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Che fine ha fatto il rapporto della sinistra con le classi popolari?

Mentre assistiamo allo psicodramma che si svolge in casa Pd, non possiamo non rattristarci di fronte allo spettacolo altrettanto mesto che ha luogo fuori da quella casa, per i suoi toni beckettiani se non alla Ionesco. Personaggi muti recitano a soggetto, afoni. Nessuno ode, perché non si profferisce verbo. La vicenda Soumahoro, poi, nel mostrarne la superficialità, li ha solo ammutoliti oltre ogni ritegno. La classe dirigente che mancò, questo sarà il responso degli storici nello studiare dov’è finita la sinistra, solo un secolo dopo quella partenogenesi catartica che era stata spinta dal mito propulsivo della rivoluzione bolscevica. Perché il fatto è che la sinistra – nelle forme che ha assunto dopo l’89 – si è pericolosamente avvicinata al baratro della sua estinzione.

La sinistra in Italia
Ventuno anni fa, nel 2001, Ds e Margherita – che si fonderanno poi nel Pd – raccolsero, rispettivamente, 6,15 e 5,39 milioni di voti (il 31,2%), mentre Rifondazione comunista e Comunisti italiani ne ottennero 1,87 milioni e 620mila (6,7%). Cinque anni dopo, l’Ulivo di Ds e Margherita ne prenderà 11,9 (il 31,3%) e Rc e Ci, separatamente 3,1 (l’8,16%). Se aggiungiamo i socialisti, la lista di Di Pietro e i Verdi, che nel complesso ne raccolsero 2,65 milioni (il 7%), alla sinistra andarono 17,7 milioni di consensi (la coalizione, con un’alleanza di ben tredici liste raccolse 19 milioni di voti e la maggioranza, d’un soffio). Dopo di allora, il declino. Il Pd, con l’esordio con Veltroni, è sceso dai 12 e passa milioni di voti (33,2%) del 2008, agli 8,65 milioni del 2013 (25,43%), ai 6,16 del 2018 (18,8%) fino ai 5,36 milioni del 2022 (19.1%). Alla sinistra del Pd, le varie reincarnazioni di partiti e liste sono passate, nel complesso, dal milione e mezzo di voti del 2008 (il 4,1%) al milione di Sel, in coalizione col Pd (3,3%), più gli 850mila delle altre liste (2,6%) nel 2013. Nel 2018, un’uguale divisione ha portato 1,11 milioni a LeU (3,4%) e 500mila voti alle altre (1,52%), laddove nel 2022 l’Alleanza SI+V ha raccolto poco più di un milione di voti (3.6%), Unione popolare 403mila (1.43%), mentre le altre liste, però solo in parte riconducibili alla sinistra, hanno preso 906mila voti (3.23%). In ventun anni, quindi, la sinistra, nelle sue varie articolazioni, è passata da un consenso di 17,7 milioni di voti a poco più di 7 milioni, con un crollo che comincia solo dopo il 2006. Aggiungiamoci pure il M5s, presente solo nelle ultime tre tornate, e il totale raggiunge oggi gli 11,4 milioni. Se è principalmente il Pd che ha visto dimezzare i suoi consensi, anche il resto del vario arcipelago non ha certo brillato, riducendo il suo bacino di ben due terzi. E l’appeal dei 5 Stelle, che raccolse il malumore sociale degli anni dell’austerity nel 2013, confermato poi cinque anni dopo, si è notevolmente ridimensionato.
La sinistra, è evidente, ha perso il favore di una buona fetta del suo elettorato, provocando una «delusione» che si è riflessa nell’aumento dell’astensione. L’affluenza, infatti, è scesa dall’83,6% del 2006 (era stata l’81,3% nel 2001) all’80,5% del 2008, passando poi al 75,2% del 2013, al 72,9% del 2019 fino al 63,8% del 2022. In sostanza, è aumentata la disillusione democratica, con un’astensione che ha ormai superato un terzo degli elettori.

Il Paese dei divari
Nello stesso arco di tempo, però, la situazione economica e sociale del Paese è andata peggiorando. Non solo il Pil ha smesso di crescere, non tornando più ai livelli del 2007, in termini reali, ma lo stato complessivo dell’economia non ha fatto che divenire via via più fosco. Le disuguaglianze di reddito sono rimaste alte (tra le maggiori in Europa occidentale), la mobilità sociale si è fermata, l’occupazione è debolmente aumentata (meno che altrove), ma solo grazie al lavoro precario, la disoccupazione è rimasta alta (più che altrove), soprattutto nelle fasi cicliche, la povertà affligge ormai un quarto delle famiglie, anche tra i lavoratori (come nei Paesi europei meno avanzati). I divari territoriali, poi, sono andati peggiorando, con un Mezzogiorno che si allontana vieppiù dal Centro-nord, la migrazione interna e verso l’estero in aumento, la popolazione residente in calo continuato (più al Sud che al Centro-nord), la natalità in continua frenata, non compensata dall’immigrazione, minima. I salari e gli stipendi sono altresì fermi se non in calo, in termini reali, soprattutto per le categorie meno qualificate. Anche la struttura sociale è andata ingessandosi, sfarinandosi vieppiù tra le fasce più deboli. Forse la classe operaia non esiste più, come una certa vulgata ama dire, eppure gli operai e assimilati rappresentano ancora il 34,2% degli occupati (nel 2021), esattamente come dieci anni prima. E, però, sono meno garantiti, più nei settori dei servizi che nel manifatturiero. La crescita del reddito, quando vi è stata, si è accompagnata ad un aumento della disuguaglianza, beneficiando di più le famiglie con i livelli reddituali medio-alti. A rimanere indietro sono stati soprattutto i giovani, colpiti in misura crescente dal rischio di povertà. La crescita del reddito del quinto della popolazione con introiti più bassi è stata sempre più contenuta di quella registrata negli altri quinti. In sostanza, i meno abbienti sono divenuti via via relativamente più poveri dei più benestanti, perché più precari, meno protetti. Tuttavia, sarebbe sbagliato ritenere che ciò è accaduto solo perché il Paese ha attraversato due crisi – quella economica e quella indotta dalla pandemia – sopravvivendo, perché il suo corpo sociale ne ha sofferto in modo non equo: un lavoratore su tre guadagna meno di mille euro al mese, un italiano su quattro è in condizione di povertà, l’occupazione è sempre più precaria, il divario di reddito e territoriale è aumentato. Il «cuore» dell’economia e della società più «tutelato» si è ristretto e si è allargata l’area attorno, quella periferica e marginale, ma non per questo meno funzionale ad essa. C’è qualcosa di distorto e di profondamente iniquo se il sistema va evolvendosi verso una società nuovamente «classista» e, in definitiva, sbagliata. Di cui la politica dovrebbe occuparsi e che ha, invece, trascurato, anzi contribuendovi.

La sinistra verso il baratro
Con la «globalizzazione», il capitalismo è entrato in una nuova era, favorita dalla tecnologia e dalla geo-politica. Il modello neo-liberista, riaffermatosi negli anni Ottanta contro il neo-keynesismo in crisi, ha però colto le sinistre impreparate, ritenendo queste che il capitalismo sostenuto dalla democrazia liberale che garantiva welfare e una promessa di emancipazione per le masse come si era sviluppato nel dopoguerra avrebbe continuato ad evolversi lungo quei binari. Ma la certezza della crescita per tutti, corretta dalla redistribuzione, si è presto rivelata un’illusione, una volta che le praterie del mondo «limitless» e «borderless» si sono aperte al capitalismo globalizzato. Perché sono stati il lavoro e i suoi prestatori a pagarne il prezzo, a favore del capitale.
E i nodi sono venuti al pettine. Il capitalismo predatorio produce sfruttamento e si fonda sulle disuguaglianze. Affidarsi al mercato, anche nella gestione dei beni pubblici, genera sperequazioni. Nel mercato globale, il lavoro non è tutelato e se non è lo Stato, o le istituzioni sovranazionali, ad intervenire, la piramide sociale non farà che farsi più alta e stretta. La sinistra, abbandonata definitivamente la prospettiva di una trasformazione del «sistema», si è limitata a difendere quel sistema così come lo aveva prefigurato nei decenni addietro: ma esso è cambiato e, con esso, la struttura sociale, con la «disarticolazione» del lavoro e la iper-frammentazione del suo mercato. In questa dinamica, la sinistra ha finito per rappresentare vieppiù gli interessi delle classi medie e medio-basse tutelate, del lavoro dipendente e impiegatizio, strutturato, non riuscendo più a raccogliere quelli delle classi basse e «periferiche». Che si sono così allontanate.
Ciò è apparso, in modo plastico, nel 2013: dopo una legislatura all’insegna del rigorismo neo-liberista europeo, sposato dal Pd, il crollo dei consensi è stato immediato, tutto a vantaggio della proposta «egalitaria» portata avanti dai 5 Stelle. La legislatura seguente non ha inciso per nulla sul quadro sociale ed economico e nel 2018 il Pd ha pagato un prezzo ancora maggiore. E nel frattempo la disaffezione democratica dei ceti popolari non ha fatto che aumentare. Come hanno confermato le ultime elezioni, nelle quali a destra ha chiamato a raccolta i suoi elettori di sempre, mentre la sinistra ne ha persi, per lo più tra gli astenuti. Tanto quella raccolta attorno al Pd, quanto l’altra, che non ha saputo articolare una convincente proposta alternativa.
In termini gramsciani, si potrebbe dire che il «blocco sociale» della sinistra non esiste più. O meglio, non ne esiste più una rappresentazione politica. Le classi popolari sono lì che attendono, che domandano rappresentanza. Un nuovo classismo ha cominciato a farsi strada, nuovi steccati sono stati eretti, fino a disgregare il tessuto sociale che aveva fornito la linfa democratica alla «società del benessere». Che ha cominciato ad essere prerogativa di maggioranze via via più ridotte. Con i poveri alle frontiere e nelle periferie.
Erano anni che si diceva che le disuguaglianze non trattate, che la mobilità sociale ridotta avrebbero portato allo sfaldamento del tessuto democratico. Erano anni che si gridava che l’Europa «sociale» era rimasto un mito sfoderato solo per nascondere quella del libero mercato, che l’illusione della «crescita per tutti» non avrebbe retto. E così è stato. Riflettendosi nei risultati elettorali.
I partiti della sinistra si sono via via sfarinati, chi dietro bandiere lise, chi dietro nuovi miti modernisti, «interclassisti», oltre le classi perché «le classi non ci sono più». Così, elezione dopo elezione, le classi popolari hanno cercato altrove, appellandosi a chi faceva loro gola, strumentalmente. Per ritirarsi, pian piano, nella disillusione.
Questa è la responsabilità storica: aver fatto svanire l’illusione democratica che uno Stato equo avrebbe provveduto ai più, prendendo da chi ne ha per dare a chi non aveva avuto le stesse opportunità. Storica perché segna un’epoca. Già nel 2013 era apparso chiaro: attenzione, chi si appella a istanze egalitarie troverà consenso, per quanto strumentale. Niente, da sinistra non è venuto alcun ripensamento, da tutta la sinistra. E si è giunti al 2018 senza aver riflettuto per un solo momento sugli errori. E si è continuato, fino a finire nel baratro quattro anni dopo.
La coazione continua. Ci fosse uno solo di quella classe dirigente che affermi di voler ripensare tutto. Sta forse avvenendo una discussione su quale società, quale sistema di relazioni economiche e sociali, quale modello si vuole? Nel Pd si parla di nulla, nuove persone per un partito senza progetto. Fuori dal Pd si coltivano orticelli identitari. Altri ora sventolano la bandiera «progressista», guardando all’oggi, piccoli cabotaggi per restare a galla senza cambiare nulla. Le ragioni delle iniquità restano, vittime del capitalismo globalizzato restiamo tutti, subendolo come se non ci fosse nulla da fare. Non «ce lo dice l’Europa», è la mancanza del coraggio del pensiero, il problema.

L’autore:  Pier Giorgio Ardeni è professore ordinario di Economia politica e dello sviluppo all’Università di Bologna. È stato candidato per Unione popolare in Emilia Romagna

Nella foto: l’assemblea nazionale del Pd, 19 novembre 2022

Il Governo del Vittimismo

L’abbiamo già scritto e sta riaccadendo, ancora. Sulla legge di Bilancio la tattica del governo Meloni è sempre la stessa usata fin dai tempi dell’opposizione: farsi vittime, raccontare un accerchiamento, utilizzare il dissenso generale come medaglia.

Ieri è accaduto che il capo del Servizio struttura economica del Dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia, Fabrizio Balassone, davanti alle commissioni Bilancio riunite (ma sono presenti solo 7 parlamentari) ha criticato i provvedimenti bandiera dell’esecutivo. Sulla flat tax Balassone ha spiegato che «la sussistenza di regimi fiscali eccessivamente differenziati tra differenti tipologie di lavoratori pone un rilevante tema di equità orizzontale, con il rischio di trattare diversamente, in modo ingiustificato, individui con stessa capacità contributiva».

Sui pagamenti elettronici Bankitalia ha detto l’ovvio: «I limiti all’uso del contante, pur non fornendo un impedimento assoluto alla realizzazione di condotte illecite, rappresentano un ostacolo per diverse forme di criminalità ed evasione». Ma va? Non era così difficile. Così come non è difficile capire che «per gli esercenti, il costo del contante in percentuale dell’importo della transazione è superiore a quello delle carte di debito e credito». A meno che, ovviamente, il contante non finisca sotto il cuscino.

Chissà che ne pensano poi, oltre ai partiti del governo, anche quelli del sedicente Terzo polo del fatto che sul reddito di cittadinanza Bankitalia afferma che «una forma di reddito minimo a sostegno delle famiglie più bisognose è presente in tutti i Paesi dell’area dell’euro e in molti di essi presenta carattere di universalità. In questi anni il sussidio ha contributo dapprima a contenere gli effetti negativi dell’epidemia di Covid sul reddito disponibile delle famiglie più fragili e poi a sostenere il potere d’acquisto particolarmente colpito dal recente shock inflazionistico». A meno che, come vedete accadrà, non si voglia semplicemente cambiargli il nome per il gusto della propaganda sulle spalle dei poveri.

La manovra finanziaria è criticata dai sindacati, da Confindustria, dalla Banca d’Italia, dalla Corte dei Conti. Ma dalle parti del governo dicono che «questo è un bene». Il vittimismo del resto prevede che il disaccordo generale verso le proprie azioni indichi un “complotto generale” da abbattere. E continueranno così, fino alla fine. Insistendo come quello che prende l’autostrada contromano e per tutto il viaggio si lamenta di essere circondato da scemi. Fino allo schianto.

Buon martedì.

Padre Rupnik accusato di violenze da 9 suore, restano in vigore le misure cautelari dei gesuiti. Ma chi controlla?

Alla fine si è aperta una crepa nel muro dell’omertà sul caso del gesuita padre Marko Rupnik di cui abbiamo scritto la mattina del 2 dicembre. Come si legge in una nota interna della Compagnia di Gesù firmata dal delegato, padre Johan Verschueren, l’allora Congregazione per la dottrina della fede (attuale Dicastero per la dottrina della fede – Ddf) «ha ricevuto una denuncia nel 2021» contro padre Marko Ivan Rupnik «sul modo in cui ha svolto il suo ministero» e ha aggiunto che «non sono stati coinvolti minori».

La denuncia in questione ha portato a un’«indagine previa» il cui rapporto finale è stato consegnato al dicastero per la Dottrina della fede. Questo «ha constatato che i fatti in questione erano da considerarsi prescritti e ha quindi chiuso il caso, all’inizio di ottobre di quest’anno 2022».

Restano in vigore però, a carico di padre Rupnik, alcune «misure cautelari» – sottolinea la Compagnia di Gesù nella nota – come il divieto di confessare, di partecipare «ad attività pubbliche senza il permesso del suo superiore locale» e di «accompagnare esercizi spirituali». Proprio la presunta violazione di questi divieti da parte di p. Rupnik durante l’istruttoria aveva spinto alcune religiose ed ex religiose della Comunità Loyola a contattarci nel novembre scorso attraverso la mail di Spotlight Italia, la nostra inchiesta permanente sui crimini compiuti all’interno della Chiesa in Italia ([email protected]).

Per quanto riguarda le apparizioni pubbliche in numerosi video su Youtube quindi è presumibile che siano state autorizzate dal superiore di Rupnik della diocesi di Larino (Molise), ma come si spiega questa locandina degli esercizi spirituali di Loreto di cui abbiamo parlato il 2 dicembre?

 

Inoltre, i gesuiti parlano di una sola denuncia nei confronti di Rupnik (reato prescritto), che fine hanno fatto le altre – sono almeno otto – presentate contro il teologo? Se il reato è prescritto (sono passati quasi 30 anni), come mai restano in vigore alcune misure cautelari peraltro disattese?

Molto interessante è quello che scrive l’agenzia religiosa Aci prensa riportando i virgolettati di una fonte della diocesi di Roma. «Le accuse contro p. Marko Rupnik esistono» conferma la fonte e le denunce sono in tutto 9. Tuttavia, la stessa fonte ha spiegato ad Aci prensa che «il Vicariato di Roma non ha svolto alcuna indagine su tali accuse, perché i presunti abusi non sono avvenuti a Roma, ma sarebbero avvenuti in Slovenia». Tuttavia il Vicariato «ha ricevuto una notifica dal provinciale dei gesuiti che informava sulle misure cautelari e suggeriva che p. Rupnik non fosse coinvolto in attività pastorali e nuovi incarichi». A raccogliere le 9 denunce, come sappiamo, è stato il commissario della Comunità di Loyola, fondata in Slovenia, mons. Daniele Libanori, che per primo ha compiuto una visita canonica e che tuttora è commissario della Comunità di Loyola (come risulta anche dalla testimonianza che abbiamo pubblicato il 3 dicembre). Mentre l’istruttoria contro Rupnik è stata portata avanti da un religioso dominicano che ha raccolto diverse testimonianze e «il rapporto finale è stato presentato alla Ddf», l’ex Sant’Uffizio. La prescrizione segna un punto importante a favore del gesuita. Per ora.

Tutte le puntate dell’inchiesta di Spotlight Italia – Il database di Left

Se sei a conoscenza di casi che non sono stati segnalati o vuoi aggiungere nuove informazioni a quelle già pubblicate, puoi scriverci all’indirizzo email [email protected]

Al via la costituente di Unione popolare

Domenica 4 dicembre a Roma si è tenuta l’assemblea di Unione popolare, con la partecipazione di centinaia di militanti in presenza e in streaming, che ha dato inizio alla fase costituente che si concluderà entro marzo con un congresso. Up è nata il 9 luglio con l’idea di unire per la pace e la giustizia sociale. Bisognava radicarsi nei territori e costruire connessioni con individualità e collettivi, ma le elezioni anticipate ci hanno costretto a decidere se provare ad esserci in un contesto improbo o rinunciare, tenuto conto del pochissimo tempo a disposizione. Abbiamo deciso di tentarci, in pochi giorni abbiamo costruito una lista con candidati con storie belle e credibili in tutti i collegi, raccolto 60mila firme per poterci presentare e realizzato un bellissimo programma in pochissimi giorni con il contributo di tanti giovani ed intellettuali. È iniziata una entusiasmante campagna elettorale, senza risorse economiche, provando, in piena estate e in pochi giorni a farci conoscere.

Tanti appelli in nostro sostegno, dal mondo della cultura a quello della ricerca, dagli intellettuali per finire alla venuta in Italia per sostenere il nostro progetto di Mélenchon e Iglesias. Abbiamo visto crescere simpatia, entusiasmo, finalmente una risposta politica che mancava da tempo ad una voglia di sinistra. Di pari passo però i sondaggi non ci tracciavano, i telegiornali ci oscuravano, il tempo era poco per farci conoscere e non giocava a nostro favore. Alla fine il combinato disposto tra l’oblio nel quale il circo politico-mediatico ci voleva collocare in quanto unica forza antisistema, una legge elettorale incostituzionale ed antidemocratica che ha spinto verso il voto utile, il non essere arrivati fisicamente in tutti i territori, insomma il combinato disposto di questi ed altri fattori similari non ci hanno fatto raggiungere la soglia per poter entrare in Parlamento.

A risultato elettorale ancora caldo, però, elettrici ed elettori, militanti e simpatizzanti, ci hanno con voce unanime chiesto di non mollare ed andare avanti nel progetto politico. In questi due mesi abbiamo ascoltato e discusso, ora è il momento di cominciare la fase costituente. È necessario unire le italiane e gli italiani su lotte per le quali la nostra storia racconta di persone coerenti e credibili: dalla pace, siamo l’unica forza da sempre pacifista contro l’invio delle armi e per la soluzione diplomatica in Ucraina, alla giustizia economica, sociale ed ambientale. Up è per l’attuazione piena della Costituzione senza più ambiguità e tradimenti. Dal diritto al lavoro all’unità del Paese contro il disegno eversivo dell’autonomia differenziata, dall’uguaglianza formale e sostanziale al ripudio della guerra, dalla sanità ed istruzione e ricerca pubblica al diritto all’ambiente. In prima linea nella lotta per i diritti e le libertà civili, contro corruzione e mafie, per la costruzione di un modello economico alternativo al neoliberismo, tutti elementi fondanti dell’azione di Unione popolare.

Bisogna, come abbiamo fatto a Napoli per le elezioni rivoluzionarie a sindaco e in Calabria alle regionali con un risultato ottimo, unire associazioni, comitati, movimenti, reti civiche, centri sociali, amministratori e consiglieri locali, la sinistra quella vera, per rompere il sistema  consociativo e costruire l’alternativa di governo. Unione popolare si radicherà sui territori sempre di più coinvolgendo persone in un percorso democratico e partecipativo e vuole essere forza oggi extraparlamentare di opposizione sociale al Governo delle destre. Abbiamo costituito un coordinamento costituente provvisorio di 60 persone per lavorare in particolare sul modello organizzativo del soggetto politico da realizzare insieme. Si formeranno nei prossimi giorni gruppi di lavoro tematici che vanno dall’organizzazione territoriale alle campagne di finanziamento e adesione, dalla comunicazione a tutti i temi per cui combattere e costruire alternative. Necessario alla fine del percorso costituente sarà l’approvazione di uno statuto.

Unione Popolare si oppone poi duramente al disegno autoritario che si vuole imporre nel nostro Paese: dalla repubblica presidenziale allo svuotamento della centralità del Parlamento, dalla neutralizzazione della magistratura e media quali organi di controllo, alla costruzione dello stato d’eccezione permanente e la criminalizzazione del dissenso. Alle politiche liberiste dei Governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1, Conte 2 e Draghi, il governo Meloni le consolida ed imprime una robusta carica ideologica di destra: la selezione disumana dei migranti da accogliere con la restituzione aberrante in mare del “carico residuale” di persone, alla carcerazione di chi dissente, manifesta, si riunisce ed occupa, ad una manovra economica che colpisce ceti poveri, popolari e medi. Up opererà tra la gente, gli oppressi, i ceti popolari, la classe media, il mondo che produce tra mille ostacoli; ci batteremo per salario minimo e reddito di cittadinanza, lotteremo per ridurre disuguaglianze economiche e territoriali, per invertire subito la rotta sui disastri climatici. Il sistema deve dimostrare che non esistono alternative e propinano sempre la stessa cura che è veleno mortale e noi di Up risultiamo quindi pericolosi per il sistema perché con le nostre storie abbiamo dimostrato che l’alternativa è possibile ed un’altra realtà si può costruire. Facciamo paura perché non abbiamo prezzo, non siamo in vendita e non ci possono acquistare, con la nostra tenacia e il nostro coraggio, con umiltà ma ferma determinazione, unendo visione e concretezza lavoreremo per un’Italia migliore e costituzionalmente orientata.

L’autore: Luigi de Magistris, ex magistrato ed ex sindaco di Napoli, è il leader della coalizione Unione popolare

Riccardo Noury: Dopo i mondiali dei diritti violati il mondo del pallone non sarà più come prima

«Il mondiale in Qatar è sfuggito decisamente di mano alla Fifa e sono convinto che non poche federazioni calcistiche europee le presenteranno il conto rispetto alle dichiarazioni espresse e agli atteggiamenti e comportamenti che ha tenuto» dice a Left il portavoce di Amnesty Italia Riccardo Noury. Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, Qatar 2022, i Mondiali dello sfruttamento, edito da Infinito edizioni.

Il 95% della forza-lavoro in Qatar proviene da lavoro migrante, mentre 2 milioni di lavoratori denunciano sfruttamento, stipendi mancati e condizioni di vita difficilissime. Dal 2010, anno in cui sono cominciati i lavori per Qatar 2022, fino al 2020 sono morti 6.750 lavoratori migranti provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka, ma il 67% di questi decessi è attribuito ufficialmente a cause naturali o ad arresto cardiaco. Quali sono le condizioni dei lavoratori migranti in Qatar e perché fino ad oggi ne abbiamo sentito parlare poco?
Per dodici anni, quelli trascorsi dall’assegnazione dei Mondiali al Qatar e il loro inizio, centinaia di migliaia di lavoratori migranti hanno lavorato in condizioni di schiavitù: vincolati al datore di lavoro dal sistema della kafala, sottoposti a orari di lavoro massacranti, impossibilitati ad accedere alla giustizia per reclamare stipendi trattenuti anche per anni e costretti ad alloggiare in condizioni subumane. Nessuna meraviglia che siano morti a migliaia: tutti d’infarto, secondo le autorità, e quasi tutti non sul lavoro (poiché stramazzavano, senza riprendere conoscenza, nei lettini nei quali dormivano due o tre ore a notte). Ciò ha impedito, tra l’altro, alle famiglie delle vittime, di ricevere risarcimenti: quelli che da mesi Amnesty International chiede alla Fifa di garantire, attraverso la messa a disposizione di un fondo di 440 milioni di dollari, cifra che equivale a quella versata dalla Federazione per organizzare l’evento sportivo in Qatar. Le riforme avviate nel 2017 hanno introdotto qualche miglioramento: abolizione della kafala (che peraltro, di fatto, è ancora utilizzata per costringere i lavoratori a ottenere, dietro elevate somme, il nulla-osta del datore di lavoro per cambiare impiego o lasciare il Paese), salario minimo, comitati per la risoluzione delle controversie, interruzione del lavoro nelle ore più calde. Di queste riforme hanno beneficiato comunque pochi lavoratori, quelli dei cosiddetti “siti ufficiali”. Tuttora non è possibile iscriversi a sindacati né ovviamente fondarli.

Spesso si è sentito parlare di greenwashing, ma adesso si parla anche di sportwashing. Lei come definirebbe quest’ultimo termine?
È una strategia di pubbliche relazioni applicata dagli Stati del Golfo, che utilizza gli appuntamenti sportivi per esibire grandi capacità di organizzare eventi internazionali ma anche e soprattutto per “sbiancare” l’immagine negativa di un Paese, soprattutto per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani. Presentarsi al mondo moderni, competitivi e “puliti”, insomma. Lo sportwashing è efficace perché sfrutta due elementi: la passione del pubblico sportivo (“Lasciateci divertire!”) e la scarsa dimestichezza del giornalismo di settore per quanto riguarda la situazione dei diritti umani (“È roba della redazione esteri!”). Si basa sulla narrativa per cui “sport e diritti umani sono questioni diverse”, peraltro messa in dubbio sin dalla finale di Coppa Davis del 1976 tra Italia e Cile disputata a Santiago durante la dittatura di Pinochet e dai boicottaggi che in seguito avrebbero segnato varie edizioni delle Olimpiadi, compresa quella dell’inverno 2022 in Cina.

La Fifa è la maggiore responsabile per l’organizzazione dei mondiali di calcio in Qatar. L’attuale presidente, Gianni Infantino, nel corso della conferenza stampa inaugurale dei Mondiali ha dichiarato: «Oggi ho sentimenti molto forti. Oggi mi sento qatariota, mi sento arabo, mi sento africano, mi sento gay, mi sento disabile, mi sento un lavoratore migrante». Poi ha aggiunto: «Polemiche ipocrite dall’Occidente. Per quello che abbiamo fatto in passato, noi europei non dovremmo dare lezioni morali a nessuno». Tuttavia, la prima ipocrita non è proprio la Fifa stessa, che teoricamente dovrebbe battersi contro ogni forma di razzismo e discriminazione etnica e sessuale, ma invece decide di giocare i mondiali in Qatar e impedisce ai calciatori di protestare vietandogli l’uso della fascia arcobaleno Lgbtqia+? Ci sono state delle nazionali che hanno cercato di opporsi a tali divieti? Qual è la situazione in Qatar per le persone Lgbtqia+?
Il presidente Infantino si è “sentito gay” al punto da impedire, di lì a poche ore, di esprimere qualsiasi forma di solidarietà nei confronti della comunità Lgbtqia+ del Qatar. L’articolo 296.3 del codice penale criminalizza vari atti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso e prevede il carcere, ad esempio, per chi «guidi, induca o tenti un maschio, in qualsiasi modo, a compiere atti di sodomia o di depravazione». L’articolo 296.4 criminalizza chiunque «induca o tenti un uomo o una donna, in qualsiasi modo, a compiere atti contrari alla morale o illegali». Nell’ottobre 2022 le organizzazioni per i diritti umani hanno segnalato casi in cui le forze di sicurezza hanno arrestato persone Lgbtqia+ in luoghi pubblici, solo sulla base della loro espressione di genere, controllando i contenuti dei loro telefoni. Le transgender arrestate sono obbligate a seguire terapie per la conversione come condizione per la loro scarcerazione.

Lo scorso 24 novembre il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che definisce la corruzione all’interno della Fifa “dilagante, sistemica e profondamente radicata” e chiede alla Federazione internazionale e al Qatar di risarcire tutte le vittime dei preparativi per i mondiali di calcio. Molte famiglie delle vittime si sono dovute indebitare solo per fare il funerale al proprio caro. Secondo lei questa risoluzione del Parlamento europeo contribuirà a cambiare le cose? Ci sarà il risarcimento ed un cambio di marcia all’interno della Fifa o finito il mondiale non si parlerà più di nulla?
Difficile prevedere cosa succederà rispetto alla richiesta di aprire il fondo di risarcimento. Se non è certo l’esito di questa istanza, è invece sicuro che nulla sarà come prima all’interno della Fifa. Questo mondiale le è sfuggito decisamente di mano e sono convinto che non poche federazioni calcistiche europee presenteranno il conto rispetto alle dichiarazioni, agli atteggiamenti e ai comportamenti della Fifa.

A Monaco, a 16 kilometri di distanza dal campo di concentramento di Dachau, nel 1972, nonostante l’attentato dell’organizzazione terroristica Settembre nero che causò la morte di 11 atleti israeliani, le olimpiadi proseguirono comunque. Oggi i mondiali in Qatar, nonostante la morte di migliaia di lavoratori migranti, vanno avanti in un silenzio quasi assordante. Perché di fronte ad eventi tragici come questi lo sport, che dovrebbe perseguire i valori della tolleranza, della pace, e dei diritti umani, al posto di fermarsi decide di avanzare? Nello sport, e nel calcio in particolare, ormai l’unica cosa davvero importante, non importa a discapito di chi, è il profitto economico?
La ragione ha un nome: il denaro. Il denaro investe nello sport perché è l’attività globale che determina umori e stati d’animo di almeno quattro miliardi di abitanti di questo pianeta. Lo sport, a sua volta, ha raggiunto una dimensione così gigante da non poter fare a meno del denaro. Questo circolo vizioso sovrasta ogni altra considerazione. C’è da sperare che la parte più sana, ossia gli atleti e i tifosi, prendano la parola.

 

* L’autore: Andrea Vitello è specializzato in didattica della Shoah e graduato a Yad Vashem. Ha scritto il libro, con la prefazione di Moni Ovadia, intitolato Il nazista che salvò gli ebrei. Storie di coraggio e solidarietà in Danimarca (Le Lettere 2022). Scrive su Pressenza e su Left

I più grandi inquinatori hanno ricevuto 100 miliardi di euro dall’Ue

Il Wwf lo scrive chiaro e tondo: per una falla nel sistema europeo di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra (Ets) le grandi industrie inquinanti negli ultimi nove anni hanno ricevuto dell’Unione europea 98,5 miliardi di euro in quote di carbonio gratuite, ovvero con la licenza di inquinare gratis.

Il sistema Emission trading system è stato introdotto in Ue nel 2005 con lo scopo di implementare un sistema di tariffazione del carbonio per i settori dell’energia elettrica, dell’industria pesante e dell’aviazione ed è finalizzato a incentivare la decarbonizzazione.

Il principio alla base declamato è “chi inquina paga”, ma l’analisi dell’associazione ambientalista sul periodo 2013-2021 dimostra che più della metà delle emissioni Ets (53%) sono state distribuite gratuitamente a chi inquina attraverso il cosiddetto schema di “allocazione gratuita”. Le quote gratuite hanno fatto inceppare il sistema, afferma il Wwf. Inizialmente giustificate dalla paura delle delocalizzazioni da parte delle aziende in altri Stati con norme ambientali meno stringenti, dal 2006 il numero dei permessi è diminuito, stima l’Ong. Nonostante questo, il loro valore è superiore agli 88,5 miliardi di euro addebitati fino ad ora agli inquinatori, principalmente centrali elettriche a carbone e gas, per le loro emissioni di CO2.

«L’analisi mostra che nell’ultimo decennio l’Ets si è basato sul principio ‘chi inquina non paga’, con miliardi di mancati introiti che i Paesi Ue avrebbero potuto invece investire nella decarbonizzazione industriale», spiega Romain Laugier, dell’ufficio per le politiche europee del Wwf e principale autore del rapporto. «I negoziatori Ue devono eliminare gradualmente le quote gratuite il prima possibile e nel frattempo assicurarsi che le aziende che le ricevono soddisfino condizioni rigorose sulla riduzione delle loro emissioni».

Secondo Alex Mason del Wwf, «se i contribuenti rinunceranno a decine di miliardi di entrate, l’industria dovrebbe usare quei soldi per investire nelle tecnologie per decarbonizzare,anziché non fare nulla o addirittura approfittare delle quote gratuite».

Laugier ricorda anche che «del denaro che i Paesi dell’Ue hanno raccolto dall’Ets, almeno un terzo non è stato speso per l’azione per il clima o è stato speso per progetti di discutibile valore per il clima ed è dunque chiaro che l’intero sistema deve essere rafforzato e l’opportunità di farlo esiste oggi, durante le discussioni del Fit for 55».

Tutto bene?

Buon lunedì.

Naela e le altre, così le donne palestinesi sfidano il patriarcato

«Mio padre ha sostenuto economicamente me e i miei figli fino alla sua morte. Quando ho ottenuto l’eredità, ho costruito una casa per me e i miei figli e mi sono comprata un’auto» racconta Naela Ali Faheem Abu Jiba, una donna di 40 anni proveniente dalla Striscia di Gaza. «Un giorno mi trovavo in un salone di bellezza e ho sentito una cliente discutere con il marito al telefono sulla necessità di avere un’auto. In quell’occasione mi è venuta l’idea di creare un servizio di trasporto per le donne». Così Naela ha iniziato a lavorare come tassista. Un settore, quello dei trasporti, dominato dagli uomini e un’idea, quella di Naela, rivoluzionaria, per i Territori palestinesi occupati ed in particolare per la Striscia di Gaza.

La tassista offre un servizio utile ed efficiente per le donne palestinesi, che, grazie a lei, si sentono più sicure nei loro spostamenti. In una società patriarcale che limita la libertà di movimento delle donne, muoversi in autonomia e sicurezza diminuisce la dipendenza dai maschi di famiglia e le solleva dalla pressione sociale e dai pregiudizi legati al fatto che una donna salga su un taxi guidato da un uomo. Naela è una pioniera, e non è l’unica.
Rimah Jihad Atallah Al-Behissi, una ventenne di Deir Al-Balah, nella Striscia di Gaza, lavora nel campo dell’energia solare, altro settore tipicamente dominato ovunque dagli uomini. Scegliendo questa professione, Rimah ha dovuto superare gli ostacoli che le donne palestinesi devono sistematicamente affrontare quando cercano di accedere al mercato del lavoro, così come gli stereotipi di genere che hanno confinato le donne palestinesi in pochi settori, in particolare quello della cura (istruzione, sanità, assistenza sociale e lavoro domestico).

La partecipazione femminile al mondo del lavoro è ancora molto bassa ed il divario occupazionale tra i generi è estremamente ampio. Secondo l’Ufficio centrale di statistica palestinese (Pcbs), nel 2020 solo il 16% di tutte le donne in età lavorativa nei Territori palestinesi occupati lavorava, rispetto al 65% degli uomini. Tra la popolazione femminile, in Palestina si rileva un alto livello di scolarizzazione. Questo non va però ad influire positivamente sull’occupazione: il tasso di disoccupazione, che per le donne è del 40%, sale infatti al 69% se si considerano le giovani laureate. Il dato scioccante è che, per quanto riguarda le donne palestinesi, più queste sono istruite e più alto è il tasso di disoccupazione. In altre parole, un titolo universitario non aumenta la probabilità di ottenere un lavoro e ciò è ulteriormente confermato dal fatto che, sebbene il 61% degli studenti iscritti agli istituti di istruzione superiore siano donne, il tasso di disoccupazione femminile continua ad essere molto più alto di quello maschile.

Anche Babel Ahmed Qdeih ha studiato e alla fine ha deciso di aprire un proprio negozio, dove fornisce alle donne di Gaza servizi di programmazione e manutenzione dei telefoni. «Sto cercando di conciliare il lavoro e i doveri familiari», ammette. Nei Territori palestinesi occupati, l’80% degli uomini e il 60% delle donne ritiene che «il ruolo più importante delle donne è quello domestico», mentre il 75% degli uomini e il 51% delle donne afferma che per le donne è più importante sposarsi che avere una carriera. Questi atteggiamenti influenzano le aspirazioni delle donne e la definizione delle loro priorità. Il risultato, tra l’altro, è che il 94,8% delle donne sono occupate nel lavoro domestico e di cura, rispetto al 42,5% degli uomini. Nella Striscia di Gaza, le donne disoccupate spendono in media 12 ore al giorno per l’assistenza non retribuita e il lavoro domestico. Questo rende particolarmente difficile per loro lavorare fuori casa.

Avviare attività in proprio risulta difficile perché l’accesso al credito e ad altre risorse essenziali per l’avvio di un’attività sono in mano agli uomini, che amministrano anche i beni delle famiglie. «I principali ostacoli che ho affrontato provengono dalla mia famiglia e dalla società. La mia famiglia voleva che lasciassi il mio lavoro: non voleva che il nome della famiglia fosse legato al mio lavoro come tassista», racconta ancora Naela.
Oltre a questo, l’occupazione militare israeliana limita ulteriormente l’accesso delle donne al lavoro e alle opportunità di sviluppo in generale. Insieme alla presenza dei coloni e il blocco nella Striscia di Gaza, l’economia locale è in sempre maggiore crisi, le opportunità di lavoro si riducono e le donne sono le prime a essere tagliate fuori. «I principali ostacoli che ho incontrato sono stati la mancanza di risorse disponibili e la difficoltà a ottenere una formazione pratica, dato che sono una ragazza e tutti gli specialisti in questo campo sono uomini», afferma Babel, la “donna elettrica”.

Babel, Naela e Rimah rappresentano la caparbia e determinazione di molte giovani palestinesi, che nonostante la situazione economica di Gaza e il contesto sociale e familiare non si arrendono e costruiscono semi di futuro. Affrontando e superando discriminazioni multiple, combattono ogni giorno per liberarsi del fardello delle aspettative sociali, seguendo le proprie passioni e aspirazioni. Delle vere e proprie rivoluzionarie che affrontano critiche e pressioni, soprattutto da parte della loro comunità, eppure decidono di continuare a sfidare i pregiudizi attraverso il loro lavoro. Come dice Naela, la tassista, «Il mio lavoro non è vergognoso, anche se non è convenzionale per la società palestinese. Sarebbe sbagliato non continuare. Devo affrontare le difficoltà e assumermi le responsabilità per l’emancipazione economica e morale di altre donne».

Interviste raccolte nell’ambito del progetto Cospe “Gender Equality in the Economic Sphere: Our Right, Our Priority” in Palestina

Caso Rupnik, la lettera-denuncia di una suora della Comunità Loyola a papa Francesco. «Dal 2021 nessuna risposta»

Dopo aver pubblicato la prima puntata della nostra inchiesta sulle accuse di violenza sessuale, psicologica e spirituale da parte di alcune suore nei confronti di padre Rupnik abbiamo ricevuto diverse testimonianze alla mail dedicata [email protected]. Tra le tante spicca questa lettera di una delle appartenenti alla Comunità Loyola inviata nel 2021 a papa Francesco per denunciare la grave situazione di sofferenza all’interno della Comunità. In tutto sono state 3 le lettere di questo genere inviate da altrettante consorelle al pontefice nell’estate del 2021. «Abbiamo saputo che le ha ricevute ma a nessuna di noi è stata mai data risposta», ci dice la religiosa

Beatissimo Padre Papa Francesco,
Mi chiamo (omissis, ndr), appartengo alla Comunità Loyola, una comunità religiosa femminile di diritto diocesano nata in Slovenia. Attualmente la comunità è commissariata, affidata su richiesta della Congregazione per la Vita Religiosa al Vescovo Daniele Libanori. Il motivo del commissariamento è dovuto alla situazione di grave sofferenza in cui si trovano varie sorelle, rilevata dal Vescovo di Lubiana (Slovenia) sotto la cui giurisdizione essa si incontra. Il principale problema che è stato rilevato dalla visita canonica realizzata nel 2019 riguarda l’abuso di potere e lo stato di dipendenza e sottomissione rispetto alla fondatrice, nonché superiora generale Ivanka Hosta, in cui gran parte delle sorelle si incontrava.

Il commissariamento, iniziato in dicembre scorso (2020, ndr), ha cercato di introdurre modifiche necessarie alla vita della comunità, e soprattutto un processo di revisione profonda del carisma e delle costituzioni. Processo tuttavia, al quale si oppone un considerevole numero di sorelle che, fino al presente, considerano infondate le denunce, persecutoria nei confronti della fondatrice l’azione intrapresa dall’Arcivescovo di Lubiana prima, e dalla Congregazione e dal Vescovo Libanori attualmente.

In questa spaccatura e in questo rifiuto di ascoltare sia la sofferenza di molte sorelle, sia la voce della Chiesa attraverso i Pastori che invitano ad una profonda rifondazione, personalmente ho ritenuto necessario prendere le distanze, e ho chiesto l’esclaustrazione (omissis, ndr).

La ragione di questo mio appello a lei Santo Padre, non è tanto relativa alla mia situazione o alle conseguenze che io possa risentire dall’aver vissuto trent’anni (omissis, ndr) in un contesto di costante tensione, di confronto fra le sorelle, di progressiva spersonalizzazione fino a non riconoscere alcun senso nella vita nella comunità, in nessun modo “religiosa” se non nella formalità estrema degli atti e dei ritmi, ma senza un vero fondamento comunitario, né un libero e amoroso sguardo sulla realtà della chiesa locale in cui eravamo inserite, né sulla vita le una delle altre.

La comunità nei suoi inizi è stata anche segnata da abusi di coscienza ma anche affettivi e presumibilmente sessuali da parte di pe. Marko Rupnik. Egli come amico della fondatrice e di varie sorelle degli inizi, aveva una vicinanza e una presenza costante nella vita personale di tutte le sorelle e della comunità nel suo insieme. Quando attraverso la sofferenza estrema di alcune sorelle, nel 1993 si è giunti a una separazione definitiva da pe. Rupnik, non sono mai state totalmente chiarite le sue responsabilità; anzi sono state praticamente coperte e non denunciate sia dalle dirette interessate, ma anche da sr Ivanka, che ne era a conoscenza.

Tuttavia, non è solo per denunciare tutto ciò che scrivo, ma per un senso di responsabilità nei confronti di altre giovani che possano essere irretite, per fragilità o per sincero desiderio di una scelta di vita radicale. Negli ultimi anni, infatti, le scarse vocazioni nella Comunità Loyola sono venute soprattutto dal Brasile e dall’Africa. Sono ragazze fragili per cultura e per storie personali molto complesse e dolorose, che più facilmente possono essere irretite in relazioni di dipendenza e di sottomissione assoluta, secondo un modo poco sano (sia dal punto di vista religioso che antropologico) di concepire il valore e la prassi del voto di obbedienza e il proprio carisma comunitario, inteso come “disponibilità ai Pastori”.

È evidente sempre più che la “dipendenza e l’abuso psicologico” è molto difficile da dimostrare e che per questo si configura come una forma di abuso ancora più grave. Un dolore silenzioso, che rende la vittima ancor più fragile ed esposta perché non creduta, non riconosciuta; o perché essa stessa si considera responsabile della sua condizione. L’appello che quindi le rivolgo, a partire dall’esperienza e situazione dolorosa in cui si incontra la Comunità Loyola, è che si adoperino tutti i mezzi perché sia data voce, dignità, e restituita la libertà di coscienza a queste e a tutte le altre, molte vittime di questi nuovi movimenti religiosi e nuove comunità. Allo stesso tempo siano creati efficaci meccanismi che proteggano quei giovani che nella loro fragilità e generosità si interrogano sul senso della propria vita; perché possano scegliere e comprendere davvero la volontà del Signore, in piena libertà.

Lungo questi anni vari membri della Comunità Loyola hanno offuscato il senso profetico della vita religiosa, rendendo la comunità un luogo di non comunione, di non verità, di non vita, di non creatività e di sterilità.

Affido alla sua custodia paterna la nostra vita; e supplico lo Spirito che la sostenga con la sua forza e sapienza.
3 agosto 2021

Lettera firmata

Tutte le puntate dell’inchiesta di Spotlight Italia – Il database di Left

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Cosa hanno fatto finora

Dopo una legge di Bilancio, al di là del Parlamento, si possono stilare giudizi su un governo. Al di là dei numeri, commentati mirabilmente dagli economisti nostrani che negli ultimi giorni dicono tutto e il suo contrario, ci sono posizioni politiche che emergono con evidenza.

Le promesse mancate, ad esempio. Di solito sono le cose più banali, poco influenti sulla spesa generale, però sono utilissime per scardinare l’ipocrisia. Che ieri la benzina sia aumentata per la rimozione del taglio sulle accise è un contrappasso fantastico. Sono le stesse accise che Salvini ogni giro promettere di abolire del tutto, sono quelle accise su cui una giovane Giorgia Meloni aveva girato un bel video promozionale in cui ne prometteva la graduale abolizione. Nel computo generale si tratta di poca roba ma per i cittadini è una manifestazione immediata: basta recarsi al distributore.

La mano tesa agli evasori è talmente evidente che perfino le trasmissioni di destra lo confessano. Ieri sera su non so quale rete televisiva berlusconiana mi sono imbattuto (per sbaglio, eh) in una serie di interviste a artigiani che con laboriosa onestà ammettevano che non ci sia nessun altro possibile motivo all’innalzamento dei contanti fino a 5mila euro se non favorire il nero. L’Italia già oggi è fanalino di coda nei pagamenti digitali, ora è pronta per fare molto peggio. Un politico che tende la mano all’evasione usando la giustificazione delle “troppe tasse”, senza prendersi la briga di abbassarle è colpevole di concorso esterno, oltre che incapace.

Stessa cosa per ambiente e transizione energetica. Il governo Meloni ha tagliato i 94 milioni destinati alle piste ciclabili che erano rimasti nel Fondo per lo sviluppo delle reti ciclabili urbane istituito dalla legge di bilancio 160/2019. Figurarsi cosa accadrà sullo sviluppo di una mobilità sostenibile: Salvini, Meloni e Berlusconi vedono nel motore termico il salvadanaio del loro consenso. Non è nemmeno un caso che sia stato tagliato del 45% il fondo anti dissesto idrogeologico, nonostante i morti di Ischia. Loro sono questa roba qua, sempre sul bordo del conservatorismo al limite del complottismo.

Poi c’è il lavoro. Niente salario minimo (alla faccia dell’Europa), premi solo per (poche) donne con figli (perché non figliare è un demerito per un governo ipercattolico, ovviamente), reintroduzione dei voucher. Anche qui con due righe possiamo farci un’idea.

Bentornati nel passato.

Buon venerdì.

Accusato di violenza da diverse suore, il gesuita padre Rupnik da anni è “coperto” dal Vaticano?

Negli ambienti esterni alla Chiesa cattolica il nome del gesuita padre Marko Ivan Rupnik potrebbe dire poco o nulla. All’interno del mondo ecclesiastico la questione è decisamente diversa. Qui padre Rupnik, per anni direttore del Centro Aletti di Roma, è un noto artista, con opere religiose esposte e installate in tutto il mondo, oltre che fine teologo e grande comunicatore, e secondo alcuni, tra i più stretti consiglieri di papa Francesco. Perché ne parliamo? Perché padre Marko Ivan Rupnik è stato accusato da numerose suore di abusi psicologici e violenza sessuale e forte di questa sua “fama” per circa tre decenni non ha mai dovuto render conto dei fatti che gli sono stati imputati. Veniamo a conoscenza di questa storia da una fonte che chiede di rimanere anonima e che ci ha contattato all’inizio di novembre attraverso la mail di Spotlight Italia, la nostra inchiesta permanente sui crimini compiuti all’interno della Chiesa in Italia ([email protected]).
Ma andiamo per ordine.

Tutto ha origine nei primi anni Ottanta presso la Comunità Loyola fondata a Lubiana in Slovenia da suor Ivanka Hosta, di cui Rupnik era amico e “padre spirituale”, racconta la nostra fonte. «Le prime denunce di violenza psicologica e sessuale risalgono agli anni 1992-1993 e la soluzione che viene trovata in accordo con il vescovo di Lubiana è quella di allontanare Rupnik dalla Comunità». Cosa che avviene in maniera burrascosa «dopo un forte litigio e una separazione fra Rupnik e Hosta; e varie sorelle escono dalla Comunità andando a  formare un nucleo di donne che, vivendo al Centro Aletti di Roma, collaborano con lui». Dopo questa fase critica nonostante il dolore e la sofferenza diffusa tra le consorelle abusate e manipolate, tutto torna come prima, come se non fosse successo nulla. E la situazione va avanti così per quasi tre decenni, fino a quando cioè le “lacerazioni” interiori vissute negli anni da molte delle circa 50 suore vissute all’interno di questa comunità – sofferenze acuite dall’atteggiamento omertoso della fondatrice, osserva la nostra interlocutrice – hanno spinto il Vaticano ad avviare una procedura di commissariamento nei confronti della Comunità fondata da Ivanka Hosta. Commissariamento affidato al gesuita monsignor Libanori che deve approfondire come mai negli anni molte suore siano uscite dalla comunità in maniera burrascosa e valutare le accuse di dinamiche settarie, con abusi di potere, psicologici e spirituali nei confronti della fondatrice e di alcune sue fedelissime nei confronti delle sorelle.

A questo punto, siamo intorno al 2020, con l’indagine del commissariamento riemergono ancora più precisamente le sofferenze dei primi abusi e sorge per il Vaticano di nuovo il problema Rupnik che dal 1993 giaceva sotto il tappeto. Divenuto ormai una sorta di star a livello mondiale in ambito religioso cattolico sia per le sue opere che per il suo carisma (a causa del quale viene indicato come uno dei più fidati consiglieri di papa Bergoglio), il calcolo fatto in Vaticano è stato quello di non rendere pubblico il commissariamento – cosa inusuale – altrimenti sarebbe stato relativamente facile per qualche organo di stampa meno disattento di altri scoprirne le reali motivazioni. Chiaramente era assolutamente da evitare che emergesse il nesso causale diretto tra la sofferenza psicologica vissuta dalle suore della Comunità Loyola e la sua storia confusa e settaria, con le violenze di cui è accusato padre Rupnik.

Ma attenzione, padre Marko Ivan Rupnik a quanto pare sarebbe molto più che “semplicemente” sotto inchiesta. Nel corso di un nuovo incontro con la nostra fonte veniamo infatti a sapere che probabilmente a gennaio 2022 è stata emessa una sentenza di condanna definitiva nei suoi confronti (secondo il blog Silere non possum l’esito del processo sarebbe stato comunicato a Rubnik direttamente da Bergoglio il 3 gennaio, lo si dedurrebbe dal Bollettino della Santa sede circa le udienze di quel giorno). Ricostruire come ci si è arrivati non è semplice. «Non conosco esattamente il numero delle persone rimaste vittima di Rupnik ma ne conosco personalmente almeno tre» ci racconta previa garanzia di anonimato una delle suore della ex Comunità Loyola. «E per le violenze subite alcune sorelle già appartenute alla Comunità e uscite ormai da anni sono state risarcite per iniziativa di mons. Libanori con i fondi della Comunità con 43mila euro. Un risarcimento mascherato con la motivazione di un sostegno per il loro serio stato di indigenza in cui si sono trovate a vivere dopo il commissariamento della Comunità Loyola». Dopo questo misero risarcimento le tre suore sono state abbandonate a se stesse con la propria sofferenza. «La questione – prosegue il racconto – emerse tra il 1992 e il 1993 in forma molto coperta. Nel settembre del 1993 ci fu la frattura definitiva tra la fondatrice della Comunità e padre Rupnik. Oggi con il senno di poi e con le testimonianze che altre due consorelle hanno dato, tutti sia a Lubiana che in Vaticano erano a conoscenza di questi fatti. Peraltro tra aprile e settembre del 1993 una di queste vittime fuggì due volte dalla Comunità e di recente ho saputo che tentò il suicidio».

Questi fatti, insieme ad altre numerose denunce nei confronti di Rupnik, sono stati tutti comunicati alla Santa Sede. «Da quello che mi risulta c’è stato un primo momento in cui la situazione è stata valutata dal Dicastero della dottrina della fede. Le querelanti sono state sentite, hanno fatto la loro deposizione davanti alla Ddf ma poi tutto è rimasto in stand by per un lungo periodo tra il 2020 e la fine del 2021». Sappiamo inoltre che, come ci racconta la nostra fonte, a un certo punto «sembra che la questione Rupnik sia stata trattata solo ed esclusivamente nel contesto della Compagnia di Gesù. E quindi se ne è avvocata la competenza il generale della Compagnia». Le chiedo perché ha deciso solo ora di parlare con qualcuno “esterno” al mondo della Chiesa. «A causa di un video su youtube» mi risponde. In che senso?

«A fine ottobre varie persone con cui sono ancora in contatto si sono imbattute in un video su youtube in cui Rupnik senza essere inquadrato faceva un commento a Vangelo della domenica. Stando alle restrizioni che gli sono state comminate, vale a dire tutte quelle che il diritto canonico prevede in questi casi (non può celebrare in pubblico, non può fare attività pastorale etc.) non può farlo. Pertanto abbiamo chiesto spiegazioni al mons. Libanori, l’incaricato del commissariamento. La risposta è stata sconcertante. In pratica è vero che padre Rupnik ha ricevuto le restrizioni da parte del generale dei gesuiti (il che confermerebbe che c’è una condanna, ndr), tuttavia in assenza di una legislazione che regola il web, lui non sta infliggendo alcuna restrizione. Semplicemente non gli è stato detto che non può postare e apparire in video quindi facendolo non infrange alcuna regola». Il punto è, prosegue la ex suora, che «circola anche una locandina di un corso di esercizi di formazione di discernimento vocazionale che si svolgeranno a Loreto nel 2023 e qui siamo un po’ oltre le goffe spiegazioni ricevute. Questo proprio non dovrebbe farlo. Ma lo fa». Opinione della nostra fonte è che «la reticenza di oggi sul caso di Rupnik si spiega con il non dover non ammettere le responsabilità di allora. Ed è scandalossissimo che questa persona possa continuare a fare discernimento vocazionale che era uno dei contesti in cui più ha adescato approfittando della fase di estrema fragilità emotiva e della vulnerabilità di coloro che intraprendono questo percorso». Siamo alla conclusione di questo racconto. «Posso aggiungere una cosa?» ci chiede la donna. Ma certo.

«Il fatto che ci sia una sentenza definitiva, come pare, e che non sia stata pubblicata è un’anomalia ma non è l’unica. Quando il caso Rupnik è arrivato alla Dottrina della fede (Ddf) era già improprio. Lui è un religioso. Secondo le nuove norme sarebbe dovuto andare alla Congregazione per la vita religiosa». Quindi? «Quindi quello che penso è che sia stato deviato alla Cdf perché altrove non avrebbe avuto appoggi. Dico questo perché è impossibile che abbiano sbagliato la procedura. Un’altra anomalia è che tra le persone chiamate a decidere chi dovesse seguire il caso di Rupnik ce ne era una che viveva al Centro Aletti di cui il padre era direttore» (il riferimento è a Giacomo Morandi, nominato vescovo di Reggio Emilia nel gennaio 2022 e precedentemente segretario al Dicastero per la dottrina della fede, ndr). Quindi cosa è successo? «È successo che quando il fascicolo è arrivato alla Cdf a un certo punto si è “perso” e poi qualcuno è riuscito a rimettere in marcia il processo con un escamotage che salvasse capra e cavoli». Vale a dire? «L’escamotage è stato rimetterlo alla discrezione interna della Compagnia di Gesù e al giudizio del generale. Che ci siano state pressioni dai gesuiti è evidente» prosegue la nostra fonte. «Forse sono le stesse pressioni che hanno rallentato il processo di commissariamento della Comunità di Loyola sul quale da mesi si attende una risposta definitiva da parte della Congregazione per la vita religiosa e di cui non sappiamo più nulla. Peraltro si tratta di un atto pubblico ma non se ne trova notizia. Si cerca di tenere il più possibile sotto controllo gli effetti di una eventuale presa di coscienza pubblica di questa realtà che chiama in causa direttamente i gesuiti e quindi il papa». Pontefice che a luglio del 2021 ha ricevuto tre lettere con le dolorose testimonianze di altrettante religiose della Comunità. E come è andata? «Papa Francesco non ci ha mai risposto».

*Aggiornamento: Sabato 3 dicembre 2022 ore 15:36; martedì 21 febbraio 2023 ore 14:18

  • Abbiamo pubblicato una delle tre lettere a papa Francesco citate nel finale dell’articolo. Leggila qui

*Aggiornamento: Sabato 3 dicembre 2022 ore 11:06

  • Articolo integrato con il link al Bollettino della Santa sede del 3 gennaio 2022
  • Dopo la pubblicazione di questo articolo il nostro giornalista Federico Tulli è stato oggetto sui social di numerosi messaggi diffamatori e lesivi della sua dignità professionale. Non è la prima volta che accade e data la delicatezza del tema trattato ce lo aspettavamo, tuttavia stiamo valutando se e in che modo agire presso le sedi opportune contro i responsabili.

Nell’immagine di apertura padre Marko Ivan Rupnik (Foto da un video su Youtube)

Tutte le puntate dell’inchiesta di Spotlight Italia – Il database di Left

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