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Breve diario di una quarantena cinese

La mattina del 5 novembre mi sveglio con un pensiero preciso: trovare una buona ricetta per il pandispagna. Attardandomi per un po’ a letto prendo il telefonino poggiato sul comodino, attivo la mia fidata rete Vpn, perché senza di quella Google in Cina non funziona, e mi do alla ricerca di una ricetta. È sabato, sono le otto e mezza, non lavoro e dunque ignoro serenamente i messaggi sulla chat a cui certamente risponderò dopo. Al momento è più importante la ricetta per il pandispagna che mi serve a comporre la torta con cui celebrare il ricongiungimento con la mia compagna, un momento atteso da ben quattordici mesi.

Felice di aver trovato una ricetta convincente e con una giornata davanti per dedicarmi alla pasticceria, apro la chat. Una comunicazione sul gruppo degli insegnanti stranieri dice che «ieri due provette hanno dato risultato anomalo». Due provette significano quaranta persone. Di questi tempi i tamponi devono essere fatti di solito ogni 48 ore, spesso ogni 24, e data l’obbligatorietà sono gratuiti. La gratuità per milioni di persone impone risparmio e per questo i tamponi sono anche di gruppo, cioè se ne infilano da dieci a venti insieme nella stessa provetta e si analizzano come se fossero uno solo. Nel nostro specifico caso sono venti. Quaranta persone improvvisamente si trovano con il codice sanitario rosso, cioè totalmente impossibilitate a uscire da casa per qualsiasi motivo, anche se questo fosse un qualsiasi grave bisogno sanitario; un numero imprecisato di molte altre persone che hanno percorso la stessa strada, sono entrate nello stesso locale o hanno frequentato la stessa lezione degli appestati, si ritrovano con il codice giallo, sono cioè solamente autorizzate a recarsi nel presidio sanitario (spesso una struttura simile a un chiosco) più vicino per fare un tampone e possono farlo solo ad orari specifici dedicati ai codici gialli. Il pandispagna evapora dai miei pensieri che immediatamente diventano ansiosi correndo all’idea che il codice non sia più verde.

Il mio codice è ancora verde. Sono passati non più di dieci minuti da quando mi sono svegliato e sono ancora a letto mentre ricevo una raffica di messaggi da un’amica cinese. Il messaggio più importante dice: «Mi ha detto una mia collega che l’università entrerà a brevissimo in lockdown. L’emporio del campus è ancora aperto e si trova qualcosa: sbrigati ad andare!». Non so se per panico o per istinto mi vesto immediatamente, mi lavo i denti (o forse no, difficile da ricordare) e comincio a camminare verso il piccolo emporio. In realtà non so neppure cosa dovrei comprare perché avevo fatto una grossa spesa, più grossa del solito, giusto il giorno prima. Era stata una spesa da rifornimento da bunker in attesa dell’inverno nucleare, proprio perché il precedente lockdown si era concluso appena dieci giorni prima e avevo dato fondo alle mie provviste. Era durato due settimane ed era stato particolarmente duro, perché improvviso e perché arrivava a circa un mese di distanza da quello precedente che era cominciato esattamente come questo: un messaggio tra le sette e cinquanta e le otto del mattino.

Mentre cammino, rassegnato all’idea di un’imminente nuova chiusura, continuo a pensare a cosa dovrei comprare. Forse mi servono delle uova e un paio di melanzane, sicuramente tre cipolle. Probabilmente mi sfugge qualcosa. Hanno le idee molto più chiare gli studenti che vedo camminare in senso opposto al mio; tengono sacchetti di plastica trasparente contenenti noodles precotti, carne secca, frutta secca, carta igienica e salviette umidificate. Gli studenti generalmente condividono una stanza in quattro, non hanno una cucina e dunque neppure il lusso di pensare a quante cipolle potrebbero servire durante il prossimo, indefinito lockdown, a meno che non vogliano mangiarle crude. L’ingresso dell’emporio è appena stato transennato e uno dei commessi urla «non si compra più» (o forse «non si vende più», per me che parlo poco cinese il suono di questi due verbi è indistinto).

Per fortuna l’amica che mi aveva avvisato si trova ancora dentro il negozio e dunque le chiedo di comprarmi delle uova, due melanzane e tre cipolle. Mentre aspetto fuori arriva un altro messaggio: «Si prega di non uscire da casa e di aspettare future istruzioni». Ci avviamo lentamente verso casa, consapevoli che per un tempo imprecisato quella sarebbe stata la nostra ultima passeggiata. Sistemo la spesa. Ho dimenticato i pomodori.

Le “future istruzioni” non tardano troppo ad arrivare e si esemplificano con un “non uscite per nessun motivo e aspettate altre istruzioni”. Tutto come da copione, così come era già successo intorno al 10 ottobre e, ancora prima, a fine agosto: «State a casa e aspettate istruzioni». «Data la grave situazione, oggi tutti i residenti nel campus dovranno fare il test dell’acido nucleico dalle 14 alle 18. Non uscite da casa». Mi chiedo dove sarà allestito il punto per fare il test: lo faranno porta a porta come nella scorsa quarantena o, come in quella di fine estate, avremo la possibilità di camminare fino all’ambulatorio del campus? Intanto un nuovo messaggio dice che il pranzo verrà consegnato entro pochi minuti dai volontari.

Apprezzo il pensiero ma non voglio sprecare cibo e confezioni di plastica quindi ringrazio e chiedo, sempre nella chat degli insegnanti stranieri, che non mi sia consegnato nessun pasto pronto. Il pranzo mi viene recapitato lo stesso, nella sua bella scatola di plastica verde accompagnato da bacchette monouso. La chat degli insegnanti è la fonte ufficiale di istruzioni, la finestrella da cui ricevere notizie. E istruzioni.

Sono le due e venti e le istruzioni ancora non arrivano, ma cominciano a circolare foto e video di file lunghissime ai campi da basket, dove è allestito un punto di raccolta campioni. «Recatevi al campo da basket per fare l’acido nucleico, indossate la mascherina e non assembratevi». Le istruzioni non specificano come fare a non assembrarsi in un campus in cui tra studenti e residenti vivono circa ventimila individui che contemporaneamente devono recarsi in uno degli unici due luoghi indicati per fare il test. Dal giorno successivo altre istruzioni indicheranno altri luoghi. Torno a casa intorno alle cinque. Alle sei mi consegnano il pasto serale non richiesto e la colazione per il giorno dopo. In Cina si cena presto.

C’è poca luce e dalla finestra vedo passare solo personale avvolto in tute di plastica bianca. Sembrano fantasmi. Durante la precedente quarantena uno di questi fantasmi che era venuto a farmi il tampone sulla soglia di casa mi aveva chiesto «mi riconosci?». È facile dimenticarsi che ci sono esseri umani sotto così tanta plastica e mascherine e che dietro gli schermi protettivi quegli occhi stanchi, che non vediamo più, forse ci conoscono. «Mi riconosci?». Anche se la plastica era così tanta da non distinguere le forme del corpo, avevo distinto la voce di una donna. «È la signorina Wang?». «Sì». La signorina Wang è la persona che ci scrive i messaggi, ascolta le richieste di noi insegnanti stranieri, fa da tramite con i vertici dell’università e riceve anche tutte le nostre lamentele. Adesso fa anche la volontaria. Per questa giornata non ci sono più istruzioni.

Xi Jinping e la strategia zero-Covid, la crisi del terzo anno

Hesuan è la parola cinese usata per indicare il tampone molecolare per il Covid. Un termine diventato in questi anni parte della quotidianità di centinaia di milioni d’individui, dalle città alle campagne, in quanto rappresenta il requisito necessario per accedere alla vita di ogni giorno. Il risultato del tampone è infatti direttamente collegato ad una specifica applicazione sullo smartphone, simile al green pass, che deve essere esibita per avere accesso ad uffici, centri commerciali, taxi, scuole, negozi, ristoranti, hotel, autostrade, stazioni ferroviarie, aeroporti e via discorrendo. È, in pratica, il lasciapassare che garantisce l’idoneità dell’individuo alla circolazione. Il risultato del tampone ha una validità massima di 72 ore, tuttavia tale validità è discrezionale, in quanto può essere ridotta a 48 o a 24 ore a seconda della presunta gravità della situazione in termini di trasmissione del contagio in un’area specifica del Paese, di una città o di un quartiere. Più alta è la soglia di allerta, più si riduce l’intervallo richiesto tra i tamponi. Decidere come e quando effettuare una variazione della validità temporale del tampone è responsabilità delle autorità locali le quali, pur seguendo direttive generali impostate dal governo centrale, agiscono con effettiva autonomia nelle loro decisioni.

Tanchuang è invece la parola cinese usata per indicare un problema con lo status del green pass. Letteralmente significa “pop-up” e infatti denota l’apparizione di una finestrella nell’applicazione che segnala all’utente di essere passato in una zona a rischio o di essere entrato a contatto diretto o indiretto con un caso di Covid. In questa circostanza è obbligatorio segnalare alle autorità di quartiere la situazione, entrare in quarantena domiciliare volontaria per tre giorni (o più a seconda dei casi) ed effettuare un tampone quotidiano. Al conseguimento di tre tamponi negativi di fila la finestra verrà debitamente rimossa.
Convivere con l’hesuan e il tanchuang è diventata una routine consolidata per ogni individuo. Ma se a tale prassi si aggiungono lo spauracchio dei lockdown, le quarantene domiciliari, le continue, variabili restrizioni alla circolazione tra le città rese ancor più problematiche dalle implicazioni tecniche che regolano i diversi green pass (ogni municipalità ne ha uno proprio) e, in ultimo, le limitazioni alla circolazione internazionale, si può comprendere come – a quasi tre anni dall’inizio della pandemia – uno strisciante stato di ansia si sia insinuato in buona parte della popolazione cinese, in special modo quella urbana.

Una delle ragioni primarie per cui in Cina si guardava con crescente attesa al ventesimo Congresso nazionale del Partito comunista, tenutosi lo scorso ottobre, consisteva nella speranza di vedere un allentamento nella politica zero-Covid propugnata con ferma decisione dalle autorità. Mesi prima del Congresso tra la gente di Pechino giravano storie, più o meno insistenti, che qualcosa sarebbe cambiato, ma a dire il vero la sensazione era che tali storie fossero lì a dar voce a un ottimismo velleitario, più che a realistiche aspettative. Tuttavia a poche settimane dalla fine del congresso sono affiorati segnali di un potenziale ammorbidimento di alcuni provvedimenti anti-Covid. Tra questi, misure meno rigide sul tracciamento e la quarantena da applicare a chi sia stato esposto a contatti indiretti con casi di Covid, la riduzione della quarantena centralizzata per chi viene dall’estero da sette a cinque giorni (a cui vanno però sempre aggiunti i soliti tre giorni da passare a casa) e, in ultimo, le politiche di contenimento del contagio adottate nelle ultime settimane a Canton e, in parte, a Pechino. Canton è la megalopoli meridionale capoluogo della regione più ricca della Cina. Qui la risposta all’improvviso picco di migliaia di contagi giornalieri non è stata il lockdown dell’intera città, come accaduto nella primavera scorsa a Shanghai. Attraverso una serie di lockdown e quarantene circoscritte a precise aree urbane si è cercato di limitare l’effetto del contagio con risultati, almeno all’inizio, piuttosto incoraggianti, evitando così di fermare in blocco una città di 18 milioni di abitanti che rappresenta un motore commerciale ed economico d’importanza fondamentale.

A Pechino, città assai sensibile al benché minimo innalzamento dei contagi, nel mese di novembre si è passati in un paio di settimane da una dozzina di casi giornalieri a qualche centinaio. Fino a qualche mese fa ciò avrebbe garantito un lockdown pressoché immediato, invece stavolta si è cercato di seguire l’esempio del contenimento più chirurgico adottato a Canton. La maggior parte delle scuole non è stata immediatamente chiusa, ciò costituisce un altro indizio chiave nel cambio di atteggiamento delle autorità locali e distrettuali, le quali sembrano avere acquisito maggiore discrezionalità nelle loro decisioni. Nonostante l’apparente ammorbidimento dell’approccio al Covid, la situazione in alcuni centri del Paese è comunque tesa. A Canton a metà novembre la rabbia di alcuni abitanti di un circondario in lockdown è sfociata in un confronto violento con le forze dell’ordine: un episodio di malcontento che, sfortunatamente, forse non sarà l’ultimo vista l’ansia e le frustrazioni che si sono accumulate sotto traccia in questi anni di pandemia nel Regno di Mezzo.

Frustrazioni che emergono a volte anche nelle piccole cose, in parole o atteggiamenti che catturano spesso in modo esemplare il polso della situazione. In un post su una piattaforma social diffusissima in Cina, un amico cinese si è lamentato delle lunghe file per effettuare i tamponi, risultato dell’improvvisa chiusura di molti chioschi disseminati a Pechino. Al che un suo amico ha replicato ironico: «Ma come, fino all’altro giorno ti lamentavi perché dovevi fare il tampone, e ora ti lamenti perché non ci sono abbastanza chioschi?».

Ma quando finirà questa situazione? Qual è la strategia sanitaria per affrontare l’inevitabile innalzamento dei contagi? Nuovi lockdown? O accesso ai vaccini stranieri? Qual è la roadmap per un’uscita, anche graduale ma almeno chiara, del Paese da una situazione dai tratti sempre più kafkiani e visibilmente controproducente? La lista dei punti interrogativi invece che diminuire, aumenta. E oggi, come ieri, di certo in Cina c’è solo l’incertezza.

La resistenza creativa di Hong Kong

Nel 2014 la rivolta nonviolenta del movimento degli ombrelli vide migliaia di giovani riversarsi per le strade di Hong Kong. Chiedevano suffragio universale e il rispetto della libertà civili e di pensiero che, negli anni, avevano permesso lo straordinario sviluppo anche sociale della ex colonia britannica (ritornata alla Cina nel 1997). Ora, purtroppo, il panorama è molto cambiato, come racconta Ilaria Maria Sala nel libro L’eclissi di Hong Kong (Add editore).

Arresti indiscriminati, la chiusura del museo del massacro di Tiananmen, i sindacati costretti allo scioglimento, la chiusura di testate indipendenti come l’Apple daily e il suo fondatore Jimmy Lai in carcere. Il quadro che lei traccia nel suo libro presentato a Milano per Bookcity è sconfortante. Rischia di peggiorare ancora dopo il Congresso che ha consacrato Xi per il terzo mandato?
Dal 2020 ad oggi è chiaro che ciò che accade a Hong Kong è deciso a Pechino: il governo locale ha solo il compito di eseguire. Questo significa una forte repressione, e per il futuro non mi aspetto un cambiamento per il meglio. Del resto, questo è il riflesso di quanto avviene in Cina. E fin quando la tendenza cinese sarà verso la chiusura e il controllo è difficile illudersi che a Hong Kong possa toccare qualcosa di più roseo.
La grossa differenza rimane però nella società locale, che non è assuefatta a un’atmosfera di questo tipo, e continua a cercare di esplorare i limiti del possibile, con notevole determinazione.

Cosa resta del pacifico movimento degli ombrelli del 2014? E che fine ha fatto quello pro democrazia che nel giugno del 2020 fu messo a tacere dall’imposizione della legge sulla sicurezza nazionale?
Molti leader di questi movimenti sono in prigione, molti altri sono in esilio. Anche tanti loro sostenitori sono nella stessa situazione – diverse migliaia di manifestanti sono in attesa di processo – ma dobbiamo considerare anche le centinaia di migliaia di persone che sono andate via da Hong Kong, per timore o per il rifiuto di ciò che il governo stava facendo alla loro città. Chi è rimasto è ancora alle prese con il trauma per tutto ciò che è successo. Le forme di resistenza vanno cercate in segnali meno vistosi. Come le gallerie d’arte e le librerie indipendenti che continuano ad aprire, o le testate online che cercano di occupare gli spazi disponibili – in particolare su arte, design, cucina etc.- per mantenere viva l’identità e la cultura di Hong Kong.

In Eclissi di Hong Kong racconta la creatività del movimento di protesta che sa esprimere il proprio dissenso anche inventandosi code interminabili a Yuen Long per acquistare dolci. Ci può dire di più?
Il movimento di protesta è riuscito ad essere molto creativo anche grazie ai metodi organizzativi che si era dato, con un ricorso molto ampio ai forum e ai social. Fin qui Internet è stato completamente libero (le cose stanno cambiando, però). Bisogna anche considerare che i manifestanti ad Hong Kong chiedevano più diritti e il mantenimento delle libertà: parliamo di una società che è abituata alla libertà e che ha paura di perderla. Il pensiero libero e creativo fa parte di quello che ha sempre conosciuto, contrariamente a Paesi dove le rivolte vengono fatte per ottenere, finalmente, libertà agognate che non si sono mai sperimentate.

Il movimento di Hong Kong ha utilizzato modalità non violente che – mutatis mutandis – oggi vediamo in azione nelle proteste in Iran, con ragazzi e ragazze che, contro ogni divieto, mangiano insieme in mensa, cantano, con le ragazze che si tolgono il velo, sfidando il regime. In Cina però non c’è un regime teocratico, perché ha censurato e represso la vita culturale e politica di Hong Kong?
I regimi come quello cinese non saranno teocratici, ma hanno fatto del Partito una sorta di religione, per cui alla fine le differenze sono meno profonde di quello che sembra. In entrambi i casi, si tratta di regimi che vogliono mantenere il controllo ed il potere, e che lo fanno in nome dell’ideologia o di un dio trascendente. Il dopo Tiananmen cinese ha visto un crescente controllo e, fino a pochi anni fa, una corrispettiva libertà economica. Ora sembra che il governo cinese sia disposto a sacrificare la crescita economica pur di mantenere la “linea” politica. Vedremo nei prossimi anni se questa sarà davvero la direzione che la Cina vuole darsi.

Sembra lontanissima l’epoca in cui Deng teorizzava «un Paese, due sistemi». Pensa che la sottomissione apparentemente “incruenta” di Hong Kong faccia pensare a Xi Jinping di poter fare lo stesso con Taiwan?
Credo che Xi sappia benissimo che le due situazioni non sono paragonabili, indipendentemente da quello che sceglierà di fare in futuro. Hong Kong è sotto piena sovranità cinese dal 1997 e questa è la realtà, nonostante le promesse di libertà, di suffragio universale e di autonomia. A Taiwan la situazione è diversa. Non è governata da Pechino dal 1949. Ogni decisione presa ad ogni ora a Taiwan viene presa senza consultare Pechino. Per cui non sarebbe davvero “incruento” controllare Taiwan, in particolar modo ora che l’esempio di Hong Kong ha sancito che le autonomie promesse non sono mantenute nel tempo. Deng aveva teorizzato la formula «un Paese, due sistemi» proprio per Taiwan, e Hong Kong doveva servire come dimostrazione che funzionava benissimo. Ma non è andata così.

C’è il rischio di una presa militare di Taiwan?
Se anche ipotizzassimo una presa militare di Taiwan (e gli esperti ci dicono che non è affatto così semplice) il controllo della popolazione, che è tre volte e mezza quella di Hong Kong, sarebbe tutt’altra cosa. Ciò che è più ipotizzabile, e contro cui Taiwan sta cercando di prendere misure, sono per esempio degli attacchi cyber, che potrebbero destabilizzare molte infrastrutture taiwanesi, o la presa di controllo di alcune personalità politiche tramite la corruzione, nuovamente con il potenziale di creare il caos nella società. Credo però che questi non siano scenari imminenti, anche perché la Cina non sta attraversando un periodo facile, e ha grossi problemi interni da affrontare. Ma non voglio fare previsioni per il futuro!

Hong Kong è sempre stata una città cosmopolita, una città che accoglieva rifugiati e persone scappate dalla Cina e più in generale «una città aperta al mondo», come lei scrive. Che ne è oggi, dopo due anni di pandemia e di repressione? Cosa resta della sua grande vivacità anche culturale, dove si è rifugiata?
Le restrizioni sanitarie stanno cominciando molto lentamente ad essere discusse, visto che il rischio sta diminuendo. Continua ad essere obbligatorio indossare la mascherina, e in alcuni casi il governo sta dando indicazioni davvero ridicole (chi si reca a fare hiking o gare di resistenza sulle montagne di Hong Kong è autorizzato a togliere la mascherina e «consumare banane ma senza parlare»…). Detto questo si ricomincia ad intravedere una possibilità di normalità. Solo quando saremo usciti da questa specie di bambagia sanitaria potremo cominciare a tirare delle somme, e capire che tipo di territorio è divenuto Hong Kong: la quantità di persone che sono partite o scappate è impressionante, e questo è un dato.

Ma gli spazi di libertà per chi resta sono reali?
Le aree che fanno più paura sono quelle legate all’educazione: all’interno di scuole e università gli spazi per i dibattiti sono stati severamente ridotti, e in molte biblioteche sono stati tolti alcuni titoli “troppo” politici dagli scaffali. Come cambierà l’education è uno dei temi più scottanti e che maggiormente influenzeranno le prossime decadi.

In che modo la creatività cinematografica hongkonghese riuscirà ad esprimersi malgrado i nuovi parametri?
Sappiamo già da ora che molti film non possono più essere proiettati a Hong Kong, se sono visti come “sovversivi”.

Taiwan, l’isola sospesa

Anno 2100. La crisi climatica ha costretto gli esseri umani a migrare sott’acqua. La saturazione dei social media, i regimi capitalisti e le guerre per i confini emersi e sommersi piagano l’umanità. Per Momo, famosa estetista, il mondo è «avvolto da una membrana». Questo e tanto altro nel romanzo del taiwanese Chi Ta-wei, pubblicato ora da Add Editore, intitolato, appunto, Membrana. Classico della letteratura speculativa cinese, più attuale che mai. Si fatica a credere che sia stato pubblicato per la prima volta nel 1995.

Cominciamo dal titolo. Chi Ta-wei, cosa rappresenta la membrana? Pensa che ce ne sia una anche su Taiwan?
Il titolo è volutamente aperto. Fra le ragioni della mia scelta, c’è la mia ossessione per la pulce d’acqua. Nelle letterature e nelle culture popolari dell’Asia orientale si usa paragonare gli esseri umani a piccoli animali o insetti, tutti organismi dotati di una membrana che funge da mezzo di separazione e connessione, e che per me allude alla solitudine e all’isolamento umani. Mentre scrivevo c’era l’immagine di una cupola scudo difensiva che continua a esserci ora che penso al sequel. Che Taiwan sia protetta da una sorta di membrana? Forse. Ma è più che altro un motivo tipico della fantascienza.

Uno dei temi principali del romanzo è la memoria. Perché è così importante? Pensa che Taiwan, come Momo, abbia fatto i conti con la propria?
Membrana è un’allegoria obliqua (non ovvia) degli sforzi dei taiwanesi per restaurare la propria storia un tempo negata. Negli anni 90 c’è stata l’esigenza dei popoli di riesaminare il passato. Uso il plurale perché non parlo solo dei taiwanesi ma dei cinesi, dei tedeschi e degli abitanti dell’Europa dell’Est. Il racconto delle cicatrici della Rivoluzione culturale, il crollo del muro di Berlino e la fine dell’Urss hanno impressionato tutti i taiwanesi (rattristati per l’assenza nella Cina odierna di quel coraggio in questo senso). Non volevo scrivere un romanzo sulla geopolitica. Studioso di letteratura e interessato dalla vita gay notturna ho scritto un libro queer che omaggia la Storia a modo suo.

Momo affronta un processo di ricostruzione identitaria. Può dirci di più? Pensa che Taipei abbia portato a termine questo percorso?
Momo è un’allegoria indiretta non solo mia (che mentre scrivevo imparavo ad accettare ed esprimere la mia identità gay), ma anche di Taiwan dove la legge marziale è stata abrogata nel 1987. Fra il 1949 e il 1987 abbiamo vissuto sotto un regime; il partito di Chiang Kai-shek ha agito incontrollato, oltre ad aver cancellato l’eredità giapponese dell’isola. Con Membrana volevo rimediare: ci sono molti riferimenti all’influenza giapponese, a compensarne la cancellazione, mentre la presenza di un’azienda diabolica – che oggi fa pensare a Elon Musk – può rimandare a diverse entità: il neoliberismo americano; la Repubblica popolare cinese in parte, ma anche il partito di Chiang! La mia identità politica è cambiata negli anni. Prima mi sentivo sia cinese che taiwanese, adesso mi sento un taiwanese con influenze giapponesi e cinesi; in molti si sentono come me. Ci sono esempi simili anche in Europa: a Barcellona sono catalani o spagnoli? Chi vive in Irlanda del Nord si sente inglese o irlandese? Gli ucraini sono russi?

Il suo è libro è stato definito “predittivo”. Fra gli scenari più drammatici c’è quello della migrazione globale a causa dalla crisi climatica. Pensa accadrà? Come affronta la questione Taiwan?
Molti segnali di ciò che viviamo oggi erano già nell’aria allora, ma non avrei mai immaginato che la situazione sarebbe degenerata tanto. Anche in Asia orientale c’è stato l’innalzamento delle temperature ma siamo più o meno abituati e non ci lasciamo spaventare, basta accendere i climatizzatori. Mi sembra che gli europei ne soffrano di più. Credo che a Taiwan dovremmo essere più comprensivi e fare qualcosa: meno teoria e più pratica. La crisi climatica è un tema a me caro e di cui vorrei parlare in seguito.

In Membrana si combatte per i confini nazionali. Migrazioni, guerre e crisi climatica sono strettamente legati. Cosa ne pensa della questione dei confini?
Questa combinazione di fattori dolorosa e fatale è una cosa a cui non pensavo negli anni 90. Credo che i problemi e le politiche dei confini siano per i taiwanesi temi familiari e sconosciuti al tempo stesso. Quando negli Usa si parlava del confine con il Messico e in Europa del Mediterraneo mi è parso non ci sia stato interesse. Questo fino alla pandemia, quando anche noi abbiamo provato, e proviamo, le restrizioni. Taipei ha riaperto le frontiere solo un mese fa! Più familiari, invece, le controversie al riguardo: l’ammissione dei visitatori dalla Cina continentale è stata molto discussa negli anni 80. Durante la Guerra fredda, chi osava attraversare lo stretto di Taiwan veniva condannato o imprigionato. Ora ci si chiede se accettare o meno gli abitanti di Hong Kong e i tibetani che ci chiedono asilo politico. Molti lamentano lentezza nell’accettarli, altri provano sentimenti contrastanti. Tra i richiedenti asilo, ad esempio, come distinguere chi sostiene davvero Taiwan da chi no? È nota la presenza di agenti cinesi nel mondo. Io sono per accettarli, ma capisco i timori. Subiamo di continuo attacchi hacker cinesi, e sempre di frontiere si tratta.

Quanto è cambiata Taiwan dalla pubblicazione di Membrana?
Molto. Uno dei temi chiave del libro è la fuga. Io stesso volevo e sono fuggito per un soggiorno di undici anni negli Usa, da dottorando e poi da docente universitario. Non ero sicuro dell’apertura di Taipei verso la comunità gay, il che mi preoccupava più di un ipotetico attacco militare. È stato naturale immaginare che i miei personaggi volessero scappare. Al mio ritorno, nel 2010, mi sono subito accorto di quanto Taiwan era mutata: più gay-friendly, vivibile e godibile per persone queer come me. Non mi interessa tornare negli Usa, non voglio più fuggire, ma continuare a impegnarmi per ri-stabilirmi e vivere al meglio la mia vita qui.

Cosa ne pensa dell’attenzione nei vostri confronti da parte dei media?
Ne sono grato e so che i miei libri riscuotono successo anche per questo. Vorrei lanciare un messaggio ai media internazionali: “Per favore, osservate Taiwan, ancora più da vicino, con maggiore attenzione e venite a vivere quello che vedete qui”. In troppi semplificano, per esempio, elogiando il governo per i progressi nei diritti Lgbtq+, lettura ingiusta verso tutti quegli anonimi cittadini che si spendono da decenni per la battaglia. Bisogna spostare i riflettori dalla classe politica alla cittadinanza, che realizza cambiamenti reali a caro prezzo. Credo che alcuni presentino Taiwan come un asset ora degli Usa, ora della Rpc; come una carta nel loro gioco. Trovo imbarazzanti i giornalisti che gongolano a ogni minaccia di Pechino. I professionisti devono trattare ogni piccolo Paese per quello che è, non come giocattolo per gli Stati Uniti o la Cina. È vitale nonché etico ascoltare le persone coinvolte.

Non è un partito per donne

Per la prima volta in venticinque anni, a comporre il Politburo non c’è nemmeno una donna. Non succedeva dal 1997 quando una pratica informale – una delle tante norme non scritte che regolano le dinamiche interne – aveva stabilito la presenza di almeno un membro in rappresentanza dell’“altra metà del cielo”. Ma il XX Congresso del Partito comunista cinese (Pcc) ha aperto una fase completamente nuova, anche se molte delle novità inaugurate, in realtà, erano state previste da tempo dagli analisti. Nonostante ciò, non pochi sono rimasti stupiti e delusi nel constatare che l’uscente Sun Chunlan, meglio nota ai media occidentali come l’Iron lady chiamata a gestire la crisi sanitaria del Paese, non abbia trovato nessuna erede a cui passare il testimone. Per quanto riguarda il Comitato centrale, invece, la situazione è rimasta pressoché identica con 11 donne su un totale di 205 membri, rispetto alle 10 su un totale di 204 del 2017 (XIX Congresso). In un partito che attualmente conta 96 milioni di membri all’attivo di cui il 29% di sesso femminile, inoltre, nessuna donna ha ancora mai fatto parte del Comitato permanente del Politburo, l’organo più potente del Pcc, traguardo che per gli osservatori sembra ora più che mai irraggiungibile.

Eppure, impegno e buoni propositi ci sono stati e ci sono, infatti proprio durante il discorso di apertura il presidente Xi Jinping ha riaffermato la pregnanza e la centralità della questione di genere, di cui una testimonianza è stata l’approvazione dell’emendamento, come riportato il 31 ottobre scorso dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, alla legge sulla protezione dei diritti e degli interessi delle donne, promulgata nel 1992 e rivista prima nel 2005 e poi nel 2018. Tra le varie novità apportate, in vigore dall’1 gennaio 2023, la più importante è sicuramente la delineazione ancora più dettagliata della, non poco nebbiosa, definizione di “molestia sessuale”, chiarificazione resa necessaria anche in seguito alle diverse denunce mosse soprattutto dalle attiviste del #MeToo cinese; nel testo trovano inoltre spazio la questione della discriminazione di genere sul posto di lavoro e la responsabilità dei governi locali in caso di mancato adempimento a una legge che secondo molti esperti farà davvero la differenza, mentre secondo altri non segnerebbe alcuna svolta decisiva, anzi.

A questo punto bisogna, però, fare qualche passo indietro sulla linea del tempo, cercando di dare qualche breve riferimento storico. All’indomani della fondazione della Repubblica popolare cinese (Rpc), nel 1949, il Pcc si era prodigato, e non poco, per liberare le donne dal peso di una tradizione millenaria e opprimente, che le aveva relegate per secoli alla dimensione domestica della famiglia, il “dentro” confuciano, in cinese nei. La consapevolezza della impellente necessità di un organo dedicato alle battaglie femminili, e dunque al miglioramento dello Stato in generale, portò alla subitanea fondazione della Federazione nazionale delle donne cinesi, che sin dalla sua creazione, nel marzo del 1949, si affermò come apparato di partito, sottoposto alla supervisione dall’alto e inserito nella più ampia cornice del socialismo. Negli anni di formazione e consolidazione della Rpc si insistette molto sulla partecipazione femminile al lavoro e alla vita sociale, anche attraverso la promulgazione nel 1954 della legge sul matrimonio, di cui Deng Xiaoping volle una nuova versione nel 1980, per porre fine a tutte quelle pratiche anacronistiche, come il concubinato e i matrimoni imposti. Tale legge attestava fra le altre cose che «marito e moglie posseggono pari status in famiglia; hanno pari diritto sulle proprietà famigliari e pari diritti in caso di divorzi». Nonostante l’aumento delle donne lavoratrici, grazie alla nuova legge che conferiva loro la libertà di scegliere la propria occupazione e di partecipare alla vita “fuori”, le discriminazioni di genere restavano comunque problemi all’ordine del giorno: molti erano ancora i genitori, soprattutto nelle zone rurali, che si rammaricavano per la nascita di una bambina; i modelli femminili proposti dal Partito, però, rimanevano tutto sommato rassicuranti e vicini alla tradizione, elementi che ne resero possibile la diffusione.

«I tempi sono cambiati, gli uomini e le donne sono uguali, tutto ciò che i compagni sono in grado di fare, possono farlo anche le compagne». Queste le parole di Mao Zedong riportate dal Quotidiano del popolo nel 1965. In effetti, con il lancio del Grande balzo in avanti, la presenza femminile nel tessuto sociale divenne sempre più comune e più ampiamente riconosciuta come legittima anche da chi continuava ad avere delle riserve al riguardo. L’affermazione del Grande timoniere, che in altre epoche sarebbe stata impensabile, iniziava ad avere un certo riscontro nella realtà e non più solo nella teoria.

Uno dei punti di svolta nella storia del femminismo cinese è sicuramente il Quarto congresso nazionale della Federazione delle donne cinesi, nel settembre del 1978, che ne sancì l’effettiva ripresa dopo l’interruzione, forzata, dei lavori negli anni della Rivoluzione culturale durante la quale veniva promulgata un’uguaglianza “per annullamento”, incentrata sui bisogni materiali e dimentica delle esigenze di realizzazione dell’identità umana – in particolare femminile. Nella Cina di Deng Xiaoping, invece, il nuovo ruolo della donna era quello di prendere parte all’attuazione delle Quattro modernizzazioni; e con l’allentamento della “questione ideologica”, le donne poterono riprendersi un po’ di quella loro identità che erano state costrette a chiudere in uno sperduto baule impolverato insieme a qualche elegante ma dimenticato qipao, per ritornare a indossare gonne e rossetti anche sulla scia delle nuove mode provenienti da Occidente, e a riaccendere i riflettori sulle questioni a loro più care. Non a caso, proprio negli anni Ottanta iniziarono a fiorire gli studi di genere spinti, tra le altre cose, dalla diffusione delle prime traduzioni di opere femministe come Il secondo sesso di Simone de Beauvoir.

Nel corso del nuovo processo di auto-ridefinizione, la Quarta conferenza mondiale sulle donne, tenutasi a Pechino dal 4 al 5 settembre 1995, ha sancito l’inizio di una nuova, importantissima, fase. La Dichiarazione rilasciata alla fine dei lavori e la Piattaforma d’azione sono infatti ancora oggi i testi politici più rilevanti a livello internazionale nel contesto del rispetto dei diritti delle donne. La Piattaforma delineava nello specifico dodici “aree critiche” tra cui povertà, salute, istruzione, inclusione nei processi decisionali e violenza, rispetto alle quali bisognava compiere dei decisivi passi in avanti e prendere dei seri provvedimenti soprattutto a livello governativo, al fine di garantire alle donne di tutto il mondo una vita dignitosa e libera. Lo stesso Xi Jinping, nel 2020, ne ha celebrato il venticinquesimo anniversario, esaltando il ruolo decisivo delle donne impegnate sul campo durante la lotta contro il coronavirus, e ribadendo gli importanti risultati raggiunti sul lungo cammino dell’emancipazione femminile.

Ding Ling (1904-1982), una delle più importanti scrittrici cinesi, in apertura a Pensieri sull’otto marzo, nell’ormai lontano 1942, scriveva: «Quand’è che non sarà più necessario dover mettere in rilievo la parola “donna” e conferirle tanta enfasi?». A oggi, sembra che il momento non sia ancora arrivato e la questione femminile, nonostante gli importanti passi in avanti compiuti, è ancora lungi dall’essere risolta, persino nel nostro “civilissimo” Occidente. Non ci resta dunque che continuare a osservare pazientemente il Dragone, non dimenticandoci, però, di fare i conti con quella che è la nostra situazione attuale, tutt’altro che rosea.

Nella foto: le delegate al XX Congresso del Pcc, Pechino, 16 ottobre 2022

La sfida per un nuovo assetto mondiale

Benessere in cambio della rinuncia ad alcune libertà personali. Un patto durato per molti anni fra cittadini e Partito comunista al governo in Cina. «Ma ora questo patto sta scricchiolando», avverte la sinologa Giada Messetti autrice de La Cina è già qui (Mondadori).
Dopo anni di restrizioni per cercare di raggiungere l’obiettivo Covid zero (anche perché il vaccino cinese poco o nulla ha funzionato), ora il Paese si trova alle prese con crescenti disuguaglianze e il rallentamento dell’economia. Sono tante le sfide che, dopo essere stato incoronato per il terzo mandato, il presidente Xi Jinping deve sostenere sul fronte interno. Al tempo stesso però la Cina è un colosso mondiale con cui né l’Europa né gli Usa possono evitare di fare i conti. Lo si è capito anche dalla visita del cancelliere tedesco Olaf Scholz in Cina e dal faccia a faccia fra Xi e Biden al G20 di Bali, avvenuto dopo il vertice di Samarcanda e l’allargamento dell’organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), nata per volere della Cina con l’obiettivo di creare un blocco economico e geopolitico alternativo all’Occidente.
Le questioni sono tante e interessanti per cercare di intravedere come si profilerà il nuovo orizzonte geopolitico.
Ma in primis cerchiamo di capire con l’aiuto di Giada Messetti cosa sta cambiando nella politica interna cinese, a partire dagli attriti fra cinesi e apparato di Stato.

«Sì, qualcosa si è incrinato e il Partito comunista cinese sta cercando qualcosa che possa sostituire il vecchio patto con i cittadini. Come riuscirà a farlo ancora non è chiaro. Sta spingendo sul nazionalismo, molto incentivato negli ultimi anni», dice la giornalista e autrice tv. Reggerà l’impalcatura ideologica? «Il punto è che mi sembra saltata la capacità di ascolto del Partito», risponde Messetti. «A noi potrà sembrare strano ma il Partito di solito “ascoltava” la popolazione. Negli ultimi venti anni sembrava percepire gli umori dell’opinione pubblica. Ora invece appare scollegato».

Cosa non funziona più? «In particolare il mantra della stabilità che poteva andare bene per chi è nato in Cina negli anni 50, 60, 70. Chi è nato dagli anni 80 in poi ha vissuto in una situazione in cui tutti i giorni la sua vita migliorava e adesso si ritrova in un momento in cui la sua vita è senza più possibilità di movimento, con una disoccupazione giovanile altissima, un disagio che emerge anche da fenomeni di ribellione, come quello dei cosiddetti “sdraiati” o “marci”, giovani che si ribellano al sistema competitivo cinese che ha avuto la meglio in questi ultimi decenni».

Molte analisi rilevano che in Cina le disuguaglianze sono molto aumentate. Anche per le conseguenze delle draconiane politiche per fronteggiare la pandemia. «Per effetto delle politiche Covid zero le città cinesi sono certamente molto meno vitali di un tempo – commenta Giada Messetti -, con interi quartieri e strade recintate, sia a Shanghai che a Pechino». Sono aumentate le disparità, ci racconta la sinologa, tanto che ci sono stati anche casi di mingong, cioè lavoratori migranti, costretti a cercare riparo nelle cabine del telefono, non potendo tornare ai villaggi di origine. Molti lavoratori si sono trovati senza impiego dopo che le aziende per le quali lavoravano sono fallite durante la pandemia. Ma c’è anche chi invece si è visto costretto a vivere segregato direttamente nelle fabbriche, senza poter uscire. «Il tema delle disuguaglianze è entrato anche nel XX Congresso del Partito», rileva la nostra interlocutrice . «Redistribuzione è ora una delle parole d’ordine di Xi in nome della prosperità comune. Ma non si capisce ancora bene come potrà avvenire». Ora non si incitano più i consumi sfrenati come negli anni passati; la parola d’ordine è diventata sobrietà.

La Cina dunque continua ad essere in trasformazione ed è un Paese interessantissimo da osservare anche nelle sue grandi contraddizioni. Ne La Cina è già qui Giada Messetti scrive che è tanto più importante occuparsene oggi. La Cina è lo sconosciuto ed è tanto più urgente leggere quella realtà senza paraocchi. «Di questo Paese ci occupiamo in maniera molto superficiale – chiosa la sinologa -. La Cina ci mette davanti una complessità estrema a cui non siamo assolutamente abituati. è importante conoscerla per evitare lo scontro di civiltà che si profila all’orizzonte». Ovvero? «Voglio dire che la Cina in questo momento ha la forza di dire a noi occidentali che esiste un altro diverso di noi. Penso che dovremmo cominciare a metterci in ascolto. Dove ascolto non significa assolutamente condividere quello che Pechino dice, ma capire perché lo dice per costruire un dialogo reale, che a volte è mancato in questi anni». In altre parole capire come pensa il Dragone è importante proprio per riuscire a trovare strumenti di confronto. Furbamente lo ha fatto il cancelliere tedesco Olaf Scholz che, in solitaria rispetto alle politiche europee, è volato a Pechino.

Business is business… «La visita di Scholz è stata molto criticata anche nel suo Paese – rileva Messetti -. Ma da un certo punto di vista a mio avviso indica la strada giusta». Perché? Chiediamo. «Banalmente perché è difficile pensare di sottrarsi al rapporto con la Cina; è più che mai illusorio in questo mondo globalizzato. Anche se ci dovesse essere la tanto decantata deglobalizazione è comunque un processo che richiederà decenni. Quindi, piaccia o non piaccia, con la Cina bisogna avere a che fare». Il registro, secondo Giada Messetti, è doppio: Da un lato dobbiamo essere ben consapevoli dell’importanza economica della Cina e allo stesso tempo dobbiamo essere consapevoli delle criticità che essa comporta . «Scholz in Cina ha parlato di Taiwan, di diritti umani nello Xinjiang, non ha evitato temi spinosi» rimarca Messetti. Ma ha fatto il giro del mondo la notizia che una parte del porto di Amburgo sia stata venduta a Pechino: «La Germania da un lato ha ceduto il 24% del porto di Amburgo ai cinesi, dall’altra però ha bloccato la vendita di una fabbrica di microchip tedesca ai cinesi. Il punto è riconoscere quali sono i settori strategici su cui è sacrosanto essere sulla difensiva, ma sottrarsi a un rapporto con la Cina ora è più che mai rischioso», afferma la giornalista.

Alla luce di tutto questo, le chiediamo, quale sarà il seguito dell’incontro Biden-Xi avvenuto a novembre a Bali? «L’incontro fra Xi e Biden e anche la narrazione che l’ha circondato conferma che ormai le due uniche grandi potenze del mondo sono la Cina e gli Usa», risponde Giada Messetti. «La Russia, con tutta evidenza, non lo è più». Perfino gli Usa, aggiunge la sinologa, questa volta hanno affermato di avere la responsabilità della pace nel mondo insieme alla Cina. «Che le due super potenze si parlino è sempre buono, ricordiamoci che oggi le relazioni diplomatiche erano ai minimi storici, e in particolare dopo la visita della speaker Usa Nancy Pelosi a Taiwan (dalla Cina giudicata una provocazione, ndr). Ora invece Anthony Blinken progetta un viaggio in Cina a inizio 2023. Significa che c’è una volontà e anche una consapevolezza di quanto sia importante mantenere il dialogo aperto, per quanto le differenze rimangono».

Le differenze maggiori? «Sono quelle che riguardano la leadership tecnologica che ha visto anche nell’ultimo mese gli Usa fare un ulteriore passo per bloccare l’ascesa cinese con il blocco delle esportazioni e dei microchip made in Usa in Cina», risponde Messetti. Ma non solo. «In primo piano c’è la questione dell’ordine mondiale: ormai è evidente che la guerra di aggressione della Russia all’Ucraina ha definitivamente rotto l’ordine mondiale nato dopo la caduta del muro di Berlino. Ciò che la Cina ha fatto in questi mesi è stato proporsi come guida alternativa a quella degli Usa tessendo rapporti con i leader in Asia centrale, in Medio Oriente, in Africa. Pechino parla al sud del mondo».
La Cina sembra aver rinunciato a parlare ai Paesi sviluppati e all’Occidente? «È come se avesse consapevolezza che ormai da quel mondo viene percepita come una minaccia – conclude l’autrice de La Cina è già qui -. Cerca di proporsi come potenza responsabile, fonte di stabilità per tutto il resto del mondo, ricordando che alla fine le sanzioni occidentali contro la Russia sono state votate da Paesi che rappresentano sì e no un miliardo di persone».

La nuova Cina di Xi

La politica cinese, formalmente, segue un calendario cronologico esatto e circolare, come quello delle stagioni naturali, che fino a poco più di un secolo fa erano segnate da rituali propiziatori compiuti dall’Imperatore. Il tempo della natura è circolare, si rinnova ogni anno, sempre uguale e sempre diverso.
Così è il ciclo dei congressi del Partito comunista cinese, fin dal primo, svoltosi in una stanzetta a Shanghai nel 1921. L’ultimo, il XX, si è concluso il 22 ottobre a Pechino e, come tutti i precedenti, si è svolto esattamente dopo cinque anni dal precedente. Oggi i congressi, come tutte le riunioni plenarie degli organi costituzionali cinesi, si tengono in un grande palazzo che si affaccia sulla immensa Piazza Tian’an men, al centro di Pechino, la Renmin dahui tang o Grande sala del popolo. Il palazzo è una delle dieci costruzioni inaugurate nel 1959 per celebrare i primi dieci anni dalla fondazione della Repubblica popolare. Ha uno stile pomposo, con soffici tappeti rigorosamente rossi e una enorme sala centrale con quasi quattromila posti. Ricordo ancora con commozione quando mi è capitato di calcare quel palcoscenico, guardando quella enorme platea. Su quel palcoscenico negli ultimi sessant’anni si sono consumate tutte le cerimonie dei grandi eventi politici cinesi, secondo un rigoroso copione, in cui il tempo cronologico assume un ruolo fondamentale, come accadeva appunto nell’antica Cina e come forse è sempre accaduto nelle società in cui il tempo è scandito dai lavori agricoli.

Quest’anno il Congresso ha avuto un significato diverso. Nei mesi precedenti, forse durante tutto l’anno, si è respirata in tutta la Cina una strana atmosfera di attesa, molto più densa di quanto non fosse accaduto per i congressi precedenti del 2017, del 2012 e via così. La Cina, dominata dalle continue chiusure dovute ad una rigidissima politica di zero Covid, era come immobilizzata, ingessata. Con il passare dei mesi, il Covid è sembrato per alcuni quasi un pretesto e non la vera causa di questa ridotta mobilità. La paura di essere fermati in un qualunque posto a causa di un caso sospetto che faceva scattare una chiusura ha limitato, ma soprattutto scoraggiato, quella mobilità all’interno del Paese che era ormai una vera e propria caratteristica della frenetica vita cinese.

L’obbligo di sottoporsi a tamponi quasi giornalieri, pena la perdita dell’uso dei supporti informatici, come WeChat, che permettono ogni attività vitale (acquisti, trasporti, socialità, ecc.), ha dato il contributo finale per “bloccare” la Cina. Sui media stranieri sono circolate decine di immagini relative ad episodi di cittadini che tentavano di fuggire da chiusure di edifici o cortili. Perfino in Cina ha fatto grande scalpore la notizia di un pullman carico di “sospetti positivi” che ha avuto un incidente, dove sono morti molti passeggeri; oppure il caso di alcuni bambini che sono stati portati via dalle loro famiglie perché “sospetti positivi”. Queste misure hanno avuto l’indubbio effetto di ridurre la produttività industriale, e il Pil cinese ne ha certamente risentito. La politica zero Covid, cioè tendente ad isolare i casi conclamati o sospetti per evitare la diffusione della malattia, somiglia a quella adottata da noi nel 2020, forse proprio seguendo il modello del primo lockdown di Wuhan del 2020, fintanto che non è stata avviata una campagna di vaccinazione di massa. In Cina la campagna vaccinale non è stata fatta oppure non ha dato i risultati sperati. Formalmente le autorità sostengono che il sistema sanitario cinese non sarebbe in grado di reggere una ondata di Covid e quindi la perdita di vite umane sarebbe ingentissima. Di qui la politica zero Covid.

La Cina si è trovata quindi bloccata, immobile, come se dovesse trattenere il respiro per non diffondere il Covid, oppure per la celebrazione del Congresso? Strana convergenza. Il Congresso ha sancito come previsto la definitiva assicurazione al potere del presidente Xi e il suo indubbio rafforzamento all’interno del partito e dell’esercito. Il processo di selezione della classe dirigente del prossimo quinquennio, fino al novembre del 2027, ha indicato sei dirigenti che, insieme a Xi, formano il Comitato permanente dell’Ufficio politico del Comitato centrale del XX Congresso, cioè il gruppo che fornirà la linea dei prossimi anni e i cui membri ricopriranno le massime cariche dello Stato. Il secondo di costoro, Li Qiang, prenderà il posto di Li Keqiang in qualità di primo ministro, che in Cina ha l’incarico principale di guidare la politica economica. Gli altri, per lo più nuovi membri, secondo gli osservatori sono tutti personaggi che hanno dimostrato grande vicinanza al presidente Xi.

Svariati sono i segni di relativa discontinuità rispetto ai passati Congressi. In primo luogo, il presidente si è assicurato un terzo mandato e, cosa ancora più unica, è nella posizione di poter governare senza una scadenza temporale, cioè a vita. Cosa che non era stato più possibile, dopo che Deng Xiaoping nel dicembre del 1978 aveva avviato la cosiddetta politica dell’apertura e delle riforme e la vita politica cinese era stata scandita da una serie di regole, per lo più frutto di consuetudine, che garantivano un ricambio generazionale ogni due congressi, cioè ogni dieci anni. Quando un nuovo leader saliva al potere nel Comitato permanente entravano uno o due “giovani” che avrebbero potuto essere confermati dopo cinque anni e uno di loro dopo il decennio poteva diventare il nuovo leader. Inoltre, quasi sempre, o forse sempre, per diventare “capo”, bisognava essere stato “vice capo”, che erano sempre più di uno. Quindi fra i “vice capo” c’era sempre chi sarebbe diventato il nuovo “capo”. Tutto si doveva concludere entro il 65esimo anno di età, a parte rari casi.

Una sorta di percorso gerarchico che garantiva che il sistema vivesse anche di meccanismi di alternanza e contrappesi. Sì, perché anche all’interno del più grande partito comunista del mondo, ci sarebbero correnti e fazioni: tra le principali ci sarebbe quella che trae ispirazione dalla Lega della gioventù comunista, che si contrappone a quella dei “principini”, eredi della nobiltà comunista, ormai figli o nipoti degli eroi della rivoluzione che parteciparono alla costruzione della Repubblica popolare. Ecco, proprio dieci anni fa usciva di scena il segretario del Partito Hu Jintao, che aveva mosso i suoi primi passi nella Lega della gioventù e si era poi distinto come segretario del Partito in Tibet, dove aveva saputo sedare le manifestazioni che si erano svolte anche lì nella primavera del 1989. Dopo dieci anni di servizio Hu, nel 2012, ha lasciato la segreteria a Xi Jinping, che nel 2007, al precedente Congresso, era entrato nel Comitato permanente, seguendo appunto quel meccanismo di scorrimento che, come si accennava sopra, prevedeva un periodo di apprendistato collegiale, prima dell’ascesa al vertice. Le due o forse più “correnti” all’interno del Partito avevano anche una regola non scritta, che prevedeva una sorta di meccanismo di garanzia delle “minoranze” alle quali venivano garantite comunque delle posizioni apicali, ma di minore importanza. In sostanza era una forma di autoregolazione democratica.

Fra gli eventi che hanno segnalato la discontinuità a questo Congresso, resterà certamente (ma solo fuori della Cina, la scena è stata infatti preclusa ai frequentatori dei media cinesi), l’aver visto l’ex presidente Hu Jintao, affetto forse da demenza senile, scortato quasi a forza fuori dalla Sala del Popolo, dopo aver tentato di prendere i fogli da davanti al presidente Xi Jinping che sedeva alla sua destra. Una scena mai vista prima in pubblico, che ci ha colpiti forse più per l’assenza di reazione da parte del presidente Xi e del presidente del Consiglio Li Keqiang lì accanto. Sembrava il passato che usciva, malato e canuto, e il presente che non se ne curava. Forse Hu Jintao è solo malato, ma l’immagine resterà nella storia, anche se difficilmente sapremo mai se il gesto nascondeva veramente un dissenso del predecessore nei confronti dell’attuale presidente.

Altra dissonanza rispetto alla tradizione è senza dubbio l’ascesa del numero due Li Qiang, che in quella posizione nel Partito è destinato a diventare il nuovo primo ministro. Sarebbe quindi il primo caso, dopo lo storico primo ministro Zhou Enlai, artefice della politica cinese all’epoca di Mao, che questa carica sia ricoperta da qualcuno che non ha già esercitato il ruolo di vice. Inoltre, Li Qiang non ha un curriculum spiccatamente di carattere economico, come è sempre stato per i suoi predecessori, dovendo il primo ministro fare fronte alla complessa situazione economica cinese, soprattutto in questo momento in cui vi sono evidenti e pericolosi segnali di raffreddamento economico.

L’economia in Cina ricopre un ruolo molto importante, per il patto non scritto fra la popolazione e il governo, secondo cui quest’ultimo garantisce la prosperità e il miglioramento delle condizioni economiche, mentre la popolazione si rende disponibile a tollerare anche ampie limitazioni delle libertà personali. Li Qiang ha avuto una carriera rapidissima, passando da segretario del partito della ricca provincia meridionale del Zhejiang a segretario del partito di Shanghai, dove si è distinto per una ferrea politica di chiusure Covid, che hanno scatenato grande risentimento popolare per l’incapacità da parte delle autorità di garantire gli approvvigionamenti alimentari alle zone sottoposte a lockdown. Ma Li Qiang, con ogni probabilità, nella prossima primavera assumerà la carica di primo ministro.

Sono questi solo alcuni dei segnali di discontinuità che ci è parso di leggere nei recenti avvenimenti. Tali segnali possono essere letti come la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova fase politica.
Anche il discorso pronunciato dal presidente ha segnato degli evidenti cambiamenti. Scarsissimi sono stati i riferimenti ai suoi predecessori, come a voler creare una distanza con le precedenti fasi della recente storia cinese. Grandi sono stati i riferimenti al socialismo e al Partito, ma la cosa che ha colpito maggiormente sono state le parole “perseverare” (jianchi), “sicurezza” (anquan) e i riferimenti al rafforzamento nazionale e al “patriottismo” (aiguo). Sono forse questi i tre elementi che meglio consentono di leggere la situazione cinese: necessità di continuare a procedere sulla strada tracciata, garantendo la sicurezza a livello interno e soprattutto internazionale, con un chiaro, anche se solo indiretto, riferimento al confronto con gli Stati Uniti ed infine la necessità che la Cina trovi al suo interno le risorse per la sua crescita.

Dieci anni fa, nel 2012, Xi era salito al potere dopo aver sconfitto l’ala cosiddetta filo maoista rappresentata dal segretario del partito di Chongqing Bo Xilai. Xi Jinping era stato salutato come il campione di coloro che volevano difendere la politica delle riforme e dell’apertura di Deng, adesso lo scenario sembra cambiato. Le lotte all’interno del partito evidentemente sono state asprissime e Xi è riuscito ad avere la meglio su tutto il fronte interno. Adesso si tratta di riprendere la strada dello sviluppo economico, facendo leva sul nazionalismo ed evitando il confronto diretto con l’unica altra superpotenza, gli Stati Uniti.
Forse proprio il Congresso ha segnato l’inizio di una fase relativamente più tranquilla. Negli ultimi giorni si susseguono tenui segnali di apertura alla mobilità internazionale e forse si intravede anche un rilassamento delle misure anti-Covid, come la riduzione della quarantena in arrivo, da sette a cinque giorni. Anche a livello internazionale, si hanno tenui segnali di disgelo o di ritorno ad una ricerca di convergenze: la visita del primo ministro tedesco Scholz a Pechino, la prima di un leader europeo in Cina dopo il Covid, il primo incontro in persona di Xi e Biden a Bali, in occasione del G20.
Non ci resta che sperare che questo clima prosegua e che anche a livello interno sia possibile assistere ad un rilassamento dei controlli e della mobilità, non solo fisica ma anche intellettuale, perché altrimenti la tensione potrebbe davvero essere insostenibile, anche per i cinesi più pazienti.

Guido Barbujani: Siamo una specie migrante per natura

Professor Barbujani, la genetica ha smentito il concetto di razza. Tuttavia questa “idea” è ancora radicata nel linguaggio, nella società, nella politica dando manforte a odiosi pregiudizi. E c’è chi ancora vuole mettere in dubbio le origini africane dell’umanità. Che senso ha parlare di razza quando abbiamo tutti un’origine comune?
Forse più che parlare di inesistenza delle razze – che è un concetto filosoficamente complicato: dimostrare che qualcosa non esiste è piuttosto difficile – direi che è provata l’inutilità del concetto di “razza” per capire qualcosa delle nostre differenze, per curare alcune delle nostre malattie per esempio. Questo è dimostrato sia dal fallimento storico del concetto di razza (nessuno è mai stato capace di dire quante e quali siano le razze dell’uomo) sia dal fatto che oggi sappiamo che persone dall’aspetto anche molto diverso sono così simili da poter essere reciproci donatori di organi.

In buona sostanza il concetto di razza non serve a niente.
Appunto. Però è chiaro che nel discorso politico e sociale la nostra impressione soggettiva sull’aspetto degli altri pesa. E lì credo che non si tratti più di scarsa informazione scientifica ma di pregiudizi e negazione dell’umanità dell’altro.

Come si spiegano questi atteggiamenti?
Nascono dalla preoccupazione per il futuro, dall’incertezza e la precarietà e si alimentano con la tensione sociale e politica che ci circonda…

Oggi gran parte dei politici agitano nuovamente lo spauracchio dell’immigrazione. Quanto sono state importanti (e quanto sono importanti) le migrazioni per lo sviluppo della specie umana?
In questi contesti si fa un gran parlare di “radici”, che pure vogliono dire qualcosa. Non è che io consideri una sciocchezza il senso dell’identità. Ma le radici sono una cosa che serve alle piante per stare ferme in un posto. Noi abbiamo i piedi e le gambe. E l’umanità ha iniziato a svilupparsi quando scendendo dagli alberi ha iniziato ad andare su due gambe e non più su quattro zampe. La tendenza a non stare mai fermi è tipica della nostra specie. Poi possiamo dire che le nostre società si sono collocate nello spazio nel momento in cui hanno iniziato a coltivare i campi ma prima eravamo nomadi. E noi siamo stati nomadi per 180mila anni prima di cominciare – 10mila anni fa – a costruire villaggi e poi città. La nostra è una specie estremamente mobile, siamo una specie migrante.

Come si è arrivati a capire che le migrazioni sono state tanto importanti?
Ci sono intanto i dati classici dei paleontologi che studiano le ossa e degli archeologi che studiano gli artefatti che usavano questi nostri antenati a partire dall’età della pietra. E poi adesso abbiamo delle tecniche di genetica che permettono di leggere nel Dna le tracce dei principali spostamenti dell’umanità. Si può dire che il nostro Dna sia come un vestito d’Arlecchino con tante componenti diverse e tutte rimandano alla nostra origine africana. E questo è coerente con i dati ossei dei paleontologi che hanno trovato tutti i primi fossili in Africa e con i dati archeologici che dicono che le prime età della pietra sono tutte africane e poi si sono spostate fuori dal continente.

Questa approccio multidisciplinare è molto suggestivo…
Sì, è la cosa più bella in questo campo. È interessante vedere come dati molto diversi che non dovrebbero essere necessariamente tutti coerenti – l’uso di certi attrezzi si potrebbe diffondere sia per via culturale che per migrazione – poi in realtà danno dei risultati molto coerenti. Sull’origine africana dell’umanità, sulle grandi migrazioni che ci hanno portato a colonizzare i cinque continenti direi che abbiamo le idee chiare. Poi sui dettagli ci sono tantissimi problemi aperti su cui si fa ricerca.

Da pochi giorni è uscito per Laterza il suo nuovo libro Come eravamo. Storie dalla grande storia dell’uomo. Al Festival delle Scienze di Roma ne ha parlato con la scrittrice Igiaba Sciego e Vittorio Bo. Come è nata l’idea di realizzarlo?
Sull’evoluzione dell’uomo ci sono tanti libri in circolazione, alcuni anche molto buoni. La novità è che da qualche tempo circolano fantastiche riproduzioni iperrealistiche del volto di nostri antenati e quindi l’idea è stata, anziché raccontare tutta la vicenda dell’evoluzione in generale, di concentrarci su alcuni esempi a partire da questi volti.

Alcuni sono riprodotti in Come eravamo. Chi sono queste persone?
Mi sono concentrato su individui di cui sappiamo abbastanza – sia perché son stati trovati fossili abbastanza completi, sia perché in alcuni casi è stato trovato anche il Dna – per poter ricostruire la loro vita quotidiana, i loro atteggiamenti, i loro comportamenti. Quindi quella che racconto è una storia dell’umanità attraverso 14 esempi più uno. Perché alla fine c’è un capitolo su Darwin in cui ho cercato di mettere delle considerazioni generali su cosa è una specie, su come oggi studiamo l’evoluzione.

Nel finale di un capitolo lei scrive: «Stabilire chi siano gli europei è complicato, ma di sicuro la risposta non sta nel Dna». Secondo lei dove si trova?
La risposta non è mai univoca quando ti fai domande così complicate. Dal punto di vista biologico non ci sono gli europei come unità separata dagli altri. Siamo tutti quanti un grande cocktail di componenti. A chi mi chiede chi è un cittadino europeo rispondo ovviamente che è uno che ha un passaporto europeo. A chi “ragiona” su chi ha il diritto di chiamarsi europeo la risposta è un po’ diversa. Nel libro insisto sul fatto che il colore della pelle, che è una caratteristica forte dal punto di vista identitario, in realtà è una novità. Fino a 10mila anni fa noi europei avevamo la pelle nera e gli occhi azzurri, le pelli chiare sono arrivate per migrazione dal medio oriente.

Questa è anche una risposta a chi sostiene che l’identità umana stia nel Dna,  nel colore della pelle.
Difatti non è vero niente. Le nostre caratteristiche prescindono dalle origini dei nostri geni. Sono legate ai posti in cui stiamo, dove andiamo a scuola, alle persone che frequentiamo, ai rapporti che viviamo, alle abitudini che prendiamo. L’identità umana è cosa diversa dal Dna. Non dobbiamo chiedere delle risposte sulla nostra identità al nostro genoma. Abbiamo imparato tantissimi aspetti del Dna ma non ha la risposta a questa domanda. In passato è stato chiesto di trovare la risposta a queste domande nello studio dell’antropologia, oggi abbiamo dimostrato che non è lì che bisogna cercare.

A cosa ci serve conoscere la nostra origine e la nostra storia?
Per capire come curare le malattie, per migliorare il benessere di tutti, dobbiamo prima capire come siamo arrivati a essere come siamo. Studiare l’evoluzione dà enormi vantaggi pratici.

Questo sottolinea l’importanza del metodo scientifico ma anche di saper comunicare le conquiste della scienza.
Ci sono stati molti fraintendimenti nel periodo del Covid. Da un lato si chiedevano alla scienza delle certezze assolute che la scienza non poteva dare, dall’altro appena qualcuno diceva una cosa che un mese dopo era smentita dai fatti saliva un’ondata di insofferenza nei confronti degli scienziati. Qui bisogna un po’ capirsi: la scienza non dà certezze, la scienza riduce il margine di incertezza. Il metodo scientifico non dà risposte facili. Anzi, direi che le cose sembrano semplici e chiare finché le conosci poco. Più approfondisci un tema scientifico più ti rendi conto della sua complessità. La scienza dice cosa è falso, non cosa è vero.

L’invasione che non esiste

L’Europa ci ha lasciati soli nel gestire l’emergenza migranti”, “siamo il Paese europeo maggiormente colpito dall’immigrazione”, “sono le navi delle Organizzazioni non governative a portarli qui da noi”. Tre refrain, tre classici luoghi comuni, che dai bar – dove ognuno di noi li ha sentiti almeno una volta – si sono nuovamente trasferiti nelle stanze di Palazzo Chigi. È proprio in virtù di questi pseudoargomenti, infatti, che il governo Meloni, tra le sue prime mosse, ha giustificato la scelta di riesumare la politica dell’“attacco alle Ong” e quella dei “porti chiusi”, rispettivamente di minnitiana e salviniana memoria.

E così già ad inizio novembre si è deciso di bloccare a bordo per giorni i migranti soccorsi delle navi delle associazioni umanitarie Geo Barents, Humanity 1, Rise above e Ocean Viking, per poi procedere inizialmente a “sbarchi selettivi” per evitare di far scendere il «carico residuale» (cit. ministro Piantedosi) di esseri umani considerati non vulnerabili. Dopo questa inutile e violenta sceneggiata, i migranti sono tutti sbarcati, anche quelli della Ocean Viking che il governo italiano ha “spedito” in Francia, provocando le ire di Parigi, poi stemperate anche grazie all’intervento del presidente Mattarella.

«La crisi diplomatica con la Francia? Non mi ha insegnato niente. Io difendo gli interessi della nazione», ha ribadito Meloni durante la conferenza stampa sulla manovra economica del 22 novembre. Dietro questa perseveranza della premier potrebbe esserci la volontà di tornare a spingere con forza sul tasto dell’immigrazione, magari a livello europeo, specie se il percorso della legge di Bilancio dovesse incontrare inciampi, e fosse dunque “conveniente” per l’esecutivo attirare l’attenzione altrove. Usando i luoghi comuni citati all’inizio. Luoghi comuni che, come spesso accade, sono falsi.

Sì, perché, osservando la nostra mappa, si nota che non è l’Italia a dover sopportare l’impatto maggiore in termini di afflusso di richiedenti asilo. Se si incrociano i dati Eurostat relativi alle domande di asilo pervenute nei vari Paesi Ue nei primi otto mesi del 2022 con quelli sulla popolazione totale, si nota che a Cipro si registra un richiedente asilo ogni 59 abitanti, in Austria uno ogni 164, in Slovenia uno ogni 435. Mentre l’Italia è al diciasettesimo posto con un richiedente asilo ogni 1.354 abitanti, dietro a Germania, Francia, Grecia e Spagna.

E il nostro Paese non primeggia nemmeno nella classifica dell’ultimo decennio relativa al totale delle richieste di asilo, essendo terza con 628.200 domande, a notevole distanza dalla Francia (950mila) e dalla Germania (oltre due milioni e mezzo).

Infine, se si guarda al ruolo delle Ong – che gli esponenti della destra si ostinano ad additare con definizioni offensive, prive di senso e di rapporto con la realtà – come emerge dai dati elaborati dall’Ispi, nel 2022 sono stati 9.300 su 90.400 i migranti sbarcati in Italia dopo un salvataggio in mare ad opera delle navi umanitarie, ossia solamente il 10,2%.

Basterebbero questi pochi semplici dati a smontare la propaganda di governo sull’immigrazione, dunque è bene tenerli a mente.

 

Interruzione volontaria di gravidanza, il potere di una libera scelta

Tutto sommato dovevamo aspettarcelo. Pronti, via e subito il Parlamento virato decisamente a destra è stato “battezzato” dai fautori di un’anticaglia ideologica che fonde insieme “visioni” antiscientifiche e clericali, scarso rispetto per i diritti delle donne e, sotto sotto, nostalgia per l’Inquisizione. Nemmeno il tempo di un respiro e il senatore Maurizio Gasparri ha presentato un ddl per modificare l’articolo 1 «del codice civile in materia di riconoscimento della capacità giuridica del concepito», con l’evidente scopo di legittimare l’idea dell’uguaglianza giuridica di embrione e neonato, dando al feto lo status di persona. Un’uguaglianza che non solo è improponibile dal punto di vista scientifico ma che ovviamente va anche contro la legge 194 e i diritti – delle donne – che tutela.

Sono passate diverse settimane da questa iniziativa, che dal punto di vista mediatico è presto finita in secondo piano, «ma è bene tenere gli occhi aperti», ammonisce Anna Pompili, medico ginecologo, cofondatrice di Amica-Associazione medici italiani contraccezione e aborto e membro dell’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. «Con questo tipo di governo l’iniziativa di Gasparri sulla modifica dell’articolo 1 del Codice civile può arrivare a determinare una situazione molto pericolosa» prosegue Pompili. «Purtroppo vediamo benissimo quello che sta succedendo in alcuni Stati Usa dove all’embrione è stata riconosciuta capacità giuridica e questo ha effetti devastanti per le donne. Ci sono stati casi in cui donne tossicodipendenti dopo un aborto o perdita del feto sono state arrestate con l’accusa di omicidio».

Quella del senatore di Forza Italia Gasparri, con un passato nel Fronte della gioventù, nel Fuan e nel Movimento sociale del repubblichino Almirante, non è un’idea del tutto originale. Ricalca infatti una proposta legislativa dell’ultra reazionario Movimento per la vita che risale al 1995: “Ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento. I diritti patrimoniali che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita”. Fatto sta che da giugno scorso negli Stati Uniti – quando la Corte suprema ha eliminato il diritto all’aborto a livello nazionale – questa “linea” è passata e, in ottobre, per la terza volta Gasparri ha provato a dare dignità di legge a una credenza religiosa: era successo nella XVI legislatura e nella XVII.

«Dare all’embrione lo status di “persona” significa considerare l’aborto un omicidio, e le donne e i medici che lo praticano assassini» osserva Pompili. «Il contrasto con la Carta costituzionale è evidente, e difficilmente potrà diventare legge. Tuttavia essa si inserisce in una battaglia culturale che, con parole ed argomentazioni apparentemente di buon senso, nonché con riferimenti a false acquisizioni scientifiche, tende a spostare il senso comune». A destra, dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, alla ministra per la Famiglia e la natalità, Eugenia Roccella, tutti si sono affrettati a dire che la legge 194 non è in discussione, ma è evidente che l’obiettivo di queste stilettate siano proprio la legge del 1978 e il diritto ad autodeterminarsi delle donne.

Un altro segnale inquietante si lega a una misura che nell’Ungheria di Orbán è diventata legge e che considerando la “vicinanza” con il governo Meloni potrebbe attecchire anche in Italia. Ci riferiamo all’obbligo per i medici di far sentire il battito del cuore del feto alle donne che decidono di interrompere volontariamente la gravidanza nei termini di legge.

Nel settembre scorso le due deputate di Alleanza verdi e sinistra Elisabetta Piccolotti ed Eleonora Evi denunciarono di aver ricevuto «segnalazioni che in Umbria» stesse «già accadendo quanto accade in Ungheria». L’assessorato regionale alla Salute si è affrettato a smentire: «In nessuna Azienda sanitaria o ospedaliera della Regione Umbria risulta che le donne che chiedono l’interruzione di gravidanza siano costrette ad ascoltare il battito del feto». I dubbi però restano.

«Più che con Orbán c’è un filo diretto della destra italiana con l’orientamento trumpiano su questi temi che risale già a diversi anni fa, all’incirca al 2015» osserva Pompili. «In Italia non c’è nessuna chiara indicazione del governo Meloni ma arrivano comunque notizie frammentarie di medici che fanno sentire il battito alla donna che chiede la Ivg. Si tratta per ora di iniziative personali assolutamente condannabili, a meno che ovviamente non lo richieda la donna».

Negli Usa queste imposizioni per i medici, aggiunge la ginecologa, non riguardano solo l’obbligo di far ascoltare il battito cardiaco ma anche di dare informazioni false non basate su alcuna evidenza scientifica. «I medici sono costretti a dire che non solo il feto, ma anche l’embrione, proverebbe addirittura dolore. Tutto ciò è deontologicamente inaccettabile ma in caso di rifiuto i medici avrebbero ripercussioni importanti sul proprio lavoro».

Queste gravi intromissioni della politica in un atto medico e nel rapporto tra medico e paziente si stanno espandendo a livello mondiale. «Non è un caso che il Royal College britannico pubblicherà nuovamente l’analisi di tutte le evidenze scientifiche sul fetal pain per contrastare il tentativo di far dire il falso ai medici, e cioè che nell’utero della donna ci sarebbe un bambino – e non un feto – con pensieri, sentimenti, percezione del dolore, sofferenza e così via dicendo». La centralità del rapporto medico-paziente resta un punto cardine in questa storia. Pompili ne è convinta più che mai. «Se penso alla mia esperienza devo dire che mi capitano spesso donne che chiedono l’ecografia e io non mi tiro mai indietro perché sono convinta che chiedere informazioni e sapere faccia parte del diritto di ogni persona. Cerco semmai di capire come nasce questa richiesta, se per esempio dietro c’è un immotivato senso di colpa. Quindi spiego bene qual è lo stato di sviluppo nel quale si trova l’embrione. Sono convinta che questo non modifichi per niente lo spessore morale di una scelta di interrompere la gravidanza. Segnalo però un problema». Vale a dire? «Più volte – racconta Pompili – mi son sentita dire da pazienti che in consultorio medici non obiettori si sono rifiutati di far vedere loro l’ecografia. Questo purtroppo significa che qualcuno, anche tra i non obiettori, si arroga il diritto, e la legge 194/78 per certi versi glielo dà, di ergersi a giudice morale decidendo cosa è meglio e cosa è peggio per la persona che ha di fronte. Mentre se noi parliamo di autodeterminazione dobbiamo sempre tener presente che sempre la persona sa bene cosa è meglio o peggio per lei. Noi medici dobbiamo rispettare questa cosa, mettendola nella giusta luce, spiegando bene le cose come stanno e informando correttamente». Peraltro quando si nega la possibilità di vedere l’ecografia a chi lo chiede il messaggio che passa è che ci sia qualcosa da nascondere.

«Questa è la contraddizione del non obiettore. Sebbene le acquisizioni scientifiche parlino chiaro, ci sono medici che agendo in questo modo pensano di fare il male minore invece creano sempre un danno alla donna, perché in fin dei conti sebbene siano non obiettori non si sono liberati dell’idea che l’aborto sia sempre “un male”. Il punto è che agendo così si fa della pessima medicina».


* In apertura, un’illustrazione di Chiara Melchionna per Left