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Per i kosovari Svizzera-Serbia sarà più di una partita di pallone

I mondiali del Qatar passeranno alla storia come il dark side del calcio contemporaneo. Con le sue innumerevoli violazioni dei diritti umani e con le morti di migliaia lavoratori immigrati nei cantieri di Doha il calcio è già diventato puro elemento scenico. Di tutto questo ne tratta ampiamente Valerio Moggia nel suo La Coppa del morto, un libro che, data l’assegnazione del mondiale al Qatar avvenuta ormai più di dieci anni fa, raccoglie le non poche controversie per quella che potrebbe essere definita la più grande operazione di “sport washing” di sempre.

Con queste premesse è chiaro come il calcio – anche se questo avviene quasi ad ogni Mondiale – passi in secondo piano facendo di ogni partita uno scontro geopolitica da 90 e oltre minuti.

Uno degli esempi più recenti è quello offerto dalla partita Marocco-Belgio che ha visto trionfare la squadra di Hoalid Regragui per due a zero dando così avvio a Bruxelles ad un’intesa giornata di proteste e rivendicazioni spaziali – usare il termine sommossa sarebbe davvero riduttivo e pregiudiziale – che hanno mobilitato l’opinione pubblica internazionale. Anche Matteo Salvini ha voluto dire la sua con un tweet nel quale ha paragonato l’atto del protestare a quello del violentare.

Detto questo c’è una partita che nasconde un’altra probabile polveriera. Si tratta di Svizzera-Serbia – in programma per il prossimo 2 dicembre alle ore 20 – e di quello stretto legame con il Kosovo nato come conseguenza delle guerre balcaniche degli anni 90. La Serbia, come ormai è ben noto, non riconosce il Kosovo al pari di Russia, Spagna, Cipro, Grecia, Slovacchia e Romania, e la Repubblica Popolare Cinese. Nel Kosovo l’Unione europea dirige una missione civile per l’ordine pubblico e lo Stato di diritto chiamata Eulex, in affiancamento alla missione Kfor (Kosovo force) guidata dalla Nato. Il governo italiano, tra l’altro, ha deciso ad inizio a novembre di rinforzare la presenza con l’invio sul territorio di 23 carabinieri.

Non solo la Serbia non ne riconosce l’indipendenza del 2008, ma continua ad avere mire sulle miniere di Trepča, espropriate da Pristina al governo serbo e che prima delle guerre balcaniche degli anni 90 costituivano il 70% dell’intera attività minerario estrattiva della Jugoslavia. Piccolo inciso, Trepča è situata nei pressi della città di Mitrovica dove, divise dal fiume Ibar, convivono la comunità serba e quella kosovora di etnia albanese. Secondo le stime di Kosovo diaspora, un terzo della popolazione kosovara vive all’estero in particolare tra Germania e Svizzera e questo lo si può capire dal fatto che il tedesco a Pristina sia parlato da molti giovani nonché dalla presenza di diversi negozi di Swiss delicatessen.

Svizzera e Serbia sono nello stesso girone del Mondiale (Gruppo G) insieme a Brasile e Camerun. Così vedere nello spogliatoio serbo, dopo la sconfitta con il Brasile, campeggiare una bandiera del Kosovo ritoccata con i colori serbi e con la scritta in cirillico “nessuna resa” – come dimostrano foto circolate dopo il match – non può essere una questione riconducibile al solo calcio.

Nella Svizzera giocano infatti diversi giocatori albanesi-kosovari, in particolare le due stelle dalla nazionale Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri che già nelle qualificazioni ai mondiali del 2018, proprio contro la Serbia, avevano esultato mostrando con le mani il simbolo dell’aquila albanese. Quel gesto a sua volta era figlio di una lunga schermaglia che il calcio ritraeva nella sua versione forse più simbolica e pittoresca.

Nell’ottobre 2014, infatti, per un match valevole alle qualificazioni degli Europei 2016 l’aquila era volata portando “qualche” scompiglio. Era il 14 ottobre e allo stadio Partizan di Belgrado si affrontavano Serbia e Albania. Dopo diversi scontri fuori e dentro al campo la partita venne interrotta. I tifosi serbi cantavano “Ubij, ubij, Šiptara” (Uccidi gli albanesi) lanciando razzi e altri oggetti in campo. A quel punto, sul finire del primo tempo, è apparso in campo un drone con una bandiera, quella della Grande Albania, con la scritta “Kosovo autoctono” e la data del 1912 (la rivolta albanese). Il difensore serbo, Stefan Mitrović, si è precipitato a rimuovere il vessillo facendo cadere il drone e innescando una rissa domino che ha visto i giocatori albanesi rientrare negli spogliatoi e non fare più rientro in campo.

Ma cosa vuole dire esattamente non essere riconosciuti? E cosa rende così speciale il legame tra due nazioni così diverse come Kosovo e Svizzera da generare una sorta di odio “secondario” nei giocatori serbi?

Recentemente, grazie ad un altro evento di culture entertainment, come quello della biennale d’arte Manifesta 14 ospitata quest’anno proprio a Pristina, ho potuto toccare con mano cosa significa il viaggio Svizzera-Kosovo.

Sono partito da Bologna, direzione Malpensa il 20 luglio mattina. Una volta sull’aereo, dopo essere rimasti fermi in pista per due ore, il volo è stato cancellato. Tra la rabbia dei vari passeggeri e la voglia comunque di non perdere l’inaugurazione, sono rimasto fuori dall’ingresso partenze a fumare per diversi minuti. In quegli attimi di indecisione ho incontrato una famiglia italo kosovara che, come me, era rimasta a terra. Per loro, però, non sembrava un problema. Mi hanno chiesto, dopo i normali convenevoli di presentazione, se fossi ancora intenzionato ad andare. Ho fatto sì con la testa e in un’ora eravamo tutti e cinque a Como ad aspettare un pullman che faceva Zurigo-Pristina no stop.

Il mio viaggio da art-hopper che gira e salta per deformazione professionale tra i vari eventi artistici, è diventato il più normale dei viaggi di quella diaspora kosovora che d’estate rientra in patria. Nell’arco di 23 ore ho potuto conoscere e capire da vicino cosa significhi vivere in un Paese non ancora formalmente riconosciuto. L’ho capito al confine con la Serbia. All’improvviso, un viaggio che i miei occhi leggevano nella più tipica stereotipizzazione da Emir Kusturica, si è trasformato nella corsa ai documenti da preparare, dal passaporto alla visa alla documentazione Covid. Io avevo un normalissimo passaporto bordeaux, i miei compagni di viaggio invece avevano fogli stampati, foto, documenti, allegati e addirittura cartelline piene di permessi controfirmati.

Al confine con la Serbia molti dei loro bagagli sono stati aperti in modo tutt’altro che cortese e quella sicurezza, che prima vedevo in quei grandi volti scavati, si era trasformata in attesa nervosa. Io mi sentivo inutile come la missione italiana Arcobaleno, quella voluta dal governo D’Alema che prima ha aperto le basi di Aviano per il bombardamento di Belgrado e poi si è apprestata ad accogliere i profughi in ex basi militari in Sicilia. Tutto questo sovrastimando la proporzione degli arrivi lasciando così marcire nei container del porto di Bari diverse tonnellate di cibo. Arrivato al confine con il Kosovo ho poi assistito al piccolo atto di rappresaglia, di guerriglia extra urbana kosovara. A tutte le macchine con targa serba in entrata veniva apposto un adesivo bianco sulla sigla internazionale SRB. Questo non solo per restituire il “favore” del non riconoscimento, ma anche per rendere ancor più visibile l’ospite privato della sua identità nazionale. Su quel pullman storie e identità non avevano né confini né luoghi specifici. Tutto era in ognuno di loro.

In un Mondiale in cui sembrano esistere ancora gli Stati nazione, Svizzera-Serbia al di là del risultato ci racconta che per l’odio non ci sono confini.

* L’autore: Emanuele Rinaldo Meschini è critico e storico dell’arte

In foto: da sinistra, il centrocampista Xherdan Shaqiri, il centrocampista Djibril Sow e l’attaccante Noah Okafor partecipano a una sessione di allenamento a porte chiuse della nazionale svizzera di calcio alla vigilia della partita dei Mondiali del Qatar contro la Serbia. Doha, Qatar, giovedì 1° dicembre 2022.

Tutto il mondo di Garbatella negli scatti di Valeria Cherchi

Aggirarsi nei cortili racchiusi tra le case aggraziate dal cinabro sbiadito, scrigni di vita affacciata alle finestre, dove il quartiere romano della Garbatella si racconta in uno storyboard appeso come lenzuola sugli stenditoi dei lotti. Gli abitanti ritrovano la loro storia negli scatti fotografici di Valeria Cherchi, nella terza edizione di Garbatella Images (nell’ambito di Contemporaneamente Roma 2022), un progetto ideato e portato avanti da Francesco Zizola, fotografo di fama internazionale, proprio per creare un legame fra l’arte e il quartiere nel quale vive, lavora e apre la Galleria 10b photography agli scatti di altri autori.

Dal 2 al 16 dicembre si dà il via alla terza tappa del viaggio nel popolare quartiere, con una ricerca site specific realizzata dalla giovane artista Valeria Cherchi. Il tema portante questa volta è lo “Spazio”, dopo “Visioni” e “Corpo” delle precedenti edizioni. La mostra è curata da Sara Alberani e Francesco Rombaldi, con la direzione artistica dello stesso Francesco Zizola. Le foto inedite di Cherchi, stampate in grande formato, sono esposte in parte sugli stenditoi e in parte nella Galleria 10b photography. È anche un modo per conoscere i lotti stessi, con visite guidate (gratuite, su prenotazione) accompagnati dai curatori, dal giornalista Claudio D’Aguanno e dalla docente di Roma Tre Francesca Romana Stabile.

In alcuni mesi di residenza nel quartiere nato negli anni Venti del Novecento, Cherchi ha camminato tra passato e presente. Perché lo Spazio è qui rappresentato nelle sue molteplici sfaccettature: lo spazio politico, quello dei cortei colorati dei collettivi femministi negli anni 70 che sfilavano per il diritto all’aborto, e lo spazio pubblico che viene reclamato con le attuali lotte delle studentesse del Liceo Socrate. Ma lo sguardo dell’artista cerca anche lo spazio intimo delle storie personali raccontate nei ritratti, nei frammenti di ricordi nelle foto d’archivio oppure nelle corrispondenze tra i messaggi urbani lasciati sui muri e i frammenti classici che convivono con i macchinari post industriali nella vicina Centrale Montemartini.

«Cherchi espande il perimetro dei lotti storici della Garbatella frammentandolo visivamente con pixel e sfocature – è il commento della curatrice Sara Alberani, storica dell’arte – corpi che diventano gesti, reperti che fluttuano cercando unità, pezzi di giornale o murales che si ricompongono attraverso le storie delle sue protagoniste e dei suoi protagonisti, che hanno visto nella sfera pubblica i loro momenti di protesta e di vita».
E proprio sul tema dell’ingiustizia sociale si è concentrato negli ultimi anni lo sguardo di Valeria Cherchi, artista sarda di origine, che vive a Milano ma è cittadina del mondo, che crea un amalgama tra materiale di archivio, appunti di memoria o di esperienze personali, scavando anche nell’aspetto antropologico e sociologico.

È quello che l’altro curatore, Francesco Rombaldi, direttore di Yogurt Magazine, (rivista e network di cultura fotografica) chiama «la totale democratizzazione del suo sguardo» attraverso il quale Valeria Cherchi crea «un racconto visivo spezzettato e molteplice, dove le tante narrazioni si costituiscono in un unicum visuale che ricostruisce la complessa identità di un quartiere, e delle vite che lo vivono e le hanno vissute».

Con il suo primo libro, Some of you killed Luisa l’autrice attraverso fotografie e testi ha cercato di decifrare la complessa struttura del fenomeno dei rapimenti in Sardegna, tra gli anni Sessanta e Novanta del secolo scorso (per il volume Cherchi è stata nominata per il Deutsche Börse Photography Foundation Prize e ha vinto il Premio Bastianelli per il miglior libro fotografico pubblicato in Italia nel 2020.). Nel suo lavoro più recente, Attesa, si è focalizzata su una ricerca in Ostetricia esplorando, attraverso un approccio complessivo, temi come il genere e il lutto.

Di dialogo fra «il nostro tempo con quello del passato» nel lavoro site specific dell’artista, parla anche Francesco Zizola. Il progetto Garbatella Images è nato nel 2021 per scoprire le specificità urbane, architettoniche e storiche del quartiere, e ancora una volta, secondo il direttore artistico, «l’interazione con gli abitanti del quartiere e con le loro istanze si conferma una delle caratteristiche salienti della scelta degli artisti chiamati a lavorare sul territorio con gli strumenti tipici dell’immagine fotografica, intesa come traccia del contemporaneo». Zizola, vincitore del World Press Photo e direttore artistico in molte edizioni a Roma, dopo anni di reportage sulle povertà e i conflitti nel mondo si è dedicato a una ricerca più intima sull’umanità partendo dal mare, ultimo il suo progetto Mare omnis, scoprendo la memoria atavica nella sapienza dei pescatori, rivelata in un disegno fra magia e astrazione.

Per tornare alla mostra di Cherchi, alcune delle foto sono pubblicate in Spazio, il terzo art book di Garbatella Images Collection, curato da Francesco Rombaldi con Yogurt Magazine. Stampato in edizione limitata è un oggetto d’arte in cui l’illustratore Mattia Ammirati ha realizzato la copertina e il cofanetto della trilogia.
L’intero progetto è promosso dall’assessorato alla Cultura di Roma Capitale.

Vernissage: venerdì 2 dicembre 2022 alle ore 18 – Finissage: venerdì 16 dicembre 2022 ore 18.Lotti 24, 28, 38. Galleria 10b photography, via San Lorenzo da Brindisi, 10b.
Per info e prenotazioni: [email protected]

Foto di apertura e nel testo di Valeria Cherchi

Una miniera di parole

Che cosa è oggi la letteratura della working class? Cosa è cambiato da quando Luciano Bianciardi raccontava i minatori della Maremma o il lavoro nelle case editrici a Milano? «Raccontarsi per non farsi raccontare da altri». Le parole di Simona Baldanzi, scrittrice toscana cresciuta in una famiglia operaia di cui rivendica con orgoglio l’appartenenza, risuonano come una sorta di programma nel definire la letteratura working class, colta nell’atto di riappropriarsi del linguaggio universale della narrativa. Per «rendere una voce a chi sta ai margini, in maniera diretta», continua Baldanzi, utilizzando un filtro più vicino alla realtà rispetto a quello che si usa nel racconto letterario. Di questo genere Luciano Bianciardi (1922-1971) è considerato uno dei padri. Un padre anarchico, ribelle, inclassificabile. Ibrido, forse. Come ibrida è questa letteratura, nella sua forma: attinge a più temi e stili, come spiega Alberto Prunetti nel suo saggio Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class (Minimum Fax), per andare in cerca di quegli strumenti utili a raccontare il mondo del lavoro con delle modalità non ancora codificate.

Baldanzi e Prunetti sono stati ospiti del convegno Raccontare il lavoro: da Luciano Bianciardi agli scrittori degli anni Duemila, organizzato dal Comitato nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita dello scrittore insieme alla Fondazione Luciano Bianciardi a Grosseto, la sua città natale. Riccardo Castellani, curatore scientifico del convegno, ha parlato di Bianciardi come di un “intellettuale proletarizzato”, che racconta i lavori manuali del territorio della Maremma – quello dei contadini in Sulle condizioni di vita in Maremma del 1953 e dei minatori ne I minatori della Maremma, indagine svolta a quattro mani con Carlo Cassola – ma anche il suo stesso lavoro. Bianciardi è infatti il primo che accosta, nel suo libro Il lavoro culturale (1957), al lavoro di fabbrica quello intellettuale, in particolare quello della traduzione: «Un lavoro da artigiano, un lavoro minuto, oscuro e ascientifico, sempre approssimativo, fatica di un uomo solo alle prese con un libro straniero, davanti ai tasti di una macchina, con una pila di fogli bianchi che faticosamente uno dopo l’altro si anneriscono. Tradurre è oltretutto una fatica fisica e psicologica, da sterratore. Siamo proletari. Io sono con loro, i badilanti e i minatori della mia terra».

Anche Prunetti e Baldanzi traducono. Il primo, cresciuto in una casa “senza libri”, descrive così i volumi scritti o tradotti da lui che oggi gli animano due scaffali di casa: «Questi libri io li vedo come una fabbrica delle parole, ore e ore di ribaltamento per assemblarle». Simona Baldanzi, invece, parla del tradurre come strumento di mediazione necessario nella letteratura working class, perché ogni lavoro ha una propria lingua e si serve di metafore specifiche. «Chi racconta di lavoro, come noi, – dice – deve fare una sorta di traduzione e deve essere il più possibile fedele all’immaginario di quel lavoro. Quando lo possiamo essere? Quando lo si vive, quando lo si fa noi, quando ne siamo parte. Gli altri non lo possono raccontare come noi che lo viviamo, che apparteniamo a quell’immaginario e che lo vogliamo anche ricreare». Nel suo caso, questa capacità di raccogliere, tradurre e restituire le storie di lavoro con cui è entrata in contatto durante gli anni di attività nel sindacato – attualmente lavora al patronato Inca – le è valsa il titolo di ghostwriter dei lavoratori.

La scrittrice, che ha da poco pubblicato il romanzo Se tornano le rane per Alegre edizioni, racconta di aver scoperto Bianciardi a inizio anni Duemila, quasi per caso, durante le ricerche per la sua tesi di laurea sui lavoratori del territorio del Mugello. A fare da trait d’union tra i due, l’esigenza di «guardarsi attorno anche quando non è necessario», che sarebbe stato, secondo lo scrittore, uno dei motivi per cui venne licenziato dalla casa editrice Feltrinelli. «Mi sono chiesta “chi sono questi lavoratori? Come vivono, cosa fanno?”. Mi sono documentata sui testi che c’erano sui minatori: La strada di Wigan Pier di Orwell del 1937 e poi l’inchiesta di Bianciardi e Cassola. Poi un vuoto, di cinquanta anni», racconta la scrittrice, che prosegue: «Se pensate a un minatore, vi viene in mente quello che esce da un tunnel con la faccia piena di carbone e basta. In realtà anche quelli che scavano in autostrada, o le gallerie dei treni dell’alta velocità o delle metropolitane, sono minatori. Minatori moderni, ma pur sempre minatori che stanno sotto terra. Minatori che non vengono raccontati, di cui non si sa niente».

Tra le tute arancioni dei cantieri Simona Baldanzi trascorre un anno in cui fa indagini, lei che ha il ricordo di bambina della veste da lavoro blu di sua madre, operaia alla Rifle, quando, alla catena di montaggio, produceva 180 jeans all’ora. Per otto ore al giorno e trentasette anni. «I minatori che intervistavo mi spiegavano che cos’era una miniera, io provavo a far capire loro cosa significasse “catena”. Così ci siamo spiegati reciprocamente una tipologia di lavoro».

Rompere i vecchi immaginari per crearne altri, preferire i punti di vista obliqui e una lingua antiretorica, allontanarsi dagli approcci vittimistici ma, soprattutto, l’aver vissuto una condizione familiare proletaria: sono questi, secondo i due scrittori, gli ingredienti per fare letteratura working class. Che, mentre in Italia fatica ancora a prendere piede, perché «la storia di un operaio che muore di tumore non raccoglie segnali positivi dall’ufficio marketing delle case editrici», come dichiara Prunetti in occasione del convegno di Grosseto, in Gran Bretagna è molto più gettonata, ma corre il rischio di diventare un feticcio. Questo filone è sì, infatti, un’acquisizione di linguaggio da parte dei lavoratori che così si raccontano autonomamente, «ma il pericolo è che l’industria editoriale, che è bravissima a prendere questi passi in avanti e a trasformarli in un trend di mercato, strumentalizzi queste storie e le proponga allo sguardo morboso della middle class nella cornice del poverty porn», suggerisce ancora lo scrittore.

L’importante, però, è raccontare, e farlo non per riscattarsi, ma per avere strumenti autonomi di conoscenza e narrazione. Perché, come ammonisce Simona Baldanzi riprendendo le parole che sua madre le ripeteva come un mantra quando era bambina: «Le parole arrivano tardi». E ancora una volta la scrittrice traduce, questa volta, le parole della madre: «Le parole arrivano tardi per difendersi, quindi è fondamentale averle in mano come risposta, ma anche come sensazione di poter raccontare come si sta e come si vive». La narrazione, infatti, non è soltanto uno strumento di difesa, ma anche di prevenzione, e lei che per anni si è occupata di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, lo sa: «Il racconto del lavoro serve anche come primo passo per poter dire cosa non va sul lavoro. Quando si va al sindacato per prima cosa si deve raccontare cosa è successo. Non è quindi solo una questione letteraria – di stile, di voci, di corpi – ma anche uno strumento di difesa. Di prima difesa. È la prima rivendicazione da cui partiamo».

Bianciardi, la vita agra di un ribelle

«Non ci sarà soluzione sicura per mio figlio se non sarà sicura anche per tutti i bambini del mondo … E così ho scelto, ho scelto di star dalla parte dei badilanti e dei minatori della mia terra, quelli che lavorano nell’acqua gelida con le gambe succhiate dalle sanguisughe, quelli che cento, duecento metri sotto terra, consumano a giorno a giorno i polmoni respirando polvere di silicio. Anche loro hanno bambini come il mio, hanno un avvenire da costruire». Quando Luciano Bianciardi nel 1952 pubblica Nascita di uomini democratici sulla rivista Belfagor, fondata da Luigi Russo nel 1946, non ha ancora compiuto trent’anni, ma ha già vissuto il fascismo e una guerra, si è laureato in filosofia con una tesi su John Dewey con Guido Calogero alla Scuola Normale di Pisa, ha una moglie, Adria, e un figlio, Ettore (poco dopo arriverà Luciana), insegna a scuola e dirige la Biblioteca Chelliana di Grosseto, e ha tutta una vita davanti. Ma non può immaginare ancora quale. Dieci anni dopo, fine settembre, pubblica con Rizzoli La vita agra, il libro che gli darà il successo, anche se avrà per Bianciardi sempre un retrogusto amaro («Per me successo è il participio passato del verbo succedere»).

1952-1962, dieci anni pieni di tutto, durante i quali Luciano Bianciardi stravolge la sua vita e dalla vita viene quasi travolto. 4 maggio del 1954, Maremma, miniera di Ribolla: muoiono quarantatré minatori per un’esplosione di grisou. Quella mattina Bianciardi è lì e assiste allo strazio e al dolore dei familiari, e qualche giorno dopo ne scriverà sul Contemporaneo: «Quando torno in paese si è scatenata l’onda del terrore, e le donne son scese in strada, così come si trovavano, con quattro stracci addosso: urlano davanti alla saracinesca abbassata del garage, dove trasportano i cadaveri, man mano che li trovano». Con Carlo Cassola realizzerà un lavoro approfondito di ricerca, documentazione e denuncia, I minatori della Maremma (pubblicato nel 1956 da Laterza), in cui si descrivono le difficili condizioni dei lavoratori delle miniere maremmane, dei tanti Otello Tacconi vessati e spesso licenziati per ragioni politiche e sindacali dalla Montecatini («la Montecatini lo licenziò per avere denunciato sulla stampa e in un pubblico comizio i pericoli della miniera»).

Ma quella mattina Luciano Bianciardi dentro di sé dice addio alla sua terra, a Grosseto (dove nasce cento anni fa), e alla sua vita precedente. Deve andare via, il prima possibile. Parte per Milano perché c’è da partecipare alla “grossa iniziativa”. Lo dicono da Roma influenti intellettuali del partito comunista, tra i quali Antonello Trombadori, che fanno anche il suo nome. In quei mesi, nel capoluogo lombardo, il giovane rampollo di una famiglia miliardaria sta fondando una delle più importanti case editrici italiane. Si chiama Giangiacomo Feltrinelli, ma Bianciardi preferisce rinominarlo: il Giaguaro, lo chiamerà nei suoi libri, o Zampanò. A Milano, specialmente per uno che viene dalla provincia, la vita è dura. Bianciardi fatica (non amerà mai quella città), ha nostalgia di Grosseto. Chiede disperatamente a una giovane donna di Roma impegnata nel partito comunista e conosciuta nel 1949 a Livorno, Maria Jatosti, di raggiungerlo, perché da solo non ce la può fare. Maria non ci pensa su un attimo e lo raggiunge. Sarà la sua ancora di salvezza, ma non per sempre. Nel 1957 Bianciardi pubblica Il lavoro culturale, il primo pezzo della cosiddetta trilogia della rabbia, in cui Bianciardi racconta della vitellonesca vita di provincia, ormai vagheggiata, delle Quattro Strade e di Grosseto come Kansas City; del fondamentale “lavoro culturale” da svolgere secondo le direttive del partito (pagine esilaranti, di ironia sopraffina). Lo pubblica con Feltrinelli, da cui era stato appena licenziato «per scarso rendimento».

Da allora lavorerà come collaboratore esterno, probabilmente il primo free lance (Bianciardi odierebbe questo termine) della storia dell’editoria italiana, scrivendo e traducendo di tutto (in particolare scrittori americani come Henry Miller, che lo influenzerà molto). Ma l’integrazione è lontana, quasi impossibile. Come ne Il lavoro culturale, anche nell’Integrazione pubblicata con Bompiani nel 1960, Bianciardi si divide in due, si sdoppia: resta Luciano, ma diventa anche Marcello, personalità in perenne conflitto. «Qui Bianciardi … riafferma una sua diversità critica e prepara un amaro finale di impotenza. Marcello, il fratello meno vitellone, il fratello più cosciente e morale, lascia, passa al livello più brutale dell’industria culturale, a produrre manuali e dispense. Si vende per disperazione», scrive Goffredo Fofi in una bellissima e illuminante introduzione al romanzo. E Maria, anzi Anna, dov’è? Qui se ne va, mentre ne La vita agra resterà a fianco di Luciano, ormai tornato uno (Marcello, il suo doppio, scompare), perché Luciano ha bisogno di lei. La vita agra viene pubblicato da Rizzoli alla fine di settembre del 1962.

A differenza degli altri due romanzi precedenti, quest’ultima opera dello scrittore grossetano riscuote un notevole successo commerciale. La prima recensione, entusiastica, è di Indro Montanelli sul Corriere della Sera che inviterà Bianciardi a collaborare con il giornale. Bianciardi rifiuterà. Nell’arco di pochi mesi escono in rapida successione diverse edizioni del libro: dal settembre del ’62 al marzo del ’63 si stampano ben sei edizioni del romanzo, quasi una al mese (nel 1964 uscirà anche il film di Carlo Lizzani, con Ugo Tognazzi come protagonista). Bianciardi stesso sembra sorpreso di tanto favore, come risulta da alcune sue lettere di quel periodo a un suo caro amico grossetano, Mario Terrosi: «… il libro va veramente molto bene, sia come critica che come vendite (cinquemila copie in una decina di giorni). Forse la vita agra stavolta è finita davvero», «L’aggettivo agro sta diventando di moda … Finirà che mi daranno lo stipendio mensile solo per fare la parte dell’arrabbiato italiano».

È il momento della discussione e del confronto molto accesi su “Industria e letteratura” ospitati sulle pagine del Menabò di Vittorini e Calvino, a cui partecipano grandi intellettuali come Franco Fortini (memorabile il suo Astuti come colombe). Italo Calvino aveva apprezzato molto La vita agra e lo avrebbe volentieri pubblicato con Einaudi, ma Rizzoli glielo soffiò all’ultimo, e Calvino non la prese affatto bene (e lo scrisse a Bianciardi). La pubblicazione del libro avviene in un periodo, i primi anni Sessanta, in assoluto tra i più magmatici della storia d’Italia. Alla fine degli anni Cinquanta la società italiana va incontro al cosiddetto “miracolo economico”: vede cambiare rapidamente, forse troppo, il suo sistema produttivo da rurale-industriale a industriale-finanziario, con il conseguente mutamento del tenore e dello stile di vita, improntati a un maggior benessere. Ma cambiano i rapporti sociali, si deteriorano.

Luciano Bianciardi vive tutto ciò in prima persona dall’interno di quel mondo editoriale e letterario in cui, come scrive Pino Corrias nella sua splendida biografia a lui dedicata, Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano, pubblicata con Baldini & Castoldi nel 1993 (e poi, in nuova edizione, con Feltrinelli nel 2011), «è un ingranaggio difettoso (oppure è difettosa la macchina, dipende dai punti di vista)». Bianciardi lo racconta in modo straordinario nel suo romanzo con lucidità e sarcasmo, spietatamente, senza fare sconti a nessuno, eppure viene osannato, lo vogliono tutti. Ovunque. Bianciardi è frastornato, stordito da questo momento di gloria, ma ha sempre in testa la provincia, Grosseto, dove torna di tanto in tanto per rivedere i figli. «Babbo mi veniva ad aspettare all’uscita della scuola, quella dove aveva insegnato … Andavamo a pranzo insieme, poi era l’ora dello studio per me e del lavoro per lui. Aveva fatto mettere due scrivanie nella camera, una di fronte all’altra, e aveva inventato un gioco: quando lui diceva “cambio!” bisognava scambiarsi di posto, io traducevo Jack London, lui faceva le mie versioni di greco», ha ricordato recentemente su Tuttolibri della Stampa Luciana Bianciardi, che oggi ne cura l’opera.

Per Luciano Bianciardi è arrivato il momento di allontanarsi da Milano ma non per tornare a Grosseto (in realtà a “Kansas City” farà ritorno, con un capitolo aggiunto nel 1964 a Il lavoro culturale), ma per finire nell’esilio dorato ma triste di Rapallo con Maria Jatosti e il figlioletto Marcello; un esilio garibaldino, dove di Garibaldi e del Risorgimento, sue antiche passioni, continua a scrivere molto (Dàghela avanti un passo!, che viene dopo Da Quarto a Torino e La battaglia soda, esce nel 1969) e come Garibaldi vede presto la sua vittoria volgere in sconfitta, amara, terribilmente amara. Gli ultimi anni della vita di Luciano Bianciardi scorrono veloci, o molto lenti. Sono anni difficili, tormentati, dolorosi, in cui si sente accerchiato (Aprire il fuoco, cronaca delle gloriose giornate dell’immaginaria insurrezione milanese del 1959 in cui compare anche Enzo Jannacci, è sempre del 1969); nel frattempo collabora anche con riviste come ABC, Playmen, Guerin sportivo. Scrive di costume, televisione, calcio, ma sono occasioni, pretesti diversi per parlare di una società in cui riesce a stento a tenersi a galla.

E a Enzo Tortora che sul Guerin sportivo, rubrica “Così è se vi pare”, gli chiede: «Chi diavolo sei Bianciardi Luciano? L’uomo della Vita agra o un cinico Tito Livio dei nostri lunedì?», replica: «Sono sempre l’uomo della Vita agra, stai tranquillo»; mentre a Livio Berruti che gli domanda: «Ora la vita è più agra o meno agra di quanto non lo era dieci anni fa?», risponde: «Ora la vita è sicuramente meno agra. Non si stenta ad arrivare alla fine del mese, non si saltano più cene, ci possiamo permettere un bicchiere buono. Però, se la vita oggi è meno agra, è anche molto più confusa. I valori si confondono, le persone cambiano faccia, e ci si sente male. In un modo diverso, ma forse più di prima». L’alcol farà il resto. Siamo nel 1971. Luciano Bianciardi morirà il 14 novembre a Milano, da uomo libero che scriveva benissimo.

La Storia nell’arena dei social

«Un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità», disse, con studiata retorica, Neil Armstrong nel mettere piede sulla Luna.
Un po’ la stessa consapevolezza dovrebbe pervadere chiunque attivi un profilo social: Internet, e quella particolare categoria di Internet che sono le piattaforme di condivisione, sono continenti, anzi, mondi ancora tutti da esplorare che hanno regole e linguaggi nuovi, e come tali andrebbero trattati. Anche perché queste regole e questi linguaggi sono ancora piuttosto primitivi (la rete social, in fondo, non ha nemmeno vent’anni) e pertanto possono risultare ruvidi, incompleti e perfino pericolosi, a volte. Il rischio principale è in effetti quello di “non capire dove ci si trova”: l’avvento dei social network ha in buona parte ricreato l’atmosfera fumosa delle vecchie mescite e la rassicurante convinzione di trovarsi in un ambiente anonimo, opaco. Molti pensano di trovarsi in un luogo conosciuto e ritenuto sicuro, perché stare davanti alla tastiera fa pensare che esprimersi “da casa” sia praticamente esprimersi “in casa”. Purtroppo così non è. Quello a cui ci si affaccia dallo schermo di uno smartphone o dalla tastiera di un pc è un mondo potenzialmente infinito, spietato, insensibile e, specie per le figuracce, eterno.

Un mondo che sembra fatto di un presentismo smaccato, pieno di “qui” ed “ora”, ma che invece ha uno strano rapporto col tempo e in cui la storia, e chi parla di storia, sono molto rappresentati. La rete ha fame di storia, pare: fioriscono le pagine a tema, i gruppi di discussione, gli scambi sul passato. Un aspetto in gran parte positivo per chi si occupa di studi storici. Ma non sempre. Perché sono molti i motivi che animano chi si avvia a discettare con ampiezza di vedute e capacità dialettica all’interno delle grandi praterie della storia, e non tutti sono coerenti con l’idea di un confronto sui temi del passato, perché c’è anche chi dice di voler parlare di storia e invece fa altro. Parlare di sé, ad esempio, mostrarsi. La storia, come strumento, è un ottimo modo per rappresentarsi.
Ma tutto questo chiacchierare ha conseguenze sull’argomento di discussione, vale a dire sulla storia in sé?

Le chiacchiere virtuali potrebbero sembrare solo il passatempo di – mediamente -maschi adulti in possesso di smartphone con connessione, ma data la loro estensione e persistenza, e dati anche alcuni elementi che ne fanno, per così dire, uno spettacolo a cui assistere (chi di noi non si è attardato, almeno una volta, nella lettura di quegli scambi online che a volte finiscono a insulti?), esse sono a tutti gli effetti momenti in cui viene “mostrata della storia”. Queste arene in cui ci si scambiano stoccate a colpi di fatti storici veri o presunti sono un punto di vista privilegiato in cui è possibile osservare lo stato dell’arte e, sul medio periodo, l’evoluzione del rapporto tra gli individui e il passato, agendo in maniera non trascurabile sui modi in cui interi gruppi umani percepiscono la storia e il suo utilizzo.

Nelle discussioni che riguardano il passato una tra le prime vittime delle discussioni è proprio il tempo stesso, inteso come tempo di analisi, di applicazioni metodologiche, di ricostruzione fattuale. In pratica, riversando un contenuto complesso in uno strumento concepito per accogliere l’opinione istantanea, l’emozione del momento e anche, perché no?, la chiacchiera, si finisce con il deturpare il contenuto stesso schiacciandolo in tempi e modi impropri. Una forzatura che fa scivolare tutto da oggettivo a soggettivo, da soggettivo a parziale e da parziale a “di parte”.

Si abbandona così il terreno del confronto e si entra immediatamente nello scontro, degradando lo scambio in disputa e focalizzando l’impegno dei contendenti non sul conoscere, ma sul vincere. A questo punto, che purtroppo i frequentatori delle arene virtuali ben conoscono, la storia non è più un tema, ma un semplice strumento con cui attaccare “il nemico”. E per rendere la storia un corpo contundente efficace tutti i metodi sono validi: il benaltrismo, ad esempio, che a colpi di “eh ma allora [argomento a piacere]?” cerca di stornare l’attenzione dal focus del discorso; la confusione tra colpa e responsabilità, attraverso cui addossare agli interlocutori crimini commessi da veri o presunti antenati; i paragoni più bislacchi tra passato e presente, riducendo i fatti storici a quinta teatrale per parlare dell’oggi, ecc.

Tutti modi in cui più o meno volontariamente la storia sui social viene manipolata.
Anche se involontariamente, queste risse verbali apparentemente innocue contribuiscono all’evoluzione del rapporto tra il passato e la sua rappresentazione attuale: modificano, in una parola, la “mentalità”. La rete quindi è un mondo che chi fa storia per professione dovrebbe disertare? Certo che no, anzi!

I social sono un campo di lavoro rischiosissimo e al contempo molto utile: sono il terreno delle più feroci fake news che scorrono inarrestabili giorno dopo giorno; sono anche però il luogo in cui queste fake news possono essere smentite e inchiodate alla loro irrealtà. Se per la fake news sul presente quella di correre dietro a ogni bugia caricata sul web può costituire una sfida improba, per quanto riguarda la fake news di carattere storico questo lavoro si può invece rivelare molto più solido e fruttuoso. Nulla può essere davvero “dimenticato” quando finisce in rete. Né la bugia, né la sua smentita. È una battaglia sicuramente ardua, ma con delle prospettive di riuscita. Se infatti sui social si consolidasse una presenza attenta di persone, dai semplici appassionati ai professionisti, con la capacità di porre attenzione su quanto si produce a livello di contenuti, il mondo virtuale potrebbe sviluppare una propria capacità di autocontrollo.

Partire da questo, per comprendere poi i modi e i tempi migliori per agire su questo campo, potrebbe essere un primo passo per costruire un nuovo modo di affrontare a livello pubblico lo studio e la diffusione del sapere storico, scrollandolo al contempo di quella vecchia contrapposizione tra “accademia” e “divulgazione” e aprendo nuove vie di indagine sul rapporto tra passato e presente. Questo è necessario perché è la natura stessa dei cambiamenti in atto a suggerirlo. L’aumento vertiginoso della esposizione dell’immaginario dei singoli all’osservazione più o meno pubblica è un’occasione unica, per chi si occupa di passato, per visualizzare e comprendere molti dei meccanismi che legano, nonostante tutto, le odierne società al loro passato.

I social sono una finestra imperdibile su un mondo di idee, opinioni e visioni del passato. L’opportunità di avere milioni di persone che spontaneamente dichiarano quel che pensano sul passato non può essere sottovalutata da chi il passato lo studia. I social più diffusi sul pianeta prevedono nelle loro funzioni la possibilità che l’utente si esponga producendo “storie” (stories), in un incrocio diretto tra la volontà di apparire e volontà di rappresentare sé stessi nel tempo; tutto ciò sta cambiando il senso stesso del raccontarsi, cioè, in definitiva, il senso stesso dell’approccio storico, e rappresenta una grande occasione.
Questi nuovi strumenti stanno dando a tutti noi la possibilità di seguire la costruzione di un mondo fatto di incognite ma anche di opportunità, la cui comprensione potrebbe facilitare la lettura delle future evoluzioni di un concetto che continuerà ad abitarci e plasmarci: lo scorrere del tempo.
È un’occasione da cogliere.

David Quammen: I cowboy non indossano mascherine

Da decenni in prima linea in tutto il mondo, con il suo consueto rigore giornalistico e scientifico per raccontare le più pericolose epidemie, David Quammen torna in libreria con Senza respiro (Adelphi), un saggio dedicato a tutti coloro che hanno perso i propri cari a causa del Covid-19 e che è al tempo stesso uno strumento di comprensione essenziale della pandemia e un monito per il futuro. Trentacinque pagine di bibliografia per un totale di oltre 200 note a corredo di quasi 500 pagine di narrazione che scorrono fluide come un romanzo. Non è un caso che Quammen, che abbiamo incontrato all’anteprima di Più libri più liberi, a Roma, nasca romanziere per poi dedicarsi alla divulgazione scientifica, genere di cui è oggi un maestro di fama mondiale. Profonda fiducia nella scienza, incertezza feconda di intuizione e disposizione all’ascolto guidano una storia raccontata in modo appassionante. «Il mio principio di indeterminazione l’ho acquisito non dal fisico Werner Heisenberg ma dal romanziere William Faulkner», ci racconta.

Definito “profetico” per aver scritto in tempi non sospetti che il mondo sarebbe stato presto o tardi colpito da un coronavirus con esiti imprevedibili, è proprio Quammen, che i lettori di Left hanno conosciuto già nel 2014 ai tempi dell’Ebola, a ricordare fin dall’incipit che in realtà la scienza lo aveva previsto da tempo. «Lo avevano visto avvicinarsi, come un puntino scuro all’orizzonte delle pianure del Nebraska, che procedeva rombando verso di noi con velocità e forza incalcolabili… Un virus nuovo, se la fortuna gira bene per il virus e male per noi, può attraversare la popolazione umana come un proiettile di grosso calibro».

Quammen, il puntino è diventato un proiettile letale: è solo questione di sfortuna o ci sono delle responsabilità?
Il caso e la fortuna sono sempre presenti nello svolgersi della storia, ma generalmente la comparsa di un nuovo virus di infezione umana ha cause deterministiche: le nostre interferenze in ecosistemi selvatici con diverse specie animali portatrici di diversi virus, le numerosità della popolazione umana che ci rende un target appetibile, il nostro grado di interconnessione che consente a un virus trasmissibile di diffondersi tanto in fretta e a grande distanza, e infine le scelte sbagliate che facciamo (o quelle giuste che non riusciamo a fare) con lo scopo di contenere l’epidemia una volta che è iniziata. Il Covid-19 è più che altro una questione di scelte che l’umanità ha fatto mettendo se stessa a rischio di estinzione. Tuttavia, detto questo, sono anche disposto a ritenere che la ferocia con cui è stata colpita l’Italia nella primavera del 2020, soprattutto al Nord, si possa in effetti attribuire a molta sfortuna oltre che a fattori deterministici.

Come spiegare tanta sofferenza?
Sono propenso a pensare (anche se non ne ho le prove) che l’Italia abbia avuto la sfortuna di subire una disseminazione intensiva del virus sin dai primi giorni e settimane della pandemia, forse alla fine di gennaio o inizio febbraio 2020, probabilmente attraverso i passeggeri internazionali in arrivo nei tre aeroporti intorno a Milano. Questo sarebbe accaduto in un periodo in cui si sapeva ancora molto poco del virus e delle sue caratteristiche, e fra queste la capacità di essere trasmesso dalle persone infette prima che abbiano sintomi. Il virus si è diffuso, è entrato in famiglie multigenerazionali, è passato inosservato dai giovani agli anziani… e tanta gente si è ammalata ed è morta.

«I cowboy – lei scrive in Senza respiro – non indossano mascherine». Le differenze fra sistemi sociali e sanitari ci aiutano a spiegare i diversi esiti della pandemia nei vari Paesi?
Sì, penso che le differenze culturali possano essere state molto importanti per gli esiti, almeno durante la prima ondata della pandemia. Anche di questo non ho prove, ma è un’ipotesi che sembra compatibile con i modelli che abbiamo osservato. Singapore e Corea del Sud, con misure sociali intensive volte a limitare la trasmissione, hanno evitato casistiche pesanti. Il Giappone è stato in gran parte risparmiato, così come la Nuova Zelanda e la Germania perché le popolazioni hanno accettato rigorosi provvedimenti costrittivi di sanità pubblica. La Cina ha imposto misure davvero draconiane e ha fermato il virus, ma la gente non aveva la libertà di rifiutare quelle misure. In Italia, Regno Unito, Francia e Spagna (se ricordo bene) ci sono stati lockdown, ma tardivi e imposti in modo incoerente, allentati e poi reintrodotti. La Svezia ha deciso di tenere tutto aperto e alla fine è stata colpita in modo duro. Negli Usa c’è stata una disorganizzazione caotica e il colpo è stato pesante, anche perché a dettare la risposta avevamo un presidente che era lui stesso una persona caotica e disorganizzata.

In Italia, secondo alcuni osservatori, hanno pesato la tendenza a privatizzare la sanità, l’impoverimento delle risorse pubbliche e dell’assistenza sul territorio.
Questo è un punto cruciale, nonostante le mie ricerche (che hanno incluso conversazioni con scienziati italiani), non l’avevo del tutto messo a fuoco. Penso che abbia senso. La presenza in tutti i Paesi di un forte sistema sanitario pubblico è di importanza vitale per la gestione delle epidemie. Uno scienziato mi disse che se esiste una malattia infettiva da qualche parte, nell’era della globalizzazione significa che esiste ovunque. Il che vuol dire sia in qualsiasi classe sociale di un determinato Paese, sia in qualsiasi parte del mondo. Davanti a una pandemia i ricchi, anche se hanno una copertura sanitaria privata, non possono illudersi che saranno solo i poveri a soffrire.

La pandemia sembrava aver unito il mondo, ma dopo due anni ci ritroviamo nel pieno di una delle crisi planetarie più gravi della storia umana…
Concordo, la situazione attuale è un caos terribile. Qualcuno l’ha chiamata “policrisi globale”, ovvero crisi di origini diverse che si verificano tutte nello stesso momento e si amplificano a vicenda attraverso intricate interconnessioni. Guerre, cambiamento climatico, pandemia, rifugiati, disinformazione, sfiducia nella scienza, minacce per la democrazia, affermazione di leader autocratici. Non ho soluzioni definite da proporre per questa policrisi, ma penso che dobbiamo mantenere la calma, continuare a dedicarci alle nostre istituzioni e ai processi democratici, proseguire il dialogo anche con i popoli che secondo noi sono governati male, avere grande attenzione per l’educazione dei nostri figli ai valori democratici e al pensiero critico, eleggere leader qualificati, rivedere il nostro stile di vita per ridurre l’impatto individuale sul mondo naturale (riducendo la tendenza a consumare e a riprodurci) e procedere dritti dentro la tempesta riparando gli occhi ma tenendoli bene aperti.

In Italia sono ancora in molti, anche fra i politici, a dirsi scettici sui vaccini. Cosa si sente di dire loro?
I migliori fra i nuovi vaccini sono meravigliose, stupefacenti conquiste della scienza e della tecnologia mediche. Dovremmo farli nostri e condividerli con la più ampia platea possibile. A chi dice “non ci credo” rispondo “allora perché credi agli ospedali? Se rifiuti il vaccino e ti ammali, perché la società dovrebbe darti un letto in ospedale? Gli ospedali sono istituzioni della scienza medica e tu alla scienza medica non ci credi”. Può suonare crudele, e nella realtà non lo direi mai a nessuno che si ammalasse, ma spiega cosa penso dell’insensata mancanza di logica della posizione no-vax.

La scienza, con la sua incertezza, è l’antidoto contro le fake news?
Sì. Ho fiducia nella scienza ma riconosco ciò che essa è un metodo sempre provvisorio per utilizzare l’evidenza, la conferma sperimentale e la logica razionale per avvicinarsi sempre di più alla comprensione del mondo fisico. Una componente importante di questo processo è l’umiltà. Un’altra è l’attenzione per una pluralità di voci, forme di evidenza, possibilità. Qualcosa di molto simile a una delle lezioni che ho imparato dalla letteratura, soprattutto dalle opere di William Faulkner.

Un’altra idea dura a morire è che il virus derivasse da una “fuga” da un laboratorio cinese.
Forse non troveremo mai la prova definitiva che questo virus provenga da uno spillover naturale, ossia un salto da un animale selvatico verso gli esseri umani, anche se secondo me è senza ombra di dubbio questa la spiegazione più verosimile della sua origine. Forse non identificheremo mai la specie animale, la località, la situazione o l’esatto virus di animale selvatico che si è trasformato in questo virus.

Perché?
In parte perché questa importantissima possibilità di scoprire tutto questo è andata perduta l’1 gennaio 2020, quando le autorità di Wuhan ordinarono la chiusura e la ripulitura (prima della raccolta di campioni per le analisi scientifiche) del mercato ittico all’ingrosso di Huanan. In mancanza di questa certezza, l’ipotesi della fuga dal laboratorio resisterà. Non penso che debba essere accantonata ma che si debba darle la giusta replica, e poi continuare a trovarne, con prove e con logiche sempre più solide.

Perché è così importante capire l’origine del virus?
Perché l’ipotesi della fuga dal laboratorio implica l’idea che la scienza abbia fatto troppo, e che in parte questo ci abbia portato alla catastrofe. La spiegazione che c’è un’origine naturale implica invece che ci serve più scienza sui virus pericolosi, e sui loro ospiti, e sugli spillover, per riuscire a proteggerci nel futuro.

Abbiamo vinto? Vinceremo?
Non ci sarà mai una vittoria definitiva sul Sars-CoV-2. Penso che resterà fra noi per sempre. Dovremo continuare a vaccinarci e adattare i vaccini con la stessa velocità con cui si adatterà il virus. Ma potremo proteggere l’umanità da moltissima sofferenza inutile se continueremo a combattere questo virus, e gli altri che arriveranno, con la scienza, la volontà e il buon senso.

Abbiamo imparato la lezione? Riusciremo a vedere il prossimo puntino all’orizzonte prima che diventi un proiettile letale?
È esattamente la domanda che per scrivere il libro ho posto a molte delle mie fonti, in tutto 95 esperti, alla fine di ogni intervista. Alcuni hanno semplicemente risposto: no, non l’abbiamo imparata. Altri invece hanno detto che la speranza è che l’abbiamo imparata, per fare meglio la prossima volta. Io voglio mettermi nel secondo gruppo.

E dalle fabbriche cinesi si levò la voce dei poeti operai

Anche se le vite degli operai cinesi raramente assurgono agli onori delle cronache, sono ben presenti nel nostro quotidiano – spesso inconsapevolmente – attraverso il frutto della loro attività, in quanto l’attuale divisione del lavoro del capitalismo globalizzato continua ad assegnare alla manodopera cinese la produzione di importanti componenti dei nostri dispositivi elettronici, elettrodomestici, capi di abbigliamento, e così via. Per questo, con le consegne natalizie alle porte, ha fatto notizia all’inizio di novembre la fuga di numerosi lavoratori della Foxconn di Zhengzhou – fabbrica che produce iPhone per la Apple – che potrebbe comprometterne la produzione. A causare l’esodo è stato l’ennesimo lockdown scattato al primo tampone positivo: migliaia di dipendenti si sono ritrovati chiusi in dormitori sepolti dalla spazzatura e con cibo avariato. Tuttavia, anche grazie alle testimonianze degli operai diffuse su internet, questo fatto ha riportato alla luce le condizioni di ipersfruttamento, carichi di lavoro insostenibili e contratti a termine per soddisfare la scadenza delle feste: tutte condizioni che hanno fatto loro apparire preferibile andarsene, a volte sfondando le transenne, e percorrere decine di chilometri a piedi per lasciare Zhengzhou e tornare a casa.

Gli operai cinesi di oggi sono in maggioranza migranti rurali trasferitisi in città in cerca di lavoro. Si trovano in fabbrica, ma anche nei servizi (rider, camerieri, domestici – soprattutto domestiche). Non disporre di un permesso di residenza urbano li mette in una tremenda condizione del tutto assimilabile a quella che hanno da noi i migranti, in quanto è loro precluso l’accesso ai servizi pubblici della città (anche se negli ultimi tempi ci sono stati tiepidi cambiamenti). Ciò li rende estremamente ricattabili: molti di loro lavorano con contratti informali o precari, spesso senza tutele o garanzie.

Dieci-dodici ore alla catena di montaggio sono di quanto più disumanizzante possa esistere. Ma di fronte a questo annullamento di sé c’è anche chi cerca di reagire e trova una voglia di resistere all’abbrutimento attraverso l’arte. Molti sono riusciti a farlo con la poesia: oggi in Cina c’è infatti una ricchissima e attivissima scena di poesia operaia, scritta da autrici e autori non professionisti, spesso nei pochi ritagli di tempo libero, diffusa soprattutto su internet, ma anche, in certi casi, su riviste letterarie più o meno prestigiose. Poesie di inestimabile valore testimoniale e non solo, che rivelano un’esigenza di raccontare e raccontarsi in prima persona.

La cruda realtà della condizione operaia è espressa con versi che sgorgano dal cuore della fabbrica. Xu Lizhi, giovane operaio che lavorava proprio alla Foxconn (ma nella fabbrica di Shenzhen) scriveva: «Non c’è tempo di aprir bocca, i sentimenti si sbriciolano / hanno stomaci fatti di ferro / dove acido solforico e acido nitrico scorrono densi / l’industria cattura le lacrime che non fanno in tempo a scorrere» (Ho ingoiato una luna di ferro). Ma poi non ce l’ha fatta e si è tolto la vita a soli 24 anni. Un’idea di disumanizzazione, attraverso una sorta di metamorfosi con gli strumenti di lavoro, ben espressa anche dal poeta minatore Chen Nianxi: «Non oso spesso guardare in faccia la mia vita / è dura, luccica di nero / piegata come un piccone /… il mio corpo trasporta tre tonnellate di dinamite / e sono il fusibile // ieri notte / sono esploso come le rocce» (Cronaca di un’esplosione).

Questa autodistruzione figurata, a parere di chi scrive, va letta non tanto come un atto nichilistico, quanto piuttosto come una violenta manifestazione dell’alienazione che pervade, chi più chi meno, tutte le opere dei poeti operai impegnati nel lavoro produttivo. In altri casi l’alienazione viene anche espressa con l’immagine, molto efficace sul piano visivo, dei prodotti che si allontanano verso i loro consumatori, spesso in Occidente, come scrive Xiao Hai: «Sono un operaio cinese / dentro i grattacieli di cemento armato del desiderio accudisco la nostra gioventù a basso prezzo / il volgere di primavera estate autunno inverno non ci appartiene / cereali e verdure non hanno più bisogno di noi / deliranti, non ci resta che spargere i misteriosi segnali del made in China ai quattro oceani e nei fiumi e nelle strade dei sette continenti» (Operai cinesi). Questa accusa contro il sacrificio – se non lo spreco – degli anni migliori della propria giovinezza («a basso prezzo») contiene in realtà una netta critica della corsa al profitto altrui, ribadendo che la contraddizione fondamentale, nonostante le diverse latitudini, resta quella tra capitale e lavoro.

Trattandosi, come si diceva, di lavoratori migranti sottoposti a un peculiare sistema di controllo degli ingressi nelle aree urbane, in queste poesie trova grande spazio il tema dello spaesamento e delle angosce del costante peregrinare da una città all’altra, che talvolta si traduce anche in uno sguardo nostalgico verso la campagna di provenienza. Sebbene comprensibile da un punto di vista emotivo, questa nostalgia offre ben poche soluzioni, a causa dei profondissimi divari territoriali che tuttora separano la città dalle zone rurali, dove spesso mancano lavoro e servizi sociali adeguati. Questo sradicamento è espresso con cruda onestà dalla poetessa operaia Li Ruo in un componimento dove racconta della difficoltà di acquistare i biglietti per tornare al villaggio natìo in occasione delle festività: «Ma tutt’un tratto penso / dove andrò? / sono una senza alcun luogo dove fare ritorno / cosa mi è venuto in mente a pensare di unirmi alla foga? / freddamente sorrido / all’aria di una terra straniera» (Corsa ai biglietti).

Chissà quale espressione colora oggi il volto dei lavoratori fuggiti nelle scorse settimane dalla Foxconn di Zhengzhou – e chissà se qualcuno lo tradurrà in parole. Già da queste poche manciate di versi si evince come questo atto di raccontare e raccontarsi non si limiti a gettare luce sulla condizione operaia ( pur di per sé prezioso), ma esprima anche la volontà di sfuggire a un’esistenza monodimensionale, meramente economica, da produttori di merci di consumo per il guadagno altrui, e diventare altresì creatori di arte e cultura. Superando così immense difficoltà oggettive, come il poco tempo a disposizione per sé, la scarsa preparazione scolastica (molti lavoratori migranti anche delle generazioni più recenti hanno a malapena un diploma superiore in tasca), e la puzza sotto il naso di certi intellettuali che non si capacitano di come chi maneggia attrezzi di fabbrica o fa le consegne in motorino possa scrivere buona poesia (un fenomeno non solo cinese).

Uno degli apparenti paradossi di un Paese, come la Cina, che continua a proclamarsi socialista è l’impossibilità di creare organizzazioni indipendenti dei lavoratori, sulle quali incombe l’ombra della repressione statale, come è avvenuto in occasione della lotta alla Jasic di Shenzhen nell’estate del 2019. In questo senso la poesia operaia è anche un’inestimabile forma espressiva di voci che altrimenti farebbero fatica a farsi sentire. Ma come spezzare questa condizione di iper-sfruttamento capitalistico? Non è certo compito dei poeti elaborare un programma politico, ma lasciamo le battute di chiusura ai versi (Apre l’ennesima linea di produzione) del poeta operaio Shengzi: «Le materie prime sotto sciami di elettricità e la maestria dei sistemi di controllo / sospingono il corso della storia / ma che roba è la storia? / quelle fissioni invisibili in gole profonde / fermentano una tempesta”.

Memorie di viaggi, il progetto sardo di Wu Wenguang

In Occidente Wu Wenguang, instancabile regista e autore cinese, è noto come uno dei fondatori del cinema documentario indipendente locale. Nel Regno di mezzo già da tempo Wu ha preferito sottrarsi alle luci dei grandi riflettori, e dei grandi budget, per lavorare con costanza e caparbietà al progetto dal titolo Folk memory project. Dal 2008 Wu coinvolge giovani registi, appassionati di cinema e gente comune in un percorso di confronto e ricerca su se stessi e sulle proprie origini. Invita i filmmaker a ritornare nei propri Paesi di origine per indagare i tasselli mancanti delle memorie individuali e collettive per poi realizzare dei veri e propri lungometraggi.

La relazione testimoniale che Wu ha instaurato con i protagonisti dei suoi lavori è stato anche un riflesso delle grandi possibilità generate dall’evoluzione della tecnologia, sia nel passato che nel presente. Con il meta-film Fuck cinema (2005), realizzato con videocamere digitali, facilmente maneggiabili, il regista segue con costanza il protagonista Wang Zhutian, un attempato e improvvisato sceneggiatore che prova ad entrare nel mondo glitterato del cinema in Cina e che immancabilmente fallisce nel suo intento. Un film che, nonostante l’amara ironia, mette in luce la profonda riflessione di Wu sul significato della relazione tra colui che si nasconde dietro la telecamera (il regista) e colui il quale si espone davanti ad essa. Dello stesso anno è il China village documentary project: anche in questo caso Wu ha saputo cogliere un particolare momento della Cina contemporanea, contraddistinta da elezioni, per quanto limitate, consentite dal Partito comunista a livello locale. Nel film Wu ha utilizzato il cinema partecipativo per documentare questo momento, formando gli abitanti stessi a filmare il processo elettorale e conseguentemente la realtà che li circondava.

La ricerca artistica, quindi, che prevede la sperimentazione creativa sulla contemporaneità ha sempre accompagnato i suoi lavori. Ma è passato in sordina il lavoro di Wu al di fuori della Cina, in collaborazione con una realtà culturale della Sardegna, che come lui indaga sui processi della memoria e dei suoi risvolti nel presente.  «Ho conosciuto Wu nel 2016, quando era arrivato a Cagliari a presentare dei suoi film e quelli del suo collettivo e ho subito percepito un intento comune, a noi molto vicino: il fatto che la documentazione della realtà e della memoria potesse diventare una partitura di drammaturgia multidisciplinare e contemporanea» afferma la regista, danzatrice e operatrice culturale Ornella D’Agostino, sarda di nascita ma donna itinerante, formatasi in Olanda per poi ritornare in Sardegna e fondare nel 1994 a Cagliari l’associazione “Carovana – Suono movimento immagine” (Carovana Smi).

«Il tema della memoria e dell’immaginario nelle sue diverse declinazioni è sempre stato un ambito di forte interesse. In Sardegna spesso la memoria della storia non è decifrabile, i sardi sono un po’ ossessionati dalle loro origini perché è molto difficile poter giustificare un patrimonio così complesso ed enorme. Ero interessata a riattivare un processo di narrativa multidisciplinare che potesse far emergere ciò che a volte tende a sclerotizzarsi», dice D’Agostino.

Ed è proprio questa comunità di intenti e di metodi a unire Wu Wenguang, la sua squadra di registi della Carovana e Ornella D’Agostino. In Cina, con il Folk memory project, Wu indagava nei recessi della memoria collettiva, o meglio, tra alcuni dei traumi sociali più complessi della storia cinese di oggi: la Grande carestia (1959-1961), il Grande balzo in avanti (1958-1960), la riforma agraria (1949-1952), il Movimento di educazione socialista (1963) e la Rivoluzione culturale (1966-1976), ma «non si tratta solo di archiviare i ricordi – spiega D’Agostino – si tratta di trasformare, rielaborare quelle parti del loro vissuto, ricostruire, far emergere una propria consapevolezza su questi traumi sociali che hanno in qualche modo minato la dignità delle persone e della comunità. Ricordarsi o comprendere quello che è successo, anche per generazioni diverse, significa riportare dignità nel presente. Questo è un principio fondamentale che Wu ci porta, ma che noi avevamo già sperimentato e su questo ci siamo incontrati».

L’ultima esperienza di raccolta e restituzione della memoria storica risale al 2021: allora la Carovana è andata a Bitti, un paese sardo messo in ginocchio prima dal ciclone Cleopatra del 2013 e poi dall’alluvione nel 2020. In quel frangente l’interesse degli operatori culturali era quello di lavorare sia sugli ingranaggi del ricordo sia sulla comprensione di come culture diverse potessero sostenersi nel percorso di riattivazione della memoria e di come l’arte contemporanea potesse sostenere l’intero processo.

La sede fisica stessa della Carovana, dall’evocativo nome Stazioni di transito, è un hub culturale e multidisciplinare che propone servizi di accoglienza e laboratori. Dal 2016 in poi, fino a poco prima dell’inizio della pandemia da Covid-19, Wu Wenguang, Zhang Mengqi, ossia la sua più stretta collaboratrice, e D’Agostino continuano a collaborare, con una serie di workshop all’interno di un progetto più ampio dal titolo C.Arte d’imbarco, organizzato da Carovana Smi e dai suoi partner nell’ambito della seconda edizione del bando MigrArti spettacolo promosso dal ministero delle Attività culturali (ex Mibact, ora Mic) .

La raccolta delle memorie dei migranti, unite a quelle di persone afro-discendenti e di residenti in Sardegna è rimasto uno dei temi fondamentali, e si è concretizzato in un progetto specifico: In the name of memory.

Wu ha scelto consapevolmente di lavorare solo con ragazzi migranti provenienti dall’Africa e ha organizzato dei momenti dedicati alla formazione cinematografica, di tecnica di ripresa e poi di montaggio, per dare loro le competenze necessarie per realizzare un’intervista, per fare delle riprese e poi creare dei brevi prodotti audiovisivi che avessero come tema il racconto della loro memoria di viaggio. Con la convinzione che le migrazioni sono un processo strutturale della dimensione umana, ha invitato i giovani a ripercorrere il loro passato e non solo il viaggio inteso come spostamento fisico da un continente ad un altro.

«Tra i tanti racconti e narrazioni complesse – aggiunge Ornella D’Agostino – ricordo soprattutto le parole di un ragazzo che non aveva frequentato il laboratorio, ma che era venuto ugualmente per raccontarsi. Mentre Zhang Mengqi lo stava filmando, lui disse: “Non ho mai avuto una madre. Mia madre è morta quando io sono nato, non ho nessun ricordo”. Quel ragazzo si era legato molto a Wu e a Zhang, riconoscendoli come suoi maestri, da noi veniva solo quando c’erano loro».

Sebbene la Cina abbia visto e veda all’interno della sua storia molte esperienze di migrazioni interne, non si è mai interfacciata con quelle che arrivano in Europa. «Quello che ho compreso anche dall’esperienza vissuta con Wu è che le memorie del viaggio o della nostra esistenza, soprattutto se non legate dal nostro luogo di origine, sono degli spazi di opportunità per elaborare delle ferite, da mettere assolutamente in atto, ma con i tempi e i modi che le persone scelgono. Questo deve diventare il paradigma di un manifesto etico: possiamo proporre, organizzare uno spazio d’ascolto, supportare le persone che vogliono farli, questi processi, ma sempre rispettando i loro tempi e i loro desideri».

Carovana Smi e Wu si sono poi ritrovati nel 2020 nella masterclass Officine ideali, che ha visto l’incontro con gli artisti cinesi e altri partecipanti a residenze artistiche in Sardegna. Sia Wu che D’Agostino non hanno accettato di chiudersi nelle proprie case durante i vari lockdown sospendendo il proprio impegno, ma hanno entrambi utilizzato le piattaforme online e le possibilità offerte da strumenti e servizi digitali per continuare il loro lavoro sulla memoria in modo virtuale.

Nel futuro la collaborazione sicuramente avrà una nuova linfa vitale, perché, sottolinea D’Agostino, «la concezione lineare che vede passato-presente-futuro è vera, ma non è esaustiva. Il rapporto con il tempo e con la memoria è un’esperienza complessa che va allenata».

 

* In foto, il regista cinese Wu Wenguang con un giovane partecipante dei suoi laboratori

In cerca di talenti nel cuore di Pechino

«Attraversai Pechino su un pullmino insieme a persone di Shanghai nel 2009: erano esterrefatti. Non riconoscevano le strade, non sapevano più dove fossimo», racconta Andrea Berrini scrittore ed editore di Metropoli d’Asia che per molti anni ha vissuto in Cina. Nel suo nuovo libro (dal titolo omonimo, ma pubblicato da Edt) racconta in modo icastico e coinvolgente le trasformazioni che negli ultimi vent’anni hanno cambiato il volto della capitale cinese, con l’abbattimento dei vecchi hutong e l’avanzare della gentrificazione. «Lo sviluppo di Pechino ha avuto una spinta poderosa prima delle Olimpiadi del 2008 e poi non si è mai fermato – racconta -. Il vecchio centro di case basse, muri grigi, tetti a ricciolo, con gli hutong, cioè i vicoli dove le persone vivevano per strada, furono inizialmente abbattuti. L’opera di distruzione fu poi contenuta ed arrestata e i nuovi quartieri cominciarono a crescere all’esterno». Ed è a questo punto che i quartieri di Pechino iniziano ad assomigliare sempre più a un luogo da fantascienza.

Ma sentiamo il suo racconto: «Abbattuto il perimetro delle mura antiche per far posto a una sorta di autostrada urbana denominata secondo anello, ecco arrivare un terzo anello, un quarto e così via. Su questi anelli esterni si sono costruiti i nuovi quartieri, i centri commerciali. Il sesto anello è per alcuni tratti aperta campagna ma là fuori vengono costruiti i nuovi compound, quartieri di abitazioni tutte uguali circondati da un muro perimetrale, a volte negli stili più assurdi a ricordare le case di Parigi o la Londra degli edifici in mattoncini rossi».

Il passaggio dagli hutong ai compound è stato anche un passaggio sociale e di classe. «Una pianificazione inesorabile apparecchia la città del nuovo ceto medio – spiega lo scrittore e editore -, ma all’esterno ci sono anche vaste aree industriali o commerciali, circondate da enormi quartieri dormitorio. Il settimo anello, aperto prima della pandemia, misura 731 km di circonferenza». In tutto questo che ne è del centro storico? «Il centro di Pechino è diventato museo di sé stesso – risponde -, nei vicoli le attività commerciali informali sono ora illegali, molte case vengono comprate da residenti ricchi, i vicoli resi silenziosi tranne nei quartieri invasi da bar e ristoranti, i luoghi del turismo del fine settimana. Poi, certo, rimangono aree che potremmo definire di resistenza, una lunga via di ristoranti tradizionali con lanterne rosse, ma la città ormai vive sugli anelli esterni».

«Pechino apparecchia una commedia al giorno», scrive Andrea Berrini ad incipit di Metropoli d’Asia raccontando il brulichio di attività ma anche la vivacità sociale della città vecchia. E in questi nuovi scenari urbani? «Pechino resta aggrappata a una sua anima popolare, difende con il coltello tra i denti le abitudini, l’informalità delle relazioni, il gusto alla libertà dei comportamenti, i mille giochi con cui ci si ritrova insieme nelle strade, dalle danze al taiji, al gioco d’azzardo», risponde l’autore.

«Si è tanto scritto della disperazione di chi, espulso dalle case degli hutong, fu mandato a vivere negli impersonali palazzoni nuovi all’esterno. Relazioni di vicinato costruite generazione dopo generazione furono azzerate. Le persone si impossessano allora degli spazi davanti ai centri commerciali, o lungo gli assi di scorrimento veloci. Però anche nelle interazioni tra sconosciuti ho visto voglia di ridere e divertirsi, davanti a un ingorgo o a un tamponamento in mezzo all’incrocio, intorno a un negozietto di cibo di strada». I giovani del ceto medio arricchito però cercano un altro stile di vita? «Nella ricerca di uno status vedo tanti ragazzi ricchi più silenziosi e impenetrabili. Lo sono, di sicuro, i compound esterni di case tutte uguali, abitate da persone tutte uguali e che un muro protegge dal mondo, costruendo nuove solitudini».

Con l’era Xi, si legge in Metropoli d’Asia, sono spariti luoghi simbolo come il Bookworm, il caffè libreria, dove l’editore Andrea Berrini faceva “scouting” di talenti. «Lì incontravo scrittori, artisti, editor o giornalisti che parlavano inglese. Ma non ci sono veri e propri luoghi di incontro, bar o ristoranti come quelli che affollavano le nostre città negli anni del boom, anni che io paragono al presente di Pechino. Penso che la censura e la necessaria autocensura rendano gli scrittori e gli artisti cauti, poco propensi alla libera chiacchiera». E questo ha avuto un effetto anche sulla produzione letteraria secondo Andrea Berrini: «Se la Cina ancora non ha prodotto una letteratura contemporanea di qualità, vasta come un Paese così immenso meriterebbe, è anche per i confini entro i quali l’autore si sente costretto: fai attenzione ai temi che tratti, alle tue opinioni, resti lontano da certe zone “sensibili”, e il linguaggio ne risente anch’esso».

Eppure nella capitale e non solo ci sono vaste aree dedicate all’arte, accenniamo, chiedendogli di farci capire meglio: «Ci sono, sì, vastissime aree destinate al mondo dell’arte che noi nemmeno ce le sogniamo, ma l’incontro lì è più ingessato, non sono luoghi di incontro casuale, di relazione personale», approfondisce Berrini.

«Per quel che ho visto gli scrittori non si frequentano, a parte qualche incontro ufficiale». Pur non parlando cinese Andrea Berrini ha sempre sentito l’esigenza di costruire relazioni personali con i suoi autori. E non solo. «Nel libro racconto i miei tentativi di comunicazione a Pechino, i surreali dialoghi con i taxisti che parlavano cinese e io che rispondevo in milanese: non passavano le parole, ma le emozioni sì. E si finiva ridendo insieme di chissà che». In questo Andrea Berrini è sempre riuscito a fiutare il talento. «Direi che ci azzeccavo, e quando mandavo in lettura un testo a chi, in Italia, conosceva la lingua, il risultato mi confortava. In Cina dovevo avere sempre con me un interprete, e nei primi incontri, un po’ più irrigiditi, faticavo.

Ma una relazione, un’amicizia poi si creavano sempre, ricordo serate passate a parlarsi con Google translator, e racconto come con l’amicizia si sia creata comunque, la capacità di capirsi». Così in pochi anni Berrini ha individuato tanti talenti e piccoli capolavori non ancora intercettati dall’industria editoriale globale.

Ma quell’esperienza, dice, non sarebbe ripetibile: «Oggi ogni autore anche se molto giovane trova subito un agente internazionale, e i suoi diritti sono venduti alle fiere, a Francoforte e a Londra. Diciamo che ho misurato sulla mia pelle il timelapse dentro al quale è presa l’Asia, che si è trasformata così in fretta da sorprendere anche me». E nuovi cambiamenti si prospettano dopo questi lunghi anni di lockdown per le politiche zero-Covid? «Non vedo quelle città da prima della pandemia, tuttavia gli amici me ne scrivono. Le città cinesi sembrano rianimate, ma l’effetto del rallentamento della crescita ancora non è chiaro – sottolinea Berrini -. È recente la notizia dei licenziamenti alla Foxconn, che era il simbolo della Cina che diventava fabbrica del mondo. È cambiato l’atteggiamento nei confronti dell’autorità, l’insofferenza per le politiche di zero-Covid».

Impensabili anni fa immagini di proteste come quelle che da Shanghai hanno fatto il giro del mondo. «Shanghai si è letteralmente ribellata – conclude lo scrittore e editore -, addirittura nei giorni del Congresso del Pcc a Pechino sono comparsi degli striscioni di protesta. Non sappiamo che effetto avrà il progressivo disaccoppiamento dell’economia cinese e di quella occidentale, né sappiamo se davvero si realizzerà. L’Asia cambia, si trasforma e ci sorprende, è questa la sua cifra».


* In foto, un hutong di Pechino

Un orizzonte carbon free per i cinesi?

Con 11,47 gigatonnellate di CO2, il 30% a livello globale, la Cina si è classificata come il Paese maggior produttore di emissioni del 2021, facendo peggio di Stati Uniti, India ed Europa messi insieme. Eppure i dati raccontano una realtà differente non appena si cambia prospettiva: se si considerano le emissioni pro capite, infatti, i cittadini americani e canadesi producono quasi il doppio di CO2 rispetto a quelli cinesi. Secondo quanto riportato dal Global carbon budget 2022, pubblicato durante la Cop27, le emissioni cinesi da combustibili fossili sono diminuite dello 0,9% (anche a causa dei ripetuti lockdown), mentre quelle americane sono aumentate dell’1,5% e quelle indiane sono schizzate del +6%.

La Repubblica popolare cinese (Rpc), all’alba del terzo mandato come segretario generale del Partito comunista cinese (Pcc) di Xi Jinping, sta dimostrando di aver preso sul serio la questione ambientale. Ne è una prova la riapertura delle comunicazioni con Washington, avvenuta lo scorso 14 novembre in un incontro a margine del summit G20 di Bali, durante il quale i leader dei due Paesi, per la prima volta faccia a faccia da quando Joe Biden si è trasferito alla Casa Bianca, hanno concordato sull’importanza di riprendere la cooperazione in campo climatico, interrotta dopo la visita a Taiwan di Nancy Pelosi ad agosto. Pechino prosegue verso la costruzione di una “civiltà ecologica” (shengtai wenming in cinese), concetto inserito nello statuto del Pcc proprio per volere di Xi nel 2012, che propone un modello di sviluppo economico in armonia con l’ambiente. In linea con gli sforzi dell’ultimo decennio, la Rpc continua la sua transizione ecologica a velocità sostenuta, investendo sempre di più nell’implementazione, nella ricerca e nello sviluppo di energie e tecnologie verdi, con l’obiettivo di diventare leader globale nel campo della sostenibilità.

«Il consumo complessivo di energia rinnovabile in Cina è paragonabile a quello europeo, vale a dire che, tra gli usi finali di energia, il 10-20% è rappresentato da rinnovabili – afferma Nicola Armaroli, chimico e dirigente di ricerca presso il Cnr -. Quanto alle nuove installazioni annuali, la Rpc è al primo posto per capacità fotovoltaica, eolica e geotermica a livello mondiale. In alcuni di questi settori, come quello fotovoltaico, è il primo produttore in assoluto». Tra il 2010 e il 2018, la presenza dei pannelli fotovoltaici cinesi sul mercato globale ne ha comportato l’abbassamento dei costi di quasi l’80%. Allo stesso tempo, però, su questa super produzione sono piovute diverse accuse di sfruttamento dei lavoratori, soprattutto quelli della Regione autonoma uigura dello Xinjiang.

Anche la produzione pro capite di energia pulita sta velocemente raggiungendo quella dei Paesi più sviluppati, tanto che «per quanto riguarda l’energia eolica, la Cina ha già superato l’Italia, mentre quella solare è leggermente inferiore nonostante la crescita sia molto elevata. Nella Rpc il fotovoltaico ha un tasso di crescita del 21% all’anno, mentre in Italia è del 5%: i cinesi installano a una velocità quattro volte superiore alla nostra. Se invece consideriamo le rinnovabili nel loro complesso, nel 2021 la capacità di produzione pro capite è aumentata del 34% in Cina. Lo stesso parametro negli Stati Uniti si è attestato al +14%, mentre nel nostro Paese non ha superato il +4%.» Tra le motivazioni che spingono Pechino a diventare sempre più green non si può escludere il desiderio di autosufficienza energetica.

«La Cina è una nazione grande, popolosa e nel bel mezzo di uno sviluppo economico vertiginoso – continua Armaroli -. Vuole essere padrona del proprio destino: implementando il sistema delle energie rinnovabili smette di dipendere dai combustibili fossili, legati drammaticamente alle importazioni da Medio Oriente e Russia. Quello dell’energia pulita, inoltre, è senza alcun dubbio il settore che più di tutti può creare nuovi posti di lavoro e dare maggiori prospettive di uno sviluppo economico sano ai giovani». In un Paese in cui la disoccupazione giovanile si attesta al 20%, infatti, le professioni “verdi” crescono inesorabilmente in ogni ambito; anche l’educazione climatica è sempre più presente nelle scuole, contribuendo così alla consapevolezza dei cittadini cinesi. Una consapevolezza, va da sé, sempre guidata e delimitata dal Partito.

Certo è che il totale abbandono dei combustibili fossili non avverrà dall’oggi al domani neppure in Cina. L’estate appena trascorsa è stata la più calda in assoluto per diversi Paesi del mondo: ad agosto l’Europa ha registrato 1,72 gradi in più rispetto alla media del trentennio 1991-2020, mentre la Cina ha toccato temperature fino a 44 gradi. La Rpc ha visto anche l’intensificarsi di fenomeni atmosferici estremi: se nel 2021 le piogge avevano travolto la provincia dello Henan, causando almeno 398 morti, quest’anno alcuni tratti del fiume Yangtze, il terzo più lungo al mondo, che provvede al fabbisogno di acqua potabile di più di 400 milioni di persone, sono stati colpiti dalla siccità, con una diminuzione anche del 40% delle piogge rispetto al normale. A risentirne enormemente è stato il Sichuan, provincia dipendente per l’80% dall’energia idroelettrica, che ha dovuto sospendere o limitare le attività produttive di migliaia di fabbriche e razionare il consumo di energia domestica. Per ovviare alla mancanza di energia, e garantire così «la stabilità sociale ed economica» del Paese, il governo ha deciso di ricorrere al carbone.

«Purtroppo quasi nessun Paese è pronto ad affrontare ondate di calore estreme o crisi di forniture energetiche senza ricorrere a un maggior uso di combustibili fossili – ribadisce Armaroli -. Anche in Europa stiamo facendo lo stesso: la scarsità di gas russo ci spinge a tenere attive le centrali a carbone più a lungo del previsto. Credo che ogni situazione debba essere valutata singolarmente. In ogni caso, nemmeno nuovi impianti nucleari o a carbone sarebbero indicati laddove c’è siccità, perché necessitano di grandi quantitativi di acqua per il raffreddamento. Ma la Cina, in fatto di rinnovabili, ha intrapreso la strada giusta».

Xie Zhenhua, rappresentante speciale della Rpc alla Cop27, ha riaffermato la determinazione del Dragone a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060, come aveva già annunciato il presidente Xi Jinping nel settembre 2020. Secondo il Climate action tracker (Cat), un istituto di ricerca sulle scienze e le politiche climatiche con sede a Berlino, se Pechino raggiungesse l’obiettivo del 2060 ridurrebbe le proiezioni sul riscaldamento globale di circa 0,2-0,3 gradi centigradi. «Non so se la Cina manterrà fede alle sue promesse – continua Armaroli -. Se si considerano in modo pragmatico gli obiettivi di neutralità carbonica, probabilmente nessun Paese riuscirà a centrarli, a meno che non ci si impegni al massimo. Paradossalmente gli unici che stanno correndo in questa direzione sono i cinesi, ma nemmeno la loro velocità attuale è sufficiente per raggiungere la decarbonizzazione entro il 2060. Dovranno correre ancora più veloci».

 

* Una immagine di Pechino, dominata da una foschia dovuta ad una tempesta di sabbia e allo smog, 15 marzo 2021