La possibilità di prescrivere la pillola abortiva Ru486 anche nei consultori, oltre che negli ospedali e nelle cliniche, si è fatta lentamente largo nelle Regioni italiane. Dopo la Toscana, prima amministrazione a rimuovere limiti considerati punitivi nei confronti delle donne che decidono di interrompere la gravidanza per via farmacologica, è stata la volta dell’Emilia Romagna. Una svolta che affonda le proprie radici nelle linee guida promulgate dal ministro della Salute Roberto Speranza durante il governo Draghi, aggiornando in questo modo quelle vecchie di quasi 10 anni che prevedevano, unico caso in Europa, il ricovero ospedaliero di tre giorni per chi intendeva avvalersi della procedura farmacologica e il limite perentorio di sette settimane di gestazione (ora aumentato a nove).
Come sempre accade quando si applica in maniera efficace la legge 194/78 sull’aborto non si è fatta attendere la reazione scomposta, antiscientifica e falsamente allarmistica dei cosiddetti “pro-vita”: «Prenderesti mai del veleno? Stop alla pillola abortiva Ru486, mette a rischio la salute e la vita della donna e uccide il figlio nel grembo» è uno degli slogan più ricorrenti.
Nella realtà dei fatti i gruppuscoli integralisti cattolici “pro-vita” e pro famiglia, i cui rappresentanti sono purtroppo presenti anche in Parlamento e nel governo, tentano di resuscitare un dibattito che dovrebbe essersi esaurito oltre quarant’anni fa. Esattamente il 17 maggio del 1981, quando i cittadini italiani furono chiamati a esprimersi su cinque quesiti referendari, uno dei quali proponeva di abrogare la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Quasi il 70% dei votanti bocciò la proposta abrogativa, ribadendo il diritto di ogni donna di decidere autonomamente sul proprio corpo e allontanando il nostro codice penale e civile da quella visione religiosa che vuole sancire come sacra la vita anche in potenza.
La stessa legge 194, infatti, che all’epoca della sua concezione non conosceva l’aborto farmacologico, nel suo articolo 5 prevede l’utilizzo «delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». E questo è il caso della Ru486, che oltre a sollevare la paziente dall’invasività psicologica e fisica di un’operazione, come l’aspirazione delle cellule fetali, comporta rischi significativamente minori rispetto all’aborto chirurgico. A dirlo da anni, come Left ha sempre raccontato puntualmente, sono l’Organizzazione mondiale della sanità che lo ha inserito fra farmaci essenziali per la salute e l’Agenzia europea per i medicinali (Ema) che ne ha esteso il suo utilizzo a tutto il territorio europeo.
Una pratica che però nel nostro Paese è cominciata con circa 20 anni di ritardo, ricorda il medico ginecologo Silvio Viale, consigliere generale dell’associazione Luca Coscioni e nella direzione nazionale di Radicali italiani. A lui va gran parte del merito della possibilità di utilizzare questo farmaco anche in Italia. «Quando nel 2001 iniziai a interessarmi al Ru486, veniva somministrato con successo da anni nella maggior parte dei Paesi europei e anche oltre, per es. in Cina. Quando chiesi le ragioni della sua non commercializzazione, la ditta francese che allora lo produceva mi rispose “per motivi politici”». Secondo Viale, i tentativi di bloccare l’aborto farmacologico rappresentano «un capitolo di vergogna politica, non solo per il fronte anti-abortista, ottusamente antiscientifico e illiberale, ma anche e soprattutto per chi per tanti anni ha fatto finta di niente, fino a farsi tirare per la giacchetta».
Tentativi che non si sono fermati però solo all’invettiva ma che portarono a ben due ispezioni ministeriali (Sirchia e Storace) e a due inchieste della magistratura (ambedue archiviate) nei confronti di Viale e della sua sperimentazione della Ru486 presso l’ospedale Sant’Anna di Torino. Alla fine nel 2009 grazie alla procedura europea di “mutuo riconoscimento” dei farmaci, l’Italia dovette per forza introdurre la Ru486 fra i metodi utilizzabili per l’interruzione di gravidanza.
Ma ad oggi la battaglia per una interruzione volontaria di gravidanza sicura, meno invasiva e libera non è ancora vinta, nonostante i numeri sul ricorso alla Ru486 siano in costante crescita: da circa 7mila nel 2011 alle quasi 21mila del 2020. La possibilità di usufruirne varia infatti da Regione a Regione. In Molise, per fare un esempio, gli aborti farmacologici rappresentano appena il 2 per cento del totale, mentre in Liguria rompono la soglia del 60 per cento. Una difformità di diritto alla salute che costringe molte donne a “emigrare” per potersi avvalere non solo dell’aborto farmacologico ma anche di quello chirurgico.
Se idealmente, ogni donna dovrebbe poter abortire nella provincia e nella Regione di residenza, nei fatti in province come quella di Frosinone o di Isernia, secondo le statistiche rilasciate dallo stesso ministero della salute nel 2020, le donne costrette ad affrontare il disagio di un viaggio per vedersi riconosciuto un diritto sono la quasi totalità. Anche confrontandoci con il resto dei Paesi europei si può notare un certo ritardo. Nel Regno Unito si ricorre all’aborto farmacologico nell’85% dei casi, in Francia nel 72%, mentre in Italia siamo fermi al 35% del totale. Nella storia dell’umanità l’aborto è sempre esistito, anche nei Paesi o nelle epoche in cui era severamente vietato. Il tentativo continuo e senza senso di spostare il dibattito su un piano morale, cercando di fatto di negare l’identità femminile al fine di controllarne anche il corpo, senza però tutelarne la salute, ha creato un sistema che regolamenta le Ivg colmo di contraddizioni e disparità. Secondo Viale si dovrebbe sgombrare il campo da una sterile e decennale guerra ideologica e iniziare a inquadrare tutta la questione come un fatto essenzialmente medico: «La verità è che in Italia ci si ferma sempre alla polemica senza mai curarsi di creare le strutture e ampliare le risorse per fornire un servizio ai cittadini. L’interruzione di gravidanza è un atto medico e nella sua esecuzione andrebbe considerata come tale».
* In foto: una manifestazione del movimento femminista “Non una di meno” a Torino, 28 settembre 2022
Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, lo scorso 13 ottobre, il giorno stesso dell’insediamento del nuovo Parlamento, ha ripresentato un disegno di legge che propone di riconoscere a livello giuridico il feto, ancora prima che sia nato, considerandolo a tutti gli effetti una persona, fin dal momento del concepimento.
La maggioranza punta così a modificare il primo articolo del codice civile, che stabilisce che la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita. Il senatore assicura che l’obiettivo della sua proposta è la piena applicazione della legge 194/78. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, interrogata se volesse, durante il suo mandato, apportare modifiche alla legge sull’interruzione della gravidanza, ha risposto allo stesso modo: garantire la piena applicazione della legge in vigore e impedire che le donne abortiscano per difficoltà economiche. Allora il problema non è l’aborto, ma mettere in atto politiche che garantiscano il lavoro ai giovani, in modo da assicurarsi una stabilità che consenta di crescere un bambino. Per la maggioranza, il problema più urgente in Italia non è il lavoro, se il primo giorno del loro insediamento hanno proposto la modifica della legge 194. Equiparare il concepito, l’embrione, il feto alla persona renderebbe l’aborto dal punto di vista giuridico un omicidio e quindi perseguibile come tale. Una donna che decide per un’interruzione di gravidanza secondo questa proposta di legge è un’assassina e questo giudizio ha come conseguenza il senso di colpa, che la donna si porterebbe dietro per tutta la vita.
La modifica della legge viene utilizzata per realizzare un attacco violentissimo nei confronti della autodeterminazione e libertà delle donne. Da qualche anno i sostenitori di un’associazione cosiddetta pro-life arrivano alla perversione di mettere in atto il cimitero dei feti abortiti con il nome, sulla croce, della donna che ha interrotto la gravidanza senza averne ottenuto il consenso. Ma se equipariamo il diritto del concepito a quello della madre e ambedue sono persona, chi tuteliamo? È chiaro che il senatore vuole arrivare a questo punto. Negli Usa, la famosa causa Roe vs Wade partiva da questa diatriba sul diritto del feto e quello della madre e si concluse con la sentenza storica della Corte Suprema americana del 22 gennaio del 1973, che rese la pratica dell’aborto un diritto costituzionale, legalizzandolo a livello federale in 46 Stati, anche in assenza di problemi di salute della donna, del feto e di ogni altra circostanza che non fosse la libera scelta della donna. Le conseguenze di quella sentenza non influenzarono solo la politica e la cultura nazionale statunitense, ma ebbero ripercussioni sulle politiche culturali europee e sui diritti delle donne. Nel giugno scorso questo diritto è stato abrogato limitando l’autodeterminazione e la libertà delle donne nel decidere del proprio corpo, della propria sessualità e identità. Sono passati cinquant’anni da quella sentenza che si basava sul diritto costituzionale di ogni cittadino uomo o donna di essere uguale nei confronti della legge e di godere del diritto di autodeterminarsi. È importante sottolineare che storicamente fu la prima volta che una legge, la 194/78, venne pensata e approvata per tutelare il solo interesse delle donne, che non sono solo oggetto di diritti al pari degli uomini, ma questa legge le tutela per la loro specificità di genere.
La teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli e in questi ultimi decenni la ricerca delle neuroscienze, ampliando le conoscenze sullo sviluppo fetale e sull’evento nascita, ha consentito di dare un chiarimento scientifico alla definizione di persona, demolendo le anomalie del pensiero religioso cristiano e della cultura greca-romana alleate nell’annullare l’identità e la sessualità delle donne. Durante tutta la gravidanza il cervello del feto ha solo la funzione di accrescimento e sviluppo e non di percepire le qualità dello stimolo.
Alla nascita gli stimoli nuovi epigenetici rendono possibile una nuova funzionalità del cervello e degli organi di senso consentendo l’emergere del pensiero. Le prime connessioni tra organi di senso e corteccia cerebrale compaiono intorno alla 23-24esima settimana di gestazione, epoca in cui se il feto nasce può reagire agli stimoli sensoriali che sono il presupposto per la sopravvivenza e la percezione della qualità dello stimolo. I movimenti fetali che compaiono in epoca precoce sono automatici e programmati geneticamente per consentire lo sviluppo cerebrale e delle terminazioni nervose. Il fine della gravidanza è lo sviluppo morfologico del feto senza alcuna interferenza ambientale che possa ostacolarne lo sviluppo geneticamente programmato. Il cervello è l’organo che affronta una vera trasformazione biologica alla nascita iniziando con essa la sua vera funzione.
L’embrione di qualche settimana, ha contratture muscolari automatiche, finalizzate all’accrescimento dei tessuti, ma non è persona perché non può avere pensiero.
Far sentire in colpa le donne è un’aggressione alla loro identità ed equiparare l’embrione, che non ha alcuna attività di pensiero e ha reazioni solo riflesse, ad una persona è pura mistificazione. Decidere se proseguire o interrompere una gravidanza è la libera decisione di ogni donna che dovrebbe vivere questa scelta nella completa riservatezza come è d’obbligo per qualunque intervento medico sulla persona. Accade molto spesso nei consultori che esse siano obbligate a colloqui con personale non sanitario, con lo scopo di essere dissuase dal mettere in atto la loro decisione, suscitando sensi di colpa e mettendo in dubbio indirettamente le capacità umane e decisionali della donna.
Un aborto può essere la scelta di una minorenne che non si sente giustamente pronta ad affrontare fisicamente una gravidanza e l’accudimento di un bambino per la sua troppo giovane età o la scelta di una giovane donna che sta completando la propria formazione per realizzare identità sia sociale che personale. L’oppressione millenaria della cultura greca e romana nei confronti delle donne non è stata ancora superata. Se abbiamo ottenuto, dopo molte lotte, il diritto al voto, il diritto allo studio, che ci ha consentito un’indipendenza sociale, ancora non siamo riuscite a liberarci della negazione della cultura dominante nei confronti della nostra sessualità e realtà umana.
Aumentano le violenze sulle donne, muoiono per mano dei propri compagni, e tutti i provvedimenti legislativi applicati, si sono mostrati inutili perché non agiscono culturalmente. Anzi la proposta di legge per il riconoscimento dell’identità giuridica dell’embrione si presenta a sostegno della violenza sulle donne. Poi ipocritamente si sostiene che si vuole applicare totalmente la legge 194, in quanto fino ad ora non è stata realizzata quella parte che riguarda la prevenzione. Come pensano di farlo? Riempendo i consultori di sostenitori pro-vita per convincere le donne che se abortiscono sono assassine?
Negli ultimi anni negli ospedali viene assunto solo personale obiettore rendendo in pratica impossibile l’esecuzione di un qualunque intervento. Il messaggio di questa politica è chiaro, essa tende a disconfermare la capacità e la libertà di una donna di autodeterminarsi. Ma da medico mi chiedo, visto i costi di un intervento di interruzione di gravidanza che necessita comunque di personale e sale operatorie adeguate, perché il ministero della Salute non ha messo mai in atto campagne di informazione sulla contraccezione, che a mio avviso è il modo per realizzare una concreta prevenzione e responsabilizzazione? Anche la cosiddetta pillola abortiva Ru486 è difficile da reperire e molte Regioni con la prescrizione chiedono d’obbligo tre giorni di ricovero ospedaliero, obbligo non richiesto in molti Paesi europei.
Gli adolescenti iniziano molto presto ad avere rapporti sessuali, e i consultori dovrebbero accoglierli e fornire loro strumenti informativi per la contraccezione. Molti di essi fanno sesso, ma sanno molto poco della sessualità che coinvolge profondamente il corpo e la realtà psichica non cosciente nella ricerca di un altro diverso da sé. La violenza culturale che nega la realtà umana del genere femminile, propone un rapporto uomo-donna violento che rende alcuni adolescenti insicuri della propria identità sessuale e incapaci di affrontare una ricerca sulla sessualità con l’altro sesso.
«Io sono Giorgia, madre, cristiana», afferma il presidente del Consiglio, che vuole essere appellata al maschile. Io sono Simona, atea, non ho figli, ho l’onore e il privilegio di dirigere Left. Rappresento una devianza dal punto di vista di Meloni e della congerie di governo? A dire il vero personalmente questo mi preoccupa poco, forte di una lunga storia di antifascismo, di giornalismo militante e soprattutto di ricerca e formazione personale nell’ambito di una quarentennale ricerca sulla realtà umana, che ha messo al centro il riconoscimento dell’identità e della creatività delle donne, al di là di fare figli. Quello che mi preoccupa semmai è l’afasia della sinistra che non contrasta le proposte del governo Meloni con sufficiente forza e mi domando perché.
O meglio temo di saperlo: perché al fondo l’opposizione è altrettanto cattolica. Altrimenti avrebbe alzato barricate già quando, poco prima dell’insediamento dell’esecutivo di destra, il senatore Gasparri ha riproposto, come ad ogni inizio legislatura, un ddl che vorrebbe riconoscere identità giuridica all’embrione, in maniera del tutto antiscientifica e antistorica, addirittura negando quel che affermava già il Codice napoleonico, ovvero che la vita umana comincia alla nascita.
Impotente sul piano economico, dacché non si può scostare dalla via solcata da Draghi per la manovra, dilaniato fra mille contraddizioni interne su Flat tax, pensioni e molto altro, il governo Meloni ha accelerato sul piano culturale e identitario. Prima con la nomina alle presidenze di Senato e Camera di La Russa e di Fontana, uno collezionista di busti del Duce e mai dichiaratosi antifascista, l’altro già deus ex machina del reazionario Congresso delle famiglie che vide la partecipazione anche di Salvini e di Dugin, l’ideologo di Putin. Poi ecco i nomi dei ministeri ribattezzati in chiave cattolica e sovranista, uno dei quali il neonato ministero della Famiglia e della natalità affidato a Eugenia Roccella, ex radicale, paladina della campagna contro la Ru486, farmaco salvavita secondo l’Oms, ma per lei veleno per «aborto chimico».
Forse il governo guidato dalla leader di Fratelli d’Italia non metterà mano alla legge 194, ma sul modello polacco e ungherese attaccherà la libertà di scelta colpevolizzando le donne che decidono di interrompere una gravidanza obbligandole ad ascoltare il battito del cuore del feto, come sembra che già accada in Umbria, stando alla denuncia della deputata di Sinistra italiana Piccolotti. E soprattutto renderà loro impervia la via all’aborto farmacologico, ovviamente meno invasivo di quello chirurgico, perché per costoro bisogna soffrire per interrompere una gravidanza. L’obiettivo è chiaro.
Colpevolizzare le donne che decidono di abortire e far passare l’idea (falsa) che l’embrione sia persona per stigmatizzarle come assassine, in accordo con quanto dice papa Francesco che addita come killer i medici non obiettori («L’aborto è un omicidio, come assumere un sicario»). Sono narrazioni violentissime, fuori dalla storia, ne abbiamo scritto tanto su Left, ma in questa congiuntura di grave arretramento culturale e politico nella cover story di questo nuovo numero torniamo adecostruirle in maniera scientifica. A proposito di violenza misogina può bastare come esempio l’articolo di Langone su Libero che titola “Togliamo i libri alle donne e vedrete che tornano a fare figli”. Questo livello è analogo a quello che ritroviamo nell’eloquio del ministro Piantedosi verso i migranti definiti «carico residuale», e, nella pratica, concretizzato in iniqui sbarchi selettivi di persone in fuga da morte certa e gravi crisi sociopolitiche molto spesso peraltro provocate da Paesi occidentali. Lo ritroviamo poi nell’ossessione di fermare inesistenti invasioni di immigrati e di giovani ravers, che magari, chissà potrebbero anche incontrarsi per conoscersi, per stare insieme, per intrecciare rapporti d’amore.
Tutto ciò che è irrazionale, libero movimento, sessualità che non sia finalizzata alla procreazione terrorizza questa destra estrema, che nega la laicità come principio fondante della Costituzione su cui ha giurato e poi con goffaggine propone bonus per matrimoni in Chiesa (salvo essere poi costretta a fare dietro front). Che mentre taglia finanziamenti alla scuola pubblica, sfrontatamente foraggia le paritarie. Che vorrebbe infestare i consultori di crociatipro life per terrorizzare le donne e, soprattutto, le giovanissime che decidono di interrompere una gravidanza. E che guarda agli Stati Uniti dove è stato cancellato il diritto all’aborto a livello federale.
Proprio su questo tema, per fare chiarezza in maniera autorevole abbiamo chiesto l’aiuto della massima esperta di neonatologia, la psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, docente della scuola Bios psiché. Con lei ed altri torniamo ad argomentare e documentare perché l’aborto non è un omicidio, dacché il feto, che è realtà biologica, non ha realtà mentale, che invece emerge alla nascita, quando il feto venendo alla luce va incontro a una trasformazione radicale, a una cesura assoluta fra il prima e il poi. Solo con la nascita nel bambino, dalla biologia e non per luce divina, compare la realtà mentale. Importantissime sono le ricadute sul piano politico di ciò che scrive la professoressa Gatti, a partire dalla Teoria della nascita di Massimo Fagioli. Smascherano le azioni di un governo che ha il terrore della sessualità, il terrore del desiderio, che vuole ricondurre tutto alla necessità di dare figli alla patria, bianchi e cristiani. Il tutto, per di più, proprio mentre la popolazione mondiale ha superato gli otto miliardi di persone.
Editoriale di Left n.32 del 2 dicembre 2022
Copertina illustrata da Fabio Magnasciutti
Sono almeno 4 anni che i sindacati e i vari governi discutono di salario minimo. Si è partiti dalla proposta Catalfo (quando si diceva che 9 euro all’ora fosse la soglia minima per la decenza) e poi quella dell’ex ministro Orlando. Ieri si sono votate diverse mozioni sul salario minimo, quella di Andrea Orlando (Pd), di Giuseppe Conte (M5s) e di Marco Grimaldi (Verdi-Sinistra), e una (piuttosto minimale) di Matteo Richetti (Terzo polo).
È passata invece la mozione della maggioranza che, molto simbolicamente, è stata spinta dal nuovo sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon che ha deciso di fregarsene del recepimento della direttiva europea che chiede l’introduzione del salario minimo entro il 2024 (nei pochi retrogradi Paesi che ancora non adottano questa misura, tra cui l’Italia) parlando genericamente di un obiettivo di «tutela dei diritti dei lavoratori attraverso una serie di iniziative, a partire dall’attivazione di percorsi interlocutori tra le parti non coinvolti nella contrattazione collettiva» e facendo riferimento all’iniziativa di «monitorare e comprendere motivi della non applicazione, avviare un percorso di analisi rispetto alla contrattazione collettiva nazionale». Se vuole lo aiutiamo noi: il motivo, semplicissimo, è da ricercare tra l’insipienza dei nostri governanti.
Che tutto questo accada nei giorni in cui l’Istat certifica in Italia un’inflazione stabile alll’11,8% (record negativo di tutto l’Occidente) dice chiaramente quale sia la linea di questo governo. Non è un caso che ieri il governo sia stato criticato perfino dalla Cisl, che sul salario minimo è stata sempre più che tiepida. Che questo accada mentre è stata tagliata l’indicizzazione delle pensioni è un altro aspetto dirimente.
Sono arrivati e hanno cancellato il Reddito di cittadinanza (e non si sa sostituendolo con cosa). Hanno reintrodotto i voucher, ammennicolo indispensabile per lo schiavismo 2.0. Ora hanno bocciato il salario minimo. Tutto secondo programma.
Buon giovedì.
Nella foto: il sottosegretario al Lavoro Durigon a “Porta a porta”, 30 novembre 2022
Il palazzo è buio, non del tutto buio ma illuminato solo in certi punti, come tutti i grandi edifici pubblici che quando scende la notte restano a rimuginare sullo scorrere inesorabile dei giorni e del tempo. Sembra un’università, o un ministero, è la sede della televisione pubblica serba. Nella guardiola all’ingresso tre custodi guardano la tv, uno si alza e ci viene incontro sorridendo. Sessant’anni, pochi capelli, si presenta ma non memorizzo il nome. Dice qualcosa a Katarina, non parla inglese, è intuitivo che si tratta di seguirlo oltre i tornelli e nel reticolato di corridoi punteggiati di porte chiuse. L’uomo è allegro, anche se ormai quasi tutti quelli che lavorano in questo posto devono essere tornati a casa e a lui toccherà rimanere per chissà quanto ancora.
Saliamo al piano di sopra, spuntiamo in un altro corridoio, entriamo in una stanza occupata da un trentacinquenne al computer che si alza per accoglierci prima di tornare subito al lavoro. Il portiere ci chiede se beviamo qualcosa, io ci penso su ma rispondo di no. Intendeva acqua? Non ho sete. Intendeva caffè? Oggi ne ho presi già troppi. Intendeva rakija? Non potrei escluderlo, ma comunque non mi pare il caso di buttar giù un bicchierino prima di un’intervista alla televisione. Katarina chiede un tè, perché l’uomo insiste, poi quello che lavorava al pc si scusa e si congeda. Tempo un paio di minuti e arriva Andjela, la mia interprete. Ci presentiamo, il portiere porta il tè, comincia un balletto che continuerà per tutta la serata. Io e lei che parliamo in italiano, lei e Katarina in serbo, il più delle volte tutti e tre in inglese.
Quindi il portiere ci guida nel ventre sempre più buio dell’edificio. A un certo punto ci ritroviamo in una zona di passaggio in cui mi sembra di sentire odore di bruciato, la superiamo in fretta, poco più in là una donna di mezza età piuttosto in tiro, che finge una gentilezza di circostanza, ci dà il benvenuto in un inglese curato e, pure lei, ci chiede di seguirla. Finalmente irrompiamo in un grande studio di registrazione, con pareti luminose che ruotano intorno a una bassa pedana dove è piazzata la scrivania a cui io e il mio intervistatore ci accomoderemo tra poco.
Dura tutto una ventina di minuti, prima dell’intervista il portiere entra un paio di volte urlando nomi che urlerebbe anche se si trovasse nella redazione di una televisione locale umbra. Marco! Franco! Sorride sempre, non smette fino a che non ci lascia davanti alla guardiola dentro alla quale i suoi colleghi più giovani stanno guardando Barcellona-Bayern Monaco, che deve essere appena cominciata. L’Inter ha già giocato, e a mezz’ora dalla fine, l’ho controllato prima di scendere dal taxi che ci ha portato qui, vinceva due a zero. Quindi, come da pronostico, noi siamo di sicuro già qualificati agli ottavi di Champions, così come il Bayern, mentre il Barcellona è fuori. La partita che sta trasmettendo adesso la televisione serba è una partita del tutto inutile. Ma cosa possono fare in fondo di meglio, questi tre uomini, che passare il loro tempo così?
Non so se l’odore di bruciato che ho sentito nei corridoi fosse reale o meno. Probabilmente non lo era nemmeno quello di due giorni prima, all’imbrunire della mia prima giornata a Belgrado, quando avevo camminato fino a una delle due più grandi tracce rimaste dei bombardamenti del 1999. In quel momento, davanti alla carcassa del palazzo della televisione, non sapevo ancora che quarantotto ore più tardi sarei entrato in quello stesso complesso da un ingresso laterale rispetto alla prospettiva macabra e impressionante su cui mi stavo affacciando.
Il palazzo era stato tagliato di netto, come da una gigantesca lama che calando dall’alto aveva cauterizzato la ferita. Sembrava una casa delle bambole: si vedeva in sezione la normalità interrotta di allora, si vedevano le stanze, i cubicoli, le piastrelle alle pareti e i pannelli sul soffitto, si vedevano i muri divisori anneriti e la soffitta sotto il tetto a spioventi da cui spuntavano delle assi sfilacciate e, verso l’alto, un comignolo intatto. Si vedevano, in ogni piano, le finestre spalancate verso l’interno, senza vetri. Al primo piano la fila era interminabile, e ricordava una sfilza di espositori di cd nei vecchi negozi di dischi. Alcuni piccioni entravano e uscivano, totalmente indifferenti a ciò che significava il luogo che avevano scelto per casa. Un’indifferenza oltraggiosa e sana, quasi un incoraggiamento, la natura che sa prescindere dalla guerra e dalla storia degli uomini, che le appartengono non più di qualsiasi altro essere vivo o inanimato. Alla destra dell’edificio martoriato si innalzava, dietro o sopra un piccolo grattacielo ricoperto di vetri specchiati, un’alta torre di tralicci: l’antenna della radio. Sempre a destra, ma in primo piano, una palazzina più bassa, nuova ma molto classica, come quella che si trovava dall’altra parte, e che in qualche modo doveva condurre allo studio di registrazione in cui io avrei fatto la mia intervista.
Il palazzo della televisione a Belgrado. Foto di Giovanni Dozzini
La sede della televisione serba è stata colpita dai missili della Nato la notte del 23 aprile 1999. Io non avevo ancora compiuto ventuno anni. Di quella guerra ho alcuni ricordi nitidi e altri molto confusi. Di nitido ci sono in realtà dei frammenti di ricordo: io all’ospedale di Siena, dove stavano cercando di capire una volta per tutte che genere di malanno avessero i miei nervi, perforando, asportando, analizzando varie minuscole parti del mio corpo, e le notizie dell’attacco a Belgrado sui giornali o nelle telefonate con i miei. E poi D’Alema, che allora era primo ministro, le polemiche a sinistra per la partecipazione italiana alla missione. Un vecchio comunista italiano che bombarda Belgrado.
Ricordo poi le immagini in tv per tutta la primavera, ricordo uno stato di angoscia in fondo sottile, perché a vent’anni l’angoscia finisce sempre per essere schiacciata dal peso del futuro. Non ricordavo, per esempio, che nel bombardamento della televisione fossero morte sedici persone. Me lo hanno detto Katarina e Andjela, a cena subito dopo l’intervista in un vecchio ristorante qualche isolato più in là. Sul web, una volta tornato a casa, ho trovato un articolo di Repubblica uscito il giorno dopo la strage. Non vedo la firma, ma il titolo è molto diretto, nonché in difetto dell’informazione più importante:«La Nato distrugge la televisione serba». Solo nell’occhiello si fa riferimento alle vittime: «Attacco missilistico nel cuore della notte: almeno nove i morti, molti i feriti». Non bombe, quindi, ma un missile. Sparato da chi, da dove? Non lo so. «Un missile ha semidistrutto la palazzina che ospitava gli uffici della tv ed ha abbattuto la grande antenna trasmittente, riducendola al silenzio». La contabilità dei civili colpiti è provvisoria, di sicuro c’è l’ora dell’attacco, le due del mattino.
Altrove, sempre in rete, trovo la conferma di quanto mi hanno detto Katarina e Andjela. I morti, alla fine, furono sedici. Sedici persone che, di notte, lavoravano nella sede della televisione pubblica serba, come i portieri che poco fa guardavano Barcellona-Bayern, come forse Marco o Franco o qualche altro tecnico. Il pezzo di Repubblica si chiude con una dichiarazione dell’allora ministro dell’Informazione, intervenuto sul posto. «Criminali come Clinton e Blair non possono essere stati partoriti da una madre. Sono i più grandi criminali, bestie. in confronto a loro anche Hitler era solo un bimbetto». Il ministro si chiamava Aleksandar Vučić.
Quell’Aleksandar Vučić? Sì. Di Vučić in questi giorni a Belgrado ho parlato a lungo. Il presidente della Repubblica di Serbia è un uomo ingombrante, la cui ombra si proietta su molte delle cose che accadono più o meno dappertutto. Nazionalista, populista, di tendenze illiberali, Vucic è l’anello di congiunzione tra la Serbia di Milošević e quella di oggi, tra il Novecento e il cuore del ventunesimo secolo. Nel 1999 era un enfant prodige, adesso, a cinquantadue anni, è un equilibrista che in casa propria alimenta un revanscismo che trasuda da ogni angolo della capitale e in Europa cerca, come mi ha detto qualcuno, di far sedere il suo Paese “su due sedie”. Né con la Nato, né con la Russia. Eppure l’impressione è che il popolo serbo, di cui Vučić è insieme espressione e guida, la veda diversamente. Mai con la Nato, mai contro la Russia.
«La Russia è per noi una specie di sorella maggiore», mi ha spiegato una delle organizzatrici della Fiera del Libro di Belgrado il giorno del mio arrivo. «La Russia è entrata nella Prima guerra mondiale per prendere le difese della Serbia. Questo non lo possiamo dimenticare». I legami tra queste due nazioni sorelle in effetti sono numerosi e solidi. La storia, la lingua, la religione. Proprio vicino alla sede della televisione, ai piedi della grande chiesa ortodossa di San Marco, c’è la piccola chiesa russa, costruita nel 1924 con l’intenzione di dare sfogo e conforto ai tanti russi bianchi in fuga dopo la Rivoluzione bolscevica. Sono passato anche da lì. Mi sono spinto dentro, trovandomi di fronte a una parete completamente ricoperta di icone mariane dorate. C’erano alcune donne che pregavano, di età diverse, una molto giovane. Donne russe che pregavano per cosa? Per chiedere al Padreterno l’inconfessabile: salvare i colpevoli e fare ciò che crede delle vittime.
La Serbia non ha aderito alle sanzioni contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio scorso. «Io penso che fino all’invasione Putin per i russi sia stato un bene. Dopo, no. La Russia si era pian piano aperta al mondo, ora rischia di tornare indietro di trent’anni, a una chiusura simile a quella dei tempi dell’Unione Sovietica», mi ha detto la donna della Fiera. Una donna in gamba, simpatica, colta, moderatamente di destra, nipote di un cetnico internato per un certo periodo in un campo di concentramento del Centro Italia durante la Seconda guerra mondiale. Ma se questa guerra non le piace, ancor meno le piace l’idea che si pensi di risolverla con l’annientamento della Russia. «La nostra sorella maggiore», dice. Il novanta per cento dei serbi, secondo me, sta con la Russia».
Quella di Katarina è tutta un’altra storia. Una domanda che mi faccio sempre, da sempre, è come si possa essere di sinistra in un Paese in cui l’idea stessa di sinistra è stata ferocemente sconfitta dalla storia. Un qualsiasi Paese dell’Est Europa, con tutte le debite differenze, e anche la Serbia. Ecco: si può fare come Katarina. Aprire una casa editrice, pubblicare libri importanti di divulgazione scientifica, e poi scommettere su una collana di narrativa straniera capace di raccogliere voci disparate, storie che vorrebbero contribuire a comporre una rappresentazione dell’Europa e della società europea diversa da quella dominante. «Dieci anni fa era il momento giusto per entrare nell’Unione Europea. Allora avrebbero dovuto accettarci, o dimostrare di volerlo fare seriamente. Ormai, secondo me, è tardi. Temo che non succederà più». Non succederà perché la Serbia sta diventando un candidato sempre meno presentabile per Bruxelles. «E perché il popolo serbo lo vuole ogni giorno di meno».
Eppure Katarina è cresciuta in un posto che sentiva fare parte a pieno titolo dell’Europa. «La Jugoslavia era Europå», dice. Non era la Bulgaria, non era la Polonia, naturalmente non era l’Unione Sovietica. «Avevamo più libertà. Potevamo viaggiare, potevamo andare dove volevamo». Per questo, quando la Nato ha cominciato a bombardare nel marzo del 1999, non riusciva a credere ai suoi occhi. «Era come se un amico che vedevamo tutti i giorni ci entrasse in casa e cominciasse a spararci». Lei, contro Milošević, era scesa in piazza a lungo ai tempi dell’università. «Prendendo anche qualche botta». Ma poi la Nato, per fermare le porcherie di Milošević in Kosovo, ha preso a cannonate la gente comune. «Ma come? Noi protestiamo contro di lui per anni, ci facciamo picchiare dalla polizia, poi arrivate voi e per punire lui bombardate noi?». Putin per lei è indifendibile, ma le armi a Kiev non possono essere la soluzione. «Le guerre non vanno alimentate. Le armi portano solo altra guerra. Serve un negoziato, serve un compromesso».
L’argomento guerra, qui, è scivoloso per molti motivi. Primo fra tutti, il Kosovo. Pur non aderendo alle sanzioni dell’Occidente contro la Russia, per esempio, Vučić non ha riconosciuto i referendum nel Donbass. Chiaramente avrebbe rappresentato un precedente sconveniente considerando l’annosa questione del Kosovo, dove nel 1389 fu combattuta la Battaglia della Piana dei Merli, che per i serbi è uno degli snodi cruciali della loro storia, e fa del Kosovo un luogo fondante della loro identità. Una questione su cui il tenore del clima è evidente fin dall’arrivo a Belgrado: sul primo cavalcavia della strada che porta dall’aeroporto alla città campeggia, a caratteri cubitali, la scritta “Kosovo is Serbia”. E poi, davanti ai ruderi del ministero della Difesa, l’altra grande cicatrice del 1999 appena a valle del centro di Belgrado, è affisso un grande striscione che, oltre a inveire contro la Nato, recita così: “Serbia without Kosovo would be like a human without heart” (“La Serbia senza il Kosovo sarebbe come un uomo senza il proprio cuore”).
«Mio padre è nato in Kosovo», dice Andjela a cena. «E anche se razionalmente so che ormai il Kosovo non potrà più far parte della Serbia, emotivamente per me accettarlo è difficilissimo». Prendo coraggio, perché è necessario. In quei giorni, in quell’ultima primavera del vecchio secolo, chiedo a un tratto a entrambe, voi eravate a Belgrado? Katarina e Andjela dicono di sì. I racconti di mio padre bambino sotto le bombe alleate, in un Paese appena fuori Perugia, erano confusi, quelli di mia madre, che nel 1944 aveva due anni, impossibili. Questi, invece, sono i racconti di due donne che a quel tempo andavano all’università. Mie coetanee, più o meno: io a farmi vivisezionare in ospedale, loro a nascondersi dalla guerra.
Katarina spiega bene la sensazione di essere attraversata, in tutto il corpo, dall’aria arroventata da una bomba caduta, di notte, poche centinaia di metri più in là. «Camminavo per strada, si è fatto improvvisamente giorno, il botto è stato enorme». Gli occhi di Andjela si riempiono di lacrime. Rimarranno lì per tutta la sera, senza mai venire giù. «Io non ci credevo. Quegli ultimatum della Nato a Milošević mi sembravano solo un modo per metterlo alle strette. Non lo faranno mai, pensavo». Poi, la sera del 24 marzo 1999, il telegiornale chiarisce che la situazione è precipitata. «Dissero che se avessimo sentito le sirene antiaerei non sarebbe stata un’esercitazione. Cinque minuti dopo mi chiama una mia amica dall’Italia, dove era scappata proprio per paura delle bombe. Guarda che gli aerei sono appena decollati dalla base di Aviano, mi dice. Stanno arrivando. A quel punto è cominciato l’incubo». Un incubo destinato a durare a lungo. «Ma dopo quattro o cinque giorni smettemmo di tormentarci. Se sentivamo le sirene, continuavamo a fare quello che stavamo facendo», mi dice Katarina. Andjela annuisce. «Gli uomini finiscono per adattarsi a tutto».
L’operazione Allied Force durò settantotto giorni, dal 24 marzo al 10 giugno 1999. L’associazione non governativa Human rights watch ha stimato un numero di vittime civili serbe tra le 489 e le 528. Secondo Belgrado furono cinque volte di più, senza contare gli effetti a lungo termine, tra tumori e leucemie, dell’utilizzo di munizioni con uranio impoverito.
Belgrado, in questi giorni, è stata molto calda. Come l’Italia, come una parte di mondo troppo grande, per essere nel pieno dell’autunno. La natura non ce la fa più, e le guerre in cui si impelagano gli uomini, in questa faccenda, paradossalmente sono solo un dettaglio. Ma un dettaglio enorme. Prendi questo palazzo martoriato, prendi la sede della televisione e prendi anche il ministero della Difesa. Prendi le sedici persone morte mentre lavoravano al turno di notte. Moltiplica tutto per dieci, per cento, per mille. Prendi quelle donne russe che stavano pregando davanti alle loro madonne color dell’oro. Fanne un seme da cui germoglieranno milioni di preghiere. A che scopo?
Allontanarsi dall’Occidente, ogni tanto, ha un effetto quasi lisergico. Si vede tutto più chiaramente, senza nemmeno il bisogno di capire, di preciso, come funzionano le cose, o come possono funzionare. Parla con una donna serba, con una bulgara, parla con un messicano di settant’anni o con un maliano di trenta. Chiedigli di raccontarti la guerra tra Russia e Ucraina, guarda il distacco o l’abisso nei loro occhi. Sono molti i torti, sono molte le ragioni. Ma non c’è nulla di romantico: la guerra è volontà di potenza, i nazionalismi sono il veleno della storia, gli imperialismi il fuoco più feroce. L’immancabile rakija alla prugna con cui ho inaugurato la mia ultima a cena a Belgrado prima di tornare a casa, invece, mi ha incendiato lo stomaco, e mi ha dato il coraggio di fare quella domanda oscena: com’era, per voi, vivere sotto le bombe che noi vi sganciavamo in testa? Ed è in questa domanda, più che nelle risposte, che si trova la lente con cui dovremmo guardare il presente.
* L’autore: Giovanni Dozzini nel 2019 ha vinto il Premio Letterario dell’Unione Europea con E Baboucar guidava la fila (Minimum Fax). Negli ultimi due anni il romanzo è stato tradotto in nove lingue, a cui se ne aggiungeranno a breve altre tre. L’edizione serba è appena uscita con il titolo A Babukar je Išao prvi (traduzione di Snežana Milinković), per l’editore Heliks. Tra il 24 e il 27 ottobre scorsi Dozzini è stato a Belgrado per promuoverlo e partecipare alla Fiera del Libro.
In foto: una donna passa davanti ad un murales vandalizzato che raffigura il presidente russo Vladimir Putin e l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in un sobborgo di Belgrado. Le lettere cirilliche sul murales recitano “Il Kosovo è Serbia”. Serbia, 3 novembre 2020
«È stato un grande marxista, un grande rivoluzionario proletario, statista, stratega militare e diplomatico, un combattente comunista di lunga data e un leader eccezionale per la causa del socialismo con caratteristiche cinesi». Con queste parole il Comitato centrale del Partito comunista cinese (Pcc) ha annunciato, tramite una nota diffusa dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, la morte di Jiang Zemin, ex presidente della Repubblica popolare cinese (Rpc), segretario generale del Pcc e presidente della Commissione militare centrale.
Jiang Zemin si è spento il 30 novembre all’età di 96 anni, nella sua abitazione di Shanghai, a causa di una leucemia e di un’insufficienza multiorgano.
La nota indirizzata a tutti i componenti del Partito, alle forze militari e a tutti i gruppi etnici del popolo cinese reca la firma anche del Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo della Rpc, del Comitato nazionale della Conferenza politica consultiva del popolo cinese e delle Commissioni militari centrali del Pcc e della Rpc.
«Il compagno Jiang Zemin – si legge ancora nel dispaccio – è stato il nucleo della leadership collettiva centrale della terza generazione e il principale fondatore del Pensiero delle tre rappresentatività».
L’annuncio della morte di Jiang Zemin arriva ad un mese dalla conclusione del XX Congresso del Pcc, le cui immagini, soprattutto quelle dell’allontanamento dell’ex presidente Hu Jintao dalla Grande Sala del Popolo, probabilmente affetto da demenza senile, hanno colpito gli osservatori internazionali. Il trattamento riservato a Hu, insieme al terzo mandato di Xi Jinping, che ha messo fine alla norma dei due mandati in uso dall’epoca di Deng Xiaoping, avevano già mostrato un cambiamento epocale nel Regno di Mezzo: la morte dell’ex leader sembra esserne una conferma.
Jiang si affermò sulla scena politicacinese poco dopo le riforme di mercato diDeng Xiaoping, con la nomina a ministro dell’industria elettronica nel1983, a sindaco di Shanghai nel 1985 e a membro delComitato Centrale del Pcc nel 1987. Fu però il 1989 ad imprimere una svolta nella sua carriera: a causa delle manifestazioni di piazza Tian’anmen, infatti, il segretario generale del Partito Zhao Ziyang, considerato troppo indulgente verso i manifestanti, fu epurato (e tenuto agli arresti domiciliari fino alla morte, nel 2005); al suo posto Deng Xiaoping in persona volle Jiang Zemin, allora Segretario del Pcc a Shanghai, ritenendo che fosse il candidato ideale in quanto non appartenente a nessuna fazione interna al Partito.
Dopo la repressione di Tian’anmen, Jiang Zemin, considerato inizialmente solo un leader di passaggio, consolidò rapidamente la sua base di potere: promosse molti dei suoi fedelissimi, appartenenti alla cosiddetta “cricca di Shanghai” (Shanghai ban in cinese), a membri dell’organo governativo più potente dello Stato, il Comitato permanente del politburo. Nel 1993 divenne presidente della Rpc; appena un anno prima aveva coniato l’espressione «economia socialista di mercato», che proponeva, in linea con il «socialismo con caratteristiche cinesi» di Deng Xiaoping, una soluzione alla contrapposizione ideologica tra economia pianificata ed economia di mercato attraverso un’integrazione delle due. In questo modo, Jiang Zemin procedette spedito con le riforme economiche nel Paese, tralasciando, tuttavia, le riforme politiche.
Sotto la leadership di Jiang Zemin, la Cina ha affrontato alcuni dei suoi momenti cruciali: dalla repressione del movimento spirituale dei Falun Gong, alla terza crisi dello stretto di Taiwan, al ritorno di Hong Kong e Macao alla Rpc. Prima di cedere la carica di presidente della Repubblica al successore Hu Jintao nel 2003, inoltre, Jiang Zemin ha potuto assistere all’ingresso storico della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, avvenuto nel 2001.
Anche dopo aver lasciato tutte le cariche (l’ultima, quella di presidente della Commissione militare centrale, nel 2004), Jiang Zemin continuò ad esercitare la sua influenza nel Paese: ha sempre conservato un ufficio al quartier generale delle forze armate, con accesso a documenti militari riservati, e ha criticato negativamente la politica di Hu Jintao relativa alle rivolte in Tibet del marzo 2008 e nel Xinjiang del luglio 2009. Nel febbraio 2010 ha pubblicato Cronologia del pensiero di Jiang Zemin (1989-2008), volume che raccoglie discorsi, interviste e saggi dal luglio 1989 a novembre 2008, in cui viene associato apertamente, per la prima volta, «l’importante Pensiero delle tre rappresentatività» al suo nome, in quanto “pensiero di Jiang Zemin”, elevando così ulteriormente il suo status nel pantheon politico cinese. Ma, soprattutto, è stato Jiang Zemin a scegliere l’odierno leader della Rpc, Xi Jinping, in base al sistema gedai zhiding, per cui ogni leader può nominare il proprio erede a distanza di due generazioni (lo stesso era accaduto per Deng Xiaoping, che aveva scelto Hu Jintao).
Oggi persino i siti dei maggiori quotidiani cinesi sono in lutto: le homepage completamente in bianco e nero dimostrano il rispetto e la stima di cui godeva l’ex leader cinese. Eppure è impossibile non notare come, a distanza di più di trent’anni, Jiang Zemin abbia lasciato la Cina in un clima simile a quello in cui l’aveva trovata: investita da proteste, soprattutto di giovani universitari e universitarie, che chiedono libertà.
Nell’universo di Ferruccio Spinetti si naviga a vista, ma con un preciso sestante tra le mani. E non vi parlo dell’ormai celeberrima avventura musicale degli Avion Travel, ma piuttosto di quella scommessa che è Musica Nuda, il duo musicale che il contrabbassista ha fondato nel 2003 insieme alla vocalist e performer Petra Magoni. Musica Nuda ha realizzato, da un paio di mesi, Girotondo De André, uno strano disco concerto di cui ci parla Ferruccio Spinetti. «Nell’agosto del 2021 – racconta – andammo a L’Agnata, a casa di Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi su invito di Paolo Fresu. Lì suonammo dei brani di Faber mettendo in piedi un repertorio ad hoc, che poi registrammo al museo Piaggio di Pontedera». Nella scelta, dice, si fecero guidare dall’istinto: il risultato fu una raccolta di brani molto eterogenea, dai primi del 1968 fino a quelli degli anni Novanta, come “La nova gelosia” e “Disamistade”. Del primo, «una perla del ‘700», Spinetti dice che De André chiese direttamente al maestro Roberto Murolo di insegnarglielo, mentre del secondo, tratto dal «suo ultimo atto», Anime salve del 1996, racconta: «Avevo 25 anni quando ascoltai per la prima volta “Disamistade”: la cura per l’ensemble musicale che accompagnava il cantautore e la collaborazione con Ivano Fossati, non erano una cosa scontata».
Dall’omaggio a De André con Petra Magoni all’avventura da solista. È uscito a ottobre di quest’anno per l’etichetta Jando Music l’ultimo album di Spinetti, Arie (che presenta il 30 novembre a Roma, alla Casa del jazz, l’1 dicembre a Milano, Blue Note, il 2 dicembre ad Ascoli Piceno, Cotton Club). Un disco «a completa tradizione italiana», come lui stesso lo definisce nelle note al suo sito. Porta sì, per la prima volta, la sua firma da solista, ma anche quella del singolare ensemble che attorno a lui si è formato, captando le suggestioni raccolte tra i tanti laboratori tenuti a Siena Jazz, da un lato, e suonando in giro per il mondo, dall’altro. Con lui, infatti, ci sono Jeff Ballard, da poco trasferitosi in Italia, nome supremo della batteria jazz che ha collaborato con, tra gli altri, Chick Corea e Brad Mehldau, Giovanni Ceccarelli al pianoforte, già con Spinetti in altri progetti come quello di InventaRio e del disco More Morricone, la special guest Rita Marcotulli, che dà il cambio a Ceccarelli in due brani; e, infine, la voce della appena venticinquenne Elena Romano, allieva di Spinetti nel gruppo di musica d’insieme di Siena Jazz. «Ho osservato Elena – dice – per otto mesi e alla fine ho deciso di coinvolgerla, preferendola ad altre vocalist più affermate e famose. Il rischio mi piace, una sfida nella sfida». Spinetti, che dirige il Premio Bianca d’Aponte per le cantautrici emergenti, dichiara infatti di voler dare una possibilità ai giovani, nell’ottica di schiudere il mondo della musica alle novità, oggi che «i piccoli club scoperti e attraversati ai tempi di Musica Nuda non esistono più», e di scovare talenti: «Bisogna andare a scavare sotto le cantine ancora oggi, gli under 30 hanno incredibili abilità tecniche. Quest’anno (al Premio Bianca d’Aponte, ndr) avevamo 11 finaliste: ragazze di 25, 30 anni che hanno assorbito la lezione dei grandi ma che cercano di costruire le loro canzoni».
La città natale del musicista, Caserta, dista poco dalla Napoli di Pino Daniele di Nero a metà e di Bella ‘mbriana, che gli fa il verso. Spinetti sembra volerci dire che il nocciolo della questione è proprio quello di lavorare in modo da far emergere le proprie radici. «Io prendo sempre dall’humus in cui vivo», afferma, e infatti le radici campane emergono, prepotenti, anche nel suo ultimo lavoro. Come? Nella ricerca ossessiva per la melodia, ad esempio. «Non posso fare musica se non esiste una linea melodica precisa e distinta e questo, probabilmente, va a cozzare con l’improvvisazione radicale del jazz contemporaneo e con il lavoro di tanti amici e colleghi che lo praticano», spiega. «Ma le mie radici mettono al centro la melodia in modo indefesso. Quando faccio un solo cerco sempre di essere melodico».
Fare jazz, per lui, significa mantenere un approccio preciso, tutto il contrario dell’improvvisazione. Con questo suo modo gentile e diretto di parlare spiega: «Ho voluto trasformare dei pezzi che nascono strumentali in canzoni e vestirli di arrangiamenti velatamente jazz». Il sogno di Ferruccio è insomma presto detto: riferendosi alla musica classica, provare a prendere le antiche arie da cui nasce la forma canzone e far diventare così i brani strumentali del jazz esattamente in queste piccole arie, praticamente delle vere e proprie canzoni. Uno strano connubio? Non proprio, a sentire il risultato brillante, soffice, sinuoso, magmatico. Fermo restando che per lui il vero ed originario legame con le arie d’opera resta comunque Puccini: pensiamo alla versione del “Nessun dorma” che ne fece con Musica Nuda.
Arie parte con il brano “The river song” a firma di Cesare Picco ed Elena Romano e prosegue con “The look in your eye”, dove Enrico Pieranunzi prende il posto di Picco. «Pieranunzi per la mia generazione – dice Spinetti – è stato una fonte di ispirazione. Quando, da allievo, suonavo con lui a Siena jazz, mi tremavano le gambe. Lo stesso succedeva con Enrico Rava e Bruno Tommaso: persone che mi hanno cambiato la vita. L’”Ossessivostinato” di Tommaso cantato da Elena con quattro sovraincisioni sovrapposte con la tecnica del contrappunto è un omaggio a questa figura della musica».
È un tempo musicale, ma anche un modo di essere, quello di Ferruccio Spinetti. Ostinato e gentile: «Quando da artista senti che quello che stai facendo è giusto, devi portarlo a termine con tutte le tue energie. Poi puoi sbagliare. Ci sta, perché magari non lo riesci a suonare. Può succedere di fare degli errori, di incontrare dei buchi neri».
Con l’aria birichina di chi ti sta rivelando un segreto privatissimo mi confessa di aver scelto uno standard jazz strumentale di Enrico Rava dal titolo “Bella” e di averlo convertito in “Aria”, settimo brano dell’album, coinvolgendo per la scrittura del testo l’amico Peppe Servillo, che lo aveva inciso in un disco di Roberto Gatto di venti anni fa. «Ho preso in prestito il brano per farne una nuova versione»: l’azione, insomma, è quella di rimestare nel jazz italiano degli ultimi decenni, prenderne arie e standard melodici e rivisitarli nell’abito, nella forma, nella luce. «Vale per “Lullaby for Ugo” (dodicesimo brano dell’album, ndr) che porta la firma di Paolino Dalla Porta, dove la traccia dura pochi minuti e provo a fare l’esposizione del tema per solo contrabbasso e batteria. Ecco, il jazz è, per me, in questo incontro tra improvvisazione ed esposizione del tema al contrabbasso». Brevità, quindi, e nessuna voluta e ridondante improvvisazione.
Alla fine del disco arriva, inaspettata, anche la “Versilia” di Luca Flores, immenso pianista jazz raccontato al grande pubblico dal regista Riccardo Milani nel film Piano, solo del 2007: «Qui ho fatto un’operazione alla De André, mi piaceva l’andamento ritmico e la costruzione armonica di questo brano. Un genio del pianoforte e un grande autore, Flores: ne ho parlato spesso con Stefano Bollani».
In Ferruccio Spinetti si contaminano magicamente presente e passato. Spesso gioca con le immagini di oggi, ma lo fa vestendosi di antiche corazze e gorgiere, come rimestando nel passato musicale e nelle radici: «Ho pochi punti di riferimento, ma credo che quei pochi siano molto a fuoco».
Inevitabile quindi ricordare Fausto Mesolella, chitarrista e suo compagno negli Avion Travel scomparso nel 2017. «Fausto è stato per me un maestro, come lo è stato Bruno Tommaso al Conservatorio di Napoli. Un maestro che mi ha insegnato il senso ritmico e a stare sul palco. Gli anni del Nada Trio, dal ’95 al ’97, sono stati la mia palestra per imparare ad andare a tempo. Il pezzo che gli ho dedicato glielo avevo mandato nel 2016 con il mio IPhone; a lui piacque molto e mi spinse a scavarlo ancora. Dopo la sua scomparsa, negli Avion non abbiamo più voluto un chitarrista, ma abbiamo inglobato Dulio Caiota, un tastierista capace di coprire anche l’area elettronica necessaria».
Poco prima di salutarci Ferruccio mi rivela che quando non fa il musicista gioca a basket con i suoi coetanei, e che durante la pandemia ha musicato un corto di pochi minuti con la voce narrante di Mario Martone che raccontava della vita della scrittrice Fabrizia Ramondino, frequentata dal regista ai tempi del suo Morte di un matematico napoletano. Ci addentriamo infine nel tredicesimo brano del disco, “Vagabondi delle stelle”, recuperato dal film Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo. Chiedo a Ferruccio se anche lui si sente così, un po’ vagabondo delle stelle: «Sì, perché sto sempre per aria, il musicista è un vagabondo. Anche quando suono o improvviso procedo per immagini, come se facessi una colonna sonora in tempo reale».
Questa mattina fioccano gli articoli dei tre migranti che per 11 giorni hanno percorso 2.700 miglia nautiche aggrappati al timone di un’enorme petroliera. “Quando il Servizio di soccorso marittimo spagnolo li ha salvati, i tre uomini, probabilmente di origine senegalese, erano disidratati e indeboliti. Sono stati trasferiti negli ospedali di Las Palmas, sull’isola di Gran Canaria, per ricevere assistenza medica”, scrivono i comunicati ufficiali, riportati praticamente dappertutto.
La Salvamar Nunki ha rescatado esta tarde a tres polizones localizados en la pala del timón del buque Althini II, fondeado en entrediques del puerto de Las Palmas y procedente de Nigeria. Han sido trasladados al puerto y atendidos por servicios sanitarios. pic.twitter.com/1Ei1FieAV3
Si tratta di una nave partita da Lagos, in Nigeria, il 17 novembre arrivata lunedì a Las Palmas. La foto dei tre rintanati in un pertugio che sarebbe stato una trappola mortale in caso di mare mosso riportano alla memoria le notizie simili di novembre del 2020 quando quattro persone erano state trovate aggrappate al timone della Ocean princess e nel mese precedente dello stesso anno altri quattro sulla petroliera Champion pula.
È normale che chiunque sia dotato di un minimo di empatia, al di là delle posizioni politiche personali, non possa non solidarizzare con quei tre poveri disperati che hanno sfidato una morte quasi certa pur di sperare in un porto. Avere a corredo della notizia una foto perfetta per aprire i giornali, i siti e i servizi giornalistici aumenta la golosità dell’episodio.
Eppure non sono meno disidratati, meno violentati, meno impauriti, meno sopravvissuti e meno disperati quelli che arrivano in Europa in altre rotte. Non sono barche ma spesso sono bare galleggianti i barchini che in scioltezza facciamo accalappiare in mezzo al Mediterraneo dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Hanno addosso una simile traversata mortale quelli che con fastidio e con poca contezza delle proporzioni vengono bollati come fastidiosi invasori. Superano la morte per il gelo quelli che arrivano dalla rotta balcanica.
Non c’è un supplizio superiore che si deve attraversare per meritare salvezza e libertà. Se avessimo voglia di guardare (e di mostrare) le immagini degli strazi sulle rotte che l’Europa finge di non vedere avremmo lo stesso vertiginoso turbamento che proviamo di fronte ai tre sul timone della petroliera. Compiere l’errore di essere ospitali in modo direttamente proporzionale con la tortura subita significa trasformare i diritti in privilegi. E, come diceva Gino Strada, i diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini sennò chiamateli privilegi.
«Violenza politico-mafiosa alla Casa dello Studente. Vengono date alle fiamme l’auto del magazziniere Antonio Perrone e la stanza dello studente di Lotta Continua Silvestro Greco. Viene fatto esplodere un ordigno davanti alla porta dello studente di sinistra Santo Gioffrè di Seminara».
Che non sia mai stato uno proprio dal cuore tranquillo lo testimoniano decine di narrazioni, pubbliche e private. Per esempio questo episodio, inserito in un dossier che il Comitato per la Pace e il disarmo unilaterale inviò a metà degli anni Settanta alla commissione parlamentare Antimafia, dal titolo “Le mani sull’università – Borghesi, mafiosi e massoni nell’ateneo messinese”. Eccolo lì, Santo Gioffrè da Seminara, quel paesino della Piana di Gioia Tauro affrescato tra il vento e gli uliveti, noto per il sangue sparso dalle lupare ma assai meno, sciaguratamente, per la ricchezza di storia e cultura, fertile di intelligenze straordinarie, determinanti, come di un “tale” Leonzio Pilato, traduttore di Omero, maestro di greco addirittura di Boccaccio.
Dunque, già da ragazzo, e poi da universitario aveva più volte rischiato la vita Gioffrè, oggi conosciuto in Italia come il medico-scrittore e storico che ha scoperchiato la botola sulla sanità calabrese facendo luce sul fradiciume del sistema politico-masso-mafioso che le ruota attorno. Al punto che troupe tv estere, tra Bbc e altre emittenti europee, giornali internazionali e finanche cineasti hanno sentito la necessità di incontrarlo da vicino e vedere che faccia ha e che cosa ha da dire questo marziano che ha avuto la sfrontatezza di denunciare la grande ingiustizia perpetrata ai danni di una comunità già diseredata dalla storia e dal mondo, rischiando la pelle più dei tempi in cui nello Stretto i militanti di destra gli davano la caccia. Roba seria, tra minacce e pallottole in canna per lui nel 2015, quando da commissario dell’Azienda sanitaria provinciale (Asp) di Reggio Calabria non tacque su quegli odiosi automatismi tra doppi e anche tripli pagamenti di fatture, scatenando indagini della magistratura e, su di lui, campagne diffamatorie, come puntualmente avviene in questi casi. Un comunista che ha sempre fatto la sua parte con i fatti.
«L’Asp di Reggio Calabria è stata, e forse è ancora, una delle fonti principali di approvvigionamento e di accumulo di fondi neri e arricchimenti illeciti in Italia. Dentro l’Asp, fin dal 2005, è stato creato un sistema perfetto, un’abile rifrazione della logica», scrive a dicembre del 2020 Gioffrè, che da quell’incarico fu disarcionato ad hoc e in fretta e furia, in Ho visto, edito da Castelvecchi. Oggi denunciando i crimini del sistema che lui ha anche definito, e mai descrizione fu più azzeccata, “contabilità orale”, ovvero la chiusura di affari milionari tra crimine e istituzioni senza alcuna documentazione, ieri colonna discreta della militanza a sud della Penisola.
Scherzandoci su, Gioffrè dice di essere da sempre “il compagno incompreso”, riferendosi cioè alle scorribande da primula rossa combattente di sostanza, ma dietro le quinte. Senza dubbio un protagonista della storia della sinistra nel Mezzogiorno, tra militanza e racconti leggendari secondo cui sarebbe stato meglio non trovarselo di fronte quando decideva di dare battaglia per risolvere un’ingiustizia. E un rivoluzionario che cos’è, se non chi non riesce a stare zitto e fermo di fronte alle prepotenze, alle sopraffazioni, alle illegalità che diventano prassi, mettendo in gioco la propria vita per un bene superiore ad essa. Allora rivoluzionario in trasferta, se necessario. Come leggiamo nelle pagine in presa diretta del suo ultimo libro, Fadia, sempre per Castelvecchi, un romanzo che possiamo definire autobiografico, d’amore e di lotta, di storie che intersecano altre storie e la Storia stessa con la maiuscola.
Dentro ci sono passi dolorosi che chiariscono, per esempio, punti chiave della tragedia della guerra in Siria, dove l’autore si è recato più e spesso clandestinamente, passando dal Libano o dalla Giordania. Una narrazione minuziosa quindi su scenari inediti che, altrimenti, non avremmo mai conosciuto. Con lui, appassionato e fine conoscitore di letterature antiche e d’arte, scopriamo vestigia mozzafiato poi distrutte dall’Isis e angoli remoti di quello splendido, millenario Paese. Gioffrè ce ne parla con sapienza letteraria ormai matura, anche se non è una sorpresa se pensiamo al suo Artemisia Sanchez, edito da Mondadori, raffinato racconto storico, e alla sua trasposizione per Rai Uno, con la colonna sonora scritta da Lucio Dalla.
«La visita finì a malincuore, mentre il giorno andava calando dietro il versante libanese delle montagne – leggiamo, quando il suo alter ergo, Andrea Bisi, medico, ormai in punto di morte sul lettino di un reparto di emodinamica, fa un viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio, alla ricerca dell’amore perduto in quel pezzo distrutto di Medio Oriente, la bellissima Fadia, e di se stesso -. Palmyra, la dolce città di Zenobia, li attendeva… le rare macchine che incrociavano erano piene di gente che appariva rassegnata al proprio destino».
È il destino di una Siria martoriata dalla guerra e, forse ancor peggio, dimenticata da un Occidente affaccendato tra follie e indifferenze capitaliste. Aleppo, Damasco, il deserto, Bisi alias Gioffrè ha davvero conosciuto la grande bellezza, e poi le sue macerie umane e storiche. Da ateo e comunista, si confronta con l’arcivescovo ortodosso della stessa prodigiosa Aleppo, Boulos Yazigi, del quale diventerà amico, anche lui successivamente rapito e ucciso dai terroristi di Al-Nusra.
«Mi piaceva – ci dice – la sua semplicità giornaliera del vivere, e io da ateo osservavo e veramente ero convinto di essere in un altro mondo. Capivo la loro difficoltà a farsi accettare da un Occidente schiavo del consumismo e dal falso benessere. Gli avevo raccontato della mia militanza, non si era affatto scomposto». A Palmyra, “sposa del deserto”, aveva incontrato prima della Rivoluzione e dello scoppio del conflitto anche gente del calibro di Kaled-al-Asaad, l’archeologo che «da quarant’anni studiava e proteggeva uno dei siti più importanti e meglio mantenuti al mondo, dimostrando un amore smisurato per quella antichissima città della quale conosceva la storia di ogni pietra». Quell’Asaad che nel maggio del 2015, quando la città passò in mano allo Stato Islamico, fu catturato da un gruppo di jihadisti e decapitato due mesi più tardi. Il simbolo della decapitazione di un popolo. Un Olocausto, e vite spezzate, e sogni spezzati dei “fantasmi” dei sopravvissuti a una guerra che sembra non avere fine. Sotto agli occhi “ciechi” di tutti, o quasi.
L’immagine e le parole di Youssuf, il migrante siriano “marchiato” come non fragile che insieme ad altri due naufraghi si è tuffato dalla Geo barents e quindi portato in salvo sul molo del porto di Catania, sono emblematiche: «Dopo giorni e giorni su quella nave stavo impazzendo. Avevo la sensazione che il mio corpo e i miei sogni si stessero sgretolando». La Siria e le sorti di quel popolo hanno cambiato per sempre la vita di Gioffrè, insofferente per statuto interiore ai grandi torti. «Da quando era tornato dal viaggio, era cambiata la sua percezione del mondo – si legge in Fadia -. I contrasti del mondo occidentale balzavano ai suoi occhi in maniera vivida e lampante», con «le contraddizioni tra un mondo destinato a finire nell’oblio dell’autodistruzione…» ma, nonostante tutto, «ancora umano, dove uno sguardo poteva essere una promessa eterna». C’era, c’è ancora tanta bellezza in Siria, «c’era tanta bassezza nel suo Paese natio».
Andrea Bisi-Gioffrè avrà a che fare, ora, con la grande guerra italiana. E del suo amato e abbandonato, come la Siria, Mezzogiorno: da una parte mafie, corruzione politica, massonerie deviate, dall’altra un commissario comunista eletto nella Asp più inquinata d’Europa. Una lotta impari, comunque intrapresa a viso aperto. Come quando affrontava i fascisti tra Reggio Calabria e Messina, a giorni alterni guadagnandosi una convocazione dalla Digos. «Avevo soltanto 16 anni, e già mi sentivo un soldato, anzi, ancor più di un soldato”, ci racconta Gioffrè, che a breve vedremo – se saremo fortunati, perché con l’aria che tira sarà difficile nei festival italiani – in un docufilm dal titolo C’era una volta in Italia – Giacarta sta arrivando, di Federico Greco e Mirko Melchiorre, dove il ginecologo di Seminara è nientemeno in compagnia di Roger Waters, Ken Loach, Gino Strada o lo stesso Gavino Maciocco, il medico che da anni lotta, come Santo Gioffrè, per la sanità pubblica, ad esaminarne lo sfacelo degli ultimi anni. «Una distruzione – sostiene – responsabile di milioni di morti da decenni». E «non una parola da nessuno sulle responsabilità di tale distruzione, non una parola che indichi una visione complessiva e macroeconomica del problema, non una parola su chi ha iniziato a far rotolare la valanga. Forse perché dovrebbe fare i nomi dell’intera classe politica italiana, compreso Draghi?», denuncia l’autore di Fadia, non retrocedendo mai di un millimetro. Come ha sempre fatto.
«Guarda me, se c’è pericolo tu corri da me» disse a Pietro Ingrao quando, da giovanissimo studente di Medicina e già a capo del servizio d’ordine, era il 9 agosto del 1970, in un clima infuocato a Reggio Calabria, come nel resto del Paese, il leader del Partito comunista tenne un discorso davanti a una folla immensa. «Molti anni più tardi lo rividi a Roma, a una manifestazione della Cgil – ricorda -, lui mi guardò con quella stessa espressione che ebbe durante tutto il comizio a Reggio, mi salutò e insieme rammentammo di tutta quella tensione quella mattina in piazza. Ai margini della manifestazione qualche fascista tentò di attaccare, ma nessuno osò farlo dove stavamo io e i miei compagni. Se a qualcuno lo ricordi, ancora scappa». Un’immagine che la dice lunga sulla tenacia e la forza, sin da giovane con gli occhi neri e il cuore in rivolta, di questo medico e romanziere combattente.
«Non ho mai avuto paura, all’epoca, e nemmeno oggi. Ero studente al classico di Palmi, ricordo dei giorni in cui, improvvisamente, chiudevano le strade perché il generale Dalla Chiesa, scortato da lunga colonna di blindati, doveva visionare lo stato dei lavori per la costruzione del super carcere di Palmi, un lager dove furono poi rinchiusi i brigatisti delle Br che garantiva più dell’Asinara o di Badu ‘e Carros perché era, ed è, terra di ‘ndrangheta. Erano quegli anni lì, quando io spesso andavo in “missione” fuori. Nella mia vita, soltanto mio padre fu capace di spaventarmi: tornai una sera da Roma, a settembre, e lui mi incrociò sotto casa fissandomi negli occhi e osservando i miei capelli lunghi fino alle spalle. Ero sparito da almeno due mesi. Aspettò che mi andassi a coricare. Io vigilavo, e feci bene perché improvvisamente corse in camera mia per darmene di santa ragione, con mai madre dietro nel tentativo di fermarlo. Ma io fui più svelto, saltai dalla finestra».
* In alto, la copertina del romanzo “Fadia”, edito da Castelvecchi e un ritratto dell’autore Santo Gioffré in un frame di un’intervista per LaC
Non eroine senza macchia, né fanciulle giovanissime da record dei primati e neanche signore del teatro che hanno fatto la storia. Stremate e… beate?, di Giulia Riccardi, con Elda Alvigini, Beatrice Fazi e Giulia Ricciardi con regia di Patrizio Cigliano, in scena fino al 4 dicembre al Teatro Golden di Roma, mette al centro proprio le donne con la D maiuscola. Persone normali, over 50, che popolano la realtà di tutti i giorni e che hanno energia, esperienza e idee per essere protagoniste al cinema e teatri.
Con intelligenza ed ironia le tre attrici e il misterioso interlocutore fanno ridere e sorridere il pubblico, toccando, tra una battuta e un’altra, temi importanti. Ne abbiamo parlato con Elda Alvigini, interprete di Marisa, una delle tre protagoniste dello spettacolo.
Buonasera Elda, che immagine di donna emerge da Stremate e …beate?
Posso felicemente dire che le protagoniste di Stremate e… beate? sono tre donne rappresentate nel fior fiore degli anni che, nella commedia, quindi in purgatorio, dove è ambientata, non corrispondono ai venti o ai trenta ma ai cinquant’anni. Marisa, Elvira e Mirella sono tre donne vitali che hanno ancora energia, voglia di vivere e tante cose da fare. Anche se, secondo questa cultura post-berlusconiana, l’età in cui si sono ritrovate in purgatorio è quella in cui una donna è praticamente “finita”. In Italia, raramente vediamo donne over cinquanta a cinema o teatro. Mentre non è così nel resto del mondo. Negli Stati Uniti le donne over cinquanta sono protagoniste di film e serie. Noi, in questo spettacolo, rivendichiamo proprio la nostra voglia di fare, di tornare sulla terra, di essere piacenti e vitali anche dopo i cinquanta.
Dopo tanto tempo sei tornata a farti dirigere e a lavorare su un testo non tuo, com’è stata questa esperienza?
È stata meravigliosa. In scena lavoro con due grandi attrici a tutto tondo, non solo due comiche eccellenti. Per di più, Beatrice e Giulia sono anche due amiche, con cui ho già recitato. Con Beatrice Fazi ho condiviso l’esperienza del cinema e quella del teatro con La verità vi prego sull’amore. Inoltre, al di fuori della recitazione, con lei ho vissuto la splendida avventura de Il Locale, lo storico locale a vicolo del Fico. Mentre, con Giulia Riccardo ho recitato in Rosa Spina, dramma scritto e diretto da Michela Andreozzi sul caso Franzoni. Essere diretta da Patrizio Cigliano è stata una bellissima esperienza. La sua regia è molto meticolosa. Da una parte per me è stata una sfida decifrare il suo linguaggio molto personale e preciso che, per le altre due attrici era già famigliare, dal momento che loro hanno già lavorato con lui nei precedenti spettacoli di questo ciclo. Cigliano è molto esigente ed è un bravissimo attore, oltre che regista, conosciuto soprattutto per i ruoli shakespeariani al Globe Theater. Mi ha chiesto di fare “tanto” e io sono felice di aver dimostrato la massima malleabilità nell’essermi saputa adeguare alle sue esigenze.
Inoltre, devo dire che quando metto in scena i miei spettacoli tutte le responsabilità ricadono su di me ed è davvero molto faticoso, soprattutto dal punto di vista psicologico. Mentre questo spettacolo è sicuramente impegnativo dal punto di vista fisico e mentalmente richiede solo tanta memoria.
Come si è rapportata Elda Alvigini a questo testo che parla di aldilà?
Molto semplicemente, l’attore è un esecutore. Io sono atea, come credo tutto il cast, ed anche se in commedia il pretesto è la morte e, quindi, ciò che accade dopo, non c’è nulla di religioso. Questa è una “serie teatrale”, le protagoniste, ormai anziane, sono esistite per 5 spettacoli e in questo muoiono e finiscono in purgatorio, dove possono scegliere tra le opzioni di tutte le religioni. Insomma, alla fine si gioca molto sul tema, tanto che io dico: “Non capisco tutte ste distinzioni se lui è uno solo.” Comunque, Stremate e …beate? è una pura commedia e non c’è alcuna volontà di fare critica o religione. Certo, dà per scontato che esista un aldilà ma è un pretesto teatrale. Del resto, in questo caso il mio ruolo è quello di attrice, non di autrice e, come tale non sono responsabile del testo. Certo, anche se l’attore non sposa il testo che rappresenta, poi è ovvio che se dovessero propormi cose contro la mia natura forse non le farei.
Cosa c’è di Elda Alvigini in Marisa? Niente.
Cosa sono per te i “vizi” e che rapporto hai con gli stessi?
La parola “vizio” non fa parte del mio vocabolario. Mi pare sia legata a un giudizio e a un senso di colpa, insomma, a un’accezione negativa. A mio parere i vizi non esistono, sono un costrutto religioso. Esiste lo stare male. Voglio dire, se si ha voglia di un bel gelato non c’è nulla di male, se il rapporto con il cibo diventa patologico, ecco allora si parla di malattia. Ma se non fanno male, non sono necessariamente negativi. A mio parere non c’è nulla di grave ad avere una sana consapevolezza e certezza di sé, che per la religione sarebbe la “superbia”; oppure a trascorrere un pomeriggio senza far nulla, accidia; certo, ovviamente se non si tratta di depressione.
Come personaggi come reagite alle accuse che vi vengono imputate nel testo?
Direi molto bene. Ognuna di noi è associata a due “vizi capitali” ma noi ci difendiamo, dimostrando che in fondo erano giusti. Così conquistiamo la simpatia del pubblico che è sempre molto caloroso, si appassiona e ci sostiene. Del resto, è più che normale che le persone in platea si riconoscano nelle debolezze delle protagoniste.
Potremmo dire che il bello di Stremate e… beate? è proprio il suo saper stare a contatto con la realtà, pur parlando di aldilà?
Certo, il gioco è proprio questo: l’aldilà è il pretesto per fare delle riflessioni sull’al di qua, cioè, su quello che siamo da vivi. Portiamo in scena delle dinamiche tipiche della vita. In più lo spettacolo si svolge in un futuro prossimo: 2050, quindi escono voci su persone che sono vive oggi, che ci danno l’opportunità per fare delle riflessioni anche sulla società e sulla politica. In particolare, le tre protagoniste si battono contro un certo maschilismo galoppante che ritrovano e contrastano anche in purgatorio, nella figura di Virgilio che è evidentemente maschilista.