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Il rigassificatore di Piombino e la democrazia gassosa

La vicenda del rigassificatore di Piombino, divenuto un caso nazionale grazie alla lotta dei cittadini organizzati in comitati, dimostra che accanto alla crisi energetica, frutto di un modello di sviluppo sbagliato, c’è la crisi della democrazia, che si esprime con l’arroganza del potere e la sudditanza della politica ai grandi interessi economici.

Il nuovo impianto consisterebbe in una grande nave ancorata permanentemente nel piccolo porto toscano e in grado di contenere 170mila metri cubi di gas liquefatto, che arriverebbe a ciclo continuo via mare, con lo scopo di riportarlo allo stato gassoso e immetterlo nella rete nazionale. Un impianto che per la Snam, titolare del progetto, dovrà servire a «garantire la massimizzazione dell’utilizzo della capacità di rigassificazione» del Paese per liberarsi, secondo il governo, dalla dipendenza dal gas russo.

Si tratta di un progetto altamente impattante e pericoloso, come confermano le moltissime prescrizioni formulati dai vari enti competenti al commissario governativo (che è anche presidente della Regione Toscana) ai fini dell’autorizzazione dell’impianto. Prescrizioni che, in uno stato di effettiva autonomia e libertà da condizionamenti politici, avrebbero certamente indotto i tecnici firmatari ad esprimere parere negativo. Invece hanno detto: ci sono tante cose che non vanno, tanti pericoli che si corrono, ma il parere è favorevole perché non si può andare contro Snam, i governi e i partiti che li sostengono. È una storia consueta, che si ripete. Altro che libertà della scienza e della tecnica! Del resto, quante valutazioni di impatto ambientale ci sono che si concludono con parere favorevole pur enucleando decine e decine di prescrizioni che in realtà sarebbero motivi ostativi? Ma qui si è esclusa perfino la procedura di impatto ambientale, sempre con la scusa dell’emergenza. E dal governo Draghi al governo Meloni la musica non è cambiata.

Ciò che più ha sorpreso in questa vicenda è che, nella sua veste di commissario, il presidente di una regione a forti tradizioni democratiche come la Toscana si sia prestato a svendere una parte significativa del territorio regionale, a sospendere le normali procedure democratiche e a non considerare la voce dei cittadini e degli enti locali, con in testa il consiglio comunale di Piombino che all’unanimità si è espresso contro il rigassificatore. Sull’autorizzazione commissariale pende anche il ricorso al Tar del Lazio presentato dal Comune di Piombino, con l’udienza di merito già fissata per il mese di marzo 2023.

La mobilitazione popolare contro questo progetto è stata forte, pacifica e continua per tutta l’estate, spinta da motivazioni di ordine ambientale, sanitario ed economico. La ex città siderurgica di Piombino e il suo comprensorio (la Val di Cornia) vivono una situazione di difficoltà: crisi industriale irrisolta, perdita di popolazione, servizi in diminuzione, niente bonifiche dei siti inquinati, nessun rilancio di un’industria moderna e ecosostenibile, impianti estesi di fotovoltaico che consumano suolo fertile, una discarica che ha accolto rifiuti da ogni dove… L’arrivo della nave rigassificatrice con tutti i suoi annessi marittimi e terrestri ostacolerebbe il processo di diversificazione economica e darebbe il colpo di grazia.
Per fare questo si adottano forme dirigiste, autoritarie, antidemocratiche. Per questi motivi la vicenda del rigassificatore è una questione ambientale e territoriale, ma anche una questione democratica. Non è, dunque, solo un problema di Piombino, una città dove, dopo l’abbandono dell’industria, energia e rifiuti sono diventati business, speculazione, arroganza del potere, sordità alle istanze dei cittadini. È un allarme che dalla costa toscana si allarga all’Italia intera. Non c’entra niente la questione Nimby che alcuni hanno tirato in ballo per depotenziare la mobilitazione popolare.

Ora che la realizzazione dell’impianto di rigassificazione è stata autorizzata, la mobilitazione si va estendendo su un piano più generale, perché con il rigassificatore, con impianti e procedure come queste, muore anche la fiducia nelle istituzioni centrali e regionali. Del resto, la politica dei commissari e il ricatto delle emergenze sono il contrario della democrazia. Anche sul piano energetico il rigassificatore è una scelta sbagliata, figlia del ricatto di una guerra in cui il governo ha trascinato il Paese e di una visione distorta della questione energetica, che non si può affrontare applicando lo stesso modello che l’ha generata. Per questo i rigassificatori non vanno bene né qui, né altrove se vogliamo interpretare correttamente la transizione verso la pace e l’equilibrio ecologico. Altrimenti sarà la democrazia a diventare gassosa.

L’autore: Rossano Pazzagli è docente all’Università del Molise e fa parte della rete di studiosi dell’Officina dei saperi

L’arte di rompere lo stigma dell’Aids

Quella che negli anni 80 e 90 fu una vera e propria epidemia, rimane in molti Paesi africani e asiatici una piaga non ancora debellata. Secondo i dati Unaids, nel mondo, nel 2021, erano oltre 38 milioni le persone affette dall’infezione da virus Hiv e 1,5 milioni le nuove diagnosi, mentre il numero di decessi correlati all’Aids, che continuano a diminuire, è stato di 650mila. Ma i successi della medicina e le migliori aspettative di vita, almeno in Occidente, non devono far abbassare la guardia nei confronti di una sindrome tuttora diffusa, che comporta ancora oggi pregiudizi e discriminazioni per le persone che ne sono affette (per i dati relativi all’Italia v. Istituto superiore di sanità e per la prevenzione v. qui)

Una stigmatizzazione che ebbe origine all’inizio degli anni 80, quando il dottor Michael Gottlieb del Los Angeles medical center venne chiamato a visitare un paziente (33 anni, bianco, omosessuale) affetto da una grave polmonite e da un’infezione orale da Citomegalovirus. Nel giro di un anno il medico riscontrò casi analoghi in giovani uomini omosessuali. Per questo, quella che in seguito venne definita Aids (sindrome da immunodeficienza acquisita) fu inizialmente identificata come Grid (immunodeficienza correlata all’omosessualità): da qui, la costruzione di uno stigma che avrebbe gravato e grava ancora oggi sulla comunità gay, supportato delle istituzioni religiose, che ai tempi riconobbero nel virus una punizione divina per l’omosessualità e, in genere, per le condotte sessuali libere. In realtà la smentita arrivò presto, da parte del Jackson Memorial Hospital di Miami, in Florida, grazie alla segnalazione di quadri clinici simili che riguardavano però sia uomini che donne. I Centers for disease control statunitensi riportavano inoltre molti casi tra tossicodipendenti ed emofiliaci. Nel 1982 quindi l’acronimo “Gay related immunodeficiency syndrome” venne corretto in “Acquired immunoDeficiency syndrome” (Aids).

Le difficoltà riscontrate inizialmente dalla comunità scientifica nel riconoscimento del virus da Hiv avrebbero però condizionato inevitabilmente il discorso pubblico, dunque la rappresentazione della sindrome nei notiziari televisivi così come nella carta stampata, relegandola quasi esclusivamente al contesto dei giovani uomini omosessuali, e successivamente ai consumatori di droghe per via endovenosa, contribuendo a un inquadramento marginalizzato del virus, oltre che a una responsabilizzazione delle sessualità divergenti nell’ambito dell’epidemia.

A partire dal 1985, con la trasmissione di An Early Frost, primo film sull’Aids prodotto dalla Nbc (In italia venne trasmesso nel 1987 su RaiUno), la malattia sarebbe entrata nelle sottotrame di diverse serie televisive e si sarebbe fatta strada anche nel panorama del cinema commerciale, plasmando una narrazione parziale, che avrebbe contribuito al consolidamento di uno stigma ancora oggi difficile da scardinare. Un inquadramento dell’omosessuale affetto da Aids che oscilla tra responsabilizzazione e vittimizzazione, nella quale componente affettiva e sessuale, se non vengono a mancare, sono tratteggiate in modo edulcorato.

Sempre nel 1985 esce Buddies di Arthur J.Bressan Jr, primo film per la sala sull’argomento, che però ebbe una distribuzione limitata. Quello della narrazione dell’Aids per la comunità gay era diventato un terreno essenziale da occupare e per cui lottare, per integrare, se non contrastare, la produzione imperante, al fine di fornire una posizione alternativa, rendendo visibili e accessibili informazioni sul virus, sulle modalità di trasmissione e sul decorso della malattia. Il cinema sperimentale, la videoarte, e l’attivismo degli anni 80, si sono trasformati quindi attraverso un’affermazione e un riesame della narrazione, per offrire nuove interpretazioni e testimonianze e dare voce e forma a tutte le corporeità, riconoscersi nel suono e nell’immagine. I confini tra i media sono stati incrinati e superati: era diventato essenziale decostruire il discorso pubblico. Nell’ambito delle pratiche video si stava verificando una integrazione e disintegrazione, una fusione e una rottura, tra supporto e forme.

La scena cinematografica indipendente e sperimentale si stava interrogando sui mezzi e sulla forma mediante cui costruire narrazioni minoritarie. In prima linea nell’ambito della contaminazione dei mezzi e dei linguaggi del film troviamo Isaac Julien e Derek Jarman, autori che riflettono l’importanza della questione identitaria in relazione alla diffusione del virus da Hiv e di come abbia saputo nutrire e influenzare, contaminare pratiche e linguaggi. Se in Sebastiane (1976) e Caravaggio (1986) di Jarman la forma pittorica occupa e costruisce lo spazio filmico, così come nelle opere di Jack Smith si può riscontrare l’uso del tableau e della vignette, tra gli anni 80 e i 90, la forma dominante di rappresentazione dell’epidemia viene contestata dalla produzione indipendente attraverso una sovversione e una appropriazione dei linguaggi più bassi e massmediali: una contaminazione che ritroviamo nella produzione di John Greyson, The Ads Epidemic (1987) o di Isaac Julien, This is non an AIDS Advertisement (1987). Film che combinano generi ed estetica, che fanno scontrare cultura alta e bassa, chic e trash.

 This is non an AIDS Advertisement di Isaac Julien (frame dal video)

I linguaggi del videoclip e della pubblicità amplificano la paura, rompono gli stigmi e ridefiniscono in modo più ampio sessualità e relazioni. Il video musicale irrompe nell’esperienza filmica combinando supporto e tecniche: una intermedialità già riscontrabile in Isaac Julien e David Wojnarowicz, o nello stesso contributo di Derek Jarman e Tom Kalin nel panorama del videoclip. Opere tra spot e documentario capaci di riscrivere le identità queer come esperienza trasgressiva, abbattendo le convenzioni legate alla diffusione dell’epidemia. Registi e videomaker che operavano all’interno dell’attivismo, spesso su base collettiva, hanno ridefinito il pensiero e le pratiche del lavoro documentario al fine di rimodellare il racconto della malattia e di generare un paesaggio in cui la dimensione politica e sociale fosse presente e rivendicata attraverso accenti poetici, autobiografici, politici, fino a sfociare nel diario e nel saggio.

Una immagine dal film Blue di Derek Jarman

Il cinema queer che racconta l’Aids riformula nel modo più radicale il rapporto tra testimone e spettatore, che raggiunge l’apice della dematerializzazione in Blue di Derek Jarman (1993) «il film più incorporeo mai prodotto», secondo la definizione di Roger Hallas. L’opera autobiografica in cui il corpo del testimone è sostituito per 76 minuti da uno schermo blue Klein, è un esempio estremo della costruzione narrativa dell’Aids ricercata dai media queer: il totale ripudio dell’immagine spettacolarizzata e patologizzante del malato. Il corpo del testimone scomparso dallo schermo ritorna attraverso il “corporeo” dell’esperienza dello spettatore. Il totale disconoscimento dell’apparato cinematografico da parte di Jarman, ormai cieco, al culmine della malattia, è la dichiarazione politica più estrema.

Nella foto di apertura: frame dall’opera di Isaac Julien This is non an AIDS Advertisement

ConFusione nucleare

Una campagna di stampa a livello internazionale ha esaltato l’esperimento fatto negli Stati Uniti verso la realizzazione della fusione nucleare controllata, un sogno (una promessa) inseguito fin dai primi passi della tecnologia nucleare negli anni 40-50 del secolo scorso: periodicamente ogni decina d’anni veniva annunciato che la realizzazione sarebbe stata vicina. Ma oggi questo pomposo annuncio richiede molte precisazioni e distinguo, che inevitabilmente sfuggono a chi è a digiuno di queste cose.
Detto in parole semplici, la realizzazione della fusione nucleare di nuclei leggeri (in un certo senso l’opposto della fissione di nuclei pesanti) richiede di riscaldare un plasma, tipicamente di deuterio e trizio, a milioni di gradi in modo che le energie cinetiche dei nuclei superino le barriere di repulsione elettrica. La reazione di fusione nucleare è stata realizzata già nel 1949, ma in modo esplosivo, vale a dire nelle bombe termonucleari nelle quali un dispositivo primario a fissione genera la temperatura necessaria ad innescare un dispositivo secondario a fusione. Da quel tempo è iniziata la ricerca per realizzare la fusione nucleare in modo controllato (non esplosivo) a scopi pacifici, ricerca che oggi si concentra su due metodi molto diversi: il confinamento magnetico di un “plasma” ottenuto dalla fusione di deuterio e trizio in macchine di grandi dimensioni come quella del progetto Iter (in costruzione in Francia, realizzata nell’ambito di una collaborazione internazionale da Europa, Giappone, Stati Uniti, Russia, Cina, India e Corea, ndr) e il confinamento inerziale ottenuto concentrando su un corpo grande quanto un granello di pepe, il cosiddetto “pellet”, composto sempre da deuterio e trizio, enormi energie, tipicamente generate da superlaser.

Ora, in queste ricerche si intrecciano interessi civili e interessi militari: civili per quanto riguarda la fusione a confinamento magnetico, militari invece per quanto riguarda la fusione a confinamento inerziale. La distinzione è fondamentale: un autorevole articolo del fisico Robert Gillette pubblicato sulla rivista Science già nel 1975 chiariva che «la simulazione delle armi può essere l’unica applicazione pratica della fusione laser in questo secolo». Da parte sua il generale dell’aeronautica degli Stati Uniti Edward B. Giller, incaricato delle applicazioni e ricerche militari presso l’Atomic energy commission, ebbe a dire, durante una conversazione, riportata ancora nell’articolo di Gillette: «La gente va dicendo che questo è un programma energetico, ma … in realtà questo è ed è sempre stato un programma militare».

In effetti le ricerche finalizzate allo sviluppo di armi nucleari basate sulla fusione a confinamento inerziale si sviluppano proprio in quegli anni, quando, con la messa in discussione a livello mondiale degli esperimenti atomici, il dipartimento della Difesa Usa e il dipartimento dell’Energia varano un programma per l’implementazione delle armi nucleari di terza generazione, focalizzato principalmente sulla fusione a confinamento inerziale. La reazione presenta il “vantaggio” (tutto militare) di emettere anche neutroni ad alta energia che, nell’ottica della maggiore distruzione possibile e in scenari di guerra circoscritti, possono aumentare la letalità di un’arma basata sulla fusione.

Il campo di indagine era inizialmente circoscritto allo sviluppo di armi con potenziale compreso tra 300 kg di esplosivo equivalente ed 1 kilotone, quindi armi di dimensioni contenute, facilmente trasportabili o comunque abbinabili ad un vettore di rapido impiego. Da notare che, fino alla fine degli anni 80, i test nucleari sotterranei, data l’alta intensità di radiazioni prodotte, servivano anche a verificare se si riusciva ad “ignire” (accendere) i pellet di deuterio e trizio impiegati nella fusione inerziale. Solo successivamente, e per i motivi già citati riguardanti i test atomici, le sperimentazioni in laboratorio divennero prioritarie al punto che perfino la National academy of sciences americana descrive i vantaggi potenziali della fusione a confinamento inerziale per la progettazione di armi in questi termini: «Un’utile risorsa di un laboratorio di esplosivi termonucleari da mille mega joule sarebbe uno strumento straordinario per esplorare la fisica delle armi termonucleari. Alcuni concetti su come utilizzare le armi nucleari come sorgenti di energia diretta, come i laser a raggi X o i fasci di microonde, potrebbero essere testati in un ambiente di laboratorio in modo rapido e interattivo … Campagne sperimentali estese … che avrebbero un costo proibitivo per i test sotterranei, potrebbero essere effettuate con una struttura per la fusione a confinamento inerziale».

Dunque, diversamente da quanto si legge sugli organi di informazione, lo scopo prioritario dell’intero progetto National ignition facility, di cui è parte integrante l’esperimento del 5 dicembre scorso presso il Lawrence Livermore national laboratory, è di tipo militare; prova ne sia che il progetto è stato formalizzato all’indomani della messa al bando dei test nucleari sotterranei – votata dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1996, con la firma del Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari, mai ratificato dagli Usa – proprio per ottenere in modo non distruttivo le informazioni risultanti da quei test.
D’altronde Mark Herrmann, direttore del programma di fisica e progettazione delle armi nucleari al Livermore, nei giorni successivi al “successo” dello scorso dicembre, ha fatto la seguente dichiarazione, ripresa anche dal New York times: «Questo esperimento ci aiuterà a salvaguardare la fiducia nella nostra deterrenza nucleare senza dover ricorrere a nuovi test sotterranei», dato che «il risultato dell’esperimento (la grande energia ottenuta, ndr) … crea di per sé ambienti molto estremi», che assomigliano da vicino a quelli provocati da un’arma nucleare. Tale finalità militare era stata esplicitamente prevista da Gillette, già nel 1975: «La fusione laser può diventare uno strumento sperimentale straordinariamente utile per studiare la “fisica fondamentale delle testate” [che presenta ancora molti aspetti oscuri] e … per sviluppare nuovi progetti di armi».

Alla base di tutta questa vicenda c’era, indubbiamente, la competizione in campo nucleare tra Usa e Urss la cui massima intensità si raggiunse durante la cosiddetta Guerra fredda. Tuttavia, se fino agli anni 80 la preoccupazione degli Stati Uniti di essere superati dall’Unione Sovietica aveva qualche fondamento, l’idea di armi di terza generazione da impiegare in determinati teatri di guerra (come ad esempio quelli occorsi in Iraq e Afghanistan) è frutto dell’ossessione statunitense di mantenere il dominio esclusivo della deterrenza nucleare, atteggiamento riscontrabile già sotto l’amministrazione Reagan quando, nel 1987, rispondendo ad una interrogazione parlamentare relativa a questo tipo di armi, l’allora segretario del dipartimento dell’Energia, John S. Herrington, rispose: «La ragione principale per cui stiamo perseguendo armi a energia nucleare diretta è sapere a che punto sono le conoscenze dei sovietici nel progettare e schierare armi simili, che metterebbero a rischio la forza deterrente strategica degli Stati Uniti o un futuro sistema difensivo».

Tornando alle questioni di tipo scientifico, l’aspetto più appariscente dell’esperimento condotto negli Usa riguarda il cosiddetto “energy gain”, il guadagno di energia, che è stato presentato come una svolta storica nel cammino verso la fusione nucleare, perché per la prima volta è stata generata una quantità di energia superiore a quella fornita dagli impulsi laser per ottenere la reazione di fusione, cosa che – se non spiegata in modo approfondito – lascia intendere all’opinione pubblica che il sogno di quei personaggi (tra cui lo stesso Leonardo da Vinci) che tra il ’500 e il ’700 si ingegnarono per realizzare il moto perpetuo, si sia avverato.

Ciò che si è ottenuto al Livermore, in realtà, consiste esclusivamente in un guadagno di energia nel rapporto tra quella fornita dall’impulso laser per fondere gli atomi di deuterio e trizio e quella ottenuta da questa fusione che è stata, rispettivamente, di 2,05 mega joule e 3,15 mega joule, con un guadagno di 1,5 volte per un tempo infinitesimo, dell’ordine del trilionesimo di secondo. Ma per generare quell’impulso, i 192 laser impiegati hanno consumato una energia pari a 300 mega joule, cioè 150 volte superiore a quella fornita dall’impulso e 100 volte superiore a quella ottenuta dalla fusione.
Ora non c’è dubbio che dal punto di vista della sperimentazione di laboratorio questa prova rappresenti un successo, dato che finora l’energia ottenuta in questi test non aveva mai raggiunto la soglia del break even, ottenendo cioè dalla reazione di fusione una energia almeno pari a quella immessa attraverso l’impulso laser, ma ciò non ha nulla a che vedere con il bilancio energetico dell’intero processo che rimane enormemente deficitario e dell’ordine di 100 a 1 (300 mega joule contro 3,15 mega joule) che in buona sostanza corrisponde al rendimento – estremamente basso – del tipo di laser impiegati.

Quello che è certo è che questo aspetto non ha alcuna rilevanza dal punto di vista militare, dove importa solo ottenere la fusione di un minuscolo pellet (nelle ricerche sulle armi nucleari sono state spese quantità di energia colossali, enormemente superiori alle potenze di tutte le testate realizzate). Inoltre, dal punto di vista industriale, ciò significa che l’applicazione di questa tecnologia è ben lungi dal potersi, non si dica realizzare, ma almeno progettare. Anche perché la tecnologia sviluppata dalla National ignition facility – a differenza di quella sviluppata nel progetto Iter, basata su di una reazione che si autosostiene, come il confinamento magnetico del plasma – si fonda sulla possibilità di provocare la fusione “sparando” su un pellet singoli impulsi di energia laser che non possono autosostenersi e quindi per dare vita ad un processo continuo di generazione di energia bisognerebbe realizzare una macchina in grado di “sparare” impulsi di energia su una successione di pellet con una frequenza di varie volte al secondo, cosa che al momento risulta tecnologicamente ancora più difficile di quanto si presenti il confinamento magnetico del plasma.

Se infatti gli aspetti critici del confinamento magnetico risiedono nelle alte temperature che si devono raggiungere, superiori a quelle del Sole, dato che non è possibile riprodurre la stessa densità della massa solare, e nel mantenere il plasma stabile e isolato dalle infrastrutture, quelli del confinamento inerziale riguardano sia la sua discontinuità che implica sia una frequenza elevata di impulsi laser – quindi la possibilità che questi si ricarichino rapidamente, cosa per nulla scontata -, sia una disponibilità illimitata di bersagli da colpire, i pellet, di ridotte dimensioni, altrimenti l’energia rilasciata dalla reazione di fusione, oltre una certa soglia, assumerebbe caratteristiche distruttive.
Insomma, il risultato trionfalistico ottenuto al Livermore non è, almeno per ora e nelle intenzioni, un passo avanti nell’ottica di produrre energia illimitata, ma in quella di potere progettare armi, forse micro-bombe a fusione: se poi potrà servire anche per procedere alla produzione pacifica di energia è tutto da vedere. Se non si comprendono questi aspetti non si fornisce veramente l’informazione utile e trasparente per l’opinione pubblica, e si rischia di mistificare le ricerche militari.

Gli autori: Angelo Baracca è docente emerito di Fisica teorica dell’Università di Firenze, autore di numerosi saggi sul nucleare, tra cui A volte ritornano: il nucleare (Jaca book, 2005). Con Giorgio Ferrari ha pubblicato Scram ovvero la fine del nucleare (Jaca book, 2011). Ferrari dagli anni 60 fino al 1987 si è occupato della progettazione e fabbricazione del combustibile nucleare per tutte le centrali Enel. Dopo Chernobyl fece obiezione di coscienza e chiese di essere adibito ad altri incarichi. Ha collaborato a varie riviste nel campo dei problemi dell’energia tra cui Rossovivo

 

Duo Gazzana: L’armonia tra contemporanei e classici

Il duo Gazzana ha pubblicato Kõrvits, Schumann, Grieg, il quarto disco prodotto dalla prestigiosa etichetta tedesca Ecm Records nella collana New series. Il cd è uscito in Europa e su tutte le piattaforme online mentre in America arriva a partire dal 6 gennaio. Il duo Gazzana è composto dalle sorelle Natascia al violino e Raffaella al pianoforte che in breve tempo si sono affermate sulla scena internazionale ricevendo moltissimi consensi dalla critica per il loro «modo di suonare fantasioso e la volontà di colorare al di fuori delle linee abituali». Anche in questo lavoro le musiciste sono protese nella costruzione di un ponte sonoro tra autori molto lontani nel tempo, legando la Sonata op. 105 di Robert Schumann alle prime registrazioni della Stalker Suite e Notturni del compositore estone contemporaneo Tõnu Kõrvits, alla Sonata op. 45 di Edvard Grieg in un’inedita versione manoscritta. I contrasti, la profondità e gli equilibri che ne derivano sono di forte impatto per l’ascoltatore. Abbiamo parlato di questo e di tanto altro con la violinista Natascia Gazzana.

Il duo musicale è un equilibrio splendido ed impegnativo, qual è stato il vostro percorso musicale e il trampolino che vi ha portato, così velocemente, dalla provincia di Frosinone a tuffarvi nel mondo con le vostre tournée, e a ottenere tanti riconoscimenti internazionali?
Abbiamo cominciato a studiare dapprima privatamente a Sora, nostra città natale, poi abbiamo frequentato il Conservatorio di Frosinone e ci siamo diplomate a Roma, dopodiché siamo andate a perfezionarci in Svizzera a Losanna e a Ginevra, dove abbiamo trovato un ambiente molto interessante. In quegli anni vi confluivano musicisti e maestri, anche i migliori, da tutto il mondo per cui abbiamo avuto tanti contatti importanti e ricevuto stimoli forti, come ad esempio con il maestro Bruno Canino. Ho avuto la fortuna di incontrare il maestro francese Pierre Amoyal, con il quale ho studiato, e di rapportarmi con i compagni di corso che provenivano da Paesi diversi. Diciamo che la formazione è stata una fase molto importante, forse l’investimento più grande che hanno fatto i nostri genitori, entrambi insegnanti di lettere, laureati in filologia classica, però con una grande passione per la musica classica, per cui ci svegliavamo al mattino ascoltando Beethoven, Ciajkovskij… La musica ha sempre fatto parte della nostra vita.

Dopo i diplomi in Svizzera arriva la professione.
Sì, abbiamo cominciato a girare il mondo e siamo molto felici perché la nostra è una professione che ci ha aperto le porte anche alla conoscenza di popoli, di Paesi molto distanti culturalmente dal nostro e queste esperienze arricchiscono la nostra musica.

La vostra formazione, infatti, non è esclusivamente musicale. Questo vi ha agevolato nelle riflessioni, di più ampia veduta, sulla materia artistica in generale e nel corso del vostro impegno quotidiano?
Oltre alla musica abbiamo cercato di coltivare sempre interessi diversi. Amiamo il cinema, i viaggi, la lettura e lo studio delle lingue. Siamo entrambe laureate in Lettere alla Sapienza, Raffaella con indirizzo musicale ed io in storia dell’arte contemporanea. Ritengo che occuparsi di cose diverse dia anche un’altra freschezza e consapevolezza all’approccio musicale.

Questo lungo sodalizio artistico tra sorelle ha manifestato, qualche volta, anche delle asperità?
(ride) Per il momento solo il normale scambio di opinioni, una dialettica costruttiva. In realtà non abbiamo neanche tanto bisogno di parlare perché avendo condiviso anche la fase degli studi, avendo vissuto un percorso simile, quando proviamo ci capiamo in silenzio, ci sentiamo. Posso dire che è un’esperienza molto positiva, soprattutto per me che suono il violino, perché poter contare su un rapporto così profondo con una pianista rappresenta un vero privilegio.

Arrivati al quarto disco pubblicato dalla stessa etichetta, si intuisce la rilevanza dell’esperienza, una collaborazione che meriterebbe dei commenti sia per come è nata, sia per il peso che ha sull’organizzazione della registrazione e sull’idea progettuale.
Il primo disco è stato pubblicato nel 2011 e tutto è cominciato poco più di un anno prima quando abbiamo incontrato il produttore discografico tedesco Manfred Eicher alla Casa del cinema a Roma, in occasione della proiezione di Sounds and silence, il bel docufilm sulla storia dell’etichetta. Eicher ha subito mostrato interesse per il nostro duo e ci ha chiesto se ci sarebbe piaciuta l’idea di registrare ma noi, anche in modo naïf, gli abbiamo risposto di no perché venivamo da un’esperienza di registrazione di un disco autoprodotto che si era rilevata piuttosto difficile. Gli abbiamo poi spedito una registrazione dal vivo effettuata a Ginevra, alla Radio Suisse Romande, e poi, dopo essere venuto ad ascoltarci dal vivo in concerto ci ha proposto di lavorare insieme. Per prima cosa ci ha espresso il suo pensiero al riguardo, e cioè che concepiva la registrazione come un lungo processo che sarebbe partito dall’ideazione del programma e poi dalla scelta del luogo dove registrare.

La Ecm non si avvale di un suo studio di registrazione?
No, questa è una sua peculiarità, quella cioè di non avere un proprio studio di registrazione ma di pensare ad un luogo diverso in rapporto all’artista con cui sta collaborando. A noi, visto il profondo legame con la Svizzera, è stato proposto l’Auditorium della Radio di Lugano, dove abbiamo registrato nel tempo i primi tre dischi. Anche il quarto disco avrebbe dovuto essere registrato lì anche perché rappresentava la centesima produzione Ecm a Lugano ma siamo stati travolti dalla pandemia e tutto si è fermato. In effetti questo ultimo lavoro ha impiegato quasi tre anni per venire alla luce e lo abbiamo registrato in Baviera in uno studio non distante da Norimberga.

Un’attesa ripagata ampiamente dai risultati ottenuti.
Sì, in effetti quando ti trovi in un posto che è acusticamente perfetto, dove hai degli strumenti a disposizione che rappresentano il top come un pianoforte Steinway, e ci sono competenze e cura fin nei più piccoli dettagli intorno a te, suonare e registrare è veramente un’esperienza molto piacevole. In questo ultimo disco poi avevamo tantissima voglia di fare musica perché venivamo dall’isolamento forzato cosicché siamo state rapite dai suoni di questo repertorio e ci siamo lasciate andare. Ci tengo a dire che l’ingegnere dei suoni è stato sempre Markus Heiland, in tutti e quattro i dischi, mentre Manfred Eicher è stato sempre presente. In realtà si è formato un quartetto molto affiatato che ha contribuito alla realizzazione del disco.

Se parliamo invece del repertorio inciso, l’etichetta come si è posta? Vi ha provocato, dato indicazioni, oppure ha lasciato a voi la scelta?
Essendo un’etichetta indipendente, la Ecm ricerca senza pregiudizi, ha una grande curiosità per i compositori viventi la cui musica, almeno per quanto riguarda la nostra esperienza, è molto bella come, ad esempio, quella del compositore ucraino Valentin Silvestrov presente nei nostri primi dischi. È stato Manfred Eicher a scoprirlo tanti anni fa facendo delle registrazioni anche in Ucraina. La Ecm ha registrato musica in Armenia, in Georgia… In questo quarto disco, invece, abbiamo inserito la musica del compositore estone Tõnu Kõrvits.

È una bella sfida il confronto tra la musica di Kõrvits ed il repertorio romantico contenuto nel Cd, ed è una caratteristica anche degli altri dischi quella di inserire autori molto distanti nel tempo.
Questa volta ci siamo spinte nel romanticismo di Schumann; è anche la caratteristica dei nostri concerti quella di accostare musica che fa parte del repertorio tradizionale ad autori contemporanei. Questa sensibilità e corrispondenza nel fare ricerca l’abbiamo riscontrata anche nell’etichetta. Eicher ha un particolare fiuto nel collegare le opere tra di loro, anche nella scelta della successione dei brani, riuscendo a rendere tutto coerente e armonico. Dedicarsi agli autori contemporanei è molto stimolante perché ti dà modo di confrontarti e scambiare idee con l’autore della musica che vai ad eseguire. In particolare, Kõrvits ci ha dedicato questi brani, non è la prima volta che ci capita ma questa volta è stato proprio un bel movimento da parte sua. Dopo aver incontrato mia sorella a Berlino ci ha inviato la partitura dei Notturni insieme ad una bellissima cartolina antica di Tallinn e abbiamo cominciato a scambiarci opinioni, poi in seguito ha scritto per noi la Stalker Suite, in omaggio al regista Andrej Tarkovskij.

Suonate molto più all’estero che in Italia, è una scelta?
Purtroppo nel nostro Paese suoniamo poco, e ci dispiace per questo, anche se spesso siamo chiamate a rappresentare l’Italia nel resto del mondo. Queste sono delle occasioni veramente affascinanti come ad esempio quando siamo state ambasciatrici di Firenze in Giappone o quando abbiamo suonato per Re Carlo III oppure in Marocco, dove abbiamo partecipato alla settimana della musica italiana a Rabat e a Marrakech.

Il vostro è un osservatorio internazionale privilegiato, a tal proposito possiamo tentare di capire meglio questo fenomeno? Perché in Italia è più difficile?
Forse la differenza sta nella scelta della programmazione musicale degli organizzatori, non tanto nella scarsa sensibilità del pubblico. In Italia si tende a privilegiare autori classici rispetto a quelli contemporanei mentre in Olanda, per esempio, richiedono esclusivamente musica contemporanea, come può capitare anche in Germania del resto. Il pubblico, se stimolato, reagisce bene anche nel nostro Paese: ci è capitato che dopo aver suonato brani di autori pressoché sconosciuti le persone ci abbiano chiesto informazioni, abbiano reagito con entusiasmo. Credo che ci sia una grande spaccatura tra il desiderio di conoscenza delle persone, la curiosità intellettuale, e la proposta un po’ conservativa dell’offerta culturale. Visti anche i nostri trascorsi, possiamo tranquillamente affermare che ci meriteremmo di più nel nostro Paese.

Parliamo tanto della necessità della formazione per creare il pubblico del domani. Sarebbe auspicabile che ci fossero molti più dilettanti, amatori, di tutte le età, come capita per esempio nel resto d’Europa. Nel 1927 in Germania, la più grande associazione di dilettanti contava più di un milione di iscritti…
Il problema è anche consentire un approccio alla musica più democratico. Studiare musica è costoso e alla fine diventa un settore per privilegiati se non si introducono aiuti a favore dell’apprendimento e della pratica musicale. Bisognerebbe tornare ai principi fondatori della Scuola di musica di Fiesole fondata dal maestro Piero Farulli, dove abbiamo studiato musica da camera: capire le necessità di coloro che vogliono studiare musica e facilitarne il percorso. Per esperienza diretta posso dire che il Conservatorio di Losanna, così come era strutturato, prevedeva delle classi per i virtuosi e per il perfezionamento ad altissimo livello, ma il resto della struttura rispondeva alle richieste di coloro che volevano studiare musica non per diventare musicisti professionisti ma per il piacere di farlo, coloro che costituiranno il pubblico dei concerti, appunto. Mi è capitato di essere coinvolta anche in un’orchestra di amatori affinché aiutassi i musicisti a studiare il Concerto per violino e orchestra di Brahms e l’Idillio di Sigfrido di Wagner e mi sono divertita perché erano talmente pieni di entusiasmo, vitali, e pronti a carpire ogni segreto… Anche in Giappone c’è una grande cultura musicale coltivata da una folta schiera di amatori. Speriamo che le persone siano sempre più libere di potersi esprimere con quello che di bello hanno da proporre. Questo è il mio pensiero.

Lello Voce, l’artivista

Lello Voce, napoletano del Vomero, vive a Treviso, città dove sono state composte la maggior parte delle vidas dei trovatori provenzali, biografie inventate scritte per la maggior parte da un trovatore di nome Uc de Saint Circ che le scrisse proprio a Treviso in attesa che una dama gli concedesse udienza. Incontro che però non si realizzò mai.
In cerca di nuova poesia Lello Voce è tornato alle vidas e ai razos, brevi componimenti in prosa presenti in alcuni dei codici che ci tramandano i testi trobadorici ricreandoli in forme nuove. Accompagnato da Luigi Cinque, che a tratti e in modo asincronico impone le mani sull’antico pianoforte del Maestro Scelsi, Lello Voce alla Fondazione Scelsi a Roma presenta e ci parla dei suoi Razos, diventati anche un coraggioso libro pubblicato da La Nave di Teseo: un libro di poesia senza poesie, dotato persino di una piccola appendice di poesie mute. Frutto di oltre quattro anni di lavoro, di dubbi, di bisogno di cambiamento. Un libro arrivato quando tutto sembrava perduto.

Ed è su questo sentire o stato d’animo del poeta che si erge la sua voce che prende a crescere, a dire, a raccontare, forte sempre di un concetto che era di Nanni Balestrini e che ad ogni momento risplende come la stella del mattino: «L’importante è sentire di esistere/poi all’improvviso arriva qualcosa/prima non c’è nulla poi all’improvviso». Ci spiega Lello Voce che i razos sono brevi componimenti in prosa di epoca trobadorica che illustravano al giullare le poesie che avrebbe dovuto eseguire raccontandone le ragioni, lo scopo, il senso. Ne è uscito fuori, sempre seguendo il suo ardito ed antico filo di ricerca, un libro di poesia senza poesie. Un libro silenzioso. Muto. Un libro da artivista. «Del muto cosa dire, se non parla/né ascoltare del sordo, se non sente/ e a cosa vale pensare, se fa ciarla/ogni opinione, se ogni lingua è dente?/Se articolando in glosse mascheriamo/per chi ci paga l’ultima menzogna: /siamo poeti vecchi e ci arrendiamo/all’evidenza che il verso sia vergogna». Da una parte il poeta si confronta con tematiche medievali, ma dall’altra affonda il coltello nella contemporaneità con una forte attenzione tematica all’informatica, l’elettronica. Oscillando tra l’essere un antico trovatore e un nipotino diretto del movimento Fluxus. Non è un caso che la copertina del libro mostri una delle tante quasi automatiche cancellature di Emilio Isgrò: «Ho voluto fortemente questa immagine, perché i razos sono delle cancellature: quello che sta sotto è la poesia, ma per arrivare alla poesia devi cancellare la cancellatura e dunque devi renderti protagonista tu stesso del libro. Un libro fatto solo di istruzioni per l’uso, come questo, apparentemente senza poesia, vede Isgrò parte integrante di questa ricerca».

Lello Voce lei si sente un figlio della poesia visiva e delle ultime avanguardie?
Io sono sicuramente nato in quell’ambito. Ma non mi sento un autore di avanguardia. La tradizione è solo genealogia delle avanguardie. Quella che noi chiamiamo rapporto tra tradizione e avanguardia è il moto ondoso che fuoriesce dalla poesia che vive. La poesia è un “animale” che parassita qualsiasi cosa. Sta dappertutto, la poesia, se ci pensi, è un’arte plurale ed è l’unica arte che ha cambiato il suo medium di fruizione. Prima era aurale, auditiva e poi diventata scritta,quotidiana, virale..

Ma è ancora possibile oggi rendere fruibile la poesia?
È molto difficile. È forse possibile grazie alla nostra capacità di sfruttare di volta in volta le condizioni in cui si trova il linguaggio. Mi spiego meglio. Riuscendo a dare una scossa, a renderlo dinamico. Con le poetry slam, con delle letture anche private o persino con i libri. Il problema è che sia chi scrive, sia chi legge dovrebbero farsi un’idea della temperatura della poesia. A che temperatura bolle la poesia? In questo magma spesso si creano delle immagini. Non è importante che la poesia torni ad essere un’arte fruita da tutti. Ma è necessario. Vinceremo distratti, diceva un poeta brasiliano.

E l’attivismo allora nel fare poesia, cosa significa?
Io mi entusiasmo sempre. Non sono sospettoso. Appena ho visto il primo computer la mia curiosità è stata come fare poesia con il computer. Io sono cresciuto con John Giorno che metteva poesia anche sulle magliette, le tazzine. Il problema è riuscire ad avere attenzione costante a quello e a come lo diciamo. Penso di essere una persona che una volta sarebbe stato definito un attivista. Per me, voglio dire, è stata molto importante non solo la mia poesia, ma anche la poesia degli altri. Non ho mai pensato che da soli si possano trovare le soluzioni: come fare con la parola, cosa sono le lettere, che cosa è il linguaggio? Non è una battaglia che possa essere vinta singolarmente. E dunque definirei il mio attivismo puro egoismo, ovvero esigenza di confrontarmi con gli altri. Senza gli altri avrei scritto poesie peggiori.

Questo libro parla di una forma antichissima di componimento, di epoca trovadorica, ma lo fa con un forte senso della contemporaneità. È anche un modo per riflettere e discutere la questione della tradizione?
Certamente. La poesia è il fiore inverso, quella che nasce con le radici rivolte verso il cielo. Cercare il nuovo significa andare indietro, riscoprire qualcosa del nostro passato che non conoscevamo e ricominciare a costruire. Senza radici crolla tutto. Ogni volta, quando qualcosa cambia, è perché c’è alla base la scoperta di una parte delle nostre tradizioni che ancora con ha fatto frutto. Le razos sono una forma antichissima di componimento poetico, minoritaria, che appaiono nella Vita nova di Dante e poi in parte nel Convivio.

Ho davanti questo piccolo libro fatto a strati, che però non è un trattato…
Penso che sia l’opera più performativa che abbia mai realizzato stando completamente in silenzio e aspettando che siate voi che gli diate voce.

Lello Voce (foto di Francesco Francaviglia)

L’arte perduta di rigenerare le città

La legge urbanistica approvata nell’agosto 1942 da Vittorio Emanuele III, durante la guerra, ha assegnato alla materia aspetti ancora attuali sul governo del territorio, distinti da quelli dell’architettura a grande scala. A ottant’anni da questo atto, Vezio De Lucia, uno dei più illustri urbanisti italiani, ha voluto ricordarne i contenuti e sottolinearne la modernità con L’Italia era bellissima. Città e paesaggio nell’Italia repubblicana (DeriveApprodi), un libro denso di entusiasmo e certezze che si pone come una celebrazione all’Italia, tanto bella quanto offesa.
Il saggio scorre come un racconto che mette in relazione le vicende urbanistiche più rilevanti con episodi della storia della nazione e della politica che hanno indirizzato le scelte e le occasioni mancate, lasciando alla fine spazio all’affermazione degli interessi della rendita e della speculazione, a danno di quelli delle classi più bisognose della popolazione. Come ha scritto Enzo Scandurra nella bella prefazione, Vezio De Lucia ha la capacità di emozionare, attraverso testimonianze che esprimono la passione che ha guidato e guida ancora la sua opera, da combattente irriducibile che non si rassegna alla crisi della città storica e allo sfruttamento del territorio. Il libro si rivolge ai giovani urbanisti, lanciando messaggi al presente e al futuro per una cultura della riforma urbanistica a cui l’autore ha dedicato parte dei migliori anni della sua vita, con la consapevolezza che intanto si deve utilizzare al meglio l’attuale complicato e contraddittorio quadro legislativo. De Lucia dichiara, infatti, di aver scritto per riproporre la necessità di «un aggiornamento nella lettura e nell’uso dell’apparato normativo di cui disponiamo chiudendo definitivamente con le prospettive di crescita, promuovendo viceversa lo studio, l’impegno, i magisteri per ricomporre l’esistente».

Diversamente, nei fatti, si deve constatare l’indirizzo denso di insidie che si trova ad esempio in materia di “rigenerazione urbana”, sia a livello nazionale che locale, per l’opportunità che si offre all’iniziativa privata di attuare opere di solo rinnovo edilizio, perseguendo interessi puramente economici, tralasciando di intervenire sul patrimonio edilizio degradato, dove dovrebbero concentrarsi i processi di rigenerazione per sostenere l’integrazione sociale e culturale, per dare equilibrio ai quartieri disagiati, avendo cura di tutelare i centri storici dalle distorsioni causate da pressione turistica e diminuzione dei residenti. Nell’autore prevale innanzitutto l’impegno politico, sommo, senza mezzi termini che guida il suo pensiero straordinariamente saldo. Tale impegno corrisponde a un valore estremo alla luce delle diverse crisi che testimoniano la deriva nella quale i processi di trasformazione hanno trascinato la disciplina urbanistica, orientata sempre dalle tendenze politiche. Le tappe dell’urbanistica sono qui raccontate in quattro capitoli scelti come episodi del passato, con i protagonisti e le idee, che si riconoscono di piena attualità e come potenziali opportunità per fornire un contributo alla possibilità di migliorare la vita della collettività. Alla fine della Seconda guerra mondiale l’Italia era ancora bellissima, se pur con i danni subiti dal conflitto. Il miracolo economico compie la trasformazione, l’agricoltura è sostituita dall’industria, portando benessere e occupazione, ma anche disuguaglianze tra le regioni della nazione e il fenomeno di migrazione al nord, senza che il boom economico venisse accompagnato dall’incremento di servizi sociali che tutt’ora discriminano l’Italia. Gli anni sono gli stessi della speculazione edilizia, delle ricostruzioni con decreti che mettevano da parte la legge urbanistica del 1942 e delle devastazioni nelle principali città, nei luoghi di maggiore pregio, in contrasto anche con alcune esperienze positive del Ventennio. «L’incapacità di abbinare il benessere alla qualità sociale e alla bellezza» è una eredità che ha contrassegnato le trasformazioni del Paese. A nulla sono valse le instancabili denunce di Antonio Cederna e dei fondatori di Italia Nostra, con l’Istituto nazionale di urbanistica che per un lungo periodo ha sostenuto la stessa linea.

Negli anni Sessanta non sono mancati esempi eccellenti che l’autore descrive, ma il periodo del centrosinistra, durante il quale si sono attuate importanti riforme, ha invece segnato un epilogo negativo per la riforma urbanistica, a cui si era dedicato Fiorentino Sullo (esponente della sinistra democristiana), con l’obiettivo di ridurre il costo degli alloggi. Il suo allontanamento dalla vita politica nel 1963, dopo che anche il Partito comunista si era dissociato dalla sua proposta, causò addirittura un tentativo di colpo di Stato da parte di esponenti delle forze armate, del quale, nel tempo, si chiarirà la vera finalità, ossia bloccare la proposta urbanistica Sullo.

Nella eterna connivenza tra amministratori e speculatori in ambito urbanistico, Giacomo Mancini, ministro socialista dei Lavori pubblici, fa approvare nel 1967 la cosiddetta “legge ponte”, con gli standard pro capite da riservare a verde e servizi, «unico autentico brandello di riforma urbanistica della Repubblica italiana», nel tentativo di porre un freno al disordine urbanistico-edilizio.
Solo nel 1969, con lo sciopero nazionale del 19 novembre, preceduto dalle prime lotte operaie, emerge tutta l’agitazione per il disagio abitativo, anche a seguito delle ricadute che si sarebbero determinate con le nuove massicce assunzioni da parte della Fiat tra la gente del sud. Milioni di lavoratori entrano in sciopero, fermando l’Italia intera, con il fine di assicurare a tutti i cittadini condizioni abitative adeguate e il diritto alla casa. A breve seguirono la strage di piazza Fontana e le bombe a Milano e Roma, esordio alla strategia della tensione e agli anni di piombo.

Con i decreti attuativi del 1972 e 1977 sono trasferiti alle Regioni il potere di legiferare e le funzioni amministrative in materia di urbanistica, prima di competenza del ministero dei Lavori pubblici. L’ordinamento si rafforza nell’assenza del coordinamento statale e successivamente la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 contribuisce ad accentuare la distanza tra Nord e Sud. Le regioni assumono anche la competenza di redigere i Piani territoriali urbanistici, in virtù dei vincoli paesaggistici.
La deroga diventa regola e si assiste al disfacimento delle prescrizioni dello Stato; la negoziazione prende il posto della pianificazione, Print, Pru, Prusst, programmi per mascherare il disimpegno statale e regionale in materia di edilizia residenziale feriscono irrimediabilmente il territorio, anche in aree di pregio, con la conseguenza della «cancellazione in gran parte dell’Italia di quell’emozionante scenario – formato da due mondi contrapposti, la città e la campagna – che aveva accompagnato la vita dei nostri antenati». I governi presieduti da Berlusconi nel periodo tra il 1994 e il 2011 hanno concorso alla cancellazione di ciò che di buono vi era stato nella politica del territorio. Senza tregua, ai condoni seguono i Piani casa, subito attuati da tutte le regioni, che avrebbero prodotto aumenti di cubatura indecenti. L’autore non omette di ricordare la circostanza drammatica del terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 che ha consentito a Berlusconi di realizzare un piano che avrebbe sottratto la città ai cittadini, provvedendo a costruire costosissime case e ottenendo un enorme consenso con l’organizzazione del G9 a l’Aquila, tre mesi dopo il terremoto tra tende e macerie. Ancora una volta si antepone l’edilizia alla città.

Alla salvaguardia dei centri storici, messi a dura prova da una scomposta attività edilizia e soprattutto dal fenomeno dell’abbandono della residenza a favore dello sfruttamento turistico, De Lucia ha dedicato nel 2018 un convegno con l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, presentando una proposta di legge elaborata con Giovanni Losavio e altri illustri urbanisti. Dai riconoscimenti della tutela della città storica segnati da Antonio Cederna, nell’introduzione a I vandali in casa (1956), alla Carta di Gubbio (1960), gli esempi positivi sono stati pochi, seguiti da una graduale regressione che potrà essere contenuta solo attraverso il riconoscimento dei centri storici da parte dello Stato come beni culturali d’insieme e un programma straordinario dello Stato di edilizia residenziale pubblica.

Approfondendo questo tema, e poi Roma, l’Appia Antica e altro, De Lucia dedica un capitolo ad Antonio Cederna, amico della vita e dal quale era considerato il suo urbanista. Tra i temi di assoluta priorità per l’autore vi è il “Progetto Fori”, nato a Roma negli anni Settanta con una visione moderna e democratica della città, elemento di rinnovamento per il forte legame tra l’archeologia e l’urbanistica, che ha trovato in pieno accordo l’impulso politico, parte del mondo scientifico con Adriano La Regina – protagonista da soprintendente ai Beni archeologici della Capitale dal 1976 al 2004 -, e la comunità che ha manifestato il proprio consenso, soprattutto quella dei quartieri periferici. La storia è nota fino a oggi, quando l’Amministrazione capitolina, con lo studio affidato a Walter Tocci, dopo l’avvio della pedonalizzazione voluta dal sindaco Ignazio Marino e la prospettiva a breve termine del collegamento con la metropolitana, sta elaborando un piano per la valorizzazione della vasta area archeologica monumentale, dal Tevere al Celio. Uno sguardo al passato, nella seconda parte del libro, mette in evidenza la qualità di alcuni provvedimenti urbanistici prima del 1942, come il piano regolatore di Roma del 1931, per le previsioni di espropri delle aree edificabili, e la proposta di legge urbanistica del 1933, che prevede una Commissione reale sull’esproprio per pubblica utilità, ottimo provvedimento che non riceve però l’approvazione. Il dominio incontrastato della rendita fondiaria sarà una novità del dopoguerra. Benedetto Croce nel 1922 fa approvare la prima legge per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di interesse storico che metteva in evidenza anche il concetto di bellezza naturale nella nazione per come si era formata attraverso i secoli. Nel 1939, con Giuseppe Bottai, entra in vigore la legge n.1947 per la protezione delle bellezze naturali che riprende i principi della precedente, ma introduce la previsione della pianificazione paesistica, a cui dovrebbe essere affidata la tutela.

La legge Galasso n.431 del 1985 costituisce un notevole passo in avanti nella tutela territoriale disponendo che le regioni sottopongano a specifica normativa d’uso e valorizzazione le zone perimetrate. I termini normativi confluiscono nel Codice del beni culturali e del paesaggio (del 2004, ndr) che per il paesaggio riprende i concetti di Benedetto Croce, relativamente all’identità nazionale. Il primo comma dell’articolo 145 del Codice recita: «La individuazione, da parte del ministero, delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione, costituisce compito di rilievo nazionale, ai sensi delle vigenti disposizioni in materia di principi e criteri direttivi per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali».

De Lucia osserva dunque che «la tutela del paesaggio dovrebbe diventare la matrice dell’assetto del territorio nazionale affidato all’amministrazione dei Beni culturali». La tutela entra nell’urbanistica e attraverso i piani paesaggistici che sono sovraordinati rispetto ad altri strumenti di pianificazione, con la prevalenza dell’amministrazione dei Beni culturali su altri «soggetti titolari di poteri di pianificazione», come osserva correttamente De Lucia, se pure con prospettive totalmente disattese, creando una bolla d’aria in cui il sovvertimento delle regole trova il proprio spazio.
Il libro conclude con la proposta di tracciare una invalicabile “linea rossa” per porre fine al consumo di suolo senza nuocere allo sviluppo, individuando gli spazi d’intervento all’interno di questo nuovo limite, attuando una «conservazione critica dell’urbanistica esistente».

L’autrice: Rita Paris, archeologa, già direttrice del Parco dell’Appia Antica, è presidente dell’associazione Bianchi Bandinelli

Machiavelli, il pensiero politico è vita

Giunge al traguardo l’edizione nazionale delle opere di Niccolò Machiavelli (Salerno Editrice), ambizioso progetto intrapreso trent’anni fa da illustri studiosi, il fior fiore dell’italianistica del tempo. Nella storica sede dell’Enciclopedia Treccani sono stati presentati i tre tomi delle Lettere del Segretario della Repubblica fiorentina che, con Dante e Gramsci, è oggi tra gli scrittori italiani più studiati e tradotti al mondo. Sorprendenti, per un autore che è stato innanzitutto un uomo d’azione e un diplomatico, i 17 volumi esposti tutti insieme: alle opere politiche, storiche e letterarie e alle Lettere si aggiungono anche i 7 tomi di Legazioni. Commissarie. Scritti di governo, che dal 1498, anno dell’incarico politico, arrivano fino alla morte. Assai più che di un letterato, l’opera è il ritratto di uno scrittore a tutto tondo, assolutamente originale nel panorama del Rinascimento e non solo.

Nel compito arduo e affascinante di curare la ricerca e lo studio del carteggio privato (oltre 2mila pagine, spesso disperse dal collezionismo) ha raccolto il testimone Francesco Bausi, con un’équipe di studiosi. Con lui, coordinati da Emma Giammattei, hanno presentato l’opera Emanuele Cutinelli-Rendina e il grande Gennaro Sasso. Classe 1928, l’emerito professore esordisce ricordando una tenera lettera della moglie a Niccolò, lontano per incarichi politici, che nel novembre 1503 annuncia la nascita del secondo figlio, Bernardo. Il bimbo sta bene, scrive, ha un incarnato bianchissimo e una capigliatura nera come di velluto. E poiché somiglia tutto a lui, le piace tantissimo. L’epistolario, oltre trecento missive, con ottanta lettere autografe comprende anche quelle dei corrispondenti, preziose per ricostruire la personalità del grande fiorentino, sempre al limite tra vita privata e vita politica. E sono, sottolinea Sasso, vere lettere ai familiari, non ai posteri come quelle di Petrarca. O come quelle di Guicciardini (di recente ripubblicate da Einaudi in nuova edizione ndr) in cui, anche quando scrive al padre, di familiare non c’è niente. In 70 anni di ricerca e insegnamento, l’emerito specialista di Machiavelli racconta di avere praticato un’assidua frequentazione del fiorentino e, forse proprio per questo, di non avere mai tenuto un corso su di lui.

A conferma dell’intimità tutta speciale cita il passo della celebre lettera del 10 dicembre 1513 a Francesco Vettori, amico al servizio del papa Leone X, in cui l’ex Segretario, dopo il ritorno dei Medici in esilio forzato nella tenuta familiare dell’Albergaccio di Sant’Andrea in Percussina, racconta il confronto con gli antichi scrittori, dai quali si impara la politica e la storia, trascorsa la giornata tra la caccia, le incombenze di campagna e, dopo pranzo, certi chiassosi giochi paesani all’osteria. «Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro». Sasso illustra la peculiarità del rapporto di Machiavelli con gli antichi, così lontano dal classicismo dominante: uno studio del passato sconnesso con l’azione, un rapporto vivente, come fu quello con la Prima decade di Tito Livio sulle origini di Roma. E, sempre citando a memoria, si sofferma sul seguito della lettera, in cui l’ex Segretario annuncia la stesura del suo capolavoro: «E perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo havere inteso, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo De principatibus; dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di quale spezie sono, come e’ si acquistono, come e’ si mantengono, perché e’ si perdono. E se vi piacque mai alcuno mio ghiribizzo, questo non vi doverrebbe dispiacere; e a un principe, e massime a un principe nuovo, doverrebbe essere accetto».“Ghiribizzo”, proprio così. Il principe, il trattato di politica più famoso, è presentato dal suo autore, con scherzosa modestia, come in capriccio, una fantasticheria, una trovata bizzarra, che intende proporre, se mai volesse chiamarlo «a voltolare un sasso», a Giuliano dei Medici. Che invece lo ignorò totalmente.

Essere nato per leggere i classici: ma quando lo ha fatto, si domanda il professore, sempre di corsa tra i mille incarichi? Nell’Arte della guerra Machiavelli polemizza con l’attitudine umanistica del circolo degli Orti Oricellari, dove gli eruditi si intrattengono tra le statue degli antichi all’ombra delle piante, invece che imparare dalle cose che si fanno sotto il sole. Machiavelli, scrive Francesco de Sanctis, è un «filosofo dell’uomo», non dell’Essere come Spinoza. Meglio ancora sarebbe definirlo un pensatore. «Mariuolo ma profondo», lo etichetta l’eruditissimo don Ferrante nei Promessi sposi. Un «sollecitatore di problemi», lo definisce Eugenio Garin, più che un filosofo sistematico: cercarlo sarebbe un esercizio, oltre che vano, del tutto riduttivo. A questo punto Sasso cita la corrispondenza tra la lettera a Bartolomeo Vespucci del giugno 1504 e il capitolo XXV del Principe sul rapporto tra virtù e fortuna, paragonato a quello tra uomo e donna. Tra impetuoso e rispettivo, una dialettica che richiede, è il commento, cura e attenzione: «Conchiudo adunque, che, variando la fortuna, e gli uomini stando nei loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme, e come discordano sono infelici. Io giudico ben questo, che sia meglio essere impetuoso, che rispettivo, perché la Fortuna è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla; e si vede che la si lascia più vincere da questi che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno rispettivi, più feroci, e con più audacia la comandano». Con questo audace passo, che una prospettiva femminista giudicherebbe più che discutibile, il professore ci porta al cuore della peculiarità di Machiavelli, che è la trasversalità con cui lega vita privata e attività politica, non rispettosa delle convenzionali barriere di classe e di genere, e la sua grande capacità di aderire al presente, al movimento della storia. Una straordinaria fusione tra ricerca teorica e vita.

E vuoi per il carattere del suo pensiero politico, vuoi per il rapporto passionale con le donne e affettivo con i figli che emerge dalle lettere viene in mente Gramsci, delle cui opere tra l’altro proprio per la Treccani è in corso l’Edizione nazionale. Il Machia, come lo chiamavano i fiorentini, fu certamente un precursore della filosofia della praxis, il che spiega l’interesse per lui di Gramsci, che al Moderno principe dedicherà in carcere il Quaderno 13. Ma anche l’epistolario di Gramsci, ancor più di quello di Machiavelli, comprende lettere dedicate a donne e ai figli, nelle quali il pensiero politico è intessuto di affetti e delle cure della vita privata. L’edizione delle lettere contribuisce anche a liberare Machiavelli dall’ombra ambigua della condanna cattolica che lo accompagna da cinque secoli. Rousseau, seguito dal nostro Foscolo, giudicò Il principe il libro dei repubblicani. In un carcere fascista Gramsci, in dissidio con i compagni, vi trovò ispirazione per disegnare un partito nuovo, capace di lottare per l’egemonia e di fondare un nuovo Stato. Di questo oggi avremmo assoluto bisogno. Va tuttavia tenuto presente che la generosa utopia di Machiavelli, repubblicano di elezione che usò sempre l’aggettivo “assoluto” con accezione negativa, come recentemente accade anche a Gramsci è stata cavalcata anche dalle destre.

Nell’aprile del 1924, proprio alla vigilia dell’assassinio di Matteotti, Benito Mussolini pubblicò nella rivista Gerarchia della rivoluzione fascista il testo della mancata tesi di laurea “ad honorem” Preludio al Machiavelli. In anni più recenti, presentazioni del Principe sono state firmate da Craxi e perfino da Berlusconi. Per questo vogliamo concludere con un’attualissima lettera di Gramsci di novembre di quel drammatico anno alla compagna Iulca Schucht: «Gli avvenimenti si svolgono fulmineamente e pure si presentano in forme così capricciose e puerili che per darne una valutazione comprensibile a chi non vive in Italia, immerso nell’ambiente, occorrerebbe una trattazione sistematica sulla psicologia del fascismo, fase acuta della civiltà borghese in decomposizione galoppante quando ancora il proletariato non ha l’organizzazione sufficiente per prendere il potere. Demoralizzazione, vigliaccheria, corruzione, criminalità assumono gradi inauditi; dei fanciulli e degli idioti si trovano ad essere l’espressione politica della situazione e piagnucolano o impazziscono sotto il peso della responsabilità storica che all’improvviso grava sulle loro spalle di dilettanti ambiziosi irresponsabili; la tragedia e la farsa si alternano sulla scena senza alcuna connessione; il disordine raggiunge gradi che parevano impossibili alla fantasia più sfrenata. Penso qualche volta di essere anch’io come un fuscello in questo uragano storico, ma ho abbastanza energia per mantenere tutta la freddezza possibile e per fare quanto ritengo doveroso. Penso a te in simili momenti; alla maggior forza che avrei se tu mi fossi vicina e alla dolcezza che tonificherà tutte le mie forze vitali quando, nonostante tutto, riuscirò a rivederti e ad essere felice del tuo amore».In questo mondo «grande, terribile e complicato» abbiamo l’esigenza di pensatori come questi.

Kader Abdolah: La resistenza creativa e non violenta in Iran è rivoluzionaria

Un filo di struggente nostalgia percorre il nuovo, rocambolesco e toccante romanzo, Il faraone d’Olanda, di Kader Abdolah (il cui vero nome è Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani). Dietro l’immaginifica vicenda del sarcofago della regina Merneith nascosto nella cantina del famoso egittologo Herman Naven e che il suo amico, l’immigrato Abdolkarim Qasem, vuole riportare con sé in Egitto pare di poter leggere in filigrana una venatura autobiografica dell’autore di capolavori come La scrittura cuneiforme e La casa della moschea.

Dal 1988 rifugiato nei Paesi Bassi, costretto a fuggire dall’Iran dopo aver partecipato alla rivoluzione ed essere stato perseguitato dal regime degli Ayatollah è diventato uno dei più importanti autori della letteratura olandese.
La sua generazione, dalla rivoluzione iraniana, ne uscì distrutta ma ora una nuova rivolta infiamma l’Iran, una rivolta femminile, laica, nonviolenta. «Una delle più belle e creative della storia persiana degli ultimi cinque-seimila anni», commenta lo scrittore che ora vorrebbe tornare a casa. Lo abbiamo incontrato per parlare di letteratura, memoria e rivoluzione.

Ne Il faraone d’Olanda il celebre egittologo Herman Naven sta perdendo la memoria. Kader Abdolah, è il nostro bene più prezioso?
È tutto ciò che abbiamo. È tutto ciò che il cielo, la natura e i nostri avi ci hanno dato. Quando perdiamo questa ricchezza, non esistiamo più. Senza memoria non abbiamo più letteratura, cinema, pittura e amore e non possiamo innamorarci di nuovo.

Che importanza ha la memoria per lei come scrittore?
Senza la ricchezza delle sue memorie Kader Abdolah non sarebbe riuscito nemmeno a scrivere una parola. La capacità di creare vola via come un uccello quando perdiamo i nostri ricordi più profondi.

Che ricordi ha della sua giovinezza in Iran e dei suoi amici e compagni di lotta, Kader e Abdolah che furono uccisi dal regime?
Erano due miei amici curdi. Kader era un giovane medico e andava da un villaggio all’altro a cavallo per visitare i suoi pazienti. Abdolah era un architetto e costruiva belle case robuste nei villaggi sulle montagne. Ho ancora l’immagine di Kader a cavallo nella mia mente. E Abdolah indica con orgoglio le case che ha costruito.

Voi rovesciaste il regime dello Scià con le armi. Ma poi venne un regime forse ancora peggiore, oppressivo e integralista, come quello degli ayatollah. La rivolta delle giovani generazioni oggi in Iran è nonviolenta, pur rischiando la vita. È questa la vera rivoluzione?
La protesta di questa giovane generazione è una delle rivolte più belle e creative della storia persiana degli ultimi cinque-seimila anni. Hanno imparato dalla vecchia generazione che non possono ottenere nulla con la forza. Hanno fatto buon uso della memoria. Combattono a mani nude contro la più orrenda dittatura della terra. Il regime ha assassinato migliaia di persone della mia generazione, ma nessuno ne ha sentito parlare. Ma in questi giorni in giro per il mondo tutti sanno di quelle giovani donne che chiedono diritti e libertà per tutti. Ed è molto importante, è successo qualcosa di magico.

Il faraone d’Olanda è anche un romanzo sul desiderio di tornare a casa. È anche una sua aspirazione dopo tanti anni vissuti in Olanda, il Paese dove approdò come rifugiato nel 1988 e dove oggi è acclamato come uno dei più importanti scrittori?
Tornare a casa è una parte essenziale di noi, è una esigenza umana. A ben vedere è uno dei temi più autentici della letteratura mondiale. L’Odissea di Omero ne è un esempio. Anche Abdolah vuole tornare a casa. L’esilio è durato abbastanza. Quando è troppo è troppo.

«Donna, vita, libertà». «Via gli Ayatollah dal Paese siete il nostro Isis!», gridano gli studenti. Questa è una rivoluzione femminile e laica. È un fatto del tutto nuovo che avrà grandi effetti culturali sul Medio Oriente e in tutto il mondo?
Questo è un movimento moderno, creativo, vitale. È un nuovo passo avanti nel femminismo, alla maniera orientale. E avrà un grande impatto sulle giovani generazioni in tutti i Paesi. È un movimento rigenerante, senza sottomissione alla religione e al potere. È la voce naturale e indipendente delle giovani generazioni.

Il canto, la poesia, la musica, il cinema – che il regime ha sempre censurato – animano le proteste, sono fonte di resistenza?
I mullah non capiscono niente di arte, niente di cinema, pittura, canto e canzoni. Hanno familiarità solo con il lato materiale della vita umana. Vale a dire mangiare, riprodursi e dormire. Con il Corano in mano. Vedono l’arte, la letteratura, la musica e le belle donne indipendenti come un pericolo. È proprio con questi mezzi espressivi che gli artisti gli dichiarano guerra. Con la danza, il canto, il cinema, la scrittura e la bellezza.

Che cosa ci insegna la lezione di Rumi, l’antico poeta mistico persiano, a cui lei ha dedicato un libro da poco uscito in Olanda?
In tempi convulsi, di fretta e caos, abbiamo bisogno di pace e riflessione. Oggi dobbiamo prendere una certa distanza dal lato commerciale, meramente materialistico, della vita. Rumi è il rimedio giusto. Ci mette in contatto con noi stessi. Ci ricorda che siamo umani e non un prodotto. Rumi è il canto dell’umanità. E volevo raccontarlo agli olandesi, portarlo in dono.

Il movimento delle proteste non ha dietro un partito organizzato che possa ingaggiare una dialettica politica con il regime. Impiccagioni, violenze di ogni tipo, stupri colpiscono ogni giorno i giovanissimi manifestanti. Che fare per fermare il massacro e sostenere la rivolta? Quali scenari immagina?
Per ora non è possibile rovesciare questo regime. Sono pericolosi e armati. Torturano, stuprano, rubano, mentono, imbrogliano e uccidono. Ma i giovani hanno inferto loro un duro colpo. Purtroppo dobbiamo ancora sacrificarci molto e allo stesso tempo avere pazienza. Un passo alla volta.
Salam a coloro che sono morti in questa rivolta.
Salam a coloro che sono stati torturati.
Salam a coloro che sono mentalmente e fisicamente violentati.
Salam ai padri e alle madri che hanno perso le loro preziose figlie e figli in questa affascinante lotta di resistenza.

Chiara Volpato: Indagine sulle radici del sessismo

Chiara Volpato perché questa nuova edizione di Psicosociologia del maschilismo (Laterza), dopo la prima pubblicazione nel 2013?
Avevo finito di scrivere il libro nel 2012, esattamente dieci anni fa; nel frattempo è uscita nuova letteratura scientifica sull’argomento. In più, mi sembrava importante che il libro avesse una nuova vita perché in questo momento c’è una riflessione vivace su questi temi, che sta cambiando le cose. Ho aggiunto un capitolo intero sulle forme estreme del dominio. Nell’edizione precedente si parlava di oggettivazione e di violenza, ma la letteratura è cresciuta, la riflessione ugualmente, quindi ho pensato di dedicare più spazio a questi temi.

Lei apre il libro con un capitolo sulla “questione maschile” ricordando che gli studi sugli uomini inizialmente erano pochi rispetto alle ricerche sulle donne. La cito: «Essendo considerato prototipo dell’umano il genere maschile, allora le ricerche sono state più sui gruppi discriminati ma non sui maschi».
C’è stato un cambiamento a partire dagli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso, che ha portato a riflessioni di cui si sono occupati studiosi uomini e donne.

Questo pensiero del maschile come “prototipo dell’umano” con cui tutte le altre categorie si devono confrontare, è una specificità della cultura occidentale?
Non sono un’antropologa, ma so che ci sono state delle culture nelle quali non c’era questa caratterizzazione. Però sono veramente minoritarie. Penso che, nella grandissima maggioranza delle culture umane, la definizione del maschile come prototipo dell’umano esista e sia potente.

Ci sono delle ipotesi sul perché?
Dagli studi emerge l’ipotesi che nella Preistoria, nelle culture di cacciatori e raccoglitori, non ci fosse subalternità femminile. Pare che i ruoli fossero distribuiti non tanto per genere quanto per età. Si ipotizza che i giovani partecipassero in maniera più o meno paritaria a procacciare il cibo, mentre le generazioni più anziane si dedicavano al lavoro di cura. La differenziazione che penalizza il femminile inizia probabilmente con lo sviluppo dell’agricoltura, quindi con il Neolitico. Lì viene introdotta la proprietà privata, vengono create le classi sociali, appaiono i ricchi e i poveri. E si crea anche la differenziazione tra maschile e femminile. La forza fisica maschile probabilmente ha fatto sì che gli uomini si occupassero della gestione militare e politica e le donne venissero relegate al lavoro di cura.

Lei descrive magnificamente l’iter del concetto di “vero uomo” nella cultura occidentale.
Ritengo che i ruoli sociali e quindi anche i ruoli di genere siano delle costruzioni storiche, cambino quindi a seconda delle epoche. Dall’Ottocento in poi, assistiamo a vari mutamenti, a momenti di ripensamento, di “crisi del maschile”, ma secondo un andamento non lineare. Nel corso del Novecento – soprattutto in concomitanza con le Guerre mondiali – si sono verificati anche dei momenti di recupero della visione maschile tradizionale. Poi, i movimenti degli anni Sessanta, soprattutto quello femminista, hanno cominciato a creare delle incrinature. Penso che ci troviamo tuttora all’interno di questa prospettiva, anche se, negli ultimi anni, assistiamo a preoccupanti recuperi del modello maschile tradizionale. Ci sono movimenti di contrattacco e ritorsione nei confronti della nuova autonomia femminile e figure politiche che li hanno incarnati, come Donald Trump negli Stati Uniti e Bolsonaro in Brasile.

Prima di Donald Trump c’era Barak Obama, che per certi versi proponeva un’altra immagine di uomo, sempre legato al potere ma con un atteggiamento più empatico, almeno a livello personale. Personaggi come Trump sono la reazione a quest’altro tipo di mascolinità?
Penso che Trump incarni una reazione sia ai nuovi modelli del maschile, sia a tutta una serie di cambiamenti sociali in atto. Interpreta una parte della società che, a mio avviso, guarda indietro invece che avanti.

Apprendiamo dal suo libro che in psicologia sociale si adopera costantemente il concetto dei Big Two, due caratteristiche che notiamo subito negli altri, distinguendo cioè tra il fattore della communality, attribuito alle donne, e la agency che sarebbe un po’ il compito e il nucleo dell’identità maschile.
Questa però non rispecchia la realtà oggettiva delle cose. È l’interpretazione stereotipica: il nucleo di credenze stereotipiche fa sì che alla donna vengano attribuiti i tratti collegati con la capacità di entrare in empatia con gli altri, di relazione, di calore. E all’uomo, invece, i tratti legati all’agency, al muoversi nel mondo, alla forza, alla conquista, al potere. Le cose oggi stanno cambiando, perché l’immagine femminile non è più quella tradizionale. È un’immagine più variegata, più complessa, caratterizzata anche da una serie di ambivalenze. Questa nuova immagine femminile suscita i contrattacchi e le ritorsioni della “mascolinità risentita”.

Nel libro ci sono pagine molto efficaci sulla difficoltà degli uomini di corrispondere allo stereotipo del “vero uomo”. La loro socializzazione in questa direzione appare quasi più difficile della socializzazione femminile e passa, così lei scrive, attraverso i legami tra uomini, il male bonding.
Questi legami profondi tra uomini sono molto importanti nella socializzazione maschile. Credo che contribuiscano anche a un certo maschilismo, perché l’uomo deve diventare tale di fronte agli altri uomini. Non può perdere la faccia, non può comportarsi “da femminuccia”. Pensiamo, per esempio, a tutto il discorso militare, come è stato e come è tuttora, perché le guerre esistono ancora ed esiste tuttora una certa mentalità militare da macho. Il “vero uomo” non deve avere tratti femminili e deve reprimere tutto ciò che può far interpretare il suo comportamento come incline all’omosessualità. La costruzione dello stereotipo tiene sempre presente l’allontanamento da questi due aspetti: dal femminile e da tutto ciò che non è eterosessuale.

Allora, una donna è tale perché viene considerata “femminile”, desiderabile e valida dagli uomini. Mentre gli uomini non devono essere confermati nella loro identità dalle donne, ma dagli altri uomini?
Certo, nella visione tradizionale sono gli uomini a decidere cosa è valido sia per se stessi sia per le donne. Si tratta di una costruzione per opposizione, per divaricazione tra i tratti tipici femminili e i tratti tipici maschili.

Lei riporta una serie di studi secondo cui la supremazia maschile non è indolore nemmeno per i diretti interessati.
La supremazia maschile comporta un prezzo molto alto che per tanto tempo è stato sottovalutato. Se si costruisce il militare come paradigma del “vero uomo”, non si può lasciare spazio all’emotività, alla tenerezza, alla confidenza. Le amicizie maschili sono soprattutto amicizie del fare, mentre quelle femminili sono amicizie basate sulla confidenza, caratterizzate dal disvelamento. Gli uomini pagano il non potersi aprire all’altro in termini di salute psicologica e fisica. Vi sono molte malattie, o difficoltà a far fronte alla malattia, che colpiscono più gli uomini che le donne. Su questi piani gli uomini hanno meno risorse. La costruzione di un’identità forte, tutta d’un pezzo, corrazzata li rende più deboli di fronte ad alcune difficoltà esistenziali.

Descrivendo invece gli stereotipi di genere relativi alle donne, lei annota che non esiste soltanto il noto stereotipo del disprezzo, basato su una presunta inferiorità femminile, ma anche altri stereotipi.
Esiste una specie di tassonomia degli stereotipi che ne prevede quattro tipi tra cui quelli di ammirazione e di disprezzo. Il disprezzo nei confronti delle donne era molto presente nell’antichità, ma lo troviamo anche oggi. Lo stereotipo di ammirazione nei loro confronti è invece molto raro, perché di solito il pregiudizio di ammirazione si prova nei confronti dei gruppi sociali favoriti, e le donne, per definizione, non lo sono. Però, verso le donne si trova il cosiddetto women wonderful effect, che le definisce meravigliose. Si tratta di una maniera di lodare il loro essere stupende nelle relazioni e nella cura – con l’obiettivo però di mantenerle al posto loro assegnato. Quindi, anche questo non può essere interpretato come uno stereotipo di ammirazione.

Un filo rosso che attraversa tutti i suoi libri è l’indagine sui motivi che fanno sì che le categorie oppresse siano d’accordo con la loro discriminazione. Che si considerino, in qualche modo, giustamente non considerate alla pari.
C’è spesso un’accettazione del ruolo subalterno perché può essere comodo. È difficile essere sempre allerta, in uno stato di ribellione. Allora si accetta il sessismo benevolo, quell’atteggiamento che dice “sei una persona meravigliosa, che però ha bisogno della protezione maschile”. C’è l’accettazione della complementarietà dei ruoli, sia nelle relazioni private che nel lavoro in cui spesso le donne accettano di stare un passo indietro. Anche per motivi oggettivi, perché hanno bisogno di spazio per l’affettività, il lavoro di cura, la maternità. A volte c’è lucidità nell’attuare questa collusione; a volte invece le donne la attuano in modo inconsapevole, magari prendendone coscienza solo anni dopo. L’ho visto succedere ad alcune studentesse. Gli anni dell’università sono anni importanti per le scelte che richiedono, che sono spesso scelte di vita sul piano affettivo e su quello del lavoro. Spesso però non c’è molta consapevolezza o lucidità nel fare tali scelte.

Lei menziona anche limitazioni imposte dall’esterno, invisibili ma efficaci.
Ci sono degli indici oggettivi che ci dicono, sulla base dei numeri, che in effetti esiste il “soffitto di vetro” e il fenomeno della “conduttura che perde”. Le ragazze spesso sono le più brave all’università, ma poi incontrano difficoltà specifiche e rischiano di perdersi per strada. Qualche anno dopo la laurea, i posti migliori o più remunerati vanno ai loro compagni. Il mondo del lavoro è tuttora un mondo difficile per le donne.

Mi ha colpito quando lei parla della paura del successo da parte delle donne, di questa sensazione per cui si pensa “non devo emergere troppo, non sta bene”.
Ho trovato interessante uno studio secondo cui che le donne che hanno più successo del partner tendono a nasconderlo o a farsi perdonare cercando di essere iperfemminili nella gestione della casa e delle relazioni.

Tuttavia, ci sono stati cambiamenti enormi, come forse mai prima nella storia. Essi riguardano sia le donne che gli uomini?
Le ricerche hanno constatato che lo stereotipo femminile si è molto diversificato negli ultimi trent’anni. Non ha perso i tratti tipici femminili, ma ha acquisito anche tratti maschili, diventando più complesso. Questo è successo molto meno con lo stereotipo maschile. Teniamo però presente che stiamo parlando di stereotipi! Nella realtà, anche il maschile sta cambiando. Un’esperienza personale: ad agosto ho fatto un viaggio nella parte orientale della Turchia. Anche lì ho visto uomini che portano in giro i bambini in carrozzina. Ho notato cioè una certa vicinanza al figlio o alla figlia, che non penso tradizionalmente fosse così esibita e accettata socialmente. E anche lì si vedono molte donne che lavorano, che hanno cambiato il loro ruolo nella società.

Lei sottolinea più volte nel libro che arrivare a un superamento degli stereotipi di genere non favorisce solo le donne, ma è anche nell’interesse maschile.
Sì, perché va a beneficio di entrambi. Se queste visioni e questi ruoli cambiassero, non ne beneficerebbero solo uomini e donne, ma la società tutta, come provato da molte ricerche anche di tipo economico: le società in cui le donne hanno una partecipazione attiva alla vita economica e politica del Paese sono società che stanno meglio delle altre, decisamente meglio delle società in cui la partecipazione femminile è ridotta.

Un anno fa è finita l’era Merkel, in Italia abbiamo la prima presidente del Consiglio: sto parlando delle donne al potere. Anche lei pensa, come molti, che una volta al potere una donna si comporta esattamente come gli uomini?
Penso che sia difficile generalizzare. Alcune donne – l’emblema è Margaret Thatcher – sono andate al potere con delle strategie tipicamente maschili e con una visione tradizionale della società. In altri Paesi invece le donne arrivate al potere hanno cercato di portare una visione un po’ diversa basata sulla loro esperienza storica, che implica una maggior attenzione alla cura, alle relazioni, all’ambiente. Se ci pensiamo, anche l’attenzione all’ambiente ha a che fare con le relazioni di cura. È una cura per ciò che ci sta intorno… Però le donne al potere con questa visione sono poche, le troviamo soprattutto in alcune situazioni particolarmente favorevoli come nei Paesi del Nord Europa, Paesi ricchi e con una popolazione poco numerosa. Penso che le donne, per poter portare un cambiamento in politica, non devono essere sole. Possono innescare un cambiamento quando sono almeno in un piccolo gruppo, che permette di darsi forza e sostegno reciproco.

Storicamente parlando, quindi, piuttosto che la singola Thatcher o Merkel, è più significativo che nei Parlamenti – in alcuni Paesi – sono presenti sempre più donne?
Quando le donne sono un certo numero possono indirizzare la politica del Paese verso certi temi rispetto ad altri. L’attuale però non è un buon momento da questo punto di vista, perché con l’aggressione russa all’Ucraina, si è tornati a una visione più militarista della società.

Se in Russia e in Ucraina ci fossero più donne nel governo, la guerra non sarebbe scoppiata o sarebbe già finita?
Probabilmente sì. La guerra mi dà l’impressione di un ritorno al Medioevo. Ha innescato una contrapposizione militare e maschilista, che speravo non avremmo rivisto.

L’Italia come si colloca rispetto al superamento degli stereotipi di genere?
L’Italia continua a coltivarne molti. Nelle ricerche sul sessismo non si colloca bene, siamo tra gli ultimi tra i Paesi europei sia dal punto di vista degli stereotipi, sia da quello dei posti di lavoro. L’Italia non fa una politica per le donne. Non aiuta né promuove la maternità, non aiuta né promuove il lavoro delle donne. Pensiamo, ad esempio, alla carenza di asili nido.

A concludere il suo libro sono delle pagine veramente belle che non vorrei anticipare perché ognuno deve leggerle da sé. Ripeto solo la domanda che lei si pone lì: “Che cosa si può fare per migliorare la situazione”?
Oltre alla lotta politica, quello che le singole persone possono fare è avere maggiore attenzione. Resto sempre colpita dal fatto che spesso passiamo vicino alle cose senza vederle. Spesso non mettiamo in discussione i rapporti di collusione di cui parlavamo prima, un certo sessismo quotidiano, non particolarmente aggressivo, ma molto radicato, perché non lo vediamo. Secondo me, il primo lavoro da fare è imparare a vedere e a prendere in mano le cose, una volta che le abbiamo viste. Non vuol dire combattere 24 ore al giorno, ma tenere presente che un certo modo di vivere non è scontato e impossibile da affrontare. Lo diventa se lasciamo che sia così. Questo è il primo lavoro: vedere ed essere critici. E poi bisogna fare un lavoro di rivalutazione. A me pare che la cura – il Covid dovrebbe avercelo insegnato – che noi esseri umani possiamo prenderci l’uno dell’altro sia una delle cose più importanti e preziose della vita. Però è sempre stata sottovalutata, proprio perché attribuita al femminile. Non diamo abbastanza importanza né alla cura delle relazioni, né alla cura della persona sofferente, né alla cura dell’ambiente, aspetti molto vicini tra di loro. La cura delle relazioni e dell’ambiente nel quale viviamo è un valore fondamentale, il primo a cui una società dovrebbe porre attenzione. Il fatto che non lo sia costituisce un motivo di allarme: rischiamo di precipitare in una situazione molto pericolosa.

L’autrice: Annelore Homberg, psichiatra e psicoterapeuta, è presidente del Network Europeo per la Psichiatria Psicodinamica – Netforpp Europa

La festa degli “uomini liberi”

In Nord Africa, prima della conquista arabo-islamica del VII-VIII secolo d.C., e fino a oggi, gli Imazighen (conosciuti in Occidente come “berberi”) hanno sempre avuto cura della conservazione e della libera, cosciente e spontanea pratica dei loro usi e costumi, tra cui la festa agreste Yennayr (scritta in tifinagh ⵢⵏⵏⴰⵢⵔ). Celebrata a seconda delle regioni, Yennayr corrisponde al primo giorno di gennaio del calendario giuliano, di 13 giorni più indietro rispetto a quello gregoriano. Ma qual è l’origine di questa festa?

Cenni storici
Il primo anno di qualsiasi calendario corrisponde sempre a un fatto storico importante che ne giustifica la designazione. Se la scelta della nascita di Cristo, per il calendario gregoriano, o dell’Egira, per il calendario musulmano, appaiono evidenti, quella riferita all’anno dell’avvento di una dinastia amazigh nell’Antico Egitto, per la definizione di un calendario amazigh, è ancora poco conosciuta.
Questa festa corrisponderebbe alla presa del potere in Egitto da parte di Chachnak (Sheshong I, primo faraone berbero) e alla fondazione della ventiduesima Dinastia nell’anno 950 avanti Cristo.
ⴰⵙⴳⴳⵯⴰⵙ ⴰⵎⴳⴰⵣ 2973! Buon Capodanno 2973!
La celebrazione del Capodanno amazigh da parte delle popolazioni nordafricane perpetua una tradizione ancestrale legata a un valore identitario che riflette il forte rapporto intrattenuto da questa popolazione con la terra e le sue ricchezze. Questa festa mette in luce l’importanza del nuovo anno agreste e la forte simbologia che questo evento possiede all’interno del patrimonio culturale amazigh di tutto il territorio nordafricano. Orchestrata principalmente dalle donne, custodi del tempio della cultura amazigh, la celebrazione del Yennayr si caratterizza essenzialmente per le danze, gli yu-yu (tipico trillo che le donne esprimono sotto forma di grido di gioia), i canti di buon auspicio e la preparazione di piatti speciali. Fra questi, tagwlla (tipico impasto del sud del Marocco a base di mais cotto e burro, accompagnato da olio di argan e miele), frutta secca, cous-cous algerino con fave e pollo e ovviamente l’immancabile cous-cous marocchino dentro cui viene nascosto un nocciolo di dattero (a chi lo trova il titolo di “fortunato dell’anno”).
Il cous-cous marocchino è normalmente composto di sette varietà di verdure e altrettante di semi. La simbologia del numero (7) nella cultura popolare nordafricana è infatti ricorrente. Si riferisce all’abbondanza, alla fertilità e alla perfezione. I piatti e la cerimonia di Yennayr possono variare da regione a regione e da un Paese all’altro. Il loro punto in comune resta il valore simbolico e culturale di questa festa che celebra in abbondanza la terra e l’essere umano affinché l’anno a venire sia prospero. Celebrare Yennayr è un atto culturale e identitario fortemente sentito anche da parte della diaspora amazigh sparsa nel mondo intero. In Italia (Napoli, Roma, Milano e Torino), in Francia (Parigi, Marsiglia…), in Spagna (soprattutto nelle isole Canarie), addirittura negli Stati Uniti d’America e in Canada, numerose associazioni, università e individui non esitano a mostrare ogni anno l’attaccamento alle proprie radici e il rispetto verso le tradizioni dei loro antenati.

Imazighen: un popolo in perpetua resistenza
2973 anni di resistenza e di esistenza ancora in attesa di pieno riconoscimento hanno fatto sì che il motto degli Imazighen sia “piuttosto rompersi che piegarsi!”.
Ancora oggi, gli Imazighen, letteralmente “uomini liberi”, lottano per ottenere più diritti e un più ampio riconoscimento della loro identità. Sono il popolo autoctono del Nord Africa, tanto che la presenza della lingua e cultura amazigh in questa regione precede di molto l’arrivo degli arabi e dell’Islam. Dopo essere stati i padroni della loro terra per secoli e secoli, gli Imazighen sono stati oggetto di rilevante ostracismo sociale e culturale da parte dei governi formatisi attorno all’“arabità”. Un sistema di governo che ha calpestato i fondamenti della diversità culturale e del vivere insieme che da sempre caratterizzavano l’Africa del Nord. Ciò viene magistralmente espresso da un noto proverbio amazigh “ⴷⴷⴰⵏ ⴷ ⴰⴷ ⵏⵙⵉⵏ ⴰⵔ ⴰⴴ ⵜⵜⵏⵓⵢⵏ ⵉⵍⴴⵯⵎⴰⵏ” (Erano venuti solo per passare la notte e adesso eccoli che cavalcano i nostri dromedari).

In Marocco. Dal censimento nazionale del 2014, è emerso che più di un quarto (26,7%) dei marocchini utilizza almeno una delle tre varietà principali di berbero del Paese (la tarifit, la tamazight e la tachelhit). Nel 2011, la lingua amazigh è stata riconosciuta lingua ufficiale del Marocco accanto a quella araba. Nonostante questa importante vittoria, numerose voci hanno tuttavia richiesto maggiori diritti, tra cui la richiesta di ufficializzazione dello Yennayr quale festa nazionale e giorno di ferie d’importanza pari ai capodanni secondo il calendario gregoriano e musulmano.
È in quest’ottica che Ahmed Boukous, rettore dell’Istituto reale della cultura amazigh (Ircam) in Marocco, ha affermato che «il riconoscimento del nuovo anno amazigh è un diritto legittimo in perfetta coerenza con la linea politica del nostro Paese in materia di diritti culturali, consacrato d’altronde dalla Costituzione e dalle leggi afferenti alla promozione della lingua e cultura amazigh». Cosa aspetta ancora il Marocco, Paese col più alto numero di Imazighen al mondo, a fare questo passo in avanti, considerando inoltre che nel 2015 il nuovo anno amazigh è stato proclamato dall’Unesco patrimonio immateriale universale? Chissà se l’occasione giusta non possa arrivare quest’anno!

In Algeria. Qui ci sono più di 13 milioni di Imazighen, che rappresentano circa un terzo della popolazione totale. Dopo molte lotte e scontri contro il regime algerino, Yennayr (12 gennaio) è stato finalmente proclamato giorno di festa in tutto il Paese per la prima volta nel 2018.

In Tunisia. La questione amazigh in Tunisia prima del 2011, anno della Primavera araba, costituisce uno dei grandi tabù intoccabili del Paese. Tuttavia, da quell’anno la situazione è radicalmente cambiata: la società tunisina vive una vera e propria rinascita amazigh basata sulla denuncia di qualsiasi forma di negazione della propria specificità da parte dello Stato tunisino, che si identifica nella lingua araba e nella religione musulmana.
In Libia. Anche qui la situazione degli Imazighen è complicata e complessa. «Prima della rivoluzione libica del 2011, la celebrazione dello yennayr era interdetta», testimonia Amjed Said, attivista amazigh di Nefousa, località del nord ovest della Libia. Perseguitati sotto il regime del generale Mu’ammar Gheddafi, il quale ha sempre negato la loro esistenza, gli Imazighen hanno reclamato il diritto all’ufficializzazione della loro lingua e a un’equa rappresentanza alla partecipazione alle pubbliche istituzioni. Il cammino della resistenza e della lotta per i diritti identitari è parimenti lungo e tortuoso per gli Imazighen di Egitto, Mali, Niger e Burkina Faso.
Davanti al caos che il mondo attuale sta vivendo, l’Africa, e in particolare l’Africa del Nord, se desidera fortificarsi, deve ritornare alle sue fonti e alle sue radici, riconoscendo innanzitutto il patrimonio dei suoi antenati. Per ricordarci che ogni passo riuscito verso il futuro necessita di (ri)conoscenza e riconoscimento del passato, proponiamo un antico proverbio amazigh:
«ⵜⴰⵎⴰⵣⵉⵔⵜ ⵏ ⴽⴰ ⴰⵎ ⵎⵎⴰ ⵏⵏⵙ, ⴰ ⵄⵏⴷ ⴰⵙ ⵏ ⵡⵏⵏⴰ ⵜⵜ ⵉⵣⵔⵉⵏ»
(Tamazirt – termine polisemantico che può significare “la lingua”, “la terra” o “le origini” – è come una madre, maledetto chi l’abbandona!).

L’autrice: Sara Outamamat è dottoranda in Antropologia (Università di Fes, Marocco- Università degli studi l’Orientale Napoli)