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Le bugie di fine anno

Sia benedetta Pagella Politica che tutti i santi giorni si prende la briga di verificare la veridicità di quello che affermano i politici nostrani. In un Paese normale, a ben vedere, sarebbe un compito della stampa ma poiché il leaderismo dalle nostre parti è un virus che fiacca molti giornalisti tocca ai cosiddetti siti di fact-checking.

Si scopre così che Meloni mente quando dice «I condoni non ci sono nella nostra legge di Bilancio» poiché la legge di Bilancio contiene la cosiddetta “tregua fiscale”, che raccoglie alcuni provvedimenti come lo stralcio automatico delle cartelle esattoriali fino a mille euro, relative al periodo 2000-2015, e la possibilità di ripagare tutto il dovuto al fisco, con uno sconto però sulle sanzioni e gli interessi. Poiché secondo l’enciclopedia Treccani, un condono fiscale è un «provvedimento legislativo che prevede un’amnistia fiscale e ha lo scopo di agevolare i contribuenti che vogliano risolvere pendenze in materia tributaria» e nella letteratura scientifica internazionale, il “condono” (in inglese tax amnesty) è definito come «l’opportunità data ai contribuenti di saldare un debito con il fisco, inclusi gli interessi e le more, pagandone solo una parte» quello del governo Meloni è un condono.

È falsa anche la frase «la morale da chi, oggi all’opposizione, ma quando era al governo ha liberato i boss mafiosi al 41-bis con la scusa del contagio da Covid […], non me la faccio fare». Giuseppe Conte (a cui si riferisce Giorgia Meloni) ha approvato un decreto per favorire il ricorso alla detenzione domiciliare per una serie di detenuti. Tra questi, però, non rientravano le persone condannate per reati particolarmente gravi, tra cui quelli di stampo mafioso.

È una bugia anche quella di Giorgia Meloni che dice «l’estensione della tassa piatta per le partite Iva con fatturato fino a 85 mila euro non discrimina i lavoratori dipendenti». Almeno tre organismi indipendenti, durante le audizioni in Parlamento sul disegno di legge di Bilancio, hanno sollevato critiche verso il provvedimento difeso da Meloni. Stiamo parlando della Banca d’Italia, della Corte dei Conti e dell’Ufficio parlamentare di bilancio.

Ovviamente bugie anche su contanti e evasione. «Negli ultimi dieci anni quando c’è stata meno evasione fiscale è quando c’era il tetto al contante a 5 mila euro», dice Giorgia Meloni. Come fa notare Pagella politica «qui Meloni ha ripetuto lo stesso errore già commesso durante il primo video della rubrica “Gli appunti di Giorgia”. A sostegno di questa tesi, la presidente del Consiglio aveva mostrato un grafico realizzato da Unimpresa secondo cui nel 2010, quando il tetto al contante era a 5 mila euro, l’evasione fiscale stimata in Italia aveva avuto un valore pari a circa 83 miliardi di euro, il dato più basso registrato fino al 2019. Il grafico in questione, così come la dichiarazione di Meloni, è però impreciso e fuorviante. Da un lato, il dato sull’evasione del 2010 è parziale, perché non tiene conto dell’evasione di alcune imposte e di quella dei contributi previdenziali, calcolati invece nelle stime degli anni seguenti. Dall’altro lato, ha poco senso valutare l’efficacia del tetto al contante nel contrasto dell’evasione comparando i valori annuali dell’evasione con quelli dei limiti all’uso del contante. Per valutare il contributo del tetto al contante servono studi scientifici. Come hanno spiegato nelle audizioni sul disegno di legge di Bilancio per il 2023 la Banca d’Italia, la Corte dei Conti e l’Ufficio parlamentare di bilancio, alcuni studi hanno mostrato che in Italia il tetto al contante può contribuire a ridurre il fenomeno dell’economia sommersa e dell’evasione».

Buon venerdì.

Fracassi: La marcia su Roma non ci fu. Ma il fascismo diventò regime per vent’anni

Con una circolare datata 25 dicembre 1926 l’allora governo capeggiato da Mussolini fissò l’obbligo, a partire dal 29 ottobre dell’anno successivo di aggiungere, in numero romano, accanto a quello dell’era cristiana l’anno che indicava l’avvio dell’era fascista. L’inizio fu datato retroattivamente al 29 ottobre del 1922, giorno successivo a quello della Marcia su Roma, giorno in cui non ci si era proprio resi conto di tanto evento. Il nuovo modo di scrivere il calendario durò fino al 1943, fatto salvo per il territorio della Repubblica di Salò dove rimase in vigore fino al 1945.
L’ attuale anno 2022 che volge al termine è coinciso con il centenario di quella data e sono stati pubblicati molti libri; l’argomento è stato analizzato da importanti storici da vari punti di vista, componendo una sorta di mosaico per la comprensione di come sia avvenuto che il re Vittorio Emanuele III di Savoia abbia affidato l’incarico di fare il governo a Mussolini, che era a capo di un partito rappresentato nella Camera dei Deputati da soli 35 rappresentanti. Claudio Fracassi, giornalista, scrittore e storico, con il libro La marcia su Roma, 1922. Mussolini, il bluff, il mito (edizioni Mursia 1921), attraverso il metodo del giornalismo d’inchiesta ci racconta quei giorni.
Fracassi ha cominciato a scrivere sul quotidiano Paese sera, ricoprendo l’incarico di corrispondente estero da Mosca, per poi diventarne direttore fino al 1989. Successivamente ha fondato il settimanale Avvenimenti.
Autore di libri storici come La meravigliosa storia della repubblica dei Briganti, Roma 1849, Matteotti e Mussolini 1924. Il delitto sul lungotevere, Cola di Rienzo. Roma 1347 ha altresì analizzato i meccanismi dell’informazione con testi diffusi anche all’estero come Sotto la notizia niente. Saggio sull’informazione planetaria, Le notizie hanno le gambe corte, Bugie di guerra: l’informazione come arma strategica. Nel periodo in cui è stato a Mosca si è dedicato alla conoscenza dei Paesi dell’ex Urss e in particolare della condizione femminile attraverso reportage come Il ciclone Natascia e la biografia Alessandra Kollontaj e la rivoluzione sessuale in cui racconta l’importante figura della rivoluzionaria bolscevica di cui, come lui stesso ammette, a distanza di vari decenni dalla morte, si è letteralmente e letterariamente innamorato. Insieme a lui ripercorriamo il momento d’inizio di quel periodo nefasto per la storia del nostro Paese che solo sessantuno anni prima era stato finalmente unificato.

Fracassi, come mai ha sentito l’esigenza di scrivere un libro sulla Marcia su Roma? Può essere considerata come un colpo di Stato o una rivoluzione?
Scrivo libri di storia, più che per raccontarla, per impararla. Se un evento ti appassiona o ti coinvolge, o ti lascia interdetto perché le spiegazioni che hai appreso ti paiono poco convincenti, ti viene voglia di cercare le informazioni che ti mancano. Questo ho imparato facendo il giornalista. Della Marcia su Roma ho letto a suo tempo, a cominciare dal grande e pieno di ironia racconto di Emilio Lussu Marcia su Roma e dintorni. Ma devo confessare che, alla fine, rimanevo pieno di dubbi. Che cosa ha cambiato, la Marcia? E’ stata una rivoluzione? È stato un colpo di stato? O se no, che cosa? Ecco, cercare le fonti, poi mettere le informazioni una accanto all’altra, può aiutare molto. Può aiutare a imparare che cosa è successo, e dunque forse a capire perché. Forse.

Possiamo dire che dietro la Marcia su Roma non ci furono solo i fascisti ma anche la Confindustria e quelli che verranno successivamente definiti “I poteri forti”?
Altro che, se possiamo. Andando a cercare negli archivi chi erano i protagonisti, quelli che nei giorni della Marcia passavano pomeriggi e nottate accanto a Benito Mussolini – a Milano, nella sua abitazione o nella redazione del suo giornale, Il Popolo d’Itala – veniamo a sapere che non si trattava di impavidi giovani marciatori fascisti, ma di intraprendenti ed eleganti signori di mezz’età; cioè, al completo, il gruppo dirigente di Confindustria, con simpatici e ben noti cognomi di famiglia (Agnelli, Falck, Pirelli…). Due di loro, alla fine, accompagnarono in treno Benito Mussolini, sul “direttissimo” Milano-Roma, per affidarlo con fiducia ad un altro signore, autorevole ma meno elegante, che di nome era Vittorio Emanuele, e di mestiere re.

Quale fu la posizione del partito socialista che pure aveva raggiunto il massimo del suo peso politico, anche se solo l’anno prima aveva subìto la scissione del partito comunista d’Italia? E quella del sindacato?
Viene voglia di stendere un velo di vergognoso oblio. È una delle pagine che, nella storia gloriosa e sanguinosa delle lotte sindacali in nome dei lavoratori, andrebbe strappata. Il segretario della Cgil, attraverso un paio di comunicati-stampa, fece sapere che non era il caso di immischiarsi in faccende altrui, come il fascismo in espansione, le Marce, i governi in formazione, eccetera. Si badi, il segretario sindacale che esortava alla neutralità non era un prezzolato al servizio di Mussolini. Era, semplicemente, una persona – tra le tante – che non aveva capito niente, ma proprio niente, di ciò che stava succedendo in Italia. Altri antifascisti – da Salvemini, a Gramsci, a Matteotti – non la pensavano così, e lo dicevano, ma erano in minoranza. A leggere, oggi, uno dei grandi discorsi di Giacomo Matteotti alla Camera, ti vengono le lacrime.

Dalla carneficina della guerra alla distruzione della Repubblica democratica liberale che pure aveva portato l’Italia alla vittoria. Come è stato possibile? Quanto l’atmosfera culturale di quel periodo ha influito?
Fa bene a ricordare la guerra. Sui campi di battaglia l’Italia aveva appena visto morire poco meno di settecentomila persone, in maggioranza giovani. Mezzo milione di ex-soldati erano invalidi, non potevano lavorare. In Europa i morti erano stati nove milioni. E poi le fucilazioni, le ferite auto-inflitte per venire via dalla trincea, e le fucilazioni e il milione di italiani, militari e civili, che i medici giudicavano irrimediabilmente devastati nel fisico e nella mente. E poi c’erano i futuristi che cantavano: noi vogliamo esaltare «l’amor del pericolo, il movimento aggressivo, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno». Non si capisce il fascismo con le sue tragedie senza ricordare la guerra che l’ha preceduto.

Le donne avevano sostituito gli uomini al fronte. Il regime fascista come si pose nei loro confronti?
C’è tutta un’enciclopedia sui rapporti fra il duce e le donne, sulle amanti eccetera. Lasciamo stare. Ma il riferimento più interessante che scartabellando ho trovato è di natura, diciamo così, filosofica, e fa parte di un’intervista ad un giornalista tedesco, Emil Ludwig. «La donna, sostiene Mussolini, deve solo obbedire. La donna è analitica, non è sintetica. La mia opinione della sua parte nello Stato è in opposizione a ogni femminismo. Naturalmente la donna non deve essere una schiava, ma se le concedessi il diritto politico-elettorale mi si deriderebbe. Nel nostro Stato essa non deve contare».

Mussolini e D’Annunzio: amici o antagonisti?
D’Annunzio era molto popolare, ma Mussolini, con furbizia, lo stava superando. E la marcia su Roma, per un personaggio con un gran senso teatrale come era il futuro duce, era una tappa decisiva, non tanto da vincere, ma da celebrare come fosse una vittoria. D’Annunzio chiamava alla ribellione contro la guerra tradita. Gli slogan fascisti esaltavano la guerra come «avventura, record, spettacolo». D’Annunzio, per non perdere, cercò addirittura di organizzare una sua marcia, il 4 novembre giorno della vittoria. Ma Mussolini lo anticipò con l’evento annunciato per il 28 ottobre. E D’Annunzio, che fra l’altro era caduto da una finestra della sua villa sul lago di Garda, fu costretto a ritirarsi dalla scena.

 I suoi testi, nati da ricerche di archivio puntigliose, sono ricchi di riferimenti e di note. Che tipo di immagini ci sono del periodo della Marcia su Roma?
Le immagini sono poche, e tutte dello stesso tipo, poco attraenti: si vedono un po’ di marciatori che sfilano faticosamente per la città. Molti romani erano venuti a vedere, e anche a divertirsi, perché i nuovi arrivati erano poco marziali, zuppi di pioggia. Badi bene, sono immagini scattate non sabato 28, ma martedì 31 ottobre, quando, sulla base di un accordo fra il futuro Duce e il re, era stato infine concesso a un corteo di attraversare rapidamente la capitale, passando sotto il balcone reale al Quirinale, poi imboccando via Nazionale, raggiungendo la stazione Termini e di lì prendendo il treno verso casa. Era bastata un po’ di furbizia del generale Pugliese, che comandava le forze armate dell’esercito di stanza a Roma, per far fallire la storica e solenne marcia prevista sabato 28 ottobre. Pugliese aveva fatto saltare alcuni binari intorno a Roma, dirottato qualche treno verso il mare, e disinnescato dunque il progettato assalto alla capitale. All’alba di sabato 28 il Consiglio dei ministri aveva deliberato lo stato d’assedio, ma il re non aveva firmato quell’ordine. Insomma, in realtà la Marcia su Roma non ha mai avuto luogo. Questo dice la Storia. Eppure, nonostante il fallimento dello spettacolo, la Storia dice anche che il fascismo diventò regime, per vent’anni. Credo che ci sia ancora molto da raccontare. E da capire.

 

Quando comincia il congresso del Pd?

Nella lingua italiana si definisce congresso un «raduno di diplomatici o di uomini politici o di affari, di cultura o di scienze per la messa a punto o la risoluzione di questioni importanti o di comune interesse». Nel caso del Partito democratico (ma vale per tutti i partiti) il congresso deve decidere quali siano le priorità dell’agenda politica italiana, come interpretarle e come farsene carico. Ce ne sono a bizzeffe.

In queste settimane di congresso del Partito democratico il governo a cui si oppongono ha deciso le misure finanziarie per il 2023 su fisco, sanità, scuola, cultura. Il ministro dell’inferno Piantedosi ha messo nero su bianco l’atteggiamento che l’Italia vuole avere nei prossimi anni nei confronti della violenza, della fame e della disperazione che innescano le migrazioni (perché sono le persone il tema principale, prima delle migrazioni). Il ministro Valditara sta disegnando un modello di scuola che divide i giovani in vincitori e sconfitti. La ministra Santanchè sta progettando un turismo come cerchia solo per gli altospendenti. Il ministro della Guerra, Guido Crosetto, sta intendendo la Difesa come rifocillamento di armamenti. Poi ci sono i poveri, i soliti poveri sempre più poveri a cui si aggiungono i nuovi poveri, che continuano a essere nemici. Ci sarebbe anche il ministro del Cemento Salvini che cerca l’immortalità in mausolei autostradali e ponti smisurati.

Il congresso così non va. Lo sanno dentro il Partito democratico, lo dicono i numeri di un partito in picchiata per cui non vale nemmeno l’antico adagio del “è facile aumentare il consenso mentre si sta all’opposizione”. C’è l’opposizione di base, ci mancherebbe, quella tiritera del non essere mai d’accordo ma manca la politica. Scorrendo le agenzie di stampa degli ultimi giorni si ritrovano lanci su Bonaccini che ci spiega come quello con Pina Picerno non sia “un ticket” ma “un tandem”. C’è la notizia di una “diaspora” in Areadem che “andrebbe verso Bonaccini”. C’è chi annuncia di appoggiare qualcuno per “un Pd più riformista, rigoroso e radicale”. C’è una diatriba sul numero degli iscritti. C’è Boccia che definisce Schlein “sinistra occidentale moderna e ambientalista”. C’è Ricci che avvisa che “il congresso non è un talent show”. Ci sono armamentari retorici che appaiono – a essere buoni – piuttosto vetusti.

Manca la politica comprensibile qui fuori. Tra la gente che non ha il tempo di seguire ogni giorno le sfumature politiche, le differenze tra i vari candidati si riducono nella maggioranza dei casi a una simpatia/antipatia o a una presunta appartenenza. Il congresso del Pd finora non ha prodotto un solo spunto di discussione tangibile su qualcosa che si dovrebbe fare urgentemente. La gente non sa cosa farebbero i candidati del congresso al posto di Piantedosi, di Salvini, di Valditara, di Nordio. In realtà non si è nemmeno capito quali siano gli errori – dico concretamente, elencandoli – che avrebbe compiuto Letta.

Questo non è un congresso finora: è una resa dei conti tra bande che hanno sempre meno peso nella politica nazionale, un’orchestra che suona mentre perfino il Movimento 5 Stelle gli sfila i temi storici. Quando comincia il congresso del Pd?

Buon giovedì.

Voci di donne dal mondo. Ginevra Di Marco: La forza del nostro canto collettivo

Un evento dedicato all’universo femminile multiculturale è il concerto che si tiene in anteprima nazionale al Teatro Puccini di Firenze, oggi, giovedì 29 dicembre, alle ore 21. Saliranno sul palco, insieme alla cantautrice Ginevra Di Marco, Almar’à, – l’orchestra delle donne arabe e del Mediterraneo-, la cantautrice Ginevra Di Marco e l’Orchestra di Piazza Vittorio, per uno spettacolo dal titolo She, elle, lei – voci di acqua e di terra, suoni di mare e di sabbia. Ideatore del progetto è il Centro di produzione musicale Toscana Produzione musica (ente che ospita produzioni in molti luoghi dello spettacolo della Toscana e riconosciuto dal Ministero della Cultura per il 2022-2024).

Sarà una grande festa della musica e delle esperienze condivise, che vedrà protagonisti i musiciste e musicisti provenienti da diversi Paesi: Ginevra Di Marco (Italia), Yasemin
Sannino (Turchia), Nadia Emam (Italia/Egitto), Hana Hachana (Tunisia), Houcine Ataa (Tunisia), Carlos Paz (Ecuador), Ziad Trabelsi (Italia/Tunisia), Derya Davulcu (Turchia), Peppe D’Argenzio (Italia), Sana Ben Hamza (Tunisia), Valentina Bellanova (Italia), Silvia La Rocca (Italia/Eritrea), Raul Scebba (Argentina), Emanuele Bultrini (Italia), Pino Pecorelli (Italia). Per i nostri lettori abbiamo incontrato Ginevra Di Marco poco prima dell’inizio, a Roma, delle due giornate di prove intensive in vista del concerto di anteprima di Firenze. Ginevra Di Marco è reduce da un anno dedicato ai lavori per il centenario della nascita di Margherita Hack e ricorda la lunga collaborazione con la astrofisica, condivisa
con i suoi colleghi musicisti Francesco Magnelli e Andrea Salvadori, per la creazione di uno
spettacolo teatrale dal titolo L’anima della Terra vista dalle stelle. «È stata una storia molto
importante di amicizia e di insegnamento per me» racconta. «Il rapporto con lei ha cambiato molto il nostro modo di stare sul palco, il senso che si dà a quello che si fa. Ce ne siamo resi conto ripercorrendo le tappe di questo rapporto in occasione del centenario».

Ginevra, qual è stata la tua reazione alla proposta di Toscana Produzioni musica?
Il lavoro è cominciato a dicembre, abbiamo un po’ messo insieme e mescolato i nostri repertori scegliendo canzoni che sono di tutti e tre i nuclei:, oltre me, l’Orchestra di Piazza Vittorio e Almar’à. Ho accolto la notizia con grande entusiasmo perché sembra arrivata, in chiusura d’anno, a coronamento di un lungo periodo in cui sono stata interprete di musica
popolare nel mondo, e anche perché mi trovo a lavorare con musiciste e musicisti straordinari. Finalmente condivido il palco anche con una buona sezione femminile formata da brave professioniste, che ingentiliscono e riempiono di grazia e di colori lo spazio intorno, e questo mi si riverbera dentro: l’emozione l’ho sentita sulla pelle.

Parli di un vissuto personale, quello della presenza femminile negli ambienti professionali e artistici, che in qualche maniera si collega coerentemente a quanto sta succedendo a livello internazionale, penso alla protesta delle donne iraniane… che, tra le altre cose, dal 1979 non possono più cantare come soliste in pubblico.
Infatti, credo sia un grande messaggio quello di esserci, noi musiciste. E questo lavoro giunge a dare un forte segnale in questo momento. Ho cantato per anni sempre con l’idea che l’incontro con le altre culture sia solo viatico di grande ricchezza per noi stessi, per la nostra vita, per la nostra cultura. E, infatti, è ed è infatti molto bello misurarsi con delle attitudini che sono diverse dalle nostre, diverse da -quelle occidentali-, anche solo più strettamente sul lavoro musicale: perché la musica araba, per esempio, ha tutt’altre regole, estensioni, scale e, suoni a cui il nostro orecchio non è abituato, e questa diversità è estremamente affascinante. E quando l’asticella si alza, Ginevra è contenta:, mi sento stimolata, mi piace imparare, ricercare, mi piace calarmi in un nuovo che
ho davanti.

Come avete scelto il repertorio?
Abbiamo scelto canzoni che riguardano tutti noi. In particolare avevo espresso il desiderio di privilegiare delle canzoni tra quelle meno conosciute, non i soliti cavalli di battaglia che si eseguono nelle tournée e che hanno molto seguito, ma dei lavori più particolari. È stata scelta, tra le altre, una canzone dal titolo “Fuoco a Mare”, che è inserita nel mio omaggio alla cantora argentina Mercedes Sosa.

Il tuo cd La Rubia canta la Negra del 2017:“Fuoco a Mare” è il primo di tredici brani, dal contenuto profondo ed attuale, purtroppo.
Sì, una canzone dedicata ai grandi barconi del mare, all’arrivo delle migliaia di persone che
approdano, quando ci riescono, sulle coste della terra che dovrebbe garantire loro una vita migliore. Questa canzone nasceva sull’onda degli accadimenti e dei miei pensieri di quel periodo ma sappiamo che è un argomento attualissimo, purtroppo. Ed è stato bello che gli altri musicisti siano rimasti colpiti da questo testo, dal senso di questo brano. Poi mi piace rimettere in circolo i miei lavori cambiando gli arrangiamenti e dando vita a nuovi colori, nuove sensazioni, in virtù di una condivisione tra musicisti che contribuiscono con le loro sensibilità a creare qualcosa di diverso.

È stato un lavoro collettivo, quindi, quello della scelta del programma musicale e della stesura dei nuovi arrangiamenti o il merito è di qualcuno in particolare?
Io lavoro a strettissimo contatto, da sempre, con Francesco Magnelli, tra le altre cose bravissimo arrangiatore, il quale pur non partecipando fisicamente al concerto è stato un deus ex machina dietro le quinte, insieme a due elementi dell’Orchestra di Piazza Vittorio, Pino Pecorelli e Ziad Trabelsi che hanno curato arrangiamenti e coordinamento musicale. In sintesi, un lavoro collettivo con questi tre capisaldi.

La sensibilità dimostrata lungo tutto l’arco della tua carriera artistica verso culture diverse sembra esprimersi soprattutto attraverso quelle ai margini, in un mondo veloce troppo spesso indifferente.
Laddove si trovano dei popoli che hanno attraversato grande sofferenza, fatica, miseria, spesso si trovano grandi canzoni e in particolare la canzone popolare, in qualche modo, riesce ad esprimere più direttamente gli stati d’animo. Ovviamente senza generalizzare, non vale sempre. Bisogna saper cercare, instancabilmente… aprirsi all’ascolto esterno e interiore perché la bellezza risuona dentro. Insomma, cerco di rapportarmi al senso, al significato, alla melodia e all’armonia. Ci sono, per esempio, tante canzoni antiche che meritano ancora di essere cantate proprio perché sono il giusto equilibrio di tutti questi elementi, che la gente è bene che conosca, è bene che non se, che non ne perda la memoria. Sono felice di poter dare il mio piccolo contributo affinché quelle canzoni
esistano e facciano ancora il loro viaggio nel tempo perché il mondo che viviamo, così fagocitante, rischia di far sparire velocemente un patrimonio culturale enorme.

Questo spettacolo è dunque un lavoro corale che vira lontano dalle dinamiche competitive frequenti sul palco?
Oh sì! Siamo sempre insieme sul palco, è uno spettacolo che non ha niente a che fare con la kermesse che vuole il susseguirsi degli artisti uno dopo l’altro. Siamo sempre tutti lì dall’inizio alla fine, appassionatamente.

Dopo Firenze, sono previste altre date?
Mi auguro che lo spettacolo così concepito si possa replicare in altre città italiane e anche in
Europa, ma non sarà facile portarlo in giro perché siamo tanti musicisti e dislocati in sedi diverse. Quando si lavora come in questo caso è difficile pensare di farlo per una data unica e quindi spero davvero che non finisca qui. Si è lavorato bene, tra musicisti molto preparati e in un clima bellissimo, che di sicuro avvertirà anche il pubblico che verrà ad ascoltarci.

Te lo auguriamo. Hai altri proponimenti per il nuovo anno?
Sì, mi piacerebbe molto scrivere brani nuovi e realizzare un nuovo disco di inediti.

In apertura: Ginevra Di Marco, foto di Guido Mencari

Insediamento di Lula, alta tensione in Brasile

Cronaca di un attentato mancato. I preparativi della cerimonia di insediamento del nuovo governo di Luiz Inácio Lula da Silva che si terrà a Brasília l’1 gennaio, alle 11 (fuso orario italiano) hanno subito una importante e improvvisa modifica in corso d’opera. Come è noto le forze dell’ordine locali il 24 dicembre hanno disinnescato una bomba piazzata nei pressi dell’aeroporto di Brasilia, scoprendone altre cinque accanto ad un vasto arsenale nell’appartamento preso in affitto dal terrorista arrestato. Quindi il piano è quello di rafforzare ulteriormente le misure di sicurezza del futuro presidente, così come dei futuri Ministri e dei 17 capi di Stato, già confermati per congratularsi con Lula.

Nel covo sono state trovate diverse mitragliatrici, fucili con mira laser, pistole, tute mimetiche e migliaia di proiettili per un valore di circa 22mila euro, una cifra esorbitante in moneta locale, trattandosi di un importo incompatibile con la vita dell’uomo arrestato, gestore di una stazione di rifornimento nello Stato del Pará. Soltanto una settimana prima di questa inquietante scoperta, il ministro della Difesa di Bolsonaro, generale Augusto Heleno, aveva garantito ai sostenitori di Bolsonaro che Lula, apostrofato «bandito» dai manifestanti, non avrebbe varcato la soglia del Palácio do Planalto. Subito dopo la ripercussione negativa del video divulgato dal portale di notizie Metropoles, il generale ha smentito la sua affermazione via Twitter, attaccando la stampa che ha divulgato. Il primo dispositivo atto a provocare una reazione esplosiva è stato trovato sabato 24 dicembre sotto un’autocisterna carica di benzina per velivoli. Caratterizzato da un’emulsione utilizzata dall’industria mineraria, era munito da un detonatore con timer. L’ordigno applicato sotto l’autobotte sarebbe stato azionato nell’aeroporto di Brasília nel corso di un’operazione di rifornimento di un aereo fermo in pista; questa è stata la confessione del terrorista arrestato, un imprenditore di nome George Washington de Oliveira Sousa.

Il nobile gesto del pilota è stato determinante, avendo immediatamente segnalato la sconcertante scoperta alla polizia. Dopo aver confessato l’iniziale intenzione di piazzare l’esplosivo nella centrale di distribuzione elettrica del distretto federale, per provocare un blackout nella capitale, il terrorista ha ammesso di aver confezionato la bomba ad orologeria con dell’esplosivo spedito da altri e di aver agito in gruppo. Secondo la confessione, un secondo terrorista avrebbe installato il manufatto nell’autobotte; insieme, avrebbero deciso di farla esplodere nell’aeroporto nella stessa giornata del 24 dicembre. Il dispositivo, tuttavia, non ha funzionato. La perizia della polizia civile ha confermato il tentativo di azionarlo.
«L’arrestato appartiene al movimento che appoggia il presidente in carica», ha affermato il capo della polizia civile del distretto federale (Pcdf), Robson Cândido, parlando di appartenenza dell’uomo ad un gruppo terroristico non del tutto identificato, ma disposto a disseminare ulteriori bombe per la capitale, con l’obiettivo di turbare o provare ad impedire il regolare svolgimento del processo democratico. «Egli afferma di agire in nome di una missione politico-ideologica. Ci appare evidente che la situazione è ormai del tutto fuori controllo».
A detta di Cândido, se i piani criminali del gruppo terroristico andassero a buon fine, come auspicato dall’arrestato, si verificherebbe una tragedia inimmaginabile, con centinaia di morti. Una delle pagine più buie della storia politica del Brasile democratico.
In effetti, nel corso della giornata del 25 dicembre, altri 40 chili di esplosivi sono stati trovati, assieme a giubbotti anti proiettili, nei pressi di una zona boschiva nella regione amministrativa chiamata Gama, sempre nel distretto federale.

Nella conferenza stampa avvenuta subito dopo l’arresto, il capo della polícia cívil del distretto federale ha chiarito che l’imprenditore arrestato aveva deciso di recarsi a Brasília subito dopo la vittoria di Lula, con l’obiettivo di prendere parte alle manifestazioni a favore del presidente uscente. Una mobilitazione di bolsonaristi, insoddisfatti del risultato elettorale, è in corso dal 30 ottobre, all’interno del comando generale dell’esercito.
In sostanza, da quando Lula ha vinto le presidenziali, un intero quartiere di Brasília, caratterizzato da un numero considerevole di caserme, strutture ospedaliere, servizi e villette destinate alle famiglie dei militari, ospita le tende, i bagni chimici e le strutture adibite a ristoranti, montate da estremisti di destra provenienti da tutto il Brasile. Come svelato dalla magistratura, gli accampamenti bolsonaristi, sparsi ovunque in più caserme, seguendo il modello di Brasília, grazie a un finanziamento collettivo, possono contare di un’ampia rete di imprenditori, politici e professionisti. Il 15 dicembre, il giudice della Corte Suprema, Alexandre de Moraes, ha emesso oltre un centinaio di mandati di arresto, perquisizione e sequestro di beni e blocco dei conti correnti appartenenti al nucleo finanziatore dei sostenitori delle suddette manifestazioni anti-democratiche. Le operazioni sono state svolte in ben otto regioni diverse.
Le indagini riguardavano le attività di tre gruppi sospettati del crimine di «abolizione violenta dello Stato democratico di diritto», previsto dall’articolo 359 del codice penale. Al momento molti di loro risultano latitanti o costretti ad indossare braccialetti elettronici.

Nelle loro ville e appartamenti sono state rinvenute impressionati quantità di armi e munizioni. La decisione di Moraes è stata presa qualche giorno dopo il tentativo di invasione della sede della polizia federale, a Brasília, da parte di un gruppo di estremisti di destra pro Bolsonaro, occasione in cui le vie nei pressi del tribunale superiore elettorale sono state messe a ferro e fuoco da bolsonaristi radicalizzati, oramai dediti al terrorismo interno. Così, il 12 dicembre, autobus e macchine sono stati dati alle fiamme, benzinai saccheggiati e bombole a gas sparse per strada e incendiate, affinché deflagrassero lasciando una scia di morti, feriti e distruzione.
Nonostante le decine di soggetti coinvolti nelle azioni terroristiche, alcune di esse registrate dalle telecamere sparse per le vie di Brasília, era stato compiuto un unico arresto: quello del pastore evangelico indigeno di etnia Xavante, José Acácio Serere, che vanta precedenti penali per narcotraffico e ostenta la sua l’ideologia di estrema destra in rete.

La minaccia all’incolumità fisica anche dei sostenitori di Lula, che si affacceranno sulla via principale dell’Esplanada dos Ministérios, luogo in cui avviene la tradizionale sfilata dei presidenti neoeletti, con una stima di oltre centomila partecipanti, è stata presa seriamente dal futuro ministro della Giustizia e della pubblica sicurezza, Flávio Dino.
«Siamo di fronte a un evento nuovo e gravissimo, che coinvolge un uomo armato con fucili e bombe, che rivela di non aver agito da solo», afferma Dino, puntualizzando che il Brasile è passato ad un «altro livello: quello del terrorismo».
Flávio Dino è un ex magistrato e professore, eletto due volte governatore dello Stato del Maranhão, per il Partito comunista del Brasile.

Passato al Partito socialista brasiliano nel 2021, ed eletto senatore nelle ultime elezioni, come primo compito da neo ministro di Lula, pesa il controllo della sicurezza alla cerimonia di insediamento, a detta sua «tutta da rivedere». Insieme al futuro direttore generale della polizia federale, Andrei Rodrigues, Flávio Dino ha già annunciato che proporrà alla procura generale della Repubblica e al Consiglio nazionale del pubblico ministero la creazione di un nucleo di contrasto al terrorismo.
Dal 26 dicembre l’accesso al Senato è diventato molto più ristretto e metal detector sono stati installati.
Rimane in dubbio anche il tradizionale saluto alla folla del presidente neoeletto, a bordo della storica Rolls-Royce Silver Wraith, una decappottabile utilizzata nelle cerimonie ufficiali che coinvolgono i presidenti della Repubblica brasiliani sin dal 1953. Per quanto riguarda Jair Bolsonaro, ad oggi, non ha proferito parola alcuna riguardo la condanna agli attentati o all’ipotesi di caos generalizzato in cui il Paese rischia di precipitare. Secondo diversi organi della stampa nazionale, il proposito del presidente uscente è arrivare negli Usa il 28 dicembre, pur di evitare la consegna della fascia presidenziale a Lula. Si tratterebbe di un clamoroso gesto simbolico studiato a tavolino, atto a seminare ulteriori violenze, e che conterebbe dell’appoggio dell’ex presidente degli Usa, Donald Trump, disposto ad ospitarlo nella sua residenza di Mar-a-Lago, per i prossimi mesi.

«L’unico codice da seguire nel Mediterraneo è quello dell’umanità»

Il governo Meloni si appresta a varare un nuovo codice di comportamento per le organizzazioni non governative (Ong) che effettuano soccorsi nel mar Mediterraneo. Ne abbiamo parlato con Alessandro Rocca, giornalista e autore del libro ResQ – Storia di una nave e delle donne e degli uomini che la fecero (People, 2022), centosessanta pagine di voci diverse che si giustappongono nel raccontare di come un’idea apparentemente folle, quella di allestire una nave per salvare vite nel Mediterraneo, può concretizzarsi, pur in un momento storico eccezionale come quello della pandemia, attraverso la mobilitazione della società civile e la capacità di fare rete di realtà grandi e piccole sparse in tutta Italia. Rocca fa parte del direttivo dell’associazione ResQ – People saving people, che ha preso vita nel dicembre 2019 e ha messo in mare la vecchia Alan Kurdi, 39 metri e all’attivo già 900 persone tratte in salvo: con il nuovo nome di ResQ People è salpata per la prima volta il 7 agosto 2021 e, in due missioni, ha già salvato 225 uomini, donne e bambini.

Nell’etere in cui viaggiava la conversazione tra me e Alessandro Rocca si sono ben presto materializzati dei presupposti che diventano imprescindibili quando si affronta la questione salvataggi in mare. Il primo è un assunto umano più che umanitario, e cioè che «salvare una vita è sempre una buona idea», come ripete a mo’ di mantra Rocca durante l’intervista, e che nella prefazione del suo libro trova espressione nelle parole dell’attrice Lella Costa: «Tra salvare una persona o lasciarla morire, ci sono alternative? Si può scegliere?». Quello che per Rocca e Costa è un obbligo morale costituisce chiaramente anche un preciso obbligo degli Stati, che prevale su qualunque accordo bilaterale gli stessi possano siglare al fine di “contrastare l’immigrazione irregolare”: già nella Convenzione di Bruxelles del 1910 si legge, all’articolo 11, che «ogni capitano è tenuto (…) a prestare assistenza a qualunque persona, anche nemica, trovata in mare, in pericolo di vita». Il secondo presupposto è che una volta effettuato il soccorso le persone dovrebbero essere fatte sbarcare al più presto nel porto sicuro più vicino. Anche in questo caso non si tratta solamente di un principio di buon senso, ma in primo luogo giuridico: la Convenzione di Amburgo del 1979, nota anche come Convenzione Sar (Search and rescue), stabilisce infatti che il soccorso è «un’operazione per recuperare persone in pericolo, provvedere alle loro prime necessità mediche o di altro tipo e portarle in un luogo sicuro» e obbliga gli Stati a cooperare in questo senso.

La terza premessa la spiega Rocca in questo modo: «Noi ci siamo, ma non dovremmo esserci. Queste sono operazioni di ricerca e soccorso che dovrebbero svolgere la nostra Marina militare, come ai tempi dell’operazione Mare nostrum (operazione militare e umanitaria messa in atto tra l’ottobre 2013 e l’ottobre 2014 nello Stretto di Sicilia a seguito del tragico naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui ci furono 366 morti accertate, ndr), l’Unione europea, le istituzioni. ResQ, insomma, non dovrebbe esistere».
Invece, ResQ esiste, ed è nata proprio dall’urgenza di solcare il Mediterraneo causata da quella che anche Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) descrive come una «sostanziale latitanza e, comunque, inefficacia delle attività di ricerca e soccorso da parte delle autorità europee ed italiane sul Mediterraneo centrale», che si conferma essere una delle rotte più attive e pericolose a livello globale, e dove dall’ottobre 2013 hanno perso la vita quasi 20mila persone (dati Unhcr). Le imbarcazioni di organizzazioni umanitarie come la ResQ people che da giugno hanno effettuato operazioni di soccorso sul Mediterraneo sono una quindicina. In realtà, però, secondo gli ultimi dati del Ministero dell’interno rielaborati dal Cir (Consiglio italiano per i rifugiati) per il periodo 1 gennaio- 11 agosto 2022, solo una minima parte (16%) degli sbarchi in Italia è stata effettuata tramite l’ausilio delle Ong, mentre la parte restante degli arrivi è avvenuta in autonomia mediante imbarcazioni di fortuna o mediante altri eventi Sar della Guardia costiera italiana o di unità mercantili.

Gli ultimi anni di ricerche hanno definitivamente smontato l’annosa questione delle navi Ong come pull factor (fattore di attrazione) per le partenze dalle coste nordafricane: tra tutti citiamo lo studio di Matteo Villa ed Eugenio Cusumano, che tra il 2014 e il 2019 rilevavano che nei giorni in cui le navi delle Ong si trovavano al largo della Libia non si notava un aumento delle partenze. Sulla questione ha mostrato un cambiamento di rotta addirittura Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, in seguito alle dimissioni nell’aprile di quest’anno del controverso direttore Fabrice Leggeri, sospettato di aver coperto alcuni respingimenti di massa nel Mediterraneo. Eppure, nonostante queste evidenze, in un’intervista di poche settimane fa Giorgia Meloni ha dichiarato, citando la stessa Frontex, che «alcune Ong rappresentano un fattore di spinta dei flussi di migranti illegali, con conseguenze sia sugli arrivi che sui morti in mare», e si ipotizza che all’interno del Codice di condotta per le Ong che il governo è in procinto di varare sia inserita, proprio in questo senso, la raccomandazione di non comunicare la propria posizione a imbarcazioni che stanno per lasciare le coste tunisine o libiche.

«Una raccomandazione inutile, oltre che assurda», spiega Rocca, «perché qualsiasi nave in navigazione, da quella di soccorso, al mercantile, alla nave da guerra, ha l’obbligo di mantenere il transponder acceso e la propria rotta tracciabile. Esistono delle applicazioni come VesselFinder, ad esempio, dove inserisci il nome della nave e ti viene segnalato esattamente dove questa si trova: non c’è bisogno, insomma, che ci sia una corrispondenza tra presunti trafficanti ed eventuali altri personaggi. La questione del pull factor è un problema inesistente, utilizzato da chi vuol fare propaganda e non ha altri argomenti, per andare dietro alle promesse fatte durante la campagna elettorale, quando aveva assicurato al proprio bacino elettorale che sarebbero cambiate alcune cose».
Quella di essere un pull factor è solo una delle accuse mosse alle Ong, che forse devono al loro sguardo libero e indipendente su quello che succede al di là del Mediterraneo – in primis, in Libia – il fatto di essere criminalizzate sul piano politico e mediatico, e di essere soggette all’applicazione di misure discriminatorie come quella del Codice di condotta. Le ipotesi che circolano relativamente al nuovo Codice si presentano come regole di comportamento che, se violate, implicherebbero pesanti sanzioni amministrative e impedirebbero alle persone di sbarcare.

Alcune di queste raccomandazioni, come il fatto di poter intervenire solo in caso di pericolo e l’obbligo di comunicare il proprio intervento e di coordinarsi con le autorità competenti, sono «cose che già si fanno in mare», spiega Rocca, ribadendo il fatto che le navi delle Ong, così come ogni soggetto che naviga, sono obbligate a rispondere alla legislazione internazionale, a fronte della quale codici di questo tipo non hanno alcun valore giuridico. Ci sono poi, però, altre questioni. L’obbligo di «un solo rescue per missione», prima di tutto: le navi umanitarie dovrebbero chiedere il porto sicuro alle autorità e portare a terra le persone immediatamente dopo ogni intervento, senza rimanere in zona Sar «in attesa di altre imbarcazioni». In contrasto, poi, con la seconda premessa cui accennavamo inizialmente, il porto sicuro potrebbe anche non essere il più vicino, come è avvenuto pochi giorni fa alla nave Life Support di Emergency, a cui è stato assegnato il porto di Livorno dopo aver soccorso 70 naufraghi in zona Sar libica. Commenta così Rocca: «L’autorità può assegnarti un porto lontano perché ritiene che sia più adatto ad assistere le persone da far sbarcare, ma questo significa far navigare altre 20-25 ore persone già pesantemente provate da mesi o anni di viaggi nel deserto, in mare, da detenzione, stupri e torture». E, ancora, i soccorritori potrebbero dover chiedere alle persone a bordo di manifestare il proprio interesse sull’eventuale domanda di protezione internazionale, in modo tale che sia il Paese di bandiera della nave a farsi carico dell’accoglienza una volta avvenuto lo sbarco.

Una direttiva che, in un certo senso, andrebbe nella stessa direzione degli sbarchi selettivi cui ci ha abituati il ministro degli Interni Piantedosi negli ultimi mesi. E che, ancora una volta, dilaterebbe il tempo trascorso sulla nave, in netto contrasto con quanto dettato dalla Convenzione di Amburgo. «Il soccorso di fatto termina quando le persone sono sbarcate in un porto sicuro – spiega Rocca – e solo a quel punto si può verificare chi ha diritto di asilo o di un altro tipo di protezione. Come fai a dire che una persona non ha diritto di sbarcare semplicemente perché è un ragazzo di ventidue anni robusto e in buona salute? Magari viene da un Paese in guerra, magari ha subito persecuzioni, magari non può professare la sua religione o la sua tendenza sessuale. Intanto la fai sbarcare».
Una volta a terra, poi, ci sarebbe da ristrutturare un sistema di accoglienza fragile e impostato su un carattere di emergenza che non esiste. «Dovrebbe essere rivisto il regolamento di Dublino (che determina che il primo Paese dell’Ue di arrivo sia quello responsabile dell’esame della domanda di protezione internazionale, ndr) facilitando dei percorsi di redistribuzione in Europa e aprendo dei corridoi umanitari che permettano alle persone giunte in Italia di raggiungere i Paesi europei dove vogliono arrivare perché magari lì hanno un amico o un familiare. L’accoglienza dovrebbe, inoltre, puntare all’inclusione delle persone e non all’istituzione di nuovi Centri di permanenza per il rimpatrio o centri di simil-detenzione», suggerisce Rocca che, infine, conclude: «Quello a migrare è un diritto universale. Siamo tutti figli dell’immigrazione, nessuno escluso.”

Le lacrime di Giorgia e del coccodrillo

Niente, non ce la fanno. Fingono di essere rispettosi della Costituzione e dei ruoli che ora ricoprono avendo vinto le elezioni ma poi basta un debole soffio per svelare la natura di Giorgia Meloni e della classe dirigente del suo partito. Le celebrazioni della nascita del Movimento sociale italiano sono una cartina tornasole.

Prima è stato il turno di Isabella Rauti che cita Tolkien («le radici profonde non gelano») che fomenta la fiamma, la stessa che Giorgia Meloni definì simbolo del «riconoscimento del percorso fatto da una destra democratica nella nostra storia repubblicana» rispondendo a Liliana Segre. Ieri è spuntato anche Ignazio La Russa che, tra le altre cose, da presidente del Senato dovrebbe avere un equilibrio ancora maggiore. Furbescamente La Russa (come nel caso di Isabella Rauti) pone la questione con un po’ di condimento familiare e ricorda la fiamma riferendosi al padre «che fu fra i fondatori del Movimento sociale italiano in Sicilia e che scelse il Msi per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana». Il tutto con la fiamma tricolore, ovviamente.

«Signori, – ha scritto ieri il dem Emanuele Fiano – in questi giorni l’esaltazione dell’Msi, partito fondato dai fascisti reduci di Salò, come Almirante e Romualdi, è ormai ai massimi livelli, qui la seconda carica dello Stato. E voi? Ex colleghi in Parlamento? Tutti zitti?». Qualcuno giustamente protesta. La Russa si difende. Per fortuna rimette le cose a posto la presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni: «Si celebrano oggi – dice Di Segni –  i 75 anni dalla promulgazione della Costituzione repubblicana, l’affermazione della nostra democrazia antifascista. Eppure c’è chi ritiene di esaltare un altro anniversario – quello della fondazione del Msi – partito che, dopo la caduta del regime fascista, si è posto in continuità ideologica e politica con la Rsi, governo dei fascisti irriducibili che ha attivamente collaborato per la deportazione degli ebrei italiani. Grave che siano i portatori di alte cariche istituzionali a ribadirlo, legittimando quei sentimenti nostalgici». Netto anche l’Anpi. «Con tutto il rispetto per i suoi affetti familiari, l’Onorevole La Russa non ha ancora capito che è il Presidente del Senato della Repubblica antifascista e non il responsabile dell’organizzazione giovanile del Msi. Il suo post è uno sfregio alle istituzioni democratiche», fa sapere il presidente dell’associazione nazionale partigiani, Gianfranco Pagliarulo.

Chissà che ne dicono coloro che avevano scambiato le lacrime di Giorgia Meloni qualche giorno fa in occasione dell’Hannukkah, ricordando la deportazione degli ebrei. Chissà a cosa si riferiva la presidente del Consiglio quando nel suo discorso disse “non tradiremo”. Chissà cosa altro ci vuole per capire che Giorgia Meloni e i suoi compari sono quella roba lì, nient’altro. A proposito, il nome Msi fu scelto – lo dicono i fondatori stessi – perché  «M è l’iniziale per noi più chiara e significativa, non esprime solo Movimento, ma lo consacra con l’iniziale mussoliniana. Vi sono poi le due lettere qualificative della Rsi».

Buon mercoledì.

Nella foto: Giorgia Meloni alla cerimonia dell’Hannukkah (frame video YouTube Vista)

Il presepe della ministra Roccella

Con la complicità dei luculliani pranzi che hanno offuscato la lucidità di questi giorni è passata quasi inosservata l’uscita della ministra alla Famiglia Eugenia Roccella che ha pensato bene di rimpinzare la propria pagina Facebook nelle ore natalizie con una storia recuperata dalla cronaca locale riuscendo a strumentalizzare contemporaneamente il Natale, la legge 194 e la povertà raccontata – per l’ennesima volta – dal lato sbagliato.

Il quotidiano Il Giorno racconta che a Milano una coppia di senzatetto è stata costretta dalle condizioni di povertà a rinunciare al riconoscimento di un figlio appena nato.  «Come farebbe a sopravvivere con me al gelo?», avrebbe detto la madre. La coppia vive in una tenda vicino a una stazione nei pressi di Milano. La ragazza non ha riconosciuto il bambino entro i dieci giorni previsti per legge, ma non l’ha fatto perché ha realizzato che non sarebbe stata in grado di accudirlo: «Mi hanno dato dieci giorni di tempo per riconoscere mio figlio – ha raccontato al quotidiano Il Giorno -. Ma come farebbe a sopravvivere con me al gelo?». Quindi, ha lasciato trascorrere, per necessità, il termine per riconoscere il neonato e dunque il parto è diventato anonimo e si è automaticamente avviata la procedura per l’adottabilità.

La ministra, come accade nei giorni in cui la politica è in vacanza, ha pescato dalla cronaca e ha rilanciato: «Fra le storie che il Natale ci racconta – scrive Roccella – c’è stata in queste ore quella di Sabrina e Michael, giovani genitori in condizioni di difficoltà economica estrema. La ragazza, nel dare alla luce il suo bimbo nato prematuro, ha scelto di lasciarlo in ospedale senza riconoscerlo»

«Una situazione – ha scritto la ministra Roccella – che determinerebbe uno stato di adottabilità. Di questa vicenda non conosciamo abbastanza, solo le notizie riferite dagli organi di informazione, fra cui le parole della ragazza. Non possiamo avere la certezza che in condizioni diverse Sabrina avrebbe tenuto il bambino, sappiamo però che queste sono le motivazioni addotte. E sappiamo che sono tante le Sabrina che rinunciano alla maternità per ragioni economiche». La ministra ha chiuso ricordando con forza che: «Non serve una legge, perché la legge c’è. È la 194, e andrebbe soltanto attuata. Perché anche tanti che a parole la difendono poi non la mettono in pratica nella sua interezza. Anche questo è un problema di libertà femminile».

L’intento è chiaro: mettere in discussione per l’ennesima volta la 194 lasciando intendere che qualcuno vorrebbe raccontarne solo una parte. La ministra sa e finge di non sapere che quella coppia non avrebbe tenuto il figlio in cambio di qualche bonus utile solo a fare bassa propaganda di basso spirito di “famiglia”. Si tratta, si badi bene, di una ministra di un governo che tra le poche misure prese finora può annoverare l’avere innescato l’ennesima guerra ai poveri oltre alla solita guerra agli invisibili. La coppia sventolata dalla ministra Roccella rappresenta il nemico perfetto per la propaganda del governo di cui fa parte: sono senza documenti e quindi non hanno accesso a nessun tipo di cure mediche, sono senza lavoro e quindi rientrano nei canoni dei “nulla facenti” contro cui si scagliano ogni giorno e sono senza documenti rientrando di fatto nel paradigma dei “clandestini”. Quei due genitori mancati fanno parte dell’esercito dei 100mila che non hanno una casa, non hanno soldi per un affittare un tetto sopra la testa e non sono iscritti nelle liste di nessun medico di base. Un buco legislativo che Emilia Romagna, Puglia e Piemonte hanno sanato con una legge regionale e che la ministra Roccella potrebbe risolvere molto velocemente con una legge semplice semplice che si occupi del diritto di iscrizione alle liste dei medici di base anche senza dimora e ripristinando fondi per il disagio abitativo, senza bisogno di masticare la legge 194 per sporcarla.

Buon martedì.

Azar Nafisi: «Così le donne iraniane lottano contro chi vuole sequestrare la loro identità»

La scrittrice iraniana Azar Nafisi non ci dorme la notte per l’apprensione, la speranza e insieme il dolore per quanto sta avvenendo in Iran, incendiato da una straordinaria rivoluzione non violenta, laica, che vede le donne in prima fila, ma repressa violentemente dal regime degli ayatollah. Non passa giorno senza notizie di stupri, violenze impiccagioni in un crescendo agghiacciante che lascia senza fiato.

Ma nonostante la strage di giovani che il regime teocratico sta compiendo in modo criminale e inaccettabile «la rivolta non si fermerà, è inarrestabile il cambiamento che sta avvenendo in Iran», dice l’autrice del bestseller Leggere Lolita a Teheran, che è stata a Roma a dicembre per incontrare i lettori in occasione dell’uscita dell’edizione Adelphi del suo Quell’altro mondo. Nabokov e l’enigma dell’esilio e mentre è da poco uscito negli Stati Uniti il suo nuovo Read Dangerously: The Subversive Power of Literature in Troubled Times che parla della forza sovversiva della letteratura, dell’esigenza di conoscere, di ricerca della verità umana (sarà tradotto e pubblicato da Adelphi nel 2024).

Dopo essere stata cacciata dall’Università di Teheran dove insegnava, Azar Nafisi dal 1997 vive negli Usa. Intervistata da Le Monde ha raccontato di aver capito immediatamente che qualcosa di eccezionale stava accadendo in Iran quando mesi fa suo marito, che più di lei segue quotidianamente quel che accade nel Paese, le ha detto che i manifestanti gridavano “donna, vita, libertà”: lo slogan delle donne curde, ispirato agli scritti del leader del Pkk Abdullah Öcalan che l’autocrate turco Erdoğan ha seppellito vivo in un carcere su un isola, in totale isolamento.

«Quello slogan mi ha fatto subito capire che la posta in gioco della rivolta è assolutamente vitale», ha detto Azar Nafisi alla testata francese. «Questo movimento ha un obiettivo: recuperare la vita, perché la Repubblica islamica ci ha privato della vita che abbiamo sempre desiderato. Riprendendoci la libertà, riavremo anche la nostra vita perduta. La lotta degli iraniani non è solo resistenza politica ma lotta esistenziale». Vuole la fine del regime questa rivolta giovanile che è esplosa dopo la morte della ventenne curda iraniana Masha Amini causata dalla polizia della morale che l’ha massacrata di botte per una ciocca fuori posto.

«I manifestanti sanno che questo regime non può essere riformato. Vogliono la caduta del sistema, cioè una rivoluzione», dice Nafisi. «A questo punto non è più il popolo ad avere paura. Parliamo di decine di migliaia di giovani che si riversano nelle strade e nelle piazze, gli sparano addosso, ma loro il giorno dopo ritornano in piazza, allora cosa fanno? Non li possono ammazzare tutti, non li possono mettere tutti in prigione».

In questa situazione cosa può fare l’opinione pubblica internazionale? Cosa può fare la scrittura e la letteratura per dare sostegno alla lotta nonviolenta chi manifesta e troppo spesso finisce ingiustamente in carcere e alla forca? A queste domande cruciali che ci riguardano da vicino e che interrogano il suo ruolo di ex docente e oggi scrittrice di fama mondiale Azar Nafisi ha risposto con generosità durante il suo recente tour in Italia durante l’incontro a Più libri più libri e poi alla Libreria Nuova Europa, intervistata rispettivamente fa Michela Murgia e dal traduttore, docente e scrittore Edoardo Rialti. Ed è proprio in questa seconda occasione, più intima e diretta, che la scrittrice è andata più in profondità, parlando della sua formazione cosmopolita, dell’àncora che la letteratura ha rappresentato per lei per resistere al regime e poi negli anni di esilio, della curiosità e dell’interesse verso l’altro, lo sconosciuto, che spinge a leggere e scrivere. Ecco qualche passaggio delle sue riflessioni sull’immaginazione e su quella straordinaria democrazia che è la letteratura che non conosce confini e barriere. Tema appassionante su cui avemmo l’occasione di parlare nel 2015 quando uscì il suo libro La repubblica dell’immaginazione .«Avere immaginazione, avere fantasia significa essere curiosi. La curiosità è sovversiva diceva Nabokov. Letteratura e scienza da questo punto di vista procedono sullo stesso binario, entrambe si basano sul desiderio di sapere, sul piacere quasi sensuale di conoscere il mondo, l’ignoto, lo straniero. Per questo c’è bisogno di empatia, quel sentimento senza il quale non possiamo sopravvivere e che ci lega gli uni con gli altri», racconta Azar Nafisi. «L’arte non funziona con mezzi ideologici, funziona sul piano esistenziale. L’arte è ciò che ci induce a guardare in faccia noi stessi. Per questo –  ha esordito la scrittrice nell’incontro alla Libreria Nuova Europa di Roma –  vorrei chiedervi il permesso di raccontarvi una storia, lo faccio in ogni volta che ho la possibilità e l’occasione di parlare per ricordare una mia studentessa: Rosie».

La vicenda risale a quando Azar Nafisi insegnava ancora in Iran. Fra le allieve del corso di romanzo c’era una giovanissima dal viso minuto e dai grandi occhi che sbucavano dal velo. Era figlia di una donna delle pulizie che aveva perso il marito. Musulmana praticante, Rosie si era subito segnalata per la sensibilità e l’intelligenza brillante. Studiando letteratura si era innamorata delle indipendenti figure femminili immaginate dallo scrittore americano Henry James. «Quando entri nel mondo della letteratura, così come quando entri in una libreria, varchi i confini», fa notare la scrittrice, un’esperienza che ha vissuto fin da piccolissima quando suo padre, Ahmad Nafisi, entrava nella sua stanza per raccontarle ogni sera una storia diversa, portandola in Italia con Pinocchio, in Francia con piccolo principe, in Inghilterra con Alice. E all’università capitava anche a Rosie che non era stata altrettanto fortunata da piccola da poter godere come la scrittrice dell’affetto e degli stimoli di un padre che era stato il più giovane sindaco di Teheran all’epoca dello scià, e di una madre, Nezhat Nafisi, che fu fra le prime donne a sedere nel Parlamento iraniano.

Finito il corso Nafisi non vide più la giovane studentessa, se non una volta per strada durante un periodo di feroce repressione come ce ne sono stati in Iran. Rosie le fece un cenno per farle capire che era meglio non salutarsi in pubblico. «Quella fu l’ultima volta che la vidi. Anni dopo un’altra mia studentessa mi disse di essere stata in prigione con Rosie e che in quei giorni terribili riuscivano a sorridere parlando dei personaggi di James e di Fitzgerald». Ma poi successe un fatto terribile. Se delle due ragazze fu rilasciata l’altra fu uccisa del regime. «Henry James non aveva salvato Rosie – constata dolorosamente Nafisi -. Quando hai perso ogni speranza l’unica cosa che resta è ciò che ci parla della dignità dell’essere umano. Allora ti rivolgi all’arte, alla letteratura, alla musica e alla poesia. Quelle sono le molle che riattivano memorie profonde. L’arte è la miglior vendetta sulla distruzione e sulla morte».
È quello che sanno anche i giovani manifestanti di oggi in Iran, che sfidano il regime a mani nude, come il 23enne Majidreza Rahnavard, che prima di essere impiccato, quando atrocemente gli è stato detto di esprimere l’ultimo desiderio ha detto: non venite a pregare sulla mia tomba, non venite a leggere il Corano ma a fare musica allegra.

 

Come lui sono stati mandati alla forca altri giovanissimi mentre tante ragazze, per il solo fatto di essersi tolte il velo ed aver manifestato pacificamente, sono state stuprate a morte, uccise di botte.

«È drammatico e inaccettabile. Ma la speranza per l’Iran viene proprio da questi ragazzi che non accettano più che la loro identità venga cancellata», rimarca Azar Nafisi. «La prima cosa che un regime totalitario fa è confiscare la tua storia, crede di poterti privare della tua identità per imporre la sua legge, le sue prediche su di te. Non a caso il primo target dei regimi sono le donne, le minoranze, chi esprime una cultura differente». Non a caso, ricorda la scrittrice, i primi dipartimenti che furono chiusi dagli ayatollah furono quelli umanisti. Khomeini diceva che le facoltà umanistiche erano più pericolose delle bombe, perché instillavano nella mente dei giovani il veleno delle idee occidentali. Contemporaneamente il regime smantellò le leggi che proteggevano le donne, cancellando il divieto di matrimonio sotto i 18 anni, legalizzando la poligamia e i matrimoni temporanei che permettono di noleggiare una donna, condannando le donne alla morte per lapidazione se accusate di adulterio. Rispetto a tutto questo le donne iraniane non hanno mai smesso di combattere. Già all’indomani della rivoluzione scesero in piazza in massa non appena fu paventato l’obbligo del velo. Nonostante questo di lì a poco fu emessa la fatwa che lo imponeva.

«L’Iran è uno dei Paesi che fra i primi ha avuto donne ministro. Le donne hanno sempre svolto le più varie professioni prima dell’arrivo del regime teocratico – ricorda Nafisi – ma la cosa che mi ha sempre stupito molto vivendo negli Stati Uniti e che tutto questo ai più è sconosciuto. Ad ogni conferenza o incontro pubblico c’è sempre qualcuno che mi dice, lei non fa testo, lei è occidentalizzata. “Quella è la loro cultura”. Come possiamo accettare lapidazioni, i matrimoni a 9 anni, decapitazioni? Se tout court la cultura iraniana viene identificata con quelle pagine nere, allora – conclude la scrittrice – dovremmo dire che la cultura europea è il fascismo e il nazismo, che quella statunitense si identifica interamente  con il genocidio degli indiani e lo schiavismo. Ogni cultura ha qualcosa di cui vergognarsi. Ogni cultura ha il diritto di cambiare».

 

La mangiatoia dei poteri forti

Alla viglia di Natale la maggioranza parlamentare del governo Meloni ha approvato, alla Camera, la manovra di bilancio. Di regalo di Natale per il popolo non c’è nulla. Solo carbone, oltre a quello fossile di cui continuano ad aumentare la produzione, alla faccia del cambiamento climatico. Un po’ di doni ci sono per chi non dovrebbe avere doni dallo Stato: aumento dell’uso del contante per i piccoli evasori, la tassa piatta per chi non sta poi così male, men che mai hanno pur solo pensato di prendere ai super ricchi per dare ai più poveri.
Sono la maggioranza e il governo dell’odio di classe. Poi magari sono anche intrisi di bigottismo in salsa da cattolicesimo praticante, vanno a messa tutte le sante domeniche e si riempiono di segni della croce. Il messaggio della mangiatoia di Betlemme e di Gesù, la testimonianza del Vangelo, non sanno nemmeno cosa siano. È il governo dei poteri forti, quello che non ha tassato adeguatamente chi si è arricchito sulle speculazioni del gas e dell’energia: quindi un governo amico dei grandi padroni e nemico delle famiglie, dei poveri, dei lavoratori, dei pensionati, delle imprese. Un governo che dichiara anche guerra sociale ed economica ai più poveri cominciando la progressiva distruzione del reddito di cittadinanza. Ovviamente nessun salario minimo, nessun adeguamento degli stipendi all’inflazione, qualche misera mancetta sulle pensioni minime. Un Governo che reitera in peggio il pensiero del draghismo con una evidente matrice ideologica di destra. Dallo sprezzo per i migranti considerati merci, agli arresti per chi manifesta dissenso all’ordine costituito, dai privilegi del potere travestiti da merito, al linguaggio arrogante contro giovani e poveri. Per nulla, poi, una maggioranza sovranista con al centro la Nazione, uso termini abusati dalla propaganda di destra. Altrimenti avrebbero osato con l’Europa, forti del mandato elettorale e avrebbero potuto fare una manovra che metteva al centro i diritti sociali e pubblici, tanto urlati un tempo dalla destra. Giorgia Meloni segue, in realtà, il pensiero culturale e politico di Berlusconi e Draghi: neoliberismo predatorio, macelleria sociale, repressione del dissenso, occupazione delle istituzioni, propaganda subculturale.
E stanno per preparare un bel regalo a corrotti e mafiosi dopo aver loro già dato qualche gustoso antipasto con l’eliminazione di taluni benefici penitenziari, la modifica della legge “spazzacorrotti”, la nuova normativa sugli appalti. Il regalo per il 2023 sarà la riforma della giustizia: meno intercettazioni per poter scoprire corrotti, ladri di Stato e mafiosi, la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale e la sottomissione del PM al governo.

Vogliono mani libere per aumentare le mani in pasta. La forza della destra, però, si fonda molto sull’assenza della sinistra, sul fallimento del centro-sinistra e dell’incapacità dimostrata dal movimento5stelle di rompere il sistema e costruire un’altra politica. Il 2023 può essere un anno importante per unire le storie, individuali e collettive, che vogliono rappresentare la rottura del sistema e la costruzione dell’alternativa di governo. Ci vogliono storie credibili, questione morale, valori forti, attuazione della Costituzione, idee chiare, organizzazione sociale e politica, militanza, concretezza e visione, libertà ed autonomia d’azione, capacità di costruire convergenze. Da soli non si va da nessuna parte in politica, mentre insieme, senza compromessi morali, evitando di far prevalere logiche settarie a vocazione minoritaria e provando a motivare le masse popolari, si può certamente intravedere la luce fuori dal tunnel.