La mattina del 5 novembre mi sveglio con un pensiero preciso: trovare una buona ricetta per il pandispagna. Attardandomi per un po’ a letto prendo il telefonino poggiato sul comodino, attivo la mia fidata rete Vpn, perché senza di quella Google in Cina non funziona, e mi do alla ricerca di una ricetta. È sabato, sono le otto e mezza, non lavoro e dunque ignoro serenamente i messaggi sulla chat a cui certamente risponderò dopo. Al momento è più importante la ricetta per il pandispagna che mi serve a comporre la torta con cui celebrare il ricongiungimento con la mia compagna, un momento atteso da ben quattordici mesi.
Felice di aver trovato una ricetta convincente e con una giornata davanti per dedicarmi alla pasticceria, apro la chat. Una comunicazione sul gruppo degli insegnanti stranieri dice che «ieri due provette hanno dato risultato anomalo». Due provette significano quaranta persone. Di questi tempi i tamponi devono essere fatti di solito ogni 48 ore, spesso ogni 24, e data l’obbligatorietà sono gratuiti. La gratuità per milioni di persone impone risparmio e per questo i tamponi sono anche di gruppo, cioè se ne infilano da dieci a venti insieme nella stessa provetta e si analizzano come se fossero uno solo. Nel nostro specifico caso sono venti. Quaranta persone improvvisamente si trovano con il codice sanitario rosso, cioè totalmente impossibilitate a uscire da casa per qualsiasi motivo, anche se questo fosse un qualsiasi grave bisogno sanitario; un numero imprecisato di molte altre persone che hanno percorso la stessa strada, sono entrate nello stesso locale o hanno frequentato la stessa lezione degli appestati, si ritrovano con il codice giallo, sono cioè solamente autorizzate a recarsi nel presidio sanitario (spesso una struttura simile a un chiosco) più vicino per fare un tampone e possono farlo solo ad orari specifici dedicati ai codici gialli. Il pandispagna evapora dai miei pensieri che immediatamente diventano ansiosi correndo all’idea che il codice non sia più verde.
Il mio codice è ancora verde. Sono passati non più di dieci minuti da quando mi sono svegliato e sono ancora a letto mentre ricevo una raffica di messaggi da un’amica cinese. Il messaggio più importante dice: «Mi ha detto una mia collega che l’università entrerà a brevissimo in lockdown. L’emporio del campus è ancora aperto e si trova qualcosa: sbrigati ad andare!». Non so se per panico o per istinto mi vesto immediatamente, mi lavo i denti (o forse no, difficile da ricordare) e comincio a camminare verso il piccolo emporio. In realtà non so neppure cosa dovrei comprare perché avevo fatto una grossa spesa, più grossa del solito, giusto il giorno prima. Era stata una spesa da rifornimento da bunker in attesa dell’inverno nucleare, proprio perché il precedente lockdown si era concluso appena dieci giorni prima e avevo dato fondo alle mie provviste. Era durato due settimane ed era stato particolarmente duro, perché improvviso e perché arrivava a circa un mese di distanza da quello precedente che era cominciato esattamente come questo: un messaggio tra le sette e cinquanta e le otto del mattino.
Mentre cammino, rassegnato all’idea di un’imminente nuova chiusura, continuo a pensare a cosa dovrei comprare. Forse mi servono delle uova e un paio di melanzane, sicuramente tre cipolle. Probabilmente mi sfugge qualcosa. Hanno le idee molto più chiare gli studenti che vedo camminare in senso opposto al mio; tengono sacchetti di plastica trasparente contenenti noodles precotti, carne secca, frutta secca, carta igienica e salviette umidificate. Gli studenti generalmente condividono una stanza in quattro, non hanno una cucina e dunque neppure il lusso di pensare a quante cipolle potrebbero servire durante il prossimo, indefinito lockdown, a meno che non vogliano mangiarle crude. L’ingresso dell’emporio è appena stato transennato e uno dei commessi urla «non si compra più» (o forse «non si vende più», per me che parlo poco cinese il suono di questi due verbi è indistinto).
Per fortuna l’amica che mi aveva avvisato si trova ancora dentro il negozio e dunque le chiedo di comprarmi delle uova, due melanzane e tre cipolle. Mentre aspetto fuori arriva un altro messaggio: «Si prega di non uscire da casa e di aspettare future istruzioni». Ci avviamo lentamente verso casa, consapevoli che per un tempo imprecisato quella sarebbe stata la nostra ultima passeggiata. Sistemo la spesa. Ho dimenticato i pomodori.
Le “future istruzioni” non tardano troppo ad arrivare e si esemplificano con un “non uscite per nessun motivo e aspettate altre istruzioni”. Tutto come da copione, così come era già successo intorno al 10 ottobre e, ancora prima, a fine agosto: «State a casa e aspettate istruzioni». «Data la grave situazione, oggi tutti i residenti nel campus dovranno fare il test dell’acido nucleico dalle 14 alle 18. Non uscite da casa». Mi chiedo dove sarà allestito il punto per fare il test: lo faranno porta a porta come nella scorsa quarantena o, come in quella di fine estate, avremo la possibilità di camminare fino all’ambulatorio del campus? Intanto un nuovo messaggio dice che il pranzo verrà consegnato entro pochi minuti dai volontari.
Apprezzo il pensiero ma non voglio sprecare cibo e confezioni di plastica quindi ringrazio e chiedo, sempre nella chat degli insegnanti stranieri, che non mi sia consegnato nessun pasto pronto. Il pranzo mi viene recapitato lo stesso, nella sua bella scatola di plastica verde accompagnato da bacchette monouso. La chat degli insegnanti è la fonte ufficiale di istruzioni, la finestrella da cui ricevere notizie. E istruzioni.
Sono le due e venti e le istruzioni ancora non arrivano, ma cominciano a circolare foto e video di file lunghissime ai campi da basket, dove è allestito un punto di raccolta campioni. «Recatevi al campo da basket per fare l’acido nucleico, indossate la mascherina e non assembratevi». Le istruzioni non specificano come fare a non assembrarsi in un campus in cui tra studenti e residenti vivono circa ventimila individui che contemporaneamente devono recarsi in uno degli unici due luoghi indicati per fare il test. Dal giorno successivo altre istruzioni indicheranno altri luoghi. Torno a casa intorno alle cinque. Alle sei mi consegnano il pasto serale non richiesto e la colazione per il giorno dopo. In Cina si cena presto.
C’è poca luce e dalla finestra vedo passare solo personale avvolto in tute di plastica bianca. Sembrano fantasmi. Durante la precedente quarantena uno di questi fantasmi che era venuto a farmi il tampone sulla soglia di casa mi aveva chiesto «mi riconosci?». È facile dimenticarsi che ci sono esseri umani sotto così tanta plastica e mascherine e che dietro gli schermi protettivi quegli occhi stanchi, che non vediamo più, forse ci conoscono. «Mi riconosci?». Anche se la plastica era così tanta da non distinguere le forme del corpo, avevo distinto la voce di una donna. «È la signorina Wang?». «Sì». La signorina Wang è la persona che ci scrive i messaggi, ascolta le richieste di noi insegnanti stranieri, fa da tramite con i vertici dell’università e riceve anche tutte le nostre lamentele. Adesso fa anche la volontaria. Per questa giornata non ci sono più istruzioni.














