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Consumare suolo e poi frignare

Per avere un’idea del disastro basterebbe leggere i rapporti dell’Ispra che “proditoriamente” tutti gli anni ci avvisa con un corposo studio. Solo che quel rapporto finisce nelle newsletter degli appassionati ma non interferisce mai nell’attività legislativa e amministrativa, come se fosse un abituale urlo nel deserto che finanziamo per essere a posto con la coscienza.

Nell’ultimo rapporto sul 2022 a pagina 215 c’è l’elenco delle urbanizzazioni fatte nelle aree più pericolose d’Italia dove è matematico che accadrà qualcosa e dove ci saranno vittime. Si legge che l’Italia continua a consumare suolo a un «ritmo non sostenibile» e nel 2021 è tornata a farlo a «velocità elevate», invertendo il trend di riduzione degli ultimi anni, nonostante pandemia e crisi climatica. Lo scorso anno le nuove coperture artificiali hanno infatti interessato 69,1 chilometri quadrati, cioè in media 19 ettari al giorno: si tratta del valore più alto degli ultimi 10 anni.

Nell’ultimo anno abbiamo perso 2,2 metri quadrati di suolo al secondo, «causando la scomparsa irreversibile di aree naturali e agricole» per far posto a nuovi edifici, infrastrutture, poli commerciali, produttivi e di servizio. Per non parlare della «crescente pressione dovuta alla richiesta di spazi sempre più ampi per la logistica». Non c’è una ragione demografica dietro a questi processi di urbanizzazione: la popolazione residente è calata ma non il consumo di suolo, arrivato alla quota pro-capite (impressionante) di 363 metri quadrati per abitante nel 2021 (erano 349 nel 2012).

Questo incontrastato processo di degrado del territorio è reso possibile, come ricordano i curatori del Snpa, dall’«assenza di interventi normativi efficaci» e dalla mancanza di un «quadro di indirizzo omogeneo a livello nazionale». Le conseguenze ambientali sono note: armi spuntate contro desertificazione, siccità e dissesto idrogeologico, città meno sicure e meno resilienti, perdita di produttività agricola e di carbonio organico nello strato superficiale del suolo, cancellazione di habitat naturali, mancata ricarica delle falde acquifere, erosione e frammentazione del territorio. Per un devastante conto economico legato alla perdita dei servizi ecosistemici del suolo stimato in almeno otto miliardi di euro l’anno – se si considera il consumo di suolo degli ultimi 15 anni (2006-2021)-. Perdite «che potrebbero incidere in maniera significativa sulle possibilità di ripresa del nostro Paese».

E andrà sempre peggio. Una valutazione degli scenari di trasformazione del territorio italiano, nel caso in cui la velocità di trasformazione dovesse confermarsi pari a quella attuale anche nei prossimi anni, porta a stimare il nuovo consumo di suolo in 1.836 km2 tra il 2021 e il 2050. Se invece si dovesse tornare alla velocità media registrata nel periodo 2006-2012, si supererebbero i 3.000 km2. Nel caso in cui si attuasse una progressiva riduzione della velocità di trasformazione, ipotizzata nel 15% ogni triennio, si avrebbe un incremento delle aree artificiali di oltre 800 km2, prima dell’azzeramento al 2050. Sono tutti valori molto lontani dagli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 che, sulla base delle attuali previsioni demografiche, imporrebbero un saldo negativo del consumo di suolo. Ciò significa che, a partire dal 2030, la “sostenibilità” dello sviluppo richiederebbe un aumento netto delle aree naturali di 269 km2 o addirittura di 888 km2 che andrebbero recuperati nel caso in cui si volesse anticipare tale obiettivo a partire da subito.

Come scrive Paolo Pileri: «Il Piano nazionale di ripresa e resilienza destina appena otto miliardi di euro in sei anni per il dissesto idrogeologico (3,5%) a cui si aggiungono sette miliardi per varie azioni di monitoraggio (semplifico). Le decisioni urbanistiche continuano a essere fuori controllo: troppa frammentazione amministrativa, troppi interessi finanziari dei Comuni (che incassano oneri di urbanizzazione, contributi, multe, etc.), troppe leggi che mancano e non vengono chieste (non abbiamo una legge contro il consumo di suolo, non abbiamo una norma per togliere le previsioni urbanizzative, etc.), troppe rendite e troppi interessi che fanno gola a proprietari e investitori disposti a tutto, spesso, pur di costruire e incassare; troppa prepotenza di chi vuole farsi la villa sul suo terreno a tutti i costi; troppa accondiscendenza politica verso gli interessi dei più ricchi e dei più forti che ricattano le amministrazioni in vario modo; troppe teste che si girano dall’altra parte facendo finta di non vedere fin quando non capita il fattaccio: troppi compromessi».

Aspettando la prossima Casamicciola.

Buon martedì.

Ischia, più che un condono è una condanna alla paura

Ci sono tre ordini di problemi relativi all’isola d’Ischia e ai tre Comuni interessati al terremoto del 21 agosto 2017 che l’approvazione definitiva, lo scorso 15 novembre, da parte del Senato del cosiddetto “decreto Genova” emanato dal governo non affronta e se affronta, risolve male.
Il decreto convertito in legge nasce male. Perché riunisce in un unicum il crollo del ponte Morandi a Genova e la ricostruzione delle aree terremotate sull’isola d’Ischia e nel centro Italia. Sono due temi che mal si legano insieme. Per quanto riguarda, nello specifico, l’isola d’Ischia, la legge stabilisce dei criteri che consentono la ricostruzione con fondi pubblici anche delle case abusive distrutte o danneggiate. Per poter aderire al finanziamento pubblico i Comuni interessati – sono tre: Casamicciola, Lacco Ameno e Forio – hanno sei mesi di tempo per “sbrigare le pratiche” di condono edilizio ancora sospese. Qui nascono i tre ordini di problemi di cui sopra che la legge non affronta e se affronta, risolve male. Ma, prima di ricordarli quei tre nodi, è bene fare una premessa.

Nell’anno 2003 il Parlamento ha emanato una legge (il cosiddetto terzo condono) che, in buona sostanza, bloccava la messa in regola degli edifici abusivi costruiti dopo il 1985, anno di una legge nota come “del primo condono” e che portava la firma di Bettino Craxi e di Franco Nicolazzi. La legge approvata il 15 novembre 2018 in via definitiva riporta le lancette dell’orologio al 1985, per questo è stata definita una legge permissiva. Il primo problema è: chi riguarda la nuova norma? La risposta a questa domanda, sia da parte dei tecnici che dei media, è stata piuttosto confusa. Tutti concordano che sull’isola d’Ischia esiste un enorme e irrisolto problema di abusivismo edilizio. Sono all’incirca 27mila le domande di condono edilizio finora inevase. Nessuno sa se ci siano ed eventualmente quanti siano gli abusi non dichiarati e di cui non è stato chiesto il condono. Il che significa intanto che ci sono almeno 27mila case o comunque edifici costruiti in maniera abusiva sull’isola d’Ischia di cui non è accertata la sicurezza. Di cui nessuno ha saputo o voluto negli ultimi 33 anni accertare se sono state costruite con criteri ingegneristici, idrogeologici e sismici validati.

Va detto subito che la legge approvata lo scorso dicembre non affronta – e, quindi, non risolve – questo enorme problema. Quasi a giustificarsi, il governo ha precisato che il condono può essere concesso, rispettando i vincoli di legge, non a tutte le 27mila case abusive che hanno una domanda in giacenza ma solo a quelle abusive distrutte o danneggiate dal sisma del 21 agosto 2107. E dunque solo a una quantità limitata di edifici nei Comuni di Casamicciola, Lacco Ameno e Forio.

Ma limitata è un aggettivo ambiguo. A Casamicciola le domande di condono pendenti sono 3.500; quasi 2mila a Lacco Ameno e circa 8mila a Forio, per un totale di potenziali interessati di 13.500 abusi. Va detto, giustamente, che non tutte le case abusive di questi tre Comuni sono state distrutte o danneggiate dal terremoto del 2017. Il sindaco di Lacco Ameno calcola che gli edifici abusivi interessati siano all’incirca 2mila, concentrati in quello che viene definito il “cratere”: ovvero l’area più interessata dal terremoto.

Lasciamo al lettore considerare se questo sia un numero “limitato” o meno. Sta di fatto che si tratta di duemila edifici costruiti fuori dalla legge e, dunque, dalle norme di sicurezza in un’area ad altissimo rischio sismico. Certo, nel corso di più di tre decenni i proprietari di queste case che hanno dichiarato ufficialmente di aver costruito in maniera abusiva non hanno ricevuto una risposta da parte di uno Stato (in tutte le sue articolazioni) latitante e incapace di affrontare il problema. Ma dal punto di vista della sicurezza le difficoltà esistevano ed esistono ancora.

Ora veniamo al secondo problema. Queste duemila abitazioni abusive sono state danneggiate o distrutte insieme ad altre legalmente costruite in un’area piuttosto ristretta. Quanto, è difficile dirlo. Perché stando alla legge approvata a novembre, quest’area è “disegnata” dalle dichiarazioni dei proprietari di case che hanno subito danni. Ecco, dunque, il secondo problema: per qualsiasi tipo di intervento occorrerebbe definire un’area a rischio circoscritta non con criteri soggettivi o casuali, ma strettamente scientifici, a opera dei tecnici dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e delle università, campane e non. Stiamo parlando di rischio sismico. Ma quelle stesse zone sono soggette anche a rischio idrogeologico. Un rischio che ha preteso anche sacrifici di vite umane, negli ultimi anni. Cosicché la mappa costruita su basi squisitamente scientifiche dovrebbe essere il combinato disposto dei due tipi di rischio, sismico e idrogeologico. Di tutto questo la legge del 15 novembre scorso non tiene debito conto.

Terzo problema. Quello di cui nessuno parla. Eppure è il più clamoroso. Limitiamoci al rischio sismico. Si sa che Ischia è un’isola vulcanica. E il vulcano Ischia è ancora attivo. Questa è una condizione geofisica particolare, anche da un punto di vista sismico. Perché i terremoti che si verificano sull’isola sono molto superficiali. Quello dell’agosto 2017 ha avuto un ipocentro inferiore a due chilometri. Per questo motivo anche se di magnitudo bassa (meno di quattro il 21 agosto 2017) producono grandi danni in superficie, anche se in aree estremamente ristrette. Ebbene, a Ischia c’è una particolarità. Gli ultimi otto terremoti distruttivi negli ultimi 250 anni, secondo la ricostruzione storica dell’Ingv, sono avvenuti tutti nella medesima area ristretta, quella interessata anche dall’ultimo sisma.

L’architetto Luigi Vanvitelli fu testimone del fenomeno sismico del 14 luglio 1762, cui sono seguiti quelli del 18 marzo 1796; del 2 febbraio 1828; del 6 marzo 1841; del 14 agosto 1867; del 4 marzo 1861 e del 28 luglio 1883. Quest’ultimo fu devastante come pochi: fece crollare totalmente 1.360 gli edifici e causò la morte di 2.333 persone, di cui, ricostruisce l’Ingv, 625 (il 27%) turisti, e 701 feriti (79, il 13%, non ischitani). Ne nacque un proverbio “è una Casamicciola” per indicare un disastro immane. In quel disastro persero la vita i genitori e la sorella di Benedetto Croce, in vacanza proprio a Casamicciola. E anche il futuro filosofo subì serie conseguenze fisiche che si trascinò per tutta la vita.

Questa serie storica ci dice che c’è una zona a Ischia ad altissimo rischio sismico. È una zona limitata e che coincide, alla grossa, con quella interessata dall’ultimo terremoto. Molte delle case crollate il 21 agosto 2017 furono costruite dopo il 1883. Questa condizione dovrebbe portare a riflettere su due sole opzioni possibili. La prima: ricostruire con criteri antisismici rigidi, ipercontrollati, estremamente sofisticati e costosi, che tuttavia potrebbero non essere esenti da rischi in futuro a causa delle anomalie dei terremoti in aree vulcaniche e, in particolare, in quella zona di Ischia. La seconda è quella caldeggiata da molti sismologi, come il professor Giuseppe Luongo: decongestionare la zona. Impedire la ricostruzione, tanto delle case costruite in maniera legale che di quelle abusive. E, magari, realizzare un grande parco geofisico di interesse europeo per lo studio dei terremoti in aree vulcaniche.

Toccherebbe poi alla politica trovare i modi per assicurare agli abitanti evacuati della zona una nuova dimora dignitosa. Ma la politica questo problema non vuole neppure trattarlo. Ignora la storia naturale dell’isola. Preferisce la soluzione facile della ricostruzione “quo ante”, in conformità di un passato tragico. Una soluzione che, per di più, contiene un messaggio implicito ma pericolosissimo: costruite abusivamente anche in aree ad altissimo rischio. Ci sarà sempre un condono.

Articolo pubblicato su Left del 4 gennaio 2019 e nel libro di Left n.28, La lezione di Pietro Greco. Quando la divulgazione scientifica è un’arte

Nella foto: la frana di Casamicciola, 27 novembre 2022

Nella manovra del governo 40 milioni per i Cpr

Comincia a prendere forma la prima Manovra economica del governo Meloni.

Da qualche ora, infatti, sta circolando una bozza preliminare della legge di Bilancio 2023, varata nella tarda serata di lunedì in Consiglio dei ministri.

Il testo – datato 23 novembre 2022 e in parte già anticipato in conferenza stampa dal presidente del Consiglio – conta 136 articoli, strutturati in 15 capitoli, principalmente focalizzati su fisco, pensioni ed energia.

Tra le varie misure previste spunta, però, anche un fondo di oltre 40 milioni di euro per l’ampliamento della rete dei centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), con l’obiettivo di assicurare che le espulsioni dei migranti avvengano più rapidamente.

Lo prevede l’art. 106 (rubricato “Ampliamento della rete dei centri di permanenza per il rimpatrio – C.P.R.”), dove si legge che per «assicurare la più efficace esecuzione dei decreti di espulsione dello straniero» il Ministero dell’Interno è autorizzato ad ampliare la rete dei centri di permanenza per i rimpatri. A tal fine, infatti, «le risorse iscritte nello stato di previsione del Ministero dell’interno relative alle spese per la costruzione, l’acquisizione, il completamento, l’adeguamento e la ristrutturazione di immobili e infrastrutture destinati a centri di trattenimento e di accoglienza sono incrementate di euro 5.397.360 per l’anno 2023, di euro 14.392.960 per l’anno 2024, di euro 16.192.080 per l’anno 2025».

Inoltre, per quanto riguarda le ulteriori spese di gestione, si legge che «le risorse iscritte nello stato di previsione del Ministero dell’interno relative alle spese per l’attivazione, la locazione, la gestione dei centri di trattenimento e di accoglienza i fondi sono incrementati di euro 260.544 per il 2023, di euro 1.730.352 per l’anno 2024 e di euro 4.072.643 per il 2025».

«Nel nostro rapporto Buchi Neri – sottolinea la Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili (Cild) – abbiamo raccontato di come l’enorme spesa per questi centri sia inutile, tenendo conto del numero esiguo dei rimpatri che vengono realmente effettuati. Esistono alternative possibili, come il case management, con la presa in carico individuale delle singole persone che, oltre ad essere infinitamente più economiche, offrono risultati maggiormente apprezzabili nel garantire percorsi di integrazione nelle comunità. I Cpr – continuano da Cild – sono luoghi per i quali non esiste un ordinamento o un regolamento – così come ad esempio avviene per il carcere – e l’esercizio dei diritti delle persone trattenute è difficoltoso e incerto (ad esempio il diritto alla salute, alla comunicazione con l’esterno, all’assistenza legale). Inoltre, la gestione privata di questi centri, li rende un vero e proprio business che, in nome della massimizzazione del profitto, comprime ancora di più i servizi che dovrebbero essere offerti alle persone recluse, va ricordato, senza che abbiano commesso alcun reato.

Moussa Balde, Wissem Abdel Latif, Vakhtang Enukidze sono solo alcuni dei nomi delle persone morte nei Cpr in uno stato di totale negligenza.

La realizzazione di altri centri di detenzione, al netto di queste gravi criticità segnalate nel nostro rapporto, ma anche nei rapporti di altre organizzazioni non governative, o governative (ad esempio il Comitato per la prevenzione della tortura) e da alcuni Parlamentari, non farà altro che perpetrare lo sperpero di soldi, la sistematica violazione dei diritti umani, senza garantire in alcun modo una gestione del fenomeno migratorio efficace e pragmatica», conclude Cild.

Buon lunedì.

Nella foto: corteo contro la riapertura dei centri di permanenza per il rimpatrio, Milano, 12 ottobre 2019

Per approfondire la storia e le condizioni dei centri di detenzione per immigrati, leggi il libro di Left

Libri

La manovra del governo Meloni? Decisamente forte con i deboli

La premier Giorgia Meloni nel presentare in conferenza stampa la sua prima manovra economica e di bilancio ha parlato di “manovra coraggiosa”. Ho letto con attenzione le decisioni prese dal governo e tutto – per la verità – si può dire tranne che abbiano agito con coraggio.

In primo luogo non c’è nel primo atto fondamentale del governo una visione di Paese su cui indirizzare l’azione economica immediata e quella programmatica. Certo, l’esecutivo si è trovato con una manovra in corsa e in una situazione difficile di congiuntura nazionale ed internazionale, ma tutto questo era ben noto così come è da ricordare che nei momenti di crisi si vede se sussiste la competenza, la capacità politica, il coraggio.

Il governo non sceglie, se non di punire i poveri per dare un flebile segnale al suo elettorato. Ma si tratta di un piccolo sibilo che si disperde nell’assordante silenzio del nulla messo in campo.

Andiamo con ordine: si cancella il reddito di cittadinanza, con tifo da stadio dei peones governativi. Misura sicuramente perfezionabile avendone sperimentato anche i suoi limiti in questi anni, ma sicuramente la sua cancellazione è atto odioso nei confronti dei più fragili e provoca l’innalzamento della tensione sociale. Un errore anche politico gettare micce incendiarie economiche e sociali su una polveriera di drammi e disagi, soprattutto al Sud. Non si tassano, poi, in maniera seria ed adeguata gli extra profitti delle grandi multinazionali che hanno lucrato sulla speculazione economico-finanziaria dei mercati drogati del gas e dell’energia. Un governo che non ha più nulla della destra sociale di un tempo che avrebbe forse non solo dato un segnale contro i più ricchi in favore dei ceti popolari ma avrebbe almeno ipotizzato la nazionalizzazione di questi beni comuni. Invece, qualora ancora qualcuno nutrisse dubbi, questo è un governo neoliberista in perfetta continuità sul piano economico-finanziario con il governo Draghi. L’apoteosi dei poteri forti al comando.

Non vengono emesse misure per adeguare seriamente pensioni e salari all’inflazione e quindi intervenendo sul potere di acquisto del popolo italiano. C’è qualche mancetta elettorale, come il piccolo, quasi impercettibile, taglio al cuneo fiscale e la tassa piatta, e poi qualche segnale anche eticamente discutibile come l’innalzamento al tetto del contante. Nulla di efficace per incentivare la classe imprenditoriale ad investire ed assumere forza lavoro, nulla di percettibile sul piano degli investimenti pubblici.

Questo governo non è nemmeno sovranista, oltre ad essere scarsamente competente sul piano giuridico ed economico. Altrimenti avrebbe dato immediati segnali all’Europa con una manovra costituzionalmente orientata che avrebbe messo al centro l’Italia e i diritti essenziali negati della gente. Ed invece siamo in perfetta continuità con i diktat europei fatti di vincoli finanziari e gabbie giuridiche. Salvo poi trovare un fiume di denaro pubblico quando si tratta di armi ed industria bellica, quest’ultima tanto cara a questo governo come anche al principale partito dell’apparente opposizione.

La presidente Meloni, quindi, da un lato è con il capo chino nei confronti del patto atlantico e della Nato, confermando, qualora qualcuno avesse dubbi, la loro subalternità che mi pare essere il contrario dell’autonomia e della sovranità. Una cosa è essere amici ed alleati, un’altra è essere subalterni. Poi ha rassicurato l’Europa e le sue lobbies che lei non è una donna di destra ribelle, ma una brava scolara politica che ha recepito e condiviso i dogmi neoliberisti del capitalismo predatorio. Una manovra economica, quindi, fatta di toppe, pannicelli caldi, pezze color nero sbiadito, trucchi e parrucchi da post campagna elettorale.

Il collante che per ora tiene insieme la baracca dell’esecutivo, con Calenda e Renzi che sbavano per dare subito più di una mano, è l’ideologismo, nemmeno più l’ideologia, della destra autoritaria e machista con i deboli: decreto-legge contro il diritto di manifestare (presentato come decreto “anti rave”, ndr), il decreto interministeriale contro i migranti soccorsi in mare, la scuola “di classe”, l’autonomia differenziata. Il tutto condito da un po’ di simbolismo neofascista con qualche busto, qua e là braccia tese verso l’alto, Predappio e Mussolini, e anche qualche svastichetta magari provvisoriamente nascosta nel cassetto.

Insomma finora confusione giuridica, autoritarismo incostituzionale, rivendicazione di una matrice certamente non antifascista, genuflessione ai poteri forti, continuità con il draghismo. Tutto cambia per non cambiare nulla. Tocca invece cambiare il modo di fare opposizione e costruire rapidamente l’alternativa ad una politica rimasta senza ossigeno.

 

* L’autore: giurista e saggista, dopo molti anni di lavoro da magistrato e da sindaco di Napoli Luigi de Magistris oggi guida l’Unione popolare

In foto: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini

Livia Profeti: Per uscire dalla crisi la sinistra ripensi l’idea di uguaglianza e di soggettività

In un momento in cui molto si discute della crisi del centrosinistra, della frammentazione della sinistra e della necessità di ripensare la forma partito pubblichiamo come contributo al dibattito questa intervista di Alexandre Gilbert alla filosofa Livia Profeti uscita sul Times of Israel. Al centro della discussione parole chiave come uguaglianza, soggettività collettività e la necessità di liberarsi di un velenoso retaggio heideggeriano

Lei ha proposto di rinominare l’esistenziale heideggeriano dell’«esser-gettato»: non più «nel-mondo», come abitualmente è inteso, ma «in-un-mondo». Ci può spiegare perché?
Quella modifica esprime sinteticamente la mia tesi sulla negazione dell’uguaglianza universale in Essere e Tempo. In quel testo del 1927, Heidegger – che cinque anni dopo, con l’avvento al potere di Hitler, sarebbe diventato il primo rettore Führer nazionalsocialista – ha proposto un’ontologia che si è opposta tanto all’Illuminismo quanto al marxismo con il sedicente scopo di superare i limiti della tradizionale definizione di uomo come «animale razionale». In realtà, non solo Heidegger non ha affatto superato quei limiti, ma in Essere e tempo nega l’uguaglianza universale proponendo una differenza ontologica tra popoli.
La chiave di questa negazione sta appunto nella parola «mondo» che, negli esistenziali heideggeriani, non indica una struttura universale ma ha il significato dell’ambiente fisico e culturale di nascita. Heidegger, modificando in maniera piuttosto mascherata ma tuttavia identificabile il senso del termine, solo apparentemente si basa sulla critica che ha portato Husserl a postulare la necessità di un «mondo-della-vita» (Lebenswelt), poiché nega l’universalità di quella concezione husserliana. Al contrario, il mondo heideggeriano dove saremmo «gettati», contribuirebbe a determinare la nostra essenza, che sarebbe quindi diversa a seconda se fossimo nati in Germania, Italia, Francia, piuttosto che in Russia, Africa, Cina, ecc. Le differenze ontiche sono così elevate ad un rango ontologico in Essere e Tempo, affermando una diversità originaria che nega il fondamento comune dell’umanità a favore delle differenze etniche tra le culture. Per questo è più corretto dire che, secondo Heidegger, si è «gettati» in un mondo, e non nel mondo. Con ciò, non è mia intenzione difendere un universalismo astratto che ignori le differenze culturali oggettive, ma riaffermare la centralità di un’idea che è stata la stella polare di tutte le lotte di emancipazione degli ultimi due secoli. L’ontologia heideggeriana, alla base della filosofia postmoderna, ha cancellato questa stella polare: l’idea di uguaglianza tra tutti gli esseri umani. È necessario recuperarla con una nuova ricerca umanistica che si fondi sull’inevitabile compresenza di eguaglianza e diversità nella condizione umana, anche se questa può apparire una contraddizione insanabile.

  • Eppure, Heidegger critica il razzismo e il biologismo nei Quaderni neri.
    I suoi apologeti lo sostengono, basandosi sul fatto che egli deplora le concezioni razziali dell’epoca e, più precisamente appunto nei Quaderni neri (pubblicati in Italia da Bompiani ndr) la «volgarità» del nazionalsocialismo. Tuttavia, contemporaneamente, negli stessi Quaderni e nei corsi universitari degli anni Trenta, Heidegger afferma esplicitamente che la razza è una condizione necessaria per l’«autenticità» di un popolo. Dunque non si può certo dire che rifiuti il razzismo e il biologismo. Egli si limita a negare che «sangue e suolo» siano le uniche condizioni di tale autenticità, ciò che invece costituirebbe la «volgarità» dei nazisti… In realtà, per capire il razzismo heideggeriano non ci si può fermare alla prima sezione di Essere e Tempo ma si deve tenere conto anche della seconda, che tratta della storicità. Johannes Fritsche, con il suo Historical Destiny and National Socialism in Heidegger’s Being and Time del 1999, aveva già dimostrato i legami tra la nozione nazista di comunità, la Volksgemeinschaft, e i paragrafi dal 72 al 77 di Essere e Tempo. Nel paragrafo 74, in particolare, si scopre che l’esserci «autentico» heideggeriano, che mira a sostituire la nozione moderna di soggetto, non è in verità l’individuo ma una comunità storico-destinale di popolo. Analizzando in profondità questo capoverso e mettendolo in relazione con gli altri testi heideggeriani degli anni 1928-1929 e con i Quaderni neri, ho compreso che, secondo Heidegger, il «sangue e suolo» sono appunto necessari per la trasmissione delle possibilità storico-destinali tra generazioni, ma non sufficienti, in quanto mancherebbe loro l’atto della «decisione», con cui l’esserci assume la «cura» del «proprio» mondo. In breve, la decisione heideggeriana, considerata per decenni come l’atto libero determinante per la realizzazione più profonda dell’essere umano, in realtà è la terza condizione che Essere e Tempo aggiunge alla concezione nazista di popolo. La storicità heideggeriana non rifiuta la dottrina razziale fondata sulla biologia, la ingloba. Ecco perché preferisco chiamarla «bio-storicità».

Heidegger, con tale «bio-storicità», stava cercando di prendere le distanze da un biologismo esclusivamente tedesco?
Visto il disprezzo che provava per le scienze, direi piuttosto che la sua intenzione era quella di proporre un’ontologia che fosse «superiore» alla sola biologia. In ogni caso, così facendo, il suo pensiero ha diffuso una negazione peggiore di quella di una determinata dottrina razziale, perché ha fornito la base per così dire “filosofica” su cui qualsiasi forma di razzismo può fondarsi. Per questo troviamo l’heideggerismo negli ambienti più disparati: dai neonazisti europei e americani all’estrema destra russa e al fondamentalismo islamico.
Heidegger, infatti, conformemente alla propria ontologia, riteneva che ciò che ha chiamato «Storia dell’Essere» si svolga a partire da inizi, il cui compito destinale spetta all’esserci in quanto comunità di popolo. Secondo lui, nel secolo scorso tale comunità era la Volksgemeinschaft nazista, cui l’Essere avrebbe riservato il compito di realizzare il nuovo inizio dell’Occidente anche a costo delle «camere a gas», come si può leggere nei Quaderni neri. Conseguentemente, sempre sulla base della stessa ontologia, qualsiasi Califfo che semina il terrore può affermare un concetto simile nei confronti della propria comunità islamica. Anche una “russificazione” di tale Storia dell’Essere è possibile, quale propone ad esempio Alexandre Dugin, secondo il quale «il nuovo inizio di Heidegger» non può essere rivolto ai popoli dell’Occidente bensì alla comunità del popolo russo, come Gaëtan Pegny mostra nel suo articolo Alexandre Douguine, un heideggerisme à la fois assumé et dissimulé. Il teorico ultranazionalista che si dice abbia ispirato la politica aggressiva di Vladimir Putin ha dichiarato, durante il recente funerale della figlia vittima di un attentato probabilmente indirizzato a lui, che la ragazza era morta «per la Russia, per la sua verità». Chissà cosa avrebbe pensato Tolstoj di questa alètheia heideggeriana in salsa russa …
Ciò che accomuna queste disparate posizioni è tanto la negazione dell’uguaglianza universale quanto una forte rivendicazione identitaria su base comunitaria, provenienti entrambe da Essere e tempo. E se è comprensibile che esse siano rivendicate da forze ultraconservatrici di destra, la cosa sorprendente è che esse siano affermate anche dagli intellettuali postmoderni cosiddetti progressisti, esattamente perché si sono ispirati alla stessa fonte. Così, per citare un solo esempio sorprendente anche se poco noto, si possono leggere parole simili sugli ebrei che, al contrario, hanno subito la Shoah. È il caso del saggio Israele. Terra, ritorno, anarchia di Donatella Di Cesare, in cui la «comunità» ebraica rappresentata dallo Stato di Israele è chiamata ad iniziare una «nuova epoca». Tali «tempi nuovi» inaugurati da Israele dovrebbero assolvere il «compito» di sovvertire l’ordine mondiale incentrato sulla nazione, anche se la sua permanenza in Palestina è un’«effrazione». Di Cesare inoltre, in questo saggio «teologico-politico», sottolinea costantemente l’identità «ebraica», mentre l’uguaglianza universale viene definita una «chimera». Si potrebbe parafrasare: «da ciascuno secondo la sua comunità, a ciascuno secondo la sua Storia dell’Essere». Per tornare alla sua domanda, va sottolineato che il modo in cui Heidegger ha «preso le distanze» dal biologismo nazista, per esprimermi con le sue parole, è stato il fondamento di un percorso culturale che ha prodotto il fenomeno per cui, ai giorni nostri, la radice dell’intolleranza (o dell’indifferenza) verso l’altro non è più la sola presunta nozione biologica di razza, ma un comunitarismo radicale anche su base religiosa e culturale. E sebbene le intenzioni della maggior parte degli intellettuali postmoderni come Di Cesare non siano violente, questi esponenti non si sono mai sentiti a disagio nell’affidarsi alle stesse idee che ispirano oggi la nuova destra, «favorendo così indirettamente la sua volontà di riconquistare l’egemonia intellettuale», come Emmanuel Faye ha di recente giustamente affermato.

I primi Quaderni neri pubblicati a partire dal 2015 hanno suscitato molto scalpore. Quale elemento nuovo e particolarmente intollerabile del pensiero di Heidegger hanno rivelato, a suo parere?
In realtà io ritengo che, nonostante l’insostenibile pesantezza dei Quaderni neri, essi non ci presentino concrete novità nel suo pensiero, che mantiene una sostanziale continuità dall’inizio alla fine. In questo senso condivido il parere del suo ultimo assistente recentemente scomparso, Friedrich-Wilhelm Von Herrmann, il quale ha dichiarato in un’intervista del 2015 che i Quaderni neri hanno la funzione di completare quanto descritto nei grandi trattati a partire da Essere e Tempo, e sono inseparabili da essi. Von Hermann intende così smentire l’antisemitismo di Heidegger, mentre questo a mio avviso dimostra la continuità tra l’opera del 1927 e le affermazioni apertamente filonaziste e antisemite degli anni Trenta, contenute sia nei corsi che nei seminari dello stesso periodo di quei primi Quaderni pubblicati. Essi sono senza dubbio importanti, perché consentono di analizzare in modo più profondo questa continuità e queste implicazioni, ma, almeno fino ad ora, non hanno presentato elementi di novità. Semmai offrono conferme fondamentali di ciò che Emmanuel Faye aveva portato alla luce sin dal 2005 con il suo Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia.

Lei ha curato l’edizione italiana di questo libro, con molte citazioni di brani heideggeriani inediti, mentre la traduzione dei volumi dei Quaderni neri in Italia è stata oggetto di controversie. Crede che il modo di tradurre i testi di Heidegger sia importante per comprendere il suo pensiero?
Vorrei innanzi tutto sottolineare che con i Quaderni neri si pone lo stesso problema che c’è con le altre traduzioni degli scritti di Heidegger. Inediti a parte, nel mio lavoro sul libro di Faye ho consultato le varie traduzioni italiane dei molti altri brani citati già pubblicati, e ho constatato con stupore che quasi tutte usavano strani neologismi, anche nel caso in cui Heidegger impiegava termini comuni. E ciò accade anche in altre lingue, soprattutto in francese. Per restare in Italia, il quadro complessivo di queste traduzioni era desolante, fatta eccezione per quelle di Franco Volpi che, nella maggior parte dei casi, le ha accompagnate da glossari dove viene fornita una chiara spiegazione delle scelte controverse. Di contro, ci sono altre traduzioni di fatto inutili, perché i molti neologismi coniati rendono gli scritti incomprensibili rispetto alle altre opere heideggeriane. Variamente situata tra questi due opposti si pone la maggior parte delle altre traduzioni, la quale, secondo l’impressione personale che ne ho tratto, esprime l’imbarazzo intellettuale di trovarsi di fronte a sorprendenti affermazioni razziste e filonaziste in lingua tedesca, scritte da un personaggio che, detto per inciso, è stato ampiamente considerato come uno dei più grandi pensatori del secolo scorso. Si può quindi comprendere che i traduttori abbiano, anche inconsciamente, cercato di indebolirne il significato. Tuttavia, questi tipi di traduzione hanno di fatto impedito la possibilità di una più vera comprensione del pensiero di Heidegger. Anche per questo motivo, quando siamo venuti a conoscenza dell’esistenza dei Quaderni neri mi sono rammaricata una volta di più della prematura scomparsa di Volpi nel 2009, una vera perdita per la cultura italiana.

Si deve riconoscere oggi una specificità dell’heideggerismo italiano, ad esempio in Donatella De Cesare o Diego Fusaro?
Credo che l’unico che possa definirsi tale sia stato quello di Gianni Vattimo, il principale teorico del «pensiero debole» della fine degli anni Ottanta. Più recentemente ne ha proposto una versione ancor più discutibile e contraddittoria, che unisce Heidegger, Marx e il cristianesimo, ma, quanto meno, il suo pensiero ha avuto una sua originalità e peso internazionale, rispetto ai quali gli heideggeriani «mediatici» dei nostri giorni, come appunto Diego Fusaro e Donatella De Cesare, appaiono solo gli ultimi epigoni dell’influenza di Heidegger sul pensiero di sinistra cui abbiamo già accennato, risultato di una deliberata captazione che risale a molto tempo fa. Nel 1947, con la famosa Lettera sull’umanismo in risposta polemica a Sartre, Heidegger ha offerto alla cultura di sinistra un abbraccio mortale: con una sorta di gioco di prestigio, interpretando arbitrariamente l’alienazione marxista come Heimatlosigkeit – tradotta nell’innocente «spaesamento» – egli trasforma l’alienazione marxista legata al lavoro nella perdita di appartenenza al “sangue e suolo” dove si nasce. Ed il capolavoro termina con la sentenza secondo cui «l’essenza del materialismo si cela nell’essenza della tecnica», dietro alla quale – come messo in evidenza negli studi del semiologo François Rastier – ciò che in realtà si «cela» è la sua condanna del pensiero «calcolante» e della «macchinazione» ebraica, ovvero l’antisemitismo heideggeriano messo invece in mostra nei Quaderni neri.  L’influenza della Lettera sull’umanismo sulla cultura del dopoguerra è stata cruciale. Peraltro, nel suo più recente Arendt e Heidegger. La destruction dans la pensée, Emmanuel Faye ha rivelato che quel testo fu il motivo del riavvicinamento tra i due a Friburgo, nel 1950, dopo diciassette anni di assoluta distanza. Sempre descritto nei termini di un fumetto rosa, Faye rivela che quell’incontro, inizio della nuova alleanza postbellica tra Arendt e Heidegger, fu dovuto alla profonda adesione intellettuale di Arendt a quell’«attentato ai fondamenti della cultura occidentale» che lei aveva colto nella Lettera sull’umanismo letta un anno prima.

Donatella Di Cesare e Diego Fusaro possono rappresentare, a suo parere, la nuova cultura italiana di sinistra?
Di Cesare e Fusaro sono due intellettuali molto diversi, anche se entrambi derivano dall’influenza heideggeriana sulla cultura italiana cosiddetta “di sinistra”. Di Cesare è vicina al filone postmoderno mentre Fusaro attinge per lo più al pensiero successivo di Costanzo Preve, filosofo politico italiano che, proveniente dall’hegelo-marxismo, ha finito per teorizzare la cancellazione dell’opposizione destra/sinistra dando origine alla corrente italiana dei cosiddetti “rosso-bruni”. Tuttavia, nonostante la diversità, Di Cesare e Fusaro sono accomunati tanto dall’adesione alla negazione heideggeriana dell’uguaglianza universale a favore dell’idea di comunità, quanto dall’ingerenza della religione nella filosofia: cristiana per Fusaro, ebraica per Di Cesare. A mio avviso si tratta di due posizioni teoriche molto lontane dal pensiero di sinistra, perché ne negano i fondamenti. Non direi proprio, quindi, che questi due intellettuali possano rappresentarlo in Italia.
Di recente Fusaro ha mostrato maggiormente i suoi tratti di destra: difende la famiglia tradizionale come baluardo della comunità, si mobilita contro i diritti civili, mette in discussione la laicità dello Stato e si propone di “superare” l’antifascismo. Le sue proposizioni fondamentali non hanno nulla di “marxista”, perché la sua opposizione al liberalismo e alla globalizzazione si lega ben di più al logoro pensiero della destra sociale. Mentre Di Cesare si è chiaramente schierata con posizioni tipiche della sinistra, come quelle a favore dei migranti o, più recentemente, dei negoziati di pace per la guerra russo-ucraina. Ma, vista l’ambiguità delle sue posizioni teoriche rispetto ai fondamenti della cultura progressista, le contraddizioni tra teoria e prassi ostacolano, di fatto, l’efficacia stessa dei suoi proclami. Onestamente non saprei citare un filosofo che potrei dire “rappresenti” una nuova cultura di sinistra italiana, ma direi che la cultura progressista sia ovunque in crisi. Però Maurizio Ferraris è tra i pochi che, a mio parere, tentano di proporre nuove idee. Nel 2011 ha richiamato l’attenzione della società su una corrente filosofica che ha chiamato «Nuovo Realismo», un movimento internazionale che, benché differenziato, mira unitariamente a restituire profondità alle nozioni di realtà e verità, mettendo così in discussione le basi della cultura postmoderna. Il realismo proposto da Ferraris non è l’accettazione passiva e conservatrice dell’esistente, ma la prima tappa di ogni emancipazione, perché bisogna prima di tutto accettare che qualcosa sia oggettivamente «reale», per poterlo criticare e modificare. Recentemente, con il suo ultimo lavoro Documanità, la realtà che Ferraris “guarda in faccia” è quella della rivoluzione tecnologica. Senza nascondere la drammatica crisi che l’automazione di tutti i processi produttivi annuncia all’umanità, ma senza nemmeno indulgere in un vittimismo senza speranza, Ferraris rifiuta la demonizzazione heideggeriana e postmoderna della tecnologia. Ricordando che la tecnica è una parte costitutiva dell’essere umano, indica il compito di una «rivoluzione concettuale» che ci accompagni durante il lungo periodo che ci servirà per trasformare la scomparsa di ogni lavoro ripetitivo in un’opportunità di progresso. Sulla stessa linea della tensione di Marx verso l’emancipazione dell’intera umanità per mezzo della riduzione delle disuguaglianze, propone un cambiamento nelle lotte politiche di sinistra, da basarsi sull’analogo cambiamento del plusvalore, che emerge oggi anche dalle registrazioni digitali che inconsapevolmente produciamo ogni volta che utilizziamo i nostri telefoni cellulari. È in questa messa in evidenza del valore aggiunto generato dal Web “immateriale” che vedo un’espressione filosofica che può contribuire alla formazione di una nuova cultura italiana di sinistra.

Diego Fusaro, interrogato sull’antisemitismo di Heidegger un’intervista che mi ha rilasciato nel 2018, ha dichiarato che, all’epoca, «la visione antisemita era radicata in Europa soprattutto nel mondo cattolico cui Heidegger apparteneva, ma non era una sua creazione. Molte persone nel mondo cattolico lo erano e quindi non c’è niente di sorprendente in ciò. Bisogna condannare il mondo antisemita ma il mondo antisemita non era Heidegger». Cosa ne pensa di queste affermazioni?
Penso che nella risposta sia ben visibile la funzione mistificatrice dei suoi giochi di parole. In questo caso il gioco ruota ancora intorno alla parola «mondo». Analizziamo la successione delle proposizioni: in primo luogo Fusaro suggerisce che nell’antisemitismo nazista non ci fosse nulla di nuovo in quanto l’antisemitismo era già diffuso in Europa, soprattutto nel «mondo cattolico»; poi, data l’affermazione che Heidegger era cattolico, Fusaro deduce che il suo antisemitismo fosse per così dire “normale”, come per tanti altri casi del «mondo cattolico»; infine sostiene che bisogna condannare «il mondo antisemita» che però, dice «non è Heidegger». Ora, la prima affermazione è negazionista, perché riduce il genocidio nazista a una persecuzione simile alle precedenti; la seconda è falsa, perché Heidegger si era allontanato dal cattolicesimo tanto quanto gli altri nazisti; la terza è dissociata, perché non si comprende più di quale mondo «antisemita» parli Fusaro: se cattolico o nazista, che peraltro sovrappone illegittimamente. La ripetizione delle parole è ipnotica, il tono è tranchant. Chi legge velocemente non si accorge della dissociazione, e i “messaggi” che passano sono la minimizzazione dell’antisemitismo heideggeriano e la negazione della Shoah. Quest’ultima è particolarmente grave e denota anche un certo grado di superficialità filosofica da parte di Fusaro, perché la Shoah non è stata affatto un episodio di antisemitismo simile ai precedenti. I nazisti non volevano opprimere, ghettizzare, violentare o scacciare gli ebrei. Non si accontentavano di “distruggerli”. Volevano farli sparire, eliminarli dal mondo e dalla storia come se non fossero mai esistiti.

Può chiarire la differenza tra «distruggere» e «far sparire» a proposito della specificità dell’antisemitismo nazista?
Questa differenza è stata analizzata dallo psichiatra italiano Massimo Fagioli sulla base della sua scoperta della «pulsione di annullamento» quale radice psichica della negazione. Secondo Fagioli, la pulsione di annullamento è la forma estrema di violenza, che supera la distruzione materiale in quanto scomparsa mentale non cosciente dell’umanità altrui. Una dimensione interiore che ha permesso ai nazisti di concepire l’eliminazione di esseri umani come una “soluzione” per i loro deliranti obiettivi: Auschwitz per ottenere un Reich judenfrei (libero dagli ebrei), o il programma Aktion T4, che ha preceduto la Shoah e con il quale decine di tedeschi malati furono eliminati per ottenere «la purificazione della razza ariana». La fagioliana pulsione di annullamento spiega ciò che Freud, nel 1920, chiamò pulsione di morte senza comprenderla profondamente. Di per sé non mira alla violenza fisica, ma annulla il senso psichico del rapporto umano con l’altro: come se non fosse mai esistito, come se fosse possibile “produrre il nulla” al posto del vissuto, per così dire. Nella maggior parte dei casi avviene a livello delle relazioni personali, ma può diventare anche un fenomeno a livello storico-politico, come nel caso del nazismo e di tutti gli altri genocidi.
È però importante sottolineare che non si tratta del “fisiologico”, per così dire, funzionamento del pensiero umano.  Al contrario, sostenendo che «il niente e l’essere sono la stessa cosa» (nota aggiunta nel 1949 a Che cos’è metafisica? del 1929), Heidegger postula il nulla come la più profonda verità umana. Egli partecipava al dibattito filosofico dell’epoca sulla funzione logica della negazione – come ben ricostruito da Stefano Poggi nel suo La logica, la mistica, il nulla. Una interpretazione del giovane Heidegger – e ha creduto di trovare l’«autenticità» in una concezione totalmente negativa dell’essere. Se l’ontologia heideggeriana fosse vera, Adolf Hitler e Rudolf Höss sarebbero stati gli uomini più “autentici” sulla terra! Fortunatamente Heidegger si è sbagliato. Ma è ancora purtroppo necessario ribadire che non è vero che abbiamo bisogno del suo pensiero per comprendere la Shoah, come affermano Donatella Di Cesare e altri. Basterebbe notare che la definizione heideggeriana dei campi di sterminio come «fabbricazione» di cadaveri (peraltro copiata da Arendt) – la quale dimostrerebbe la colpevolezza della «Tecnica» nella Shoah (ovviamente scagionando il nazismo) -, è assurda. Massimo Fagioli sottolineava infatti che Auschwitz non fu affatto una “produzione” di cadaveri ma un’eliminazione di corpi: un far scomparire persino la materia. Come se i nazisti pretendessero di poter creare il nulla. Al pari di un dio che, solo, diceva Heidegger, potrebbe «salvarci»… Ne abbiamo abbastanza di questi discorsi deliranti, che hanno fatto sin troppi danni. Le nostre società sono angosciate per molte buone ragioni, dalla crisi economica a quella climatica, dalle nuove epidemie alla guerra che bussa alle nostre porte come un fantasma risorto. Non abbiamo bisogno di questo nichilismo mistico per affrontare i nostri tempi difficili. Al contrario, è necessario cercare una nuova fiducia nell’essere umano a partire da una nuova concezione della sua intera soggettività, compresi gli aspetti senza coscienza come il primo periodo della vita o il sonno. Una concezione umana “positiva” che confuti quella heideggeriana di un Essere con la “e” maiuscola come nulla, che, se esistesse, non potrebbe che tendere al nulla.

La filosofia può aiutarci a trovarla?
Penso di sì. Sebbene la concezione moderna di soggetto, basata fondamentalmente sulla razionalità, abbia mostrato i suoi limiti nel corso della storia, all’inizio della moderna metafisica laica troviamo nozioni che potrebbero essere riprese per contribuire a concepire una condizione più completa dell’essere umano, fondata su una positività anche al di là della semplice razionalità. Attualmente sto lavorando su questo argomento intorno alla nozione di «infinito positivo» in Descartes, che, peraltro, è l’autore più osteggiato da Heidegger, il quale ne ha diffuso la visione caricaturale di fondatore del «pensiero calcolante». In realtà, il cogito cartesiano era molto articolato, vi appartenevano anche i sogni, l’amore, l’odio, il sentire, l’immaginazione, così come tutte le forme di espressione umana. Siamo quindi molto lontani dalla caricatura heideggeriana. Descartes era ancora legato all’umanesimo rinascimentale, come ha dimostrato ancora Faye nel suo Philosophie et perfection de l’homme. De la Renaissance à Descartes. Nonostante i secoli che ci separano, il pensiero cartesiano non è poi così lontano dalla migliore sensibilità contemporanea, perché parla ancora alla nostra umanità profonda. Io lo sto ascoltando, perché sono convinta che ci siano sempre cose da scoprire nel pensiero dei geni. Descartes, lo era, Heidegger no.

(ha collaborato Francesca Dal Conte).

Livia Profeti è ricercatrice in filosofia presso il laboratorio ERIAC dell’Universita di Rouen-Normandie. Autrice di L’identità umana (L’Asino d’oro) e di diversi saggi critici su Heidegger pubblicati in Italia, in Francia e in Germania, nel 2018 ha partecipato al XXIV FISP World Conference a Pechino con un intervento dal titolo Born Equal to Become Different. Tra le sue ultime pubblicazioni: L’identité humaine entre nature et histoire: repenser l’égalité à partir de la critique par Massimo Fagioli de la raison des Lumières (Lumières no. 33, 2020) e Anche le donne filosofano: una replica a Thomas Sheehan (Materialismo storico, n. 2/2021).

Alexandre Gilbert è il direttore della galleria d’arte Chappe a Parigi; scrive per il Times of Israël e LIRE Magazine Littéraire.

L’intervista in francese uscita sul Times of Israel: https://frblogs.timesofisrael.com/nul-besoin-detre-nihiliste-il-faut-repenser-egalite-et-subjectivite-pour-surmonter-la-crise/

Inna Afinogenova: Colpendo Assange gli Usa vogliono intimidire tutti noi giornalisti

Sono giorni di pioggia nella capitale spagnola, che si prepara a vivere le feste natalizie con la tipica e annuale forma de la Luz de Navidad, dove la città sarà tutta illuminata e colorata, vestita a festa. Nel barrio di Lavapies, quartiere etnico, multicultuale, aperto ad ogni cultura straniera e ad ogni genere, si trova il Teatro de El Barrio, è qui che ho incontrato la giornalista russa Inna Afinogenova (nella foto), che collabora con La Base, il programma di sinistra ideato dal fondatore di Podemos Pablo Iglesias, marito tra l’altro di Irene Montero, la ministra de Igualdad spagnola che sta apportando importanti modifiche politiche e sociali attraverso leggi avanzatissime come la Ley Si es Si contro la violenza sulle donne e la Ley Trans con più diritti per tutta la comunità Lgbtqi+.
In quest’occasione il pomeriggio è dedicato a Julian Assange, con la proiezione del documentario Guerra contra el periodismo di Juan Passarelli.

Inna interviene in maniera molto chiara e precisa sul caso Assange, sottolineando come la vicenda del fondatore di WikiLeaks esponga tutti i giornalisti al rischio di essere accusati e messi a tacere qualora potessero portare alla luce fatti scomodi per il potere e per i potenti della terra, in maniera particolare per gli Stati Uniti. La prima domanda che pongo ad Inna, essendo anche una cittadina russa è cosa pensa del conflitto bellico in corso.

«L’invasione russa dell’Ucraina avvenuta il 24 febbraio scorso – risponde Inna – è un fatto gravissimo. È una tragedia per tutto il popolo ucraino, ma è una tragedia anche per la Russia, per tutte le sanzioni che sono state messe in atto. Mi sembra il maggiore errore geopolitico che sia stato commesso nell’epoca post-sovietica. Ora tutto il mondo deve cercare una soluzione per arrivare alla pace, ma quello che noi vediamo è solo il dualismo belligeranza e indifferenza».

Il caso di Julian Assange lo possiamo inserire in un quadro di conflitto tra le maggiori potenze sulla terra?
Chiaramente è un caso politico. Julian è detenuto e condannato da parte degli Stati Uniti a 175 anni di carcere, per aver fatto il suo dovere di giornalista, dovere che dovremmo fare anche noi come giornalisti. È un fatto molto grave, è un monito per tutti noi che facciamo inchieste. In sostanza ci stanno dicendo: se fate quello che ha fatto Julian, questo è quello che vi può succedere.

Qual è invece la situazione in Spagna? La ministra de Igualdad Irene Montero viene molto criticata per le sue proposte di legge, a mio parere molto avanzate.
Non conosco perfettamente la situazione in Spagna. Sono venuta a vivere qui dopo l’invasione dell’Ucraina e ho trascorso questo periodo con la guerra in corso. Posso dire che quello che sta succedendo a Irene Montero è la dimostrazione del fatto che lei è una donna di sinistra e una politica estremamente brillante e che gli avversari in qualche modo vogliono piegarla in tutto. Ecco cosa sta accadendo. La Ley Trans è molto criticata, ma non riesco a capire come possa dar fastidio un collettivo che ha un grande passato di lotte e un’evidente forza storica e che ha apportato grandi cambiamenti in Spagna. Davvero non comprendo come possa dar fastidio il fatto che a queste persone siano riconosciuti giusti e maggior diritti. Non riesco a capire perché tutto questo deve essere combattuto e oppresso, e soprattutto come possa rappresentare un problema per il vivere sociale e civile di una comunità».

Ricordiamo che sul caso Assange è stato pubblicato da Left in collaborazione con Amnesty International, Pressenza e Free Assange Italia il libro Free Assange a cura di Patrick Boylan con una serie di importanti contributi di autori come Noam Chomsky e il premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel. Attualmente il presidente Colombiano Gustavo Petro si è esposto in prima persona chiedendo a Biden il rilascio di Julian Assange e agli Stati Uniti di far cadere tutte le accuse nei confronti del giornalista australiano editore di Wikileaks.

Il libro di Left Free Assange

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Qui il video dell’incontro Free Assange nella redazione di Left

Solo l’Europa può scongiurare un futuro di guerre

La notizia, fornita in una intervista concessa al quotidiano La Repubblica il 19 novembre dal generale polacco Mieczyslaw Bienieck, ex primovice comandante strategico dell’Alleanza atlantica, secondo cui gli statunitensi armavano gli ucraini già dal 2014, è una notizia solo per i giornalisti italiani della grande stampa e per i loro lettori, sistematicamente disinformati e schiacciati ad arte sulla cronaca quotidiana. Naturalmente l’autorevolezza dell’informatore aggiunge qualcosa. Un segno che l’atlantismo furioso e persecutorio dei poteri mediatici italiani sta cedendo? Forse. Chi tuttavia non ha seguito lo logica binaria, quella del computer, “o sei con l’Occidente e sei con Putin”, ma ha attivato la mente dell’homo sapiens sapiens, sa che da millenni è consentito alla mente umana un più largo spettro di opzioni interpretative della realtà. Può fermamente condannare chi invade un altro Paese e conservare la capacità di collocare quella scelta in un complesso di fatti e di processi.

L’homo sapiens sapiens ha inventato la storia, la quale, come ha ricordato il geniale storico inglese Edward P.Thomposon, è «la scienza del contesto». La ricostruzione del tessuto delle vicende passate capace di illuminare le ragioni profonde del presente. Ed è la storia che oggi ci consente di collocare in uno scenario più vasto quel che è accaduto in Ucraina, e soprattutto in quale progetto di caos bellico rischiano di scivolare le sorti del mondo a partire da quella guerra.

In un rapporto del 2019 dell’Istituto di studi strategici Rand corporation, finanziato dal ministero della Difesa americana, si possono leggere limpidamente le ragioni geostrategiche del trascinamento della Russia nella guerra con l’Ucraina. Il titolo del rapporto è programmatico Overtexenting and unbalancing Russia (Sovraccaricare e destabilizzare la Russia) e fornisce anche informazioni di carattere storico, ad esempio sugli aiuti statunitensi a Kiev già nel 2014. Ma sono le indicazioni e le proiezioni strategiche a mostrare che gli Stati Uniti hanno continuato la Guerra fredda dopo il 1989, non solo circondando la Russia di basi militari Nato, collocate nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia, ma anche con l’intenzione di puntare direttamente al collasso dell’ex nemico. Un collasso della Russia dopo quello dell’Urss.

«Fornire armi letali all’Ucraina, riprendere il sostegno ai ribelli siriani, promuovere un cambio di regime in Bielorussia, sfruttare le tensioni armene e azere», sono solo alcune delle raccomandazioni più urgenti del Rapporto. Ovviamente oggi non costituiscono grandi novità per il cittadino informato, ma sono rivelatrici di una strategia di ampio respiro e soprattutto di un metodo. Quello «sfruttare le tensioni armene e azere» illumina, ad esempio, l’interesse primario degli Usa e della Nato per i conflitti interetnici e le questioni di confine, che possono dar luogo a scontri armati e a guerre, occasioni preziose per lo smercio di armi e per la penetrazione in terre e Paesi ben lontani dal Nord Atlantico. Ha fatto scuola l’ex Jugoslavia, trascinata e distrutta dai conflitti intestini che hanno riportato la guerra in Europa e aperto nuove strade alla presenza degli Usa nei Balcani.

Trascinare la Russia in nuovi conflitti ha uno scopo evidente. «La Crimea, l’Ucraina orientale e la Siria sono un salasso per l’erario russo e per il bilancio della difesa», si legge ancora nel rapporto. Un passo verso un possibile collasso economico dell’ex impero apre scenari imprevedibili e di grandi opportunità per le classi dirigenti statunitensi, e gli alleati Nato. Di sicuro il supporto economico smisurato fornito da Washington a Kiev, per una devastante guerra per procura, è un investimento da cui si attendono sostanziosi ritorni. E tuttavia il nostro racconto storico, la ricostruzione minimale del “contesto” – ci sarebbe da mettere nel conto anche il nazionalismo russo – è gravemente monco se non si tiene conto dell’intero disegno geostrategico che gli Usa stanno perseguendo.

La guerra contro la Russia è solo una tappa verso il conflitto con l’avversario più temuto, la Cina. Un paese che detiene mille miliardi del debito pubblico americano. Gli Usa hanno già incominciato a creare le tensioni per mettere in difficoltà Pechino con una serie di iniziative. Come ha di recente ricordato John Ross, giornalista e scrittore americano: «Per la prima volta dall’inizio delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cina, il presidente Biden ha invitato un rappresentante di Taipei all’insediamento di un presidente americano. Il presidente della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi, il terzo più alto funzionario degli Stati Uniti in ordine di successione presidenziale, ha visitato Taipei il 2 agosto 2022. Gli Stati Uniti hanno chiesto la partecipazione di Taipei alle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno intensificato le vendite di armamenti ed equipaggiamenti militari all’isola. Le delegazioni statunitensi in visita a Taipei sono aumentate. Gli Stati Uniti hanno aumentato il loro dispiegamento militare nel Mar Cinese Meridionale e hanno inviato regolarmente navi da guerra statunitensi attraverso lo Stretto di Taiwan. Le forze per le operazioni speciali statunitensi hanno addestrato le truppe di terra taiwanesi e i marinai della Marina taiwanese».

Dunque nei prossimi anni e decenni la Nato a guida statunitense ci prepara uno scenario di tensioni internazionali e di possibili conflitti armati di portata inimmaginabile. Chiudere gli occhi di fronte a questa evidentissima e minacciosa prospettiva e non cogliere la drammatica importanza di una pace ragionevole tra Russia e Ucraina appare oggi una responsabilità inaggirabile delle classi dirigenti europee. Gli Usa, rafforzando ed estendendo la Nato, stanno imprimendo una esasperata torsione bellicista alle relazioni fra Stati. Ricordiamo che essi hanno 800 basi militari sparse per il pianeta. Perché, a che scopo? Quale progetto di dominio globale li ispira?

I governi, il ceto politico, la stampa italiana non possono più esaltare la fedeltà atlantica come un pegno di pace e di sicurezza, perché essa si appalesa ormai come un progetto di aggressività imperiale degli Usa. Quando, a chi sostiene la necessità di superare la Nato, si obietta – nei casi più benevoli – che “non si può essere antiamericani”, occorre ribattere che la fine di quella alleanza è innanzitutto nell’interesse del popolo statunitense. Gli Usa spendono annualmente intorno agli 800 miliardi di dollari in armamenti, un cifra spaventosa, investita nella distruzione di città e territori lontani, nell’uccisione di essere umani distanti migliaia di chilometri da Washington, risorse finanziarie che sono sottratte alla sanità americana, alla scuola, all’assistenza ai milioni di poveri che affollano quella società.

Ma la Nato e l’indirizzo bellicista delle sue prospettive mostrano il loro essere un efficiente relitto sopravvissuto al secolo passato, di fronte al quadro drammatico che oggi ci presenta il pianeta. Di quel che sta succedendo alla Terra si occupano una volta l’anno esperti e uomini di Stato nelle varie e sempre inconcludenti Conferenze sul clima dell’Onu. Ma noi siamo entrati in una fase inedita nella vicenda del genere umano con la testa girata verso il ‘900. Nei prossimi anni lo scioglimento dei ghiacciai potrà lasciare senza acqua fluviale sterminate popolazioni dell’Asia, la nostra Pianura padana col suo sistema idrografico disseccato, intere regioni dell’Africa desertificate dalla siccità.

Che ne faremo dei milioni di essere umani in fuga? Non è più chiaro della luce del sole che le migliaia di miliardi di dollari ed euro, dilapidati da tutti gli Stati in armamenti, andrebbero spesi per aiutare i Paesi poveri a convertire le loro agricolture, a ripristinare le foreste (sostenendo ad es. il Brasile di Lula a proteggere ed estendere l’Amazzonia), ad abbandonare l’uso dei carburanti fossili? Gli Usa, il Paese più ricco e potente del pianeta, con risorse straordinarie di cultura, tecnologie, intelligenze, dovrebbero essere la guida di un nuovo ordine multilaterale del mondo, capace di affrontare le grandi sfide ambientali e invece intendono trascinarlo in un’avventura potenzialmente mortale per responsibilità, peraltro, di una sola parte delle sue élites dirigenti.

Dunque è ormai evidente, anche a chi non vuol vedere, che oggi solo l’Europa, può spezzare questo disegno dissennato condotto da uomini presi da delirio di onnipotenza. Così come bisognerebbe che i media italiani cominciassero ad accorgersi di essere, volenti o nolenti, in quanto filoatlantici, sostenitori di uno progetto di guerra perpetua. Se oggi l’Europa, divisa su tutto tranne che nelle scelte contro i propri interessi e nella fedeltà agli Stati Uniti, non riesce a ritrovare il proprio progetto originario di forza di pace, non si comprende più quale sia la sua funzione oltre la moneta unica.

Per niente sani

Dopo una pandemia che ha messo in ginocchio l’Italia non solo dal punto di vista sanitario ma soprattutto dal punto di vista economico e sociale, la cosa più stupida che si potrebbe fare sarebbe fingere che il nostro sistema sanitario si sia dimostrato all’altezza. L’hanno fatto.

Nella bozza della legge di Bilancio per il 2023 per la sanità vengono previsti due miliardi di euro in più per il fabbisogno standard ma di questi 1,4 miliardi di euro sono da destinarsi solo al caro bollette. Avanzano quindi solo 600 milioni dopo avere pagato i costi delle luci e dei macchinari, una cifra che non basterà nemmeno a fronteggiare l’inflazione galoppante. Si può dire che la legge di Bilancio di questo governo consiste in un taglio alla sanità (l’ennesimo) dopo una pandemia. Non serve essere degli esperti per capire quanto tutto questo sia irresponsabile e dannoso.

Come un filo rosso che attraversa tutte le decisioni del governo anche in questo caso a pagare saranno i lavoratori. “Alla sanità del 2023 vengono destinate certo più risorse, ma per bollette e vaccini e farmaci anti Covid, non per servizi e personale. Niente per il Contratto di lavoro 2019-2021, che prevede incrementi pari a un terzo del tasso inflattivo attuale, e nessun finanziamento per quello 2022-2024», denunciano le organizzazioni sindacali dei medici, veterinari e dirigenti sanitari.

Anaao assomed, Cimo-Fesmed, Aaroi-Emac, Fassid, Fp Cgil medici e dirigenti Ssn, Fvm federazione veterinari e medici, Uil Fpl e Cisl medici esprimono preoccupazione e aggiungono: «Le condizioni di lavoro dei dirigenti medici, veterinari e sanitari, divenute insopportabili, anche a causa di una pandemia non ancora superata, alimentano uno stato di crisi della sanità pubblica che ha ridotto il Ssn a malato terminale».

«Le fughe di massa dei professionisti, insieme con l’insoddisfazione e lo scontento di chi non fugge – dicono i sindacati – suonano un allarme che, però, non arriva alle orecchie del ministro della Salute e del governo che non vedono organici drammaticamente ridotti al lumicino al punto da mettere a rischio l’accesso dei cittadini alla prevenzione e alle cure, insieme con la loro qualità e sicurezza».

«Servono – rincarano i sindacati – investimenti per le retribuzioni e per le assunzioni, perché la carenza di specialisti non può essere colmata dalle cooperative dei medici a gettone, pagati per lo stesso lavoro il triplo dei dipendenti e gratificati di una flat tax che porta a livelli intollerabili anche il differenziale contributivo».

«Per un adeguato rilancio del Ssn servono risorse per allineare spesa sanitaria a media europea, coraggiose riforme e visione lungo periodo. Altrimenti, Ssn è condannato ad una stentata sopravvivenza e finirà per sgretolare un pilastro della nostra democrazia», dice Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe.

L’obiettivo non dichiarato è facilmente intuibile: distruggere la sanità pubblica è il metodo migliore per pompare la sanità privata. La salute tolta dal cassetto dei diritti e messa sulla bancarella del mercato è il sogno recondito di questa destra (che in alcune regioni come in Lombardia è riuscita a realizzare). Difendere la sanità pubblica oggi ancora di più è un manifesto politico.

Buon venerdì.

Senza immigrati l’Italia non ha futuro

Potenza, capoluogo sofferente di una regione del sud, la Basilicata, che nonostante l’abbondanza di risorse si trova ad essere agli ultimi posti per crescita del Pil, maglia nera sugli indicatori di precarietà e basso reddito da lavoro (anticipazioni del rapporto Svimez 2022).

Sono quasi le 7 del mattino, è una bella giornata di questo inizio novembre fin troppo caldo, e Kumba prepara in fretta le ultime cose prima di andare al lavoro. Lei, gambiana di 36 anni, è sbarcata a Lampedusa nel 2014, riuscendo a varcare i confini della Fortezza Europa e trovando subito accoglienza. Dopo 3 anni di incertezza, finalmente si è vista riconoscere una delle forma di protezione previste in Italia, trovando posto nel 2017 all’interno del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar). Qui, ha avuto la possibilità di imparare l’italiano ed un mestiere, grazie ai tirocini organizzati presso alcune aziende del territorio dallo Sprar della Cooperativa sociale La mimosa di Tito (Pz). È uno dei 24 Comuni lucani con più di 5 mila abitanti (solo 11 superano i 10 mila), mentre gli altri 117 ne hanno meno. Tutti più o meno afflitti dalle problematiche tipiche che investono gran parte del Meridione, cui si sommano quelle specifiche delle aree interne, la “parte marginale” dello Stivale dove il lavoro e le infrastrutture latitano, i centri si spopolano, e i servizi di base si contraggono, con i Comuni che cercano di sopperire in ogni modo ai tagli. Indicatori del tutto negativi, ma che rischiano di mettere in ombra tante piccole realtà, modelli alternativi di cooperazione, proposte di sviluppo diverse dai canoni abituali, tra cui alcune legate al mondo dell’accoglienza.

E così, nell’arco di quattro anni Kumba si è inserita lavorativamente, uscendo dal sistema di accoglienza e guadagnandosi infine un contratto di lavoro a tempo indeterminato. «Adesso posso dire che sto bene» dice questa giovane donna già grande, che parlando del suo lavoro racconta: «Prima ho studiato, ora so fare tutto: pizza, pane, torte, dolci, panettoni, biscotti, cioccolata. I colleghi e la mia titolare sono molto bravi, lei ha fatto tante cose per me, per insegnarmi l’attività di pasticcera. Un giorno magari aprirò la mia pasticceria, ma non è ancora arrivato il momento. Piano piano». Intanto, nel 2021 è riuscita a portare a termine le procedure per il ricongiungimento familiare, portando con sé quattro dei suoi cinque figli, e oggi, in attesa del piccolo Hasan, continua a lavorare presso il  forno La Delizia, qui nel capoluogo dove si è trasferita una volta arrivati i suoi figli.

Sarà un bel + 6 per l’anagrafe, ma per qualcuno che arriva da fuori, sono molti gli abitanti che vanno via. Per farsi un’idea del fenomeno, gli ultimi dati licenziati dall’Istat a marzo 2022 raccontano di come tra il 2019 e il 2020 solo 5 dei Comuni lucani non hanno subito cali di popolazione, risultati per altro più consistenti proprio a Potenza (- 973 abitanti) e nell’altro capoluogo di provincia Matera (- 736). È un fenomeno non solo lucano, ma esteso a tutte le aree interne d’Italia, dove in dieci anni la popolazione residente si è più che dimezzata nei comuni con meno di mille abitanti, mentre in quelli fino a 5mila abitanti la perdita è stata del 20% (v. su Left in edicola l’intervista di Federico Tulli al demografo Gustavo De Santis).

Le cause sono sempre le stesse, un inverno demografico che porterebbe la Basilicata ad avere nel 2035 la stessa popolazione dei primi dell’Ottocento, con un terzo di essa costituito da  ultra sessantaquattrenni, e l’emigrazione incessante di giovani che vanno via per proseguire altrove gli studi o in cerca di lavori più o meno specializzati. Eppure, nonostante tutto, domanda di lavoro ce n’è, anche se circoscritta soprattutto a settori come la ristorazione e l’agricoltura.

A portarmi all’appuntamento con Kumba ci ha pensato Gabriel Boubakar, che in Italia è arrivato 12 anni fa dal Niger, passando tutta la trafila e una miriade di lavori prima di “attraversare lo specchio” e iniziare a lavorare proprio nell’accoglienza. A Tito ci vive dal 2017, insieme alla moglie Blessing, che lo ha raggiunto nel 2016; insieme hanno preso una casetta delle tante sfitte nel centro storico del paese e nel 2020 hanno avuto una bella bambina che oggi frequenta insieme a 16 piccoli compagni un nido. Vorrei chiedergli quanto la scelta sia legata al lavoro, ma previene la mia domanda confidandomi che «in un piccolo centro si vive meglio, si ha l’occasione di conoscere molte persone, superare le diffidenze», e che in ogni caso ha intenzione di investire in un suo futuro qui, anche se sta provando ad aprire insieme alla moglie un negozio di generi alimentari etnici a Potenza, 20 chilometri più in là. Gli domando allora se ha avuto problemi a trovare casa. «Non è stato troppo difficile – risponde -, ma a me mi conoscono tutti. Per altri è più complicato».

Sembrerebbe un paradosso, eppure malgrado la quantità di case sfitte (quasi centomila) e la presenza di proprietari pronti a cedere i propri immobili a poco pur di liberarsi di quella che per molti è solo un problema, trovare casa per molti è un ostacolo quasi insormontabile. «Anche quando hanno un contratto di lavoro in regola, e ci vuole qualcuno che faccia da garante: il datore di lavoro, un conoscente, la struttura che ha seguito il percorso di accoglienza» mi conferma Gabriel.

Lo saluto, e provo a raggiungere Birûsk e la sua famiglia a Pietragalla, paese lucano con poco più di 3.500 abitanti. Lui, curdo di nazionalità turca scappato dal suo Paese per paura di ritorsioni politiche, in Italia è arrivato nel 2021, a bordo di una barca che dal Montenegro è approdata a Rimini, potendo contare da subito sulla rete di solidarietà predisposta dall’Arci. Oggi Birûsk è ospite insieme ad altre sei famiglie del progetto Sai gestito dalla Cooperativa sociale Filef Basilicata, che permette a ognuna di loro di vivere in un appartamento nel centro storico del paese. A dispetto delle statistiche che vorrebbero questi centri destinati a spegnersi lentamente, qui si trova bene, come la moglie Hazal e soprattutto i loro figli, Ahmet, 12 anni, che frequenta la seconda media in una classe con 15 studenti e gioca a calcio nella squadra locale, e Hakan, che va alle scuole primarie. «Mio marito ora lavora a Potenza, nell’edilizia, il lavoro va bene e non abbiamo più bisogno dell’assistenza» racconta Hazal, ma a tradurre in un italiano quasi impeccabile è Ahmet. «Pensavamo di spostarci a Potenza – continua -, ma i nostri figli ci hanno chiesto di restare qui, hanno tanti amici. Anche con noi tutti sono gentili e ci danno una mano. Ora cerchiamo casa, vorremmo comprarla». Mi tornano in mente le parole di alcuni operatori ascoltati in questi giorni: in un piccolo centro come questo, si instaurano rapporti di vicinato che rendono la vita più semplice a chi viene accolto, e d’altra parte, per una piccola comunità, anche poche persone in più sono una preziosa risorsa.

Perché insieme ai giovani e qualche famiglia, nelle aree interne ad andare via sono anche i servizi di base, mentre l’arrivo di nuovi nuclei familiari e minori permette di tenere in piedi scuole primarie e scuole medie, oltre a portare all’apertura di nuovi servizi, ad esempio i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, di cui beneficiano tutti. È un sistema che sembra funzionare, non c’è da stupirsi quindi se in Italia la rete dei Comuni coinvolti nel Sistema accoglienza e integrazione sia composta nel 43% dei casi da Comuni che hanno meno di 5mila abitanti.

Kumba, Gabriel e le loro famiglie sono tra quei 12.579 “soggiornanti non comunitari” presenti in regione, persone titolari di un permesso di soggiorno valido, per protezione, per motivi di lavoro o familiari, che si sommano agli altri 22.863 stranieri residenti stabilmente in Basilicata. In attesa di farcela, come Birusk, altri 1.526 migranti (il 2,8 per mille della popolazione residente) presenti a fine 2021 nel sistema di accoglienza regionale, dei quali 943 collocati nel limbo dei Cas o in altri centri e 583 nei 30 centri della rete Sai. In uno Stato, l’Italia, che accoglie 79.938 persone, solo lo 1,3 per mille del totale della popolazione (dati del Dossier statistico sull’immigrazione 2022 elaborati dal Centro studi e ricerche Idos). Non c’è nessuna invasione, né qui né altrove, nessuna necessità di chiudere ancora di più i confini per proteggersi da una “sostituzione etnica” o “difendere i lavoratori italiani”, nessuna emergenza: l’unica emergenza semmai è quella ciclica e routinaria dei braccianti stranieri transitanti in regione per lavorare stagionalmente nelle campagne. E non c’è nemmeno, a quanto pare, uno spreco di risorse, perché “i migranti non vogliono restare in Italia, figuriamoci poi nelle aree interne”. Non tutti restano lì dove sono stati accolti, ma come tutte le persone di questo mondo anche i migranti, in presenza delle giuste condizioni si fermano, anche nei piccoli centri.

La discussione e le problematiche da affrontare sono ampie, ma bisognerebbe interrogarsi una buona volta non solo su quali siano l’impatto sociale dell’immigrazione straniera sulle aree interne del Paese e gli effetti sullo sviluppo locale, ma anche su quali possano essere gli interventi mirati a migliorare l’integrazione e le misure da mettere in campo per consentire tanto ai migranti (quanto ai residenti) di restare. Non è un discorso marginale, così come non sono affatto secondarie le aree interne, che in Italia occupano una porzione del territorio che supera il 60% della superficie nazionale, ospitando il 53% circa dei Comuni italiani (4.261) e oltre 13,54 milioni di abitanti (il 23% della popolazione italiana).

Il tanto criminalizzato modello Riace ha mostrato come si potesse coniugare l’accoglienza dei rifugiati nelle tante case sfitte, rilanciare le botteghe artigiane e creare solidi legami tra immigrati stranieri e popolazione locale, e l’attuale sistema Sai, con tutti i suoi limiti, può rappresentare un nuovo modello di sviluppo per tante aree interne del nostro paese. Di misure e formule da poter adottare ce ne sarebbero tante, e vengono fuori come sempre soprattutto dal dialogo con il cosiddetto Terzo Settore.

«Housing sociale, forme di assistenza al reddito, corsi di formazione anche dopo la fine dell’accoglienza e concrete opportunità di stabilizzarsi a quanti, lavorando stagionalmente, sono costretti a migrazioni circolari tra l’Italia e il proprio Paese di provenienza» suggeriscono dall’Arci Basilicata, una delle realtà più propositive del circuito di accoglienza lucano, tra gli artefici negli anni scorsi di progetti volti all’acquisizione di competenze specialistiche dei migranti e al loro inserimento nel territorio. «Formazione, accompagnamento allo studio, accordi con l’Anci per risolvere il problema abitativo» fanno eco dalla Filef Basilicata, che rappresenta un’altra importante realtà in regione, in prima fila in progetti volti a trovare una sistemazione stabile a chi voglia fermarsi a vivere qui. Altre proposte sono quella delle “comunità accoglienti”, portata avanti ad esempio dalla Cooperativa sociale Iskra, che sottolinea la volontà di molte famiglie di mettersi in gioco, anche con affidi familiari “in supplenza” e in generale la buona predisposizione soprattutto dei piccoli centri ad accogliere. O impegnarsi in maniera più diretta a sostenere l’auto-imprenditorialità, come cerca di fare in regione la cooperativa il Sicomoro, sottolineando il forte dinamismo dei giovani immigrati, abituati dalla sorte a doversi reinventare continuamente. Tutti interventi che si potrebbero estendere, se non altro, anche a chi, in attesa di protezione, vive a volte per anni nel limbo dei Centri di accoglienza straordinaria (Cas), dove grazie ai decreti Salvini è stata tagliata nei fatti ogni misura volta ad un’effettiva possibilità di integrazione, dall’istruzione alla formazione alla reale integrazione.

Ma ridurre la questione solo in termini economici, come si fa sui tavoli istituzionali quando non si grida alla caccia all’uomo, vedere il migrante semplicemente come risorsa produttiva, valore aggiunto, contributo al Pil locale e nazionale (comunque importante), o possibilità di ripopolamento, è un discorso quanto mai riduttivo. Un tema che spesso sfugge ai dati è il fattore umano, la possibilità offerta dal cambiamento, l’arricchimento in termini sociali offerto da sempre dall’immigrazione quando è accompagnata dall’integrazione. Specchio di Paese che invecchia e si richiude sempre più su se stesso, nelle aree interne circolano con fatica anche idee, culture, lingue, mentre l’impatto di queste piccole comunità, seppure spesso di passaggio, provoca un effetto domino positivo anche nei residenti. Un meccanismo da maneggiare con cautela, ma che apre spesso nuovi scenari. E magari in un paese dove non c’è un teatro, ecco che una piccola compagnia viene ospitata per fare laboratori aperti a tutti, rivoluzionando per qualche mese la vita di tutti i giorni, un laboratorio musicale permette a giovani del posto di guadagnare con la propria passione e confrontarsi con musiche da tutto il mondo, e ragazzini che non hanno mai lasciato la propria regione possono parlare un’altra lingua con il proprio compagno di banco. L’accoglienza pianta semi per il futuro di tutti.

 

Trent’anni di Oylem Goylem. La straordinaria avventura del teatro yiddish di Moni Ovadia

Per festeggiare il trentennale di Oylem Goylem Moni Ovadia riporta in scena questo suo applaudito spettacolo che parla di esilio, di realtà umana, di vulnerabilità mescolando cabaret, musica, canzoni, storielle. Al centro la cultura yiddish e la diaspora ebraica. Per l’anteprima l’attore e regista ha scelto il Bolli circus della Fondazione Devlata di Sarzana, che si occupa di attività umanitarie e aiuta i ragazzi down attraverso la cultura e il teatro come forma di socialità. «Vengo spesso qui – racconta Moni Ovadia a Left – perché si è creata una grandissima amicizia con Marina, presidente della Fondazione Devlata, e con suo figlio Bolli a cui è dedicato un bellissimo chapiteau. A lui dedico il mio spettacolo.

Moni Ovadia come è stato ripartire proprio da qui?
È stato magnifico fare le prove e il debutto in questo spazio, poiché c’è il pubblico ideale, con persone di ogni fascia di età. Sembrava di essere ritornati all’origine di questa teatralità proveniente dal mondo yiddish grazie a questo tendone da circo. Uno chapiteau fu proprio il luogo dove, in Romania, Abraham Goldfaden, padre del teatro Yiddish, concepì il suo teatro dell’esilio, mentre c’era la guerra russo-turca (1877-1878) e molti ebrei erano affluiti nel Paese sia come soldati, sia come commerciati piccoli e grandi. Proprio in quella temperie Abraham Goldfaden si mise seduto in un tendone di circo. Chiedeva alle persone che incontrava se conoscessero storie o canzoni. Così cominciò a raccogliere molti materiali contribuendo alla nascita del teatro Yiddish che poi ebbe alcuni decenni di grande fortuna e sviluppo prima della catastrofe della Shoah.

Ma c’è chi poi chi ha voluto riprendere quella straordinaria tradizione.
Sì, tanto che oggi ci sono ancora teatranti, in ogni parte del mondo, che vogliono continuare questa tradizione a cui, tra l’altro, è stata anche dedicata una fiction completamente in lingua Yiddish. Si tratta di un mondo che manda bagliori di vita nonostante la lingua sia ormai crepuscolare.

Oylem Goylem è uno spettacolo nato da tante esperienze che le sono state di ispirazione. Vogliamo ripercorrerne alcune?
Avevo un gruppo musicale chiamato Gruppo folk internazionale, che ha riproposto musica tradizionale ed internazionale. In seguito cambiò forma perché il nostro genere musicale si fece contaminare dagli altri finendo così col fare anche concerti teatrali. Viaggiando in giro per l’Europa con i nostri spettacoli mi è capitato di incontrare esperienze singolari che mi hanno influenzato molto. Una di queste è stata quella di un gruppo/band di professori universitari di Francoforte, si trattava di musicisti, specializzati nell’ottone, ma anche di amatori coordinati magistralmente dal grande musicista Heiner Goebbels, che in seguito è diventato uno dei più grandi compositori europei. Il gruppo formò un’orchestra che si chiamava “Sogenanntes linksradikales blasorchester”, in italiano si potrebbe chiamare l’orchestra di fiati dei cosiddetti radicali di sinistra. Quest’orchestra faceva parodie musicali e clownery, che facevano molto ridere ma non mancavano mai alcune provocazioni. Successivamente ho avuto modo di incontrare il Willem Breuker Kollektief, un gruppo musicale olandese di jazzisti. Anche loro facevano clownery, gag surreali e numeri teatrali buffi. Anche grazie all’influenza di queste esperienze nacque l’idea di poter dar vita a una figura teatrale nuova.

Con la figura del musicista che diventa anche attore?
Esatto, la mia idea era creare una figura della drammaturgia teatrale. A differenza degli esempi che avevo incontrato, ho coltivato quest’idea del musicista attore non solo per usarla nella dimensione umoristica e comica ma anche in quella lirica e drammatica. La figura del musicista attore non deve essere scambiata per quella dell’attore che suona uno strumento. Io ho pensato a un musicista che diventa attore tramite la relazione intima col proprio strumento, e grazie anche alle posture del suo corpo, i suoi gesti e le sue espressioni facciali.

Con questa nuova creazione nacquero spettacoli di cui va giustamente molto fiero. Vogliamo ricordarne qualcuno insieme?
Sicuramente lo spettacolo che feci sulle mamme col sottotitolo Il crepuscolo delle madri, che mi era stato suggerito dall’arrivo della pecora Dolly nata dalla clonazione, così dentro di me mi chiesi se avrebbero davvero sostituito il parto con la clonazione, ma naturalmente si trattava di un’iperbole. Ci costruii uno spettacolo, che considero stilisticamente il mio più importante. Poi ho fatto Dibujo, uno spettacolo sulla Shoah dove i musicisti attori rappresentano l’orchestrina del lager, e due attori incarnavano uomini e donne deportati nel lager. Io interpretavo l’unico sopravvissuto, che raccoglieva gli impulsi di questa memoria. Questa figura appartiene alla dimensione mistico/leggendaria del mondo ebraico del centro-est-europeo. Questo personaggio è un morto di morte violenta e prematura, che torna per possedere un vivo perché non aveva potuto avere una morte degna di un essere umano, quindi con il conforto dei suoi cari. Il destino dei morti della Shoah non è stato però questo, perché come sappiamo hanno avuto morti orribili.

E arriviamo così allo spettacolo Oylem Goylem, che ha avuto molti riconoscimenti e libri dedicati. Cosa prova nel riportarlo in scena?
Mi rende molto felice riprenderlo a trent’anni di distanza grazie a una coproduzione del Centro Teatrale Bresciano e della Corvino Produzioni (nonostante non abbia mai smesso di portarlo in scena con più di mille spettacoli in tutto il mondo). Chiaramente alcune cose sono cambiate, gli anni sono passati, abbiamo aggiunto nuove sonorità, i miei racconti si muovono in maniera diversa, e per la prima volta in un gruppo sempre composto da soli uomini finalmente c’è una donna, la violoncellista Giovanna Famulari che è una musicista stellare. Nonostante gli anni la bussola rimane sempre quella del manifesto di Oylem Goylem, quindi di glorificare l’esilio come condizione di splendore dell’essere umano fragile che rivela la sua grandezza.

In questo spettacolo celebra la cultura yiddish. Il fondatore del teatro yiddish israeliano, Shmuel Atzmon, l’ha definita il più importante rappresentante al mondo nel campo della cultura yiddish. Qual è stato il suo approccio?
Shmuel Atzmon mi ha fatto riconoscimenti perché ho liberato l’Yiddish del dopo guerra e del dopo catastrofe dagli elementi troppo nostalgici e celebrativi. Io cerco di fare un teatro per l’oggi e per il domani e lo dimostra il fatto che nei miei spettacoli il pubblico è molto vario. Purtroppo spesso il teatro yiddish è stato la rappresentazione di una oleografia nostalgica. Io ho cercato di valutare la cultura yiddish come energia, materia, spiritualità e profondità, al fine di usare questo straordinario materiale espressivo umano ed etico per un teatro dell’oggi e del domani.

Rimanendo sempre in tema yiddish come definirebbe la sua forma di umorismo?
L’umorismo yiddish inaugura una forma di pensiero folgorante, il pensiero umoristico paradossale, ma non è fatto per ridere, la risata è un effetto collaterale sano e bellissimo.

Quanto è importante il teatro per la didattica della Shoah, per abbattere i pregiudizi e gli stereotipi non solo contro gli ebrei ma anche contro ogni forma di minoranza o verso chiunque possa essere considerato diverso dagli standard di un determinato Paese?
Il contributo del teatro è fondamentale perché non c’è nulla che può sostituirlo. Si istaura una relazione viva tra gli spettatori e l’evento scenico, e inoltre gli spettacoli possono cambiare a seconda della condizione sia degli interpreti che del pubblico. Il teatro ha poi uno statuto che lo rende fondamentale, e lo spiega bene Gigi Proietti in due versi di un suo sonetto in romanesco intitolato Viva er teatro, dove nei primi due versi recita “Viva er teatro, dove è tutto finto, ma gnente c’è de farzo”. Questo perché il teatro ha a disposizione “la pietas” della finzione, che gli permette di dire le cose più spietate e più paradossali perché viene protetto da essa. Per esempio il teatro può raccontare l’orrore senza che chi vede l’orrore rimanga pietrificato dal volto della Medusa, perché c’è la pietas della finzione. Da questo punto di vista il teatro è l’unico vero luogo di verità disponibile agli esseri umani.


Il 24 novembre
alle ore 20.45 Moni Ovadia presenta lo spettacolo al Nuovo teatro Lavaroni di Artegna per l’apertura della stagione 2022/2023 degli Amici del teatro. Dal 25 al 27 al Teatro comunale di Ferrara  Dal 6 all’11 dicembre sarà al Teatro fonderie Limone di Moncalieri (Torino)  Il 29, il 30 e il 31 dicembre sarà in scena al Teatro sociale di Brescia, il 31 con un brindisi con gli spettatori

Foto di Enrico Zappettini della Fondazione Devlata. Il ragazzo che Moni Ovadia abbraccia è Bolli a cui hanno dedicato il circo.

Andrea Vitello è specializzato in didattica della Shoah e graduato a Yad Vashem. Ha scritto il libro, con la prefazione di Moni Ovadia, intitolato Il nazista che salvò gli ebrei. Storie di coraggio e solidarietà in Danimarca, (Le Lettere 2022). Scrive su Pressenza e su Left