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Governo dietro la lavagna

Ieri il testo della manovra di quelli che hanno passato l’intera campagna elettorale a dirci che erano “pronti” è dovuta tornare per la seconda volta in commissione Bilancio alla Camera per essere corretta. La Ragioneria dello Stato ha evidenziato con il pennarello blu 44 errori e ha chiesto uno stralcio.

È saltato il finanziamento triennale a Radio radicale poiché per il 2024 e il 2025 non c’erano i soldi per poterlo coprire. Sono state riviste anche le norme sul bonus cultura ai 18enni poiché mancavano le coperture. Sullo smart working dalle parti del governo non avevano fatto i conti con la sostituzione di professori e insegnanti.

La Ragioneria di Stato ha contestato anche l’aumento di risorse al ministero per l’Agricoltura: una norma, scrivono, «foriera di generare o ampliare disparità di trattamento rispetto ad altri ministeri, con verosimili onerose richieste emulative da parte di quest’ultimi».

La Legge di Bilancio è rimasta per sei giorni in commissione, mentre i partiti della maggioranza litigavano tra di loro. Appena arrivata in Aula è stata rispedita indietro per correggere gli errori compiuti (tra cui un emendamento del Pd votato per errore dalla maggioranza che sarebbe costato mezzo milione di euro che non c’è).

Hanno dovuto bloccare lo scudo penale ordinato da Silvio Berlusconi. Hanno ritirato le proposte su Pos, su innalzamento del tetto dei contanti, sull’eliminazione dello Spid. Da settimane parlano del protocollo del ministro Piantedosi sulle Ong (che già sappiamo essere illegittimo, anche solo da ciò che ha anticipato il ministro) ma ancor non si vede. Non c’è nessuna idea a lungo raggio al di là delle consuetudini già in vigore con il governo Draghi. Improvvisazione e mancanza di coesione nella maggioranza: alla fine servirà mettere la fiducia per riuscire a stare nei tempi.

Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, in una intervista al Corriere della Sera, dice che nella manovra ci sono i loro “punti di forza”. A posto.

Buon venerdì.

Non erano pronti ma non sono nemmeno capaci

A un certo punto passa per sbaglio un emendamento firmato dal dem Andrea Gnassi: 450 milioni di euro per i Comuni e per Anci. Poi si corre per recuperare l’errore. C’è da capirlo, 450 milioni di euro sono una cifra maggiore rispetto a quella messa a disposizione per tutte le modifiche parlamentari.

La manovra è un quasi fallimento nei contenuti e nei modi. Giorni di preoccupazione al ministero, tra i funzionari, in Bankitalia per una quadra che non si riusciva a trovare. A Giorgia Meloni e compagnia viene facile raccontare che la colpa sia dell’opposizione. La “colpa dell’opposizione” è un condono sempre disponibile per tutti i governi. Due giorni fa rifletteva il deputato del Terzo polo Luigi Marattin: «Se la maggioranza ha i numeri per fare passare i provvedimenti che c’entra l’opposizione?»· Ed è proprio così.

Forse sarà che il centrodestra ha elargito promesse (molte irrealizzabili e molte molto stupide) per anni e ora alla prova dei fatti si ritrova con la coperta troppo corta. «Non è un problema di idee, è un problema di fondi», spiega il leghista Giorgetti. Certo, con una disponibilità infinita di soldi la legge di Bilancio sarebbero capaci di farla tutti, perfino i bambini.

La manovra di un governo, soprattutto la prima manovra di un governo, è la messa a terra del proprio manifesto politico e questa manovra finanziaria è esattamente la fotografia di una destra pasticciona e pasticciata, divisa in mille rivoli anche dentro i partiti che la compongono, senza nessuna idea. Per settimane abbiamo discusso di provvedimenti che non ci sono (dal Pos, al tetto dei contanti e così via) perché questa maggioranza continua ad adottare le tecniche dell’opposizione: distoglie, fa rumore, solletica un populismo rivoluzionario molto naïf. Ma qui non c’è nulla da cui distogliersi perché nelle carte c’è un’idea economica di Paese che è molto la copia sbiadita di Draghi e per il resto contiene le solite stolide teorie della destra.

Ieri sera nelle trasmissioni televisive, a poche ore dalla legge di Bilancio in aula, si discuteva di cinghiali che finalmente possono essere ammazzati davanti ai cassonetti sotto casa. L’agenda dei temi di discussione intorno alla manovra finanziaria è un termometro chiaro.

Che non siano pronti ormai è evidente a tutti. Ora c’è il ragionevole dubbio che non siano nemmeno capaci.

Buon giovedì.

Violenza sulle donne nella Chiesa cattolica: Il “caso Rupnik” è solo una punta dell’iceberg

«Siamo determinate a condurre una battaglia senza sconti per denunciare le “strutture di peccato” in cui si radica il “caso del religioso gesuita Marko Rupnik”», accusato di violenza psicologiche e sessuali da oltre dieci religiose. Di questo «impianto la Chiesa cattolica è artefice e protagonista». Così Re-in-surrezione, una rete di persone appartenenti alle associazioni Donne per la Chiesa e Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, commenta gli ultimi sconcertanti sviluppi della vicenda che vede protagonisti Rupnik, teologo e artista religioso di fama mondiale, la Compagnia di Gesù e la Santa Sede, impegnati a cercare di far trapelare il meno possibile circa le accuse che inseguono il religioso sin dai primi anni Novanta.

«Troppo spesso – proseguono le attiviste di Re-in-surrezione – abbiamo constatato che nei movimenti ecclesiali/congregazioni/culti ci si serve surrettiziamente di alcune categorie ecclesiologiche per usare e manipolare persone (quasi sempre donne) che si avvicinano a tali contesti religiosi in nome di una chiamata spirituale. Queste donne sono limpide, fiduciose, ignare degli “adescamenti” che troppo spesso – oramai lo abbiamo verificato nella nostra non più breve esperienza – si compiono».

La logica, secondo le firmatarie del documento, «è quella del dominio del chierico maschio “ontologicamente superiore” e in nome dell’“obbedienza”, “umiltà”, “segretezza delle procedure”, “perdono”, del “non infangare una santa istituzione”, della “adorazione verso chi incarna il sacro” e altre categorie “dello spirito”, si cattura la persona in una rete di soprusi, abusi, macchinazioni perverse, dove le logiche della sudditanza e dell’omertà sono la regola». La minaccia, come ha raccontato a Left una testimone, è solo allusa: Quella di subire le conseguenze di un potere androcentrico totalitario e quindi la condanna all’infamia, oltre che al baratro esistenziale in caso di dissenso conclamato e all’ isolamento senza nessuna via d’uscita percorribile.

  • «La cultura dello stupro (che non è solo fisico, ma anche spirituale) passa di qui – si legge ancora nel documento -. Non ci intratteniamo sui dettagli del caso Rupnik, degno perpetratore di tale cultura. Vogliamo puntualizzare però alcune osservazioni:
  • Rupnik è sì uno tsunami, ma è solo la punta dell’iceberg: non è la mela marcia dentro a un paniere di mele sane, non è il criminale mentre i suoi sodali sarebbero innocenti. Si tratta di una malattia endemica che pervade il sistema ecclesiastico tutto e che in Italia, in particolare, si tende a occultare. Sono complici i mezzi di informazione, per lo più muti – tranne alcune lodevolissime eccezioni, a cui riconosciamo di essersi da tempo impegnate seriamente su tali fenomeni, per aver lanciato campagne di stampa e approfondito con inchieste: la agenzia di stampa Adista, la rivista Left, il quotidiano Domani; complici sono anche i /le cattolici/che che preferiscono non vedere e non sapere. Colluso è anche lo Stato che si mostra indifferente verso la sorte dei suoi/delle sue cittadini/e quando sono violati/e nei loro diritti.
  • La Compagnia di Gesù non può credere di salvare la faccia dicendo che le vittime si rivolgano a lei e saranno ascoltate e accolte a braccia aperte. È la stessa logica che percorre la Conferenza episcopale italiana, logica che nasconde la strategia del “sopire e tacere”, di manzoniana memoria. Tali atteggiamenti non sono credibili: esigiamo che ci sia una azione giuridica legale pubblica.
  • Chiediamo altresì che si aprano gli archivi rendendoli accessibili a una commissione indipendente.
  • E soprattutto affermiamo che il caso Rupnik non deve essere trattato secondo gli stili discorsivi cari alla cronaca scandalistica. È fondamentale che, nella ricostruzione di tali eventi, sia invece messa in luce la struttura che permette tali abusi, che li copre con l’omertà dell’istituzione stessa, che per secoli è stata complice, se non prima responsabile, di un habitus androcentrico. È la struttura misogina gerarchica clericale che inferiorizza donne e laici, considerandoli a “propria disposizione”».

Tutte le puntate dell’inchiesta di Spotlight Italia – Il database di Left

Se sei a conoscenza di casi che non sono stati segnalati o vuoi aggiungere nuove informazioni a quelle già pubblicate, puoi scriverci all’indirizzo email [email protected]

Pd, un congresso da fare per un partito da rifare

Dopo la disfatta elettorale del 4 marzo 2018, Renzi presenta le sue dimissioni, il 12 marzo Maurizio Martina diviene segretario “reggente”. Ma Renzi, pur dimissionario, condiziona pesantemente gli sviluppi politici post-elettorali: dopo una lunga impasse, e il fallimento di una prima trattativa tra il centrodestra e il M5s, Mattarella affida un incarico esplorativo a Roberto Fico, presidente della Camera, che avvia il tentativo di costruire una maggioranza con il Pd. Martina si esprime favorevolmente, ma il 30 aprile, in un’intervista televisiva a Fabio Fazio, Renzi affossa il tentativo di Fico. Ed è singolare che questo episodio oggi venga poco ricordato, e che anzi – anche durante la campagna elettorale – sia stata biasimata l’ambiguità e il trasformismo di Conte e del M5s che hanno governato sia con la Lega sia con il Pd, laddove il primo atto della nuova legislatura fu proprio il tentativo di dialogo con il Pd. […] Martina, il giorno dopo il «siluro» di Renzi, dirà che «è impossibile guidare un partito in queste condizioni…». Fino a quel momento «reggente», Martina verrà poi eletto segretario il 7 luglio dall’Assemblea Nazionale, con l’impegno di rimettere in moto la macchina delle primarie, che si terranno il 3 marzo del 2019. […] Saranno tre i candidati alle nuove “primarie”: Nicola Zingaretti, lo stesso Maurizio Martina e Roberto Giachetti. Si registra la consueta presenza di massa ai gazebo, oltre un milione e mezzo di votanti; e come al solito anche i commenti riprendono argomenti e toni oramai un po’ triti: questa grande mobilitazione è un «patrimonio da non disperdere», «un tesoro da non sprecare», come recitava il titolo di un editoriale di Ezio Mauro, il giorno dopo. Zingaretti prevale con il 66% dei voti (il 20% a Martina, il 12% a Giachetti, sostenuto da Renzi): sembra aprirsi una fase nuova, torna ad essere segretario del partito un esponente che proviene dai Ds.

«O facciamo una rivoluzione o non ce la faremo», così Nicola Zingaretti, nel suo intervento all’Assemblea Nazionale che si tenne il 13 luglio 2019, dopo un buon risultato ottenuto alle elezioni europee del 26 maggio (il 22,7%). Non era la prima volta, in verità, che si ascoltavano, in quella sede, affermazioni molto critiche sullo «stato del partito» e sulla sua organizzazione; ma le parole di Zingaretti non erano rituali; anzi, suonavano molto schiette e appassionate: «lo voglio dire con molta nettezza… sul partito dobbiamo cambiare tutto perché tutti sappiamo che così non si va più avanti. E lo dico non perché si discute o ci si confronta: io penso che questo sia un gran bene; ma non si può andare avanti così, perché troppo spesso questo partito è un arcipelago di luoghi in cui si esercitano in modo disordinato la sovranità e i differenti modi di praticare la politica e il potere. C’è un gruppo dirigente nazionale attorno a un leader, ma appesantito da un regime correntizio che soffoca tutto. Ci sono realtà territoriali del tutto autonome, separate, feudalità, un’articolazione di gruppi di potere spesso indifferenti alle idee, che si collocano da una parte o dall’altra a prescindere dalle idee, ma con un leader o con un altro a seconda delle convenienze. C’è un patrimonio ancora grande di militanti generosi, di amministratori infaticabili, soprattutto giovani, che lamentano una mancanza di sedi di confronto, una solitudine, uno scarso sostegno da parte dell’insieme del partito. Potrei continuare ma già tutto questo non dà un’immagine di forza e di credibilità alle nostre idee, ma piuttosto di fragilità. Ecco, noi non ce lo possiamo permettere, ma non per noi ma perché il voto ci consegna la responsabilità di essere il pilastro, il baricentro di un’alternativa alla destra e noi dobbiamo rispondere a questa esigenza…, in questo senso il tema del partito va affrontato schiettamente e serve subito una vera e propria rivoluzione, o non ce la facciamo a svolgere il nostro ruolo» [corsivi aggiunti]

In queste parole di Zingaretti è descritto perfettamente ciò che di fatto era divenuto il Pd, ossia un partito in cui il potere dei leader nazionali si fonda su un «arcipelago» di filiere di notabili e potentati locali, che contrattano la propria autonomia e libertà d’azione con il consenso al leader «centrale». È evidente che, in tal modo, le correnti diventano mere cordate di potere, non certo quello che potrebbero e dovrebbero essere in un partito «plurale» e articolato al proprio interno, ossia l’espressione di diverse aree di cultura politica, ma anche di rappresentanza sociale.
[…] La relazione si concludeva con l’annuncio della creazione di una commissione per le modifiche allo Statuto, presieduta dall’ex-segretario Martina, che fu incaricata di predisporre una proposta di riforma, e di farlo in tempi brevi (il nuovo testo fu poi in effetti approvato a novembre); […] E fu annunciata, per il mese di novembre una grande convenzione programmatica, la «costituente delle idee», affidata alle cure di Gianni Cuperlo, a cui era stato dato il compito di costruire per la prima volta una Fondazione di cultura politica del partito. Dunque, qualcosa si mosse e si approdò ad un qualche risultato.
Le parole di Zingaretti erano sincere, e tuttavia, anche in questa occasione, c’era qualcosa che non convinceva, nelle accuse rivolte al modo di essere del Pd. In particolare, le critiche al «regime correntizio» rischiavano di rivelarsi come le classiche grida manzoniane. Perché il Pd continuava a vivere questa condizione di «feudalizzazione»?

Ben presto la segreteria di Zingaretti si scontrò con la realtà oramai cristallizzata del modo di essere «feudale» del Pd: mancando totalmente procedure e meccanismi democratici che costruiscano un serio rapporto tra i momenti della discussione, della partecipazione e della decisione, le scelte del segretario sono sempre sotto tiro, o contraddette da altri comportamenti. E la confusione, o l’indecisione, prevale; in un successivo paragrafo analizzeremo il caso della riforma elettorale e delle politiche istituzionali, ma si possono fare altri esempi. In quella fase, in particolare, oggetto del contendere era la «discontinuità» o meno rispetto alle scelte del governo Renzi, la loro «difesa» o la loro revisione. Come e chi decideva sulla «linea» da seguire? Come si faceva a stabilire, ad esempio, se nel partito prevalevano in quel momento coloro che puntavano a riformare o a cancellare il Jobs Act o se invece era più rappresentativa la posizione di quanti ne rivendicavano la paternità? Ad esempio: il neo-responsabile delle politiche del lavoro nella segreteria nominata da Zingaretti, Peppe Provenzano, aveva espresso i suoi obiettivi, tra cui la revisione del jobs Act. Ed aveva inoltre riconosciuto come fosse stato un errore aver abolito l’Articolo 18. A quel punto, il Sen. Andrea Marcucci, capogruppo al Senato, salta su e “stoppa” tutto: «Ho il dubbio che Peppe Provenzano abbia sbagliato partito. Le sue considerazioni sul lavoro, sul Pd, e sul centro, sono totalmente diverse da quanto ha detto ieri in direzione il suo segretario Zingaretti. Se qualcuno avverte il nuovo componente della segreteria, fa una cosa utile» (Adnkronos, 19 giugno 2019).

Troppo facile ma inevitabile, per noi, qui, la battuta: era Provenzano ad aver «sbagliato» partito, o era «sbagliato» il partito? Forse, se in quel momento, il Pd (tutto) avesse più apertamente lanciato, e poi sostenuto con continuità, la proposta di una revisione profonda e/o dell’abolizione del Jobs Act, la posizione in questo senso enunciata poi durante la campagna elettorale del settembre 2022 sarebbe risultata più credibile.

Questo testo è un estratto dal libro “PD. Un partito da rifare? Le ragioni di una crisi” (Castelvecchi editore © 2022 Lit edizioni s.a.s. per gentile concessione)

 

 

Mentivano: le hanno lasciate sole

Il buco nero dell’Afghanistan che promettevamo di “non lasciare mai solo” aggiunge una nuova prevedibile ferita: stop a tempo indeterminato all’accesso nelle università per tutte le donne. Il nuovo divieto è stato emesso dalle autorità talebane. Ad annunciarlo il ministero dell’Istruzione superiore in una lettera inviata a tutti gli atenei governativi e privati del Paese. La lettera è stata confermata e diffusa dall’emittente locale Tolo news.

«Vi informiamo di attuare il citato ordine di sospendere l’istruzione femminile fino a nuovo avviso», si legge nella lettera firmata dal ministro dell’Istruzione superiore, Neda Mohammad Nadeem. Soltanto meno di tre mesi fa migliaia di ragazze e di donne hanno sostenuto gli esami di ammissione per le università in tutto il Paese. Alle ragazze era già stato negato l’accesso alle scuole secondarie del Paese.

Le promesse con cui i Talebani rassicuravano il mondo dimostrandosi “cambiati” sono carta straccia. Dopo il fragoroso ritiro delle truppe Usa e la fuga in massa di migliaia di afghani il Paese è tornato quello tra il 1996 e il 2001. La costosissima e mortifera esportazione della democrazia da parte dell’Occidente è stata solo una parentesi. Il 23 marzo scorso, poche ore dopo la riapertura, i talebani avevano già vietato alle studentesse di frequentare la scuola oltre il sesto grado, l’equivalente della prima media. Le donne sono state escluse dalla maggior parte dei lavori, è stato negato loro accesso a parchi e palestre, è stato ordinato loro di indossare abiti che coprissero dalla testa ai piedi in pubblico.

Avevamo promesso di non lasciare sole le donne in Afghanistan e invece sono sole. Avevamo promesso di non lasciare solo l’Afghanistan e invece blocchiamo i profughi alle frontiere subappaltate dall’Unione europea. Resta una guerra che non solo è stata tragica (come tutte le guerre) ma anche completamente inutile, come tutte le guerre.

Buon mercoledì.

 

* In foto: Personale di sicurezza talebano davanti all’ingresso dell’università di Kabul, dopo che le autorità hanno imposto lo stop all’istruzione universitaria per le donne. Afghanistan, 21 dicembre 2022

Forti con i deboli: Il governo Meloni al servizio dei potenti. Un’occasione per la sinistra

Premessa. Giunto all’età di settantacinque anni, più di cinquanta dei quali trascorsi come militante di sinistra e come studioso di economia, chiedo ospitalità per alcune considerazioni generali sulla attuale situazione politica. Derivano dai due aspetti della mia biografia citati qui sopra: ritengo infatti di avere una lunga esperienza dall’interno degli errori della sinistra (inclusi, nel mio piccolo, i miei), e in particolare di quelli che sono stati e sono compiuti quando si trascura l’economia. Toccherò tre punti: la natura dell’attuale governo, perché la sua politica ha molte probabilità di avere successo (dal suo punto di vista)  e cosa manca alla sinistra per essere all’altezza della situazione.

1 Il Non Fascismo di Meloni.

 Credo che le caratteristiche fondamentali di un governo fascista siano il suo essere al servizio di un potere forte (o di più di uno), e di operare al di fuori di regole democratiche. Ci serve fare una rozza ripartizione. Storicamente, ci sono stati un fascismo di tipo “sudamericano” (feroce oppressione, danni pesanti inflitti alla popolazione, disprezzo per la vita delle persone), e uno di tipo “europeo” (meno disprezzo per  la vita della popolazione di riferimento, anche se non per altri gruppi, provvedimenti di assistenza sociale). Suggerisco che la sostanza della politica  di Meloni corrisponda a un terzo modello, che potremmo chiamare, con un neologismo, liberismo realizzato. Avrà le due caratteristiche fondamentali dei modelli fascisti appena citati, ma allo stesso tempo potrà operar all’interno di un sistema formalmente, ma non sostanzialmente, democratico (se avrà successo). Questo modello avrà le sue radici nel liberismo, e la sua relazione con la sostanza teorica di esso è paragonabile a quella che si ha fra il socialismo e il socialismo realizzato. Questa classificazione naturalmente è molto schematica, gli elementi di contaminazione fra i tre modelli sono molteplici, eccetera; l’ho introdotta per sottolineare cosa distingue il o liberismo realizzato dai fascismi tradizionali, e cioè l’assenza della repressione “alla sudamericana” da una parte e dei provvedimenti di welfare alla “europea” dall’altra. Questo a sua volta ci serve per porre la domanda cruciale, come farà allora un regime siffatto ad avere successo, in assenza sia del bastone che della carota (o meglio, con un bastone piccolo e una carota piccolissima)? Perché in effetti non è improbabile che tale successo venga conseguito, come vedremo.

2. Il Liberismo realizzato. Per quanto visto fin qui, la novità per così dire metodologica del modello Meloni consiste in questo: il saccheggio delle risorse dei poveri e il trasferimento delle medesime a un’oligarchia, così come il loro sfruttamento e lo redistribuzione verso l’alto dei redditi che vengono prodotti, non sono ottenuti mediante la repressione delle opposizioni (che avrà un ruolo minore) e nemmeno con un meccanismo di “divide et impera” che consenta di comprare il consenso di una parte delle classi inferiori con politiche assistenziali. Lo strumento utilizzato saranno da una parte lo svuotamento (non il rovesciamento) della democrazia e dall’altra la drastica riduzione della solidarietà. Non si otterrà il consenso della popolazione; si otterrà qualcosa di meno ma di più che sufficiente, e cioè l’assenza del dissenso. Cerco di spiegarmi con un esempio, facendo riferimento al “combinato disposto” di due provvedimenti di prossima attuazione, e cioè la modifica al Reddito di Cittadinanza e il tetto molto elevato per l’uso dei contanti. L’esclusione dal RDC di chi è “occupabile” allarga la platea di chi sarà disposto a lavorare in nero; mentre la libera circolazione dei contanti toglierà all’economia illegale un ostacolo che altrove è piuttosto serio, e quindi farà aumentare la domanda di lavoratori in nero. La generalizzazione di queste tendenza avrà come punto di arrivo un’economia in cui il mercato del lavoro è perlopiù precarizzato, i padroni possono fare quello che vogliono e la corruzione regna sovrana (è di questi giorni la notizia che il ministro della giustizia, Nordio, vuole subordinare i Pubblici Ministeri al Governo, e imporre ad essi di procedere secondo priorità stabilite dal medesimo, previa abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale). A differenza del fascismo sudamericano non si procederà quindi con la repressione violenta del dissenso, e a differenza di quello italiano non si procederà con la violazione de facto ma non de jure del diritto comune; si adotteranno provvedimenti che legalizzeranno il padrinaggio e l’impunità. Si tratta di una strategia più efficiente (e anche più umana) delle precedenti. Non si perderanno tempo e consenso violando le leggi e salvando i colpevoli: si renderanno leciti comportamenti che oggi non sono legali. In altri termini, e semplificando, non si abolirà la lotta alla corruzione, si abolirà il reato di corruzione. Se qualcuno vuole vedere un obbiettivo positivo in tutto ciò potrà citare il tentativo di fare concorrenza alle economie forti creando un’economia priva di diritti per i lavoratori e di controlli per i padroni, riportando insomma l’Italia alla condizione di un’economia sottosviluppata, sperando con ciò di attrarre capitali e investimenti proprio grazie alla libertà di cui godranno i capitalisti selvaggi: una strada che attraverso molte lacrime e molto sangue ha portato in effetti alcuni paesi ad uscire dalla trappola del sottosviluppo.

3. Liberismo realizzato, consenso e dissenso. Veniamo allora alla questione del possibile successo del liberismo realizzato. Cosa fa si che questo regime, nonostante le lacrime e il sangue di cui sopra, abbia buone probabilità di avere il consenso della popolazione, o meglio di non averne il dissenso?Immaginiamo di essere nel liberismo realizzato. Il soggetto rappresentativo (o l’elettore mediano, a seconda che usiamo il gergo dei sociologi o quello degli economisti) sarà un lavoratore precario, obbligato a un insieme di piccoli compromessi per sbarcare il lunario (evadere il fisco se è un autonomo o se ha una seconda attività, accettare di lavorare in tutto o in parte in nero se è un lavoratore dipendente, chiedere raccomandazioni per qualsiasi cosa, ecc.). La scelta (in realtà una non-scelta) cui si troverà di fronte sarà fra accettare la situazione oppure ribellarsi e venire licenziato, e/o non potere pagare la scuola per i figli, e/o accettare di essere emarginato sempre di più, e così via. Si noti che la strategia del liberismo realizzato si innesca saldamente sulle radici del berlusconismo realizzato: se già adesso l’uomo della strada sa che adire ai tribunali per avere giustizia, chiedere che vengano rispettati il suo diritto alla salute tramite il SSN e il suo diritto alla dignità tramite un reddito di base, essere protetto dagli abusi sul lavoro tramite un sindacato, ecc. sono cose nel peggiore dei casi impossibili e nel migliore molto faticose, sarà lui stesso a preferire di rivolgersi al padrino. Già adesso sono in molti, anche poveri, a preferire le prestazioni sanitarie private a quelle pubbliche: costano un po’ di più, ma si fa in fretta. Questo schema si estenderà sicuramente a molti altri settori dell’economia e della vita civile. (Su tutto ciò le responsabilità storiche dei vari Prodi, D’Alema e Letta sono colossali; ma questo è un altro discorso). Questo naturalmente non solo non è in contrasto con l’odiare la classe politica –todos ladrones, come dicevano (e forse dicono ancora) in Argentina: è assolutamente complementare con tale odio. Qualcuno va incolpato dei guai che affliggono il nostro soggetto, ma non può essere il capoufficio (occorre tenerselo buono), il padrone (non si sa mai…) e così via. La causa va riportata talmente in alto da corrispondere a qualcosa contro cui non c’è niente da fare. L’opposizione al regime, così come mi raccontano essere stato tipico del ventennio mussoliniano, tornerà a essere una cosa riservata a persone molto coraggiose, ai matti, e a chi abbia abbastanza risorse per poterselo permettere. Pochi termini sono più abusati nelle scienze sociali di quello di equilibrio; ma è fuor di dubbio che i sistemi non in equilibrio tendono a raggiungerne uno, e il liberismo realizzato potrà esserlo.

4. Cosa si può fare per contrastare questa deriva? Chi sia obbligato a evadere il fisco non potrà votare per chi propone la lotta all’evasione come ideale, a meno che non che gli venga offerto realisticamente qualcosa in cambio; e chi è obbligato ad accettare un lavoro in nero non potrà votare per chi vuole abolirlo se ciò non comporta anche la promessa credibile di un posto di lavoro regolare. Cerco di spiegarmi meglio con un altro esempio. Nemmeno il regime di cui stiamo parlando potrà abolire le norme sulla sicurezza del lavoro; potrà però svuotarle dall’interno, per esempio riducendo drasticamente il numero di ispettori del lavoro (o meglio, non aumentandoli, perché la loro riduzione fino a un livello grottesco è già stata operata dai governi precedenti, compresi quelli di centrosinistra: si veda per esempio un articolo sul Fatto Quotidiano del 29 aprile di quest’anno). In queste condizioni molte imprese saranno obbligate, per non uscire dal mercato, a trascurare le norme sulla sicurezza, dato che chi lo fa produce a costi minori. Quando si verificheranno tragedie sul lavoro bisognerà dare qualcosa in pasto all’opinione pubblica, e si dirà che quel singolo imprenditore è un mostro, mentre il sistema è sano. Come reagirà il piccolo imprenditore o l’artigiano obbligato a violare le norme? Probabilmente così: “ma come, io faccio sacrifici enormi per mandare avanti la baracca e dare lavoro a X dipendenti, e loro mi obbligano a scegliere fra chiudere o rischiare di andare in galera per avere fatto qualcosa che fanno tutti. Bisogna cambiare le norme e lasciarci più libertà, se no chiudo.” Naturalmente esiste un’altra soluzione, e cioè che tutte le imprese siano simultaneamente obbligate a rispettare le norme di sicurezza. Ma nel regime liberista realizzato questa alternativa non esisterà.
In queste ultime righe ho usato il tempo futuro, ma sarebbe andato altrettanto bene il presente, a dimostrazione di quanto il processo di instaurazione del liberismo realizzato sia già andato avanti, di come i meccanismi del suo consenso siano profondamente radicati nella nostra società, e di come esso sia il punto di arrivo di un processo iniziato da Berlusconi (e, ahimè, propiziato anche dal PD – ma questo è un altro discorso).
Veniamo allora a cosa dovrebbe fare la sinistra. Perché una politica di sinistra possa essere credibile, il che è una condizione necessaria (anche se non sufficiente) perché abbia un seguito di massa, occorre che essa possa offrire un’alternativa a chi è obbligato ad accettare i compromessi imposti dal regime di liberismo realizzato; e come abbiamo visto questa alternativa deve essere tale da consentire dei vantaggi reali e rapidi. Si tratta evidentemente di un compito immane; ma lo diventerà sempre di più man mano che il regime prende piede, e quindi prima si comincia meglio è. Ammetto che può sembrare presuntuoso, ma mi pare che fino ad ora non si sia ancora realmente incominciato.
Infatti l’ipotetica politica di cui sopra richiede soldi. Si devono creare posti di lavoro, e ciò richiede investimenti e il pagamento di stipendi. Si devono pagare sussidi a chi non si vuole che lavori in nero. Se si vuole evitare che l’illegalità fiscale diventi talmente diffusa da obbligare anche gli onesti a praticarla si deve far sì che l’osservanza delle norme fiscali non implichi seri rischi di fallimento, e così via. Ora, questi soldi non possono essere trovati a debito, perché più alto è il debito, più alti sono gli interessi da pagare; e anche perché chi sottoscrive il debito (se non viene monetizzato) è gente che di soldi ne ha, e quindi il pagamento di interessi è oggi, in regime di crescita bassa o negativa nel medio e probabilmente lungo periodo, sostanzialmente un trasferimento dai poveri ai ricchi. Quindi bisogna far pagare più tasse ai ricchi. Tassare i redditi è relativamente difficile, perché i ricchi possono portare i reddito all’estero; non possono portare però la ricchezza, a meno di cambiare cittadinanza. Quindi, primo passo ineludibile se si vogliono fare politiche di sinistra: tassare la ricchezza dei ricchi. Basterebbe poco: un’imposta con aliquota media (ma sarebbero preferibili aliquote progressive) dell’1% sulla sola ricchezza finanziaria ufficiale, quindi non eludibile, renderebbe intorno ai 50 miliardi.
Se si vuole che i cittadini preferiscano lo stato al padrino, occorre poi che lo stato funzioni bene; e se si vuole che i lavoratori siano poco ricattabili, occorre aumentare l’occupazione nel settore pubblico, visto che il settore privato non lo fa. Quindi, secondo passo ineludibile, occorre un massiccio piano di assunzioni nel settore pubblico, che come è noto in Italia è paurosamente sottodimensionato: l’assunzione di un milione di nuovi dipendenti, in aggiunta allo stock attuale di circa 3.200.000 addetti, non basterebbe a colmare il divario con i paesi europei “normali”. La Cgil ha recentemente proposto un progetto che prevede 480.000 assunzioni oltre a quelle per sostituzione: nella attuale temperie questa cifra è sembrata a molti utopistica, ma in realtà è ampiamente insufficiente se vogliamo dotarci di un’amministrazione “al passo con i paesi più sviluppati”, come si usava dire una volta (e ora non più, perché questi paragoni si preferisce non farli).
Infine, non possiamo più permetterci di sperperare ogni anno fra il 2 e il 3% del PIL in interessi sul debito pubblico, e men che meno di rimborsarne una parte in regime di ristagno o recessione. Quindi, terzo passo ineludibile, bisogna fare la voce grossa con l’Europa (e l’Italia ha il potere di farla) per ottenere che il servizio e il rimborso del debito siano legati alla crescita economica. Niente crescita, niente pagamenti; in presenza di crescita, una parte limitata delle nuove risorse va indirizzata ad essi. E’ bene ricordare che l’Italia da molti anni è obbligata – Covid a parte – a fare nuovo debito solo per pagare gli interessi di quello vecchio. I tre punti di cui sopra non bastano: su di essi (e forse di altri) si deve costruire un programma serio e articolato. Sono, come suggerivo più sopra, una condizione necessaria ma di per sé non sufficiente. L’elaborazione di questo programma, ripeto, è un compito difficile ma non impossibile, ed è appunto necessario. Personalmente, giunto alla mia veneranda età e sulla base di mezzo secolo di studio dell’economia, non sono disposto a dare credito a programmi, soggetti e militanti politici che non partano da quei tre pilastri fondamentali. Per alcuni militanti e per qualche soggetto ho la massima stima e mi sento profondamente solidale con gli ideali che li ispirano. Ma la stima e la solidarietà non bastano: non si deve convincere me, ma la casalinga di Voghera.

5. Conclusione. Può darsi – e me lo auguro – che io abbia torto. Forse si possono trovare le risorse per lo sviluppo senza tassare i ricchi. Forse non occorre aumentare di molto il numero degli ispettori del lavoro, basta dare a ciascuno di essi due computer invece di uno. E forse la Germania ci aiuterà a far calare il famoso spread, ostacolando altruisticamente l’emissione del suo debito in nome della Solidarietà Europea. E poi, come diceva Churchill, è molto difficile fare previsioni, soprattutto riguardo al futuro. Forse insomma la mia analisi è del tutto sbagliata. Se anche non lo è, è possibile (ma direi molto improbabile) che la vigorosa battaglia degli antifascisti militanti faccia nascere un governo progressista che avrà l’appoggio popolare. È anche possibile (e già meno improbabile) che l’attuale governo collassi per le sue contraddizioni interne, e chissà cosa capiterà dopo. Ed è anche possibile, e temo probabile, che alla fine della guerra in cui siamo coinvolti l’economia e la società italiane si troveranno in una condizione talmente disastrata da fare apparire quanto scritto in questo articolo del tutto irrilevante (come ritenuto possibile tra l’altro dall’Economist, si veda il numero del 26 novembre). Ma sperare che il nemico faccia errori e temere che una guerra cambi tutto mi sembrano comunque strategie sbagliate; e su questo sono sicuro di avere ragione.

L’autore: Guido Ortona è economista, già professore di Politica economica presso l’Università del Piemonte orientale; [email protected]

Spagna et labora

Lo scorso marzo il governo spagnolo ha introdotto nuove norme per il mercato del lavoro. La riforma limita a due i tipi di contratto a tempo determinato: il contratto strutturale legato alla produzione e quello di sostituzione di un altro lavoratore. Nel primo caso si fa riferimento ad aumenti occasionali e imprevedibili di produzione che richiedono un aumento temporaneo della forza lavoro. Può durare fino a sei mesi, fino a un anno nel caso in cui lo prevedano gli accordi di settore. Nella riforma sono rientrati anche i cosiddetti contratti “stagionali” che ora calcolano l’anzianità del lavoratore sulla base della durata del rapporto di lavoro e non solo sui periodi effettivamente lavorati. Si potrebbe dire che in Spagna il governo sia andato in direzione contraria rispetto a quello che ripetono da noi gli accesi sostenitori della precarietà come volano del fatturato e dell’occupazione.

E i risultati? Tra gennaio e novembre di quest’anno i nuovi contratti a tempo indeterminato sono stati oltre 6,5 milioni contro i circa 1,9 milioni sottoscritti nello stesso periodo dell’anno precedente: in percentuale, un aumento del 238,4%. I numeri sono stati resi pubblici dal ministero che prevede per il 2022 più di 7 milioni di nuovi posti fissi. A beneficiarne sono i lavoratori giovani (+142%) con una consequenziale discesa della disoccupazione giovanile. Raymond Torres, capo economista del think tank Funcas di Madrid ha spiegato che i «contratti stabili possono aumentare la fiducia dei consumatori e favorire un incremento della spesa per consumi». «Abbiamo messo fine all’idea che l’introduzione dei giovani nella forza lavoro debba avvenire attraverso contratti flessibili e instabili», ha detto Joaquin Perez-Rey, viceministro del lavoro e ideatore della riforma.

A proposito: in Spagna dal 2020 è stato introdotto un reddito minimo vitale, roba che qui da noi farebbe rizzare i capelli ai liberali scatenati. In Spagna il governo e i due principali sindacati del Paese, Ugt e Comisiones Obreras, hanno stretto un patto per fissare il salario minimo di quest’anno a 1.000 euro al mese (per 14 mensilità), con un aumento di 35 euro rispetto a quello del 2021. Anche in quel caso qualcuno aveva urlato allarmato che “non era il momento”. I numeri li smentiscono.

Buon martedì.

Nella foto: il primo ministro Sanchez al Senato, Madrid, 22 novembre 2022

Caro Letta, sul Qatargate non basta dire che il Pd è parte lesa

Il Qatargate è emblema verticale di un sistema criminale che sta corrodendo istituzioni e democrazia, in Italia e non solo, come si può vedere. Se la corruzione e la collusione mafiosa riguardano singoli, si parla di mele marce e persone deviate. Quando la diffusione criminale è endemica diviene sistema e la devianza normalità. Ed anzi, quelli che sarebbero normali in un Paese normale divengono ribelli, disubbidienti, sovversivi…
Non parlo per teoremi ma siccome so, conosco, ragiono per fatti. E non si può tacere.

Quello che ho visto e sentito, analizzato e documentato, prima come pubblico ministero per 15 anni sul fronte della lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, poi da presidente della Commissione controllo dei bilanci del Parlamento europeo nel contrasto alle frodi europee e per la trasparenza nell’uso del denaro pubblico, poi da sindaco di Napoli in prima linea per legalità e giustizia sociale, mi fa ritenere con certezza che siamo attraversati fino al midollo delle istituzioni da un sistema, in gran tratti criminale, in cui una quantità impressionante di persone utilizza i ruoli istituzionali non per perseguire bene comune ed interesse pubblico ma fini personali, affaristici, lobbistici e non di rado criminali. Se si segue il denaro si arriva nella stanza dei bottoni, nei luoghi in cui i fili ad alta tensione possono produrre la fine, fisica o professionale, di chi osa contrastare il sistema e la sua ragnatela di insospettabili. Una ragion di Stato criminale soffoca giustizia e ricerca della verità. Le istituzioni europee, spesso lontane dall’attenzione di media e magistrati italiani, sono necessarie per lo scorrimento di un fiume immenso di denaro pubblico e per le coperture per evitare controlli. Il denaro e il potere nelle istituzioni europee è fortissimo. L’ipocrisia di oggi che fa apparire dirigenti politici e personalità delle istituzioni che fanno finta di cadere dal pero di fronte ad un frutteto così indegno è qualcosa davvero di deplorevole. Sembra che nessuno si sia accorto di nulla. Giravano mazzette e bustarelle milionarie e nessuno sentiva e vedeva. Omertà assoluta. Si ingrassano persone che già guadagnano fiumi di denaro per svolgere la più democratica delle funzioni europee: il parlamentare. Ma adesso tutti fanno finta di non conoscere i miserevoli a vario titolo coinvolti. Nessuno ha mai avuto a che fare di punto in bianco con il più volte deputato parlamentare Pd Panzeri, sindacalista della Cgil, poi confluito in Articolo 1, uomo di punta della pseudo sinistra lombarda. Mentre avrebbe dovuto e stare dalla parte dei lavoratori e degli oppressi. E che invece, stando all’ipotesi accusatoria, stava dalla parte della sua famiglia e del suo conto corrente. Come fanno finta di non conoscere un altro portatore di tessere e voti, oltre che protagonista della politica del Pd campano, il più volte deputato europeo Andrea Cozzolino, già noto alle cronache per aver tentato di ostacolare la nostra cavalcata per la mia vittoria a sindaco nella rivoluzione napoletana con lo scandalo dei cinesi portati a votare alle primarie del Pd.

Ma il segretario nazionale del Pd scandalizzato tuona: “Noi siamo parti lese in questa vicenda”. Totò risponderebbe con una pernacchia, ma purtroppo la questione è seria. Fuor di dubbio che il Partito democratico non sia correo sul piano penale dei crimini che uniscono attraverso le mazzette Bruxelles e l’Italia; fuor di dubbio che iscritti al Pd non c’entrino nulla così come militanti e donne e uomini del Pd presenti nelle istituzioni. Ma va denunciato che non siete parte lesa su questa come su innumerevoli e deplorevoli scandali degli ultimi trent’anni ma, invece, siete responsabili, caro Letta, sul piano morale, etico, politico ed istituzionale. E in non pochi casi con evidenti responsabilità anche giuridiche. Più volte, infatti, avete avuto l’obbligo giuridico di impedire che eventi si verificassero e siete stati tante volte silenti ed omissivi, avete non di rado agito con condotte commissive e qualche volta anche complici. Parte lesa non è il Pd, caro segretario. Parti lese sono le cittadine ed i cittadini onesti che sono stanchi di seriali e diffusi giuda istituzionali, parti lese sono i militanti della sinistra che hanno visto, per dolo e colpa grave, cestinare la questione morale posta da Enrico Berlinguer. Parte lesa è il popolo di sinistra che ha visto in questi anni approvare provvedimenti moralmente e politicamente deplorevoli: privatizzazioni selvagge, disastri ambientali, distruzione di diritti e servizi pubblici, dalla sanità alla scuola, cancellazione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, jobs act, alternanza scuola-lavoro, provvedimenti guerrafondai, decreti sicurezza, politiche liberticide ed oppressive sul piano delle libertà e dei diritti civili e potrei continuare per pagine. Sono parti lese quei servitori dello Stato che sono stati ostacolati e fermati con il contributo determinante di personalità di spicco del partito che oggi rappresenti, caro Letta.

Vogliamo aprire un dibattito pubblico, caro segretario, con documenti e prove, non solo pensieri e parole, sul ruolo determinante del centro sinistra nell’ostacolare attività istituzionali che avevano messo in luce uno dei più gravi sperperi di denaro pubblico che ha attraversato il mezzogiorno d’Italia? Se evocate di essere innocenti allora è necessaria una commissione popolare indipendente d’inchiesta sui tradimenti di cui siete responsabili. Dovresti chiedere allora scusa, caro segretario, invece di agitare lo spadino della parte lesa, perché oggi il partito che rappresenti non ha ormai da troppi anni nessun titolo per rivendicare nessuna superiorità su etica e su temi della legalità. Siete solo una diversa sfumatura di grigio e di nero rispetto a quelli che per anni avete fatto finta di contrastare ma con i quali andate a braccetto nel sistema. Tutti uniti nel partito unico della spesa pubblica. Non siete parte lesa di nulla, siete colpevoli sul piano morale, etico, sociale, politico, istituzionale e a volte giuridico. E non servono i magistrati, non sarà una mancata condanna penale ad assolvervi perché la storia vi ha già considerato colpevoli. E non essendoci sanzione, non c’è nemmeno la funzione rieducativa della pena. Potete solo chiedere scusa, se volete e potete, altrimenti risparmiateci la falsa retorica.

L’autore: Luigi de Magistris, ex magistrato ed ex sindaco di Napoli, è il leader della coalizione Unione popolare

Nella foto: le banconote sequestrate nelle indagini sul Qatargate (dal profilo twitter Polizia federale belga)

Vorrei ma non Pos

Giorni interi buttati via a parlare della mirabolante possibilità di poter evadere qualche decina di euro da parte dei commercianti. Un dibattito surreale in cui la compagine di governo si inventava le più incredibili scuse per giustificare un provvedimento che altro non era che l’ennesimo concime per la cosiddetta “evasione di sopravvivenza” tanto cara alla destra e ai suoi elettori. Pagine intere di editoriali che tiravano in ballo la libertà “di pagare in contanti”, sempre con un pizzico di complottismo contro i “poteri forti” che starebbero tutto il giorno a controllare nella borsa della spesa della persona qualunque di qualche sperduta provincia.

Loro, i commercianti che hanno votato questa destra senza nemmeno sperare che possa concepire una riforma fiscale decente ma semplicemente confidando in regole più lasche da aggirare più facilmente, fieri di poter rifiutare il Pos. E qui altre pagine di giornali e ore di talk show: c’era l’intervista al tassista che esultava come se avesse risolto il problema del Pil nazionale, c’era il barista che fiero mostrava il suo cartello “Pos fuori servizio” e c’erano quei soliti politici amici del caos con gli occhi che brillavano per questo deregolamento padre di tutte le riforme.

Qualcuno, a dire il vero, ha timidamente tentato di rimettere le cose al loro posto. Ha fatto presente che se di una manovra di bilancio l’unico argomento discusso è un tetto di condono per i pagamenti elettronici significa che la politica e la sua analisi sono ridotte veramente male. Agli elettori evidentemente bastava: una “decisione fortemente simbolica” spiegavano gli appassionati fan di Giorgia.

Poi ieri è accaduto che Giorgia Meloni tra i denti ha fatto marcia indietro. L’obbligo di accettare pagamenti elettronici «è un obiettivo del Pnrr e quindi lo stiamo trattando con la Commissione», ha ammesso la premier lasciando Palazzo Madama dopo il concerto di Natale. «Se non ci sono i margini ci inventeremo un altro modo per non fare pagare agli esercenti le commissioni bancarie sui piccoli pagamenti». Commissioni, tra l’altro, che sulle micro operazioni sono già azzerate. Il governo è in un cul de sac: ha impostato una narrazione bugiarda e ora non può permettersi di dire “troveremo un altro modo per farvi evadere comodamente” così si ributta sulla questione delle commissioni bancarie.

Così anche la scelta “altamente simbolica” è decaduta. Anche in questo caso Giorgia Meloni e i suoi ministri non hanno “sfidato l’Europa” ma si sono dovuti rimettere a cuccia. Un capolavoro: discutere di un’inezia per nascondere il quadro generale e non riuscire a ottenere nemmeno quella.

Buon lunedì.

Gianni Cuperlo: «La dimensione etica è inderogabile a sinistra». Sarà lui la sorpresa al congresso Pd?

Se esponenti di sinistra delinquono, anche se è un fatto di singole “mele marce”, il danno è particolarmente grave e doloroso, perché attacca e toglie credibilità alla sinistra, svuota di significato questa parola, tradisce i nostri ideali, ben diversi dagli obiettivi affaristici e corporativi che fanno da collante alla destra come dimostra la questione dei 49 milioni della Lega sollevata dalla Procura di Genova e di cui nessuno parla più.
Su questo tema, ma anche sulla manovra di governo, sui problemi del Paese e sul prossimo congresso del Pd abbiamo interpellato il deputato Pd Gianni Cuperlo, che il 23 dicembre ha rotto gli indugi e ha deciso di candidarsi alla segreteria del Pd per cercare di scongiurare il rischio di una deriva francese del partito che continua a scendere nei sondaggi dopo lo scandalo delle mazzette che al parlamento europeo ha coinvolto, tra gli altri, Antonio Panzeri, ex sindacalista della Cgil, ex parlamentare europeo del Pd ed esponente di Articolo1.

Gianni Cuperlo, parliamo del Qatargate e non solo. C’è una urgente questione morale da affrontare anche a sinistra? 
Penso che davanti allo scandalo emerso in questi giorni le formule di rito non bastino. Limitarsi a dire che “nei fatti non c’è nulla di penalmente rilevante”, al netto che in questa vicenda di penalmente rilevante vi sono molte cose, o la figura altrettanto logora della “mela marcia in un cesto di frutti sani” sono parole svuotate e che non danno risposta alla domanda di fondo: come è stato possibile che dentro la sinistra si siano abbassate sino ad annullarsi le soglie del controllo, della vigilanza, di quella dimensione etica dell’agire politico che è tutt’uno con la reputazione di una forza politica e delle sue classi dirigenti? Forse la destra soffre non meno fenomeni di questa natura, dal conflitto di interessi allo scandalo dei 49 milioni della Lega, ma è sbagliato affrontare il problema scaricandone il peso sugli altri.

Come intervenire? Il finanziamento pubblico ai partiti offrirebbe una soluzione? C’è un problema di selezione dei gruppi dirigenti?
Siamo di fronte a una crisi che riguarda noi e in generale la sinistra: non esiste più alcuna superiorità morale di questo lato del campo e dobbiamo riconoscere che alcune scelte compiute negli anni passati come la soppressione di ogni forma di finanziamento pubblico ai partiti ha contribuito a questa regressione. Altro ovviamente è l’emergere di reati di corruzione per i quali è giusto che i singoli rispondano, ma insisto nel dire che sarebbe ipocrita fingere che la questione morale non sia di nuovo il cuore di una rigenerazione della politica, della sinistra e del Partito democratico.

Come valuta la manovra varata dal governo Meloni? Qual è il suo giudizio sulle politiche del lavoro del governo?
Sulla manovra più delle parole contano i fatti. La destra una volta agganciato il potere paga le cambiali che aveva sottoscritto durante la campagna elettorale. Taglia il reddito di cittadinanza a migliaia di persone giudicate occupabili e ragionevolmente condannate a scivolare sotto la soglia di povertà. Reintroduce i voucher sino a 10.000 euro con la conseguenza di incentivare il lavoro precario invece che operare con misure capaci di stabilizzarlo. In compenso fanno cassa sulle pensioni e allargano la flat tax per autonomi e professionisti sino a 85.000 euro senza tenere conto che la Banca d’Italia ha spiegato come quella misura, l’aliquota del quindici per cento applicata sinora ai redditi fino a 65.000 euro, ha determinato una brusca riduzione del gettito e un incentivo all’evasione. Sommiamo la norma sul contante e la decina di mini condoni e arriviamo all’emendamento che salva i potenti club di un calcio indebitato con tanti saluti a misure di equità e redistribuzione. Infine nessuna strategia sul tema della produttività dove siamo agli ultimi posti in Europa.

Alla festa per i 10 anni di Fratelli d’Italia che si è svolta a Roma il 16 e il 17 dicembre vari esponenti del governo hanno accusato i governi di centrosinistra di aver precarizzato il lavoro, affermando di volersi occupare dei lavoratori poveri. Ma intanto il governo Meloni rilancia i vaucher, cancella il reddito di cittadinanza, ha messo una pietra tombale sul salario minimo. La Cgil e la Uil hanno espresso un giudizio molto critico, anche attraverso una mobilitazione. Che ne pensa?
Sono tra quanti non ha condiviso tutte le scelte che il centrosinistra ha compiuto in passato sul terreno delle politiche per il lavoro. Credo che abbiamo contribuito ad alimentare una precarietà diffusa nel segno di una flessibilità male interpretata. Il Jobs act è stato l’elemento più simbolico di una visione alterata delle tutele e garanzie che avremmo dovuto offrire. Voglio dire però che ci siamo impegnati nell’ultima legislatura per introdurre dei correttivi che il ministro Andrea Orlando ha difeso sino alla caduta del governo Draghi, compresa l’introduzione di un salario minimo assente quasi soltanto nel nostro Paese.

Quale è il nocciolo di una politica di sinistra per affrontare la piaga del lavoro povero/working poor, che riguarda centinaia di migliaia di persone che pur lavorando non riescono a sopravvivere?
Penso che la priorità sia un intervento forte di contrasto alla povertà, parliamo di sei milioni di persone, oltre il nove per cento della popolazione. Una persona è ritenuta povera se ha un reddito inferiore a 640 euro al mese, ma si può essere poveri pure guadagnando il doppio se quella famiglia ha figli a carico, condizione che oggi riguarda oltre due milioni e mezzo di italiani. È il fenomeno dei working poor che si somma alle forme più tradizionali della povertà. Penso che noi dobbiamo ripartire da questa fotografia sapendo che la sinistra deve trovare qui una delle ragioni e radici della sua ripartenza.

Scuola Ricerca e sviluppo. Il ministro dell’Istruzione Valditara riduce gli istituti e parlando di merito, guarda a una stretta integrazione scuola lavoro, riducendo la ricerca di base, finalizzandola al profitto industriale . “Non disturbare chi fa impresa” è il motto”, anche dentro la scuola, intanto però gli studenti si mobilitano contro questo governo…
Di questi primi mesi di attività del ministro dell’Istruzione e del Merito rimane agli atti l’uscita sul bisogno di accompagnare alla giusta sanzione verso episodi di bullismo anche una “umiliazione” del ragazzo che ne sia autore come metodo di rieducazione. Basterebbe questa scivolata a tracciare un giudizio sull’impostazione del nuovo inquilino di viale Trastevere, ma il tema di fondo è nella loro interpretazione sbagliata dell’articolo 34 della Costituzione, quello dove si afferma che anche i meritevoli privi di mezzi devono potere proseguire negli studi. Hanno confuso il concetto di merito con un’idea della meritocrazia che, se depurata di pari condizioni di partenza, si traduce in privilegio. Due ricercatori della Banca d’Italia hanno confrontato la Firenze attuale con quella dei Medici, vuol dire sei secoli fa, e la scoperta è che le famiglie più ricche e quelle più povere sono rimaste praticamente le stesse. A questo sommiamo i ritardi del nostro sistema scolastico dove le bocciature riguardano in percentuale nettamente più alta ragazze e ragazzi che provengono da famiglie meno abbienti.

Come invece si dovrebbe intervenire per il futuro della scuola e della ricerca pubblica?
Investire sulla scuola e sulla ricerca significa garantire in primo luogo parità di accesso e di offerta formativa, la manutenzione delle scuole e degli istituti superiori, laboratori e una didattica adeguata, docenti pagati il giusto riconoscendo il valore sociale di quella professione. Aggiungo, l’ipotesi di garantire tasse universitarie ridotte in misura maggiore per le fasce sociali più in difficoltà. Nel resto dell’Europa quelle tasse sono inferiori alle nostre, meno di mille euro in Francia mentre non si pagano tasse universitarie in Germania, Grecia, Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca, parliamo ovviamente di università pubbliche. Quanto alla ricerca credo sia necessario investire in progetti europei che, soprattutto dopo la tragedia del Covid, dimostrano l’urgenza di una vera cooperazione almeno su due fronti, la sanità e la transizione ecologica.

Il ministro per gli Affari regionali Calderoli rilancia sull’autonomia differenziata. In un momento in cui sono già molto gravi le disparità fra nord e sud. Se fosse attuata la proposta sostenuta con forza dalla Lega e in maniera soft dall’Emilia Romagna di Bonaccini sarebbe un disastro come denunciano studiosi come Viesti, che al tema ha dedicato il pamphlet “La secessione dei ricchi“?
Ho partecipato all’audizione del ministro Calderoli alla Camera e la sua impostazione non ha convinto molti di noi. La tesi è che le 23 materie oggetto di delega a singole Regioni sono una eredità rispetto alla quale il governo appena insediato non ha alcuna responsabilità, ma il punto non è lì. Certo che la riforma del Titolo V nel lontano 2001 fu opera del centrosinistra, oggi però il tema, come ha spiegato Michele Ainis, è che in questo “valzer delle competenze le materie non sono tutte uguali”. Il commercio con l’estero non si può paragonare alla sanità o alla scuola perché il rischio è colpire il principio costituzionale della parità di diritti in aree diverse del Paese. Affermare che in un anno verranno indicati i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) dopo che da anni non si è riusciti a farlo appare come una scorciatoia per issare la bandiera di un’autonomia differenziata cara soprattutto ai leghisti e che finirebbe con l’accentuare disparità e disuguaglianze irricevibili. Aggiungo che il piano del ministro, parlo della bozza circolata, prevede che il trasferimento di competenze non comporti una spesa aggiuntiva per la finanza pubblica, ma anche su questo è lecito dubitare visto il precedente dei tre accordi preliminari con Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, sottoscritti nel 2018 dal governo Gentiloni e per i quali fu calcolato un maggiore onere di spesa di circa venti miliardi l’anno. Insomma, penso che occorra vigilare su un capitolo di questa legislatura dove la destra potrebbe produrre guasti destinati a perpetuarsi nel tempo.

Immigrazione. L’Italia è sempre più un Paese di anziani. Ma dalla Bossi Fini che ha istituito il crimine di clandestinità non ci sono più possibilità di accessi regolari. Tema annoso. Ora il governo Meloni non chiede più nemmeno la revisione del trattato di Dublino, ma chiede di sigillare le frontiere italiane e europee. Sono fuori dalla realtà e dalla storia? Eminenti demografi come Livi Bacci e suoi allievi su Left dicono che fra non molti anni dovremo pregare i migranti africani di fermarsi da noi, mentre vorranno andare in Cina, in Giappone, in nord America. Quale è il suo punto di vista?
Penso che Massimo Livi Bacci abbia perfettamente ragione e che soltanto chi non vuole vedere può negare un dato così oggettivo. Nel dopoguerra i redditi da lavoro, dipendente e autonomo, raggiungevano all’incirca il 65-70 per cento del nostro reddito nazionale ed era con quella fonte di reddito e di gettito che abbiamo ricostruito il paese e garantito un sistema di welfare universalistico e diffuso. Quei redditi da lavoro oggi sono scesi al 47 per cento del Pil e questo da un lato spiega l’aumento della disuguaglianza, dall’altro lato pone la questione che solleva Livi Bacci e cioè come compensare un calo demografico che mette in discussione la tenuta del nostro impianto di protezione sociale.

Il ministro dell’Interno Piantedosi annuncia nuove strette sulle Ong. I dati dicono che solo il 14 per cento di migranti arrivano in Italia salvati dalle Ong, il resto arriva autonomamente con brachini, giustamente aiutati dalla guardia costiera italiana. Anche su questo una sua opinione?
Riguardo all’azione di questo governo sul versante dei migranti e la crociata contro le Ong più delle parole, come lei dice, parlano i numeri. Negli ultimi due anni la percentuale di persone sbarcate sulle nostre coste grazie alle Ong oscilla tra il dieci e il quindici per cento del totale. Non esiste alcuna prova di un collegamento tra quelle organizzazioni umanitarie e trafficanti di vite umane mentre è un dato di fatto che gli accordi sottoscritti dei precedenti governi, quindi anche da noi, con la Guardia Costiera libica hanno prodotto come effetto quello di riportare nei lager della Libia donne, uomini e minori, disperati dopo mesi o anni di violenze e torture. Aggiungo che l’avere scelto la destra la strada dell’isolamento rispetto all’Europa su un terreno dove la cooperazione continentale è decisiva restituisce per intero la misura della incompetenza e irresponsabilità di questa maggioranza.

Veniamo a un tema che ci sta molto a cuore, Donne e diritti, a cui dedichiamo la storia di copertina di Left in edicola. Per quanto la presidente del Consiglio Meloni abbia affermato di non voler mettere mano alla legge 194, la neo ministra della famiglia e della natalità Eugenia Roccella, da anni fa una guerra alla somministrazione della Ru 486, e contro quello che lei chiama “aborto chimico”. E Gasparri ha riproposto che venga riconosciuta identità giuridica all’embrione, contro ogni evidenza scientifica, di nuovo colpevolizzando le donne che per molti motivi decidono di interrompere una gravidanza.  Che ne pensa?
Penso che questo governo voglia colpire alcuni diritti e per farlo sia disposto a utilizzare argomenti e iniziative di assoluta gravità. In intere Regioni, non a caso governate dalla destra, la legge 194, una legge dello Stato, risulta nei fatti inapplicata e questo è inaccettabile. Anni fa era stato Stefano Rodotà a insegnare a molti di noi perché i diritti sono indivisibili, avanzano o retrocedono assieme. Diritti umani, sociali, civili, diritti di libertà della persona e di autodeterminazione. Anche per questo penso che sul “controllo” della vita – di come e quando possa iniziare, di quando e come possa finire – noi abbiamo di fronte una destra traversata dal pensiero più reazionario e credo che su questi terreni dovrà misurarsi la nostra capacità di difendere quell’accesso alla cittadinanza che è stato oggetto di lotte e conquiste da conoscere e preservare. Lotte che hanno sempre visto nel pensiero e nell’iniziativa delle donne un perno insostituibile.

Congresso del Pd. Porterà queste istanze al congresso? 
Penso che il nostro congresso debba fare due cose: imparare a discutere e tornare a pensare. Si dice che la sinistra sia prigioniera di una discussione infinita su sé stessa e che anche per questo è condannata a dividersi. Ma non è così. Noi abbiamo subito due sconfitte pesantissime – le più gravi della storia – nel 2018 e nel settembre scorso. Prima avevamo perso il referendum costituzionale del 2016. Nel mezzo un segretario eletto con le primarie si è dimesso con un tweet spiegando che si vergognava di un partito impegnato solo a discutere di posti. Il punto è che su nessuna di queste sconfitte o traumi si è mai aperta una riflessione seria. Si è preferito nascondersi la realtà appellandosi alle primarie nella convinzione che cambiato un nome avremmo risolto il guaio. Ma non è andata così. Pensare che possa bastare oggi temo sia un altro errore. Però questa volta più serio perché in discussione non è solamente il destino di un leader. Il pericolo di ora è che il progetto dell’origine – il partito del centrosinistra per il nuovo secolo – non regga l’urto degli eventi che non abbiamo avuto il coraggio di affrontare. Speravo e spero in un congresso dove finalmente di tutto questo si discuta, anche in modo aspro se serve, ma sincero, per capire come non disperdere un patrimonio di umanità, passione e culture. Sull’esserci in prima persona lo discuterò e deciderò non da solo, come è giusto fare in una comunità di persone libere e pensanti.

Il 23 dicembre Gianni Cuperlo ha rotto gli indugi e  annunciato la sua candidatura   intervistato da Giovanna Casadio su Repubblica. Mentre all’Huffpost ha dichiarato: «C’è il rischio di una deriva greca o francese del Pd, devo farlo anche se la ragione me lo sconsiglia – spiega -.Ci ho riflettuto, so benissimo che ci sono due candidature favorite, ma è un congresso talmente importante che nella prima fase, quella dove a votare saranno gli iscritti, chi ha delle idee sul dopo credo abbia persino il dovere di esporle e discuterle».

Nella foto, Gianni Cuperlo e Barbara Pollastrini