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Giyasettin Şehir: Io, curdo, ho resistito nelle carceri di Erdogan con lo studio e il teatro

Incontro Giyasettin Şehir – attore, insegnante, regista teatrale e cinematografico curdo – durante alcune ricerche online sulle condizioni dei detenuti nelle carceri turche. Ha vinto diversi premi come il Festival internazionale del film Antalya Golden Orange in Turchia – migliore direzione artistica – a cui ha partecipato nel 2011 con il film Yürüyüş (Meş). Diversi articoli poi danno notizia del suo arresto nel settembre 2018 presso Diyarbakır con l’accusa di far parte di un’associazione terroristica. Già negli anni Novanta e Duemila Şehir era stato detenuto più volte in Turchia. Ha un profilo social su facebook. Gli scrivo per chiedergli un’intervista ed è da qui che inizia la nostra fitta corrispondenza. Şehir risponde dal campo profughi di Chiasso, in Svizzera. «Le mie condizioni non sono molto adatte per scrivere. Non ho strumenti tecnici oltre al mio telefono. Oggi esco dal campo e prendo un quaderno e una penna così comincio a scrivere. Poi copio tutto sul telefono e invio le mie risposte». Così è iniziato il nostro colloquio a distanza.

Dopo aver realizzato questa intervista è arrivata la notizia che il 28 novembre la Segreteria di Stato della migrazione gli ha concesso ufficialmente asilo in Svizzera riconoscendogli lo status di rifugiato politico. Adesso Giyasettin Şehir vive a Lucerna.

Giyasettin Şehir, qual è stata l’accusa nei suoi confronti nel processo in Turchia?
Sono stato accusato di aver tenuto delle conferenze presso il partito curdo chiamato Hdp (Partito democratico dei popoli). Ma io ho spiegato nei tribunali che sono un artista curdo e sono contrario al regime e tutto quello che faccio è realizzare la mia arte e vivere per essa. Il regime non accetta nessuna voce dissidente o diversa, senza tener conto della professione e reputazione della persona. Molti personaggi si trovano nella mia stessa situazione; penso all’imprenditore e difensore dei diritti umani Osman Kavala, al pianista Fazil Say, alla presidente dell’Associazione medica turca Şebnem Korur Fincancı, al politico Selahattin Demirtaş. Ora in Turchia ho una condanna a 7 anni e 6 mesi. Circa quattro mesi fa sono arrivato in Svizzera.

Era consapevole, con la sua produzione artistica, di quello che le sarebbe accaduto nel suo Paese?
So che essere un dissidente in Turchia e soprattutto essere curdo ha dei costi. Il fine della mia arte è raggiungere la verità e gridarla. Sapevo che ci sarebbero state delle conseguenze, ma non avrei mai pensato fino a questo punto. Il processo che sto attraversando ora me lo sta dimostrando in modo cruciale ma non mi sono mai pentito delle mie azioni.

Ha realizzato diverse opere che sono successi artistici come il film Mesh, una storia ambientata a Nusaybin, un villaggio curdo nel sud-est della Turchia, durante il golpe militare del 1980. Pensa che l’arte possa cambiare lo stato delle cose (sociali, politiche, di diritto)?
L’arte è la voce e il linguaggio della coscienza della società. Forse non ha il potere di cambiare tutto, ma il suo effetto è imprevedibile. L’arte attira l’occhio con la sua visuale, colpisce l’orecchio con il suo timbro. Fa appello al cuore con il suo aspetto letterario e soprattutto, risveglia le coscienze con la sua retorica attraversando mitologia, storia, letteratura, attualità, teatro, filosofia, matematica e persino scienze fisiche. L’arte esiste dall’inizio della storia e esisterà finché esisteranno le persone, la vita e la società.

A quando risale la sua prima esperienza artistica?
La mia prima esperienza seria sul palcoscenico è stata nel 1991, avevo diciotto anni. Abbiamo preparato uno spettacolo in due atti e alcune scenette per la celebrazione del Newroz. Quando sono salito sul palcoscenico, mi sono trovato faccia a faccia con il pubblico che gremiva la sala. Era un’atmosfera emozionante, affascinante, mi sembrava di essere in un sogno e il palcoscenico è stato per me come un veleno che è penetrato nelle vene.

Poi dalla primavera del 1992 fino all’autunno del 2002 ha vissuto in carcere. È un tempo lunghissimo…
Portavamo in giro molti spettacoli teatrali fino a quando una mattina la mia casa è stata perquisita e io sono stato preso in custodia. Per un mese sono stato torturato. Era come se ogni giorno mi venissero tolti dei pezzettini dal corpo. Io stesso ero stupito dai suoni che emettevo nei momenti di tortura. Non è mai stata una voce umana. C’è da dire che in carcere ci sono due opzioni: arrendersi alle condizioni della prigione e quindi alienare la propria identità, personalità e arte, oppure trasformare quel posto in una scuola costruendo un laboratorio dove acquisire profondità intellettuale e pratica. Non mi sono mai arreso in nessuna circostanza nella mia vita. Ho resistito e provato con pazienza e ostinazione. Invece di fissare un unico obiettivo, ho preferito camminare costantemente. E mi sono aggrappato ai libri leggendo di movimenti artistici e teatrali, generi, maestri, tecniche, ecc. Ho confrontato, tratto conclusioni, prodotto le mie sintesi. A poco a poco, stavo acquisendo profondità e maturità. Da un lato resistevo alla violenza, alle condizioni del carcere e, dall’altro, ero impegnato a istruirmi. Dopo lo studio è però sorta un’altra esigenza: coronare la conoscenza con le esperienze pratiche.

Parla di violenza, delle dure condizioni del carcere ma con la possibilità comunque di istruirsi, leggere, organizzare spettacoli teatrali. Potrebbe sembrare contraddittorio…
Non c’è tortura sistematica durante la detenzione ma viene eseguita soprattutto durante l’interrogatorio da parte della polizia, prima di entrare in prigione. Attraverso la resistenza, scioperi, siamo riusciti a conquistare anche alcuni diritti come quello allo studio.

Dopo gli studi in carcere, diceva, ha avuto necessità di mettere tutto in pratica. In che modo ha cominciato a organizzare spettacoli teatrali in carcere? E come hanno reagito i compagni alle sue proposte?
Vivevo con 50 persone con cui stavo 24 ore al giorno ed è stata una grande opportunità. Organizzavamo il palcoscenico unendo i tavoli da pranzo. Una serie di costumi locali, tendaggi, cappelli, berretti, ecc., avrebbero potuto soddisfare il bisogno di costumi per le fasi iniziali; la luce del palcoscenico poteva essere ottenuta dipingendo le lampadine e inserendole in fessure di cartone mentre il suono era prodotto con un lettore di cassette. Alcuni compagni avevano anche un precedente background teatrale. Tutto era perciò pronto per creare un gruppo con il potenziale per realizzare molte cose insieme. Per prima cosa abbiamo iniziato con dei laboratori didattici che ci hanno aiutato a sviluppare varie tecniche. Man mano che il linguaggio del corpo, il diaframma, la voce, le intonazioni e le tecniche di recitazione miglioravano, abbiamo iniziato a lavorare su spettacoli in due atti. La destrezza e il pensiero creativo hanno prodotto risultati sorprendenti. Poi abbiamo iniziato a concentrarci su spettacoli più specifici che richiedevano la sincronizzazione corporea con la danza, la musica e la coreografia. In poco tempo, i nostri spettacoli hanno attirato l’attenzione di altri reparti politici, giudiziari e persino dell’amministrazione penitenziaria. C’erano visite ai rioni una volta alla settimana e l’opportunità di riunirsi in alcune giornate nazionali e culturali, e il nostro pubblico è aumentato. Queste condizioni sono state preziose per noi perché sono state ottenute attraverso la resistenza. Poi ci siamo domandati: “Perché non facciamo anche proiezioni di film?”. Dopo molti tentativi, finalmente ce l’avevamo fatta. Avevamo realizzato un proiettore fatto a mano con scatole di cartone e lenti per proiettare le immagini sulle pareti. Abbiamo messo in scena dozzine di opere teatrali nel corso di dieci anni. Alcune delle commedie erano adattamenti di testi già esistenti ma la maggior parte consisteva in testi scritti da noi. Oltre ad acquisire padronanza sia teorica che pratica, il dungeon (terreno di gioco, ndr) è stato una scuola che ha permesso alla mia personalità, identità, pensiero, di crescere. È stato un decennio pieno di resistenze, scioperi della fame, digiuni mortali e ovviamente, arte. Ho imparato qui la resistenza, la pazienza, la caparbietà inflessibile, la produttività, la solidarietà, il pensare bene e fare il bene, e che si può fare molto anche con risorse scarse. Ho acquisito la consapevolezza che la povertà non è privazione e che il potere della creazione è reso illimitato dalla determinazione del proprio pensiero creativo.

Quali sono stati i modelli, i personaggi che hanno influito nella sua carriera artistica?
Yılmaz Güney è stato un idolo per me fin da adolescente. Volevo come lui fare film e avere un impatto nel mondo come regista curdo anche se era difficile raggiungere il suo livello. Anche l’incontro con l’ambiente patriottico curdo è stato uno dei principali elementi che hanno giocato un ruolo importante nella mia formazione. Il soggetto dell’arte che dirige la mia vita e determina la mia esistenza è l’amore semplice per la natura, gli esseri viventi e la vita. Secondo me, la traiettoria principale, corpo e centro dell’arte è la bellezza.

Da artista, da uomo… come descriverebbe il Kurdistan?
Il Kurdistan mi ricorda sempre una donna. Secondo la struttura della lingua curda, ha già di per sé un significato femminile. È per me madre e amante, bellezza e dolore. Il mio legame verso di lei mi ricorda l’epopea degli amanti Mem û Zîn e il loro amore che viene ostacolato non facendoli mai ricongiungere se non alla loro morte.

Qual è la sua posizione circa le responsabilità politiche da parte dell’Onu verso il regime turco e la questione curda?
La Repubblica di Turchia ha sempre in qualche modo voluto appartenere alla cultura occidentale formando partnership militari ed economiche per ricevere aiuti e sostegno politico europei. Si è unita alla Nato sfruttando la sua posizione geo-strategica come arma di scambio contro la lotta dei curdi. Basti pensare che la maggior parte delle bombe che cadono in Kurdistan sono di origine europea o alla messa al bando delle istituzioni curde in Europa. Insomma, il regime turco non vuole nulla a favore dei curdi in nessuna parte del mondo. L’Onu ha visto il massacro curdo come una questione di diritti umani ma non è solo questo: è una lotta per l’identità, la lingua, la cultura e per la patria. I veri sostenitori dei curdi sono le istituzioni della società civile, gli attivisti, gli intellettuali, i difensori dei diritti umani, i socialisti. Gli Stati non sono veramente interessati alla questione in Kurdistan, né possono esserlo per le relazioni politiche, militari, economiche che intercorrono tra di loro.

Giyasettin Şehir, lei è stato arrestato nuovamente nel 2018, ha trascorso quattro mesi in carcere fino alla pena definitiva che l’ha portato a scappare fino a raggiungere la Svizzera. Racconti il suo viaggio.
Dopo essere stato a Istanbul per 8 mesi, mi sono trasferito a Edirne. Ho stretto un accordo con una rete di contrabbandieri. Era inverno, le traversate erano diventate molto difficili e le ispezioni militari erano aumentate sia al confine turco che a quello greco. Ci sono due modi per oltrepassarlo: attraversare il fiume Meriç in barca oppure scavalcare i fili di ferro spinati alti 5 metri. Sono rimasto a Edirne per tre mesi e ho provato a passare più volte il confine senza riuscirci. Con un mio compagno e la nostra guida ci abbiamo nuovamente provato la notte del 24 dicembre 2021. Dopo una camminata di quattro ore sul confine turco, abbiamo raggiunto la recinzione sul confine greco. Mentre camminavamo è arrivata una pattuglia militare turca e abbiamo dovuto nasconderci. Ci cercavano nella foresta, sotto tutti gli alberi ma la nostra guida ci ha aiutato a scappare facendoci sdraiare sul terreno più pianeggiante. Quando si sono assicurati che non fossimo lì, sono saliti in macchina e se ne sono andati. Abbiamo aspettato per un po’ senza muoverci. Siamo tornati ai fili. La guida è salita rapidamente ed è arrivata in cima. Il mio amico mi ha chiesto di salire per primo ma ho rifiutato. Ho sostenuto la guida dal basso e l’ho fatto salire. Quindi, ha attraversato i fili ed è passato in Grecia. Dopo abbiamo dovuto percorrere un terreno pianeggiante di 100 metri. Dopo che il mio amico ha oltrepassato questa terra, è corso veloce e si è rifugiato in un ruscello asciutto e ci ha aspettato. Era il mio turno. Il filo spinato era costituito da due parti. Non c’era niente a cui aggrapparsi nella prima. Non c’era posto dove mettere i piedi e ottenere supporto. Ho cercato di resistere e salire con le braccia ma non avevano la forza per sollevarmi. Anche la borsa, che avevo riempito con bottiglie d’acqua, sulla schiena era pesante e ci ho provato finché non ho perso le forze. Quando la guida si è resa conto che non riuscivo mi è venuto in soccorso e ho scalato la prima sezione. I fili spinati mi graffiavano le gambe in molti punti e quando ero proprio sopra, due veicoli venivano verso di noi dal lato greco e dovevo atterrare velocemente altrimenti sarei stato catturato e deportato al confine. Mentre cercavo di scendere le mie mani sono scivolate e sono caduto da 4 metri. Le bottiglie di plastica dell’acqua nella borsa mi hanno protetto la schiena e la testa. Mi sono alzato velocemente perché i veicoli erano vicini adesso. Il mio piede era dolorante, avevo dei tagli sul corpo e la mia energia era esaurita. Ho iniziato a correre con tutte le mie forze. E finalmente, esausto, ho raggiunto il ruscello. Entrambi siamo passati ma la guida è rimasta dalla parte turca a causa dei veicoli in arrivo. Non conoscevamo la strada e non potevamo continuare da soli. Ci siamo seduti e abbiamo aspettato che passassero i veicoli che sono andati via dopo mezz’ora. Una voce proveniva dalla recinzione. La guida non ci aveva lasciato, stava salendo i fili per raggiungerci e la nostra marcia è proseguita in Grecia. Abbiamo camminato per due ore e ci siamo presi la prima pausa. Il pericolo era stato ridotto. Abbiamo acceso una sigaretta ciascuno. Le luci della città si vedevano vagamente. E tutti i dolori nel mio corpo hanno iniziato ad attaccare come un esercito barbaro, il mio cervello, il mio cuore. Ho preso una maglietta dalla borsa e l’ho avvolta intorno alle dita del piede. Dopo aver camminato per due ore siamo arrivati ai binari di Tiren. Questa è stata la parte più difficile per me. O camminavo calpestando i binari oppure la ghiaia. Dopo aver camminato per altre quattro ore in questo stato, siamo arrivati alla stazione dei treni (Banhof) della prima città greca al confine. Erano le 9 del mattino. Abbiamo chiamato il contrabbandiere al telefono e aveva delle richieste per noi. Gli abbiamo inviato un selfie. Indossavamo un vestito pulito e abbiamo lasciato lì le valigie. Dopo aver fatto quanto richiesto, ci siamo costituiti alla prima stazione di polizia. Dopo 45 giorni in una prigione greca siamo stati liberati. Sono rimasto a Salonicco e ho dovuto vivere in Grecia per 8 mesi. Dopodiché, il mio passaggio in Svizzera.

Quali sono le condizioni nel Campo d’asilo a Chiasso?
Ci sono molte persone qui, sia curde che di altre nazionalità, è affollato. Dormo insieme ad altri dieci nella stessa stanza. Abbiamo la possibilità di uscire durante il giorno dalle 9 del mattino alle 18 della sera. C’è il fine settimana festivo e chi ha un posto dove andare può andarci. Di solito esco e sto seduto a un caffè, faccio una passeggiata, leggo notizie, guardo film. Cerco di passare il mio tempo in modo produttivo. A volte bevo qualche birra o qualcosa del genere. Ci sono bambini e famiglie, politici, richiedenti asilo (colombiani, arabi, georgiani, alcuni neri).

Anche Ucraini?
Sì, ma il loro posto è in un altro edificio. Quando non c’è spazio li possono trasferire qui.

E come si sostiene economicamente? Riceve aiuti?
Qui danno 21 franchi a settimana, due pacchetti di sigarette insomma. Avevo dei soldi con me quando sono arrivato e stanno finendo ma resisterò come sempre.

Dopo tutto questo tornerebbe come artista in Turchia?
Il mio paese è il Kurdistan e mi piacerebbe fare arte lì. Tuttavia, non ci sono condizioni per me di vivere in Turchia. Ho resistito fino alla fine per restare.

È cresciuto a Diyarbakır. Che ricordi ha della sua infanzia?
Ho completato la mia istruzione primaria, secondaria e superiore lì ma fui gettato in prigione prima di avere l’opportunità di iniziare la mia formazione universitaria. Gli anni della mia infanzia sono stati i migliori. Ho trascorso ogni momento del mio tempo tra curiosità e ricerca. Ero attivo e veloce. Tanto che molto più tardi mia madre mi avrebbe detto “come se avessi fretta”. Volevo arrivare ovunque e avere tutto e subito, cercando di fare tante cose insieme. Anche a quell’età, mi sono ritrovato a correre al cinema nel tempo libero. Lavoravo per il proprietario del cinema e ho avuto l’opportunità di guardare i film vendendo pop corn e soda nella sala.

Poi il carcere… fino al 2002. Come è stato il ritorno alla vita quotidiana?
La città, che non vedevo l’ora di rincontrare con entusiasmo e impazienza, aveva un volto diverso. Quando l’autobus su cui sono salito è entrato in città, l’unico sentimento che si è fatto avanti in me è stata la delusione. Non c’era più traccia della città in cui sono nato, cresciuto. Gli edifici moderni, le strade larghe e le file di automobili che viaggiavano nel caos mi erano estranei e non si adattavano affatto a Diyarbakır. Mi hanno portato a casa di mio padre nella nuova zona residenziale. Sono stato lì per alcuni giorni con un sentimento di freddezza ed estraneità. Tutti mi venivano a dare il benvenuto. Avevano un viso caldo e sorridente tra pranzi, conversazioni, risate e ricordi. Ma non riuscivo a sentire quello che veniva detto, non potevo unirmi alle risate, non potevo condividere i sentimenti. Mi sentivo come un uomo solo in un universo astratto. Anche la tecnologia era cambiata. Tutti avevano strani telefonini in tasca. Ne avevo sentito parlare, ma era la prima volta che li vedevo. E poi me ne hanno regalato uno. All’inizio riuscivo a usare solo il pulsante di accensione. Lo utilizzavo come fosse walkie-talkie. Lo portavo alla bocca e parlavo ad alta voce, poi lo portavo all’orecchio e ascoltavo la voce dall’altra parte. Computer portatili, giochi virtuali, registratori di cassa ecc. erano sorprendenti e interessanti. Anche gli ascensori.

E l’incontro con gli ambienti culturali invece?
In poco tempo sono stato incuriosito da alcuni ambienti artistici. Alcune brave persone avevano avviato uno studio per aprire un centro culturale a Diyarbakır. Dopo averli incontrati ho chiesto loro di essere coinvolto. Ho iniziato a far parte di quel gruppo con grande entusiasmo. Dopo un lavoro faticoso, ero diventato manager e insegnante di teatro presso il centro culturale che abbiamo aperto il 23 aprile 2003. Fino al 2006 ho cercato di organizzare laboratori. Dalla fine del 2006 al 2010, ho iniziato a lavorare nel comune di Mardin Nusaybin come responsabile della cultura. Ho avuto la fortuna di aprire qui il Centro culturale Mitanni. Abbiamo organizzato molti eventi che hanno fatto rumore in questo enorme centro. Anche qui ho continuato a produrre opere teatrali con una compagnia da noi fondata. Nel 2017 sono tornato a Diyarbakır e ho continuato il mio lavoro presso il Centro culturale Dicle Fırat. Abbiamo fatto spettacoli con un gruppo teatrale chiamato Teatra Yekta Hêvî. Con questa squadra abbiamo eseguito spettacoli che hanno attirato l’attenzione e fatto molto rumore. La squadra ha continuato il teatro dopo di me ed è ancora attiva. Gli spettacoli che ho diretto hanno partecipato a molti festival nazionali e internazionali e sono stati apprezzati.

Quali saranno i suoi progetti ora che è in Europa?
Ogni periodo della mia vita è stato per me un processo nuovo, stimolante e prezioso. Ora ho iniziato una nuova fase entrando in Europa ed è entusiasmante, piena di speranza. Penso che continuerò i miei studi con la stessa vivacità ma con più qualifiche. Indubbiamente, quello europeo è un campo nuovo per me, quindi ci vorrà del tempo per rivelare, valutare le opportunità. Nuova vita, nuove persone, nuove opportunità sono gravide di buoni risultati se valutate bene.

In apertura, Giyasettin Şehir in una foto dalla sua pagina facebook

ProVita attacca i diritti degli studenti transgender e chiede aiuto al ministro del “merito”

Una diffida alle scuole che adottano la carriera alias – cioè la procedura che a scuola permette agli studenti transgender di indicare un nome differente rispetto all’identità anagrafica. Ha pensato bene di presentarla Provita & Famiglia che ha anche chiesto un intervento urgente al ministro dell’Istruzione Valditara per mettere fine a quello che l’associazione cattolica definisce un «incontrollato abuso giuridico».

La carriera alias, come sottolinea l’associazione GenderLens, è parte di un insieme di azioni volte a sostenere le persone transgender nel loro primario contesto sociale e di apprendimento, la scuola. Si tratta di un dispositivo ampiamente adottato da scuole e università di molti Paesi – inclusa l’Italia – ed è considerato una buona prassi di inclusione e supporto sociale. 

Concretamente, la carriera alias consiste nel permettere alle e agli studenti che ne fanno richiesta, in accordo con la famiglia, di comparire sul registro elettronico e sui documenti scolastici con il nome e con i pronomi di elezione. Non si tratta di, o non dovrebbe costituire un adempimento soltanto amministrativo. Alla carriera alias, infatti, si affianca l’impegno della scuola in pratiche di accoglienza dell’identità e del percorso personale di ogni studente. 

Per esempio, in questo percorso la scuola permette di adottare abbigliamento ed espressione di sé coerenti con il genere con cui le persone si identificano, i docenti e la classe usano nella quotidianità il nome e i pronomi congruenti, l’istituto consente l’uso di bagni e spogliatoi in cui sia possibile per ciascunə sentirsi al sicuro e a proprio agio a fronte di una condizione che mette seriamente a rischio il benessere a scuola, che espone a situazioni di bullismo e discriminazione – come rilevato anche in Italia da una ricerca internazionale – ed è connessa con un elevato rischio di frequenza scolastica discontinua, esclusione e abbandono.

Per Provita, il no alla carriera alias è invece un «atto di civiltà» per «proteggere gli studenti, soprattutto se minorenni, dai rischi che corrono nel consolidare una auto-percezione soggettiva spesso temporanea, che può portare ad assumere farmaci ormonali per il blocco dello sviluppo sessuale o addirittura operazioni chirurgiche». In realtà, la carriera alias è del tutto indipendente dagli interventi medici, dall’assunzione di farmaci e dalla chirurgia e lavora invece, insieme alle famiglie, per la possibilità di una transizione sociale adeguata al percorso di crescita specifico di ogni studente.

Il problema, quindi, per chi vuole “proteggere” gli studenti, sembra essere quello di dare peso e credito all’esperienza di coloro che fin dalla giovane età si identificano in un sesso diverso da quello di nascita, esperienza derubricata come “auto-percezione soggettiva” e quindi non degna di essere presa seriamente dal mondo adulto. In realtà, questa esperienza ha un impatto drammaticamente concreto sulle vite delle persone e questo è noto da tempo in ambito psicologico, medico, educativo. L’edizione 2021 del Trevor Project, indagine sulla salute mentale dei giovani Lgbtq negli USA, ha rilevato che il 52% dei giovani transgender e non binari ha seriamente considerato il suicidio nel corso dell’anno precedente, e che oltre il 70% dei giovani transgender ha avuto esperienza di disturbi di ansia generalizzata e depressione maggiore.

Altri studi hanno messo in evidenza la maggiore incidenza di abbandono scolastico o discontinuità della frequenza, connessa con il profondo malessere sperimentato in contesti scolastici, nelle relazioni con i pari e con gli insegnanti. Eppure ci sono delle vie di uscita da questo quadro inquietante: il lavoro di Olson e colleghi pubblicato sulla rivista Pediatrics nel 2016 ha preso in esame per la prima volta un gruppo di bambinə transgender tra i 3 e i 12 anni che hanno fatto la transizione sociale e che godono di supporto familiare e sociale nella loro identità di genere. Esaminando in particolare i livelli di ansia e depressione di questo gruppo e comparandoli con il dato della popolazione della stessa età con disforia di genere a cui il contesto sociale chiede di vivere secondo il sesso assegnato alla nascita, emerge che coloro che hanno fatto la transizione sociale e sono sostenuti nella loro identità manifestano fenomeni di ansia e depressione in un’incidenza inferiore, più vicina a quella della popolazione generale di pari età. Questi e altri risultati di ricerche scientifiche sono molto importanti perché ci dicono che la sofferenza psicologica non è una componente inevitabile del percorso di crescita di questə giovani, e che a fare la differenza è proprio l’ambiente di supporto che hanno intorno a sé, fatto di famiglia, comunità scolastica, gruppo dei pari.

Per questo la carriera alias si colloca entro una visione molto chiara del ruolo della scuola nella promozione dell’uguaglianza e delle possibilità di partecipare attivamente alla società, a fronte di posizioni che invece vorrebbero le diversità non fossero nominate, riconosciute e supportate nei luoghi dell’educazione.

La carriera alias dà a bambinə, adolescenti e alle loro famiglie il messaggio che la scuola è con loro e li sostiene lì dove sono, senza forzature; che il loro è un processo che fa parte di un cammino di crescita e non segna aprioristicamente nessun destino, e che la ricerca di sé trova uno spazio rispettoso e accogliente nell’istituzione educativa.

Si tratta di un’azione che ha un impatto non solo sui singoli ma sull’ecologia complessiva del contesto educativo. La carriera alias, e in generale un approccio improntato al riconoscimento, è un gesto per i genitori, che non vengono confinati nell’angoscia di gestire un’etichetta di “anormalità” o patologia dei loro figli e possono sapere di lasciarli in mani sicure quando sono a scuola; è per ragazze e ragazzi, che non devono spiegare continuamente al mondo chi sono. Si tratta anche di un messaggio che parla ai compagni di classe e alle loro famiglie, rendendo evidente che quella scuola agisce concretamente per favorire i percorsi di crescita rendendosi un luogo abitabile per le diversità – tutte le diversità, non solo per studenti transgender ma anche studenti che vivono vite complesse, persone con disabilità, per chi è arrivato da un diverso Paese di origine e parla un’altra lingua.

Inoltre, è un gesto di cura per il personale docente e non docente della scuola, che non viene lasciato in balia della buona volontà individuale ma fa riferimento a un corpus di conoscenze scientifiche, strumenti e una chiara linea di azione educativa. Infine, la carriera alias è per la società, a cui la scuola – al tempo stesso fucina e specchio della democrazia come ricordava già nel secolo scorso John Dewey – può insegnare come funziona una comunità plurale. La diversità di genere, come le altre diversità, esiste. Non è detto che tutte le diversità dell’identità di genere vadano trattate su un piano medico, ma è necessario che siano le nostre società e le istituzioni educative i primi luoghi in cui fare spazio per la loro esistenza e anche per i loro cammini, che non sono sempre lineari.

Forse, però, in un tempo in cui la scuola è intesa come luogo di competizione per il merito, è proprio un’idea di scuola come comunità formativa democratica a costituire un problema per chi si dichiara “pro vita”.

*L’autrice: Chiara Sità è docente di Pedagogia all’Università di Verona

Uomini che odiano le donne: I gesuiti e il “Caso Rupnik”

Fino al 2 dicembre 2022, quando Left ha pubblicato il primo articolo dell’inchiesta sulle accuse di violenza psicologica e “sessuale” nei confronti di padre Marko Rupnik – accuse mosse da 9 suore appartenenti alla Comunità Loyola di Lubiana che anche per questo motivo è sotto commissariamento (secretato) dei gesuiti come rivelato dalla nostra inchiesta -, la Compagnia di Gesù (CdG) era probabilmente convinta di poter continuare a gestire senza particolari problemi lo scomodo caso del potente religioso, artista e teologo noto in tutto il mondo ecclesiastico e “vicino” a papa Francesco. Un caso – stando alle accuse che Left e altri media hanno ricostruito in questi giorni – di abusi psicologici e violenze sessuali su almeno 10 donne che andava avanti da quasi 30 anni. La relativa tranquillità dei gesuiti emerge da una nota interna che reca la data del 2 dicembre scorso (successiva al nostro articolo) nella quale il vertice della CdG afferma che non c’è (più) nessun reato dato che il crimine di cui Rupnik era accusato era caduto in prescrizione. 

La nota ad uso interno della CdG, redatta con l’obiettivo di dettare la linea da seguire in caso di sollecitazione dei media, diviene pubblica tre giorni dopo, il 5 dicembre, attraverso un articolo dell’agenzia religiosa Aciprensa. Interpellato dai giornalisti di Aciprensa, un gesuita afferma che «il Vicariato di Roma non è finora intervenuto perché le accuse contro Rupnik riguardano fatti accaduti solo in Slovenia». Il che è vero e falso allo stesso tempo. È vero che la vicenda risalente ai primi anni Novanta accadde fuori dall’Italia ma in questo modo si è lasciato intendere che nel nostro Paese Rupnik non fosse mai stato accusato di nulla, il che, come vedremo è falso. E i gesuiti, dal vertice in giù, ne erano a conoscenza. Il 5 dicembre accade anche un altro fatto significativo. Il blog Messa in latino rivela che a gennaio 2022 Rupnik aveva ricevuto una condanna per un reato particolarmente grave dal punto di vista canonico: “Assoluzione del complice in confessione”. Notizia di cui nel testo della CdG non c’era traccia. A chi non è dentro le cose di Chiesa questa formula –  “Assoluzione del complice in confessione”- probabilmente dice poco o nulla. Approfondendo si scopre che per i credenti e i religiosi invece è qualcosa che fa tremare le vene ai polsi. Già perché si tratta di un reato che comporta se accertato la scomunica latae sententiae del confessore. Detto in estrema sintesi, una scomunica automatica solo per aver commesso il fatto. E a quanto pare questo è ciò che sarebbe capitato a Rupnik circa un anno fa.

Ma cosa avrebbe combinato? Dopo aver avuto un rapporto sessuale con una donna l’avrebbe assolta dal “peccato”, in confessione. E dopo la condanna cosa è successo? Comminata in gran segreto dal tribunale del Dicastero della dottrina della fede, sempre in gran segreto questa scomunica sarebbe stata annullata. Da chi? E perché? Secondo Messa in latino a togliere la scomunica a Rupnik sarebbe stato papa Francesco in persona il 3 gennaio scorso dopo averlo convocato in udienza perché Rupnik si era pentito. Ma finora questa notizia non è stata confermata. Quella che è stata confermata è la notizia di una precedente scomunica risalente al 2019, anche questa in seguito “condonata” con pena “ridotta” a temporanee restrizioni per il religioso per limitare il suo “modo di fare”: niente confessione e nessun accompagnamento spirituale delle donne. Questa notizia è stata data dall’Associated press il 14 dicembre riportando le ammissioni del superiore generale dei gesuiti, il reverendo Sosa (nella foto insieme a papa Francesco mentre escono dalla chiesa del Gesù a Roma). «Il caso risale al 2015 – scrive AP – quando Rupnik era a Roma, e comprendeva anche un’accusa di falso misticismo che non è stata perseguita, secondo una persona a conoscenza del caso non autorizzata a parlarne. Rupnik ha subito ammesso il crimine legato alla confessione e si è formalmente pentito, e il Dicastero per la dottrina della fede ha immediatamente revocato la sua scomunica dalla Chiesa, ha detto Sosa in risposta a una domanda dell’AP». Un’ammissione che conferma – con dettagli determinanti rivelati da AP – quanto scritto da Left in questo articolo del 13 dicembre riportando la testimonianza di una donna che ha lavorato nel Centro Aletti a Roma, di cui il religioso gesuita era direttore

«Lo scorso anno mi sono manifestata ai gesuiti. Ho scritto una testimonianza di 10 pagine e l’ho mandata a Roma. Poi c’è stato un incontro su zoom durante il quale un gesuita mi disse di aver ricevuto qualche anno prima una testimonianza molto simile alla mia. Io non so chi è questa persona ma da quello che ho capito è italiana».
Dalla sua denuncia è stato avviato un procedimento? Cosa le ha risposto il gesuita?
«Mi è stato detto che la prima testimonianza ha dato il via a una visita canonica dentro il Centro Aletti. “Abbiamo fatto un po’ di pulizia e Rupnik è stato tolto dal posto di direttore”, sono state queste le sue parole». E poi? «Il mio interlocutore mi ha detto che avevano deciso di sottoporlo ad alcune misure per limitare il suo “modo di fare”: gli hanno tolto la confessione delle donne e l’accompagnamento spirituale delle donne». E qui un altro passaggio chiave e fin qui inedito del caso-Rupnik. «Quando mi sono manifestata ai gesuiti di Roma queste misure erano già in vigore e mi è stato suggerito di prendermi del tempo per pensare se denunciarlo anche io. «Per il momento, Rupnik ha già delle restrizioni temporanee. Quindi non c’è emergenza, ci rifletta su e quando scadranno le restrizioni attuali, ne parliamo di nuovo”». Non è chiaro quando queste misure temporanee contro Rupnik sarebbero scadute ma secondo i calcoli di chi scrive sono state comminate nel 2019. Cioè dopo la scomunica per la prima volta ammessa pubblicamente dal rev. Sosa…

La domanda a questo punto è: Se è vero che a padre Marko Rupnik, per almeno due volte, è bastato dichiararsi pentito di fronte ai suoi superiori per evitare guai seri, quante sono le donne vittime di questa sconcertante vicenda? Perché fino a oggi la Santa Sede non ha fatto trapelare nemmeno una sillaba? Sarebbe questa la trasparenza di cui abbiamo tanto sentito parlare durante il pontificato di papa Francesco?

Scrive Nicole Winfield su AP il 15 dicembre: «Mentre i gesuiti vietavano a Rupnik di ascoltare le donne in confessione e di fare esercizi spirituali, le restrizioni al suo ministero non gli impedivano di celebrare la messa o predicare in pubblico (o su youtube, ndr). Inoltre Rupnik ha continuato a scrivere libri di teologia e a realizzare in tutto il mondo i mosaici religiosi senza che il pubblico, le donne consacrate della sua comunità o persino i suoi stessi confratelli gesuiti conoscessero la verità». E ancora. «Le rivelazioni secondo cui il Vaticano ha lasciato due volte fuori dai guai un famoso religioso per aver abusato della sua autorità su donne adulte ha messo in luce due principali debolezze nelle politiche sugli abusi della Santa Sede: la cattiva condotta sessuale e spirituale contro le donne adulte è raramente, se non mai, punita, e la segretezza regna ancora sovrana, soprattutto quando sono coinvolti sacerdoti potenti».

Pensando anche alle violenze denunciate dalle suore della Comunità Loyola, risalenti a quasi 30 anni fa, prese in considerazione dal Vaticano e dalla CdG solo nel 2020 e rispedite alle mittenti con il “bollino” della prescrizione, come non essere d’accordo con quanto ha scritto su AP la giornalista Nicole Winfield?

Tutte le puntate dell’inchiesta di Spotlight Italia – Il database di Left

Se sei a conoscenza di casi che non sono stati segnalati o vuoi aggiungere nuove informazioni a quelle già pubblicate, puoi scriverci all’indirizzo email [email protected]

L’unica invasione è quella della propaganda. Ecco i numeri

Il report 2022 sul diritto d’asilo della Fondazione Migrantes lo dice chiaramente: il 2022 è stato l’anno in cui l’invasione dell’Ucraina ha sparso in Europa milioni di ucraini (oltre 4.400.000 le persone registrate per la protezione temporanea solo nell’Ue fino all’inizio di ottobre) ma è anche l’anno in cui l’Ue ha continuato ad appaltare i suoi confini per respingere migranti e rifugiati ugualmente bisognosi di protezione: è avvenuto dalla Grecia a tutti i Balcani, dalla Libia alla frontiera con la Bielorussia, dalle enclave spagnole sulla costa africana alle acque mortifere del Mediterraneo e dell’Atlantico sulla rotta delle Canarie fino, ultima “novità” dell’anno, ai moli dei porti italiani. Cioè quelli di un Paese i cui governi di ogni colore ripetono da anni che l’«Italia non può fare tutto da sola», ignorando le statistiche sui rifugiati presenti nei Paesi europei che l’Unhcr, l’Agenzia Onu per i rifugiati, aggiorna ogni semestre. Alla fine dello scorso giugno, ormai nel pieno della crisi umanitaria ucraina, vivevano in Italia poco meno di 296 mila “rifugiati” (cioè rifugiati in senso stretto e persone con protezione complementare o temporanea, e quindi profughi ucraini inclusi: la cifra equivale a cinque persone ogni mille abitanti). Però alla stessa data i rifugiati in Francia erano 613 mila e in Germania addirittura 2.235.000. 

Nessuna invasione, quindi, ma un’accoglienza a due velocità che distrugge l’enorme bugia del “non riusciamo ad accogliere tutti”. Non vogliamo accogliere tutti, semplicemente. E non è vero che l’Italia faccia più degli altri. Alla fine del ’21, prima della guerra, i rifugiati in Italia calcolati dall’Unhcr erano solo 145 mila, mentre però la Francia ne ospitava già mezzo milione e la Germania 1.256.000. Quanto all’incidenza sulla popolazione, la Grecia già sosteneva un carico multiplo rispetto a quello italiano: quasi 12 rifugiati ogni mille abitanti contro i nostri due o poco più; e persino la Bulgaria ne contava tre ogni mille. Mentre sempre nel ’21, se l’Italia ha registrato 45.200 richiedenti asilo per la prima volta, la Germania ne ha registrati 148.200, la Francia 103.800 e persino la Spagna ne ha ricevuti di più, 62.050 (dati Eurostat).

Le curatrici del Rapporto Mariacristina Molfetta e Chiara Marchetti scrivono: «Viene così da chiedersi chi dovrebbe prendersi i migranti da chi, per restare al livello dell’attuale “dibattito” nell’Ue. (Piuttosto, occorrerebbe discutere del fatto che le persone che sbarcano sulle nostre coste, a differenza di molte altre che chiedono protezione nell’Europa continentale, devono essere prima salvate da un mare pericoloso con missioni di soccorso degne di questo nome e dovrebbe essere loro risparmiato l’inferno di Libia: qui sì, è vero che l’Italia non può farcela da sola)».

Ma intanto ci troviamo in «un’Unione europea e un’Italia “sdoppiate”, solidali con gli ucraini e discriminanti e in violazione dei diritti umani e delle convenzioni internazionali con altri – scrivono nell’Introduzione a Il diritto d’asilo. Report 2022. Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati (Tau Editrice 2022, pp. 440) Mariacristina Molfetta e Chiara Marchetti -: Per qualcuno le frontiere sono aperte, mentre per altri non lo sono nemmeno i porti dopo un naufragio. A essere a rischio è lo stesso diritto d’asilo e persino lo stato di salute delle nostre democrazie. In questo quadro di pesanti trattamenti discriminanti sia internazionali che nazionali si aprono interrogativi scomodi: i bambini sono davvero tutti uguali? Godono tutti degli stessi diritti? Le persone in fuga da conflitti e guerre che hanno già perso la casa e magari persone care non sono tutte uguali e non hanno tutte gli stessi diritti? Provocatoriamente ci viene da chiederci se invece per avere accesso a questi diritti bisogna essere biondi o cristiani o venire dal continente europeo…». 

Il diritto di accogliere i migranti che più ci piacciono e che sentiamo più simili a noi dov’è scritto? In quale trattato internazionale? In quale articolo di legge?

Buon venerdì.

Nella foto: migranti sulla Geo Barents ormeggiata a Catania chiedono aiuto, 8 novembre 2022

Verità e giustizia per le vittime di uranio impoverito

La trentennale questione dell’uso bellico dell’uranio impoverito, che per diversi aspetti investe anche l’Unione europea, verrà finalmente portata all’attenzione del Parlamento europeo. Lo ha deciso il Partito della Sinistra europea (The Left) che ha chiuso l’11 dicembre 2022 il suo congresso a Vienna.

«I crimini di guerra non vanno in prescrizione», si legge nelle conclusioni della mozione presentata al congresso dal Partito della rifondazione comunista e approvata dal 90% dei delegati e delle delegate dei partiti rossoverdi europei. «Il Partito della sinistra europea si impegna a portare la questione delle vittime civili e militari dell’uranio impoverito all’attenzione del Parlamento europeo e ad individuare un percorso che possa impegnare il Parlamento sulla strada della verità e della giustizia per tutte le vittime e per la messa al bando di queste armi dentro e fuori il perimetro dell’Unione europea…».

Il consenso quasi unanime ottenuto da questa mozione lascia ben sperare sull’impegno che le delegazioni di europarlamentari metteranno in campo nel prossimo futuro. Un percorso che sarà supportato concretamente anche dall’Italia con la giurisprudenza prodotta in vent’anni di battaglie legali e dalle conclusioni inequivocabili della IV Commissione d’inchiesta parlamentare sull’uranio impoverito il cui presidente, l’ex senatore Gian Piero Scanu, aveva già inviato a suo tempo alla presidenza del Parlamento europeo.

Nel nostro Paese ci sono almeno 8mila veterani gravemente ammalati per l’esposizione a vari metalli pesanti come l’uranio impoverito mentre circa 400 sono morti. Tutti tornati dai teatri di guerra dove i bombardamenti effettuati dalla Nato hanno causato una “pandemia tumorale” che continua a mietere migliaia di vittime sia civili che militari. Oppure rientrati dal servizio presso poligoni dell’Alleanza come Capo Teulada o Quirra in Sardegna.
Su questa perdurante strage, che si configura come un crimine di guerra, la presidente del Consiglio europeo Ursula von der Leyden non chiederà l’istituzione di un Tribunale penale internazionale nonostante la Nato abbia utilizzato oltre 300 tonnellate di munizionamento all’uranio impoverito nelle sue guerre illegali e nei poligoni anche italiani. Le istituzioni italiane, militari e non, hanno sempre negato la correlazione causale tra l’esposizione al metallo pesante e l’insorgenza di gravi patologie tumorali tra i soldati. Questa negazione di verità e giustizia vale anche, implicitamente, per le migliaia di civili che continuano a vivere, ammalarsi e morire nei territori contaminati dai bombardamenti.

Ma i tribunali italiani dicono il contrario così come l’associazione nazionale vittime dell’uranio impoverito (Anvui) che in una lettera aperta pubblicata recentemente hanno chiesto al ministro della difesa Guido Crosetto quando e come intenda farsi carico della questione. Sono infatti oltre trecento le cause risarcitorie vinte dalle vittime dell’uranio impoverito contro il ministero della Difesa che, oltre a mantenere alto il muro di gomma, continua a spendere ingenti risorse pubbliche per tentare di dimostrare la propria irricevibile “estraneità ai fatti”, cioè aver mandato allo sbaraglio il proprio stesso personale.

Tra i ricorsi persi e gli interessi maturati dalle vittime per i ritardi ingiustificati nel pagamento dei risarcimenti il danno all’erario è enorme.
L’avvocato Angelo Fiore Tartaglia, legale rappresentante delle vittime, in vent’anni di battaglie per la verità e la giustizia è riuscito a costruire una giurisprudenza che ha stabilito il nesso causale tra l’esposizione al metallo pesante e l’insorgenza di gravi patologie tumorali mentre il ministero della Difesa è arrivato a perdere persino presso i massimi livelli della giustizia italiana.

Significativa è la sentenza emessa dalla seconda sezione del Consiglio di Stato pubblicata il 9 agosto 2021 dove i giudici della Corte respingono l’appello del ministero verso una precedente sfavorevole sentenza del Tar e lo condannano a riconoscere ad un caporal maggiore dell’esercito i benefici previsti per le vittime del dovere. L’ex militare aveva infatti contratto il linfoma di Hodgkin dopo avere effettuato, in Italia, operazioni di pulizia e manutenzione di mezzi militari rientrati dai teatri operativi nei Balcani. In questa sentenza non solo viene ribadito il nesso causale ma viene pure riconosciuto il fatto che le nano polveri del metallo pesante possono “viaggiare” negli interstizi dei mezzi militari da un Paese all’altro. In Italia la strage da uranio impoverito provocata dalla Nato è già stata definita “di Stato”. Il ministero della Difesa non può negare verità e giustizia per le vittime come è avvenuto per altre “stragi di Stato” in questo Paese. In questo caso mandanti, esecutori ed insabbiatori, hanno agito alla luce del sole ed hanno nomi e cognomi.

Nella foto: Munizioni con depleted uranium (da Wikipedia) e il Parlamento europeo con Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Strasburgo, 9 marzo 2022

Tremate tremate le Bikini Kill sono tornate

La notizia del ritorno delle Bikini Kill è, di questi tempi, una boccata di aria fresca. Paladine di un punk rock femminista e privo di compromessi, la band di Olympia, che si era riunita nel 2019 dopo un lungo iato che durava dal 1998, torna a far sentire la propria voce con un lungo tour mondiale che partirà dall’Australia a febbraio 2023 e toccherà diverse città in Canada e negli Stati Uniti.
Si parla sottovoce anche di un prossimo album che dovrebbe vedere la luce entro la fine del 2023. Ma chi sono e cosa hanno rappresentato le ragazze in rivolta? La storia della band di Olympia inizia nel 1990. Gli anni del repubblicano George H.W. Bush che fu presidente fino al 1993. Con lui e con il predecessore Reagan gli Usa si proponevano come poliziotto del mondo. Il figlio di Bush, George Bush come presidente dal 2001 fino al 2009 completò l’opera con l’invasione dell’Iraq, in nome della Bibbia e dell’esportazione della democrazia.
Come spesso accade, ad una forza oscurantista e regressiva, si oppongono mille spinte libertarie e progressive anti-sistema. In quel periodo fiorì negli Usa una forte protesta nutrita di una forte coscienza critica verso le istituzioni e la società americane, basti pensare all’impegno politico orientato a sinistra di band come i Rage against the machine e i Fugazi e alle loro battaglie contro capitalismo e globalizzazione.

È proprio in questo fertile humus che attecchiscono le radici della rivolta, in questo caso tutta al femminile, condotta da Kathleen Hannah e dalle Bikini Kill. I fiori saranno colorati e profumatissimi e trasformeranno la modalità di partecipazione delle donne al movimento punk oltre ad offrire nuove forme di approccio alla produzione musicale e alla diffusione di creazioni nuove: autopromozione, autodistribuzione, autoproduzione, ma soprattutto nuove idee.

Ma veniamo alla storia del gruppo: le Bikini Kill si formano a Olympia nel 1990 quando Kathleen, dopo aver lavorato prima da Mc Donald’s e poi come stripper in un bar, unisce le proprie forze con le altre della band con lo scopo ambizioso di avviare una piccola rivoluzione sociale e politica attraverso la musica punk-rock. Ma non il punk nichilista del “no future” alla Sex Pistols, bensì l’onda lunga che va dalla working class punk attitude dei Clash ed arriva fino allo “straight edge” (curiosa declinazione anti-droga e con al centro la cura di sé stessi) nata a Washington DC negli anni Ottanta grazie a band come Minor Threat e Government Issue fino ai Fugazi.

Rivoluzione interiore prima di tutto. Rivoluzione nei gesti e nelle parole. «That girl, she holds her head up so high. I think I wanna be her best friend. Rebel girl Rebel girl. You are the queen of my world /Quella ragazza, tiene la testa in alto. Penso di voler diventare la sua migliore amica. Ragazza ribelle. Ragazza ribelle. Sei la regina del mio mondo».
Ascoltando le liriche di questa canzone ho sempre pensato che Kathleen Hannah si rivolgesse a sé stessa. Una auto-proclamazione a regina del proprio mondo, un mondo nuovo in cui le donne assumano un atteggiamento attivo e propositivo in netta contrapposizione alla passività tenuta fino a quel momento nei confronti di un universo centrato solo sul maschile  trasformatosi in terra di conflitto e violenza sulle donne stesse. Il titolo del primo demo era  già programmatico Revolution girl style now!

Durante i primi concerti Hannah si fa subito notare per la particolare attitudine ad affrontare fisicamente e dialetticamente quella parte del pubblico maschile che provava a schernirla. Ricordiamoci che all’epoca i concerti punk, molto più di oggi, erano frequentati essenzialmente da ragazzi. Kathleen invitava le ragazze a farsi avanti «girls to the front!» e riempire le prime file di fronte al palco. Parallelamente ai concerti e agli album le Bikini Kill stampavano una fanzine, una piccola rivista autoprodotta, dal titolo Bikini kill zine.
Nel secondo numero della fanzine si trova il loro manifesto: The riot grrrill manifesto. Già al primo articolo si capisce quale sarà l’orientamento e la sfida delle Riot Grrrlls. Una
dichiarazione di alterità contenuta proprio in quelle ultime quattro parole: «In our own ways/A modo nostro») «Because us girls crave records and books and fanzines that speak to US that WE feel included in and can understand in our own ways/ Perché noi ragazze facciamo dischi, libri e fanzines che parlano di noi e di quello in cui ci sentiamo incluse e che possiamo comprendere in un modo che sentiamo nostro». E ancora: «Because we must take over the means of production in order to create our own meanings. Andare oltre il significato di produzione standardizzata per poter creare i nostri peculiari significati». Difficilmente mi è capitato di leggere una visione tanto lucida e sprezzante del modello di potere imperante che Kathleen Hannah definisce la «Macho gun revolution» e contro cui si scaglia con tutta la sua creatività.
Queste prime ed importantissime dichiarazioni di “diversità” non schiacciano l’uomo al margine o alla sottomissione o peggio all’esilio culturale, ma sono semplici dichiarazioni di esistenza e vitalità femminile e femminista.

Il Riot Grrll Manifesto è  un programma per la liberazione del corpo e della mente che usa come strumenti di lotta l’attivismo e l’ironia. In questo senso le performances dal vivo, la distribuzione delle fanzine e delle cassette ai concerti è tutto parte di un piccolo piano dal basso per “rivoluzionare l’America” e poco importa se, come un tempo era stato agli inizi per gli stessi Clash, l’approccio agli strumenti è ancora un po’ grezzo e naif.
Le Bikini Kill, che prendono forma consolidata con Tobi Vail alla batteria, Kathy Wilcox al basso e Billy Karren ed Erica Dawn Lyle alle chitarre, sanno che l’ultimo dei loro desideri e direi anche delle loro aspirazioni è affermarsi e avere successo nel mainstream. Inutile dire che questa “non aspirazione” troverà conferma sia nelle vendite e nell’afflusso del
pubblico ai concerti, sempre più numeroso certo, ma mai folla oceanica. Tornando al manifesto, le ragazze dichiarano di «essere interessate ad una produzione musicale
non gerarchica più in connessione con l’essere, fare amicizie e creare scene musicali basate sulla comunicazione e la comprensione in netta opposizione alla competizione e alla categorizzazione bello/brutto». Una dichiarazione anti-establishment musicale.
Dunque, nonostante la maggior parte del rock underground americano strappi contratti milionari con le major (Nirvana e Sonic Youth accasati alla Geffen e R.E.M. alla Warner Bros, per dirne solo alcuni) le Bikini Kill si presentano al pubblico prima con un album in condivisione con Huggy Bear nel 1992 e poi, nel 1993, con Pussy Whipped con pezzi cortissimi e profondamente anti-commerciali.

I testi sono ancora più decisi e politicizzati e le polemiche infuriano sopra e sotto al palco. In questi anni, ma anche in seguito, le Bikini Kill diventeranno il bersaglio preferito di alcuni “haters” (indovinate un po’? Tutti uomini), sia ai concerti che nella sede della loro etichetta, la K records, in cui arriveranno lettere che trasudano odio e minacce. Kathleen Hannah non si è mai particolarmente scomposta di fronte a queste ondate di violenza, anzi ha sempre rilanciato ricordando spesso che : «BECAUSE we hate capitalism in all its forms and see our main goal as sharing information and staying alive, instead of making profits of being cool according to traditional standards/Perchè noi odiamo il capitalismo in tutte le sue forme e vediamo il nostro scopo principale nel condividere informazioni e cercare di restare vive invece di fare profitto attraverso standard tradizionali considerati “giusti” o “cool”».
Ma quello che deve aver fatto davvero irritare i “machos americani” deve essere stata questa ulteriore dichiarazione di separazione rispetto alla figura femminile classica tradizionale: «Because Bwe are angry at a society that tells us Girl = Dumb, Girl = Bad, Girl = Weak. Perché siamo arrabbiate verso una società che contempla queste equazioni Ragazza=Idiota, Ragazza=Male, Ragazza=Debole». Ed è interessante ritrovare assonanze ad  alcune di queste dichiarazioni di libertà e alterità nelle grida di protesta delle donne iraniane, a dimostrare che la lotta per la liberazione della donna non è ancora finita.

Ma torniamo alla nostra storia: nel 1996 esce il loro album da studio dal titolo programmatico Reject all american che si potrebbe tradurre con «Rifiuta tutto ciò che è americano». La scrittura si infittisce e si complica leggermente senza perdere un grammo della rabbia positiva dei primi lavori. I testi rimangono legati a doppio filo al manifesto con cui questa storia era cominciata con coerenza e pulizia. In “Statement of vindication” Hannah urla «Specchio specchio delle mie brame. Chi è la più bella del reame? Davvero non mi interessa, lo sai. Davvero non mi interessa, lo sai. Non è proprio importante».

C’è ancora il tempo per Singles raccolta di singoli uscita nel 1998 e poi la storia si chiude. Ci sarà una reunion nel 2019 che poco o nulla aggiunge alla parabola di questa band leggendaria che ancora stupisce per determinazione e volontà di cambiamento dal basso. La forza dell’ultimo punto del manifesto è incontrovertibile e Hannah in questo caso, parlando in prima persona, se lo intesta interamente e ne fa scudo e lancia di una battaglia ancora tutta da combattere in nome della liberazione femminile:«Because I believe with my whole heart-mind-body that girls constitute a revolutionary soul force that can, and will change the world for real/Perché Io credo con tutto il mio intero cuorementecorpo che le ragazze costituiscono una forza dell’anima che può e vuole cambiare il mondo davvero» e se ci fosse ancora qualche dubbio sul fatto che è necessario combattere/vivere/cercare/formarsi per avere ragione del sistema contro cui ci si scaglia il manifesto si chiude con una celebre citazione di Bertolt Brecht: «A chi non sa che il mondo è in fiamme non ho niente da dire».

L’ultima grande idea del governo: sparare in città e nelle aree protette

«Spari nei parchi e nelle aree protette, spari in città, spari a tutti gli animali selvatici a qualunque ora del giorno e della notte, e in qualsiasi periodo dell’anno». Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf denunciano che «è quanto prevede un emendamento alla legge di Bilancio (l’emendamento numero 78.015) presentato da un pool di deputati di Fratelli d’Italia che, evidentemente, con tale iniziativa intendono dare seguito alle promesse di deregulation venatoria fatte durante la campagna elettorale, trasformando l’Italia in una vera polveriera».

In un comunicato le associazioni spiegano: «Se l’emendamento “caccia selvaggia” venisse approvato, una ristretta categoria di individui, peraltro sempre più isolata dal tessuto sociale, sarebbe autorizzata a fare strage di animali selvatici e a mettere in pericolo la pubblica incolumità con il pretesto del “controllo” della fauna». Ma non è tutto. Ci sarebbe anche un fantomatico «piano “straordinario per la gestione e il contenimento della fauna selvatica”» che, secondo Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf, «assesterebbe un colpo mortale al nostro fragile patrimonio di biodiversità».

«Ed è altresì un gravissimo segnale – prosegue la nota delle associazioni – quello manifestato dalla commissione Ambiente del Senato che, nell’esprimere il parere sul decreto-legge di riordino dei ministeri, ha approvato una osservazione in cui si chiede di individuare le modalità idonee per trasferire le funzioni statali in materia di fauna dal ministero dell’Ambiente al ministero dell’Agricoltura. Una proposta insensata, mix di incostituzionalità e illogicità, che denota la subordinazione di certa politica alle istanze di lobby venatorie e armieri».

Il tutto, vale la pena sottolinearlo, all’interno di una legge di Bilancio che ha poco a che vedere con l’argomento. Durissimi Angelo Bonelli e Eleonora Evi, dell’Alleanza verdi-sinistra: «Governo e maggioranza vogliono distruggere la legislazione ambientale italiana proprio in un momento in cui la biodiversità, minacciata dalla crisi climatica, dovrebbe essere maggiormente tutelata».

L’emendamento presentato da Fratelli d’Italia però ha un obiettivo chiaro: sottrarre anche i voti dei cacciatori alla Lega. E privatizzare la fauna selvatica per trasformarla in business è il sogno recondito.

Buon giovedì.

Il modello di “partito sociale” per il futuro di Unione popolare

Nel dibattito, spontaneo e ricco, che si è sviluppato dopo la sconfitta elettorale sono emerse due conclusioni che a me paiono molto importanti: a mio avviso l’Unione popolare deve continuare a vivere, perché il risultato negativo delle elezioni a cui siamo stati costretti (con una legge elettorale infame, senza soldi, ferreamente censurati dai media, senza i tempi necessari per farci conoscere, etc.) non può essere letto come una smentita del progetto. Ma c’è una seconda considerazione da fare: nessuna delle forze che hanno dato vita all’Unione popolare si deve sciogliere, anzi (sperando che a quelle forze se ne aggiungano molte altre) occorre che ciascuna sviluppi al massimo, anche nelle differenze, le potenzialità del proprio radicamento sociale.

Da queste due affermazioni ne consegue logicamente una terza, cioè che Unione popolare si deve organizzare, ma organizzare in una forma che non sia quella tradizionale di un partito, organizzare in modo creativo, democratico e dal basso, magari recuperando la lezione di tante esperienze del movimento operaio e democratico che non sono affatto tutte riconducibili al “modello tedesco” (vincente del Novecento), cioè al binomio limitativo partito/politica + sindacato/economia.

Penso, ad esempio (per citare il passato), all’elaborazione di Osvaldo Gnocchi-Viani (1837-1917) riproposta ai tempi nostri da Pino Ferraris; penso al “partito sociale”, aperto al mutualismo e al federalismo, un’organizzazione articolata, decentrata, federativa, comprensiva accanto ai luoghi di lotte economiche e sociali anche di luoghi di elaborazione culturale e di studio, tutti con pari dignità e poteri; penso ai Cobas e al sindacalismo di base, alle verità interne (preziose anche se insufficienti) dell’anarchismo o del “modello belga” di partito; penso alle case del popolo, alle lezioni di democrazia diretta e assembleare (troppo presto abbandonate) dei movimenti del femminismo. Ripensare, sperimentare, creare queste nuove forme di organizzazione rivoluzionaria facendone il corpo vivo di Unione popolare è un compito difficile, ma necessario e urgente, e può essere anche un compito entusiasmante per una nuova generazione.

Si tratta di inventare (o forse: re-inventare) un modello di organizzazione politica rivoluzionaria che assuma e pratichi fin da subito l’obiettivo di ridurre al minimo (o abolire) la verticalità, la gerarchia, il maschilismo e il centralismo (da cui nascono continuamente le tre belve del burocratismo dell’istituzionalismo, del correntismo), e valorizzi invece l’autonomia politica operativa di ogni istanza di base. L’importante (come ci insegna Luigi Ferrajoli) è che l’organizzazione rivoluzionaria sia del tutto separata dallo Stato e che non tenda neppure a somigliargli, a essergli simmetrica, come è accaduto coi partiti tradizionali.

Sono convinto ad esempio che non abbia alcun senso che ogni istanza dell’organizzazione debba essere onnicomprensiva e (fingere di) occuparsi di tutto, perché la politica, tutta la politica, sta in una mobilitazione pacifista come in un comitato di fabbrica, in una lotta di disoccupati come in un collettivo di scuola, in una lotta per l’ambiente come in un giornale o in un momento di auto-formazione del movimento, e così via. E ha meno senso ancora che un’istanza di base dell’organizzazione per fare politica fra le masse debba dipendere da qualche autorizzazione gerarchica e verticale. Se, e quando, i vertici dell’organizzazione ci saranno, essi dovranno dimostrare in pratica la loro utilità per il lavoro politico di base.
Solo se sarà capace di essere un simile originale modello di organizzazione politica, tutto da inventare e definire, Up non entrerà in contrasto con i partiti esistenti che l’hanno costituita (i quali, come ha dimostrato l’esperienza elettorale, restano necessari e insostituibili) e potrà – è ciò che più conta – diventare attrattiva verso le nuove generazioni alle quali, dobbiamo riconoscerlo francamente, il modello di partito che abbiamo conosciuto e praticato ha ben poco da offrire.

La rivoluzione ha bisogno di essere di nuovo pronunciata (e che Up faccia questo rappresenta già un buon inizio!) ma soprattutto essa ha bisogno fin d’ora, senza rimandare a chissà quale “dopo”, di vivere già nelle concrete forme di esistenza quotidiana dell’organizzazione rivoluzionaria.

Nella foto: apertura della campagna elettorale di Unione popolare, Milano, 25 agosto 2022

Walter Baier (Sinistra europea): Il nostro impegno per la pace e per l’ambiente

Walter Baier è il nuovo presidente del Partito della sinistra europea, eletto durante il settimo congresso che si è concluso a Vienna l’11 dicembre. Pubblichiamo l’intervista che ha rilasciato a Roberto Morea (transform! Italia)

Ciao Walter, prima di tutto le congratulazioni per la tua elezione a presidente del Partito della sinistra europea, un compito non facile in un momento difficile per le sinistre in Europa e l’avanzata delle destre in tutto il continente. Cosa pensi sia necessario fare come Sinistra europea? Qual è la proposta che pensi sia l’impegno dei prossimi anni?
Grazie per gli auguri, viviamo veramente in tempi difficili. Sono ancora impressionato dalle parole che Marc Botenga del Partito dei lavoratori del Belgio, ha espresso nel suo intervento durante il congresso – «il prossimo anno dovrà essere un anno di campagne contro il caro vita, contro la povertà energetica» – e certamente in connessione con la crisi climatica e la necessità di una transizione ecologica, voglio dire principalmente che il compito per un partito che ambisce ad una radicale trasformazione, significa essere parte delle lotte sociali e politiche e vorrei contribuire a fare del Partito della sinistra europea una forza utile alle lotte sociali. Come vediamo, per esempio, in Francia una volta che si solleva una protesta sociale e la sinistra ha la capacità di creare l’unità, allora c’è una concreta ed efficace opposizione alla crescita delle destre e questo penso sia il cuore della strategia del Partito della Sinistra europea.

Certamente abbiamo di fronte anche la crisi della guerra, non è la prima in Europa dalla caduta del muro di Berlino e di conflitti ce ne sono molti nel mondo. Qual è la posizione del partito sulla guerra?
Dopo una discussione abbiamo concordato una posizione che definirei molto chiara. Per prima cosa noi condanniamo l’aggressione della Federazione russa all’Ucraina perché siamo dalla parte delle vittime e vediamo il pericolo di un’escalation che potrebbe portare ad una guerra nucleare e perché è contro le leggi internazionali. Tutti noi vogliamo cambiare il sistema di potere internazionale, ma se questo deve avvenire per una via civile, può essere realizzato solo nel rispetto della legge internazionale, per questo le leggi internazionali devono essere rispettate. Da questa posizione il Partito ha definito tre elementi: cessate il fuoco, negoziati di pace e ritiro delle truppe. È sembrato in un primo momento un compromesso difficile tra diverse posizioni divergenti ma nei fatti è un messaggio politico molto forte, ed è quello che deve essere fatto: cessate il fuoco, negoziato e ritiro delle truppe. Il mio personale contributo al dibattito è quello di convincere tutti a discutere di meno di ciò che la Nato ha fatto nel passato e di più di quello che la Nato ha intenzione di fare nel futuro, cioè che ci opponiamo al riarmo a cui assistiamo con miliardi di euro destinati a distruggere l’ambiente. Ad esempio, uno dei velivoli strategici di nuova generazione capaci di portare bombe nucleari a lungo raggio fin molto dentro al territorio nemico, consuma 5600 litri di kerosene all’ora, che significa quasi 100 litri al minuto. Quindi, se qualcuno vuol proteggere l’ambiente naturalmente dovrebbe essere contro le spese destinate a questi tipi di aeroplani, previsti e posizionati in Germania, in Belgio, in Olanda, in Finlandia, in Svezia e immagino anche in Italia. Una montagna di soldi, due miliardi per aeroplano e allo stesso momento si tratta di mezzi altamente inquinanti: questo è quello che la Nato sta facendo in questo momento. Direi che dobbiamo opporci a questo e non dividerci in una discussione su cosa era stato promesso a Gorbaciov. Sulla storia possiamo avere punti di vista differenti, ma rispetto al futuro dobbiamo avere una posizione comune concreta e questo è quello che può e deve, secondo me, contribuire a fare il Partito della sinistra europea.

L’ultima domanda riguarda le sinistre in Europa. Abbiamo visto nel passato e ancora oggi che ci sono forze politiche che non fanno parte della casa comune del Partito della sinistra europea. Qual è la tua proposta per unire le sinistre?
Io distinguerei tra le forze della sinistra, quelli organizzati in partiti, e in questo caso la cosa principale è creare un dialogo e trovare, per esempio, il modo di evitare un terreno di competizione su piattaforme per le elezioni europee e l’altra area, quella dei movimenti sociali, dei sindacati e dei movimenti ambientalisti. In questa area la cosa più importante è quella di risultare utili, certamente nella forma organizzativa, ma utili anche e soprattutto nel produrre buone argomentazioni. Torno ancora sulla questione ambientale: non trovi bizzarro che nel protocollo di Kyoto del 1997 non si faccia alcun riferimento agli armamenti? Non esistono in nessuna discussione sull’ecologia, ma allo stesso momento se la potenza militare globale fosse uno Stato, questo sarebbe il quarto Stato più inquinante del pianeta: è semplicemente assurdo che non essendo nominato nel protocollo di Kyoto questo tema degli armamenti sia scomparso dal dibattito pubblico. Su questo il partito della Sinistra europea può giocare un ruolo, dicendo: se voi non parlate di armamenti non potete parlare di salvaguardia dell’ambiente; così come, se non si dice niente di rilevante sul sistema capitalistico non puoi parlare di ambientalismo. La mia opinione è che questo sia un messaggio chiaro e comprensibile per le persone.

 

Sì, il Qatar-gate è un tema da congresso

Prima c’è stato Soumahoro. Su Soumahoro c’è, inutile nascondersi, un caso politico al di là dell’aspetto giudiziario (che tra l’altro non sfiora per ora il parlamentare dell’Alleanza Sinistra/Verdi). Da giorni non se ne sa nulla. Nessuna comunicazione da parte dell’interessato che aveva garantito a Bonelli e Fratoianni di “chiarire tutto” e invece dopo un passaggio parecchio sfortunato in televisione intervistato da Formigli è praticamente sparito. In quel caso abbiamo ascoltato voci “stupite” di chi l’ha candidato e basta. Ma a un parlamentare non è concesso trincerarsi dietro al silenzio e ai partiti non è concesso di rimanere immobili. Al di là dell’aspetto personale c’è quest’abitudine di candidare simboli e presunti portatori di testimonianze convinti che possa essere una buona scorciatoia per rappresentare certe istanze. Questo è un tema da congresso del più grande partito del centrosinistra in Italia. È qualcosa da analizzare e discutere.

Ora c’è il Qatargate. Anche in questo caso lasciamo perdere la strumentalizzazione dei giornalacci che (come nel caso di Soumahoro) ne approfittano solo per mettere merda nel ventilatore. C’è un tema sostanziale: le porte girevoli tra politica e lobby sono ben lungi da essere normate come si deve dalle istituzioni. Quindi dovrebbero intervenire i partiti. E anche questo è un gran tema per il congresso del Pd, una mucca nel corridoio, perché dalle porte girevoli è passato un ex ministro (uno dei peggiori) all’Interno che ha stretto le mani insanguinate della Libia e ora occupa un posto imprenditoriale e spericolatamente politico. E Minniti è solo il caso più eclatante tra tanti. Lo è anche Panzeri, l’ex eurodeputato che non se n’è mai andato da Bruxelles e che ha monetizzato spregiudicato i suoi rapporti politici. È una questione di fiducia, un patto che i partiti firmano con i propri cittadini al di là delle regole delle istituzioni. Qual è il codice etico che il Pd vuole garantire ai suoi elettori? Questo è un tema da congresso.

Se il Pd in pieno congresso non discute di ciò che (anche di mostruoso) accade a sinistra a cosa serve il Pd?

Buon mercoledì.

Nella foto: segreteria nazionale del Pd, 24 novembre 2022