Questa è la storia di un subappalto ultramilionario che riguarda un pezzo consistente del welfare italiano o meglio di uno dei pilastri dello Stato sociale, così come disegnato dalla nostra Costituzione: l’assistenza alle persone che vivono in stato di emarginazione e/o di particolare fragilità socioeconomica. Questa è la storia di uno Stato, laico per Costituzione, che senza fare troppo rumore ha deciso di mettere in mano agli ambasciatori di uno Stato teocratico le chiavi di accesso alla soddisfazione dei bisogni primari (e alle informazioni più sensibili) di un bacino potenziale di cittadini pari a circa il 9% della popolazione totale italiana, vale a dire 5,6 milioni di persone. Tanti sono, stando all’ultimo rapporto della Caritas, gli italiani in povertà assoluta.
La Caritas, appunto. Non citiamo a caso questa onlus perché come vedremo è la principale beneficiaria di un protocollo siglato con l’Inps per l’apertura di sportelli in tutti gli 8mila Comuni italiani per la gestione delle domande di assistenza ai cittadini più vulnerabili, che hanno diritto alle seguenti prestazioni: Reddito di cittadinanza (Rdc) e pensione di cittadinanza; assegno familiare dei Comuni; assegno di maternità dei Comuni; Bonus bebè; premio alla nascita; bonus asilo nido; Naspi; assegno sociale e invalidità civile. Insomma, cose di non poco conto.
Ma andiamo per ordine. Questa vicenda parte, in sordina, da lontano. Precisamente l’11 ottobre 2019. E sempre in sordina, come un fiume carsico, si è ingrossata inarrestabile e indisturbata via via negli anni fino a oggi. Cosicché quella che inizialmente sembrava “solo” una importante iniziativa dell’Inps per facilitare l’accesso alle prestazioni assistenziali e previdenziali per i soggetti più bisognosi (denominata “Inps per tutti”) – «in collaborazione con alcune organizzazioni ed associazioni caritatevoli» citava il comunicato ufficiale senza menzionare quali fossero – si è successivamente trasformata, senza che i grandi media ne dessero mai notizia, in un accordo praticamente esclusivo tra l’Istituto nazionale per la previdenza sociale e l’organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana per la promozione della carità, nato nel 1971 per volere di Paolo VI: la Caritas italiana.
“Inps per tutti” come si legge nella nota del 2019, «è rivolta alle fasce più deboli della popolazione: persone in stato di povertà assoluta, senzatetto o senza fissa dimora; abitanti di Comuni distanti dagli uffici dell’Inps; utenti non consapevoli dei propri diritti». L’idea, disse in conferenza stampa il presidente Inps, Pasquale Tridico, «è quella di portare l’Istituto tra le persone in difficoltà, al fine di facilitare per tutti l’accesso ai nostri servizi. Andiamo tra chi ha barriere di ogni tipo, rendendo esigibili i diritti. Spesso sono le persone più fragili quelle che rimangono escluse e c’è il problema dei senza fissa dimora che non hanno residenza, problema al quale i Comuni riescono in parte a ovviare».
Fin qui nulla da eccepire, l’Inps si rende conto di non riuscire a raggiungere tutta la platea dei cittadini più vulnerabili per erogare dei servizi vitali e d’accordo con l’Anci (Associazione nazionale Comuni italiani) e alcune Regioni decide di aprire in punti strategici a Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino e Bari degli info point per i soggetti interessati – ai quali verrà somministrato un questionario per sapere di cosa hanno bisogno e diritto. Ed è così che a fine ottobre 2019 parte la sperimentazione di “Inps per tutti” e la Caritas figura nel progetto solo con due info point a Roma presso le sedi (alternate) di via di Porta San Lorenzo e di via delle Zoccolette.
Non passano nemmeno due mesi che lo scenario cambia radicalmente. L’11 dicembre 2019 Caritas italiana emana un comunicato in cui dichiara di aderire formalmente a “Inps per tutti” con l’obiettivo di dare informazioni, orientamento e supporto alle persone che si rivolgono ai propri centri, «sulle prestazioni erogate dall’Inps a cui essi potrebbero accedere, data la condizione economica o personale in cui si trovano, o che già ricevono e rispetto a cui hanno problemi». Attraverso un collegamento diretto fra gli operatori di Comuni, Caritas e Sant’Egidio, altra onlus cattolica che aderisce a Inps per tutti, e gli addetti delle agenzie e sedi Inps locali (con modalità che vengono definite negli accordi siglati a livello locale), si legge nel Rapporto Caritas 2022, «si riescono a risolvere in tempi molto brevi situazioni incagliate (ritardi o revoca nell’accredito del Rdc, sanzioni legate al Rdc, ecc.) per persone e famiglie che versano in situazioni di grande difficoltà e che sono seguite dai centri Caritas, dai servizi sociali e da Sant’Egidio». Fatto sta che dopo due anni di sperimentazione avvolta nel silenzio mediatico, il 21 novembre 2021, si passa alla firma di un “Accordo quadro di collaborazione tra l’Inps, l’Anci, la Caritas Italiana e la Comunità di Sant’Egidio”.
Prima di proseguire e provare a fare i conti in tasca ai “beneficiari” di questa operazione di subappalto del welfare alla Chiesa cattolica, vale la pena soffermarsi su alcuni “passaggi” politici solo apparentemente scollegati sia tra loro che da questo contesto avvenuti tra la presentazione di “Inps per tutti” da parte di Tridico nel 2019 e la sigla dell’accordo quadro del 2021. Inps per tutti, è bene precisare, nasce durante il primo governo Conte. Pasquale Tridico prima delle elezioni del 2018 era tra i “papabili” al ministero del Lavoro in caso di vittoria del Movimento 5Stelle. La cosa non quagliò e nel marzo del 2019 Conte lo nomina a capo dell’Inps. L’attuale capo dei M5s è colui che nei giorni antecedenti alla Pasqua del 2020, da presidente del Consiglio del “Conte due”, ringraziò ufficialmente la Conferenza episcopale per aver donato una quota dell’8permille proprio alla Caritas, sebbene le donazioni di questo genere rientrino nelle “voci di spesa” dell’8permille ecclesiastico. Quindi ancora oggi ci si chiede cosa c’è di così eccezionale in questo trasferimento di denaro tanto da guadagnarsi la gratitudine di un’istituzione del calibro della presidenza del Consiglio. E sorvoliamo sul fatto che Conte ringraziò la Cei e non coloro che hanno materialmente contribuito a finanziare la Caritas, cioè i cittadini italiani. Ciò su cui si fa molta fatica a sorvolare è che pochi mesi dopo quella dichiarazione di Conte, nel settembre del 2020, quindi sempre durante il “Conte due”, il ministro della Salute Speranza nomina a capo della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria per la popolazione anziana” un altissimo prelato vaticano.
Niente meno che monsignor Vincenzo Paglia, gran cancelliere del Pontificio istituto teologico per le scienze del matrimonio e della famiglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, consigliere spirituale della Comunità di sant’Egidio e altro ancora. Una nomina, ma anche un omaggio istituzionale alla Chiesa, sconcertante. La guida di una importantissima Commissione tecnica messa nelle mani non di un tecnico ma di un arcivescovo che ricopre incarichi importanti in istituzioni di uno Stato straniero. «Il presidente di una commissione – scriveva su Left del 2 ottobre 2020 Quinto Tozzi, cardiologo e già direttore dell’Ufficio di qualità e rischio clinico dell’Agenas – ha sempre, e particolarmente in questo caso, una nevralgica funzione di salvaguardia dei valori istituzionali nazionali di unità, coerenza e integrità del Sistema sanitario nazionale sia rispetto alle forze centrifughe delle Regioni, sia di bilanciamento degli interessi del privato, sia di rispetto di principi etici e laicità. E questo porta con sé inconfutabili, invalicabili e volutamente ignorati incompatibilità e conflitti di interesse. Conflitti materiali (gli accreditamenti supermilionari delle strutture sanitarie del Vaticano con le Regioni) e conflitti etici (l’ottica palesemente di parte su temi delicatissimi, a cominciare dall’interruzione volontaria di gravidanza)». A proposito di odor di conflitti d’interesse, Tozzi ci aveva visto lungo. Il 16 giugno 2021 la Commissione di Paglia pubblica un rapporto redatto con l’Istat sui bisogni di assistenza sociosanitaria della popolazione anziana over 75, che in pratica individua un target preciso nell’ambito della platea di cui si occuperebbero la Caritas in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio per conto dell’Inps. Il Rapporto identifica infatti, su una popolazione di riferimento composta da circa 6,9 milioni di over 75, oltre 2,7 milioni di individui che presentano gravi difficoltà motorie e patologie che compromettono l’autonomia nelle attività quotidiane. Tra questi, 1,2 milioni di anziani dichiarano di non poter contare su un aiuto adeguato alle proprie necessità, di cui circa un milione vive solo oppure con altri familiari tutti over 65 senza supporto o con un livello di aiuto insufficiente. Infine, circa 100mila anziani, soli o con familiari anziani, oltre a non avere aiuti adeguati sono anche poveri di risorse economiche, con l’impossibilità di accedere a servizi a pagamento per avere assistenza. Praticamente l’identikit delle persone a cui è rivolto “Inps per tutti”.
Arriviamo così all’accordo quadro del 2021 in cui si prevede che la Caritas possa gestire direttamente un certo numero di importanti prestazioni assistenziali: Reddito/pensione di cittadinanza, assegno familiare dei Comuni, assegno di maternità dei Comuni, bonus bebè, premio nascita, bonus asilo nido, Naspi, assegno sociale e Invalidità civile. Per meglio comprendere come le organizzazioni cattoliche hanno allungato i loro tentacoli sulla assistenza, occorre capire come sono strutturati in Italia i relativi servizi.
Generalmente e storicamente sono le principali organizzazioni sindacali, come la Cgil e la Cisl, e associazioni di lavoratori che istituiscono al loro interno i patronati, i quali gestiscono pratiche sia di previdenza che di assistenza. Fino a qualche anno fa, tutte le pratiche dei patronati erano offerte all’utenza gratuitamente, perché i costi di gestione, per ogni pratica evasa, erano a carico dello Stato. Tutti i patronati, infatti, vengono finanziati attraverso una aliquota prelevata dal gettito complessivo dei contributi previdenziali obbligatori incassati dall’Inps e dall’Inail, e il finanziamento è erogato attraverso un sistema “a punteggio” per cui ogni pratica evasa dà un punteggio minimo di 0,25, e un punto vale all’incirca 35 euro.
Nel 2018 è intervenuta una modifica e alcune pratiche assistenziali non vengono più svolte gratuitamente per l’utente, garantite cioè con il finanziamento del sistema a punteggio, ma l’utente deve pagare un compenso al patronato, stabilito con decreto ministeriale all’interno di un accordo stipulato tra il ministero del Lavoro e la singola organizzazione. Le pratiche gratuite sono le domande, a titolo esemplificativo, per ottenere le pensioni di inabilità, l’assegno di invalidità, le pensioni d’invalidità, le pensioni di guerra, le pensioni sociali, le richieste di permesso di soggiorno, le richieste di ricongiungimento familiare. Per esempio ogni pratica di pensione di anzianità al patronato vengono riconosciuti 5 punti e il patronato percepisce dallo Stato 175 euro, mentre per una pensione di inabilità al patronato vengono riconosciuti 6 punti e lo Stato eroga 210 euro. Poi ci sono una serie di pratiche per le quali il patronato non è finanziato dallo Stato e può chiedere un contributo direttamente all’utente, che non può essere superiore a 24 euro. Le pratiche a pagamento sono, a titolo esemplificativo, la richiesta dell’estratto contributivo, la domanda degli assegni familiari per i lavoratori dipendenti attivi, la domanda sulla disoccupazione naspi, la domanda bonus bebè, bonus mamma e bonus asilo, l’invio delle dimissioni online, la domanda di richiesta ratei di tredicesima del pensionato defunto.
Una grande rete di associazioni parasindacali che operano con patronati in tutta Italia, sono le Acli – Associazioni cristiane lavoratori italiani, che contano migliaia di sedi, in media una sede ogni due comuni. Ed è con le Acli che la Caritas ha stipulato un accordo in base al quale dopo aver intercettato e preso in carico il cittadino che necessita di assistenza per uno o più dei servizi citati lo indirizza presso gli sportelli del Caf e del patronato Acli. Per farsi un’idea le Acli hanno oggi circa 900mila soci e dal ministero del Lavoro hanno incassato come anticipo 2021 per i servizi di patronato oltre 36,5 mln. Non ci è stato permesso di accedere al dato relativo al numero e al tipo di pratiche evase dall’Acli ma possiamo fare una stima del “volume d’affari” potenziale che andrebbero a gestire quasi in esclusiva questi due soggetti (Caritas e Acli) con la prospettiva di raggiungere una platea di oltre 5mln di persone: oltre 200mln di euro l’anno.
Ignorando ogni criterio quantomeno di parità rispetto ad associazioni sindacali e di lavoratori non cattoliche, a livello istituzionale si è deciso di assecondare l’assalto delle organizzazioni religiose all’assistenza, consentendo che la Caritas potesse gestire i servizi fin qui elencati. Nella prospettiva di creare una enorme holding dell’assistenza, la Caritas ha quindi stipulato un accordo con Acli che avrebbe portato in dote migliaia di patronati e quindi gli operatori abilitati e le strutture necessarie a gestire i servizi ai “nuovi” utenti. Laddove le strutture non ci sono l’accordo Inps/Caritas prevede che siano i Comuni a metterle a disposizione gratuitamente. L’accordo Caritas/Acli è stato denominato “Un nuovo patto per la non autosufficienza” e prevede che debba essere esteso ad altre 50 organizzazioni con la creazione di un unico Sistema nazionale assistenza anziani che inglobi tutti gli strumenti, i servizi e le misure dedicati alla non autosufficienza (diligentemente elencati nel Rapporto della “Commissione Paglia”). Da qualche mese spuntano come funghi i patronati che materializzano l’intesa. A Cagliari, per esempio, è già nata la Rete Caritas-Acli-patronato Acli e la presentazione è stata fatta nella sala stampa del Seminario Arcivescovile. A Catania lo sportello Caritas-Acli è attivo presso la sede della Caritas. Di quello che è accaduto in Puglia, qui come altrove all’insaputa delle altre parti sociali e dei sindacati che storicamente gestiscono i patronati, ne parliamo nell’articolo seguente a pagina 17. A Roma le Acli metteranno a disposizione della Caritas i loro operatori specializzati «per fornire ogni tipo di informazione e raccogliere le pratiche relative ai servizi da erogare» attingendo “materiale umano” in tutti i circuiti cattolici, dai centri d’accoglienza agli oratori, ovvero in quelle sponde di marginalità e di fragilità sociale dove l’assistenza è necessaria come l’aria per respirare. Le Acli hanno la fetta più grande nella erogazione del finanziamento da parte del ministero in relazione ai servizi che offrono e alle pratiche che espletano. L’accordo che l’Inps ha stipulato con la Caritas, e quello a sua volta stipulato con le Acli, farà crescere in maniera esponenziale il cumulo di servizi finanziati, rendendo questo duo un soggetto monopolista nella assistenza. Una gigantesca lobby religiosa gestirà indennità e sussidi erogati dallo Stato italiano in favore delle persone che ne faranno richiesta.
Lo Stato sociale ha come presupposto che ogni indennità erogata costituisca diritto e preservi la dignità di chi lo riceve. Consentire che l’assistenza venga gestita con modalità monopolista da una organizzazione come la Caritas significa degradare l’assistenza a mera concessione benevola. La carità è la negazione della solidarietà e dunque della dignità umana e sociale. Chi fa la carità pretende la riconoscenza. Uno Stato che soppianta la solidarietà con la carità è uno Stato fallito perché ha tradito il principio di laicità.
L’avvocata Carla Corsetti è segretaria nazionale di Democrazia atea

















