Home Blog Pagina 283

È una guerra ai poveri

Chi si preoccupa di povertà da sempre ora è davvero preoccupato. Alleanza contro la povertà (gruppo in cui siedono associazioni che vanno da ActionAid e Save the children ai sindacati all’Anci, passando per Comunità di Sant’Egidio e Forum Nazionale del Terzo Settore) parla di un mancato contatto con la realtà da parte del governo. Forse è anche peggio di così: Meloni e compagnia sanno benissimo cosa stanno facendo e per chi devono farlo.

«Preoccupante annunciare la soppressione di una misura di contrasto alla povertà a partire dal 2024 senza delineare alcuna ipotesi di sostituzione. Intervento che tra l’altro andrebbe a definirsi in un periodo che si preannuncerebbe di recessione», rileva l’Alleanza contro la povertà: «La logica non può essere quella di tagliare uno strumento, ma di renderlo più efficiente ed efficace. Da tempo l’Alleanza sostiene che sono certamente necessarie modifiche per migliorare il Rdc per rispondere alla crescente popolazione in condizione di bisogno. Si tratta di modifiche che vanno dall’ampliamento della platea degli aventi diritto all’adeguamento degli importi in relazione all’aumento del costo della vita fino al rafforzamento effettivo dei percorsi di politiche attive del lavoro».

L’abolizione del Reddito di cittadinanza, sottolinea il gruppo, colpisce «quelle famiglie in povertà in cui il componente abile al lavoro risulterebbe colpevolizzato rispetto al fatto di non riuscire ad essere occupato entro 8 mesi». Ma l’occupabilità dei percettori è un concetto molto relativo e se le risposte sono quelle che dice il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon la situazione sarà nerissima. «Cosa succederà se questi 660mila non troveranno lavoro?», gli ha chiesto ieri a Radio24 il giornalista Simone Spetia. «Se lo cercheranno», è stata la risposta.

Come si dice da tempo molti di coloro che non avranno più accesso al Reddito di cittadinanza (i cosiddetti “occupabili”) hanno più di 50 anni, una basso titolo di studio e una povertà che non è solo economica. I poveri assoluti tra l’altro si trovano anche all’interno di famiglie in cui qualcuno è occupato ma riceve uno stipendio talmente basso da non riuscire a garantirsi una vita dignitosa. Per questo secondo l’Alleanza contro la Povertà «ridurre la durata per il 2023 e rendere più stringenti le condizioni per i lavoratori considerati occupabili è un intervento che non tiene conto di tutti i dati ufficiali e dei principali studi che mostrano quanto la platea presa in considerazione abbia bisogno di essere inserita in adeguati e supportati percorsi di formazione e riqualificazione, di inserimento lavorativo o di promozione dell’auto-imprenditorialità cooperativa». «Abolire un sussidio che aiuta 3 milioni e 380 mila individui è ingiusto e rischioso per la tenuta sociale del Paese», scrivono. Tenetelo a mente perché quando accadrà Meloni e compagnia ricominceranno con il solito metodo del vittimismo o del complotto.

Buon giovedì.

Nella foto: persone in fila per presentare la domanda per ottenere il Reddito di cittadinanza, Torino, 6 marzo 2019

Cyber stalking. Quando la violenza contro le donne corre online

La violenza di genere e l’abuso online sono strettamente collegati. Molestie sessuali, bullismo di genere, cyber stalking, app installate di nascosto nei telefonini sono tutte forme di abuso virtuale agite dagli uomini contro donne e ragazze. Combattere queste forme di violenza di genere online è l’obiettivo del progetto DeStalk, “detect and stop stalkerware and cyberviolence against women”, che nasce con l’intento di avviare in Italia la prima campagna di sensibilizzazione coinvolgendo la rete dei centri antiviolenza D.i.Re. e la rete dei centri per uomini autori di violenza di genere Relive, oltre che Polizia postale e delle comunicazioni.

In Europa una donna su dieci ha già subito violenze informatiche fin dall’età di 15 anni, sette donne su dieci sono state attaccate attraverso cyberstalking e hanno subìto almeno una forma di violenza fisica o sessuale da parte di un partner: sono alcuni dei dati raccolti dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (European institute for Gender equality). Allo stesso modo, il 71% degli autori di violenza domestica controlla il computer della partner e il 54% ne traccia i cellulari con software specifici.

A curare il progetto DeStalk – spiega a Left la project manager Dimitra Mintsidis – è il Wwp european network, una rete di organizzazioni che si occupano di violenza domestica «proprio lì dove accade, nel comportamento di chi la agisce, principalmente uomini», con 70 membri in 30 Paesi europei.

Qual è il vostro impegno nel progetto e con quale approccio affrontate la questione?
La nostra principale missione è combattere la violenza maschile lì dove accade, attraverso il trattamento degli autori di violenza, nella maniera più efficace possibile, mantenendo sempre il focus sulla sicurezza delle vittime. Quindi per noi è molto importante la collaborazione con la rete dei centri antiviolenza e che si vada a istituzionalizzare un approccio sistemico per una risposta coordinata dei servizi. Oltre che dedicarci al miglioramento di pratiche e strumenti dei servizi specializzati, ultimamente stiamo lavorando allo sviluppo di campagne informative. Per arrivare ai decisori politici, per raggiungere quante più persone possibile e creare cultura, per permettere alle donne di tutelarsi al meglio e di sapere a chi rivolgersi e, soprattutto, per spostare l’attenzione, quando si parla di violenza, da chi la subisce a chi la agisce, responsabilizzando l’autore della violenza.

Cos’è il cyberstalking? E lo stalkerware? Internet e le tecnologie sono strumenti pericolosi per la libertà delle donne?
Il cyberstalking è lo stalking agito in modi nuovi e più efficienti, consiste in comportamenti ripetuti e perpetrati dalla stessa persona come l’invio di messaggi via e-mail, sms o app di messaggistica come Whatsapp o Telegram, con contenuti offensivi o minacciosi. È anche la pubblicazione di commenti oltraggiosi sui social. Oppure il monitoraggio e tracciamento della vittima: lo stalkerware permette l’osservazione continua da remoto delle azioni online di una persona tramite i suoi stessi dispositivi. La tecnologia è qualcosa che ci aiuta nella vita di tutti i giorni, ci permette di trovare luoghi e persone, fare la spesa online, ci fa restare in contatto con chiunque sia per lavoro che per le relazioni amicali e familiari. Questo va bene, mentre quello che non va bene è quando la tecnologia viene utilizzata per limitare le nostre libertà. La comunità europea considera l’accesso a internet come una forma di libertà e noi non vogliamo dire che internet è pericoloso, così come non diremmo che uscire per strada di sera è pericoloso: noi diciamo che i luoghi che abitiamo, siano essi fisici o virtuali, devono essere sicuri. Le nostre relazioni devono essere autentiche e sicure, non ci deve essere una persona che tenta di esercitare controllo e abusare di potere su di noi. Quando si utilizza internet e i dispositivi connessi alla rete anche la violenza diventa smart e assume una portata immediata di ampia diffusione. Il problema non è nel luogo, nel mezzo in sé, ma nei comportamenti di chi ne abusa, che hanno un impatto deleterio su sicurezza e benessere di donne e ragazze.

Stiamo parlando di software legali?
L’aspetto preoccupante è che tali strumenti disponibili in commercio vengono spesso utilizzati per spiare segretamente un’altra persona da remoto senza il suo consenso. L’uso di spyware è molto diffuso e negli ultimi anni ha avuto una crescita esponenziale spaventosa. Occupandoci di violenza contro le donne sappiamo che questi software di controllo remoto possono essere deleteri, la forma è virtuale ma le conseguenze sono concrete. Sono mezzi subdoli che possono seguirci ovunque, anche in quelli che pensiamo essere luoghi protetti. In ogni modo, al di là degli spyware specifici, piccoli accorgimenti sui nostri dispositivi possono limitare la nostra esposizione a diverse forme di controllo e abuso: sulla pagina di DeStalk è disponibile un piccolo vademecum per le donne. Infine, spesso l’equivoco intorno all’amore romantico porta a normalizzare forme di controllo che si estendono all’ambiente virtuale, si pensi all’indagare su contatti e attività social su Instagram o Facebook e cercare di limitare le interazioni della partner. È importante dire alle donne che rivolgersi ai centri di supporto è fondamentale, per poter capire se si sta subendo abusi e che come intervenire, prima di fare qualsiasi cosa da sole a riguardo

Come si svolge il Italia la campagna pilota del progetto DeStalk?
L’Italia è uno dei paesi maggiormente colpiti in Europa dallo stalkware e sede della campagna pilota DeStalk. Il progetto ha visto una prima fase di e-learning e formazione specifica per servizi di supporto alle vittime e programmi per autori di violenza domestica, servizi sanitari e sociali e autorità locali e governative. Adesso, grazie ai partner italiani, che coprono l’area di competenza dei servizi dedicati e quella dei governi locali, e alla collaborazione con la rete Di.Re., si è potuto sviluppare in sicurezza una campagna pilota indirizzata a un pubblico generico, oltre che a chi ha facoltà di decisione politica, dopo aver lavorato con e per le/gli addette/i ai lavori, che potranno continuare a usufruire dell’e-learning anche dopo la chiusura del progetto. Poi il 25 novembre, in occasione della giornata internazionale della violenza maschile contro le donne, ci sarà il lancio, a Venezia, della campagna, con l’obiettivo di aumentare il livello di consapevolezza dell’opinione pubblica e contrastare la dimensione digitale della violenza di genere.


Il progetto DeStalk, detect and stop stalkerware and cyberviolence against women, riunisce cinque partner europei, Fundación Blanquerna, Kaspersky, Una casa per l’uomo di Treviso e Regione Veneto, Wwp european network, in collaborazione con la Coalition against stalkerware

New Delhi, le disuguaglianze rese ancora più feroci dal climate change

Gli effetti del cambiamento climatico sono evidenti in tutto il mondo, ma nella sterminata area urbana di Nuova Delhi, che dal 2018 si attesta tra le più inquinate del pianeta, le conseguenze della crisi ambientale si possono già constatare nel presente: è così per 30 milioni di abitanti, che le respirano e le vivono quotidianamente, sulla propria pelle.
Invisible Demons, film di Rahul Jain, presentato in occasione del Festival di Cannes 2021 e attualmente disponibile in streaming per gli abbonati alla piattaforma Mubi, ci racconta questa realtà così distante, almeno geograficamente, eppure incredibilmente vicina e attuale.
Jain è nato nella Nuova Delhi del 1991, l’anno in cui l’India si è aperta al libero mercato: da quel momento la crescita economica e l’inquinamento ambientale della megalopoli non si sono mai arrestati, così come i processi di sfruttamento, sia politico che economico, supportati dalla strutturale divisione in classi.
Il regista, nel corso del film, racconta di essere cresciuto in un contesto sociale privilegiato, ma di aver anche avuto modo, fin da bambino, di trascorrere molto tempo nella piccola fabbrica tessile di suo nonno: un’esperienza che ha influito profondamente sulla sensibilità dell’autore, e ha trovato espressione nel suo documentario Machines (2016).
Jain ha deciso di lavorare a Invisible Demons e di raccontare il collasso climatico di Nuova Delhi dopo aver sperimentato anche in prima persona problemi di respirazione al suo rientro in città, nel 2017, dopo un breve trasferimento in Bhutan.
In voice over, all’inizio del film, il regista racconta di essere “cresciuto in un mondo con l’aria condizionata”. Ma consapevole di essere un privilegiato, rigettando voyeurismi, ha deciso di dare voce a chi sta risentendo maggiormente del disastro ambientale che investe il Paese: le persone che non hanno a disposizione acqua corrente e devono ogni giorno impegnarsi per procurarsela; i senzatetto che subiscono gravi danni respiratori a causa dell’inalazione del particolato aereo, gli agricoltori e i camionisti.


In India le gerarchie sono onnipresenti e la crisi climatica non fa che estendere il divario tra le classi. Le fasce più povere della popolazione non hanno infatti i mezzi per poter convivere con le difficoltà connesse al collasso ambientale.
Le cause dell’inquinamento di Nuova Delhi sono numerose: tra le principali, gli incendi dei raccolti, il numero di veicoli a motore, e ovviamente la produzione industriale. Anche le risorse idriche della città sono in pericolo: il fiume Yamuna versa in condizioni di inquinamento critico, e insieme al Gange è tra i corsi d’acqua più contaminati della terra. Le temperature della megalopoli spesso superano i 50 gradi, mentre il paesaggio è avvolto da nubi di smog.
La regia di Invisible Demons si affida di frequente all’uso della panoramica, ed esplora paesaggi sconfinati e martoriati, catturandone da un lato la bellezza, dall’altro le problematiche apparentemente nascoste all’occhio dello spettatore.
Jain rifiuta dogmi e sensazionalismi e ci trasporta in un flusso di immagini belle e drammatiche che lasciano emergere una rabbia silenziosa.
Nel film il regista rifugge da un uso pervasivo della parola. Piuttosto che dare un sovraccarico di informazioni, il regista affida alla telecamera racconti di vita quotidiana a Nuova Delhi: sono le persone comuni a esprimersi.

I microfoni catturano molti suoni e poche significative voci, che danno all’opera un’impronta profondamente esperienziale. I primi piani indugiano sui singoli individui e sul loro rapporto con l’ambiente: da una parte un barcaiolo racconta la difficoltà estreme nel lavoro causate dal prosciugamento delle acque annerite del fiume Yamuna, dall’altra gli studenti parlano di aria pesante, bruciore agli occhi, difficoltà respiratorie e nausee.
Livelli di inquinamento estremi  avvolgono Delhi in una nebbia tossica: con 588 parti per metro cubo di polveri sottili nell’aria, l’area urbana presenta emissioni nocive 40 volte al di sopra del limite indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Ma Jain lascia che sui dati prevalgano le immagini: osserviamo il traffico le mucche intente a masticare sacchetti di plastica, poi ancora, alcune donne in sari durante una cerimonia rituale sulle acque del fiume. Sono circondate da così tanta schiuma che sembra di essere in un’enorme e spaventosa vasca da bagno.
Un drone riesce a catturare nell’inquadratura un uomo che lavora in solitudine, in cima a una montagna di rifiuti: una sequenza che sembra tratta da un film di fantascienza post-apocalittico e invece è tremendamente reale.
Invisible Demons dipinge attraverso un susseguirsi cadenzato di visioni demoralizzanti, impossibili da dimenticare, un paesaggio martoriato. È un film che informa e rende consapevoli attraverso l’uso sensibile dell’immagine. L’opera di Jain attraverso la splendida fotografia che evoca il cinema di Liang Zhao, incanta e allo stesso tempo ci espone al dramma di una realtà climatica incontestabile e presente.

Aporofobia e viltà

Che un governo guidato da Giorgia Meloni con Salvini e berluscones come scherani potesse odiare i poveri con tutte le sue forze era prevedibile. Non l’avevano previsto e si sono scordati di esercitare la memoria quei media (tra giornali e televisioni) che per servilismo verso il potente in fieri hanno passato settimane a dirci che Giorgia Meloni era “cambiata”, unta dalla mano santa di Mario Draghi che per un astruso motivo avrebbe dovuto sanificarla.

Che Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi odino i poveri lo sappiamo da quando il trio in tempi diversi ha cominciato a fare politica. Matteo Salvini odia i poveri perché gli rovinano l’immagine del Paese puro, della razza splendida e vincente e perché rimane ancorato al “Roma padrona” da cui ha preso i natali politici. Silvio Berlusconi i poveri non li odia per davvero, è solo il risultato del suo spasmodico amore per i ricchi, la ricchezza e per i padroni che vuole conquistare per essere il presidente tra i presidenti. Giorgia Meloni odia i poveri perché non sa amministrare nemmeno gli sgarbi di un condominio e poiché è solo narrazione, quei cenciosi le rovinano la favola da presidente del Consiglio.

Ma la direzione presa dal nuovo governo non è solo figlia dei suoi leader politici. Lì dentro ci sono le responsabilità enormi di chi ha concimato l’aporofobia parlando a vanvera di “merito”, di “fatica” educativa, di precarietà come un valore. La bancarotta morale del sedicente Terzo polo ha apparecchiato la tavola per la grande abbuffata di Meloni e compagnia cantante. Il balbettio del Pd su una misura argine della povertà riuscita a far apparire il sostegno alla povertà come un obiettivo solo della sinistra extraparlamentare riuscendo – come spesso gli accade – a figurare come il partito che avrebbe difeso gli interessi di chi non lo voterebbe mai. Lì dentro ci sono anche le responsabilità del Movimento 5 Stelle che avrebbero dovuto migliorare una misura per salvarla.

Ci sono poi i mezzi di informazione (giornali e televisioni) che in questi ultimi anni si sono impegnati per raccontare i poveri come fannulloni, mafiosi, furbi. Hanno intervistato imprenditori che per anni hanno truffato la democrazia parandosi dietro al Reddito di cittadinanza per non dover ammettere di essere alla ricerca di schiavi e per non dover riconoscere di offrire salari d fame. Stamattina su quegli stessi giornali e in quelle stesse trasmissioni fioccano le storie di chi ovviamente è sul bordo della disperazione perché non sa come potrebbe fare a salvarsi. Una scena abominevole.

Il mix di aporofobia e di viltà di tutti gli attori ha prodotto questo risultato. I responsabili sono molti di più dei partiti di governo. Conviene tenerlo a a mente.

Buon mercoledì.

Nella foto: la presentazione della Legge di bilancio, 22 novembre 2022

Anche a Kobane c’è chiaramente un aggredito e un aggressore. Che si fa?

Ha ragione Valerio Renzi. C’è stato un tempo in cui le donne yazide, curde, circasse e arabe campeggiavano sulle prime pagine di tutte le riviste patinate in Italia. Erano quelle che ci avevano aiutato a sconfiggere l’Isis, liberando Kobane. A Kobane ora cadono le bombe. Per Erdogan è stato fin troppo facile: l’attentato avvenuto a Istanbul lo scorso 13 novembre ha spinto l’autocrate turco ad additare il Pkk, formazione di guerriglia curda socialista, come colpevole. Da lì il passo è stato breve. Secondo Erdogan le bombe sono il modo migliore per creare una “zona cuscinetto” per garantire i propri confini.

Le bombe turche sono cadute su Kobane e altri territori curdi nel Nord della Siria e dell’Iraq, provocando vittime, tra cui anche un giornalista. Al momento, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, le vittime sarebbero quindici, di cui nove membri delle Forze democratiche siriane e sei militari siriani. Altre fonti, invece, preannunciano un bilancio più pesante: almeno quarantacinque morti, tra forze siriane e miliziani curdi. Farhad Shami, portavoce delle Forze democratiche siriane, su Twitter, ha scritto che tra i morti ci sarebbe anche un giornalista. E ha aggiunto: «L’occupazione turca sta prendendo di mira i giornalisti, cercando di coprire i suoi crimini».

In nome della propria sicurezza e sulla base di prove non verificate dalla comunità internazionale la Turchia ha aggredito. Anche a Kobane c’è chiaramente un aggredito e un aggressore. Solo che in questo caso l’aggressore è un Paese Nato ed è uno dei migliori clienti dell’industria delle armi italiana.

Ora che si fa? L’evento è significativo. Si potrebbe organizzare un aperiguerra a Milano e urlare la necessità di armare il più possibile gli aggrediti. Ci ritroveremmo nella situazione di spedire armi a un Paese che si difende dalle armi che noi abbiamo venduto all’aggressore. Lo vedete il tilt?

Qualcuno è riuscito anche in una situazione del genere a dare addosso ai “pacifisti”. I pacifisti (di cui tutti parlano ma che in pochi hanno ascoltato) risponderebbero sempre allo stesso modo poiché da sempre tengono la stessa linea senza modificarla in base all’amicizia con una delle parti. Chiederebbero una pressione internazionale per un cessate il fuoco immediato (e con la Turchia è molto più facile che con la foga assassina di Putin perché la Turchia senza i soldi dell’Europa rimarrebbe molto prima in mutande) e chiederebbero che non si usino le armi per risolvere una tensione tra Stati. Attenti, quelli che chiedono una “resa unilaterale” dell’Ucraina – che verranno citati strumentalmente in questi giorni per giustificare le bombe sulla Siria e sull’Iraq – sono un’invenzione di sedicenti politici e commentatori. Non esistono, sono al massimo una decina di squinternati.

Ora basta osservare gli eventi per notare limpidamente l’ipocrisia.

Buon martedì.

Con l’autonomia differenziata, privilegi ai più ricchi e mezza Italia in povertà

La bozza del ministro Calderoli sull’autonomia differenziata, che fa seguito a due atti abnormi sul piano giuridico prima ancora che politico quali il decreto interministeriale sui migranti e il decreto legge cd. rave party, è un obbrobrio giuridico ed un provvedimento che mina alle fondamenta l’assetto costituzionale della nostra democrazia. Che vuol dire autonomia differenziata? Significa dare poteri assoluti e risorse ingenti alle Regioni in materie che minano l’unità nazionale. Pensiamo in primo luogo alla scuola pubblica. Non sarà più un’istruzione pubblica uniforme nel Paese ma verrà regionalizzata, con disparità di risorse umane ed economiche, programmi diversi, pari opportunità non attuate. Altro che merito. È il merito di essere privilegiati di Stato.

Dopo il disastro di una sanità sempre più regionalizzata, abbiamo visto in pandemia i fallimenti ad esempio dei modelli Fontana in Lombardia e De Luca in Campania, aggiungeremo il disastro di un’istruzione regionalizzata. Sanità e scuola devono essere pubbliche e nazionali. Dare ancora più autonomia alle Regioni non significa essere autonomisti, ma vuol dire dare potere e forza ai centri di potere burocratici e politici, nelle Regioni infatti c’è centralismo, verticismo, lentezza, sperpero di denaro pubblico ed anche le più pesanti inchieste giudiziarie hanno riguardato in genere proprio il ceto politico e burocratico delle Regioni non di rado attraversate da gravi fatti corruttivi ed infiltrazioni delle mafie.

Se la Lega avesse davvero a cuore l’autonomia dei territori presenterebbe un disegno di legge per dare più poteri ai sindaci e alle comunità, dove c’è più democrazia, c’è il rapporto diretto tra rappresentanti e rappresentati, dove si può incidere immediatamente sui servizi e la qualità della vita. Invece tutti i governi hanno sempre tagliato ai comuni perché temono le autonomie locali, i processi di autodeterminazione dal basso, la democrazia partecipativa, la vera forza dell’autonomia contro la politica dei nominati. Il via libera all’autonomia differenziata l’ha data però il centro-sinistra con la modifica del titolo V della Costituzione e non è un caso che il PD sinora è stato favorevole a questa riforma, basti pensare alla posizione del presidente della regione Emilia-Romagna Bonaccini, anche neo candidato alla segreteria del PD. Lo stesso De Luca, presidente della regione Campania, era favorevole fino a poco tempo fa all’autonomia differenziata ed ora che governa la destra si dice contrario. Già oggi per colpa dei governi che sono andati da Monti a Letta, da Renzi a Conte, da Draghi a Meloni, vige il principio della cd. spesa storica e non vi sono i livelli essenziali ed uniformi delle prestazioni. Per comprenderci vuol dire che chi più ha più riceve, dagli asili nido agli ospedali, e non vengono garantiti i livelli essenziali delle prestazioni di servizi pubblici fondamentali per la vita delle persone. Un Paese ancora di più tagliato in due. Il sud ovviamente è il territorio più colpito da questa strisciante ed indegna secessione dei ricchi. La destra attenta all’unità nazionale, all’Italia una e indivisibile che deve valorizzare le differenze ma non consolidare le discriminazioni territoriali. La destra colpisce anche i principi di solidarietà ed uguaglianza che rappresentano i pilastri fondamentali della nostra Repubblica. La bozza Calderoli elimina qualsiasi metodo democratico e partecipativo, esautora lo stesso Parlamento della sua centralità. È il sistema dei partiti in combutta con i poteri forti che costruisce un modello per i più ricchi, per il centralismo burocratico-politico regionale e per avere ancora di più mani libere sullo smantellamento dello stato sociale: sanità ed istruzione pubblica, welfare, sicurezza, infrastrutture, servizi, fisco, redditi. Smembrano l’Italia per poi far finta di unirla con l’operazione verticistico autoritaria della repubblica presidenziale.

La destra ormai non ha nulla nemmeno più di destra sociale e statuale, è una destra liberista, bellicista, atlantista, per nulla sovranista, sostenitrice dei poteri forti, contro il popolo e i più fragili. A braccetto con poteri forti e colletti bianchi. A loro serve rafforzare i centri di potere che perseguono interessi di parte e neutralizzare le spinte davvero autonome e partecipative che vengono dal basso e poi debbono criminalizzare il dissenso. Serve quindi un’onda democratica che argini questa deriva eversiva dell’ordine costituzionale. C’è un evidente abuso del potere istituzionale e un tentativo sempre più pervasivo di piegare il diritto ad un disegno politico autoritario, incostituzionale ed antidemocratico. Opporsi all’autonomia differenziata regionale significa difendere la Costituzione antifascista e lottare per un Paese che riduca disuguaglianze e discriminazioni territoriali, ed attui la giustizia sociale.

* L’autore: giurista e saggista dopo molti anni di lavoro da magistrato e da sindaco di Napoli, Luigi de Magistris oggi guida l’Unione popolare

Tolgono i soldi ai poveri per addobbare le chiese

Priorità del governo: un bonus matrimonio fino a 20mila euro. Ma solo se ti sposi in chiesa. Chi opta per il Comune, zero. Fate attenzione, la famiglia per questo governo è solo tra uomo e donna, solo tra sposati (anche se i leader non sono sposati o lo sono più di volta) e solo se la cerimonia è officiata da un prete.

Come racconta Lorenzo De Cicco su Repubblica, «la proposta di legge è firmata da una sfilza di deputati: in testa il vice-capogruppo a Montecitorio, Domenico Furgiuele, poi il presidente della commissione Attività Produttive e Turismo, Alberto Gusmeroli, i parlamentari Simone Billi, Ingrid Bisa e Umberto Pretto. L’obiettivo dichiarato dell’operazione è riequilibrare il gap tra i matrimoni civili e religiosi. Secondo l’Istat, si legge nella parte introduttiva del provvedimento, le unioni con rito civile sono cresciute rispetto ai livelli pre-pandemia (+0,7 per cento nel 2021 sul 2019), mentre quelli con rito ecclesiastico continuano a calare. A sentire i deputati del Carroccio, le ragioni “che allontanano le giovani coppie dall’altare e che le portano a prendere in considerazione solo ed esclusivamente il matrimonio civile” sarebbero principalmente di natura economica: “Il matrimonio civile – sostengono – è di per sé una celebrazione meno onerosa rispetto al matrimonio religioso”. Ma avrebbero un peso anche le lungaggini procedurali delle parrocchie: “Molte coppie sono dubbiose sui corsi prematrimoniali, i quali hanno una finalità ben precisa e spesso sottovalutata: cercare di far capire alla coppia se si è realmente pronti nel prendere la decisione di sposarsi”. Ecco allora l’idea: un incentivo di Stato, solo per chi sceglie dei pronunciare il sì all’altare».

Quanto costerebbe tutto questo? 716 milioni di euro, cioè 143,2 milioni per le cinque quote annuali. Non si tratta solo della laicità calpestata delle Stato (a cui siamo abituati da tempo): qui siamo proprio all’odio per chi non bacia l’anello al suo parroco. Non c’è differenza con le più oscurantiste finte democrazie.

Poi accade una reazione che dice ancora di più la proposta. Ieri sera esce la notizia e dal governo si sbracciano per dire che no, che non è loro intenzione applicare una legge del genere, che si tratta solo di un’iniziativa personale di alcuni deputati. Esattamente come accaduto con le proposte di legge contro l’aborto, esattamente come avvenuto per le promesse stratosferiche di Salvini. Sempre così: si lancia il messaggio per vedere l’effetto che fa. Si sperimenta quanto si può osare utilizzando la stampa come termometro.

Buon lunedì.

Eccoli, gli scafisti

Nessuna parola, come previsto, da parte degli sceriffi del Mediterraneo che siedono negli scranni più alti del governo sugli scafisti quelli veri, gli scafisti che rispettano in toto la narrazione della maggioranza di governo: lucrano sulle perone, sono un elemento di “pull factor” spingendo i migranti a prendere un appuntamento sule coste libiche concordato con loro, uccidono le persone se diventano un impiccio nell’organizzazione della traversata e evitano i controlli una volta arrivati a terra.

Poiché non sono Ong – come tornerebbe utile a questi una condanna che sia una di qualsiasi Ong – ieri non si è discusso dell’ordinanza del Gip David Salvucci, emessa nell’ambito dell’inchiesta “Mare aperto” della Procura di Caltanissetta, che delinea l’esistenza di un’associazione «estremamente ampia e strutturata» che svolgeva «in maniera imprenditoriale» la propria attività e che poteva vantare «plurimi contatti» con gruppi analoghi attivi «non solo in varie parti della Sicilia, ma anche in altri Paesi dell’Europa (non si dimentichino i ripetuti arrivi di scafisti dalla Francia) e dell’Africa».

Ai gruppi criminali stranieri l’associazione di carattere transnazionale si appoggiava in caso di necessità di «soggetti da adibire allo svolgimento di specifiche mansioni (gli scafisti appunto) o di beni materiali necessari all’organizzazione dei viaggi e temporaneamente indisponibili al proprio interno».

«Il costante collegamento con sodalizi gemelli disposti a sopperire alle temporanee difficoltà e mancanze dell’associazione per cui si procede – si legge ancora nell’ordinanza – da sì che la sopravvivenza di quest’ultima non sia, in effetti, mai legata alla sorte dei singoli sodali, neppure quando questi si trovino in posizione apicale, poiché, con appoggi esterni, l’attività delittuosa può comunque essere fattivamente proseguita».

Nessun dibattito sull’aggravante di aver esposto a serio pericolo di vita i migranti da loro trasportati e di averli sottoposti a trattamento inumano e degradante. Nessun cenno al fatto che gli scafisti fossero disposti a buttare la gente in mare nel caso in cui avessero avuto problemi nella navigazione. Niente di niente.

Il silenzio conferma un punto semplicissimo: a questi non frega niente dell’immigrazione, non frega niente delle vite umane da salvare, non frega niente di frenare i canali criminali che ruotano intorno a questi disperati, non frega niente capire chi deliberatamente mette a rischio la vite delle persone. A questi interessa solo piegare la realtà alla loro narrazione additando le Ong come colpevoli unici (nonostante si occupano solo di una minima percentuale degli sbarchi) per incendiare i loro elettori.

Forti con i giusti e deboli con i prepotenti.

Buon venerdì.

Pedofilia, 753 casi mai segnalati dalla Chiesa italiana alla magistratura

Il dato più interessante emerso dalla conferenza stampa di presentazione del primo Report della Chiesa italiana sugli abusi su minori compiuti in ambito ecclesiastico non è presente nel Report. Come è stato infatti rivelato da mons. Baturi, segretario generale della Conferenza episcopale, dal 2001 al 2020 sono stati «613 i fascicoli trasmessi dalle diocesi italiane al dicastero per la Dottrina della fede». È la prima volta dal 2010 che la Conferenza episcopale “aggiorna” pubblicamente questo dato. Il 25 maggio del 2010 era stato infatti l’allora segretario mons. Crociata a raccontare durante l’assemblea generale dei vescovi che dal 2001 erano stati «circa 100 i casi di abusi sessuali rilevati in Italia con procedimenti canonici nell’ultimo decennio».

Venendo al Report, realizzato da ricercatori dell’Università Cattolica di Piacenza sulla base dei dati provenienti da 90 Centri di ascolto istituiti nel 2019 dalla Cei nelle diocesi italiane (leggi l’inchiesta di Left sui Centri d’ascolto)  per raccogliere informazioni e segnalazioni dalle vittime di preti pedofili e dare loro sostegno psicologico e giuridico. Stando allo studio tra il 2020 e il 2021 sono state 89 le segnalazioni di abusi e violenze di vario tipo raccolte da 30 dei 90 centri; 40 riguardano minori di 14 anni (45%), 33 di età compresa 15-18 anni e 16 adulti vulnerabili.

Circa la tipologia dei casi segnalati, si legge nel Report è emersa la prevalenza di comportamenti e linguaggi inappropriati” (24), seguiti da “toccamenti” (21); “molestie sessuali” (13); “rapporti sessuali” (9); “esibizione di pornografia” (4); “adescamento online” (3); “atti di esibizionismo” (2). Le segnalazioni fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%).
I 68 presunti autori di reato sono soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione. Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario
(11,9%).

«È solo una prima fotografia, siamo ancora agli inizi», ha detto monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna e presidente del servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori. «A noi preme fare verità sul passato e fare giustizia, perché si tratta di un peccato e un reato gravissimo, ma ci preme anche che ciò non accada più, e per questo siamo impegnati nella prevenzione». Giustizia e prevenzione che però ancora una volta non si concretizzeranno in una collaborazione con la magistratura “laica” tramite la denuncia delle segnalazioni ricevute. Come hanno ricordato i due monsignori, infatti, sollecitati dalle domande dei giornalisti, la legge italiana non prevede l’obbligo di denuncia per reati di questo tipo se non per i pubblici ufficiali. E i vescovi non sono pubblici ufficiali.

Quindi, in buona sostanza, le 89 segnalazioni ricevute dai Centri di ascolto diocesiani sono state trasmesse solo all’Autorità ecclesiastica e tra le azioni poste in essere contro i 68 presunti responsabili sono risultati prevalenti i «provvedimenti disciplinari», seguiti da «indagine previa» della Diocesi e «trasmissione al Dicastero per la dottrina della fede». I 40 casi di violenza su minori si aggiungono pertanto ai 613 “rivelati” da mons. Baturi per un totale di 653 fascicoli aperti in poco più di 20 anni. Abbiamo quindi chiesto a mons. Ghizzoni quali impressioni avesse ricavato da tali cifre e se possano considerarsi il sintomo di un problema di carattere strutturale all’interno della Chiesa cattolica. «Abbiamo ricevuto questi dati da troppo poco tempo per poter fare delle valutazioni approfondite» è stata la replica.

Una prima risposta meno evasiva potrebbe venire da un secondo studio commissionato dalla Cei e annunciato da mons. Baturi che sarà realizzato in base all’analisi dei 613 fascicoli trasmessi in 20 anni dalle diocesi italiane al dicastero per la Dottrina della fede. «Il numero dei fascicoli aperti – ha sottolineato mons. Baturi – può non corrispondere al numero di reati commessi. Possono essere di più o di meno – ha precisato il segretario della Cei – perché un abusatore può aver compiuto più violenze, ma d’altra parte una denuncia può essersi conclusa con una archiviazione. Per questo è necessaria una elaborazione approfondita di queste informazioni, tenendo presente che è forse la prima volta al mondo che si realizza un accordo del genere tra il dicastero per la Dottrina della fede (Ddf) e un episcopato nazionale».

Va bene l’eccezionalità dell’accordo ma questo significherebbe che la Cei a oggi non è a conoscenza dell’esito di quelle 713 segnalazioni. E allora ci si chiede: se non c’è stata comunicazione alla Cei da parte della Santa sede, i preti condannati per pedofilia dal Ddf sono tutti rimasti tranquillamente a svolgere le proprie funzioni nelle rispettive Diocesi? Qualcosa non torna, ma se così fosse non ci sorprenderebbe. Una ipotesi è che i vescovi delle diocesi interessate siano stati informati ma che nessuno, dal vertice in giù, si sia mai preso la briga di mettere insieme tutte le informazioni per avere quanto meno un quadro complessivo del fenomeno.

Quel che è certo è che in nessun caso (dei 613+100+40) è mai stata coinvolta la magistratura italiana. E questo è inaccettabile per un Paese civile, cioè laico.

Leggi la versione integrale del primo Report della Conferenza episcopale italiana sulla rete territoriale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili

PrimoReport

Hai visto, Giorgia, com’è incredibile?

Dice Giorgia Meloni che trova incredibile il dibattito che si è aperto (in realtà è solo l’osservazione di una manciata di giornalisti, giusto per ridimensionare) sulla sua scelta di portare con sé sua figlia in occasione della sua ultima missione da presidente del Consiglio a Bali. «Mentre torno a casa (…) mi imbatto in un incredibile dibattito sul fatto che sia stato giusto o meno portare mia figlia con me. (…) Ho il diritto di fare la madre come ritengo e ho diritto di fare tutto quello che posso per questa Nazione senza per questo privare Ginevra di una madre», ha scritto Giorgia Meloni su Instagram.

Tenete a mente anche la dichiarazione del suo guardaspalle, il ministro Guido Crosetto che scrive: «Qualcosa lasciatelo fuori dalla becera polemica ideologica. Almeno le cose sacre. Come il rapporto tra genitori e figli».

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui ci sono un manipolo di persone che vorrebbero giudicare le famiglie degli altri secondo i loro assi cartesiani.

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui politici pluridivorziati condannano le coppie non conformi al giudizio del loro Dio che loro stessi non rispettano.

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui l’amore viene definito “giusto” o “sbagliato” secondo i dogmi di qualcuno che decide qualche coppia sia naturale e quale non lo sia.

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui i rapporti tra genitori e figli vengono giudicati da qualche piccolo leader di partito che vorrebbe imporre al Paese l’esempio di sua nonna.

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui politici e giornalisti si infilano nel letto dei cittadini (che non sono, badate bene, personaggi pubblici) solo per mietere un po’ di voti o di antipatia per gli avversari.

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui il ministro della Difesa decide cosa sia sacro – il rapporto tra madre e figlia – mentre giudica sacrificabile la vita delle persone in mezzo al Mediterraneo.

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui un politico come Pillon ha costruito la sua carriera politica (tra l’altro nei partiti della loro maggioranza, sarà un caso) decidendo cosa sia una devianza e cosa non lo sia.

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui i liberali perdonano le avventure di letto di Silvio Berlusconi e poi citofonano o espongono alla berlina il poveretto di turno in qualche periferia per solleticare la pancia dei loro elettori.

Hai visto Giorgia com’è schifosamente incredibile?

Buon giovedì.