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Quei milioni di euro alla lobby cattolica dell’assistenza

Questa è la storia di un subappalto ultramilionario che riguarda un pezzo consistente del welfare italiano o meglio di uno dei pilastri dello Stato sociale, così come disegnato dalla nostra Costituzione: l’assistenza alle persone che vivono in stato di emarginazione e/o di particolare fragilità socioeconomica. Questa è la storia di uno Stato, laico per Costituzione, che senza fare troppo rumore ha deciso di mettere in mano agli ambasciatori di uno Stato teocratico le chiavi di accesso alla soddisfazione dei bisogni primari (e alle informazioni più sensibili) di un bacino potenziale di cittadini pari a circa il 9% della popolazione totale italiana, vale a dire 5,6 milioni di persone. Tanti sono, stando all’ultimo rapporto della Caritas, gli italiani in povertà assoluta.
La Caritas, appunto. Non citiamo a caso questa onlus perché come vedremo è la principale beneficiaria di un protocollo siglato con l’Inps per l’apertura di sportelli in tutti gli 8mila Comuni italiani per la gestione delle domande di assistenza ai cittadini più vulnerabili, che hanno diritto alle seguenti prestazioni: Reddito di cittadinanza (Rdc) e pensione di cittadinanza; assegno familiare dei Comuni; assegno di maternità dei Comuni; Bonus bebè; premio alla nascita; bonus asilo nido; Naspi; assegno sociale e invalidità civile. Insomma, cose di non poco conto.

Ma andiamo per ordine. Questa vicenda parte, in sordina, da lontano. Precisamente l’11 ottobre 2019. E sempre in sordina, come un fiume carsico, si è ingrossata inarrestabile e indisturbata via via negli anni fino a oggi. Cosicché quella che inizialmente sembrava “solo” una importante iniziativa dell’Inps per facilitare l’accesso alle prestazioni assistenziali e previdenziali per i soggetti più bisognosi (denominata “Inps per tutti”) – «in collaborazione con alcune organizzazioni ed associazioni caritatevoli» citava il comunicato ufficiale senza menzionare quali fossero – si è successivamente trasformata, senza che i grandi media ne dessero mai notizia, in un accordo praticamente esclusivo tra l’Istituto nazionale per la previdenza sociale e l’organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana per la promozione della carità, nato nel 1971 per volere di Paolo VI: la Caritas italiana.
“Inps per tutti” come si legge nella nota del 2019, «è rivolta alle fasce più deboli della popolazione: persone in stato di povertà assoluta, senzatetto o senza fissa dimora; abitanti di Comuni distanti dagli uffici dell’Inps; utenti non consapevoli dei propri diritti». L’idea, disse in conferenza stampa il presidente Inps, Pasquale Tridico, «è quella di portare l’Istituto tra le persone in difficoltà, al fine di facilitare per tutti l’accesso ai nostri servizi. Andiamo tra chi ha barriere di ogni tipo, rendendo esigibili i diritti. Spesso sono le persone più fragili quelle che rimangono escluse e c’è il problema dei senza fissa dimora che non hanno residenza, problema al quale i Comuni riescono in parte a ovviare».
Fin qui nulla da eccepire, l’Inps si rende conto di non riuscire a raggiungere tutta la platea dei cittadini più vulnerabili per erogare dei servizi vitali e d’accordo con l’Anci (Associazione nazionale Comuni italiani) e alcune Regioni decide di aprire in punti strategici a Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino e Bari degli info point per i soggetti interessati – ai quali verrà somministrato un questionario per sapere di cosa hanno bisogno e diritto. Ed è così che a fine ottobre 2019 parte la sperimentazione di “Inps per tutti” e la Caritas figura nel progetto solo con due info point a Roma presso le sedi (alternate) di via di Porta San Lorenzo e di via delle Zoccolette.

Non passano nemmeno due mesi che lo scenario cambia radicalmente. L’11 dicembre 2019 Caritas italiana emana un comunicato in cui dichiara di aderire formalmente a “Inps per tutti” con l’obiettivo di dare informazioni, orientamento e supporto alle persone che si rivolgono ai propri centri, «sulle prestazioni erogate dall’Inps a cui essi potrebbero accedere, data la condizione economica o personale in cui si trovano, o che già ricevono e rispetto a cui hanno problemi». Attraverso un collegamento diretto fra gli operatori di Comuni, Caritas e Sant’Egidio, altra onlus cattolica che aderisce a Inps per tutti, e gli addetti delle agenzie e sedi Inps locali (con modalità che vengono definite negli accordi siglati a livello locale), si legge nel Rapporto Caritas 2022, «si riescono a risolvere in tempi molto brevi situazioni incagliate (ritardi o revoca nell’accredito del Rdc, sanzioni legate al Rdc, ecc.) per persone e famiglie che versano in situazioni di grande difficoltà e che sono seguite dai centri Caritas, dai servizi sociali e da Sant’Egidio». Fatto sta che dopo due anni di sperimentazione avvolta nel silenzio mediatico, il 21 novembre 2021, si passa alla firma di un “Accordo quadro di collaborazione tra l’Inps, l’Anci, la Caritas Italiana e la Comunità di Sant’Egidio”.

Prima di proseguire e provare a fare i conti in tasca ai “beneficiari” di questa operazione di subappalto del welfare alla Chiesa cattolica, vale la pena soffermarsi su alcuni “passaggi” politici solo apparentemente scollegati sia tra loro che da questo contesto avvenuti tra la presentazione di “Inps per tutti” da parte di Tridico nel 2019 e la sigla dell’accordo quadro del 2021. Inps per tutti, è bene precisare, nasce durante il primo governo Conte. Pasquale Tridico prima delle elezioni del 2018 era tra i “papabili” al ministero del Lavoro in caso di vittoria del Movimento 5Stelle. La cosa non quagliò e nel marzo del 2019 Conte lo nomina a capo dell’Inps. L’attuale capo dei M5s è colui che nei giorni antecedenti alla Pasqua del 2020, da presidente del Consiglio del “Conte due”, ringraziò ufficialmente la Conferenza episcopale per aver donato una quota dell’8permille proprio alla Caritas, sebbene le donazioni di questo genere rientrino nelle “voci di spesa” dell’8permille ecclesiastico. Quindi ancora oggi ci si chiede cosa c’è di così eccezionale in questo trasferimento di denaro tanto da guadagnarsi la gratitudine di un’istituzione del calibro della presidenza del Consiglio. E sorvoliamo sul fatto che Conte ringraziò la Cei e non coloro che hanno materialmente contribuito a finanziare la Caritas, cioè i cittadini italiani. Ciò su cui si fa molta fatica a sorvolare è che pochi mesi dopo quella dichiarazione di Conte, nel settembre del 2020, quindi sempre durante il “Conte due”, il ministro della Salute Speranza nomina a capo della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria per la popolazione anziana” un altissimo prelato vaticano.

Niente meno che monsignor Vincenzo Paglia, gran cancelliere del Pontificio istituto teologico per le scienze del matrimonio e della famiglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, consigliere spirituale della Comunità di sant’Egidio e altro ancora. Una nomina, ma anche un omaggio istituzionale alla Chiesa, sconcertante. La guida di una importantissima Commissione tecnica messa nelle mani non di un tecnico ma di un arcivescovo che ricopre incarichi importanti in istituzioni di uno Stato straniero. «Il presidente di una commissione – scriveva su Left del 2 ottobre 2020 Quinto Tozzi, cardiologo e già direttore dell’Ufficio di qualità e rischio clinico dell’Agenas – ha sempre, e particolarmente in questo caso, una nevralgica funzione di salvaguardia dei valori istituzionali nazionali di unità, coerenza e integrità del Sistema sanitario nazionale sia rispetto alle forze centrifughe delle Regioni, sia di bilanciamento degli interessi del privato, sia di rispetto di principi etici e laicità. E questo porta con sé inconfutabili, invalicabili e volutamente ignorati incompatibilità e conflitti di interesse. Conflitti materiali (gli accreditamenti supermilionari delle strutture sanitarie del Vaticano con le Regioni) e conflitti etici (l’ottica palesemente di parte su temi delicatissimi, a cominciare dall’interruzione volontaria di gravidanza)». A proposito di odor di conflitti d’interesse, Tozzi ci aveva visto lungo. Il 16 giugno 2021 la Commissione di Paglia pubblica un rapporto redatto con l’Istat sui bisogni di assistenza sociosanitaria della popolazione anziana over 75, che in pratica individua un target preciso nell’ambito della platea di cui si occuperebbero la Caritas in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio per conto dell’Inps. Il Rapporto identifica infatti, su una popolazione di riferimento composta da circa 6,9 milioni di over 75, oltre 2,7 milioni di individui che presentano gravi difficoltà motorie e patologie che compromettono l’autonomia nelle attività quotidiane. Tra questi, 1,2 milioni di anziani dichiarano di non poter contare su un aiuto adeguato alle proprie necessità, di cui circa un milione vive solo oppure con altri familiari tutti over 65 senza supporto o con un livello di aiuto insufficiente. Infine, circa 100mila anziani, soli o con familiari anziani, oltre a non avere aiuti adeguati sono anche poveri di risorse economiche, con l’impossibilità di accedere a servizi a pagamento per avere assistenza. Praticamente l’identikit delle persone a cui è rivolto “Inps per tutti”.

Arriviamo così all’accordo quadro del 2021 in cui si prevede che la Caritas possa gestire direttamente un certo numero di importanti prestazioni assistenziali: Reddito/pensione di cittadinanza, assegno familiare dei Comuni, assegno di maternità dei Comuni, bonus bebè, premio nascita, bonus asilo nido, Naspi, assegno sociale e Invalidità civile. Per meglio comprendere come le organizzazioni cattoliche hanno allungato i loro tentacoli sulla assistenza, occorre capire come sono strutturati in Italia i relativi servizi.
Generalmente e storicamente sono le principali organizzazioni sindacali, come la Cgil e la Cisl, e associazioni di lavoratori che istituiscono al loro interno i patronati, i quali gestiscono pratiche sia di previdenza che di assistenza. Fino a qualche anno fa, tutte le pratiche dei patronati erano offerte all’utenza gratuitamente, perché i costi di gestione, per ogni pratica evasa, erano a carico dello Stato. Tutti i patronati, infatti, vengono finanziati attraverso una aliquota prelevata dal gettito complessivo dei contributi previdenziali obbligatori incassati dall’Inps e dall’Inail, e il finanziamento è erogato attraverso un sistema “a punteggio” per cui ogni pratica evasa dà un punteggio minimo di 0,25, e un punto vale all’incirca 35 euro.

Nel 2018 è intervenuta una modifica e alcune pratiche assistenziali non vengono più svolte gratuitamente per l’utente, garantite cioè con il finanziamento del sistema a punteggio, ma l’utente deve pagare un compenso al patronato, stabilito con decreto ministeriale all’interno di un accordo stipulato tra il ministero del Lavoro e la singola organizzazione. Le pratiche gratuite sono le domande, a titolo esemplificativo, per ottenere le pensioni di inabilità, l’assegno di invalidità, le pensioni d’invalidità, le pensioni di guerra, le pensioni sociali, le richieste di permesso di soggiorno, le richieste di ricongiungimento familiare. Per esempio ogni pratica di pensione di anzianità al patronato vengono riconosciuti 5 punti e il patronato percepisce dallo Stato 175 euro, mentre per una pensione di inabilità al patronato vengono riconosciuti 6 punti e lo Stato eroga 210 euro. Poi ci sono una serie di pratiche per le quali il patronato non è finanziato dallo Stato e può chiedere un contributo direttamente all’utente, che non può essere superiore a 24 euro. Le pratiche a pagamento sono, a titolo esemplificativo, la richiesta dell’estratto contributivo, la domanda degli assegni familiari per i lavoratori dipendenti attivi, la domanda sulla disoccupazione naspi, la domanda bonus bebè, bonus mamma e bonus asilo, l’invio delle dimissioni online, la domanda di richiesta ratei di tredicesima del pensionato defunto.

Una grande rete di associazioni parasindacali che operano con patronati in tutta Italia, sono le Acli – Associazioni cristiane lavoratori italiani, che contano migliaia di sedi, in media una sede ogni due comuni. Ed è con le Acli che la Caritas ha stipulato un accordo in base al quale dopo aver intercettato e preso in carico il cittadino che necessita di assistenza per uno o più dei servizi citati lo indirizza presso gli sportelli del Caf e del patronato Acli. Per farsi un’idea le Acli hanno oggi circa 900mila soci e dal ministero del Lavoro hanno incassato come anticipo 2021 per i servizi di patronato oltre 36,5 mln. Non ci è stato permesso di accedere al dato relativo al numero e al tipo di pratiche evase dall’Acli ma possiamo fare una stima del “volume d’affari” potenziale che andrebbero a gestire quasi in esclusiva questi due soggetti (Caritas e Acli) con la prospettiva di raggiungere una platea di oltre 5mln di persone: oltre 200mln di euro l’anno.

Ignorando ogni criterio quantomeno di parità rispetto ad associazioni sindacali e di lavoratori non cattoliche, a livello istituzionale si è deciso di assecondare l’assalto delle organizzazioni religiose all’assistenza, consentendo che la Caritas potesse gestire i servizi fin qui elencati. Nella prospettiva di creare una enorme holding dell’assistenza, la Caritas ha quindi stipulato un accordo con Acli che avrebbe portato in dote migliaia di patronati e quindi gli operatori abilitati e le strutture necessarie a gestire i servizi ai “nuovi” utenti. Laddove le strutture non ci sono l’accordo Inps/Caritas prevede che siano i Comuni a metterle a disposizione gratuitamente. L’accordo Caritas/Acli è stato denominato “Un nuovo patto per la non autosufficienza” e prevede che debba essere esteso ad altre 50 organizzazioni con la creazione di un unico Sistema nazionale assistenza anziani che inglobi tutti gli strumenti, i servizi e le misure dedicati alla non autosufficienza (diligentemente elencati nel Rapporto della “Commissione Paglia”). Da qualche mese spuntano come funghi i patronati che materializzano l’intesa. A Cagliari, per esempio, è già nata la Rete Caritas-Acli-patronato Acli e la presentazione è stata fatta nella sala stampa del Seminario Arcivescovile. A Catania lo sportello Caritas-Acli è attivo presso la sede della Caritas. Di quello che è accaduto in Puglia, qui come altrove all’insaputa delle altre parti sociali e dei sindacati che storicamente gestiscono i patronati, ne parliamo nell’articolo seguente a pagina 17. A Roma le Acli metteranno a disposizione della Caritas i loro operatori specializzati «per fornire ogni tipo di informazione e raccogliere le pratiche relative ai servizi da erogare» attingendo “materiale umano” in tutti i circuiti cattolici, dai centri d’accoglienza agli oratori, ovvero in quelle sponde di marginalità e di fragilità sociale dove l’assistenza è necessaria come l’aria per respirare. Le Acli hanno la fetta più grande nella erogazione del finanziamento da parte del ministero in relazione ai servizi che offrono e alle pratiche che espletano. L’accordo che l’Inps ha stipulato con la Caritas, e quello a sua volta stipulato con le Acli, farà crescere in maniera esponenziale il cumulo di servizi finanziati, rendendo questo duo un soggetto monopolista nella assistenza. Una gigantesca lobby religiosa gestirà indennità e sussidi erogati dallo Stato italiano in favore delle persone che ne faranno richiesta.

Lo Stato sociale ha come presupposto che ogni indennità erogata costituisca diritto e preservi la dignità di chi lo riceve. Consentire che l’assistenza venga gestita con modalità monopolista da una organizzazione come la Caritas significa degradare l’assistenza a mera concessione benevola. La carità è la negazione della solidarietà e dunque della dignità umana e sociale. Chi fa la carità pretende la riconoscenza. Uno Stato che soppianta la solidarietà con la carità è uno Stato fallito perché ha tradito il principio di laicità.

L’avvocata Carla Corsetti è segretaria nazionale di Democrazia atea

La fine dei religiosi

Egregia presidente Meloni si rassegni, è rimasta sola con qualche nostalgico che, vergognosamente, inneggia al fascista Rauti. Il mondo va in direzione diversa e contraria dal suo slogan «Dio, patria e famiglia».

Egregio ministro Salvini che, con il crocifisso di legno al collo, invoca ad ogni piè sospinto i valori cristiani, lasciar morire persone in mare è da cristiano? Si tratta di una violenza inaccettabile, per non dire dell’ipocrisia che c’è dietro tutto questo.

È inaccettabile l’idea che la religione interferisca con la cosa pubblica e la laicità dello Stato. Ormai l’hanno capito tutti, perfino in Italia dove, nonostante il fumo negli occhi «dell’influencer Bergoglio» (cit. Raffaele Carcano su Left), è drammaticamente chiaro che la diffusione della pedofilia nel clero affonda le sue radici nel pensiero religioso che annulla il corpo e nega la sessualità umana. Non a caso è diventata una voragine (che in qualche modo la Conferenza episcopale ha tentato di nascondere con una «indagine indipendente» farlocca). Parliamo di un agghiacciante e inaccettabile crimine sui bambini; violenze che, come per primi abbiamo smascherato grazie alle inchieste di Federico Tulli, vengono compiute ai più alti livelli ecclesiastici sui più piccoli ed anche sulle suore.

Anche per questo gli italiani lasciano la Chiesa. Ma non solo. È da molto tempo, infatti, che la secolarizzazione della società italiana va avanti a ritmi galoppanti, spinta dal rifiuto di dogmi antiscientifici che negano i diritti umani e l’identità della donna.
Lo abbiamo documentato costantemente su Left negli anni e lo documentano studiosi come il sociologo Franco Garelli, autore di Piccoli atei crescono (Il Mulino), in cui dimostra come fra i giovanissimi la religione sia considerata “roba vetero”, completamente fuori dal tempo, demodé. E più di recente, per lo stesso editore, con il saggio Gente di poca fede.

Questa rivolta silenziosa progredisce nonostante il baciapilismo della classe politica e la prepotente presenza della Chiesa in tre pilastri del nostro welfare: sanità, istruzione e, da oggi, assistenza. Lo raccontiamo nella storia di copertina di questo numero con un’inchiesta esclusiva sullo sconcertante accordo dell’Inps con la Caritas, che consegna a questa onlus, diretta emanazione della Cei, la gestione praticamente esclusiva nei quasi 8mila Comuni italiani, dell’erogazione di indennità e sussidi in favore di oltre 5 milioni di anziani, poveri ed emarginati. Un “affare”, per la Chiesa, da 200 milioni di euro l’anno. Un fiume di denaro che si somma ai circa 6,7 miliardi l’anno che già incassa dai contribuenti italiani sotto forma di finanziamenti pubblici statali, regionali e comunali, fondi alle paritarie (mai così alti come quelli stanziati dal governo Meloni, ha denunciato poche settimane fa Francesco Sinopoli, segretario generale Flc-Cgil: 620mln), pensioni ai cappellani militari, stipendi ai religiosi nelle corsie d’ospedale, 8permille, esenzioni, e contributi di vario tipo: in tutto sono ben 48 le voci di spesa, ma sarebbe più corretto dire le prebende, sottratte al welfare laico e donate alla casta clericale.

La secolarizzazione italiana rispecchia un andamento che si rileva in molti Paesi, da Oriente a Occidente. Perfino in Polonia, dove il governo ha imposto feroci leggi contro l’aborto, che hanno fatto morire molte donne, i più giovani, anche per questo, si stanno allontanando dalla religione. E negli Stati Uniti, dove fandonie come quella del creazionismo hanno largamente preso piede nella società, oggi i non credenti sono al 22 per cento. L’avanzare di un sano e vitale ateismo si segnala anche in Inghilterra e Galles dove i non credenti hanno superato i credenti di tutte le religioni. Altrettanto clamoroso è quello che sta accadendo in Turchia e in Iran dove i giovani in massa si stanno ribellando al fondamentalismo religioso dei rispettivi governi.

In Iran lo fanno a costo della vita, in una straordinaria e dolorosa lotta nonviolenta di cui sono protagonisti migliaia e migliaia di giovanissimi al grido di “donna, vita, libertà”, (facendo proprio lo slogan delle donne curde), come ci racconta su questo numero lo scrittore iraniano Kader Abdolah.

«I mullah, come i talebani in Afghanistan sono stupidi, non accettano la cultura, l’arte, la poesia, hanno paura delle belle donne indipendenti», dice Abdolah. E lo ribadisce la scrittrice iraniana Azar Nafisi: «Le dittature fondamentaliste cercano di confiscare, di distruggere e annullare l’identità delle donne, delle minoranze e di chi esprime una diversità culturale. Ma le donne in primis non sono più disposte ad accettarlo e scendono in piazza per i diritti di tutti, costi quel che costi». E noi siamo e saremo sempre con loro.


Editoriale di Left n.1 del 6 gennaio 2023

Erano pronti. Per la stangata

Il prezzo del gas è sceso sensibilmente nei mercati internazionali ma continua a salire nelle case degli italiani. L’aggiornamento mensile dell’authority Arera segnala che i clienti del mercato di maggior tutela (per un tragico gioco di parole) subirà a dicembre un aumento medio del 23,3% rispetto al mese di novembre che determina per il 2022 un esborso cresciuto del 64,8%.

«Una Caporetto. Al rincaro di novembre del 13,7% si aggiunge ora quello di dicembre. Bollette da infarto, insostenibili per troppi italiani», commenta Marco Vignola, responsabile del settore energia dell’Unione nazionale consumatori. «Se il prezzo del gas sale del 23,3% rispetto a quello di novembre 2022, aumenta del 55,9% rispetto a un anno fa, ossia rispetto a dicembre 2021 e del 125% nel confronto con dicembre 2020. Il governo si sta dimostrando del tutto inadeguato ad affrontare questa emergenza nazionale, limitandosi a riciclare quanto fatto da Draghi nonostante la situazione sia nel frattempo profondamente peggiorata».

Il costo di benzina e gasolio è salito di circa 20 centesimi al litro rispetto al 30 dicembre. Questo perché il 2023 si è aperto con l’aumento delle accise su benzina, gasolio e Gpl. Poi ci sono i costi autostradali: le tariffe dal primo gennaio sulla rete di Aspi – ora è controllata dalla Cassa depositi e prestiti con i fondi Macquarie e Blackstone – sono aumentate del 2%. E a luglio è previsto un ulteriore rincaro dell’1,34%. In base alle elaborazioni di Assoutenti, per andare da Roma (sud) a Milano (ovest), ad esempio, il pedaggio sale dai 46,5 euro del 2022 a 47,3 euro. A luglio, in tempo per le vacanze estive, arriverà 48 euro a luglio, con un aumento di 1,5 euro. Da Napoli (nord) a Milano si spendevano lo scorso anno 58,6 euro: ora servono 59,7 euro (60,5 euro a luglio, +1,9 euro). Per la tratta Bologna-Taranto la spesa sale da 55,1 euro a 56,1 euro del 2023 (56,9 euro da luglio, +1,8 euro).

L’assicurazione delle auto aumenta per 815mila automobilisti che hanno peggiorato la propria classe di merito. Ma non solo: l’Osservatorio Facile.it rileva che «il dato assume ancora maggior gravità se si considera che, a dicembre 2022, il premio medio Rc auto registrato in Italia è stato di poco superiore ai 458 euro, vale a dire ben il 7,23% in più rispetto ad un anno prima». Secondo l’analisi del comparatore – su un campione di oltre 720mila preventivi raccolti su Facile.it a dicembre – il numero di automobilisti colpiti dai rincari è in crescita del 2% rispetto allo scorso anno. In un Paese, tra l’altro, in cui più di 700mila italiani hanno saltato il pagamento della polizza auto. Nel 2023 i morosi sono destinati ad aumentare visto, secondo il rapporto, che «sono oltre 1,5 milioni gli italiani che hanno ammesso di poter essere obbligati a saltare il prossimo rinnovo in caso di ulteriori rincari».

A Milano dal 9 gennaio il biglietto ordinario Atm passerà da 2 a 2,20 euro, il carnet da dieci corse da 18 a 19,50 euro, il giornaliero da 7 a 7,60 euro e il biglietto valido per tre giorni da 12 a 13 euro. Anche a Roma sono in arrivo rincari: il Contratto di servizio per il trasporto pubblico ferroviario di interesse regionale e locale siglato tra Regione Lazio e Trenitalia prevede che da luglio 2023 il biglietto integrato a tempo, che dura 100 minuti, salga da 1,50 a 2 euro, mentre gli abbonamenti mensili saliranno da 35 a 46,70 euro e gli annuali da 250 a 350 euro.

Per l’elettricità, secondo le stime dell’authority per l’energia, la spesa della famiglia-tipo nell’anno compreso tra il 1° aprile 2022 e il 31 marzo 2023 sarà di circa 1.374 euro,+67% rispetto ai 12 mesi equivalenti dell’anno precedente. Nonostante il calo del 19,5% del prezzo di riferimento per il primo trimestre.

La manovra modifica le aliquote di accisa sui trinciati, prevedendo un aumento di quella di base dal 59 al 60% e di quella minima da 130 euro a 140 per kg per ottenere un maggior gettito di 50,1 milioni. Con il risultato che le sigarette fai-da-te costeranno fino a 40 centesimi in più. Per quanto riguarda le bionde, l’accisa passa da 23 a 28 euro al kg. Un pacchetto che nel 2022 costava 5 euro rincara dunque di circa 10-12 centesimi.

Buon mercoledì.

Yasmeen Lari: La mia architettura sostenibile per risollevare il Pakistan

Yasmeen Lari è la prima donna architetto in Pakistan (v. Left del 29 maggio 2020), un’attivista umanitaria che da anni si batte per ottenere la giustizia egualitaria nel suo Paese anche attraverso i mezzi dell’architettura sostenibile, a emissione zero di carbonio, da realizzare in contesti di assoluta povertà. Da decenni inoltre Lari chiede che si ponga attenzione alle conseguenze del cambiamento climatico che, come è accaduto la scorsa estate, investono il suo Paese, tra i territori al mondo più soggetti a fenomeni meteorologici estremi.

Il lavoro di Lari sul territorio del Pakistan è ispirato da una sapienza antica derivante dalle pratiche costruttive indigene e dalle costruzioni storiche dell’architettura del Medio Oriente asiatico rese in chiave moderna per aiutare la popolazione locale vessata dalla povertà e oggi da un’emergenza climatica di gravità senza precedenti.
Il suo operato supera i confini tradizionali dell’architettura moderna e si rivolge alle popolazioni povere rurali, coinvolgendo in particolare le donne dei villaggi. A seguito della disastrosa e urgente situazione ambientale in Pakistan, abbiamo parlato con l’architetto Lari degli interventi organizzati per aiutare le popolazioni.

Con la sua creazione, Barefoot Social Architecture, sta attualmente ripensando e rielaborando i mezzi per insegnare ai potenziali «imprenditori sociali a piedi nudi» – come li chiama – a costruire strutture a basso costo e senza sprechi, fatte di terra, calce e bambù. Ha avviato questa iniziativa in risposta alla crisi del Covid 19 e ora ha spostato la sua attenzione e la sua visione a favore delle vittime delle inondazioni. Con i suoi collaboratori Yasmeen Lari ha creato un Comitato per l’emergenza alluvione Flood Emergency Response (Heritage foundation of Pakistan) il cui scopo è stato sia quello di fornire alloggi di emergenza costituiti da una struttura di moduli di bambù che possono essere facilmente assemblati dagli stessi abitanti che quello di aiutare nella depurazione dell’acqua oltre che nella distribuzione congiunta degli aiuti.

Lari infatti è stata capace negli anni di creare una rete umanitaria indipendente con appoggio internazionale, attraverso l’operato anche di molte donne e persone con disabilità residenti nelle zone rurali, spesso esclusi dalle dinamiche societarie del profitto commerciale, coinvolti nei giorni dell’emergenza nella attuazione e effettiva organizzazione degli aiuti. La crisi umanitaria dovuta principalmente alla negazione del cambiamento climatico globale e alla cattiva gestione di terre in Pakistan e in tutto il mondo, in quelle terre ha provocato una catastrofe, oltre 1000 morti di cui un terzo bambini, una lunga estate segnata da continui eventi alluvionali e mancanza di interventi anche perché questi disastri colpiscono persone che vivono già in condizioni precarie. Come riporta Oxfam, sono state colpiti dal disastro meteorologico 33 milioni di pakistani, di cui 6 milioni sono rimasti senza un riparo. Con Yasmeen Lari abbiamo quindi affrontato il tema dell’emergenza ma anche la sua visione per il futuro del Paese, cioè la possibilità che le popolazioni possano avere dei mezzi costruttivi per gestire la loro vita in contesti agricoli di estrema povertà. Soprattutto adesso, dopo il disastro climatico, il problema è gestire direttamente gli aiuti finanziari che arrivano dall’estero. Non è più l’architettura monumentale, dice Lari, che la interessa in questo momento storico, ma la priorità per lei sono questi interventi per rendere migliore la vita delle persone.

Yasmeen Lari, ci può parlare degli interventi che ha realizzato coinvolgendo la popolazione stessa nella creazione delle proprie case sostenibili prendendo spunto dalle antiche costruzioni indigene e anche dall’architettura storica più nota del Pakistan? E come pensa di continuare su questa linea nel dopo emergenza?
Prima di tutto stanno arrivando molti soldi in Pakistan, perché ci sono molte persone di buon cuore che hanno fatto delle donazioni e questa è una buona cosa. Ma dall’altro lato sento che a lungo termine questa solidarietà non basterà e noi dobbiamo avere il coraggio di cambiare. Perché penso che necessariamente i soldi da soli non aiutino. Da anni arrivano aiuti al governo e nel settore delle Ong attive, ma le condizioni di vita delle persone non sono migliorate. Ora ci troviamo in una situazione molto difficile: le cose erano altamente insostenibili prima, anche senza considerare il fatto che il mondo è cambiato a causa del riscaldamento globale e del Covid-19. È necessario cambiare la situazione per aiutare le persone. Le piattaforme social e i cellulari possono servire a questo. Questo significa che posso indirizzarmi a tutti come ho sempre voluto. Intendo essere diretta. Non sto usando nessun intermediario. Quindi vorrei creare una sorta di cultura che chiamo Barefoot culture of giving. Questo serve per ridefinire l’idea del donare (per scopi umanitari). Dare in modo diverso. Consentire alle persone di lavorare insieme in modo autonomo piuttosto che inviare molti soldi, aiuti che finiscono in un buco nero. Ovviamente, in determinate circostanze le cose possono essere risolte utilizzando il denaro degli aiuti, e se le persone vogliono inviare denaro con tutti i mezzi, dovrebbero poter farlo. Non posso fare obiezioni in merito, ma il problema è così grande che anche enormi risorse potrebbero non essere sufficienti, invece vorrei che il denaro fosse utilizzato nel modo più efficiente possibile.

Qual è il problema più urgente?
Ovunque possiamo, non ci sono molti posti in cui si possa fare questo procedimento, si tratta di far assorbire l’acqua dal terreno. Oggi c’è acqua dappertutto, la situazione è tragica. È come un mare. Ci sono alcune aree in cui quest’acqua ha circondato lembi di terra rimasti emersi, allora noi lì possiamo intervenire in qualche modo. Voglio applicare questa tecnica dei pozzi acquiferi e delle trincee in modo che molta acqua possa essere assorbita nel terreno, e questo può essere un sistema da applicare a lungo termine nella maggior parte dei villaggi anche per il futuro. Questa è la strategia che voglio seguire, ma ci sono molti altri compiti che devono essere svolti e che hanno a che fare con la prevenzione rispetto alle catastrofi ambientali, in modo da essere in qualche modo pronti ad agire la prossima volta che si verificherà un disastro climatico.

E per quanto riguarda le costruzioni di emergenza, cosa ci può dire?
Recentemente ho progettato una struttura di base che potrebbe stare su un terreno pavimentato, che si basa sul bambù zero carbon LOG (Lari OctaGreen). Si tratta di un prototipo funzionante nel Rahguzar di Karachi ed è stato utilizzato per la formazione virtuale degli studenti in Bangladesh. La struttura è stata progettata per essere sicura e stabile anche senza fondamenta. Il LOG smontabile è stato eretto, a maggio, a Granary Square a Londra, con un gruppo di giovani studenti di architettura provenienti da Pakistan, Bangladesh e Regno Unito che avevano imparato la tecnica di costruzione. Dopo una settimana è stato smantellato rimuovendo le corde che legavano insieme gli elementi prefabbricati e abbiamo trasportato il tutto nel giardino di Carlo d’Inghilterra. Ha funzionato perfettamente per l’emergenza: infatti avendo il materiale e una forza lavoro addestrata, si realizza molto rapidamente coprendolo con stuoie di paglia fatte a mano sul tetto.

Ha progettato il modulo di base con una forma ottagonale che ricorda in qualche modo tutta l’architettura orientale pre-islamica, per citare l’antica radice culturale eclettica delle vie della Seta di questa architettura di emergenza rivelatrice dei passaggi della storia meno noti e non riconosciuti, ma torniamo alle strutture di bambù e al loro impiego nell’immediato.
La forma stessa è molto stabile e sappiamo che funziona perché è stata usata per così tanti mesi senza fondazioni, ed il modulo di emergenza è interamente aggregato e montato con i pannelli prefabbricati. Abbiamo realizzato dei video tutorials sul sito della Heritage foundation of Pakistan. Per quanto riguarda il riutilizzo della struttura in spazi abitativi permanenti, la mia intenzione è sempre stata quella di non sprecare nulla e di utilizzare materiale di produzione a zero emissioni di carbonio al fine di non danneggiare in alcun modo il pianeta. Non stiamo contribuendo attivamente nel contrastare il pericolo del cambiamento climatico, perché quando si creano abitazioni o altre strutture architettoniche su larga scala che utilizzano materiali ad alto contenuto di carbonio, si sta rispondendo, certo, ad un problema in quel momento, ma si stanno anche creando potenziali future difficoltà quando si tratta di cambiamenti climatici e ambiente. Ma la struttura prefabbricata in bambù a zero emissioni di carbonio, nello specifico, non produce sprechi e non richiede acqua nel suo assemblaggio o produzione. È facilmente trasportabile ed è a zero produzione di carbonio, appunto. Questo metodo suscita interesse, anche se ho dovuto organizzarne autonomamente la produzione e distribuzione.

Completed Emergency LOG Shelter (photo by courtesy of Heritage foundation of Pakistan)

Lei ha lanciato da tempo l’allarme sul problema già con il suo progetto del Sindh Floods Rehabilitation del 2011. I nuovi imprenditori sostenibili, tra cui donne e persone con disabilità, grazie alla sua guida e capacità di inclusione, sono diventati attivi soccorritori in una situazione in cui anche le autorità locali e governative hanno dimostrato una gravissima disorganizzazione. Ci può raccontare come queste persone sono riuscite a formarsi dal punto di vista tecnico?
Intanto va detto che per noi questa rappresenta una grande opportunità per dare una formazione tecnica a molte persone, nonostante gli impedimenti a causa delle inondazioni, utilizzando le sessioni di zoom. Si possono addestrare almeno 5 abitanti di ogni villaggio coinvolgendo molte donne, in modo che anche loro imparino la tecnica. Le donne svolgono un ruolo assolutamente fenomenale in questo processo. Creiamo dei gruppi base e loro imparano come creare i pannelli, che è la cosa più importante. Poi monitoriamo il lavoro fatto e se queste persone hanno insegnato ad altri abitanti della stessa area. Non siamo in grado di comunicare con troppi villaggi per ora. Ma si spera che gradualmente sempre più villaggi diventino accessibili per poter realizzare almeno 100 unità di emergenza giornalmente.

Lei con l’arte di costruire fornisce strumenti reali e concreti per uscire da un contesto difficile. Ha dato a quelle donne questa opportunità e ora sono delle figure di riferimento: infatti sono loro che hanno gestito la distribuzione dei rifugi.
Per la prima volta la Bank of Punjab ha concesso un prestito di 50mila rupie a 100 donne, in tal modo ognuna di loro diventa effettivamente proprietaria. Altrimenti, tutto va agli uomini. Non si tratta di carità. Le donne infatti sanno quello che stanno facendo e si impegneranno poi a restituire il denaro avuto. Quindi emerge una grande dignità in tutto questo processo. È questo che ho sempre voluto: trovare dei modi per dare dignità e rispetto alle donne. Abbiamo iniziato un programma a giugno. I finanziamenti sono arrivati a luglio. Ci sono 25 donne in ogni comitato. Sono loro che hanno dato i soldi al venditore e all’artigiano. Sono loro che se ne occupano. Questo processo l’abbiamo monitorato solo da remoto, non eravamo lì direttamente. Puoi immaginare quanto siano riconosciute e apprezzate queste donne ora? Stanno gestendo tutto. Le donne hanno sempre contribuito tanto all’edilizia, all’agricoltura, all’allevamento, ma nessuno dava loro un riconoscimento, perché non guadagnavano. Quindi una volta che il denaro è stato affidato alle loro mani, tutti hanno dovuto rispettarle. Questo è quello che dobbiamo fare in quel contesto, affidare nelle mani delle donne in qualche modo la gestione del denaro.

Questa sua attività umanitaria e solidale, legata all’antica arte del costruire di origini mesopotamiche, è umanamente innovativa. Si tratta di un aspetto della giustizia sociale applicato alla sostenibilità.
Precisamente. Devo trovare il modo di farlo e vorrei farlo attraverso l’architettura in modo che ogni volta che si sta costruendo qualcosa, posso organizzarmi per poter favorire il loro operato. Perché nessuno dà loro un riconoscimento per tutto quello di cui sono capaci di realizzare. Così abbiamo avviato un programma di formazione in varie parti del Pakistan. A gennaio 2022 abbiamo addestrato tre uomini e tre donne. E abbiamo avuto successo insegnando loro come usare il trapano o fare i fori o tagliare il bambù. È andata bene, tutti loro hanno imparato le tecniche. E abbiamo chiesto alla Banca del Punjab di fornire prestiti ai comitati femminili nel villaggio di Pono. Questa è la storia dei primi prestiti diretti per la casa a donne che vivono in condizioni di estrema povertà.

Donne che fanno stuoie di paglia (photo by courtesy of Heritage foundation of Pakistan)

E gli interventi dopo le alluvioni per ampliare la rete solidale?
Quando sono arrivati i prestiti, erano iniziate le piogge e nonostante ciò, erano state costruite 70 unità e tutti erano al sicuro lì, ma per 30 di quelle strutture primarie, non è andata bene perché all’improvviso è arrivata la pioggia persistente. Così la gente del luogo ha perso tutto. Tutte le mie strutture di bambù che sono state costruite nel villaggio di Sindh e in altri villaggi sono invece ancora in piedi, alcune sono a due piani nonostante l’acqua abbia raggiunto l’altezza del primo piano.

Lei si sta occupando anche dell’emergenza alimentare. Cosa sta facendo?
Abbiamo creato un meccanismo per cui stiamo ottenendo cibo a buon mercato e migliorando il ruolo delle madri. Invece di ricevere la carità, le donne sono infatti considerate come i capifamiglia che forniscono cibo ai loro parenti. I fondi vengono trasferiti nella banca di una persona di fiducia. La persona fornisce a rotazione tutte le razioni di cibo secco alle madri, che ora cucinano e distribuiscono cibo a tutti nel villaggio. In questo modo non stai umiliando le persone donando loro l’elemosina, ma dando rilevanza alle donne che devono sfamare la famiglia. Voglio dire, dobbiamo trovare modi intelligenti per utilizzare lo stesso denaro, il più a lungo possibile, per quanto possibile, riducendo al minimo i costi, utilizzando questo meccanismo per elevare la condizione delle donne all’interno della società in modo che siano viste come quelle che attivamente stanno dando un contributo. Dobbiamo evitare che ci sia qualcuno da fuori che viene a dare loro un pacco di viveri.

C’è una grande differenza tra il fare la carità e potenziare le conoscenze delle persone per permettere loro una vita migliore. Ora la sfida è evitare che il disastro dilaghi, ma quando questo momento immediato di emergenza sarà finito, ci sarà un’altra emergenza, ci saranno problemi di ordine sanitario e sociale. Cosa ne pensa? Certo, l’architettura non può cambiare la situazione, ma forse può aiutare in maniera parziale?
L’architettura può svolgere un ruolo, ma solo limitato da ciò che costruisci. Ma io ora non sto pensando a lungo termine, perché non possiamo presumere che questa sia l’ultima inondazione in Pakistan. Con il cambiamento climatico, potrebbe accadere anche di peggio. Io sto facendo una lista di priorità. Intanto abbiamo stabilito varie collaborazioni con professionisti della sanità. L’acqua è un grosso problema perché tutte le malattie epidemiche sono legate agli allagamenti. Ora mi accade di riflettere sul fatto che tante persone mi abbiano aiutato lungo la strada. Non posso nemmeno dirti quante. Perché non sono i soldi, ma la guida e i consigli giusti ad essere importanti: tutto ciò che le persone dimenticano sempre perché si dà troppa importanza al denaro. La cosa importante invece è condividere la conoscenza con le persone che non sono così fortunate.

Sono anni che lei si adopera per migliorare la vita delle popolazioni del Pakistan e ha sempre detto quanto la situazione fosse grave. Ora non si può più ignorare.
Questa gente ha bisogno del sapere. È miserabile la vita che le persone conducono in queste zone periferiche. Il Pakistan dopo il Covid aveva il 50% della popolazione al di sotto della soglia di povertà. Sono tra più poveri del mondo. E adesso tutto è perso. Non so, forse adesso il 70 o l’80% della popolazione sarà al di sotto della soglia di povertà. Il problema adesso è impedire il fatto che tutti i soldi che arriveranno vadano a intermediari, a organizzazioni che promettono che li spenderanno. No, dobbiamo fermare questo modo di intervenire sull’emergenza. La mia richiesta, come primo punto, oggi è qualcosa di diverso. Vorrei chiedere alle persone che fanno parte della diaspora pakistana di inviare il denaro a coloro con cui hanno ancora mantenuto relazioni nei villaggi di origine. L’ideale sarebbe formare dei comitati femminili, permettere loro di aprire conti bancari. Possono esistere due opzioni: o fornire direttamente il materiale acquistato con i propri soldi o dare il denaro alla gente del villaggio per poterlo spendere. Per esempio, si possono realizzare rifugi di emergenza, wc ecologici. Posso insegnare loro come prendersi cura dell’approvvigionamento idrico, pompe a mano, ecc.. In questo modo i soldi vengono spesi in maniera indipendente, arrivano direttamente alle persone. Migliaia di villaggi ne beneficeranno. Penso che tutto questo sia possibile. Questa è la mia cultura del dare a piedi nudi, la cultura del dare. Ecco come si devono strutturare gli aiuti al Pakistan. Senza fare la carità.

L’inizio della costruzione (photo by courtesy of Heritage foundation of Pakistan)

Partecipazione e sensibilità nei confronti delle esigenze delle comunità coinvolte nel disastro climatico. Se volessimo definirla, è una speranza umanitaria nel settore della sostenibilità.
Ho ricevuto tanto aiuto da persone che sono ben informate sulle cose e mi hanno detto cosa fare. Ho imparato tanto grazie alle persone. Quindi quello che vorrei, è creare una banca della conoscenza. Ci sono molte persone che vogliono aiutare, ma forse non hanno abbastanza soldi da inviare. Ma perché tutti dovrebbero voler inviare denaro? Perché non possono condividere le loro conoscenze, la loro esperienza? Si potrebbe creare un intero portale basato proprio su questo tipo di deposito di informazioni. A lungo termine, abbiamo bisogno della collaborazione di tanti esperti. Abbiamo bisogno della loro saggezza, abbiamo bisogno dell’esperienza, abbiamo bisogno perché ci sono persone dalle conoscenze avanzate, sono competenti e le potrebbero condividere con altri. Per ottenere un Barefoot Knowledge Repository come secondo punto. Il terzo punto è il Climate Smart Training. In qualche modo, se riesci a convincere le persone a iniziare ad avere familiarità con la tecnologia, questo processo può essere realizzato su larga scala. La conoscenza può fare molta strada. Non voglio, insomma, che quei soldi vengano sprecati. Questa è la situazione attuale in Pakistan. C’è tanta corruzione nel Paese. Si deve stare molto attenti a dove depositare i soldi e a come farlo. Sarebbe meglio andare lì e aiutare le persone. Sarà meraviglioso per loro avere qualcuno che fa tutto il possibile per aiutarli. Questo processo porterà le persone a essere indipendenti. Ci sono molti problemi, molti traumi. Ma ci sono tutti gli strumenti per coinvolgere le persone in qualsiasi tipo di lavoro e dire: siamo con te. Sì, dobbiamo comunicare: Siamo con te, non sei solo.

Dalle foto delle strutture di emergenza si vede che la porta è costituita da un tessuto pieno di colori, disegni e geometrie, che ci parlano della storia dell’umanità. Come se emergesse un messaggio: questa è la nostra storia nonostante tutto, abbiamo perso ogni cosa materiale e per ora questi disegni parlano di noi e ci distinguiamo dal fango, siamo qui, questa è anche la nostra memoria. Come darà ulteriore sviluppo a questo intervento?
Questo è il messaggio. Mi affido ai pakistani all’estero che in seguito alla tragedia stanno inviando nel Paese così tanti soldi e nessuno sa dove tali aiuti vadano a finire.
Suggerisco che si organizzino indipendentemente. Abbiamo bisogno di loro. La loro partecipazione deve essere sincera. Dobbiamo uscire dal nostro modello conformista. Dobbiamo avere un modello diverso da quello che definisco modello di beneficenza coloniale occidentale.

Nella foto d’apertura Yasmeen Lari in una intervista del 2020 alla BBC News (da Wikipedia)

Nel congresso del Pd irrompe il candidato Guizzetti e vale la pena raccontarlo

Il bergamasco Antonio Guizzetti, un passato alla Banca mondiale, si fa avanti per la segreteria del Pd con la sfida di raccogliere a tal fine 4mila firme. Lo annuncia lui stesso in un’intervista su repubblica.it. «Mi considero un underdog, uno sfavorito. Non appartengo a nessuna corrente interna né a gruppi di potere, ma credo che la mia trentennale esperienza internazionale possa dare un contributo importante al Pd». «Avverto nel percorso congressuale una certa improvvisazione, mancanza di competenze e progettualità», continua. «Bonaccini è sicuramente un ottimo amministratore. Per le idee mi sento più vicino a Schlein, ma ho anche una grande stima per Gianni Cuperlo. Credo che il Pd abbia bisogno di un rinnovamento totale della classe dirigente, di abbattere le correnti. Il segretario non lo decidono Bettini e Franceschini». Negli anni Novanta, quando ha iniziato a lavorare alla Banca Mondiale, riferisce di essere stato «a stretto contatto con Draghi – racconta -. Credo che abbia interpretato molto bene il suo ruolo: è riuscito a dare una boccata di ossigeno alla Banca mondiale». Come capo del governo, a suo avviso, Draghi invece «non è stato capace di interpretare quel ruolo di mediazione e compromessi che un politico italiano deve fare per poter gestire la cosa pubblica. Non ha potuto dare quel contributo che un uomo del suo valore avrebbe potuto dare ad un Paese come l’Italia».

Tutti si chiedono: ma chi è Guzzetti? Cercare tra il suo passato è un viaggio che provoca vertigini. Dal Messaggero Veneto scopriamo che a gennaio del 2011 «si è autoinvitato con una semplice mail, direttamente dall’America» alla cerimonia per il Premio Nonino e spiegare che «l’Italia si salverà attraverso le capacità imprenditoriali di famiglie come i Nonino». In un’intervista a BergamoNews dice di sé: «Bergamo mi è sempre stata un po’ stretta. Sono un po’ sessantottino, nel senso che appartenevo al movimento studentesco. Dopo il Liceo decisi di frequentare la Bocconi perchè già allora ero molto interessato alle problematiche dei Paesi in via di sviluppo. Io non volli mai entrare nel business di mio padre perchè anche se era buono, generoso e cattolico, per me era un capitalista, quindi stava dall’altra parte della barricata. Andai a fare un dottorato alla London School of Economics, perchè pensai che la carriera universitaria mi potesse offrire un buon compromesso per quello che volevo fare: aiutare la società e guadagnarmi da vivere. Poi feci un altro dottorato a Parigi, Doctorate d’Etat, e quando tornai in Italia, il rettore della Bocconi mi contattò dicendomi che c’era una richiesta da parte della Banca Mondiale di mandare dei giovani economisti a Washington…».

Molto si evince dalla sua pagina Facebook. E qui si rischia di avere le vertigini. Di certo non amava molto il presidente della Repubblica Mattarella se è vero che il 30 gennaio del 2015 scriveva «Incantatore di Serpenti: Come ha fatto “Renzie” a sdoganare – rendendolo “credibile” e quindi “presidenziabile”, come la “embedded” stampa italiana oggi applaude all’unisono – un personaggio come Sergio Mattarella (quelli che – secondo “Renzi I” – dovevano essere tutti rottamati per favorire un ricambio della “classe politica italiana”) definito “Umille Servitore dello Stato” (ahahaha!) e farlo – forse (D’Alema pensaci tu!) – diventare Presidente della Repubblica Italiana? Massoneria, Logge, Tri – Lateral, Grande Vecchio, Please help me!». Per ribadire il concetto scriveva «JE NE SUIS PAS SERGIO MATTARELLA !». Ma nel suo profilo parla di tutto. Chiedeva di “annullare Expo”, inneggiava alla “rivoluzione proletaria” («In talia non ci sono i soldi per la cultura, la scuola, la sanità, le pensioni, eccetera ma le infrastrutture costano mediamente 30% in più del loro costo “reale” di mercato con personaggi che hanno case, ville, conti all’estero, non pagano le tasee, hanno vitalizie da decine di migliaia di Euro, eccetera e impuniti rapinano le casse pubbliche»), se la prendeva con le cooperative («Le cooperative sono un sistema di malaffare che paga tangenti per ottenere lavori, commesse,eccetera, per di più legate a partiti di sinistra. VERGOGNA»).

Opinioni sulla geopolitica? Nel 2015, commentando la dichiarazione di Obama dopo l’uccisione di Giovanni Lo Porto, Guizzetti scriveva: «Stessa Storia di Sempre: Obama si scusa e promette un risarcimento in dollari (gli USA comperano tutto con i dollari, anche il dolore delle persone) alla famiglia di una morte avvenuta 4 mesi fa (ne aveva parlato a Renzi in occasione della recente visita del nostro PM alla Casa Bianca? Se No: colpevole Obama, Se Si: colpevole Renzi). Poi, quale diritto hanno gli USA di invadere, uccidere, bombardare in qualsiasi angolo del mondo per combattere il terrorismo (quale?). Mondo Cane». Una candidatura “frizzant”, non c’è che dire.

Buon martedì.

Nella foto Antonio Guizzetti (dal suo profilo facebook)

Il discorso politico di Meloni per il 2023 traccia una linea pericolosa

Tanti per consuetudine sono stati attenti ad ascoltare il 31 dicembre il tradizionale discorso del presidente della Repubblica, ma in realtà il vero discorso politico è stato quello della premier Meloni e del governo di destra. Il presidente Mattarella con il suo proverbiale equilibrio ha tenuto un discorso corretto, a tratti condivisibile e a tratti meno, istituzionale, senza passioni, ma di un uomo nel quale gli italiani in qualche modo si riconoscono, se non altro per aggrapparsi a qualcosa di istituzionale sostenibile.
Tuttavia il vero discorso politico, che traccia la linea per il 2023, è quello del governo Meloni. Un governo politico, seppur con una maggioranza frutto di una legge elettorale incostituzionale, e speriamo davvero di lasciarci per sempre alle spalle governi tecnici senza legittimazione democratica e politica.
Dobbiamo, quindi, analizzare atti e parole del governo di destra.
Cominciamo dalla manovra economica. Senza coraggio e senza visione. In continuità con il governo Draghi, ossequiosa con i poteri forti, a cominciare dalla Commissione europea alla quale si è inchinata Giorgia; una manovra classista perché colpisce ceti poveri e medi. Cancella il reddito di cittadinanza, non adegua salari e pensioni all’inflazione, non colpisce adeguatamente gli extra profitti degli speculatori della guerra. Toglie ai poveri per dare ai ricchi. Non c’è nulla nella manovra della destra sociale e popolare.
A fine anno, poi, tra manovra e Calderoli – ministro contro il sud e l’unità nazionale – si è dato il via libera all’autonomia differenziata che è un progetto eversivo che segnerà la fine dell’unità e della solidarietà nazionale e rafforzerà il consolidamento delle discriminazioni territoriali.
Ecco, poi, due atti che segnano il recupero delle politiche ideologiche della tradizione della destra più estrema e anticostituzionale. Il provvedimento contro le Ong che salvano vite umane nel Mediterraneo. Da punire e sanzionare se salvano troppe vite umane, solo un unico carico in stiva concede l’ordine costituito, non c’è posto per un secondo “carico residuale”. Passa la linea della disumanità, della violazione del diritto internazionale e della Costituzione. Le Ong vanno colpite in modo che nessuno possa testimoniare i crimini contro l’umanità nel cuore del mediterraneo. Non ci devono essere testimoni. Nessuno deve sapere degli effetti dell’accordo criminogeno tra governo italiano e governo libico. Razzismo, disumanità e ottusità sono gli ingredienti di questo provvedimento che andrebbe cancellato dall’ordinamento giuridico. Le morti di cui non sapremo nulla come le chiamerà il governo? Merci scadenti che quindi possono essere depositate in fondo al mare? Come parimenti andrebbe cancellato dall’ordinamento giuridico la legge anti dissenso, che il governo chiama anti-rave che è stato solo un pretesto mediatico-politico per inserire una norma penale che punisce chi si riunisce in luoghi pubblici o privati che a discrezione dell’autorità possono rappresentare un pericolo per l’incolumità pubblica o la sanità pubblica. Si prevede arresto, custodia cautelare, intercettazioni, una chiara repressione violenta sul piano istituzionale. Obiettivo evitare dissenso e criminalizzarlo quando emerge.
Poi ecco il discorso politico di Giorgia per l’anno che verrà. Riforma della giustizia, in primo luogo, che realizzeranno, perché è il loro obiettivo di sempre, hanno i numeri, il sostegno di un pezzo rilevante della presunta opposizione, il livello più basso di consenso popolare verso la magistratura da trent’anni a questa parte, e una scarsa sensibilità sul tema giustizia come priorità di buona parte della popolazione.
È il governo delle allergie politiche ed istituzionali ai controlli: dai Tar alle soprintendenze, dai magistrati ai dirigenti della pubblica amministrazione. Vogliono mani libere. C’è tanto denaro da spendere. Sul processo penale meno intercettazioni e meno norme per contrastare corruzione e mafie. Sull’ordinamento giudiziario consolidare una magistratura sempre più conformista e burocratizzata, più vicina e gradita al potere politico. sulla magistratura poi metteranno mano anche alla Costituzione: discrezionalità dell’azione penale, Consiglio superiore della magistratura ancora più politicizzato, separazione del Pm dalla magistratura giudicante, controllo politico dell’azione inquirente. E così danno la botta finale allo stato di diritto e alla tenuta democratica del nostro Paese. Poi la ciliegina sulla torta la Repubblica presidenziale tanto cara a Licio Gelli nel suo programma eversivo della P2. Un assetto piramidale e verticistico dello Stato legittimato da un voto popolare con legge elettorale incostituzionale ed antidemocratica, il Parlamento ridotto a simulacro dell’attuale centralità costituzionale, magistratura e stampa addomesticate, stato di eccezione reso permanente con poteri speciali e criminalizzazione del dissenso sociale e popolare.
A me non interessa tanto discutere se sono fascisti, so però che stanno lavorando ad un progetto di destra estrema, piduista, peronista, eversivo, contro il popolo, antimeridionale, che consoliderà mafie e corruzione. Non è poco per decidere presto che fare. Per chi non vuole essere indifferente o complice. Affidare la resistenza costituzionale solo ad una debole e poco credibile opposizione parlamentare, oppure fare del 2023 l’anno della costruzione dell’opposizione sociale, dell’opposizione politica extraparlamentare, della mobilitazione popolare e della lotta per i diritti e per l’attuazione della Costituzione. Se questo non accadrà si perderà su tutta la linea. Ci sarà qualche strepito parlamentare, un Pd preso con la nuova segreteria ad evitare la corsa verso il baratro, con Conte che cercherà di massimizzare il consenso trasformandosi per l’occasione da moderato uomo di centro a politico con una postura di sinistra moderata.
Insomma la Meloni ha tracciato la linea, per ora spara un po’con la scacciacani ed un po’a salve, ma va dritta per la sua strada, al presidente Mattarella competerà un ruolo di effettivo garante della Costituzione antifascista. Non si può sempre promulgare tutto. La partita politica ed istituzionale è aperta. Manca il popolo per ora. Se tutto rimane schiacciato in dinamiche di palazzo e mediatiche allora avremo un forte indebolimento della democrazia costituzionale, se invece si coglierà questo momento apicale di una crisi endemica della politica allora si potranno creare opportunità per una nuova stagione di lotte e di costruzione di convergenze sociali e politiche per fermare, con le armi della democrazia, il disegno eversivo in atto.

Il sangue iraniano e noi che arriviamo tardi

Un giovane poco più che trentenne è morto in Iran dopo venti giorni di coma a seguito di torture. Era stato arrestato, pestato a sangue e poi rilasciato. L’hanno fatto tornare a casa perché avevano paura che morisse in cella. E infatti è morto a casa.

Si chiamava Mehdi Zare Ashkzari, era un ex studente di farmacia all’Università di Bologna e due anni fa era tornato in patria. Ed è Amnesty International Italia a diffondere le prime informazioni sul caso. Poi il messaggio di Patrick Zaki che, con la scomparsa del trentenne iraniano, sottolinea come l’Università di Bologna abbia «ora una nuova vittima della libertà di espressione». Zaki, che di anni di carcere se n’è già fatti due in Egitto per un “reato d’opinione”, lo dice benissimo: «Purtroppo, questa volta, era troppo tardi per salvarlo».

Mehdi Zare Ashkzari «era uno di noi», dice all’Ansa Sanam Naderi, iraniana che vive a Bologna. «Era conosciutissimo, molti studenti sono stati da lui, hanno mangiato la pizza dove lavorava. Era sempre sorridente». Mehdi si era iscritto all’università nel 2015 e per un periodo aveva lavorato come fattorino, per mantenersi agli studi, poi come aiuto-cuoco in una pizzeria.

Secondo l’ultimo aggiornamento di Hrana, l’agenzia di stampa iraniana per i diritti umani, ammonterebbero a 508 le persone uccise durante le proteste divampate nel Paese, inclusi 69 bambini. Un dato impressionante, che si è aggiunto al numero di arrestati (oltre 18mila). Il report, peraltro, ha segnalato che al momento sono andate in scena più di 1.200 manifestazioni di contestazione in 161 città. I dati forniti dall’agenzia, per la cronaca, fanno riferimento al periodo dal 26 settembre al 7 dicembre.

Buon anno nuovo.

“Stati d’infanzia”, ritratto di giovanissimi sognatori

Per sviluppare un sentimento di empatia e vicinanza, per creare un rapporto onesto e sincero con i più giovani non serve essere genitori, basta essere umani come ci racconta l’opera di Riccardo Venturi. Fotoreporter di fama internazionale, due volte Word Press Photo che, dopo aver lavorato sul tema delle carceri minorili e aver collaborato con diverse associazioni che si occupano di infanzia, ha presentato al Museo di Roma in Trastevere il progetto multimediale: Stati d’infanzia – Viaggio nel Paese che cresce, costituito da oltre ottanta fotografie e un documentario a cura di Arianna Massimi, accolto da Roma Culture, soprintendenza capitolina ai Beni culturali, in mostra fino al 26 febbraio 2023.

Il progetto, a cura dell’associazione Akronos, promosso e prodotto dall’impresa sociale Con i Bambini, nell’ambito del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile, ha visto il fotografo e la videomaker percorrere tutta la penisola, dall’estremo nord al profondo sud, per realizzare un’esaustiva indagine sulla situazione dei più giovani in Italia. Un viaggio a dir poco difficile, considerando il grave stato in cui versano moltissimi minori.
Secondo i più recenti dati Istat, 2021, circa 1 milione 382mila bambini vivono in povertà assoluta e altri 2,2 milioni vivono in uno stato di povertà relativa. Numeri che molto probabilmente, data la crisi che stiamo attraversando, sono destinati a crescere.

Dal toccante lavoro di Riccardo Venturi emerge anche un altro dato allarmante, ovvero come questa difficile situazione sia aggravata dal fatto che la povertà materiale non è l’unica che affligge i più giovani perché, spesso, si accompagna ed è preceduta dalla povertà educativa che, come uno stigma, dalle famiglie ricade sulla prole.
Così, abbiamo approfondito questi aspetti con Riccardo Venturi che ci ha risposto direttamente dal Canada.

Riccardo Venturi, com’è nato questo progetto?
Da diversi anni mi occupo di tematiche legate all’infanzia, sviluppando una grande sensibilità per l’argomento. Così, durante il difficile periodo del lock-down, in cui tutti abbiamo sofferto delle limitazioni imposte alla nostra libertà, del dover rimanere chiusi in casa, mi sono chiesto: “Ma se io, adulto e dotato di tutti gli strumenti per fronteggiare questo stato di fatto, sono in difficoltà, come possono sentirsi bambini o ragazzi che dispongono di meno strumenti e stanno vivendo una fase cruciale della loro crescita?”
Poi ho incontrato Marco Rossi-Doria, presidente di Con i Bambini, cui ho posto la stessa domanda e con il quale abbiamo deciso di raccontare le problematicità vissute dai più giovani durante la pandemia, lungo tutto l’arco della Penisola. Il discorso si è inevitabilmente ampliato, perché attraversando i numerosi “cantieri educativi”, tra gli oltre 400 presenti in tutta Italia, è emerso che, durante il periodo Covid sono aumentate in modo esponenziale tantissime problematiche: tossicodipendenze, problemi alimentari; violenze. Così abbiamo iniziato ad approfondire tutti questi aspetti, andando a scoprire anche la diffusione, in Italia, di fenomeni come gli hikikomori, ovvero i giovani che si ritirano dalla vita sociale anche per lunghi periodi e i neet, ragazzi che non studiano e non lavorano, che in Italia toccano numeri fra i più alti in Europa. Certo, purtroppo questi fenomeni sono sempre esistiti ma in maniera blanda, ed è indiscutibile che con la pandemia e il conseguente boom dei social abbiano subito una netta impennata verso l’alto. Anche perché, se i social da un lato possono essere dei validi strumenti di comunicazione dall’altro, possono esacerbare la tendenza all’isolamento e favorire lo sviluppo di diverse patologie mentali. Del resto, se ci pensiamo, il lockdown è stato qualcosa di storicamente unico, senza precedenti. Poi, non ha fatto in tempo a finire che siamo piombati in uno stato di guerra, per non dire dell’incombente problema del cambiamento climatico. Insomma, non c’è purtroppo da stupirsi se i più giovani hanno definito la loro generazione come the last generation.

Foto di Riccardo Venturi – Roma, Il laboratorio di hip hop realizzato negli spazi di MateMu nell’ambito del progetto Doors

Stati di infanzia è un progetto molto vasto, sia in termini geografici che anagrafici. Quali differenze ha trovato tra il nord e sud del Paese?
Chiaramente dal nord al sud la situazione cambia molto. Anche perché vivere in isolamento al nord Italia non è la stessa cosa che al sud, dove comunque, indipendentemente da tutto, la dimensione collettiva “della strada” è fortissima. In generale, al centro nord tra i giovani è emerso in maniera preponderante il tema dell’ansia. L’ansia di dover essere all’altezza delle aspettative, di dover dimostrare qualcosa, di essere sempre in competizione. In Umbria abbiamo condotto un progetto nelle scuole in cui gli studenti hanno rivelato di essere sopraffatti dall’ansia, di sentirsi continuamente sotto pressione, come se dovessero sempre essere più performanti. Questo ha moltiplicato gli attacchi di panico e attacchi d’ansia tra gli adolescenti. Al sud la questione è diversa, perché quel territorio pone altri problemi, legati talvolta alla criminalità. Come dicevo, poi, chiudersi in casa al sud è molto più difficile, perché si vive in comunità. La differenza tra centro, nord e sud emerge anche dal rapporto con i social. Per i ragazzi umbri il mondo del web è preponderante, come se fosse un vero e proprio alter ego, altrettanto reale. E se non si viene accettati sui social, automaticamente non lo si è neanche nella realtà. Mentre al sud questo fenomeno è decisamente meno virulento.

Per quanto riguarda le fasce d’età che differenze ha trovato?
Chiaramente moltissime, per questo ho agito in due modi diversi. Con i bambini più piccoli ho cercato di porre l’accento sulla raccolta delle testimonianze, documentando la situazione soprattutto attraverso immagini. Mentre con gli adolescenti, ho affiancato alla raccolta di testimonianze le interviste, andando a creare proprio un dialogo con i ragazzi che ho incontrato. Anche perché gli adolescenti sono il risultato di quanto accade nei primi anni di vita, quindi il dialogo con loro ci ha anche aiutato a interpretare le testimonianze dei più piccoli, perché se hai trascorso un’infanzia sana, la rivendichi in età adulta.

Quello che colpisce è proprio il rapporto empatico, intimo, che ha instaurato con i ragazzi. Come si è avvicinato al loro mondo?
Da una parte ho seguito dei ragazzi nel circuito di Con i bambini, dall’altra li ho cercati. Come dire, ho fatto “il giornalista”. In particolare, ho cercato Jimmy, che avevo conosciuto per caso, tramite conoscenze e amici. Ho percepito subito il suo essere un ragazzo speciale, fuori da ogni stereotipo, così sono riuscito ad entrare in rapporto con lui e ora siamo amici. Continuiamo a sentirci. La sua situazione è particolarmente delicata, come le altre raccontate nel progetto. La cosa bella è che ho visto davanti a me dei ragazzi problematici ma estremamente in gamba.

Qual è stata la difficoltà maggiore che ha riscontrato nella realizzazione del progetto?
Sicuramente la difficoltà maggiore è stata quella di dare una forma al lavoro; di trovare una linea narrativa. Perché l’impresa sociale Con i bambini finanzia circa 400/500 interventi in tutto il Paese, anche di natura molto diversa tra loro. Quindi c’è stato un grandissimo lavoro di studio a monte, per selezionare quelli più interessanti e strutturare un percorso, per capire cosa andare a raccontare. Non volevo focalizzarmi sulle aree più note, come le periferie delle grandi città: Tor bella Monaca, Scampia, lo Zen di Palermo che sono state oggetto di racconti di tutti i generi. Volevo far emergere luoghi di disagio meno visibili, scenografici, meno raccontati, nascosti. Diciamo meno eclatanti. Quindi ho dovuto creare questa struttura anche a livello logistico e organizzativo, perché l’Italia è piccola ma articolata.

Cosa l’ha colpita maggiormente di questi ragazzi?
Guardi, anche se fondamentalmente hanno alcuni punti di contatto, la cosa che mi ha colpito di più sono le differenze. In particolare, tra nord, centro e sud.
Perché se le dinamiche nelle grandi città sono abbastanza simili, nei piccoli centri cambia tutto. I ragazzi che vivono nel sud d’Italia hanno problematiche diverse da quelle riscontrate nei ragazzi umbri o del nord Italia. Quindi ho capito che non era possibile pensare ad un approccio uguale per tutti. Bisogna sempre rapportarsi in base alla personalità del ragazzo a cui ci si sta rivolgendo e al contesto in cui vive.

Foto di Riccardo Venturi – I bambini del progetto Horticultura alla Reggia di Caserta

Se dovesse individuare un denominatore comune?
Secondo me quello che accomuna un po’ tutti i giovani è un insieme di elementi: un diffuso senso di solitudine, il non sapere bene a chi rivolgersi, un senso di spaesamento, di sfiducia, anche nella politica, nelle istituzioni. Come se la mancanza di punti di riferimento saldi, solidi, abbia fatto dilagare una tendenza al nichilismo. Al tempo stesso, però, sono ragazzi e, soprattutto i più giovani, hanno voglia di vivere, di farcela, di mettere in discussione la realtà che gli adulti gli propongono e il mondo che gli viene imposto.
Inoltre, su alcuni aspetti ho avuto delle conferme: i ragazzi, come sempre, anticipano le tendenze. Siamo noi indietro rispetto a loro. Per esempio, una problematica di cui gli adulti si preoccupano è quella legata al razzismo, alla diversità culturale. Ecco, mi sembra che tra i ragazzi più giovani sia ormai data per scontata. Per loro, il background italiano, che sia non italiano, straniero o migratorio, non è affatto un problema. I ragazzi frequentano d’abitudine amici di ogni provenienza e nazionalità: africani, afro discendenti, rumeni, ucraini. Ecco, in questo mi pare che loro siano nettamente un passo avanti a noi. Cioè mi sembra che in loro non ci sia più quel retaggio culturale che invece persiste negli adulti che, in qualche modo, fanno ancora fatica ad accettare una realtà multi-culturale e multi-etnica. Per i ragazzi ormai è più che normale.

Qual è secondo lei la problematica più grave su cui agire in maniera prioritaria?
Secondo me la cosa più urgente in assoluto è portare i ragazzi a fare esperienze vere e smantellare questo concetto dominante della competizione. Per me questa è la grande frustrazione e tragedia di questi anni. Cioè, questi ragazzi vengono sempre spinti ad essere persone di successo in qualche modo; in ambito universitario, nei social, ecc., insomma, devono sempre diventare “star” e trovo che questo sia deleterio. Bisognerebbe, dunque, agire su questo aspetto culturale e non caricarli di aspettative insistendo sulla prospettiva di essere o un vincente o un perdente; per cui, se sbagli, la tua vita è condannata per sempre. Poi, l’altro aspetto su cui dovremmo intervenire, è la capacità di sviluppare una visione più ampia. Dovremmo aiutare i ragazzi ad allargare i loro orizzonti; portarli a pensare un po’ più in là di quello che loro normalmente sono abituati a pensare. Chi l’ha detto che un ragazzo di un paese sperduto, piccolino della Sicilia non possa diventare un regista o viaggiare in tutto il mondo? Magari trasferirsi a Los Angeles per fare qualcosa di diverso? Ecco, credo che la differenza che riscontro con i ragazzi della mia generazione degli anni Sessanta, sia la capacità di sognare. Noi sognavamo in grande. Adesso vedo che i sogni si sono un po’ rattrappiti, come se non fossero più veri sogni. Se chiedi ad un ragazzo cosa vuole dalla vita, nella maggior parte dei casi ti risponde: un lavoro dignitoso, una casa, una famiglia, il che va benissimo. Però magari questo dovrebbe essere il pensiero di un adulto, di un trentenne, non di un quindicenne. Per esempio, ho chiesto a tanti se hanno il desiderio di viaggiare e pochi mi hanno risposto: sì, voglio viaggiare e scoprire il mondo. Come se il mondo gli facesse tanta paura.

Quindi, come interverrebbe?
Direi sulla cultura, sulla scuola, ma anche su qualcosa al di fuori della scuola. Bisognerebbe dare a questi ragazzi dei centri aggregativi veri, dei luoghi fisici. Insomma, in quest’epoca siamo come affetti dalla malattia per cui tutto deve essere filtrato attraverso i social network, il digitale, lo smart working. Questo è un danno gigantesco che stiamo facendo ai più giovani: le persone, e i ragazzi specialmente, devono fisicamente stare insieme, devono fisicamente vivere le esperienze, devono spegnere telefonini e computer, dissociarsi da quel tipo di realtà. Dovremmo far capire loro che internet è uno strumento e non è una realtà parallela. Uno strumento da usare come usiamo la lavastoviglie o la lavatrice e non spingerli ulteriormente verso quel tipo di esperienze virtuali. Questo secondo me dovrebbe essere un po’ l’approccio: fargli vivere la realtà vera, per quella che è, tridimensionale. Portarli fuori, a vedere fisicamente delle realtà diverse, dandogli la possibilità in questo modo di allargare i loro orizzonti per trasmettergli che puoi essere nato fortunato o sfortunato, in un contesto facile o più difficile, ma non importa perché non vieni valutato né sotto un profilo economico né sotto un profilo di successo. L’importante è sognare. Ecco, bisogna riportare i ragazzi a sognare, perché, come dicevo, mi sembra che il sogno sia diventato un semplice accontentarsi di quello che si può empiricamente raggiungere che, se per un adulto di trentacinque, quarant’anni, va bene, non è affatto giusto per un ragazzo adolescente che deve sognare in grande. Perché se non riesce a sognare una grande avventura, credo che dovremmo preoccuparci un po’.

Pensa che ci siano margini di ripresa? Soluzioni?
Certo che ci sono! Chiaramente è una questione di approccio, buona politica e buoni investimenti. La scuola in primis andrebbe ripensata totalmente, ci dovrebbe essere una vera e propria rivoluzione. La scuola non dovrebbe più essere adibita alla formazione di obbedienti dipendenti e lavoratori, ma un luogo in cui liberare la creatività, in cui sbagliare, rialzarsi, fare esperienze. Dovremmo dare spazio all’arte, alla musica, insomma: scatenare la creatività dei ragazzi per formare persone consapevoli e non burattini. Poi, chiaramente c’è da dire che le soluzioni dovrebbero essere pensate per tutti, basate su parametri universali. Un esempio banale è la Dad, che non ha fallito solo perché non tutti possedevano i device per collegarsi, ma perché il problema stava ancora più a monte. Molti ragazzi, specialmente al sud, in casa non dispongono neanche di un luogo tranquillo in cui concentrarsi. Quindi, lavorare sulle politiche di welfare e sulla creazione di un’uguaglianza davvero universale per me sarebbe prioritario.

Nella foto di apertura di Riccardo Venturi: Palermo, due sorelle partecipano alle attività del progetto Pec – Poli Educanti in condivisione promosso dall’Associazione A Strummula nel Quartiere Noce

Guarda che musica, Fred!

Fred! è il nuovo affascinante testo teatrale di Matthias Martelli che lo interpreta condividendo appassionatamente il palco con Roy Paci. Insieme i due artisti evocano Fred Buscaglione con maestria. Arturo Brachetti è il regista e dirige uno spettacolo pieno di ritmo, coinvolgente e frizzante. Prodotto da Il Parioli e Enfi Teatro, Fred! è una biografia che si muove tra toni pop e atmosfere oniriche, evocate anche dal sapiente uso delle luci. Sonorità e canzoni vengono ricreate dalla voce e dalla tromba inarrestabile di uno splendido Roy Paci e dall’affiatamento dei bravissimi musicisti che suonano live, creando un movimento di festa o, in altri momenti, di profonda nostalgia: Roberto De Nittis, al pianoforte; Paolo Vicari, alla batteria; Gianmarco Straniero al contrabbasso; Didier Yon al trombone. La ricerca sulla musica non si ferma alle prove, allo spettacolo, riempie i discorsi, le serate di tutto il cast, affiatato e generoso. Sul palco invece la storia di Fred nasce dalla voce, anzi dalle voci, di Matthias Martelli, che si tramuta da narratore nei diversi personaggi, dando cenni biografici con la sua caratteristica ironia e con lo sguardo attento al mondo di ieri come di oggi. La scenografia, di Laura Benzi, è d’effetto, mobile e funzionale. La ricerca è tutta incentrata su Fred Buscaglione, sull’artista, sulla sua storia, sui brani che hanno affascinato generazioni e caratterizzato gli anni del boom economico, sulle difficoltà di sfondare, sugli amici, sull’amore. La corsa verso la fine dello spettacolo inizia subito. Momenti, vicende e situazioni scorrono al ritmo di un jazz trascinante, senza posa, come in una girandola. Gli interpreti giocano, vivono, collaborano, coinvolgono il pubblico e alla fine la sensazione che il protagonista di questo racconto visivo e sonoro sia un artista tutto da riscoprire accompagna lo spettatore fino fuori dal teatro.

Matthias: Dante, Raffaello, oggi Fred Buscaglione. Come mai questo personaggio?
Fred Buscaglione è stato un grande, così tanto da essere riconoscibile per tutti. Chiunque, anche chi è nato quarantanni dopo la sua morte, conosce brani come Eri piccola così, Che bambola, Guarda che luna. Mi interessava. Poi è sempre colpa di Torino, la città in cui sono nato artisticamente. Con la mia compagna vivo nella strada alle spalle di quella in cui viveva Leo Chiosso (autore e drammaturgo, che scriveva le parole delle canzoni di Buscaglione, suo fraterno amico). Attigua alla sua c’era la casa di Fred. I due amici si parlavano dal balcone, come raccontiamo nello spettacolo, e questa situazione era affascinante.

È questo che ti ha dato l’idea dello spettacolo?
In un certo senso, sì. Io e Arturo Brachetti cercavamo una storia, perché volevamo lavorare insieme e poi – bam – è arrivata l’idea. Arturo ne è stato entusiasta, abbiamo contattato subito Roy Paci per la parte del co-protagonista e lui ha accettato.

Roy, perché in coda allo spettacolo definisci Fred Buscaglione contemporaneo?
Perché ha un modo di cantare assolutamente moderno. Il modo che aveva di dire le frasi, è qualcosa che potremmo chiamare rap, sarebbe questa la definizione giusta. E poi per il suo modo di essere. Fred non era qualcuno che voleva essere famoso, voleva solo trovare il modo di campare, di cambiare la sua vita, uscire dalla povertà e da una situazione difficile. Faceva il suo mestiere. Mi ci riconosco molto. La fortuna mi ha permesso di diventare un nome, di ricevere soprannomi molto lusinghieri, di diventare anche chi permette ad altri di lavorare ma io, fin dall’inizio, ho sempre e semplicemente trovato nella musica qualcosa che sapevo fare bene. Qualcosa in cui ero e sono bravo. In cui trovo quindi la felicità, l’allegria. Poi certo ci vuole anche fortuna. Quella che Fred purtroppo non ha avuto.

Ma la sua musica resta, e con entusiasmo questo spettacolo ce lo ricorda. In scena al Parioli di Roma fino all’8 gennaio lo spettacolo è in tournée in tutta Italia.

Decreto Ong, uno sfregio alla Costituzione e al diritto internazionale

Finisce l’anno con una operazione che unisce, propaganda, tentativo di riaffermare autorevolezza sul controllo dei confini, dopo gli schiaffoni presi in sede Unione europea soprattutto dalla Francia e infine, raffinato modo per tramutare in legge ciò che di fatto non era ancora stato normato. Leggendo la bozza del testo del “decreto immigrazione” del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ex capo di gabinetto di Matteo Salvini, si intuisce come le spinte provenienti dal Viminale siano state ammorbidite tanto per non irritare ulteriormente le autorità Ue quanto per non cadere sotto le pressioni del Quirinale. In definitiva quello che cerca di attuare il nuovo governo è estremamente semplice: riportando tutte le responsabilità degli arrivi di migranti e richiedenti asilo sulle spalle delle navi umanitarie delle Ong, che in realtà nel 2022 hanno portato in salvo poco più del 14% delle persone partite per giungere in Europa, si rende loro, questa volta per legge, la vita più complicata.

Si tratta, con le dovute differenze, di rendere legge il Codice di condotta redatto nel 2017 da Minniti e che quantomeno aveva un carattere “consensuale”, ovvero le Ong che lo ratificano hanno il diritto di operare nel Mediterraneo centrale. Il testo definitivo non è stato ancora presentato, probabilmente sarà anche fonte di discussione con la Presidenza della Repubblica visti i numerosi appigli di incostituzionalità, ma in sintesi stabilisce alcuni concetti chiave. Le navi delle Ong, potranno, di fatto, effettuare una sola operazione di soccorso per volta – fermo restando il divieto, tranne che per casi di comprovata emergenza, di entrare nelle acque libiche – e di questa dovranno informare l’Imrcc (Italian maritime rescue coordination centre), Centro nazionale di coordinamento del soccorso, che assegnerà all’imbarcazione un Pos (Place of safety), porto sicuro in Italia verso cui dovranno recarsi. Le ultime scelte operate ancora in assenza del decreto, il porto di Livorno e quello di Ravenna, danno già l’idea di quello che è l’obiettivo principale del provvedimento. Portare le navi Ong fuori dal Mediterraneo centrale, costringere naufraghi ed equipaggio ad una lunga navigazione per poi rallentare i tempi di ritorno in mare della stessa.

La bozza del decreto diviene molto più severa rispetto alle caratteristiche a bordo che dovranno rispettare le navi umanitarie: chiede, ma non impone che chi soccorre, sottragga anche i natanti su cui erano presenti i migranti partiti (misure anti inquinamento o per rallentare le operazioni e impedire il riutilizzo degli stessi?) Si chiede che le navi umanitarie abbiano i requisiti di idoneità tecnico – nautica alla sicurezza della navigazione nelle acque territoriali. In questa maniera si compie uno dei tanti atti d’imperio e di discriminazione verso dette imbarcazioni. Agli altri natanti in mare per turismo o per motivi commerciali, tali certificazioni non vengono richieste e questo costituisce un abuso verso lo Stato di cui l’imbarcazione batte bandiera.

Ai soccorritori è poi chiesto di avviare tempestivamente e a bordo, iniziative per acquisire le intenzioni di richiedere protezione internazionale. L’obiettivo di Piantedosi era quello di ottenere che chi viene soccorso da navi con bandiere di altri Stati dovesse poi trovare protezione presso gli stessi. Già in sede di Commissione europea su questo era stato espresso parere negativo. Prima era prassi che il comandante della nave poteva solo accettare manifestazioni di volontà di chiedere protezione. Ma né il comandante né i naufraghi possono essere obbligati ad ottemperare a tale richiesta. Ad escludere tali prassi sono le stesse linee guida dell’Unhcr.

La nave umanitaria che va ad effettuare “soccorsi non casuali” è poi tenuta a richiedere all’autorità della zona Sar (Search And Rescue), soccorso e ricerca, competente, l’assegnazione del porto di sbarco. Qui sorge il problema legato al fatto che gran parte dei soccorsi operati dalle Ong avvengono nelle zone Sar di Libia, Tunisia e Malta. Questo si può tradurre nell’invito alle autorità dei Paesi di competenza di riprendersi le imbarcazioni dei fuggitivi? Libia e Tunisia non sono considerati “porti sicuri”, Malta spesso non interviene. Già è depositata una denuncia alla Corte Internazionale per le violazioni connesse a quelli che sono considerati respingimenti indiretti verso la Libia. Si vuole reiterare l’ipotesi di reato? Intanto col “decreto Piantedosi” si attuano, vedremo poi in che termini, intimidazioni verso le ong, chiedendo ai comandanti delle navi umanitarie di compiere operazioni che violano numerose convenzioni internazionali relative alla necessità di portare in salvo le persone. Il modo attraverso cui si tenta di impedire una completa attività di soccorso è riassumibile in due concetti a) il porto di sbarco individuato dalle autorità competenti (italiane) va raggiunto senza ritardo per il completamento delle operazioni di soccorso. Della serie che se la nave Ong si trova nei pressi di Lampedusa e il porto assegnato fosse Venezia, non ci devono essere deviazioni nella rotta da seguire. b) se si dovessero effettuare operazioni di soccorso plurime, quelle successive alla prima devono essere effettuate in conformità agli obblighi di notifica (richiedere autorizzazione per emergenza) e non devono compromettere l’obbligo di raggiungimento, senza ritardo, del porto di sbarco assegnato. Viene da domandarsi come verrà considerato un “ritardo” dovuto al fatto che, ricevendo una richiesta di soccorso, la nave Ong, si ritrovi a dover scegliere se proseguire per il tragitto segnato o deviare – quindi impiegando del tempo – per effettuare ulteriore soccorso.

Le operazioni ricerca e di soccorso, vera ossessione governativa, non devono aggravare situazioni di pericolo a bordo né di raggiungere tempestivamente il porto di sbarco assegnato. Quindi anche trasbordare profughi in difficoltà o in condizioni di vulnerabilità, per effettuare altri soccorsi richiesti, viene considerato come azione riprovevole. Da ultimo, la nave che operi un salvataggio deve fornire alle autorità Imrcc e, in caso di assegnazione di un porto di sbarco, deve fornire tutte le informazioni richieste ai fini dell’acquisizione di elementi relativi alla ricostruzione dettagliata delle fasi dell’operazione di soccorso effettuata. In realtà questo viene sempre effettuato, per interesse stesso dei soccorritori, ma la disposizione serve a ribadire il concetto per cui le Ong sono organizzazioni opache che non hanno (non c’è stato alcun elemento a comprovarlo finora) comunicato con esattezza il proprio operato.

Pur non prevedendo sanzioni penali per chi non ottempera a tale decreto c’è un vasto quanto generico quadro di sanzioni amministrative a discrezionalità dei prefetti, da mettere in campo: si va dal “fermo amministrativo” delle navi di soccorso al sequestro o confisca della nave, alle multe. Non è chiaro (forse verrà regolamentato nei prossimi giorni) il rapporto fra specifica violazione e sanzione in cui si incorre, intanto quello che avverrà andrà contro ogni diritto di difesa. Ad esempio dare ad un prefetto il potere di effettuare anche il sequestro cautelare di un’imbarcazione battente bandiera di un altro Paese, viola apertamente le norme sovrannazionali contenute nelle Convenzioni di diritto del mare e dei regolamenti europei. Il decreto prevede una sanzione al comandante della nave di soccorso che può andare dai 10mila ai 50mila euro, ovviamente la responsabilità anche dell’armatore e del proprietario dell’imbarcazione. Si aggiunge che il fermo amministrativo per 2 mesi della nave, custodia e manutenzione della stessa sono a carico di chi comanda la stessa. Può essere presentato entro 60 giorni ricorso al provvedimento e il Prefetto che ha 20 giorni di tempo per decidere se confermarlo o meno. Se si reitera la violazione scatta la confisca e il sequestro cautelare della nave. Quando non vengono fornite le informazioni richieste rispetto alle modalità dell’intervento di soccorso, la sanzione è contenuta fra i 2mila e i 10mila euro, la nave fermata per venti giorni salvo reiterazione della violazione (2 mesi).

In attesa di vedere se giungeranno segnali dal Quirinale per modificare il decreto, va detto che questo contiene numerosi appigli legali da impugnare anche in Italia. Secondo il prof Fulvio Vassallo Paleologo, oltre alle violazioni di gran parte dei trattati internazionali Piantedosi di fatto non rispetta gli articoli: 2, 3,10, 117 della Costituzione e innescherà uno scontro senza precedenti a livello Ue. Troppe sono le imposizioni che si determinano verso le Ong, in particolare verso quelle di Stati appartenenti all’Unione che dovrebbero attenersi a comandi che il governo italiano e i suoi organi periferici (le prefetture), non hanno autorità per determinare. Comunque il risultato che si intende produrre è una “istituzionalizzazione dell’omissione di soccorso in mare”, l’intimidazione per legge delle organizzazioni umanitarie e della solidarietà e, per forza di cose, l’incremento prossimo delle vittime in mare determinate da tali misure. Ad inizio dicembre, il gruppo parlamentare europeo The Left ha pubblicato una ricerca, commissionata, sulle violazioni dei diritti umani verso i migranti, in 4 volumi. Un testo raccapricciante che riguarda i crimini commessi da governi di 15 Paesi, fra cui l’Italia e che riporta notizie di circa 25mila casi di violazioni. C’è da temere che, qualora il decreto dovesse essere effettivamente applicato, ci sarà presto spazio per un nuovo volume, interamente dedicato all’Italia.