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Accuse a padre Rupnik anche in Italia, ma i gesuiti cercano di non far trapelare nulla. Cosa è accaduto nel Centro Aletti?

«Quello che mi è capitato con padre Rupnik è accaduto nel contesto del Centro Aletti di cui lui era direttore. Ho sentito il dovere di parlare, di collaborare, dopo aver letto quello che è divenuto pubblico all’inizio di dicembre, sconcertata dalla reazione “tiepida” dei gesuiti e dal totale silenzio della Santa Sede». L’incontro con una nuova testimone del caso-Rupnik avviene su Skype dopo averle assicurato totale garanzia di anonimato. «Tutto ciò che sto per raccontarle – dice – in un certo senso forse è meno grave di quanto denunciato dalle suore di Lubjana nei confronti di colui che era il loro padre spirituale all’inizio degli anni Novanta, però è accaduto molto più di recente, è accaduto a Roma e soprattutto il quartier generale della Compagnia di Gesù ne è a conoscenza già da tempo». Il che smentirebbe in parte quanto raccontato da un gesuita all’agenzia stampa cattolica Aciprensa il 5 dicembre scorso e cioè che il Vicariato di Roma non è finora intervenuto perché le accuse contro Rupnik riguardano fatti accaduti solo in Slovenia.

La donna prosegue il racconto: «Quando arrivai alla scuola d’arte del Centro Aletti di Roma avevo grandi aspettative, ero un’artista, avevo lavorato in diversi atelier, volevo far parte della squadra del famoso padre Rupnik realizzatore di mosaici per le chiese di mezzo mondo, avevo un enorme desiderio di imparare». Ma le cose non sono andate come desiderava. «Le mie aspirazioni sono diventate il suo terreno di conquista, la sua arte è diventata il suo terreno di seduzione. E a un certo punto è iniziato un rapporto “nuovo”. Nel senso che senza che me ne rendessi conto lui ha iniziato ad avere su di me un dominio psichico al punto che per due anni ho perso la mia libertà di pensiero e quasi la libertà di muovermi. Ero completamente presa da quest’uomo e soprattutto completamente persa. Vivevo un grande caos interiore».

Potrebbe sembrare un innamoramento ma secondo la nostra fonte era qualcosa di diverso. «Lui poteva fare di me quello che voleva. Ero sotto il suo controllo e pian piano lui ha iniziato a compiere dei gesti su di me che non si devono fare. Gesti che non possono essere qualificati come vera e propria aggressione sessuale, siamo proprio al limite. Io semplicemente non volevo che mi mettesse le mani addosso ma lui si è avvicinato troppo. In tal senso la mia vicenda è molto meno grave della storia denunciata dalle suore di Lubjana. Ne sono consapevole. Siamo su due piani in parte diversi. La mia è molto più caratterizzata dal dominio psichico che dall’abuso sessuale».

E cosa ha fatto? «Inizialmente ho cercato di reagire ma Rupnik mi fece capire che se avessi continuato a rifiutarlo beh… forse dovevo andare via dall’atelier e che il mio posto non era lì. In pratica il mio lavoro sarebbe dipeso dall’accettazione dei suoi gesti, dall’accettazione di quello che voleva fare di me. L’unica soluzione è stata fuggire. Questa è la parola. Sono fuggita. Ho inventato un pretesto e sono fuggita. Poco tempo dopo ho avuto un crollo psicologico». Non lo ha più rivisto da allora? «Sì ma quando accennai alle sue “attenzioni” dapprima negò poi mi chiese se ne avessi parlato con qualcuno, infine se ne andò senza lasciarmi parlare». E a quel punto cosa fece? «Lo scorso anno mi sono manifestata ai gesuiti. Ho scritto una testimonianza di 10 pagine e l’ho mandata a Roma. Poi c’è stato un incontro su zoom durante il quale un gesuita mi disse di aver ricevuto qualche anno prima una testimonianza molto simile alla mia. Io non so chi è questa persona ma da quello che ho capito è italiana». Dalla sua denuncia è stato avviato un procedimento? Cosa le ha risposto il gesuita?

«Mi è stato detto che la prima testimonianza ha dato il via a una visita canonica dentro il Centro Aletti. “Abbiamo fatto un po’ di pulizia e Rupnik è stato tolto dal posto di direttore”, sono state queste le sue parole». E poi? «Il mio interlocutore mi ha detto che avevano deciso di sottoporlo ad alcune misure per limitare il suo “modo di fare”: gli hanno tolto la confessione delle donne e l’accompagnamento spirituale delle donne». E qui un altro passaggio chiave e fin qui inedito del caso-Rupnik. «Quando mi sono manifestata ai gesuiti di Roma queste misure erano già in vigore e mi è stato suggerito di prendermi del tempo per pensare se denunciarlo anche io. «Per il momento, Rupnik ha già delle restrizioni temporanee. Quindi non c’è emergenza, ci rifletta su e quando scadranno le restrizioni attuali, ne parliamo di nuovo”». Non è chiaro quando queste misure temporanee contro Rupnik sarebbero scadute ma secondo i calcoli di chi scrive sono state comminate nel 2019. Inoltre, la nostra interlocutrice dopo alcuni mesi da quel colloquio è venuta a sapere che a causa delle accuse delle suore della Comunità Loyola di Lubiana Rupnik sarebbe stato sottoposto a nuove restrizioni: «Quindi io tecnicamente non ho mai fatto una denuncia in senso stretto. Ancora oggi il generale dei gesuiti non conosce la mia identità. Sa che io esisto. Ma io sono sotto anonimato totale».

Ha mai pensato di denunciare tutto alla magistratura laica? «Sì, poche settimane fa quando ho capito che i gesuiti affermando di aver fatto quello che si doveva fare se ne sarebbero lavati le mani e che il Dicastero della dottrina della fede non avrebbe condannato Rupnik per via della prescrizione dei reati di cui era accusato. Ho chiesto consiglio a un avvocato e a un magistrato ma mi è stato detto che sarebbe stato difficilissimo provare qualcosa per quanto riguarda le pressioni psicologiche. Mentre i gesti che ho subito, tra due adulti, sarebbero poca cosa. Ma dal punto di vista canonico è diverso. Un religioso certe cose non le può fare». I gesuiti secondo lei non stanno facendo abbastanza?

«Penso alle suore di Lubjana e ad altre vittime. Penso a quello che hanno dovuto sopportare. Ebbene, i gesuiti dovrebbero chiedere la testimonianza di tutti coloro che sono passati dal centro Aletti di Roma: studenti, artisti, persone accolte per un tempo e che non ci vivono più…, ma fino a oggi non l’hanno fatto. Tutto questo per il momento resta nell’ombra. Io capisco che l’attualità di oggi si concentri sulle accuse delle 9 suore ed è un bene che si stiano finalmente accendendo i riflettori. Io mi auguro che in una seconda fase si ripensi a tutto il contesto, compreso quello artistico in cui Rupnik si è mosso. Ci sono donne che hanno dato la loro vita per Rupnik e alcune sono donne consacrate. Bisogna indagare lì per verificare se ci siano state altre vittime».

In tutto questo sappiamo che al team di Rupnik continuano a commissionare mosaici religiosi in tutto il mondo. «Le racconto un’ultima cosa». Ci dica. «Ho parlato di recente con un vescovo che aveva appena chiamato la curia a Roma per chiedere come regolarsi. Già perché anche se è stato prosciolto dalle accuse per la prescrizione dei reati ora dovrebbe provocare imbarazzo avere dei mosaici di Rupnik laddove prima era un vanto. Ebbene io questo l’ho detto al vescovo e la sua risposta è stata: “Rupnik è molto ben difeso”. Lì per lì ingenuamente ho pensato che avesse un avvocato ecclesiastico molto buono. Oggi interpreto quella frase in un altro modo: Per come si sono messe le cose chi è in grado di difenderlo a un livello così alto? Ci sono pochissime persone che lo possono fare…».

Tutte le puntate dell’inchiesta di Spotlight Italia – Il database di Left

Se sei a conoscenza di casi che non sono stati segnalati o vuoi aggiungere nuove informazioni a quelle già pubblicate, puoi scriverci all’indirizzo email [email protected]

Lo Yemen che sanguina (anche con le nostre impronte)

Secondo l’Unicef, più di 11mila bambini sono stati uccisi o mutilati a causa del conflitto in Yemen – una media di quattro al giorno dall’escalation del conflitto nel 2015. Poiché questi sono solo i casi verificati dalle Nazioni Unite, è probabile che il vero bilancio di questo conflitto sia molto più alto.

Tra il marzo 2015 e il 30 settembre 2022: 3.774 bambini sono stati uccisi (2.742 maschi; 983 femmine; 49 il cui sesso è sconosciuto) e 7.245 bambini feriti (5.299 maschi; 1.946 femmine); 3.904 ragazzi sono stati reclutati nei combattimenti e 91 ragazze hanno preso parte alle azioni o ai posti di blocco; ci sono stati 672 attacchi a strutture scolastiche e o il loro utilizzo per fini militari e 228 attacchi/uso militare di strutture sanitarie; 445 bambini (tutti maschi) sono stati detenuti; 152 bambini sono stati rapiti (140 maschi e 12 femmine); 47 bambini sono stati esposti a violenza sessuale legata al conflitto (29 maschi e 18 femmine).

Sebbene la tregua mediata dalle Nazioni Unite abbia portato a una significativa riduzione dell’intensità del conflitto, altri 62 bambini sono stati uccisi o feriti tra la fine della tregua all’inizio di ottobre e la fine di novembre. Almeno 74 bambini fanno parte delle 164 persone uccise o ferite da mine e ordigni inesplosi solo tra luglio e settembre 2022.

A quasi otto anni dall’escalation del conflitto, più di 23,4 milioni di persone, tra cui 12,9 milioni di bambini, hanno bisogno di assistenza umanitaria e protezione – quasi tre quarti dell’intera popolazione. Si stima che 2,2 milioni di bambini in Yemen siano colpiti da malnutrizione acuta, tra cui quasi 540mila bambini sotto i cinque anni che soffrono di malnutrizione acuta grave e lottano per sopravvivere.

«Per bambini come Yasin, di 7 mesi, e sua madre Saba, a cui ho fatto visita in un ospedale ad Aden, la vita è diventata una lotta per la sopravvivenza», ha dichiarato il Direttore generale dell’Unicef Catherine Russell, che la scorsa settimana ha lanciato l’appello dell’Unicef per l’intervento umanitario a favore dei bambini dello Yemen. «Migliaia di bambini hanno perso la vita e altre centinaia di migliaia sono a rischio di morte per malattie prevenibili o per fame. Yasin è solo uno dei troppi bambini gravemente malnutriti in Yemen. Hanno tutti bisogno di un sostegno immediato, poiché i servizi di base sono praticamente collassati».

Più di 17,8 milioni di persone, tra cui 9,2 milioni di bambini, non hanno accesso a servizi idrici e igienici sicuri. Per anni, il sistema sanitario del Paese è stato estremamente fragile: solo il 50% delle strutture sanitarie è funzionante, lasciando quasi 22 milioni di persone – tra cui circa 10 milioni di bambini – senza un adeguato accesso all’assistenza sanitaria.

La copertura vaccinale è stagnante a livello nazionale, con il 28% dei bambini sotto l’anno di età che non ha effettuato le vaccinazioni di routine. Se a ciò si aggiunge la mancanza di accesso all’acqua sicura, i bambini sono esposti a un rischio estremo a causa di regolari epidemie di colera, morbillo, difterite e altre malattie prevenibili con il vaccino.

Allo stesso tempo, lo Yemen sta affrontando una grave crisi dell’istruzione, che comporta enormi conseguenze a lungo termine per i bambini. Due milioni di bambini non vanno a scuola, e questo numero potrebbe salire a 6 milioni di bambini che vedono interrotta la loro istruzione, dato che almeno una scuola su quattro nello Yemen è distrutta o parzialmente danneggiata.

«Se i bambini dello Yemen devono avere una qualche possibilità di avere un futuro dignitoso, le parti in conflitto, la comunità internazionale e tutti coloro che esercitano influenza sugli stessi devono assicurarsi che siano protetti e sostenuti», ha dichiarato Russell. «Fra questi, bambini come Mansour, che ho incontrato in un centro di riabilitazione e protesi sostenuto dall’Unicef. La sua gamba è stata amputata al ginocchio dopo essere stato colpito da un cecchino. Nessun bambino dovrebbe soffrire questo. Il rinnovo urgente della tregua sarebbe un primo passo positivo che consentirebbe un accesso umanitario fondamentale. In definitiva, solo una pace duratura permetterà alle famiglie di ricostruire le loro vite distrutte e di iniziare a pianificare il futuro».

Il 20 dicembre di quest’anno e il 3 marzo del 2023 sono due date importanti che riguardano il dossier Rwm Italia S.p.A., la società italo tedesca che produce testate e munizioni di medio e grosso calibro accusata di aver fornito armamenti agli aggressori sauditi dello Yemen. Il 20 dicembre il tribunale di Roma terrà un’udienza per capire se verrà accolta la richiesta della pubblica accusa che, per la seconda volta, vuole archiviare il caso. Quel sangue è anche nostro.

Buon martedì.

La strage di Piazza Fontana, un buco nero nella storia della Repubblica

Dal convegno all’hotel Parco dei Principi a Roma alle attività di Aginter presse a Lisbona, da piazza Fontana alla morte di Pino Pinelli, al tentato colpo di Stato di Junio Valerio Borghese, alle stragi di Gioia Tauro, alla morte misteriosa dei cinque anarchici di Reggio Calabria, agli eccidi di Peteano di Sagrado, dalla Questura di Milano, alla strage di piazza della Loggia a Brescia, dalla bomba sul treno Italicus, alla strage alla stazione di Bologna, ai piani golpisti, agli omicidi politici della destra eversiva. Vent’anni dopo la prima edizione di Ombre nere, torno a raccontare le increspature dello Stato, i depistaggi dei servizi segreti, i fragorosi silenzi degli apparati, gli intrighi di Palazzo, le compromissioni delle istituzioni, le intromissioni di altri Stati stranieri, le assoluzioni, ma anche le condanne (stragi di Peteano di Sagrado, Brescia, stazione di Bologna). Il mio nuovo libro Stragi d’Italia. Ombre nere. 1969-1980 (Jaca Book, collana Contastorie), completamente riscritto rispetto alla prima edizione di vent’anni fa, tesse le vecchie trame, coglie sfumature e particolari dimenticati, mette in evidenza le incongruenze, smussa gli angoli delle menzogne. Vent’anni dopo, diventa il grande libro delle stragi italiane che non sempre hanno colpevoli accertati dalla giustizia, ma che rappresentano il profondo buco nero nel centro della Storia italiana. Sentivo il bisogno di riannodare i fili di questa storia che sembra non aver mai fine. È venuto fuori un nuovo racconto di un pezzo di Storia contemporanea destinato ai più giovani che nulla sanno, perché nulla è scritto nei loro libri di testo scolastici. Un testo attuale, il cui capitolo dedicato a piazza Fontana, “Il pomeriggio del 12 dicembre”, viene pubblicato da Left, da sempre attento a questi temi e ai miei libri.

Milano, venerdì 12 dicembre 1969, ore 16.37. Piazza Fontana. “Una bomba, è stata una bomba”.
Tutto avviene in meno di un secondo.
Il salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura diventa un mattatoio.
Chi organizza l’attentato ha ben presente il risultato finale.
A quell’ora c’è il mercato del venerdì, il momento propizio per l’azione. È un appuntamento conosciuto quello dei coltivatori diretti e imprenditori agricoltori che provengono da ogni parte della Lombardia e del Piemonte, gente semplice, che vive da sempre con l’unica cosa che possiede: zolle di terra, ettari di lavoro.
Sette chilogrammi di gelignite vengono compressi in una cassetta metallica, poi inseriti dentro una valigetta nera, tipo ventiquattr’ore, utilizzata per il trasporto di valori.
La gelignite è un esplosivo delicato da usare e da trasportare; viene fabbricato alla fine dell’Ottocento e impiegato in operazioni sottomarine. Composto in gran parte da nitroglicerina, la gelignite ha una potenza devastante, superiore alla dinamite ed al TNT (trinitrotoluene). Dopo la deflagrazione, lascia nell’aria un odore accentuato di mandorle amare.
La Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana è un luogo strategico, l’orario è scelto con cura, per fare uno scempio di vittime innocenti. L’attentato provoca la morte di diciassette persone, quattordici sul colpo, e ottantotto feriti.
Resta un grande, enorme foro nel mezzo della banca. Un profondo buco nero.
Lì intorno sono ben visibili centinaia di piccoli frammenti metallici d’acciaio, quelli della cassetta dell’esplosivo.
Un attentato tecnicamente perfetto.
La resistenza opposta dal piano di cemento armato scaraventa l’onda d’urto contro le pareti del salone.
La potenza dell’ordigno si sviluppa tra il cemento e la parte sinistra del salone, e provoca il crollo del rivestimento sulla parete della banca.
Fortunato Zinni è un dipendente della Banca Nazionale dell’Agricoltura.
In quei minuti dopo la strage si rende conto che le persone corrono fuori dal locale, colleghi che fuggono con il volto insanguinato. Istintivamente attacca la cornetta e si reca verso il salone dove viene fermato da un ferito che gli chiede aiuto.
Lo scenario è infernale: un acre odore di fumo, per terra cadaveri, pezzi di suppellettili, un buco sulla sua sinistra dove chiaramente è stato depositato l’ordigno.
Nella banca entra il parroco Corrado Fioravanti.
Parla di un’esplosione tremenda, un boato vero e proprio, di un forte odore di miccia, di polvere. Don Corrado resta fuori dalla banca, per un attimo, nascosto dietro ad alcune macchine. Poi vede una ragazza ferita e si precipita nel salone. Lo spettacolo è tremendo. Trenta, quaranta persone gli chiedono aiuto. Molti muoiono poco dopo.
Il 12 dicembre 1969 i terroristi non colpiscono solo in Piazza Fontana.
Nel loro mirino ci sono istituti bancari, edifici, simboli dello Stato.
Pochi minuti dopo la strage di Piazza Fontana, un ordigno viene rinvenuto dagli artificieri nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Non esplode.
Ancora una volta, la polvere da sparo è contenuta in una cassetta metallica portavalori, posta in una borsa nera e azionata da un timer.
Alle 16.55, una bomba deflagra nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro a Roma, quello che collega l’entrata di via Veneto con quella di via San Basilio. Tredici feriti. Alle 17.22 e alle 17.30, sempre a Roma, scoppiano altri due ordigni di elevata potenza all’Altare della Patria e sull’ingresso del museo del Risorgimento, in piazza Venezia. Quattro feriti. È un piano coordinato.
I periti balistici sono già al lavoro.
Uno di loro, Teonesto Cerri, fa brillare perfino l’ordigno contenuto nella valigetta piazzata nella Banca Commerciale di Milano. Una delle prove che portano ai terroristi svanisce nel nulla. Con l’esplosione dell’ordigno viene meno la possibilità di esaminare numerosi elementi che si sarebbero potuti rilevare di ottima rilevanza probatoria. Come giustificazione per tale “singolare” procedura viene adottata una direttiva generale emanata con la finalità di tutelare la vita degli agenti, dopo che a Verona sono morti due agenti di polizia durante il trasporto di una valigia contenente esplosivo.
Gli inquirenti compiono perquisizioni nelle sedi delle principali organizzazioni della sinistra extraparlamentare.
Per le Questure di Milano e Roma i colpevoli vanno cercati solo in quella direzione.
Le indagini sfiorano qualche elemento di estrema destra, ma risparmiano “Ordine Nuovo” e “Avanguardia Nazionale”, i gruppi più importanti in attività in quegli anni.
Il commissario Luigi Calabresi guarda verso le sigle di sinistra:
Certo è in questo settore che noi dobbiamo puntare: estremismo ma di sinistra. Sono dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti.
La polizia di Milano, diretta dal questore Marcello Guida, già direttore del confino fascista di Ventotene, esegue decine di fermi: sono militanti anarchici e della sinistra extraparlamentare. Oltre ottanta fermati e arrestati. Su una decina di persone “gravano pesanti indizi”. Sono tutti anarchici: tra loro ci sono il ballerino Pietro Valpreda e il ferroviere Giuseppe Pinelli.
Il commissario Luigi Calabresi invita Giuseppe Pinelli per una breve testimonianza nei locali della Questura. Lo vuole sentire, interrogare.
Quando raggiunge con il suo motorino la sede della Questura di Milano, Pinelli ha 41 anni.
È sposato con Licia Rognini e ha due figlie, Claudia e Silvia.
Lavora come frenatore delle Ferrovie dello Stato nella stazione di Porta Garibaldi. L’anarchico precipita dal quarto piano di Via Fatebenefratelli, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, e cade proprio dalla finestra dell’ufficio di Calabresi.
Assistono alla scena tre sottufficiali e un tenente dei carabinieri. Negli uffici della Questura sono presenti tredici funzionari dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno sotto la direzione del Prefetto Federico Umberto D’Amato. Degli anarchici fermati in quei giorni, il commissario Luigi Calabresi si interessa a Pietro Valpreda, 36 anni.
Viene convocato al Palazzo di Giustizia a Roma da un magistrato che vuole interrogarlo in merito ad alcuni attentati avvenuti il 25 aprile 1969 ed attribuiti ingiustamente agli anarchici. Valpreda, non temendo particolari conseguenze, la mattina di lunedì 15 dicembre 1969, si reca all’incontro insieme alla zia Rachele Torri, ma all’uscita dal palazzo viene avvicinato da due poliziotti i quali gli comunicano che è in stato di arresto. Il giorno dopo a Roma, Valpreda incontra il giudice Vittorio Occorsio che gli contesta formalmente di essere l’autore della strage di Piazza Fontana. Con Pietro Valpreda sono coinvolti con l’imputazione di associazione a delinquere e concorso in strage altri cinque ragazzi del circolo “22 marzo”. Sono Roberto Mander, 17 anni, studente di seconda liceo, figlio di un direttore d’orchestra; Emilio Borghese, 18 anni, figlio di un alto magistrato; Roberto Gargamelli, 19 anni; Emilio Bagnoli, 24 anni, studente d’architettura; Mario Merlino, classe 1944, laureato in filosofia, figlio di una famiglia della media borghesia romana, transitato dall’estrema destra al Movimento Studentesco, è in contatto con Stefano Delle Chiaie di “Avanguardia nazionale”.
Il tassista Cornelio Rolandi riconosce in Pietro Valpreda le sembianze del passeggero che accompagna da piazza Beccaria a Piazza Fontana, angolo via Santa Tecla (solo cento metri), il pomeriggio del 12 dicembre 1969. Dopo aver fornito agli inquirenti l’identikit del passeggero, il 16 dicembre 1969, Rolandi viene trasferito a Roma presso il Palazzo di Giustizia dove viene invitato a procedere ad un “confronto all’americana”.
Dall’altra parte del vetro, Rolandi vede cinque persone, Valpreda e quattro comparse: quattro indossano giacca e cravatta, uno invece si presenta con un vestito normale e i capelli spettinati. La foto che li ritrae è già un indizio del clamoroso depistaggio. Prima del confronto, i carabinieri e il Questore Guida mostrano a Rolandi una foto di Valpreda: una procedura vietata perché in grado di condizionare fortemente colui che deve procedere nell’individuazione della persona sospetta. Poi, una volta riconosciuto, Valpreda avrebbe detto: “Ma m’hai guardato bene?”. E Rolandi avrebbe risposto: “Beh… Se non è lui, chi el gh’è no”. Inoltre Rachele Torri, zia di Valpreda, ha sempre fornito un alibi sostenendo che, venerdì 12 dicembre 1969, suo nipote ha passato tutto il pomeriggio a casa sua, a Milano, in via Orsini, perché bloccato a letto dalla “cinese”, l’epidemia di influenza che in quel periodo colpì mezza Italia.

Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore, il 12 dicembre presenta il libro “Ombre nere. 1969-1980. Il racconto delle stragi in Italia” (Jaca Book, collana Contastorie) con Giulia De Santis e Renato Trapè. A Rocca dei Papi, il 12 dicembre ore 10,30, per le scuole. E la sera, dalle 21 da Cosmonauta, a Viterbo in collaborazione con l’Arci. Altre presentazioni del libro il 21 gennaio a Fano e il 28 gennaio a Genova.

Nuove date del tour:

03/03/23. Bra, Centro polifunzionale G. Arpino, ore 21. Daniele Biacchessi presenta “Stragi d’Italia. Ombre nere. 1969-1980” (Jaca Book, collana Contastorie). Organizzazione: Anpi Bra’.
11/03/23. Salerno, ore 18. Daniele Biacchessi presenta “Stragi d’Italia. Ombre nere. 1969-1980” (Jaca Book, collana Contastorie). Organizzazione: Anpi Salerno.
14/04/23. Bolzano, ore 18. Daniele Biacchessi presenta “Stragi d’Italia. Ombre nere. 1969-1980” (Jaca Book, collana Contastorie), con Mimmo Lombezzi. Organizzazione: Anpi Bolzano.
02/06/23. Montefiascone, festival Città dei narratori 2023, ore 21. Daniele Biacchessi presenta “Stragi d’Italia. Ombre nere. 1969-1980”, con Gino Marchitelli “Campi fascisti” (Jaca Book, collana Contastorie). Organizzazione: Associazione Arci Ponti di memoria.

Qatar-gate al Parlamento Ue: la sinistra e la questione morale

L’indagine della magistratura belga su un presunto gravissimo caso di corruzione che avrebbe coinvolto anche i vertici del Parlamento Europeo deve rimettere al centro il dibattito sulla questione morale. Ho sempre pensato che a differenza di fatti emergenziali che poi magari diventano anche cronici, la questione morale è da tempo endemica ed è la causa del pessimo stato di salute democratico, politico, sociale ed economico in cui si trova il nostro Paese. Questione morale significa agire con onestà, etica, libertà, autonomia, indipendenza, competenza, coraggio, sacrificio e passione all’interno delle istituzioni. La mia vita in prima linea dentro le istituzioni mi ha fatto conoscere il “sistema” fino al midollo e come lo stesso sia presente da tempo sino a vertici dello Stato e delle istituzioni. Troppe persone hanno un prezzo e purtroppo si paga un prezzo alto per non avere prezzo. Quindi i normali diventano sovversivi e i deviati normali. La spinta ideale si va smarrendo, il contenuto fortemente etico e professionale di taluni ruoli sta scemando. Il potere spesso non è al servizio del bene comune e dell’interesse pubblico, ma esercitato per fini privatistici, lobbistici, affaristici e non di rado criminali, soprattutto in tema di corruzione e mafie.

Ma veniamo alle indagini dell’autorità giudiziaria belga in cooperazione con quella italiana. Sono stati tratti in arresto per corruzione parlamentari, funzionari, assistenti, la gran parte italiani, perché avrebbero ricevuto ingenti somme di denaro e non solo per esercitare le funzioni parlamentari in modo favorevole ad un Paese, il Qatar, in cui per celebrarsi i mondiali sono morte centinaia di persone nella costruzione di stadi ed edifici e si è mosso un giro di denaro nauseante. Un business sporco di sangue e crimine. Io ho boicottato questi mondiali, pur amando assai il calcio. Nella disponibilità della vice presidente del Parlamento e dell’ex deputato Pd-Art 1 Panzeri sarebbero stati trovati 600.000 euro a testa.

Ogni commento, se la notizia venisse confermata, è davvero superfluo. Coinvolti tutti esponenti che si direbbero di sinistra, ma che sono l’antitesi dei valori della sinistra. Il Parlamento europeo è un luogo in cui gira una quantità enorme di denaro, le lobby sono forti, gli strumenti per drenare denaro pubblico tanti. Quando svolgevo le funzioni di pubblico ministero in Calabria ricostruimmo un canale strettissimo tra la rete criminale calabrese ed italiana e gli anelli di collegamento in Europa, necessari per succhiare soldi pubblici e godere delle giuste coperture internazionali per eludere controlli. Arrivammo ad indagare eurodeputati e fu coinvolto anche il direttore dell’Olaf, ufficio antifrode, molto legato ad alcuni dei principali indagati politici di procedimenti penali che mi furono poi illegittimamente sottratti arrivando lo Stato ad allontanarmi anche dalla Calabria strappandomi le funzioni di Pm.

Quei collegamenti internazionali influirono non poco sul mio destino perché in Europa si consumavano ripulitura di denaro della criminalità organizzata e costruzione di un livello addirittura sovranazionale di reti criminali e logge coperte. Quando, poi, mi trovai per due anni al Parlamento europeo a presiedere la commissione controllo bilancio facemmo un grande lavoro contro la corruzione e la criminalità organizzata, per la trasparenza dell’utilizzo dei fondi europei ed un più efficace controllo della spesa pubblica. Riuscii anche, per la prima volta, a far nominare un magistrato italiano quale direttore dell’ufficio anti frode. Ma la sottovalutazione, quanto meno colposa, della forte corruzione nei Paesi dell’Ue e della penetrazione delle mafie, ostacola la creazione di una Procura europea contro corruzioni e mafie di livello transnazionale. Di corruzione e mafia si parla poco e anche l’attività di contrasto si è affievolita, perché il sistema criminale è sempre più penetrato nella politica e nelle istituzioni arrivando ad agire ormai con gli strumenti della legalità formale. E governi e maggioranze di diversa estrazione politica da tempo operano per ridimensionare l’efficacia degli organi di controllo.

Della magistratura ne stanno facendo sempre più un ordine in cui conformismo, statistica, burocrazia e quieto vivere diventano elementi di andamento normale della giustizia e chi ancora osa oltrepassare i fili dell’alta tensione viene bruciato con gli strumenti che l’ordinamento ha predisposto per annichilire gli “irregolari”, ossia quelli che pensano ancora che autonomia ed indipendenza siano principi indispensabili per attuare l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. I media non possono più raccontare adeguatamente i fatti oggetto dei procedimenti penali, non più coperti da segreto, se non nella misura in cui viene loro consentito con una “mordacchia” normativa opprimente. Una stampa quindi più mansueta ed un popolo più ignorante di vicende giudiziarie. Meglio che non si sappia troppo in giro quanta corruzione c’è nel nostro Paese. Quella che distrugge merito, competenze, giustizia, sogni. Adesso il governo, con il ministro della giustizia Nordio, vuole ridimensionare ancora di più le intercettazioni, così colpendo uno dei più efficaci mezzi di ricerca della prova, intende eliminare l’obbligatorietà dell’azione penale e mettere il Pubblico Ministero nell’orbita del potere esecutivo.

A questo punto sarà quasi impossibile iniziare o portare avanti indagini sul potere. Un processo come quello ad esempio sulla trattativa Stato-mafia diventerebbe impraticabile. Vogliono le mani libere, del resto c’è da “rifare” l’Italia, il Pnrr, fiumi di denaro pubblico, guerre e pandemie riempiranno il Paese di soldi che ingrasseranno tasche di corrotti e mafiosi, stati di emergenza divenuti ordinari e uno stato d’eccezione permanente. Poteri emergenziali e mani libere su appalti e lavori pubblici, via Tar, addio sovrintendenze, basta controlli insopportabili di magistratura e media. Magari diranno pure che ce lo chiede l’Europa o il popolo che elegge i parlamentari. Non mi preoccupa però tanto la pervicacia eversiva di questo disegno politico ed istituzionale, quanto i livelli di assuefazione ed opacità registrati in questi anni nei primi due principali “poteri” di bilanciamento verso il potere politico: magistratura e stampa. Molti si sono accomodati nel potere, nell’agiatezza e convenienza dei luoghi in cui si sta insieme confondendosi, ma così facendo la nostra democrazia rischia di pagare un prezzo altissimo proprio perché troppa gente, nelle istituzioni, ha un prezzo. E chi non è in vendita è un bersaglio da colpire. Non ci resta che pensare, però, che non c’è prezzo a non avere prezzo.

L’autore: Luigi de Magistris, ex magistrato ed ex sindaco di Napoli, è il leader della coalizione Unione popolare

Morire di freddo a vent’anni, in Italia, nel 2023

Poiché i poveri e i disperati non devono rovinare il clima natalizio e non possono fare ombra agli addobbi e alle luci Ali, giovane egiziano di vent’anni arrivato in Italia dopo avere percorso la rotta balcanica e avere scavalcato il confine al Brennero, ha deciso di andare a morire nel suo giaciglio improvvisato in periferia, nella zona Fiera, a Bolzano.

L’associazione Bozen solidale da tempo denuncia l’inospitalità (in questo caso mortale) di una città che in queste ore pullula di turisti e mercatini. Nel mirino dell’associazione c’è la circolare Critelli del 2016, emanata dalla Provincia autonoma, che prevede l’accoglienza soltanto per chi è inviato direttamente dal ministero dell’Interno. Per chi arriva a Bolzano autonomamente, come il giovane morto assiderato venerdì notte, ci sono soltanto i due centri di accoglienza comunali di via Comini ed ex-Alimarket, ormai con posti esauriti da tempo.

Alì prima di morire aveva bussato all’Infopoint di Volontarius appena il giorno prima della tragedia proprio per chiedere un posto letto. «Quel ragazzo aveva chiesto un posto letto ma gli era stato spiegato che tutti i dormitori erano già pieni e che sarebbe stato possibile quindi inserirlo nella già lunghissima lista d’attea, composta da circa 170 persone. Il suo nome – spiega Davide Monti, presidente della cooperativa sociale River Equipe che fa capo a Volontarius in un’intervista al Corriere del Veneto – è stato poi inserito nella lista il giorno successivo, giovedì». Sullo stesso giornale Matteo De Checchi, di Bozen Solidale, afferma: «In città ci sono più di 250 persone senzatetto. Questi numeri sono stati spesso contestati dai politici, ma invece sono cifre vere e certificate anche dalle liste di attesa dei migranti che chiedono di poter dormire in una struttura. Molti di loro lavorano, ma non riescono a trovare case in affitto a prezzi ragionevoli. Una decina di giorni fa noi avevamo organizzato un presidio chiedendo di trovare una soluzione perché c’era il rischio che ci scappasse il morto. Purtroppo è accaduto davvero. Chiediamo più strutture di accoglienza ma anche di smetterla di effettuare sgomberi dei ripari di fortuna».

Chi sia Alì non lo sappiamo. Ora dovranno esser effettuati tutti gli accertamenti per risalire alla sua identità. Da morti, per uno scherzo del destino, in Europa si smette di essere invisibili e le istituzioni sono costrette a occuparsi di loro. Se si imparasse come entrare in Europa da morti, se ci pensate, sarebbe la soluzione perfetta.

Buon lunedì.

Nella foto da Bozen solidale: Questo è il mio letto

Nasim Eshqi: L’Occidente smetta di sostenere il regime di Teheran

Fino a pochi mesi fa, Nasim Eshqi era l’unica donna a fare free-climbing da professionista in Iran, capace di aprire nuove vie sia nel suo Paese che all’estero: una settantina in tutto, fra le quali una anche in Italia, sulle Dolomiti del Brenta, dove Francesca Borghetti ha girato una parte del documentario a lei dedicato, Climbing Iran. Ora Nasim – dopo anni di equilibrismo tra quel potente anelito di libertà che si esprimeva nelle sue arrampicate in solitaria e le regole della Repubblica islamica cui si doveva adeguare una volta scesa dalle vette delle sue montagne e del suo agonismo – ha deciso di lasciare l’Iran e di venire in Europa, per testimoniare in altro modo la forza e la determinazione delle donne iraniane. Ne parliamo con lei in questa intervista.

Per molti anni ha usato cautela nell’esprimere le sue idee, per non compromettere la sua posizione in Iran. Quando ha deciso di lasciare il suo Paese e cosa l’ha spinta a farlo?
Quando Mahsa Amini è stata uccisa, ho deciso di essere la sua voce, che è anche la mia voce e quella di ogni donna iraniana. Ho deciso di smettere di censurare me stessa. Ne avevo abbastanza di tanta oppressione. Ero stanca di vivere nell’ombra. Il governo, il sistema e la religione continuavano a tagliarmi le ali. Avevo fatto crescere le mie ali ancora e ancora, ma non potevo usarle. Ho sopportato questa situazione per 40 anni, ma ho sempre voluto essere una donna libera. Un essere umano libero. Così ho deciso di vivere dove mi sento più libera. E sto usando la mia piattaforma per essere la voce della libertà e dei diritti umani per le persone che non hanno voce, perché Internet è bloccato in Iran. Quando i media sono corrotti o tacciono, io faccio da media per la mia gente.

Cosa rende queste ultime proteste in Iran diverse dalle precedenti?
Le persone sono più consapevoli, non è facile manipolarle tanto quanto prima. La nuova generazione non accetta di vivere in una gabbia. È così semplice, vogliono essere trattati come “umani”.

Il movimento non ha né una leadership politica né una chiara strategia per il futuro. Quando e come arriveranno, secondo lei?
Esatto, questo il motivo per il quale il governo non può spegnere questo incendio. Non c’è nessun leader che possa arrestare e uccidere, perché ognuno di questi uomini e donne è diventato un leader della propria vita. Ovviamente è impossibile vedere “quello che vogliono”, ma è molto chiaro “cosa non vogliono”. Non vogliono il regime islamico. Abbiamo tutti lo stesso obiettivo: fermare l’oppressione contro le donne.

Pensa che questo movimento sarà in grado di cambiare l’Iran in modo definitivo e che una “rivoluzione” sia proprio dietro l’angolo?
Sono molto ottimista e sono sicura che ci sarà un cambio di regime. La rivoluzione non è dietro l’angolo, abbiamo una rivoluzione già da settembre. Siamo dentro la rivoluzione. Il popolo iraniano ha protestato per 43 anni (dalla rivoluzione del 1979) ma nessuno poteva sentirlo, perché i media erano nelle mani del regime. Ma ora da oltre due mesi stiamo facendo una rivoluzione. Le donne iraniane stanno cambiando il mondo. Hanno trovato il puro potere in sé stesse per cambiare la propria vita e questo è un grande passo verso la libertà per tutti. Certo, perderemo più vite e il governo ucciderà sempre di più, ma non possono uccidere l’intero Paese, quindi perderanno sicuramente. Hanno già perso molto, si può leggere la paura nei loro occhi. Questo è quello che volevamo. Abbiamo già vinto molto e andremo avanti. Non c’è modo di tornare indietro.

Alcuni analisti mettono in guardia i manifestanti su certi elementi critici: una campagna così potente sui media occidentali a sostegno delle proteste rivela anche che nel cyberspazio esistono potenti meccanismi che amplificano enormemente la diffusione degli hashtag relativi alle proteste in Iran.
Naturalmente ci sono alcune campagne online che hanno lo scopo di amplificare le voci delle donne iraniane. Ma in realtà c’è una grande macchina che diffonde notizie false in rete per nascondere la vera notizia, che è quella dell’omicidio di massa in corso. Fare luce sulle esecuzioni compiute in silenzio e sugli stupri nelle carceri dovrebbe essere l’obiettivo principale dei media che sostengono i diritti umani. Ma non lo è. Instagram e Facebook continuano a cancellare i miei post sulla rivoluzione iraniana. Anche Instagram, Facebook e altre piattaforme multimediali stanno cercando di censurare le nostre voci. Perché credo che stiano traendo benefici dal regime islamico. Il quale sta pagando molto per mettere a tacere i media sulla rivoluzione iraniana. D’altronde i Paesi occidentali chiudono gli occhi davanti a queste uccisioni di massa e alla mancanza di diritti umani e dei diritti delle donne in Iran, perché per loro l’odore del petrolio è più forte dell’odore del sangue. In realtà noi iraniani siamo stati lasciati molto soli per 43 anni. Alcuni Paesi condannano il regime iraniano per aver fornito armi alla Russia contro l’Ucraina, ma non per aver ucciso, giustiziato e violentato i propri cittadini. Ma noi non ci arrendiamo. Uomini e donne iraniani e persino bambini stanno inviando le loro voci oltre il confine mentre sfidano la repressione e vengono uccisi. Solo dopo due mesi di proteste l’Onu è intervenuta (con la decisione del 24 novembre di istituire una commissione di indagine indipendente, ndr). Fino ad allora non sapevano cosa stava succedendo in Iran? Comunque, noi vogliamo solo che i Paesi occidentali smettano di sostenere questa dittatura islamica e impongano forti sanzioni agli iraniani che opprimono le nostre donne e uccidono le nostre ragazze, mentre le loro si godono la vita in Occidente. Mentre le famiglie dei nostri politici prendono il sole in spiaggia nei Paesi occidentali, infatti, i loro padri e mariti in Iran uccidono le donne perché non hanno un hijab adeguato. Ma noi iraniane abbiamo il potere e il coraggio di cambiare il regime se i Paesi occidentali smettono di aiutarlo.

Ora pare che la Repubblica islamica stia ragionando sull’abolizione della Gashte Ershad (Pattuglie di guida), la cosiddetta polizia morale, istituita nel 2006 durante la presidenza del conservatore Mahmoud Ahmadinejad.
Prima c’erano altri organi simili, come i komite, e poi è nata la Gashte Ershad. Le pattuglie sono formate da donne e uomini: riempiono il furgone e alcune ragazze vengono fatte stare in piedi, per farne stare dentro il più possibile. Come i treni per i campi di concentramento ai tempi del nazismo. Sono stata arrestata più volte anche io: ricordo una volta che, arrivati al centro dell’organizzazione Vozara, gli autisti chiedevano ridendo agli altri colleghi: abbiamo tre ragazze in più, le vuoi? Comunque questa è la loro politica: cambiando il nome, cercano di ingannare la gente. Quest’ultimo annuncio non significa che le autorità si siano arrese o vogliano fermare la violenza, stanno solo cercando di salvarsi in ogni modo possibile. Ma sono alla fine. Pensano che la gente ci creda ma non è possibile, non c’è fiducia. La gente non vuole più ayatollah e mullah, non vuole più il regime islamico. E non si calmerà con questo tipo di annunci.

Come free-climber ora residente in Europa, cosa sogna di fare?
Il mio desiderio è sempre stato quello di arrampicare su ogni tipo di roccia e migliorare il mio livello di arrampicata in ogni aspetto. Ma ora voglio per prima cosa vedere il popolo iraniano sorridere e godersi la vita. Il mio augurio è “Donna vita libertà”.

Foto di apertura e nel testo dal documentario Climbing Iran

L’autrice: Luciana Borsatti è giornalista e scrittrice, per molti anni corrispondente Ansa da Teheran. Fra i suoi libri L’Iran al tempo di Biden (Castelvecchi, 2021) e L’Iran al tempo di Trump (Castelvecchi 2018-2020)

Se vanno avanti così si inventeranno il reato di pagare le tasse

Nuova novità tra le pieghe della manovra.

Si scopre una proroga fino a giugno 2023 dell’agevolazione che permette di limitare al 14% (anziché al 26% previsto) la tassazione sulle plusvalenze su terreni e partecipazione, estendendola anche ad azioni e titoli sui mercati finanziari, nonché a risparmi e patrimoni in fondi e polizze assicurative sulla vita. L’aveva già anticipato il Corriere della Sera, nel 2023 si attendono circa 1,5 miliardi di euro di entrate da questa misura che, di fatto, proroga e amplia l’agevolazione prevista dal dl bollette di marzo incentivando a pagare in questa finestra. Dove si concentra la quasi totalità degli investimenti in azioni e prodotti finanziari? Tra i più ricchi, ovviamente.

Non solo. C’è anche un bello scudo penale per i presunti grandi evasori, dopo aver accontentato i piccoli. È la proposta di Fratelli d’Italia presentata con un emendamento che prevede il congelamento della denuncia penale che vale fino a quando non saranno versati tutti gli importi dovuti, si applica alle aziende che pagano a rate importi superiori ai 250mila euro e circoscrive il periodo di inadempienza tra gennaio e ottobre 2022. La proposta di modifica prevede che il procedimento riparta per chi non paga due rate consecutive. Una norma che, dicono i ben informati, sarebbe stata stata pensata pensata per i trader che comprano e vendono energia, di cui potrebbero beneficiare parzialmente anche le società sportive, che entro il 22 dicembre sono chiamate a pagare i debiti Irpef, Iva e Inps.

Se vanno avanti così si inventeranno il reato di pagare le tasse.

Buon venerdì.

 

È nato un “invasore” sulla Geo Barents

Da mercoledì mattina i migranti a bordo dell’imbarcazione umanitaria Geo Barents non sono più 254, ma 255. Alle 11:31 Fatima ha dato alla luce il piccolo Alì. Nato e respinto. E ora? «Le autorità italiane facciano sbarcare a Lampedusa e trasferire in Sicilia la donna che oggi a partorito sulla nave Geo Barents il piccolo Alì». L’appello arriva da Candida Lobes, operatrice di Medici Senza Frontiere, a bordo della nave, che dichiara di aver ricevuto dalle autorità maltesi la proposta «inaccettabile, disumana e illegale» di trasferire a Malta la donna e il neonato, lasciando però sulla nave gli altri tre figli minori, uno dei quali ha appena due anni. «Questa donna si trova a dover scegliere tra lasciare indietro i suoi figli e prendersi cura della sua salute e di quella del neonato. Ci appelliamo al buon senso delle autorità italiane affinché questa ragazza sia evacuata al più presto con la sua famiglia”, conclude. 

Il piccolo Alì è nato dopo sette ore di travaglio. Nella clinica medica della Geo Barents, Fatima è quindi diventata di nuovo madre. Per la quarta volta. Dalla Libia era fuggita a bordo di un barcone, insieme ad altre 89 persone. Con sé i suoi tre figli e la speranza di una nuova vita. «Il viaggio difficile, le dure condizioni, lo stress estremo e la profonda disidratazione hanno innescato il travaglio – spiegano i soccorritori di Msf -. Ha affrontato la straziante traversata su una barca gremita e instabile, temendo per i figli che viaggiavano con lei». 

Una volta a bordo della Geo Barents l’equipe medica si è subito presa cura di lei. Immagino il ministro dell’Interno Piantedosi, nella sua parte di controfigura di Salvini, difendere l’Italia da questo pericolo migrante con qualche ora di vita. Immagino soprattutto quelli che il bambinello lo stanno cercando in porcellana per infarcire il presepe. Se volete esercitare il vostro spirito natalizio c’è Alì. È stato evacuato oggi di prima mattina. Chiedetegli cosa significhi cercare salvezza. Buon giovedì.

In apertura, un’immagine da un video a bordo della nave umanitaria

“Argentina, 1985”, un’opera popolare per non dimenticare gli orrori della guerra sporca

«Il 4 febbraio 1977 fui sequestrata mentre ero a casa mia. Mi caricarono su un’auto. Appena girò l’angolo, mi misero un maglione sulla testa, mi buttarono per terra e mi calpestarono. Poi iniziarono a dirmi che mi avrebbero ucciso. Mi fecero scendere, mi tolsero il maglione, mi misero una benda sugli occhi e mi ammanettarono. Io in quel periodo ero incinta di sei mesi e mezzo, quindi già piuttosto in là con la gravidanza. Mi torturarono, nonostante la mia condizione. Mi tennero rinchiusa per mesi. Le torture erano sistematiche, costanti, di ogni tipo».
Santiago Mitre sceglie questa testimonianza di Adriana Calvo De Laborde, fisica, professoressa universitaria e ricercatrice, rapita durante la dittatura militare argentina, per raccontare uno dei capitoli più bui della storia della violazione dei diritti umani.

Argentina, 1985 in concorso per il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno e disponibile per gli abbonati alla piattaforma Prime Video, racconta lo storico processo civile intentato alla giunta dell’ex presidente Jorge Rafael Videla, Emilio Eduardo Massera e ai principali esponenti del regime militare argentino. Un’occasione per condannare i crimini contro l’umanità perpetrati dalla dittatura e di favorire la continuità della democrazia.

L’opera di Mitre è cauta e accessibile nella sua ricostruzione storica: nell’incipit, delle sintetiche didascalie delineano il contesto politico, in modo che tutti gli spettatori possano confrontarsi con quella che è una tragica parentesi storica, spesso dimenticata: la Guerra Sporca dell’Argentina sotto il regime militare al potere dal 1976 al 1983, che vide il rapimento, la tortura, la sparizione forzata di circa 30mila civili, per eliminare qualunque forma di protesta e dissidenza nell’ambiente culturale, politico, sociale del Paese.

Il film è ambientato nel 1985: ai tempi il regista aveva solamente 5 anni, era quindi coetaneo di quei bambini scomparsi, che sarebbero stati rivendicati dall’associazione delle Madri di Plaza de Mayo. Per Mitre diventa fondamentale ricostruire quel momento storico, di cui avrebbe per sempre, inevitabilmente subito il peso.

Il film si apre poco prima che il procuratore Julio César Strassera, interpretato da un ineccepibile Ricardo Darín, riceva tra le mani la notifica che gli comunica che il processo ai comandanti dell’esercito per le atrocità commesse durante la dittatura militare si svolgerà. Sono trascorsi due anni dall’avvento di una democrazia ancora debole e corrotta: i militari sconfitti continuano a esercitare purtroppo una profonda influenza nelle alte sfere del governo.

Argentina, 1985 sceglie di raccontare la storia di un uomo mosso dal desiderio di giustizia ma spaventato all’idea che la sua famiglia, continuamente vessata da minacce, possa subire ritorsioni. Il film si articola, convenzionalmente, attraverso le diverse fasi del processo. Ma l’occhio del regista si divide tra lo spazio dell’aula del tribunale e le mura di casa di Strassera. In questo modo, spesso, dei momenti di leggerezza della vita quotidiana riescono a spezzare la tensione. La risata diviene strumento indispensabile per esorcizzare la paura e il senso di impotenza che spesso gravano sui protagonisti, che non sono idealizzati e costruiti come figure eroiche, ma rappresentati come semplici uomini e donne.

Il nuovo presidente Raúl Alfonsín è riluttante nel sostenere una condanna al vecchio regime e Strassera ha solo pochi mesi per raccogliere le prove necessarie a dimostrare la colpevolezza degli imputati e lavorare a un processo senza precedenti, la più grande azione penale per crimini di guerra dai processi di Norimberga: ad aiutarlo saranno l’assistente Luis Moreno Ocampo (Juan Pedro Lanzani) e un gruppo di giovani neolaureati in giurisprudenza.

Combinando cinema di finzione e rigore documentaristico il dramma procedurale raccontato da Mitre trova espressione nelle testimonianze delle vittime di torture e dei familiari dei desaparecidos, troppo a lungo rimasti inascoltati.

L’intelligenza di Argentina, 1985 è proprio nel suo taglio mainstream, quasi televisivo, nei tempi veloci, nella sua estrema leggerezza nel saper condensare una battaglia così dura e drammatica. È proprio questa impostazione a rendere potente il film di Mitre: un’opera popolare, che non vuole commuovere ma restituire con autenticità la testimonianza degli orrori e delle violenze della dittatura, per renderci consapevoli e saper guardare avanti, senza dimenticare. Nunca más.

Salvini triste, solitario y final

Nella sua Lega è tornato Umberto Bossi a scavargli un fossato intorno. Già questo dice quando Matteo Salvini sia fragile dentro e fuori al suo partito. Nei giorni scorsi in Lombardia il consigliere regionale Gianmarco Senna ha annunciato l’addio al partito di Salvini per entrare nel Terzo polo, e quindi sosterrà Letizia Moratti alle prossime elezioni regionali. I leghisti (o ex, ora fuoriusciti dal partito) che sperano di entrare nella lista della già vicepresidente della Regione Lombardia – come fa notare Cristina Giudici su Linkiesta – hanno un doppio obiettivo: mettersi di traverso all’eventuale vittoria di Attilio Fontana per dare uno schiaffo a Matteo Salvini e – per quanto riguarda i consiglieri regionali – sperare di essere rieletti.

In Lombardia la Lega non è più di Salvini. Dopo Bergamo, nei congressi provinciali il Comitato Nord di Bossi si prende Brescia, Lodi, Cremona. A Varese assente Giorgetti, che non ha votato. A Rovigo, in Veneto, al primo congresso provinciale, ha vinto Guglielmo Ferrarese. È vicino all’assessore Cristiano Corazzar, in linea con Zaia. Stessa cosa a Cremona dove segretario è Simone Bossi altro leghista da Comitato Nord. Pavia va a Jacopo Vignati, grazie al sostegno del vicepresidente del Senato, Gian Marco Centinaio. A Como è stata invece riconfermata Laura Santin che è la moglie di Fabrizio Cecchetti, segretario della Lega Lombarda, uno che in Lombardia ha lavorato contro Attilio Fontana.

Il calo del partito di Salvini sembra inarrestabile anche a livello nazionale, assestandosi al 7,6 per cento, più di un punto sotto il pessimo risultato delle politiche e scavalcato anche dal Terzo polo, al 7,9. Vola la sua avversaria Giorgia Meloni. Anzi, a dirla tutta, Matteo Salvini e Giorgia Meloni ormai giocano in due campionati diversi: lui arranca in un ministero di cui non ha competenze e a cui non riesce a dare slancio (attaccato a quella bolsa trovata del ponte sullo Stretto) mentre lei tira i fili del Paese.

Ieri sera Matteo Salvini, logorato e svuotato da una sconfitta che può riuscire solo a rallentare, ha impugnato il suo telefono convinto di avere trovato una grande idea per scaldare gli animi dei suoi elettori. Ha preso un video dei tifosi del Marocco che festeggiavano a Milano e l’ha pubblicato su Facebook commentando con «il Marocco elimina la Spagna, così “festeggiano” a Milano… Mi auguro che i responsabili vengano identificati e ripaghino tutti i danni». È passata qualche manciata di minuti e la Questura di Milano ha diramato un comunicato in cui scrive che «non ci sono stati disordini o criticità».

Poi Matteo è andato a dormire.

Buon mercoledì.