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Vent’anni dopo il Social forum di Firenze, i movimenti tornano a camminare insieme

La guerra multilivello che permea il pianeta è il lato oscuro del nostro tempo. Mentre il conflitto in Ucraina rischia di trasformarsi in una terza guerra mondiale, ci siamo assuefatti a varie decine di conflitti dimenticati, dalla Palestina al Kurdistan, allo Yemen. Fra questi, i più obliati di tutti si combattono da lungo tempo nel continente africano, con numeri di vittime impressionanti e carneficine che non riusciamo neppure a vedere perché esterne al nostro orizzonte occidentecentrico.

Al di là dei conflitti militari in senso stretto, c’è la guerra scatenata dal nostro modello di produzione e di consumo contro il clima e la natura. C’è la guerra patriarcale contro le donne, dall’Iran alle nostre latitudini. C’è la guerra sociale dei ricchi contro i poveri, in un pianeta che vede crescere le diseguaglianze e polarizzarsi la ricchezza: “la lotta di classe dopo la lotta di classe”, per riprendere la celebre definizione del sociologo Luciano Gallino, è pienamente in corso.

Il nostro continente si trova in mezzo ad una tempesta perfetta, gli effetti dell’invasione dell’Ucraina non sono solo i morti ucraini e russi, ma anche il carovita, il caroenergia, l’inflazione che sale a fronte di salari stagnanti e a farne le spese sono soprattutto i ceti popolari. Anche la transizione ecologica è una vittima di guerra, mentre si riaprono centrali a carbone e torna in auge l’energia atomica. L’Unione Europea, che nel frattempo si riarma fino ai denti, Germania in testa, è geopoliticamente sempre più marginale, priva di un ruolo autonomo e incapace di una vera iniziativa di pace mentre la globalizzazione che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni sembra lasciare il passo a una nuova forma di globalizzazione settoriale o macroregionale, con un pezzo di pianeta che si sta agglomerando attorno alla Cina, a partire dall’India.

Ma oltre al lato oscuro c’è il lato luminoso del tempo presente. Per restare alle metafore cinematografiche pop, non c’è solo il dark side evocato nella saga Guerre stellari: i Monty Python, al termine del film Brian di Nazareth, fanno cantare ai protagonisti «always look at the bright side of life», guarda sempre al lato luminoso e positivo della vita. E il lato luminoso si è riunito a Firenze nel ventennale del Forum sociale europeo: i movimenti per il clima e l’ambiente, a partire da quelli di nuova generazione come i Fridays for future, i movimenti delle donne, i movimenti del lavoro e dei precari, con vertenze diventate simboliche come quella di Gkn, i movimenti contadini e per i beni comuni, le organizzazioni sociali e culturali che si battono per un altro mondo possibile. Ma del lato luminoso fanno parte anche le pratiche che stanno già prefigurando l’alternativa, dall’agricoltura contadina alle comunità energetiche, dalle tante forme di economia sociale e solidale alle iniziative di mutuo soccorso moltiplicatesi in questi anni di crisi, fino alla tante esperienze di commoning, cura e creazione di beni comuni.

Le analisi corrette e le giuste proposte per risolvere i grandi nodi del nostro tempo le abbiamo oggi e le avevamo 20 anni fa quando nel primo Forum sociale europeo denunciavamo la finanziarizzazione dell’economia e proponevamo, prima dello scoppio della crisi dei mutui subprime e del fallimento di Lehman Brothers, concrete misure per ridurre le dimensioni mostruose dell’economia finanziaria e speculativa, a partire dalla tassa sulle transazioni finanziarie. Sollevavamo la centralità della questione climatica ed ambientale e indicavamo soluzioni per un’effettiva transizione ecologica. Discutevamo di accesso ai beni comuni, sociali e naturali, come l’acqua, il cibo, i farmaci: allora ci battevamo a fianco di Nelson Mandela contro le multinazionali farmaceutiche per garantire a milioni di persone povere l’accesso ai medicinali salvavita contro l’Aids, oggi si tratta di liberare i vaccini anti Covid-19 dai brevetti. Dibattevamo di reddito di base e reddito di cittadinanza. Dicevamo, per riprendere il motto di Ernesto Balducci, “se vuoi la pace, prepara la pace”: promuovere politiche di disarmo, mettere al bando la produzione e la vendita di armamenti, costruire relazioni globali di pace, non alleanze militari di morte. Se le nostre proposte fossero state tradotte in politiche, oggi non ci troveremmo nella crisi ecologica e sociale in cui siamo immersi.

Ma evidentemente avere ragione non basta. Non è sufficiente avere analisi perfette e soluzioni giuste, allora come oggi, per cambiare effettivamente il mondo, per incidere, per mutare i rapporti di forza. È un’illusione illuministica ritenere che basti avere la ragione dalla propria parte per vincere e per rendere questo mondo più giusto.

Non ci siamo dunque trovati a “2022Firenze”, assieme ai delegati di oltre 150 organizzazioni e movimenti italiani ed europei, per celebrare il passato, tantomeno per compiacerci delle nostre capacità di analisi e di proposta in anticipo sui tempi. Semmai per iniziare un percorso comune e individuare i nodi problematici e le domande aperte a cui provare a dare risposta nei prossimi mesi. Dove va l’Europa, in questo mondo che sta cambiando rapidamente? Come possiamo battere il consenso dell’estrema destra? Ma sopratutto, come possiamo dare forza al lato luminoso del presente? In altri termini, perché non riusciamo ad incidere sulle agende politiche nazionali e dell’Ue? Perché non riusciamo a parlare e coinvolgere quella massa di persone che è colpita, come noi, dalle crisi del nostro tempo, dalla guerra, dalla precarizzazione del lavoro, dal carovita, ma resta chiusa nel rancore, in una solitudine arrabbiata, terreno di coltura delle destre? Come riusciamo a parlare a chi non è già attivo e coinvolto nelle nostre tante organizzazioni o nei nostri movimenti, a quella grandissima parte di persone che non partecipa alle nostre assemblee e alle nostre manifestazioni? Nessuno ha facili risposte a queste domande, ma ci è chiara la necessità di sostituire alle paure un orizzonte di speranza collettiva e all’ideologia dominante un nuovo logos. È il non facile tema della costruzione collettiva di una controegemonia culturale e politica sia al neoliberismo sia alle false alternative antisistema incarnate dalle destre.

Una traccia di soluzione è già in questo primo tentativo di convergenza europea dei movimenti e delle organizzazioni sociali di tutto il continente dopo anni di frammentazione tematica, geografica e spesso generazionale, dove ciascun pezzo si è occupato dei suoi temi, perlopiù rinchiudendosi nei propri confini nazionali. Per costruire una massa capace di incidere, per lavorare assieme a progetti inclusivi e controegemonici, per porci all’altezza dei problemi del nostro tempo, del capitale finanziario transnazionale e dei poteri che decidono delle nostre vite dobbiamo essere capaci di spezzare i gusci nazionali e tentare una riconnessione su scala quantomeno continentale, che provi a tenere assieme tutti i lati luminosi del presente.

“2022Firenze” è stata solo una tappa e un piccolo contributo su questo cammino verso un’agenda comune e future mobilitazioni condivise. Per questo l’incontro si è chiuso senza chiudersi ma aprendo alla creazione di un tavolo stabile di relazione fra tutte le organizzazioni e i movimenti europei, con riunioni periodiche e due obiettivi: includere nei prossimi mesi tutti i soggetti, piccoli e grandi, disponibili a unirsi e a coordinarsi; progettare mobilitazioni globali della società civile, a partire da un’AlterCop in occasione della prossima conferenza delle Nazioni Unite sul clima, facendo convergere movimenti di tutte le generazioni. Consapevoli che uniti siamo più forti, più convincenti, più efficaci e più capaci di incidere, oltre che più speranzosi e più felici.

 


Venticinque Paesi presenti, oltre 700 delegati: i numeri di 2022Firenze

2022Firenze, la riunione continentale ospitata nel capoluogo toscano in occasione del ventennale del Forum sociale europeo, si è articolata in 45 appuntamenti e in una grande assemblea plenaria al Palaffari cittadino, con la partecipazione complessiva di oltre 700 delegati in rappresentanza di 155 organizzazioni italiane ed europee. Ben 25 i Paesi presenti, dalla Danimarca alla Grecia, dal Portogallo all’Ungheria, con voci dall’Iran, dall’Iraq, dalla Libia, dal Brasile e una connessione online con l’Assemblea della Terra in America Latina e gli attivisti presenti a Sharm el-Sheikh in Egitto in occasione della Cop27.

Nell’assemblea plenaria, introdotta da Tommaso Fattori (autore dell’articolo che abbiamo pubblicato, già consigliere regionale per Sì Toscana a Sinistra e organizzatore del primo Forum sociale europeo del 2002, ndr) a nome del comitato promotore e seguita anche online da oltre 2mila persone, hanno preso la parola oltre 100 rappresentati delle organizzazioni e dei movimenti, di tutte le generazioni e di tutte le aree geografiche, in rappresentanza dei Fridays for future e dei movimenti delle donne, del movimento per la pace e del movimento antirazzista, dei movimenti contadini e dei beni comuni, oltre che le organizzazioni sociali, culturali, di cooperazione internazionale, di finanza etica, di economia sociale e solidale, varie organizzazioni sindacali e politiche della sinistra europea. Fra questi, gli organizzatori della grande manifestazione della pace del 5 novembre a Roma e gli animatori di vertenze del lavoro ed ecologiste, intellettuali di fama mondiale come il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi e tante attiviste oggi in prima linea dal nord Europa, con la polacca Marta Lempart che si batte per il diritto all’aborto e della comunità Lgbtqi+, al sud, con la libica Souad Wheidi in difesa dei migranti torturati nei campi di concentramento libici.

“Toglietegli il telefono”

Qualche giorno fa Matteo Salvini, che dal basso della sua risicata percentuale incassata alle ultime elezioni twitta come se fosse il padrone del governo, lanciava la proposta di togliere i telefoni alle baby gang. Secondo la sua bizzarra teoria rieducativa la punizione dello scippo dei cellulari avrebbe contribuito a sanificare l’Italia. Come quasi tutte le proposte di Salvini anche questa si distingue per stupidità e per la sua irrealizzabilità.

Ieri sera due missili sono caduti sul suolo della Polonia a Przewodow, cittadina a pochi chilometri dal confine ucraino uccidendo due persone. Il fatto è ovviamente enorme perché la Polonia è un Paese Nato e perché ora la Nato si ritrova a valutare con urgenza se si tratta di un attacco deliberato. Mentre la Nato (non i pacifisti, la Nato) chiedeva cautela sottolineando che “l’importante è che siano accertati i fatti” alcuni politici nostrani, presi dal furore bellico, sono corsi a impugnare il cellulare per gridare alla Terza guerra mondiale e per chiedere interventi nel giro di un amen. Un profluvio di generali da divano ha tirato conclusioni e suggerito strategie mentre tutti i leader del mondo chiedevano di usare cautela.

Sia chiaro: Vladimir Putin proprio ieri ha colpito delle abitazioni nel centro di Kiev e non sarebbe fantasioso immaginare che nella sua feroce follia possa fare qualsiasi cosa. Il fatto è che mentre i furiosi piccoli politici di casa nostra twittano pensando di avere in mano un fucile i politici – quelli seri – evidenziano ancora una volta la distanza tra le macchiette con cui abbiamo a che fare in questo Paese e le persone che provano ad avere un approccio lucido all’invasione russa cercando di limitare i danni.

Stamattina accade che Biden dica che le informazioni preliminari suggeriscono che è improbabile che il missile che ha causato un’esplosione in Polonia martedì e ucciso due civili sia stato lanciato dall’interno della Russia. Parlando ai giornalisti dopo l’incontro con altri leader mondiali a Bali, in Indonesia, al presidente è stato chiesto se fosse troppo presto per dire se il proiettile fosse stato sparato dal territorio di Mosca. “Ci sono informazioni preliminari che lo contestano. Non voglio dirlo fino a quando le indagini non ce le confermeranno”, ha risposto Biden, aggiungendo che “è improbabile in base alla traiettoria che sia stato sparato dalla Russia. Ma vedremo”.

Vale la pena ripeterlo. Se quei missili dovessero essere quelli usati dall’Ucraina per difendersi dalla pioggia russa che ogni sera le cade addosso si tratterebbe comunque di effetto collaterale degli attacchi russi e dal punto di vista etico non sposterebbe di una virgola le responsabilità. Dal punto di vista politico però la differenza sarebbe enorme. E i politici con il telefonino in mano dovrebbero fare politica, non dovrebbero concedersi le cretinerie da tifoseria.

Toglieteli a loro, i telefonini.

Buon mercoledì.

Bergoglio, l’Iran e le donne

Correva l’anno 2009 e l’ambasciatore dell’Iran presso la Santa Sede, nel momento in cui si presentava per essere accreditato, richiamava gli obiettivi comuni e condivisi tra la Santa Sede e la Repubblica Islamica dell’Iran, ovvero la comune lotta all’ateismo e ai mali morali.
Il Vaticano incassava con giubilo questo richiamo agli obiettivi comuni e confermava l’accredito dell’ambasciatore.
Quando nel 2016 Hassan Rouhani si è recato in Vaticano, il testo ufficiale concordato al termine del colloquio con Bergoglio, ancora una volta richiamava i valori comuni, sempre gli stessi, ovvero la comune lotta all’ateismo e ai mali morali.
Nel corso dei colloqui, Bergoglio e Rouhani avevano ricordato la strage di Charlie Hebdo del 2015, quando le vignette satiriche avevano scatenato un gruppo di islamici animati dal senso di vendetta contro chi aveva offeso il loro Dio, uccidendo 12 persone e ferendone 11.
In quel colloquio Bergoglio riferì a Rouhani quale era stato il suo commento, con una nota di vanto, lucidamente ripetendo che se qualcuno gli avesse offeso la madre, lui avrebbe tranquillamente reagito sferrando un pugno, legittimando così eticamente l’azione violenta e stragista islamica quale reazione alla satira.
Dunque non una risposta a caldo sfuggita nel corso di una intervista, ma a distanza di un anno una ipotesi di reazione ponderata e autenticamente propugnata.
In Iran c’è un regime teocratico.
In Vaticano c’è un regime teocratico.
Il regime teocratico iraniano coincide con i confini dell’Iran.
Il regime teocratico Vaticano non coincide con i confini del Vaticano ma con i confini dell’Italia, perché nella visione politica di Bergoglio le caste sacerdotali non devono governare direttamente, l’importante è che condizionino le istituzioni civili, come fa lui con il parlamento e il governo italiano.
Bergoglio, in effetti, quando ha pianificato i colloqui con l’islam sciita non è andato ad incontrare un ayatollah al potere in Iran, ma è andato ad incontrare in Iraq lo sciita iraniano Al-Sistani, colui che rappresenta quella corrente dello sciismo che ritiene che andare al potere significhi tradire la visione teologica ed escatologica dello sciismo.
In effetti Bergoglio voleva mandare un messaggio trasversale alle caste sacerdotali iraniane riaffermando il primato planetario vincente della gestione vaticana del potere, una gestione mediata dalle istituzioni civili, e non diretta, come quella degli ayatollah.
Resta comunque un dato comune, ovvero che entrambi i regimi teocratici hanno la pretesa di governare in nome del loro Dio, in una spirale oppressiva che si arroga lo scopo di sovvertire ogni libertà, ogni aspetto delle vite private, corrompendo la politica e le istituzioni.
In Iran il regime teocratico, per preservare il potere, è diventato un regime omicida.
Il prezzo di vite umane spezzate dalla mano assassina del regime è una ferita che travalica i confini di quella Nazione, in una solidarietà naturale che ripudia la follia dell’apartheid femminile.
Donne uccise a bastonate perché non portavano il velo è quanto di più raccapricciante potesse fare quel regime religioso, un regime che si ispira ai valori condivisi dal Vaticano.
Contro queste nefandezze un autentico movimento rivoluzionario sta minando quel sistema osceno di oppressione, mentre Bergoglio, che è pronto a sferrare pugni se gli offendono la madre, in relazione alle donne uccise a bastonate perché non portavano il velo, si è espresso dicendo la solita banalità ad uso dei filoclericali, ovvero che la donna «non è un cagnolino».
Ora questa immensa insulsaggine, ossia che la donna non è un cagnolino, dovrebbe destare indignazione per pochezza e superficialità.
E invece no, c’è perfino chi ne dà una lettura consolatoria e si spinge a ritenere che di più non avrebbe potuto dire.
In effetti il teocratico papa Francesco insulta e offende senza ritegno le donne che si autodeterminano, esprime valutazioni politiche su tutte le questioni internazionali, ma si guarda bene dal prendere posizione contro un regime che uccide le donne a bastonate e che condanna a morte chi si ribella allo scempio, perché con quel regime, pur nella diversa visione della gestione del potere, si rinnovano affettuosamente e cordialmente gli stessi valori da decenni.

L’autrice: L’avvocata Carla Corsetti è segretaria nazionale di Democrazia atea

Le trivelle premiano chi ha alimentato il caro energia

Il Coordinamento nazionale No Triv (a cui aderiscono centinaia di associazioni di tutta Italia) prova a spiegare perché la decisione del governo non abbia senso.

«Con un emendamento al Dl Aiuti-Ter approvato il 4 novembre il governo Meloni rompe il muro delle 12 miglia consentendo nuove trivellazioni in Adriatico anche fino alla distanza di 9 miglia marina dalle linee di costa. Viene così meno il divieto di nuove attività di ricerca e coltivazione di gas che, fatte salve alcune eccezioni, era stato introdotto nella Legge di stabilità 2016 modificando il precedente articolo 6, comma 17, del Decreto legislativo 152/2006, sulla spinta della campagna referendaria No Triv.

L’area marina interessata, posta al largo del Delta del Po e vasta 126 chilometri quadrati, è compresa tra il 45° parallelo, poco più a sud del golfo di Venezia, e il parallelo passante per la foce del ramo di Goro nel fiume Po. Qui si potrà quindi trivellare anche a solo 9 miglia dalla costa a condizione che si sfruttino giacimenti con un potenziale minerario di almeno 500 milioni di metri cubi: un vero incubo per i residenti ed i Comuni del Polesine, più volte duramente colpiti dal fenomeno della subsidenza.
Nella relazione illustrativa del provvedimento si citano ben 5 permessi di ricerca che insistono parzialmente o integralmente in quest’area e di questi, uno riguarda la costa veneta, con il 40% dell’area interessata oltre le 9 miglia e, quindi, potenzialmente coltivabile.
Obiettivo dichiarato del governo è riammettere a produzione le concessioni presenti in Adriatico fino ad esaurimento dei giacimenti senza tuttavia considerare che parte di quelle concessioni è scaduta e che le concessioni hanno comunque una durata ben definita che prescinde dall’esaurimento o meno del giacimento.
L’emendamento approvato nel Consiglio dei ministri introduce pesanti deroghe al Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai): estende la misura prevista per l’area marina al largo del Delta del Po a tutte le aree marine, consentendo quindi il rilascio di concessioni per la coltivazione di gas anche tra le 9 e le 12 miglia marine per giacimenti con un potenziale superiore ai 500 milioni di metri cubi; inoltre prevedendo attività di ricerca e di estrazione di gas in alcune aree interdette, ma non ancora individuate, dal Pitesai.
L’insieme delle misure varate dall’esecutivo dovrebbe consentire di ottenere in 10 anni 15 miliardi di metri cubi di gas, di cui 2 subito, che andrebbero ad aggiungersi agli attuali 3,5.
Negli intendimenti del governo la misura ha lo scopo di mettere a disposizione di un numero imprecisato di imprese gasivore italiane -si stima possano essere 150- gas naturale ad un prezzo calmierato, quindi inferiore a quello ancorato all’indice Tff di Amsterdam.
La procedura scelta è simile a quella definita del Decreto legge n. 17 del 2022, approvato dal governo Draghi: sarà il Gruppo Gse a raccogliere le eventuali manifestazioni di interesse provenienti dalle compagnie Oil&Gas titolari delle concessioni e a stipulare contratti di fornitura di durata decennale ad un prezzo, che verrà fissato con decreto, compreso tra un minimo di 50 euro ed un massimo di 100 euro per megawattora.
La scelta di Meloni e della maggioranza che la sostiene, al tempo del Referendum del 2016 contraria a nuove attività estrattive in mare entro le 12 miglia marine, mostra limiti evidenti: non incide sulle cause strutturali del caro-energia che sta colpendo duramente tutte le imprese (non solo quelle gasivore) e le famiglie; premia i principali player dell’Oil&Gas – Eni tra tutti – che hanno tratto enormi profitti grazie alla crisi; promuove l’estrazione ed il consumo di gas naturale assestando un duro colpo alla transizione energetica.

Le cause del caro energia sono ormai note da tempo: mix energetico delle fonti di generazione elettrica sbilanciato a favore del gas, meccanismo di formazione del prezzo sulla borsa del gas e sulla borsa elettrica, ecc.. In particolare, il prezzo del gas risente fortemente delle manovre speculative di pochi operatori che, facendo cartello, determinano l’andamento della borsa di Amsterdam.

Paradossalmente, a beneficiare della misura saranno soprattutto coloro che hanno tratto maggiore vantaggio dalla crisi energetica. La maggior parte delle concessioni fanno capo a Eni, la stessa che nei primi 9 mesi del 2022 ha portato a casa utili per 10,8 miliardi di euro. Come? L’Eni, che importa circa la metà del gas naturale importato dall’Italia in un anno, si approvvigiona di gas per il 61% del suo fabbisogno dalle importazioni tramite contratti pluriennali (fino a 30 anni), a prezzi blindati e secretati dallo Stato, espressi sostanzialmente dai prezzi doganali. Il prezzo di riferimento per le sue vendite di gas a terzi è però quello spot-Psv (Ttf). Il differenziale tra prezzo spot-Psv (Ttf) e prezzo doganale fa sì che Eni, al pari di altri operatori, tragga profitto dal caro-gas.
La linea estrattivista dettata da Meloni risponde in modo errato ad un problema reale ed incentiva l’estrazione di modesti quantitativi di gas “nazionale” rallentando la già lenta transizione energetica in atto nel nostro Paese. Piuttosto che spingere sulle leve dell’efficienza e delle rinnovabili, il governo rilancia lo sfruttamento ed il consumo del gas naturale, rendendo ancor più dipendente famiglie ed imprese da una fonte energetica di cui il nostro Paese è povero.
Le riserve di gas accertate dal Mite al 31/12/2021, tra certe, probabili e possibili, ammontano a 111.075 miliardi metri cubi ma la concreta possibilità di sfruttamento riguarda soltanto 70/80 di essi. Premesso che, secondo dati Arera, nel 2021 i consumi di gas naturale hanno toccato quota 74 miliardi di metri cubi, le riserve nazionali di gas concretamente disponibili potrebbero far fronte alla domanda interna per 12 mesi o poco più.
Si tratta di quantità non disponibili tutte e subito e, comunque, non rinnovabili una volta esaurite. I freddi numeri ci dicono quindi che “sovranità energetica” e “nuove estrazioni di gas nazionale” sono un ossimoro e che l’approccio del governo è dettato da una visione ideologica.
Ma non è tutto. Il nuovo mix energetico voluto da Meloni avrà immediate ricadute in termini di mancato rispetto degli obiettivi climatici ed ambientali che l’Italia si è impegnata a rispettare in sede internazionale. Ne consegue che anche il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) ed il Pnrr, che si riconnette al primo, dovranno essere riscritti. C’è da stupirsi, a questo punto, che in sede Cop 27 Meloni chieda di rallentare l’uscita dalle fonti fossili?
In un quadro di così lucida coerenza “fossile” non deve parimenti stupire che il governo non abbia inserito nell’ordine del giorno della seduta del 4 novembre l’approvazione delle norme attuative sulle Comunità energetiche rinnovabili e le linee-guida per identificare le aree idonee su cui installare impianti fotovoltaici, misure attese da mesi e che potrebbero consentire la realizzazione di almeno 10 GW/anno di nuova generazione elettrica in un Paese, come il nostro, “baciato dal sole” come pochi altri ma in cui metà della produzione di energia elettrica dipende dal gas.
Meloni e la sua maggioranza hanno, evidentemente, ben altre priorità».
Buon martedì.
Nella foto. frame di un video sulle azioni di protesta di Greenpeace in Adriatico nel 2018

Il volto autoritario e machista del governo Meloni

Il decreto legge passato alla cronaca come provvedimento “anti rave” rappresenta lo strumento politico-giuridico con cui la destra ha mostrato subito in maniera muscolare il suo volto autoritario e proteso verso la realizzazione dello Stato di polizia in sostituzione dello Stato di diritto. Il rave è stato solo il pretesto per motivare, in modo approssimativo e incostituzionale, i presupposti di necessità ed urgenza. Per intervenire sul rave bastavano gli strumenti normativi esistenti. Con il decreto legge voluto dalla premier Giorgia Meloni e dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si attenta alle libertà civili delle persone.

È introdotto il reato di assemblea, riunioni, manifestazioni, cortei, occupazioni, raduni, incontri, di oltre 50 persone che a discrezione delle forze di polizia possono essere ritenuti pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica o la sanità pubblica. Per gli organizzatori è prevista una pena da tre a sei anni, quindi arresto in flagranza, possibilità di custodia cautelare, intercettazioni, addirittura si introduce la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale, provvedimento utilizzato per i delitti di mafia. Per i partecipanti è sempre reato ma con pena ridotta.

Si tratta di una fattispecie delittuosa abnorme, illegittima ed incostituzionale. Viola i principi di tassatività e determinatezza che debbono caratterizzare le norme penali, lasciando invece una discrezionalità ai limiti dell’arbitrio alla polizia giudiziaria prima e alla magistratura dopo. Non sussistono i presupposti di necessità e di urgenza. Si violano i principi di libertà di riunione ed associazione scolpiti tra i diritti fondamentali della Costituzione. Autore di questa norma monstrum è un prefetto della Repubblica, oggi ministro dell’Interno, capo politico delle forze di polizia. Da lui politicamente partono direttive ed ordini per reprimere il dissenso e il conflitto sociale. Con il rischio concreto di un uso politico delle forze di polizia che sono al servizio del popolo e non di una parte politica.

Siamo all’abuso giuridico del potere, all’uso illegittimo del diritto e all’oscurantismo politico più retrivo. La retorica autoritaria e repressiva di destra diventa norma. Il diritto viene piegato all’ideologia politica. Hanno paura del dissenso e della democrazia e preparano manganelli, manette e galere. Quelle moltitudini di persone, spesso disperate e affamate di diritti che ho visto negli anni di sindaco di Napoli sotto il Comune e con i quali dialogavo nel conflitto sociale senza mai richiedere uno sgombero o un manganello diventano oggi piazze da arrestare per sporcare per sempre la fedina penale di chi non piega la schiena al sistema.

Oppure pensiamo a ragazze e ragazzi che occupano una scuola o un’università, oppure ancora a cittadine e cittadini che manifestano contro il caro bollette, ed anche ogni iniziativa spontanea per far sentire la voce della democrazia. Le voci non gradite al potere verrano punite. Poi è un’arma micidiale per intimidire in via preventiva ed evitare proprio che ci possano essere manifestazioni e dissenso. Già i governi di centro-sinistra e quelli a maggioranza Cinquestelle avevano mostrato profonda insofferenza verso i luoghi di libertà e le forme di dissenso: si pensi ai decreti sicurezza che colpivano anche gli spazi culturali e i beni comuni oppure la stessa modifica oltremodo repressiva della fattispecie di reato di blocco stradale. Insomma il potere è tendenzialmente sempre più allergico alla democrazia, alla partecipazione, al dissenso, immaginiamoci poi alle contestazioni.

Per poi arrivare in queste ultime settimane all’insediamento di Meloni alla presidenza del Consiglio e al suo primo decreto legge machista e bullo contro i diritti e le libertà civili. Non so se fa più orrore un politico che agisce in questo modo o un uomo delle istituzioni prestato alla politica che piega il diritto all’ideologia. Chi usa la violenza della legge e del potere contro i diritti è un debole che usa la spada di ferro dell’ordine costituito contro i veri deboli e invece la spada di latta contro il sistema criminale, la borghesia mafiosa e la corruttela di stato. Non è questo un governo autorevole ma un governo autoritario.

 

* L’autore: giurista e saggista dopo molti anni di lavoro da magistrato e da sindaco di Napoli, Luigi de Magistris oggi guida l’Unione popolare

In foto: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi

La lezione laica di Lucio Libertini, che ha molto da dirci oggi

Lucio Libertini è stato un protagonista della storia della sinistra italiana e del rapporto tra masse e legalità costituzionale. E’ stato un politico coerente, laico e innovatore, certamente un dirigente eretico del movimento operaio. Una figura da riscoprire oggi. Il 2 dicembre a Pistoia si terrà una giornata dedicata al suo percorso di intellettuale e militante,  organizzata dal Comitato per il centenario dalla nascita di Lucio Libertini. La sua lezione si lega alla grande stagione dei partiti. Per Libertini il partito era, insieme, intellettuale collettivo gramsciano ma anche “partito sociale”.

Il rapporto con le masse ne era la linfa ineludibile, per evitare sclerosi, centrismo, burocratizzazione (mali frequenti dei partiti operai). Libertini riteneva essenziale l’unità tra socialisti, comunisti come elemento di originalità, in Italia, rispetto alle altre esperienze europee. E’ stato un esempio quotidiano di coerente pensiero laico, una dimensione che illuminava i suoi scritti, il suo stile di direzione, le campagne di massa che organizzava e dirigeva. Libertini portò anche in Rifondazione comunista, negli ultimi anni della sua vita, il suo rigore antistalinista. La sua critica dello stalinismo e dell’Urss fu ferma e recisa ma non lo portò ad abbracciare la sponda liberista. Non abbandonò il rapporto con il pensiero socialista e comunista. Libertini resta l’autore delle “tesi sul controllo operaio” e  degli scritti sul partito di classe, uno dei fondamenti italiani della cultura anticapitalista, che furono la trama del suo pensiero sino alla morte. Già quella ricerca straordinaria, infatti, portata avanti insieme a Raniero Panzieri, disegnava una uscita da sinistra dalla devastante crisi dello stalinismo. E la ricerca continuò negli anni successivi.

Non a caso, quando il Psi scelse il centrosinistra con la Dc, Libertini si fece promotore del Psiup (partito piccolo ma molto importante anche per la sua composizione operaia e sindacale molto colta), fino alla confluenza nel Pci nei primi anni Settanta, dopo la sconfitta elettorale del Psiup. L’analisi delle composizione di classe e produzione e riproduzione delle catene del valore del capitale, il tema della formazione sociale sono sempre state al centro della sua analisi, così come l’attenzione alle involuzioni istituzionali. La sua battaglia contro la “truffa del maggioritario” e per la rappresentanza proporzionale, nel rispetto della legalità costituzionale, è stato per tutti noi di grande insegnamento. Fu naturale, per Libertini, come disse, contro la svolta della Bolognina schierarsi per la costruzione di Rifondazione comunista. Una coerenza, ma anche un saper osare, un azzardo scientifico, sostenendo sempre una visione critica e democratica del comunismo.

Libertini era davvero “liberamente comunista”; lottò per la rifondazione con la medesima energia con cui si era sempre schierato contro il culto acritico dell’Urss e di Stalin. Crediamo che sia tuttora di straordinaria centralità la questione che Libertini propose in un famoso articolo nel 1990: ” Mi chiedo se la vicenda di questo secolo, con il tragico fallimento dei regimi dell’Est, segni la vittoria definitiva del capitale, che distrugge persone, natura, seppellisce la questione del socialismo; o se la degenerazione di un grande processo rivoluzionario, che ha inciso nella storia del mondo, (e le nuove gigantesche contraddizioni del capitalismo), ripropongano, in termini nuovi, la questione del socialismo , dell’orizzonte ideale. Nel passato sono stato considerato un revisionista, quasi un traditore, perché mi sono rifiutato di definire socialisti e comunisti quei regimi, pur riconoscendo alcune storiche realizzazioni; ora mi si vuole far apparire un conservatore stalinista perché rifiuto di seppellire il socialismo sotto le macerie dell’Est…Una cosa è rifondarsi, altra cosa è abiurare”.

Mentre ricercava Libertini faceva militanza attiva accanto e con i soggetti sociali, studenti, lavoratori, popolo, affrontando le questioni che determinano le loro condizioni di vita. La sua era una militanza a tutto tondo fatta di assemblee, convegni, informazione, lavoro istituzionale. Soprattutto dell’intreccio tra questi momenti. In epoche in cui la politica ancora si occupava di trasformazione e non di eseguire ordini. Lo si può definire un vero riformatore, definizione ben diversa da quella di riformista. Riformatore è chi opera il cambiamento e lo fa avendo a mente l’esigenza di un mondo complessivamente diverso. Si può essere riformatori e rivoluzionari ed anzi questi due elementi si aiutano dandosi concretezza e prospettiva. Si può invece essere riformisti ideologici e dunque senza riforme, anzi affondando il significato stesso della parola riforma.

Da lavoratore instancabile partecipa ad esempio alla stagione del corpo a corpo sul profilo riformatore che si prova a determinare dopo le grandi lotte degli anni ’60 e ’70 e delle grandi avanzate elettorali del PCI, partito di cui dirige l’attività su temi a sensibilità di massa come la casa, i trasporti, il territorio e la vita urbana. Lo fa negli incontri popolari, nelle grandi conferenze tematiche che organizza, nel lavoro parlamentare che produce un poderoso quadro riformatore che prova a scardinare il peso dei poteri forti, a partire dalle rendite, che pesano su questi aspetti della economia e della vita. Leggi sulla casa, piano trasporti, lotta all’abusivismo che però riconosca i bisogni e li liberi dalla speculazione, edilizia e città e dunque produzione e riproduzione. Organizza, scrive, incalza, tra le persone e nel parlamento, col partito e i movimenti. Scrive per giornali articoli di lotta. Spiega i passaggi istituzionali. Riflette nei convegni.

Stagione complessa e anche controversa quella dei governi ispirati dal tentativo di una egemonia riformatrice anche sulla democrazia cristiana. Libertini che pensa sempre alla alternativa e che appoggerà Berlinguer dopo la fine di quella stagione si spende fino in fondo. Il quadro riformatore su casa e trasporti è fatto di luci ed ombre. Disseminato di trappole per favorire il permanere e il rilanciarsi di vecchi e nuovi poteri. Che puntualmente avverrà dopo la sconfitta e il disarmo dello scioglimento del Pci cui Libertini non si rassegna proponendo una nuova forza, Rifondazione comunista, che voleva di massa perché i partiti o sono di massa o non sono. Perché le riforme si fanno con le masse organizzate. Grande dirigente popolare dell’ultimo periodo in cui la politica prova a cambiare con le masse prima di divenire gestrice o imbonitrice come governance o come populista al servizio della controriforma neoliberale.

Dunque quello del comitato che lo ricorda non è solo un lavoro di mantenimento del passato ma di investimento per il futuro.

L’immagine di Lucio Libertini è tratta da Senato.it

Montesano colleziona magliette

Enrico Montesano, dopo avere già dato un pessimo spettacolo durante la pandemia accarezzando i più stupidi complottismi, si è presentato nella televisione pubblica italiana sfoggiando una maglietta della X Mas. Poiché in questo Paese molti italiani conoscono la propria storia molto meglio di Montesano inevitabilmente si è alzato un grido di sdegno che ha coinvolto cittadini, giornalisti e politici.

Qualcuno ha fatto anche notare che il video in cui Montesano indossa la maglietta nera che puzza di sangue era inserito in un montaggio di alcune prove di ballo (sì, Montesano balla in prima serata su Rai Uno) quindi quel video è stato visto, scelto e proposto dopo essere passato sotto gli occhi di diverse persone. Forse ci si potrebbe spingere anche un passo più in là e dirci che Montesano è stato voluto e scelto, nonostante le sue posizioni siano chiare a tutti da diversi mesi. Un atto politico, si direbbe.

Montesano si è difeso come si difendono tutti coloro che gocciolano nostalgia per il ventennio per accarezzare i propri sostenitori: si è sbagliato ed è stato frainteso. Dice Montesano che “colleziona magliette” provenienti da “ogni fazione” e quindi anche dal fascismo che – dice – “disprezza profondamente”. Il gioco di questo tempo è quello di mostrarsi fascista e poi farsi intervistare per dire che si disprezza il fascismo. Ci sono illustri esempi negli scranni più alti di questo governo. Da uomo di spettacolo Montesano sa bene anche che ogni volta che si condanna il fascismo è una mossa arguta condannare “tutti gli estremismi”, giusto per annacquarlo in mezzo a altro che però non è citato nella nostra Costituzione (antifascista, appunto).

La Rai nella giornata di ieri ha preso provvedimenti con un comunicato in cui si scusa con tutti i telespettatori e in cui annuncia che Montesano non farà più parte della gara. Perché quella che Montesano chiama “ingenuità” si ripete con preoccupante frequenza in televisione, sui social, nei consessi politici e viene il dubbio che in fondo sia semplicemente una lenta ma inesorabile strategia di erosione per rendere potabile ciò che è vietato dalla legge.

Buon lunedì.

Nella foto: Montesano con la maglietta della Decima Mas (twitter S.Lucarelli)

Le mani del grande capitale sulle elezioni negli Usa

Dopo l’appuntamento elettorale di metà mandato, gli Stati Uniti appaio come una Paese diviso a metà. Alcune gare come quella in Georgia, Nevada e Arizona si concluderanno a dicembre quando gli elettori saranno nuovamente chiamati alle urne per decidere sui ballottaggi. I risultati ottenuti finora sono però lo specchio di un sistema elettorale ampiamente maggioritario, bipartitico, che lascia davvero poco spazio alla rappresentatività degli elettori.

Durante queste elezioni si è ampiamente parlato di “minaccia alla democrazia” che alcuni candidati repubblicani potrebbero rappresentare per la loro solerzia nel rifiutare la validità delle elezioni presidenziali del 2020, da loro definite stolen elections, ossia “elezioni rubate”. Il vero rischio per la democrazia però, così come per molti altri Paesi, sembra essere rappresentato dalle ingerenze degli interessi del capitale e dei milionari statunitensi in alcune sfide politiche. Per capirlo, è sufficiente guardare al sostegno di Peter Thiel al neoeletto senatore repubblicano JD Vance in Ohio oppure al rifiuto della Louisiana di abolire la schiavitù penitenziaria.

JD Vance, autore di Elegia americana, oltre che un noto scrittore è anche imprenditore, “venture capitalist” e avvocato. La sua campagna ha fatto leva sulla crescente insoddisfazione economica dei cittadini dell’Ohio identificando nel presidente in carica la ragione principale del deterioramento dell’economia del Paese. La mossa è stata sicuramente vincente dati gli alti livelli d’insoddisfazione economica in questo Stato. Il suo avversario democratico, Tim Ryan, non è stato da meno, e per la prima volta dopo molto tempo un candidato democratico è stato in grado di aprire un dialogo con la classe operaia bianca dell’Ohio.

La grossa differenza in questa campagna l’hanno fatta i soldi. L’elezione alle primarie di JD Vance è stata ampiamente finanziata da una figura decisamente discutibile: il miliardario della tecnologia Peter Thiel che ha donato una somma di denaro record per sostenere JD Vance sia alle primarie che nella corsa al Senato. Thiel, cofondatore di Paypal, nel 2016 è stato uno dei maggiori donatori della campagna presidenziale di Trump e rimane uno dei principali finanziatori del movimento trumpiano Make America great again. Dopo aver saltato la corsa presidenziale del 2020, quest’anno ha sostenuto sedici candidati al Senato e alla Camera, molti dei quali rifiutano la validità delle elezioni del 2020.

Dalle dichiarazioni rilasciate nel corso degli anni si evince che l’ideologia politica di Thiel è un miscuglio di liberismo economico e nazionalismo che unisce un’ideologia estremamente conservatrice a livello valoriale con un rifiuto di tassazioni e controlli governativi dell’impresa. Nel 2009, ad esempio, Thiel scrisse che l’estensione del voto alle donne negli anni 20 «aveva reso la nozione di “democrazia capitalista” un ossimoro» ed uno dei motivi per cui da quell’anno la democrazia statunitense smise di funzionare. Ha anche fatto dichiarazioni in cui elogia i sistemi monarchico/autoritari e le loro potenzialità per quanto riguarda il controllo sociale.

Il grosso investimento di Thiel sul candidato repubblicano in Ohio Vance – ex dipendente della Mithril capital management fondata proprio dal venture capitalist statunitense nonché beneficiario di un sostegno sempre di Thiel nell’apertura di un fondo di capitale ad altro rischio – non è stato casuale. Infatti, pur disponendo di meno fondi e di un supporto altalenante da parte del suo partito, l’avversario Ryan ha fatto un’ottima campagna ed è stato in grado di parlare alla classe operaia bianca dell’Ohio, da sempre considerata una causa persa dal resto del Partito democratico.

John Anzalone, sondaggista di lunga data di Joe Biden, ha definito Ryan «una superstar che potrebbe capire i lavoratori meglio di chiunque altro nel nostro partito». Celinda Lake, un’importante sondaggista democratica che ha lavorato per la campagna elettorale di Biden nel 2020, ha dichiarato che, indipendentemente dalla sconfitta, per i democratici Ryan rimarrà «molto influente per la promozione di un nuovo messaggio economico nel partito». Ryan era evidentemente un candidato molto pericoloso per la destra neoliberale statunitense ed è servito l’intervento di un milionario con idee illiberali e tendenti all’autoritarismo per garantire il mantenimento di una salda presa repubblicana sull’Ohio.

In cinque Stati, inoltre, a margine delle elezioni di midterm i cittadini sono stati chiamati ad esprimersi sulla fine della cosiddetta “schiavitù penitenziaria”: Tennessee, Alabama, Oregon, Vermont e Louisiana. Quest’ultimo, come abbiamo detto, è stato l’unico Stato a respingerne l’abolizione.

Quando il XIII emendamento fu ratificato nel 1865, venne abolita formalmente la schiavitù in tutti gli Stati Uniti, «tranne come punizione per un crimine». In Louisiana, i carcerati sottoposti ai lavori forzati vengono pagati due centesimi di dollaro l’ora. Alcuni prigionieri sono costretti a lavorare per un periodo iniziale fino a tre anni senza retribuzione. Il penitenziario statale della Louisiana, noto come “Angola”, è la più grande prigione di massima sicurezza della nazione situata su 18mila acri di terra che in origine era il sito di piantagioni schiaviste. Qua, come durante lo schiavismo, i prigionieri lavorano nei campi di cotone, mais, soia e canna da zucchero. Non sorprenderà sapere che il 74% delle persone incarcerate in questo penitenziario sono persone di colore. I prigionieri lavorano nei campi con accesso limitato all’acqua, riposo minimo e senza servizi igienici, sotto la supervisione di ufficiali penitenziari armati a cavallo.

Uno studio dell’American civil liberties union (Aclu) ha dimostrato che la Louis Dreyfus commodities, un’impresa che commercia materie prime, ha acquistato 2,4 milioni di dollari di mais e semi di soia prodotti dai prigionieri impiegati nel programma delle industrie carcerarie statali dal 2017 al 2020, mentre numerose società di aste di bestiame hanno acquistato almeno 5 milioni di dollari di bestiame allevato nelle carceri della Louisiana durante lo stesso periodo di tempo. Il bestiame venduto all’asta nel libero mercato arriva poi fino ai consumatori senza alcuna indicazione di provenienza carceraria.

La campagna elettorale contro l’abolizione della schiavitù carceraria non è stata così esplicita e apertamente supportata dai rappresentanti dell’élite economica del Paese, infatti, non si sono alzate voci dichiaratamente a favore dello sfruttamento dei prigionieri. Sarebbe stato molto difficile da legittimare. Molti degli oppositori hanno definito l’emendamento come prettamente simbolico e inefficace nel risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri. Mike Johnson repubblicano rieletto alla Camera in questa tornata elettorale, orgoglioso anti-abortista e ex portavoce dell’Alliance defense fund (un’organizzazione no-profit che lavora per limitare i diritti delle persone LGBT+), ha dichiarato che Edmond Jordan – il democratico che ha proposto l’emendamento – avrebbe fatto meglio a concentrarsi sui reali problemi delle carceri, minimizzando la portata dell’emendamento costituzionale.

Questo sistema inumano ha radici profonde nella tradizione schiavista americana e permette di perpetuare uno sfruttamento razzista della manodopera di colore con il quale lo Stato della Louisiana e la sua classe capitalista si arricchiscono enormemente. Questi due esempi dimostrano come la logica dello sfruttamento e della prevaricazione della classe imprenditoriale statunitense abbia giocato un ruolo senza dubbio molto importante in queste elezioni. Quello che è successo in Louisiana è sicuramente la manifestazione di un razzismo istituzionalizzato che però mira allo stesso tempo al mantenimento dei privilegi economici degli imprenditori lousiani per quanto i candidati del partito repubblicano non si siano schierati apertamente in questa direzione. Mentre l’intervento di Thiel a sostegno di Vance indica sullo sfondo il timore della classe imprenditoriale di perdere uno Stato in cui politiche a sostegno del lavoro potrebbero avere una forte risonanza sull’elettorato.

 

* L’autrice: Federica Stagni scrive da Lafayette, Indiana. È dottoranda di Scienze politiche e sociologia alla Scuola normale superiore

In foto, il cofondatore di Paypal e venture capitalist Peter Thiel

Decreto Aiuti quater: a proposito di priorità

La norma urgente inserita nel decreto Aiuti quater dal governo è il rialzo del tetto del contante a cinquemila euro. Era talmente urgente che il governo non è riuscito ad aspettare la legge di Bilancio: Salvini cinguetta felice su Twitter e gli italiani saranno ben contenti di sapere che in questo momento di difficile congiuntura economica e di bollette salate potranno caracollare in giro con i contanti (che non hanno) nel borsello.

Per rendere il tutto ancora più grottesco il comma dei contanti è stato inserito nell’articolo che proroga gli incentivi sotto forma di credito di imposta per i commercianti che si dotano di strumenti per i pagamenti elettronici, con uno stanziamento di 80 milioni di euro. A proposito degli incentivi ai commercianti: si tratta di 50 euro (cinquanta euro) per ogni registratore telematico acquistato.

A sorpresa è stato rivisto il Decreto superbonus 110% che ora diventa al 90%. Sul punto il governo è riuscito perfino a scontentare partiti della sua stessa maggioranza, con Forza Italia che chiede a Giorgia Meloni se non fosse il caso di incontrare almeno le associazioni di categoria prima di prendere questa decisione. Non male.

Polemiche interne anche sul via libera alle trivellazioni. La Lega è contraria e ha nel presidente del Veneto, Luca Zaia, il suo primo oppositore: teme, per come è scritta nel decreto Aiuti quater presentato ieri, che apra la strada anche alle estrazioni nell’Alto Adriatico. Non male.

E per le bollette? Le imprese potranno rateizzare le bollette per i consumi registrati a partire dal primo ottobre scorso al 31 marzo 2023 e fatturati entro il 31 dicembre 2023 per un massimo di 48 rate mensili. La garanzia per i finanziamenti ai fornitori di gas sarà offerta da Sace e le banche non potranno imporre un tasso di interesse superiore «al rendimento dei buoni del Tesoro poliennali (Btp) di pari durata». E le famiglie? Niente.

In compenso nel giro di pochi giorni Giorgia Meloni è riuscita a scassare i rapporti diplomatici con la Francia e con l’Ue sull’immigrazione con il soldatino Piantedosi nella parte dello “stupito”. Ecco tutto, siamo messi così.

Buon venerdì.

La nuova mission civile della biblioteca nell’era digitale

Il progetto illuminista di creare biblioteche per un più ampio accesso pubblico al sapere è ancora un faro. Ma molto c’è ancora da fare per realizzarlo pienamente, dice lo scrittore, critico letterario ed editor di Einaudi, Francesco Guglieri, che su questo tema interviene l’11 novembre alla Biennale tecnologia di Torino, in dialogo con il direttore del Museo Egizio Christian Greco.

Mentre le biblioteche pubbliche più prestigiose in Italia (e non solo) rischiano purtroppo di soccombere sotto la scure dei tagli, quelle virtuali promosse da grandi piattaforme presentano opportunità ma anche molte ombre. A partire dall’intervento di Guglieri nella monografia Biblioteca edita da Treccani, gli abbiamo chiesto di aiutarci a capire di più degli scenari che si aprono.

Guglieri, il sogno delle biblioteche dell’Illuminismo non si è ancora realizzato?
Penso che le promesse dell’illuminismo debbano essere sempre tenute vive. Ma le conquiste rischiano sempre di essere cancellate o perdute. Le biblioteche e un certo tipo di editoria non devono essere scatole nere. Devono essere possibilità aperte, pubbliche, a cui tutti possono accedere. Al contrario le tecnologie informatiche in cui si muove ormai anche chi fa cultura editoriale rischiano di essere proprio scatole nere. Non conosciamo come funzionano gli algoritmi, lo sa solo chi li ha progettati. Sappiamo che solo loro ricavano profitto e questo mi sembra il contrario di ogni promessa illuminista.

Come immagina il futuro del libro per citare il titolo di un famoso saggio di Robert Darton?
Domanda impegnativa. Ogni settimana escono dei nuovi titoli che modificano, tanto o poco, la nostra idea di che cosa è un libro. Ma allo stesso tempo, direi che c’è un nucleo, un cuore forte, che rimane tutto sommato immutato, legato all’idea di libro e anche all’idea di autore e dunque anche di editore, che poi è il soggetto che nei fatti accompagna l’autore nel mondo.

Come sta cambiando la biblioteca nell’era digitale?
Già oggi le biblioteche non sono più solo degli scaffali da cui prendere libri ma sono dei poli culturali, di ritrovo, di riconoscimento della comunità locale; sono anche luoghi di sperimentazione tecnologica perché ci sono innovazioni come mlol che dà accesso in forma digitale ai libri e all’emeroteca. Insomma, nonostante i pochi finanziamenti, le biblioteche si impegnano ad essere sempre più dei veri e propri laboratori di comunità.

Vediamo però che le biblioteche sono state depauperate di risorse, di funzionari e addirittura di direttori con la riforma del 2014 che ha spostato tutto sui grandi poli museali. I bibliotecari precari di Firenze e Prato hanno protestato. Così come gli scontrinisti pagati a rimborso spese alla Biblioteca nazionale di Roma. C’è una discrasia fra le potenzialità del patrimonio e le condizioni materiali di lavoro?
Sì è così. E la pandemia ha acuito i problemi, insieme al caro energia dovuto alla guerra e non solo. Mentre scrivevo le mie note per il libro Biblioteca edito da Treccani la biblioteca di Torino riduceva il personale. Mancanza di finanziamenti e di assunzioni del pubblico impediscono il lavoro di persone che possono permettere alla biblioteca di vivere e questo è un problema che nessuna forza politica ha affrontato negli anni. Lo abbiamo visto anche in campagna elettorale: il tema della cultura è stato marginalizzato. Eppure le biblioteche sono come un ospedale, come una caserma di pompieri che ci deve essere in ogni zona, come dei lampioni, se iniziamo a spegnerli la vivibilità dei quartieri diminuisce.

Le biblioteche sono anche un luogo di uguaglianza, chiunque può entrare e leggere un libro a prescindere dalla propria condizione sociale. Al Pompidou avevano aperto stanze dove i senza tetto potevano lasciare in deposito i loro cartoni e coperte, che ne pensa?
Dovremmo fare una riflessione su quanto siano aumentati i luoghi dove c’è una soglia di accesso giusta o ingiusta. Parlo di luoghi pubblici a cui puoi accedere perché appartieni a una certa classe sociale o ceto. In questo quadro le biblioteche sono ancora veramente dei luoghi pubblici in cui può entrare chiunque e chiunque può trovare conforto anche solo nel riparo di una giornata difficile, riparo emotivo e intellettuale.

Veniamo alla questione delle nuove tecnologie. Nell’introduzione al libro Biblioteca, lei ci ricorda che il termine library in inglese indica le biblioteche ma viene usato comunemente anche per indicare un archivio informatico. Cosa ha significato questo passaggio?
Nel linguaggio di chi fa programmazione il termine library è usato per indicare l’insieme delle serie di Netflix, l’insieme delle canzoni su Spotify ecc. Ogni giorno noi abbiamo accesso a centinaia di archivi digitali in cui sono memorizzati film, libri ecc.

Come è cambiato il concetto di library sul web da quel lontano 1993 degli albori?
Mi ricordo ancora quando nel 1993 per la prima volta ho avuto accesso a uno di quei server. Ero all’università di Stanford in California. Il primo file che scaricai era un racconto di fantascienza. Mi sono reso conto solo a decenni di distanza che quello era un archivio di racconti di libri che qualcuno aveva organizzato perché altri vi avessero accesso. Era una biblioteca diversa. Così straordinariamente grande che non la vediamo neanche adesso che ci siamo immersi.

La nascita di Google books è stata un passo avanti nel rendere accessibili testi oppure un falso movimento?
È stato un fatto importante che ha coinvolto all’inizio soprattutto le biblioteche di ricerca negli Usa. Poi, a mano a mano, il fenomeno si è allargato a biblioteche centrali nazionali. Cosa prevedeva? Che Google scannerizzasse il patrimonio librario delle biblioteche e che lo rendesse disponibile al pubblico. Sulla carta sembrava un progetto utopistico senza lati oscuri. Poi si è capito che dietro c’era un attore molto grosso, Google, che non divide le fette della torta in parti uguali. Così da molte parti questo progetto è stato additato come la privatizzazione di un bene pubblico che è il patrimonio librario conservato nelle biblioteche.

In che modo il patrimonio pubblico veniva privatizzato con Google books?
Il punto è che anche quando Google lo rende disponibile gratuitamente (e non sempre lo fa) dai navigatori estrae informazioni. Tutti noi, quando facciamo ricerche su Google e su Google books forniamo dati a Google da cui ricava profitto. C’è una sproporzione fra investimento pubblico e il privato che ci estrae del valore dalle biblioteche pubbliche.

Perché non c’è e non ci sarà mai uno Spotify dei libri?
Eco aveva ragione quando scriveva che il libro di carta è una invenzione insostituibile come la forchetta o il cucchiaio. Negli anni Novanta del secolo scorso e nei Duemila il digitale ha invaso tutti gli ambiti del business culturale, la musica, il cinema, la tv. L’editoria cartacea e la produzione di libri in qualche modo hanno resistito a questa ondata.

Perché e per come ha resistito la carta?
Per varie ragioni forse anche perché parliamo di un mercato piccolo che non desta troppa voglia di conquista. Ma direi anche perché il libro cartaceo ha una sua “resilienza”, una sua comodità, una sua utilità, praticità, che non viene superata dal digitale. Certo, sono nati altri formati come gli ebook. Vivono accanto al libro cartaceo dando anche la possibilità di innovare, di sperimentare, ma di certo non sostituiscono e non sostituiranno nei prossimi decenni il libro di carta per come lo conosciamo.

Libri di carta che non devono inseguire gli algoritmi, altrimenti l’editore è destinato a fallire?
Mi ha colpito un articolo di Martin Scorsese, apparentemente dedicato a Fellini ma di fatto un J’accuse contro le case produttrici di oggi e in particolare il cinema dei super eroi che vampirizza il cinema d’autore, che toglie risorse a registi che vogliono fare altri tipi di film. Se pensiamo al cinema come un modo per soddisfare le richieste che ci fanno gli algoritmi allora, dice Scorsese, smettiamo di fare film, non ha più senso fare film per un regista. Lo stesso accadrebbe se un editore non pensasse più a fare libri non per una comunità di lettori ma iniziasse a lavorare per delle piattaforme come sono Amazon, Netflix per altri contesti, snaturerebbe del tutto la sua vocazione, che a mio avviso è una vocazione illuminista perché ci possa essere una comunicazione pubblica a cui tutti possano accedere e partecipare.