mai rimarginata. Al contrario di quanto si possa pensare in occidente, non affatto sepolta in biblioteca. Sta qui, presente, sanguinante. Basta dilatare la vista e l’udito.

«Noi uomini dominati di oggi/noi le forze della luce eterna/ Sotto il peso del mondo sfruttatore, ci accovacciamo ancora./Stiamo ancora camminando sotto il manganello…», scriveva non a caso Babou Paulin Bamouni (1950-1987), braccio destro di Thomas Sankara, il “Che Guevara” africano, presidente-rivoluzionario del Burkina Faso, che con lui fu assassinato, esortando a prendere coscienza, visto che «moriamo di fame/e di ingiustizia quotidiana». Perché se tra il grosso tronco di iroko dell’Albero degli Schiavi – in 12 milioni sono passati da qui, venduti all’asta sulla piazza, costretti a girarvici incatenati attorno, per dimenticare la terra che lasciavano per sempre – che sta al centro di Ouidah, il Museo della memoria (oggi in ristrutturazione) e la famigerata “Porta del non ritorno”, le catene ai polsi di quegli uomini sono visibili nelle rappresentazioni e tra i reperti di quella vergogna universale, ciò che impressiona oggi in Benin, dove a diluviare sugli “alluvionati” ci si è messa pure l’onda lunga della guerra in Ucraina, che ha fatto schizzare i prezzi di tutti i beni primari, sono le catene strette ai polsi del 49 per cento della popolazione che vive in assoluta povertà. Miseria che genera schiavitù, in una sequenza che potrebbe esprimersi con equazione matematica. A pagare le spese maggiori sono i bambini. Il Benin che abbiamo percorso è la terra dell’infanzia negata.

In questo Paese dell’Africa occidentale, ex colonia francese che confina con Nigeria, Burkina, Niger e Togo, dove il reddito pro capite mensile non supera, quando va bene, i 100 euro, le famiglie sul lastrico vendono, letterale, i propri figli al maggiore offerente. Un fenomeno complesso però. Estrema indigenza e fattori socio-culturali hanno contribuito alla degenerazione di pratiche tradizionali come l’affidamento dei minori, un’usanza da sempre radicata nel Paese. Pensiamo a quella tradizionale del Vidomegon, che in lingua Fon, quella che si parla, col francese, in Benin, significa “bambino affidato”. Rappresentava in tempi remoti un ammortizzatore sociale per le famiglie, oltre che una occasione per questi bambini di istruirsi o imparare un mestiere, ma si è trasformata in una forma di schiavitù da quando veri e propri cacciatori fanno da intermediari battendo villaggio dopo villaggio o le zone più degradate delle città, pagando pochi spiccioli e prelevando piccoli, soprattutto bambine, da affidare. In realtà da mettere a totale servizio dei padroni, senza ritorno. A chi andrà “bene” finirà nelle case dei ricchi, anche bianchi, senza possibilità di lamentela sotto ogni aspetto, anche sessuale. A chi andrà male, ma è una scelta difficile capire per noi tra le due mostruosità quale sia la peggiore, verrà spedito nelle piantagioni della Costa d’Avorio, o nelle fabbriche della Nigeria.

Sfruttati per pochi “franchi Sefa”, la moneta corrente, o addirittura senza un soldo, i bambini del Benin non hanno diritti. In testa quello di poter studiare. Metà della popolazione di giovani e giovanissimi non può permettersi di andare a scuola. Un dato impressionante. Sin da piccolissimi sfruttati per strada, nell’edilizia, nei campi. Oppure a spaccare pietre, come a Dassa, Colas, Bembereke. Li chiamano i concasseurs, letteralmente spaccapietre, costretti a faticare anche per dieci ore al giorno. Una vergogna mondiale, di cui nessuno parla, di cui nessuno forse sa. Siamo stati a trovarli questi piccoli schiavi a Paouignan. Un villaggio la cui non-vita è scandita dai ritmi del picchiare dei martelli sulle pietre di granito che i più grandi prelevano nelle cave a ridosso dell’abitato, e che ai bambini tocca ridurre in sassolini. Le famiglie venderanno questa ghiaia a piccoli e medi imprenditori edili che a Paouignan fanno affari evitando i circuiti industriali. Un quintale di pietruzze costa mille Sefa, ovvero 1 euro e 50. Per quel quintale un bambino si sveglia alle cinque del mattino e va avanti, con l’intervallo (miracoloso) della scuola, dalle 8 alle 15, fino a sera. Come il piccolo Prince, cinque anni, che troviamo a spaccare pietre con la sua “mazzetta” artigianale. La madre lo incita a proseguire anche quando si fa male accennando, invano, una richiesta di soccorso. Un inferno, come quello delle miniere di coltan e cobalto del Congo. Ma rispetto alle quali, nonostante apparentemente sia tutto assai meno sporco e violento, si respira un’aria ancora più surreale. Nativi concasseurs, senza via di scampo. Se non, come ci spiega il direttore della primaria, Essé Clement, il “miracolo”, appunto, della scuola, «dove vengono anche per riposare, perché il lavoro è gigantesco – dice Clement – a fronte poi di un guadagno ridicolo per questa gente. Tra l’altro la scuola è pubblica, ma gli viene chiesto di pagare di tasca propria tutto il materiale. Io non insisto perché so che soldi non ne hanno, e che quei pochi che fanno col lavoro dei bambini servono per mangiare. Batto però su questo, ma quando chiedo di farli smettere di spaccare le pietre loro mi rispondono che allora non potranno mandarli a scuola». Una spirale inconcepibile, non c’è via di scampo. Alcuni, spiega ancora Clement, se trovano come fare vanno via da questo villaggio di spaccapietre, quando sono più grandi. Si spostano verso la Nigeria già a 13 o 14 anni, da soli, in cerca di un lavoro come manovali o nei campi. Ma spessissimo l’unica prospettiva, se così si può definire, è l’odissea dell’attraversamento del deserto fino in Libia, e da lì sulle barche nel viaggio verso l’Europa.

È davvero un paradosso, ma ai 40 tra bambine e bambini ospiti di un orfanotrofio a Sakété, pochi chilometri a nord di Porto-Novo, che del Benin è la capitale politica, sembra invece andata meglio. Pur non avendo fuori dal recinto del “Saint Agustin” nessuno ad attenderli, questi piccoli hanno una speranza di riscatto. Intanto un tetto, un pasto, la scuola. Finanche un allenatore di pallone, il balsamo di tutti i poveri del mondo. Il loro coach si chiama Latifoe, 22 anni, il quale naturalmente sogna di venire a giocare in Italia, o di emulare, altrove, come tutti i giovani calciatori africani, le gesta del mito Mbappé, attaccante stellare del Paris Saint Germain e della Nazionale francese, la cui famiglia è originaria del Camerun. La carica dei quaranta bambini impara le regole del gioco, lui è pronto col fischietto. «Ma è soprattutto un modo per giocare», dice Latifoe. Anche Jean Rosè, un anno e mezzo, partecipa come può, tenta di acchiappare una delle palle col suo carrellino di legno costruito alla meno peggio per permettergli di camminare. Lui fu trovato in un angolo della foresta, sanguinante, da una donna che passava da lì per caso. Non cammina bene, e ha il braccio destro che non funziona. Ma è vivo. Jean Rosè, Seglà, François, Carlito, e tutti gli altri, trovano qui un po’ di giustizia anche con un pallone di cuoio tra i piedi o con un pezzetto di gateaux dolce. Nel Benin dove per milioni di bambini giustizia, e dolcezza, mancano da sempre. Come ci ricorda Zinsou, 72 anni, contadino di giorno, sarto dal tramonto, che incontriamo in uno dei villaggi più remoti della zona di Porto-Novo, nella grande foresta di Zongue. Un agglomerato antico, le case di argilla. I bambini nudi, bellissimi, fanno il bagno nelle tinozze, le donne sorridenti e gentili ci offrono da bere un po’ d’acqua che, come vuole l’usanza, tutti devono bere dallo stesso catino. Gli avi di Zinsou furono deportati, partirono da Ouidah. Le storie di quella tragedia gliele raccontavano i suoi nonni. «Mi dissero che fu una cosa terribile perché vennero presi e portati via con la forza da uomini malvagi», racconta. Ne soffre, dice, anche se non li ha mai conosciuti. Poi svela di fare spesso un incubo. Lui che si trova con tutti loro nella notte a camminare per chilometri, senza sapere quale sarà la meta.

Foto di Valerio Giacoia da Porto-Novo, Benin

«Rimuovere gli ostacoli» significa lottare per i diritti

Che fare se dopo 74 anni la maggioranza degli articoli della Costituzione nata dalla Resistenza non sono stati ancora attuati? Cominciamo dall’articolo 1: l’Italia fondata sul lavoro. Molti, soprattutto i più giovani non hanno un lavoro, tanti lo perdono, anche nel pieno della vita, moltissimi lo hanno precario, e quanti anche mal retribuito, in nero, sfruttati, non di rado in condizioni di sicurezza inaccettabili. Le morti sul lavoro chiamate orrendamente morti bianche. Senza lavoro non c’è nemmeno la dignità sociale. Vogliamo parlare poi dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge: soprattutto di genere, di razza, di censo e di condizioni personali e sociali. Figli di persone dello stesso sesso che non hanno diritti, migranti trattati peggio di merci che circolano invece con più diritti nel mondo, poveri esclusi dall’ascensore sociale. E anche davanti alla giustizia non poche volte si assiste all’ordine costituito, anche all’interno dello stesso ordine giudiziario, che agita la spada di ferro contro i deboli e poi impugna una spada di latta contro i forti. Ci dice qualcosa l’Italia una e indivisibile? Parliamone con le genti del Sud e delle aree interne e periferiche del nostro Paese dove la discriminazione territoriale è imperante. Ed invece di ridurre disuguaglianze, si risponde con l’autonomia differenziata, la definitiva botta all’unità nazionale. Con quali soldi si è fatta l’unità d’Italia? Chi ha dato il sangue nelle grandi fabbriche del Nord negli anni 60 e 70? Chi ha pagato il tributo più grande nella lotta al terrorismo e alle mafie?

Passiamo ora alle guerre. L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Le istituzioni italiane ci hanno portato in guerra senza proclamarla e con l’invio di notevoli armi convenzionali letali in Ucraina hanno disatteso uno dei principi fondamentali della Repubblica nata dopo la devastante Seconda guerra mondiale. Con l’aggravante che siamo un Paese a sovranità limitata, pur essendo il popolo sovrano, perché subiamo basi Nato e presenza di bombe atomiche senza che gli italiani si siano mai espressi su questo. Del principale diritto, quello alla pace e alla vita, non decidiamo liberamente.

La Repubblica, poi, promuove la cultura e la ricerca e tutela il paesaggio: direi che è sotto gli occhi di tutti come i fondi per la cultura e la ricerca ed i concorsi pubblici siano assolutamente insufficienti ed il paesaggio non è sempre tutelato, ma anzi spesso deturpato, martoriato, violentato. Il nostro ambiente richiamato in diversi articoli della Carta è considerato spesso luogo da consumare, depredare, sfruttare, invece che curare, difendere, valorizzare, amare. Per non parlare poi dello smantellamento di uno dei principali diritti umani: quello alla salute per ogni persona e, quindi, il dovere per le istituzioni di garantire in primo luogo una sanità pubblica, tendenzialmente gratuita e soprattutto efficace. Basta farsi un giro per il nostro Paese e rendersi conto come sia stata smantellata la sanità pubblica e come il diritto alla prevenzione, alla cura e alla salute non sia più garantito a tutte e tutti.

L’istruzione pubblica ad ogni livello, tutelata dall’articolo 33, è continuamente sotto attacco perché il disegno dell’ordine costituito è quello di conformare le future generazioni ad un modello classista ed aziendale che è l’antitesi della comunità educante aperta ad ogni individuo, con pari opportunità e con propensione ad accogliere sempre i più fragili per renderli non esclusi da un modello competitivo che rischia anche di annichilire le coscienze. Che dire poi di un modello neoliberista e predatorio, del turbo capitalismo del consumismo universale, che ha sovvertito anche gli articoli 41 e seguenti che mettono al centro la persona, i beni collettivi, la proprietà pubblica e poi quella privata, che non si tutela sempre ma a solo a determinate condizioni. Il modello dominante è sempre tutto invece incentrato sull’io, sull’avere, sul possesso, sulla depredazione dei beni comuni, estromettendo lavoratrici e lavoratori dalla partecipazione all’organizzazione economica e produttiva. Un modello privatistico, in cui tutto ha un prezzo, anche le persone. Il denaro non come mezzo per vivere con dignità, ma obiettivo di vita per la ricerca di una ingannevole felicità. Potremmo continuare a lungo, nel constatare come una Carta anziana sia in realtà ancora una bambina che non si vuol far crescere. Si potrebbe, infatti, continuare parlando dell’attacco politico alle funzioni democratiche di garanzia, come magistratura e media, così come di leggi elettorali incostituzionali, di assetto verticistico dello Stato contro i luoghi della partecipazione, di esercizio di cariche pubbliche ed istituzionali senza disciplina ed onore ed in contrasto alla stessa Costituzione.

Se, quindi, la Costituzione viene svuotata con leggi ordinarie, violata con prassi e condotte, elusa, tradita, che può fare il popolo, che ricordiamolo è sovrano come statuisce l’articolo 1? I Costituenti, che hanno scritto la Carta dopo la guerra, l’orrore fascista e nazista, i crimini di Stato, le leggi razziali, hanno ipotizzato che potesse accadere nuovamente nel futuro che i principi fondamentali della Costituzione potessero essere disattesi, proprio dai poteri, e quindi hanno scolpito come un monumento giuridico l’articolo 3, secondo comma. Che cosa è scritto in questa Carta laica che è ai vertici della gerarchia delle fonti del diritto e, quindi, ogni norma subordinata deve essere interpretata in maniera costituzionalmente orientata? È scolpito che se ci sono ostacoli di ordine economico e sociale – e quanti ce ne sono stati in questi decenni -, se è limitata la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, se è impedito il pieno sviluppo della persona, noi di fronte a questa dura realtà abbiamo un’arma costituzionale.

Di fronte ad un Paese senza giustizia economica, sociale ed ambientale, un’Italia in cui per progresso e sviluppo si è inteso minare il rapporto tra uomo e natura fino al punto di spezzarlo, noi non abbiamo solo il diritto di ribellarci a questa ingiustizia prodotta da modelli normativi ed economici apparentemente legali ma ingiusti, abbiamo il dovere. Noi come Repubblica, abbiamo il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono tutto questo. Recita l’inizio del comma: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli». Compito, quindi dovere, impegno, obbligo. Repubblica, quindi noi tutti. Altrimenti il Costituente avrebbe parlato di istituzioni, invece si rivolge alla Res publica, alla polis, al popolo, a noi. Rimuovere gli ostacoli. Riflettiamo sul verbo, non è un verbo giuridico, istituzionale, politico in senso stretto. È un verbo militante, di lotta, di ribellione, di insorgenza. Alzarsi e lottare per i diritti. Scuotere indifferenze. Rimuovere gli ostacoli è azione di lotta militante a tutti i livelli: nella vita individuale ed associata, nel lavoro, nelle scuole e nelle università, nelle istituzioni. Di fronte alle ingiustizie perpetrate con la legalità formale e l’ordine costituito c’è bisogno dell’impegno di individui e masse nell’attuazione della Costituzione, rimuovendo gli ostacoli con una rivoluzione etica e culturale in primo luogo, pacifica e non violenta, ma che arrivi a colpire il disegno eversivo che sta da decenni avvelenando la nostra bellissima Carta costituzionale. La Costituzione non è un libro da spolverare ogni tanto con retorica e per far magari pulire la coscienza a custodi infedeli, ma un manifesto per la giustizia che, se attuato, può anche realizzare il diritto alla felicità.

L’autore: Luigi de Magistris, ex magistrato ed ex sindaco di Napoli, è il portavoce di Unione popolare

Il dissenso è giovane

«Come studenti e come giovani pensiamo sia un dovere dissentire, perché l’alternativa esiste ed è nostro compito proporla e portarla avanti». È una frase del comunicato del collettivo del liceo Virgilio occupato, Roma, 5 dicembre 2022.
Milano, 27 settembre 2022, comunicato del collettivo politico Manzoni dopo due giorni di «occupazione simbolica»: «Non crediamo più all’idea di una scuola distaccata e lontana da ciò che accade all’esterno di essa; la scuola ci appartiene ed è il mezzo che riteniamo più consono per manifestare il nostro dissenso rispetto al contesto politico e sociale del nostro Paese». Ancora Roma, assemblea del liceo Socrate occupato, 13 dicembre 2022: «La condizione che noi studenti ogni giorno viviamo sulla nostra pelle è ormai insostenibile. A livello nazionale si è giunti all’affermazione di un nuovo governo di destra, ultraconservatore e reazionario che non farà altro che proseguire le politiche elitarie portate avanti dai governi precedenti e garantire gli interessi delle classi più abbienti».

Questi sono solo tre flash, ma la fotografia complessiva del movimento di protesta che attraversa le scuole italiane è variegata, multiforme e costante, visto che le mobilitazioni si protraggono da oltre un anno. C’è da dire che le occupazioni tra novembre e dicembre 2022 hanno interessato soprattutto Roma, e anche Firenze, secondo quanto riportano le cronache. I media mainstream perlopiù si sono concentrati sui fatti. Qui ci interessa comprendere il senso di questa rivendicazione del “diritto al dissenso” accompagnata da idee e proposte per la scuola da parte di studenti che si sono auto organizzati in collettivi autonomi o che portano avanti progetti di riforma all’interno di sindacati studenteschi. Il vissuto è lo stesso, in un contesto politico mai verificatosi prima nella storia della Repubblica. Tutti poi hanno alle spalle due anni di pandemia, di restrizioni, di problemi dovuti alla Dad, compreso l’aumento del disagio psicologico, evidenziato da studi e sondaggi. Alla fine del 2021 le proteste scaturite nel segno del diritto allo studio in epoca di didattica digitale avevano coinvolto moltissimi istituti, culminate a inizio 2022 con la mobilitazione di massa contro l’alternanza scuola lavoro, dopo la morte, il 21 gennaio, del giovane Lorenzo Parelli durante il suo ultimo giorno di stage. Proteste che a Roma, al presidio del movimento La lupa al Pantheon, finirono con le cariche violente da parte della polizia. Questi due anni hanno lasciato il segno. E poi c’è stata la guerra. E poi ci sono state le elezioni…

Nei documenti degli studenti si respira a pieno questo clima. Sono testi che denotano ricerca, approfondimenti, critiche acute ma anche una visione di scuola e società diverse da quelle proposte dal pensiero dominante. Il decreto anti-rave, tra i primi atti del governo Meloni, è visto come un attacco all’esigenza di socialità di una generazione che «si trova costretta in un sistema di omologazione di massa» e che rifiuta i confini imposti degli spazi consumistici delle discoteche «opprimenti ed elitarie», si legge nel documento del Virgilio. La politica economica del governo di centrodestra è passata al vaglio e criticata: «Abolire il reddito di cittadinanza significa costringere una parte di popolazione a un peggioramento effettivo delle loro condizioni di vita. Crediamo in una società diversa, che garantisca a tutti una vita dignitosa», scrivono gli studenti del Socrate. E poi vengono messi in evidenza l’attacco ai diritti civili e le discriminazioni nei confronti delle donne e delle persone Lgbt. «Anche sull’immigrazione dimostrano una completa mancanza di sensibilità umana ed una sprezzante xenofobia», sostengono gli studenti del Virgilio. E naturalmente vengono respinte le scelte politiche (compresi i tagli ai finanziamenti) in materia di scuola: «Siamo vittime di un sistema scolastico che valuta noi studenti come individui su cui fare profitto, non tutela il nostro diritto allo studio e non permette di esprimerci al meglio» si legge nel documento del Socrate. La richiesta, sottolineata più volte, è quella di «una formazione culturale e personale». Di una scuola che prenda finalmente in considerazione le esigenze dei ragazzi e delle ragazze, le fragilità psicologiche, l’educazione sessuale, i diritti. E di una scuola che non diventi una sorta di agenzia interinale: chiedono quindi di abolire o ripensare la misura renziana dell’alternanza scuola lavoro – diventata nel 2018 Pcto (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento). Nel 2022, ricordiamo, dopo Lorenzo Parelli, altri due ragazzi, Giuseppe Lenoci e Giuliano De Seta, hanno perso la vita durante uno stage.

Se i governi precedenti (di centrodestra e di centrosinistra) avevano deluso le aspettative degli studenti, ora l’esecutivo Meloni rappresenta ai loro occhi un ulteriore e pericoloso passo indietro. Il ministro Giuseppe Valditara, «uno dei maggiori responsabili della disastrosa riforma Gelmini», ormai si è guadagnato l’appellativo di “ministro del merito e dell’umiliazione”, con il chiaro riferimento alla sua uscita pubblica sull’educazione appunto, “come umiliazione”. Parole che restano indelebili. Dal centrodestra comunque è un fiorire di proposte sui “metodi educativi” per i giovani: il presidente del Senato La Russa per esempio ha rilanciato la sua vecchia idea della mini naja: un periodo di 40 giorni con l’incentivo, per i volontari, di punti in più alla maturità e alla laurea.

Di fronte a questo scenario politico si muove un universo studentesco fatto di sigle diverse, di sindacati, di reti provinciali e nazionali e di collettivi autonomi. E che manca, anche per difficoltà oggettive, di un coordinamento più esteso. «Il coordinamento più ampio è sempre auspicabile, viviamo la stessa scuola, i problemi, se non per qualche differenza territoriale, sono gli stessi», dice Dario del collettivo politico Manzoni. Al liceo di Milano l’occupazione è arrivata il 26 settembre, subito dopo le elezioni. «Le motivazioni sono state varie: la questione dell’alternanza scuola lavoro per noi è stata cruciale. All’indomani della morte di Giuliano abbiamo organizzato un corteo interno, poi c’era stata la situazione disastrosa delle Marche e quindi volevamo riportare l’attenzione sulla questione climatica. Ma il governo Meloni, diciamo, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso». In alcune occasioni il movimento multiforme si ricompatta. Il 18 novembre scorso lo sciopero degli studenti promosso dal sindacato studentesco Uds con gli universitari di Link e Rete della conoscenza con lo slogan “Ora decidiamo noi!” ha portato in 80 piazze in tutta Italia 150mila studenti. Alla protesta hanno partecipato, tra gli altri, l’Osa (Opposizione studentesca alternativa), la Rete degli studenti medi, la Rete studenti Milano, che è il coordinamento dei collettivi studenteschi. Infine, il 20 dicembre a Roma il movimento Lupa scuole in lotta ha manifestato davanti al ministero dell’Istruzione e del merito in viale Trastevere.

L’Uds intanto ha organizzato dal 10 al 12 febbraio l’assemblea nazionale a Roma sul tema della rappresentanza e della partecipazione studentesca. È il secondo appuntamento dopo gli Stati generali della scuola che a febbraio 2022 videro la partecipazione anche, tra gli altri, di Flc Cgil, Action Aid, Priorità alla scuola. Il risultato fu il Manifesto nazionale della scuola pubblica con i 5 pilastri della riforma: legge nazionale sul diritto allo studio, abolizione dei Pcto in favore dell’istruzione integrata, potenziamento delle rappresentanze studentesche, garanzia della salute, sicurezza e benessere psicologico e un nuovo Statuto degli studenti e delle studentesse. Ripartire dalla partecipazione serve per aumentare la consapevolezza e l’azione degli studenti, soprattutto in un momento in cui non si sentono rappresentati dai partiti? «È un obiettivo necessario – risponde Lucas Radice dell’Uds Lombardia -. L’attuale modello di rappresentanza è stato svuotato del suo senso politico e invece essere rappresentanti all’interno della scuola vuol dire cercare di rispondere alle esigenze degli studenti e cercare di risolvere condizioni di disagio». Gli strumenti ci sono, andrebbero resi più efficaci, continua Lucas: raddoppiare il numero dei rappresentanti di istituto e anche ridare vigore al comitato studentesco (costituito da tutti i rappresentanti di classe e quelli di istituto). Il diritto allo studio è un altro nodo cruciale. Michele Pintus, Uds Cagliari, parla del problema dei trasporti in Sardegna, tra i motivi anche della forte dispersione scolastica, del diritto all’inclusione per studenti con disabilità, di edilizia scolastica disastrata. «La voce degli studenti deve farsi sentire. Ci sono sì le assemblee di istituto, ma in realtà in molte scuole gli spazi vengono negati. Molti presidi e docenti sono ancora coinvolti nella paura per il Covid e così ci ritroviamo chiusi in questa paura e non riusciamo a esprimerci». Riportare l’assemblea d’istituto ad essere «uno strumento collettivo per fare politica» è anche ciò che ribadisce Morena Luberti, Uds Chieti, che racconta come il 18 novembre gli studenti abruzzesi abbiano espresso le loro rivendicazioni che poi verranno presentate alla Regione per definire una legge regionale sul diritto allo studio.

Tullia Nargiso, dell’esecutivo della Rete degli studenti medi del Lazio, parla di un altro nodo cruciale. «Questi primi mesi di governo – dice – ci stanno dimostrando che non esiste l’intenzione di mirare al futuro delle nuove generazioni, sia dal punto di vista della transizione ecologica che per la politica che stanno portando avanti, anche riguardo, per esempio, al bonus cultura. Puntano poi sullo sport ma non sulla risoluzione del disagio psicologico che resta un problema molto sentito da noi giovani». La Rete degli studenti medi con lo Spi Cgil e l’Unione degli universitari nel 2021 ha condotto l’indagine Chiedimi come sto coinvolgendo 30mila giovani. «Nove studenti su dieci dichiarano di soffrire di ansia o comunque di disagio psicologico e il bonus psicologo non riesce a rispondere alle domande presentate. Noi vorremmo che fosse completamente rivisto il Cic, lo sportello salute all’interno delle scuole».

Infine, la scuola vissuta come bene comune da difendere, luogo della «comunità studentesca unita». Il 3 dicembre, racconta Gaia del collettivo politico Galeano del liceo Socrate, un temporale ha provocato l’allagamento di alcune aule e un blackout elettrico. Episodi del genere non sono nuovi nell’istituto romano. Gli studenti hanno deciso di occupare la scuola. «La nostra azione non era di critica al preside o al consiglio d’istituto – racconta -, ma voleva essere più ampia. Così siamo andati a parlare con il consigliere dell’edilizia scolastica di Città metropolitana». È stato aperto un tavolo con le istituzioni, gli studenti hanno ricevuto assicurazioni sull’inizio dei lavori di manutenzione. E intanto durante l’occupazione si sono svolti i corsi decisi dai ragazzi: incontri con un’associazione di ritorno dalla Striscia di Gaza, con il movimento disoccupati 7 novembre di Napoli, e poi cineforum, poesia e disegno. «Ci siamo focalizzati – conclude Gaia – su un’idea di scuola che fosse diversa dal solito e che comune proponesse attività culturali. Abbiamo un po’ immaginato l’idea di scuola che piace a noi».

Nella foto: Manifestazione degli studenti, Roma, 18 novembre 2022 (foto di Renato Ferrantini)

Non c’è più religione

La notizia ha fatto il giro del mondo: la maggioranza degli inglesi e dei gallesi non si dichiara più cristiana. Secondo i risultati dell’ultimo censimento, in dieci anni i cristiani sono infatti scesi dal 59% al 46%. Per contro, i “senza religione” sono saliti dal 25% al 37%. In Galles è addirittura già avvenuto il sorpasso: 47% contro 44%.
Ma per capire cosa sta succedendo non c’è bisogno di recarsi nella cittadina di Caerphilly, dove i “senza religione” sono il 57%. Perché il fenomeno non è soltanto locale. In Irlanda del Nord, dove le identità religiose sono storicamente fortissime e hanno provocato conflitti cruenti, dove persino agli atei viene chiesto se sono protestanti o cattolici, i “senza religione” hanno raggiunto il 17,4%. Nell’Irlanda repubblicana l’ultimo censimento risale al 2016, e i “senza religione” erano già arrivati al 10%, quasi raddoppiando rispetto alla precedente occasione, mentre i cattolici avevano toccato il minimo storico, il 78%. Secondo i sondaggi le distanze si sono già ulteriormente accorciate, soprattutto in seguito alle innumerevoli notizie di crimini di pedofilia clericale.

Quanto accade in Irlanda sta accadendo anche in Polonia, dove nel 2021 il governo nazionalista ha approvato una legge che vieta quasi totalmente l’aborto. Ha ottenuto l’aperto plauso delle gerarchie ecclesiastiche, ma poi i non credenti hanno superato il 10%. Per i vescovi wojtyliani, le proiezioni future sono catastrofiche: soltanto il 9% dei giovani giudica positivamente la Chiesa. Irlanda e Polonia non sono Paesi come quelli scandinavi, disincantati da decenni. Sono realtà in cui il cattolicesimo rimane estremamente pervasivo. Eppure sembra ugualmente che possano crollare da un momento all’altro.
Non diversamente vanno le cose oltreoceano. Il Canada, confermando la sua propensione europea, nell’ultimo censimento ha visto i “senza religione” crescere al 34,6% (dal 23,9% del 2011 e dal 16,5% del 2001). Ciò che si sta verificando negli Usa era invece assolutamente imprevisto fino a pochi anni fa, quando sembravano costituire la miglior smentita all’inevitabilità della secolarizzazione: il Paese più ricco al mondo presentava altissimi tassi di devozione. Non è più così. Nel 2022 i “senza religione” hanno conseguito anche negli States il loro record (29%), percentuale che nella generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) raggiunge addirittura il 47%, e in cui per la prima volta sono le giovani sorpassano i giovani. Quasi a ribadire quanto sia roseo l’orizzonte dell’incredulità.

Ma la tendenza è osservabile anche in società meno agiate come il Messico, in cui nell’ultimo censimento i “senza religione” sono risultati essere l’8,1%. E la presa di distanza dalla religione si riscontra pure in Paesi a maggioranza islamica. In Turchia si stima che il 40% della popolazione sia ormai non praticante e il 10% non sia credente. In Iran la maggioranza ha smesso di pregare, e secondo l’organizzazione Gamaan (con sede in Olanda) quasi la metà degli adulti è considerabile “senza religione”, nonostante l’impossibilità di condurre sondaggi imparziali – e questo accadeva prima della rivoluzione in corso. Soltanto in Africa la religione resta apparentemente inossidabile. Anche nel continente più povero vengono però alla luce i non credenti: associazioni di undici Paesi diversi aderiscono a Humanists international.

E in Italia? Sono decenni che i censimenti non pongono domande sulla religione, per cui occorre affidarsi a sondaggi e inchieste. Da una di esse risulta che i cattolici si sono ridotti a due terzi della popolazione, che la maggior parte di essi sono sedicenti tali (perché che non vanno praticamente mai a messa) e che il numero delle religioni di minoranza cresce più velocemente dei loro fedeli. Esiste invece un 30% di connazionali che non crede in dio: solo venticinque anni fa erano il 10%. Sono evidenze scaturite da una ricerca del sociologo Franco Garelli, finanziata dai vescovi italiani (le trovate nel libro Gente di poca fede, Il Mulino edizioni).
Anche nel nostro Paese sono soprattutto i giovani a dichiararsi atei e agnostici – al punto che Armando Matteo, un sacerdote molto stimato da Bergoglio, ha intitolato un suo libro La prima generazione incredula.

Un fenomeno mondiale, dunque. Quali le cause? Storicamente, l’incredulità è emersa quando gli individui hanno raggiunto livelli dignitosi di benessere, istruzione, libertà di espressione e sicurezza esistenziale. Una volta potevano riuscirci soltanto gli appartenenti alle élite. Se oggi assistiamo a un’accelerazione senza precedenti e l’ateismo sta diventando un fenomeno di massa, è perché queste situazioni si sono estese a larghi settori della società. Dichiararsi atei perlopiù non espone più a roghi e decapitazioni (anche se in dieci Stati la pena di morte è ancora in vigore), mentre internet è stata ed è un formidabile propellente per uscire allo scoperto e conoscere altre persone che la pensano allo stesso modo. Per di più, una volta che si è avviato il meccanismo, pare proprio che sia difficile tornare indietro (se non attraverso la repressione): i bambini cresciuti in famiglie non credenti tendono, salvo rare eccezioni, a diventare adulti non credenti. L’incredulità di massa ha tassi di trasmissione intergenerazionale ormai superiori a quelli delle religioni predominanti.

Come se non bastasse, anche le religioni sembrano aiutare il proliferare delle apostasie. La fede sta diventando una convinzione diffusa prevalentemente tra anziani che alle nuove generazioni parla sempre meno, o non parla affatto.
Ma i leader religiosi continuano come se niente fosse a giudicare gli esseri umani secondo criteri dogmatici di bene/male, giusto/sbagliato, lecito/vietato, mostrandosi sempre più lontani da una realtà che è fatta di sensibilità e opinioni in divenire, in particolare sugli aspetti legati alla sessualità. Ratzinger, da questo punto di vista, è stato soltanto il caso più eclatante. Ma non è che con Bergoglio la Chiesa cattolica si sia risollevata: si è rivelato un simpatico influencer incapace di far aumentare l’affluenza ai rituali celebrati dai suoi subalterni. Anche la testardaggine con cui le Chiese cristiane continuano a non affrontare gli scandali che le colpiscono non le aiuterà a risollevare il gradimento.

Ma c’è un’ulteriore ragione che sembra allontanare sempre più persone dall’appartenenza religiosa: i legami troppo stretti con la politica. Talvolta una politica incomprensibile (la Chiesa anglicana che ha come capo il monarca, e conta ventisei vescovi nella Camera dei lord), talvolta una politica liberticida: dall’alleanza del governo polacco con una Chiesa tradizionalista alla Corte suprema Usa che vieta l’aborto in nome del fondamentalismo cristiano, dal sultano islamista Erdoğan al potere in Turchia al regime iraniano degli ayatollah.
Anche in Italia abbiamo adesso un governo tanto, troppo nostalgico di un cattolicesimo vecchio stampo, più arcaico persino di quello democristiano degli anni Cinquanta. Ma i vescovi lasciano fare, privilegiando i supremi interessi della propria azienda. Potrebbero pagare carissimo tale scelta. È uno dei pochi motivi di speranza per il futuro del nostro Paese. E per quello del nostro pianeta.
Entro qualche decennio, il panorama religioso del mondo potrebbe essere molto diverso. Ed è una buona notizia, perché il mondo stesso potrebbe essere più libero, plurale e tollerante. In due parole: più laico.

Pedofilia, il sociologo Marzano: Così la Chiesa italiana si autoassolve

Il 2022 appena concluso per la Chiesa cattolica italiana è stato l’anno della prima volta. Non era mai accaduto infatti che la Conferenza episcopale (Cei) incaricasse qualcuno di realizzare un Report su abusi e violenze contro i minori compiuti in ambito ecclesiastico. L’indagine è stata avviata il 23 giugno e si è conclusa dopo soli 4 mesi tra fine ottobre e inizio novembre. A realizzarla sono stati ricercatori dell’Università Cattolica di Piacenza sulla base dei dati provenienti dai Centri di ascolto istituiti dal 2019 dalla Cei in 90 delle 226 diocesi italiane per raccogliere informazioni e segnalazioni dalle vittime di preti pedofili e dare loro sostegno psicologico e giuridico. Stando allo studio, tra il 2020 e il 2021 sono state 89 le segnalazioni di abusi e violenze di vario tipo raccolte da 30 dei 90 centri (60 non hanno ricevuto alcuna segnalazione); 40 riguardano minori di 14 anni (45%), 33 di età compresa 15-18 anni e 16 adulti vulnerabili. L’estate scorsa il nuovo capo della Cei, monsignor Zuppi, aveva definito il Report «uno strumento per presentare una radiografia dell’esistente» ma anche e soprattutto «per implementare l’adeguatezza dell’azione preventiva e formativa».

A parole tanti buoni propositi, ma è vera svolta? A parole, per dire, monsignor Zuppi presentò l’Università Cattolica come «centro indipendente» dalla Chiesa “dimenticando” che per statuto le università cattoliche sono regolate dal Codice di diritto canonico (art. 807- 814), dalla Costituzione apostolica Ex corde ecclesiae sulle università cattoliche e dalle Norme applicative delle Conferenze episcopali. Giriamo la domanda al sociologo dell’Università di Bergamo Marco Marzano autore di numerosi saggi sul tema tra cui La casta dei casti: I preti, il sesso e l’amore (Bompiani, 2021) e il recente “Gli abusi clericali nel cattolicesimo: uno sguardo sistemico” all’interno del libro curato da Lorenzo Benadusi e Vincenzo Lagioia In segreto. Crimini sessuali e clero tra età moderna e contemporanea (Mimesis, 2022).

Marzano, questo Report rappresenta una svolta nella lotta contro la pedofilia clericale in Italia? «Per la Chiesa italiana la svolta della lotta contro la pedofilia non può certo arrivare da un’indagine di questo tipo», dice senza mezzi termini il sociologo. «Anche perché le criticità emerse sono davvero tante nonostante l’enfasi che ha accompagnato il Report. Per esempio, il questionario è stato inviato a tutte le diocesi ma non tutte hanno risposto. E già questo è interessante. Altre hanno risposto ma solo per dire di non aver ancora attivato il Servizio per la tutela dei minori. Inoltre in molti dei centri d’ascolto non è andato nessuno (60 su 90). Secondo me perché diversi si trovano dentro la curia. Chi vuole denunciare penso sia inibito. Il palazzo dove risiede il vescovo non mi sembra il luogo ideale in cui collocare un centro che raccoglie denunce contro i funzionari della Chiesa. Chi andrebbe dalla polizia a raccontare di aver subito un sopruso da un poliziotto?».

Quaranta segnalazioni di casi di pedofilia in due anni non sono comunque poche, nel senso che segnalano e confermano l’esistenza di un fenomeno criminale negato fino a pochi anni fa. (Nel 2012, chi scrive chiese al portavoce della Santa Sede, monsignor Federico Lombardi: «In tutto il mondo la Chiesa sta indagando, perché in Italia questo non accade?». Risposta: «Perché non esiste un “caso Italia”»). Ai 40 casi censiti dai Centri d’ascolto vanno aggiunti 613 fascicoli sui casi di pedofilia di matrice ecclesiastica trasmessi dalle diocesi italiane al dicastero per la Dottrina della fede tra il 2001 e il 2020, affinché indagasse ed eventualmente giudicasse i presunti responsabili. Un dato quest’ultimo rimasto segreto e a disposizione della Santa sede fino al 17 novembre scorso e rivelato dal segretario della Cei, monsignor Betori, alla presentazione del Report. Questo significa tra l’altro che mai nessuno di questi 613 casi è stato segnalato alla magistratura italiana.

Lei che ne pensa, Marzano: 40 segnalazioni in due anni sono poche o molte? «Intanto va sottolineato che il dato non è omnicomprensivo. Come dimostrate anche con Spotlight Italia, la vostra indagine permanente sui crimini nella Chiesa italiana, le denunce presentate solo all’autorità civile non ci sono. Poi sappiamo benissimo che ci sono tanti casi che purtroppo rimangono drammaticamente sepolti… Gli psicoterapeuti lo spiegano benissimo: un abuso subito da bambini impiega 10-20-30 anni ad emergere dalla memoria della vittima». Monsignor Zuppi ha voluto porre l’accento in particolare sulla prevenzione. E il 17 novembre alla presentazione del Report – dove peraltro il capo della Cei non si è fatto vedere, sebbene la realizzazione dell’indagine fosse stata il suo biglietto da visita al momento dell’insediamento – questi sono alcuni dei dati sciorinati: «Le principali attività svolte dai Servizi diocesani di tutela dei minori consistono in incontri e corsi formativi. Il numero di incontri formativi proposti nel biennio in esame (2020-2021) è cresciuto notevolmente, passando dai 272 incontri del 2020 ai 428 del 2021. Il numero di partecipanti conferma il trend di crescita: da 7.706 nel 2020 a 12.211 nel 2021, con l’aumento più alto per gli operatori pastorali, passati da 3.268 a 5.760». Se pensiamo che in Italia risiede la più alta popolazione ecclesiastica al mondo, con circa 35mila persone, si nota bene che qualcosa è andato storto. È d’accordo?

«Sono numeri eloquenti, dimostrano che i centri d’ascolto non funzionano e dicono che la campagna di prevenzione rischia di essere una campagna vuota. Penso – prosegue il sociologo – che non è creando uno Stato di polizia che si sradica la pedofilia dalla Chiesa. So per certo che a questi corsi diversi sacerdoti ci sono andati perché costretti, e quei numeri sono oltretutto un po’ alterati perché comprendono anche chi ha partecipato più volte. Poi mi chiedo, non tutti coloro che sono agli sportelli dei centri d’ascolto hanno una adeguata formazione in psicologia, in diversi casi ci sono anche sacerdoti: siamo sicuri che abbiano la capacità di aiutare una persona a raccontare, a denunciare, a vincere il timore, il senso di colpa, la vergogna? Non voglio dire che stiano lì per insabbiare le denunce, non ho elementi, e sono sicuramente tutte bravissime persone. Ma penso sia più probabile che in questi luoghi (spesso si trovano nella curia vescovile) ci vada la beghina gelosa del prete piuttosto che una vittima vera e propria. Se l’attività di ascolto fosse svolta da figure davvero indipendenti e laiche questa operazione avrebbe tutta un’altra forza». E qual è la “vera” forza, il vero scopo di questa operazione? «Secondo me la logica che c’è dietro è la solita: mettere al sicuro l’istituzione facendo operazioni di facciata. I Servizi diocesani di tutela dei minori, i centri d’ascolto per le vittime permettono alla Chiesa di dire: “Abbiamo fatto tutto quello che si doveva”. Poi se qualche sacerdote, come è inevitabile, commetterà dei crimini sarà solo sua responsabilità individuale. E le dirò di più, qualcuno di questi sarà dato in pasto all’opinione pubblica pur di preservare la reputazione della Chiesa italiana».

Cosa rappresenterebbe per lei un vero salto di paradigma? «Nella Chiesa cattolica, non solo quella italiana, va cambiato il rapporto con la sessualità e l’affettività del clero. Va messa radicalmente in gioco la cultura che nega la sessualità e l’affettività. Si dovrebbe quindi affrontare il nodo della formazione clericale e soprattutto il punto cardine che ruota intorno al celibato obbligatorio». Ma sappiamo bene che da questo orecchio la Chiesa non ci sente. «Esattamente – osserva Marzano – ma non perché non voglia eradicare la pedofilia dal suo interno. Semmai di questo sarebbe felicissima perché i preti violentatori, i catechisti, gli allenatori negli oratori, i capi scout violentatori sono la sua principale fonte di guai. Però rielaborando l’idea di sessualità, riorganizzando la formazione dei seminaristi e “sciogliendo” il nodo del celibato obbligatorio, i gerarchi della Chiesa rischierebbero di buttar via il bambino con l’acqua sporca. E il bambino per loro è l’organizzazione di tipo clericale, basata su una casta di persone distanti dal sesso (almeno in apparenza), dalla “normalità” di noi poveri mortali, dai desideri e dalla vita affettiva. In buona sostanza si perderebbe l’idea del sacerdozio, che porta con sé l’automatico accesso a privilegi e potere, soprattutto in Italia».

Violenza sulle donne, la psichiatra Calesini: Fuori dalla spirale di un sistema patriarcale

Il caso della Comunità Loyola conferma quanto sia trasversale e sistemica la violenza sulle donne. Ne parliamo con la psichiatra e psicoterapeuta, Irene Calesini.

La violenza sulle donne in Italia è una piaga della società. Irene Calesini, quanto incide il contesto ambientale e culturale su queste dinamiche?
La violenza contro le donne in tutte le sue forme, più che una piaga, che rimanda alla idea di una ferita che non guarisce in un corpo forse sano, è un fenomeno pervasivo, che caratterizza la stessa strutturazione della società, interessandola nel suo complesso, a più livelli e che si ripete nel tempo, nei diversi sistemi: sociale, economico, politico… religioso. È inoltre trasversale, come sappiamo, cioè colpisce donne di tutti i ceti sociali, livello culturale, possibilità economiche, condizioni fisiche e mentali, età. Ecco, forse dovremmo partire da qui: da quanto sia diffusa e quanto in fondo sia connaturata al modo stesso in cui sono nate e si sono sviluppate le nostre società. La violenza è agita da individui in relazioni personali, ma è anche nella organizzazione stessa della società, del lavoro, ecc. In questo senso il contesto ambientale, storico, politico e una certa cultura fomentano la violenza. Cultura però è anche la resistenza a tale violenza, con altri pensieri e prassi. Non dimentichiamo poi che è diffusa globalmente, in società molto diverse tra loro e questo complicherebbe il discorso; e obbliga a cercare quel qualcosa che evidentemente accomuna situazioni storiche, politiche, diverse – e che non è il discorso di una naturale violenza del genere umano, che scientificamente non c’è -. Quel qualcosa che va cercato nella cultura e più profondamente nel pensiero verbalizzato e/o agito e di cui si può essere più o meno consapevoli, per cui la donna è un essere inferiore, con tutte le conseguenze relazionali e materiali possibili.

Cosa può accadere all’interno di contesti “chiusi” come i monasteri?
In genere in un contesto chiuso c’è una ripetitività delle dinamiche, un controllo reciproco, si possono stabilire alleanze contro qualcuno, di solito più debole. Non si riesce a stabilire altri rapporti al di fuori che siano quindi non soggetti a controllo, giudizio, ecc. Non sono una conoscitrice di questi specifici contesti. Da quello che so vige la regola della obbedienza e negli ambienti cattolici c’è una forte gerarchia. In particolare tra i gesuiti la gerarchia assume caratteristiche militari, come dimostra anche la dizione “casa generalizia”. Questo condiziona le relazioni. C’è sempre una “asimmetria” tra due persone in una relazione gerarchica e di obbedienza; se poi si inserisce la disparità uomo-donna che non sembra estranea all’ambiente religioso, ecco che il contesto si connota come costrittivo. Nella nostra società, laica, giustamente come dovrebbe essere, è riconosciuta una assoluta parità di diritti e doveri e – tranne che in ambiente militare – non è dovuta per legge “obbedienza”, né nei rapporti privati, né in quelli sociali (nel lavoro è dovuta collaborazione nel rispetto dei ruoli professionali, ad esempio.) E succede quello che vediamo e viviamo tutti i giorni, pensi in una società dove questo, per impostazione ideologica, non è garantito.

Vale a dire?
Per agevolare la comprensione diciamo che si è nel pieno di un sistema patriarcale: la Chiesa cattolica è costruita su certi presupposti, pensiamo ai Padri della chiesa. Direi che le donne all’interno della gerarchia religiosa sono inevitabilmente in una condizione di discriminazione e quindi questo aggrava la condizione di partenza, c’è sottomissione. Tanto meno il contesto è garantista in merito alla parità effettiva e tanto più è possibile che ci siano situazioni di “abuso psicologico”. Che è sempre sottostante secondo me, ma non soltanto secondo me, a quella fisica, a quella sessuale, economica, attraverso il Web, attraverso le immagini pubblicitarie.

Spesso il violentatore non è uno sconosciuto.
Qui c’è il discorso della fiducia che viene tradita: se qualcuno che tu riconosci come autorità morale – in questo contesto è opportuno parlare di morale – un tuo superiore, un maestro, una persona per te degna di stima e fiducia, ti usa violenza, questa diventa ancora più grave. E lo è tanto che nel nostro codice penale il reato di maltrattamento in famiglia è perseguibile di ufficio, perché viene ritenuto ancora più grave subire violenza da qualcuno con cui è in atto una relazione che implica fiducia. L’Unicef nel 2000 ha dichiarato che «la violenza intra-familiare è una delle negazioni più perniciose dei diritti umani, in quanto è perpetrata non da persone sconosciute, ma da persone di cui ci si fida». Forse nelle comunità religiose i rapporti di convivenza, per vicinanza e consuetudine, si possono considerare familiari. Queste donne erano inoltre in condizioni di dipendenza economica. È una brutta storia però ribadisco, è una storia che si ripete in tutta la società e questo ancora di più ci fa dire quanto sia sistemica e trasversale questa violenza contro le donne.

Molte denunce contro padre Rupnik riguardano violenze avvenute decenni fa…
A livello più profondo e per rimanere a questi casi c’è da considerare la condizione di donne provenienti da situazioni spesso svantaggiate economicamente o socialmente, spesso giovani, non ancora formate, che fanno una scelta di fede o che sono orientate a farla e magari hanno l’aspettativa di trovare persone che condividono i loro stessi sentimenti e scelte e vedono in un/una superiore un riferimento, una persona di cui fidarsi. Nella relazione di qualunque natura che si instaura entrano in gioco tutti questi fattori di contesto e le personalità, la realtà interna degli individui. Chi è vittima di una violenza psicologica da parte di una persona di cui si fida spesso non se ne rende conto per lungo tempo. Ogni malessere, che pure si sente, viene ascritto al fatto di non essere stata adeguata, di non essere abbastanza brava o all’altezza dell’altro, le parole dell’altro che svalutano, che scherniscono, vengono giustificate. Ci si fa sempre più “piccole”, trasparenti. Nelle forme di violenza psicologica, come nelle varie forme di violenza domestica, si alternano anche “lune di miele”, momenti apparentemente appaganti, che confondono ancora di più. Certo è che se in ambienti religioso il rapporto che si instaura è molto stretto, è consuetudinario, il danno è sempre più grande.

Quali sono le conseguenze per chi subisce una violenza psicologica?
Ogni tipo di violenza, che sia fisica, sessuale, psicologica, tramite il Web, ecc, ha sempre conseguenze sulla sfera psichica, mentale, oltre che fisica. Si va da malattie psicosomatiche, al disturbo post traumatico da stress, a disturbi di ansia, a varie forme di depressione; in alcuni casi ci possono essere anche viraggi verso aspetti francamente psicotici, in genere acuti, e/o dissociativi. Non sono rari i tentati suicidi o i suicidi. La violenza psicologica ha la caratteristica di protrarsi nel tempo, è subdola; si esplicita con atteggiamenti, frasi, oppure silenzi, volti a sminuire l’altra, a intimidirla, a disconfermare le sue azioni, parole, pensieri; con minacce di aggressione o di abbandono. La donna esperisce un senso di allarme e di essere costantemente sottoposta a giudizio.
Spesso la violenza psicologica va insieme al ricatto economico, lo abbiamo visto anche nelle denunce raccolte da ex focolarini e pubblicate su Left nei mesi scorsi.
Esattamente, il ricatto economico è spesso presente e la violenza si accompagna anche a un senso di autosvalutazione, di colpa; la donna stessa crede alla negazione che l’altro agisce su di lei. Non è adeguata, non è abbastanza intelligente, non è abbastanza brava, empatica, non capisce l’altro, non se ne prende cura abbastanza; non è una buona madre; ecco queste cose vengono fatte proprie, agiscono in profondità. Poi se la violenza psicologica si accompagna anche ad atti di violenza fisica o/e sessuale diventa sempre più invadente. C’è sempre senso di vergogna e colpa. I danni a livello psichico sono enormi.

Si può scindere la violenza sessuale da quella psicologica?
No, assolutamente. Nella cosiddetta violenza sessuale, che chiamerei sempre stupro, è sempre insita la violenza psicologica. La costrizione ad avere un contatto fisico intimo non voluto è violenza psichica, in qualunque modo questo avvenga, perché il soggetto agente non tiene in nessun conto la volontà dell’altra. Sia che questa venga espressa con le parole o in modo non verbale, ritraendosi, sia che la donna accetti il contatto per paura, soggezione o altro che non sia una libera scelta. Accade spesso che chi è violentato si paralizzi per il terrore. In ogni caso è chiaro che non viene rispettata (o recepita) la condizione emotiva, psichica dell’altra. L’altra in questo caso (o anche l’altro nel caso dei crimini di pedofilia) è un oggetto per il violentatore. In termini psichiatrici egli annulla la realtà interna dell’altra (è un oggetto per masturbarsi o per dimostrare a se stessi la propria “virilità”) o la nega (“è buona solo per quello”, “anche se dice no, vuole dire sì”). In genere nello stupro c’è la volontà di sottomettere, dominare l’altra, umiliarla, distruggerne le capacità emotive, psichiche: la vitalità, la affettività. Volontà cosciente o intenzionalità inconscia. Quanto questo sia correlato alla idea di mascolinità veicolata da certa cultura e quanto alla problematica individuale di rapporto con l’altro sesso apre un ulteriore discorso. Ancora si potrebbe approfondire nel caso degli stupri di guerra ed etnici: qui la intenzionalità è cosciente. Nella violenza sessuale si condensa e si potenzia tutto quello che si verifica con la violenza fisica e psicologica. Viene lesa l’immagine di sé che è insieme fisica e psichica.

Come si curano queste ferite?
Queste sì, purtroppo, possono diventare piaghe, cronicizzare e non guarire mai, se non vengono scoperte. Ovviamente si curano con la psicoterapia e spesso occorrono molti anni. Possono servire anche cure somatiche perché molto spesso si ammala anche il corpo: malattie dell’apparato intestinale, genito-urinario; danni al sistema osteoarticolare, all’apparato masticatorio. Problemi cardiaci e cardiovascolari, malattie della pelle, sistema immunitario compromesso, ecc. La pericolosità della condizione di violenza risiede nel fatto che spesso è sconosciuta alla stessa donna che la vive, o è sottostimata. Specie se non è anche fisica. Ma anche se lo è, viene subita e sopportata, fino all’escalation o fino a che non coinvolge i figli, per paura o perché non è facile separarsi internamente da un uomo con cui magari si è vissuto un periodo di innamoramento o con cui si sono avuti figli. Accade spesso che donne che si rivolgono ai Servizi di salute mentale pubblici o privati per disturbi di ansia o depressione abbiano una lunga storia di violenza domestica o comunque relazionale, che è misconosciuta e che emerge solo dopo diverso tempo. Che può magari emergere solo attraverso i sogni, ma va intuita, cercata.

«Noi, ex suore, fuggite da una setta»

«Buonasera, le scrivo perché sono una delle ex suore della Comunità Loyola di Lubiana riuscita a fuggire da quella situazione settaria. La prego, mi metta in contatto con le mie ex consorelle che si trovano nella stessa situazione, so che lei può farlo». È parte del testo di una mail dal tono molto accorato che abbiamo ricevuto nei giorni scorsi nella casella postale di Left in cui raccogliamo le testimonianze che ruotano intorno al caso del religioso gesuita Marko Rupnik e al commissariamento della Comunità Loyola ([email protected]).

Due vicende che si sono intersecate, come vedremo, fino al 1993 ma che la Santa sede e la Compagnia di Gesù stanno tentando in ogni modo di tenere separate agli occhi dei media per contenere le conseguenze dello scandalo legato alle accuse di violenza psicologica e in alcuni casi anche sessuale mosse da 9 religiose della Comunità Loyola contro Rupnik, che uno scoop del nostro giornale online ha reso pubblico il 2 dicembre scorso (vedi nota a fine articolo, ndr). Dopo il nostro primo articolo tante altre cose sono emerse nell’ultimo mese: giudicato dal tribunale dei gesuiti Rupnik è stato prosciolto a ottobre 2022 perché i reati di cui era accusato dalle 9 suore sono prescritti dal punto di vista canonico; ciononostante la Compagnia di Gesù lo ha sottoposto a misure restrittive temporanee per limitare il suo «modo di fare»: niente confessione e nessun accompagnamento spirituale delle donne per tre anni; è inoltre emerso che Rupnik era stato processato anche nel 2019 per aver assolto in confessione una donna con cui aveva avuto un rapporto sessuale. Si tratta di un reato gravissimo, per la Chiesa, che comporta la scomunica automatica ma basta dichiararsi pentiti, cosa che Rupnik ha fatto, perché questa venga eliminata. Il fatto è accaduto nel 2015 nel contesto della scuola d’arte Centro Aletti di Roma, diretta all’epoca da Rupnik, e non è chiaro se la donna fosse consenziente (per capire la mentalità di chi lo ha giudicato basti dire che il capo dei gesuiti, reverendo Sosa, in un’intervista rilasciata all’Associated press ha dato per scontato che lo fosse dato che si tratta di una donna adulta…). Di sicuro non era consenziente un’altra donna che ha fatto parte dell’entourage artistico di Rupnik al Centro Aletti che ci ha raccontato il modus operandi del religioso: «Quando arrivai a Roma avevo grandi aspettative, ero un’artista, avevo lavorato in diversi atelier, volevo far parte della squadra del famoso padre Rupnik realizzatore di mosaici per le chiese di mezzo mondo, avevo un enorme desiderio di imparare».

Ma le cose non sono andate come desiderava. «Le mie aspirazioni sono diventate il suo terreno di conquista, la sua arte è diventata il suo terreno di seduzione. E a un certo punto è iniziato un rapporto “nuovo”. Nel senso che senza che me ne rendessi conto lui ha iniziato ad avere su di me un dominio psichico al punto che per due anni ho perso la mia libertà di pensiero e quasi la libertà di muovermi. Ero completamente presa da quest’uomo e soprattutto completamente persa. Vivevo un grande caos interiore». Potrebbe sembrare un innamoramento ma secondo la nostra fonte era qualcosa di molto diverso. Era manipolazione. «Lui poteva fare di me quello che voleva. Ero sotto il suo controllo e pian piano ha iniziato a compiere dei gesti su di me che non si devono fare. Gesti che non possono essere qualificati come vera e propria aggressione sessuale, siamo proprio al limite. Io semplicemente non volevo che mi mettesse le mani addosso ma lui si è avvicinato troppo. In tal senso la mia vicenda è molto meno grave della storia denunciata dalle suore di Lubjana. Ne sono consapevole. Siamo su due piani in parte diversi. La mia è molto più caratterizzata dal dominio psichico che dall’abuso sessuale». E come è finita? «Inizialmente ho cercato di reagire ma Rupnik mi fece capire che se avessi continuato a rifiutarlo beh… forse dovevo andare via dall’atelier e che il mio posto non era lì. In pratica il mio lavoro sarebbe dipeso dall’accettazione dei suoi gesti, dall’accettazione di quello che voleva fare di me. L’unica soluzione è stata fuggire».

E qui torniamo alla Comunità Loyola perché i nessi con quello che è accaduto a Lubiana appaiono innegabili ed è bene metterli in evidenza, perché la violenza sia essa “invisibile” in quanto agita sulla psiche di una persona, sia essa manifesta perché sfociata nell’atto “sessuale”, sempre violenza è. Sempre annullamento della realtà umana dell’altro è.
Ma cosa c’entra Marko Ivan Rupnik con una comunità di suore? Negli ambienti esterni alla Chiesa cattolica il suo nome potrebbe dire poco o nulla. All’interno del mondo ecclesiastico la questione è decisamente diversa. Rupnik è un acclamato artista religioso – i suoi ricchissimi mosaici, alcuni in oro e davvero giganteschi, sono installati in chiese e basiliche cattoliche di mezzo mondo, dal santuario di Loreto a quello di Padre Pio solo per citare un paio di esempi tra i più costosi – oltre che fine teologo e grande comunicatore. Tutto ha origine nei primi anni Ottanta presso la Comunità Loyola fondata da suor Ivanka Hosta, di cui Rupnik era amico e “padre spirituale”.

«Dopo le denunce di violenza psicologica e sessuale nel 1992-1993 la soluzione che viene trovata in accordo con il vescovo di Lubiana fu quella di allontanare Rupnik dalla Comunità» racconta una nostra fonte che chiede di rimanere anonima. Cosa che avvenne in maniera burrascosa «dopo un forte litigio e una separazione fra Rupnik e Hosta». Dopo questa fase critica nonostante il dolore e la sofferenza diffusa tra le consorelle abusate e manipolate, tutto tornò come prima, come se non fosse successo nulla. E la situazione è andata avanti così per quasi tre decenni, fino a quando cioè le “lacerazioni” interiori vissute negli anni da molte delle circa 50 suore vissute all’interno di questa comunità – «sofferenze acuite dall’atteggiamento omertoso della fondatrice riguardo il caso Rupnik», osserva la nostra interlocutrice – hanno spinto il Vaticano ad avviare nel 2020 in gran segreto una procedura di commissariamento affidato al gesuita monsignor Libanori nei confronti della Comunità fondata da Ivanka Hosta. L’accusa nei confronti di sr. Hosta e alcune sue fedelissime è di abuso di potere, violenza psicologica e spirituale tipici delle dinamiche settarie, stante la dipendenza e sottomissione rispetto alla fondatrice di tutte le altre suore. Molte delle quali, come l’autrice della mail di cui parliamo all’inizio, negli anni hanno trovato nella fuga dalla Comunità l’unica soluzione. Restando sole e senza un soldo in tasca da un giorno all’altro in un Paese straniero.

Dopo un anno di stallo dell’inchiesta, ci racconta la nostra fonte, papa Francesco ha ricevuto 4 lettere da altrettante ex suore della Comunità commissariata. «Una era la mia» dice. Eccone un passaggio: «Negli ultimi anni le scarse vocazioni nella Comunità Loyola sono venute soprattutto dal Brasile e dall’Africa. Sono ragazze fragili per cultura e per storie personali molto complesse e dolorose, che più facilmente possono essere irretite in relazioni di dipendenza e di sottomissione assoluta, secondo un modo poco sano (sia dal punto di vista religioso che antropologico) di concepire il valore e la prassi del voto di obbedienza e il proprio carisma comunitario, inteso come “disponibilità ai Pastori”. È evidente sempre più – prosegue la lettera – che la “dipendenza e l’abuso psicologico” è molto difficile da dimostrare e che per questo si configura come una forma di abuso ancora più grave. Un dolore silenzioso, che rende la vittima ancor più fragile ed esposta perché non creduta, non riconosciuta; o perché essa stessa si considera responsabile della sua condizione».

A questa e alle altre 3 lettere papa Francesco non ha mai dato risposta. Inoltre, denuncia la nostra fonte, «da mesi aspettiamo l’esito dell’indagine di Libanori sulla Comunità Loyola». Un silenzio inspiegabile del quale starebbero approfittando Ivanka Hosta e le sue fedelissime. «Oggi la Comunità Loyola in pratica non esiste più – dice la nostra interlocutrice – ma noi sappiamo che la fondatrice e le altre si sono spostate a Braga in Portogallo. Qui, nonostante l’indagine e tutti i divieti che ne conseguono, c’è stato un tentativo di far prendere i voti perpetui a una ragazza brasiliana. Sua sorella è disperata perché ha capito che è tutto un raggiro ed è molto preoccupata perché le impediscono di contattarla. Anche qui ci sono tutte le dinamiche di una setta: c’è stato un allontanamento dalla famiglia non del tutto volontario, c’è l’impedimento a qualsiasi contatto con l’esterno, c’è una situazione di fragilità interiore, e ci sono dei dubbi che hanno portato questa ragazza a un passo dal rinunciare. Dubbi che scompaiono con tanto di senso di colpa per aver tentennato, di fronte ad alcune delle figure di autorità, figure chiave della Comunità Loyola».

Di tutto questo è al corrente monsignor Libanori, così come 30 anni fa il vertice dei gesuiti era al corrente delle accuse contro Rupnik. Oggi come allora in Vaticano e presso la Compagnia di Gesù il massimo sforzo non è teso a tutelare le vittime ma a preservare l’immagine pubblica dell’istituzione religiosa. E con l’eventuale scioglimento della Comunità Loyola diverrebbe ancor più difficile gestire ciò che per 30 anni è stato tenuto nascosto sotto il tappeto. A cominciare dalla sistematica violenza invisibile contro decine di donne.

Il caso Rupnik su Left
Tutte le puntate della nostra inchiesta sulle accuse di violenza “sessuale” e abusi psicologici contro diverse donne in Italia e Slovenia a carico di padre Rupnik sono pubblicate integralmente sul sito di Left 

Le mani dei vescovi nelle nostre tasche

Condizionare la società non ha prezzo, soprattutto se riesci a far pagare il conto ai cittadini. È quanto accade nel nostro Paese, dove la classe politica garantisce un finanziamento pubblico di oltre 6,7 miliardi l’anno alla Chiesa cattolica. Risorse di tutti consegnate a un’organizzazione multimiliardaria, priva di regole democratiche e graniticamente impostata sulla disparità di genere.
Organizzazione che ha come obiettivo principale l’evangelizzazione e come prassi bimillenaria, per chiudere il cerchio, influenzare chi governa.
La cifra di 6,7 miliardi l’anno emerge dall’inchiesta icostidellachiesa.it, una dettagliata analisi dell’impatto sulle casse pubbliche dei contributi e delle esenzioni di cui gode la Chiesa cattolica. Una disamina in continua evoluzione, lanciata dall’Uaar undici anni fa e messa a disposizione di tutti. Al momento sono 48 le voci considerate, delle quali solo alcune come l’8permille sono note ai contribuenti e rendicontate dallo Stato (1.111.579.911 euro arrivati alla Cei per l’anno fiscale 2020), mentre per le altre regnano scarsa conoscenza ed estrema difficoltà per dare una misura in euro dello “sterco del demonio” in ballo. Misura che l’inchiesta però effettua, con stime prudenziali e argomentate. Si va dalla riduzione del canone Tv per gli istituti religiosi (0,37 milioni), allo stipendio erogato a dipendenti pubblici per assistere a funzioni religiose in orario di lavoro (1,5 milioni), alla copertura statale delle tariffe postali agevolate per gli enti ecclesiastici (7,5 milioni). Per passare a più sostanziose voci come i consumi idrici ed energetici del Vaticano (10 milioni), al mantenimento dei cappellani nell’esercito (20 milioni), ai contributi alle università cattoliche (42 milioni).

Come detto in apertura ciò che è impagabile di questa pioggia clericale di fondi pubblici è il condizionamento sociale che ne deriva. Sia chiaro, 6 miliardi l’anno sarebbero una straordinaria boccata d’ossigeno per le casse di uno Stato da anni sotto osservazione per il suo debito pubblico. Ma a preoccupare maggiormente devono essere gli effetti sociali, culturali e politici di queste sponsorizzazioni dei progetti della Chiesa. Un esempio su tutti: ai contribuenti italiani l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado costa 1,25 miliardi di euro l’anno. Ma il danno economico non è quello più rilevante. C’è quello di avere un’organizzazione esterna che seleziona e controlla, anche nella vita privata, 26mila docenti della scuola pubblica, la più grande forma di clientelismo in Italia visto che solo chi è nelle grazie del vescovo può avere il posto statale. C’è quello di avere «insegnamenti conformi alla dottrina della Chiesa» impartiti ogni settimana dai 3 ai 18 anni di età. C’è quello di avere un sistema educativo che divide i minori in base alle scelte religiose dei genitori, discriminando sistematicamente chi sceglie di non subire l’insegnamento cattolico.

Un ragionamento simile può essere fatto per i 35 milioni l’anno che costano alle Regioni gli assistenti religiosi cattolici negli ospedali. Ognuna di queste figure, tipicamente sacerdoti o frati, è selezionata dal vescovo e pagata dal Sistema sanitario nazionale con lo stipendio di infermiere. Tagliare questa spesa e assumere davvero degli infermieri sarebbe sicuramente un vantaggio per la sanità pubblica. Ma di nuovo ci sono altri elementi da considerare. Nell’immaginario dei pazienti e quasi sempre anche del personale sanitario si tratta di volontari pronti a dare conforto ai loro fedeli. Ma non è affatto così, è un residuo di Stato confessionale che organizza il conforto conforme a una certa dottrina religiosa, discriminando atei, agnostici e fedeli delle religioni di minoranza. Senza considerare che le convenzioni tra curie e ospedali spesso prevedono oltre allo stipendio anche alloggi, uffici, luoghi di culto e la possibilità di girare liberamente per i reparti, in barba alla riservatezza di chi è ricoverato a cui può capitare di essere importunato da un estraneo in abito talare mentre non è consentito incontrare le persone più care.

I Comuni sono tenuti a garantire il diritto di «rendere al defunto le estreme onoranze» e di conseguenza dovrebbero rendere disponibili spazi laici per i funerali civili. Ciò accade raramente, e così quando muore una persona l’unica opzione concretamente fruibile ai dolenti è quasi sempre il funerale in chiesa. Anche se la persona scomparsa non aveva nulla da spartire col cattolicesimo. L’inchiesta icostidellachiesa.it riporta la voce dei contributi comunali all’edilizia di culto. Oltre 90 milioni di euro l’anno che i Comuni potrebbero (dovrebbero?) destinare a sale del commiato, ossia luoghi di proprietà pubblica dove ricordare la vita di chi ci ha lasciato nel rispetto dei suoi valori, religiosi o esclusivamente umani che fossero. Invece, scegliendo di finanziare le proprietà immobiliari degli enti religiosi, si spinge di fatto a subire funzioni religiose.
Per concludere gli esempi di condizionamento sociale correlato alla volontà politica di finanziare la Chiesa non si può trascurare il mondo dell’informazione. Parte del canone Tv è destinata non solo a riportare i pensieri del Papa in ogni Tg, ma a costose strutture di propaganda come Rai Vaticano. L’apoteosi viene raggiunta se si esamina l’elenco dei «contributi diretti alle imprese editrici», che da alcuni anni vede al primo posto Famiglia cristiana (6 milioni), al terzo il quotidiano dei vescovi Avvenire (5,4 milioni) e a seguire una lunga serie di testate cattoliche, a cui vanno complessivamente 23,6 milioni su un totale di 64,8.

Anche tra i non integralisti qualcuno potrebbe obiettare che tutto sommato qualche miliardo l’anno a favore della Chiesa è ragionevole che lo Stato lo spenda, perché così viene fatta carità e vengono aiutati i bisognosi. A parte che la carità non si fa con i soldi degli altri e che gli stessi scarni rendiconti dell’8permille mostrano che la Cei utilizza poco meno del 75% per scopi diversi da quelli caritativi, il principio guida dovrebbe essere che le religioni devono essere sostenute da chi le professa. A seguire che «la proprietà pubblica delle opere costituisce la più piena e duratura garanzia della loro effettiva destinazione a finalità di interesse generale», come da parere del Servizio Affari generali della Regione Emilia-Romagna sul finanziamento dell’edilizia di culto. E per estensione che istruzione, sanità e welfare pubblici e laici dovrebbero essere i destinatari del finanziamento statale per tali ambiti di interesse generale.

I prossimi aggiornamenti dell’inchiesta vedranno probabilmente sfondato il tetto dei 7 miliardi. Sono infatti alle porte ben due giubilei, quello standard 2025 e quello straordinario 2033. Inoltre è già partito l’assalto alla diligenza del Pnrr, basti pensare che il solo comune di Piacenza ha dirottato 14 milioni del Piano alle cattedrali della diocesi. Ben difficile aspettarsi cambi di rotta dalla nuova maggioranza, che ha esordito con il goffo tentativo di regalare soldi pubblici per convincere a sposarsi in chiesa e con il più concreto impegno di aumentare di 70 milioni il finanziamento alle scuole paritarie. Ma il governo Meloni era stato anticipato dall’opposizione: pochi giorni prima la giunta Lepore aveva infatti deciso un incremento del 13% del finanziamento alle scuole parrocchiali dell’infanzia di Bologna. Per ricordarci che in questo Paese l’impegno laico è doppio, perché il clericalismo è bipartisan.

L’autore: Roberto Grendene è segretario nazionale della Uaar-Unione degli atei e degli agnostici razionalisti

Patronati Cgil: L’accordo esclusivo dell’Inps con la Caritas? Lo abbiamo scoperto su Facebook

«Ci rincresce non essere state coinvolte nella sottoscrizione del protocollo d’intesa “Inps per tutti”. Infatti, lo stesso è stato sottoscritto esclusivamente con Provincia di Lecce, Comune di Lecce, Anci Puglia, Caritas Diocesana di Lecce, Nardò Gallipoli, Otranto e Ugento Santa Maria di Leuca, trascurando di coinvolgere i soggetti istituzionalmente deputati a svolgere assistenza nell’erogazione dei più significativi servizi dell’Inps (per approfondire v. inchiesta di Corsetti e Tulli, ndr) . Come è noto i patronati, in forza di una legge dello Stato, operano in prima linea da decenni e rappresentano un punto di riferimento per tutti coloro che hanno bisogno, fornendo gratuitamente assistenza e servizi. La sottoscrizione del protocollo d’intesa così come definita rischia di diventare un’operazione propagandistica e priva di sostanziali vantaggi per gli utenti». Questo testo è un brano della lettera che 14 associazioni datoriali e organizzazioni sindacali di Lecce (Confcommercio, Confartigianato, Confesercenti, Federaziende, Coldiretti, Cia, Confagricoltura, Unione coltivatori italiani, Aic, Cna, Claai, Cgil, Cisl, e Uil) hanno inviato al direttore regionale Inps Puglia e al direttore provinciale Inps Lecce per chiedere conto «del mancato coinvolgimento dei patronati» nel progetto “Inps per tutti”. La lettera è stata inviata il 15 novembre 2022 e ad oggi non ha ricevuto risposta.

«Sono venuta a sapere di questo protocollo da un post sui social del sindaco di Lecce – racconta a Left la segretaria generale della Cgil Lecce, Valentina Fragassi -. Sono rimasta allibita. Ci dicono che “Inps per tutti” è stato realizzato per avvicinare i servizi Inps alle periferie, ai poveri, gli anziani in difficoltà dimenticando che durante i due anni di pandemia con i nostri servizi di patronato e caf in tutte le “periferie” abbiamo fatto fronte ai bisogni soprattutto di coloro che non vivevano una situazione semplice». Secondo Fragassi il problema non è l’idea che c’è dietro “Inps per tutti”. «Si tratta di un protocollo condivisibile ma monco – osserva -. Storicamente i nostri patronati e caf sono impegnati nella lotta contro la povertà ma per vincere sappiamo bene che è necessario fare rete. Per questo dico che il protocollo avrebbe dovuto includere e non escludere chi da anni fa questo lavoro». La segretaria generale della Cgil Lecce è anche sorpresa dal risalto mediatico dato a un progetto di questa portata. «Nessuno ha dato rilievo a questa notizia non solo in Puglia ma in tutta la Penisola. Se ne dovrebbe parlare su tutti gli organi di stampa invece noi lo abbiamo appreso da un post su Facebook. Nessuno sapeva niente e nessuno ha pubblicizzato nulla».

Nel leccese la notizia dopo essere rimbalzata sui social ha iniziato a circolare grazie anche a un’intervista rilasciata a leccenews24.it da Simona de Lume, presidente Federaziende e altra firmataria della lettera del 15 novembre. Le abbiamo chiesto un commento: «Questo progetto – dice de Lume – nasce per raggiungere tutte quelle persone in difficoltà, come i senza tetto, che hanno diritto a una serie di servizi gratuiti e non ne usufruiscono per mancanza di informazione». Una volta intercettate queste persone con i questionari di cui si parla nel protocollo “Inps per tutti”, chi darà seguito alle pratiche? si chiede la presidente di Federaziende. «Come farà il comune di Lecce, in perenne difficoltà e carenza di personale, a gestirle? Per formare nuovo personale ci vuole molto tempo. Peraltro ci sono i patronati che fanno già questo lavoro. Allora perché escluderci?». Risposta: a gestire le pratiche sarà la Caritas con la collaborazione delle Acli (v. inchiesta a pag. 8). Per farsi un’idea del contesto, nel 2022, il patronato Inca-Cgil ha disbrigato in provincia di Lecce 25.154 pratiche, così distribuite: 4.707 pratiche di assegno unico universale, 4.890 disoccupazioni agricole e Naspi, 338 maternità, 2.585 pensioni e 2.672 pratiche sociali (migranti, mutilati, disabili, pensioni sociali). In questa provincia i redditi e le pensioni di cittadinanza garantiscono una vita dignitosa a 41.628 persone, ossia a circa il 5% degli abitanti.

Anche il presidente dei comitati provinciali Inps, Salvatore Labriola, è convinto che l’esclusione di patronati e caf “storici” da “Inps per tutti” sia un errore. «Il progetto voluto da Pasquale Tridico nasce prima della pandemia e qui in Puglia è stato sperimentato prima a Bari ma di questo protocollo nessuno ne ha saputo nulla, nel senso che non è uscita notizia sui giornali o sulle agenzie. Ma anche oggi che se ne sa qualcosa… “grazie” a Facebook alla nostra richiesta su quante persone fra Bari e Lecce sono state raggiunte nessuno ci ha risposto». Secondo Labriola, nel momento in cui la Caritas intercetta un senza tetto, dovrebbe informarlo dei suoi diritti, gli dovrebbe far compilare un questionario Inps anonimo relativo ai suoi bisogni, e poi suggerirgli di scegliere autonomamente un patronato. Ma già così si crea una situazione per cui «essendo la Caritas un ente cattolico c’è il rischio che possa sfavorire i patronati laici». Insomma, proprio non si capisce la scelta fatta dall’Inps. A maggior ragione non si capisce, sottolinea anche Labriola, pensando al ruolo sociale svolto durante i due anni durissimi della pandemia dai soggetti esclusi da “Inps per tutti”. «Durante il covid l’Inps era un ente inaccessibile, solo i patronati hanno tenuto aperto le porte ai cittadini e ora ci si dimentica di loro. Dopo anni di difficoltà causati dalla pandemia, dopo i tagli importanti del governo Berlusconi in cui era ministro Tremonti e successivamente di Renzi non è stato corretto muoversi in questo modo».