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Genocidio dei nativi, parla il leader Karipuna: Bolsonaro ci ha sterminato, Lula ci tuteli

«Noi Karipuna, dal 2017 ad oggi, abbiamo perso oltre 4mila ettari delle nostre terre a causa degli invasori lasciati fare da Bolsonaro. E per giunta alcuni nativi si sono fatti sedurre dalla propaganda bolsonarista. Ma ora dobbiamo evitare divisioni. E ci fidiamo di Lula quando promette di creare un ministero dei Popoli indigeni». A parlare è Adriano Karipuna. È appena rientrato all’università. Studia giurisprudenza e divide la propria vita tra l’impegno accademico e quello politico. È, infatti, leader degli indigeni Karipuna che vivono nella regione di Rondônia in Brasile, nonché figura simbolo della resistenza dei popoli nativi dell’Amazzonia contro la deforestazione e gli assalti delle economie predatrici che mettono a repentaglio gli ecosistemi della foresta e la vita delle comunità che la abitano. Con lui facciamo il punto sulla situazione politica del Brasile dopo la recente vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva alle elezioni presidenziali, e sulle speranze e aspettative dei popoli nativi alla vigilia della fine del governo Bolsonaro.

Com’è andato il ritorno all’università, dopo l’affermazione di Lula al ballottaggio? In Rondônia il 70% degli elettori ha scelto il suo avversario Bolsonaro ed eletto un governatore di estrema destra. Che clima respiri, come studente e rappresentante dei nativi Karipuna?
Anche se ci sono persone che difendono la democrazia, il clima generale è teso e la delusione è tanta per i bolsonaristi. I camionisti, sostenuti dagli imprenditori dell’agribusiness, stanno bloccando le strade in diverse regioni, perché non accettano di aver perso democraticamente le elezioni. Attaccano Lula, perché non riescono ad ammettere il suo ritorno al potere grazie al voto, dopo tanti anni. Molte proteste non sono spontanee, perché sono state organizzate ad hoc dagli imprenditori dell’industria del legname e mineraria. Assieme agli allevatori di bestiame e proprietari terrieri, questi imprenditori spronano i lavoratori ad occupare le strade per generare il caos e impedire la libera circolazione delle persone.

I prossimi due mesi saranno all’insegna della transizione. Il governo uscente dovrà collaborare con l’eletto. C’è possibilità di cooperazione, o è un’utopia?
Penso che potrebbe succedere di tutto. Sono ovviamente preoccupato per lo scenario bollente che si è creato. Temo un aumento delle invasioni dei nostri territori e di atti di violenza nei nostri confronti. È questa la paura più grande tra noi Karipuna e le altre comunità indigene. Non penso che Bolsonaro sia intenzionato a collaborare con il nuovo governo. Lula ci ha promesso un ministero a guida indigena, ma ciò si contrappone alla politica anti-ambientalista e anti-indigena di Bolsonaro.

Il territorio Karipuna fu assegnato al governo dell’allora presidente Fernando Henrique Cardoso, nel 1998. All’epoca, eri solo un bambino di otto anni. Cosa si aspettano i Karipuna da Lula? E cosa ricordano dei suoi otto anni alla guida del Paese, tra il 2002 e il 2010?
Durante i governi guidati dal Partido dos trabalhadores (il Partito dei lavoratori, di cui Lula è leader, ndr) avvertivamo senz’altro una maggiore protezione. Questa sensazione di pericolo non esisteva. Il territorio era ben controllato. Gli organi dello Stato che si occupavano delle nostre istanze, ossia l’Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali rinnovabili (Ibama), la Fondazione nazionale dell’Indio (Funai) e l’Istituto Chico Mendes per la conservazione della biodiversità (Icmbio), avevano poteri e mezzi per proteggere le nostre comunità. Finché Bolsonaro ha smantellato tutti questi organi, privandoli di fondi e personale tecnico specializzato. È stata un’operazione studiata a tavolino per rendere vulnerabile la foresta amazzonica e i popoli che la proteggono. È bene ricordare che quest’operazione di svuotamento degli organi è collegata anche alla distruzione di altri biomi, come la Caatinga (una foresta semi arida), il Cerrado (una grande savana tropicale) e il Pantanal (un’enorme pianura alluvionale).

Per quanto riguarda il Pantanal, gli incendi del 2020 hanno provocato la morte di 17 milioni di animali, secondo i calcoli pubblicati l’anno successivo da un gruppo di scienziati sulla rivista Scientific reports…
Esattamente. Lo svuotamento degli organi di controllo che ho citato ha dato il via libera agli “invasori”, che subito dopo hanno provveduto al disboscamento, appiccando incendi e provocando, di conseguenza, ingenti danni. Molti nativi e attivisti sono morti o hanno ricevuto minacce, nel corso di questi anni, per proteggere i loro territori. Riflettiamo su queste vite perse, tra esseri umani e animali. Ormai questi organi esistono soltanto sulla carta, perché, nei posti di comando, nei punti chiave, Bolsonaro ha posizionato gente nemica dei nativi. I prossimi due mesi, cioè quelli che ci dividono dall’insediamento di Lula (previsto per il 1 gennaio 2023, ndr), saranno pericolosi, anche perché sono stati eletti molti governatori, deputati e senatori di estrema destra, che continueranno a portare avanti la politica distruttiva di Bolsonaro.

E quindi, che Paese si troverà davanti Lula? E quali sfide dovrà fronteggiare?
Lo scenario non è sicuramente dei migliori: un Paese economicamente distrutto, con interi ecosistemi devastati, oltre al problema della fame, che persiste ormai da anni e anni, inaspritosi sempre di più nel tempo. Per quanto riguarda il rapporto con le comunità indigene, nutriamo fiducia nella promessa che Lula ha fatto di creare un ministero dei Popoli indigeni, composto appunto soprattutto da indigeni, perché conoscono le singole particolarità del loro popolo e dei loro territori. Ci sono indigeni laureati in Biologia, Ingegneria forestale, e così via. Ad esempio, per quanto riguarda la sanità indigena, non ci sono nativi in posti di comando all’interno degli organi preposti, i Dsei (Distrito sanitário especial indígena), e lo stesso vale per gli altri organi che avevo menzionato precedentemente, la Funai e l’Ibama.

Cosa potrebbe fare Lula per guarire le ferite lasciate da Bolsonaro nei nativi brasiliani? E, soprattutto, ritieni sia possibile sanarle?
In questi ultimi quattro anni, i nativi hanno perso tanto. Psicologicamente provati, vivono con il terrore di girare da soli, per le continue minacce che subiscono. Un eventuale ministero dei Popoli indigeni dovrà occuparsi anche della loro salute mentale. Perciò bisogna avviare delle consultazioni con le comunità, per comprendere l’estensione del danno subito, che va oltre la perdita dei propri territori. Noi Karipuna, ad esempio, sin dal 2017, abbiamo perso oltre 4mila ettari delle nostre terre a causa degli invasori. Voglio aggiungere che ogni comunità possiede la propria economia di sussistenza: c’è chi sopravvive con l’artigianato, chi con l’apicultura, chi con la vendita della farina di manioca, chi con semi e castagne, ecc. Ecco, per compiere una simile opera di guarigione, vorremmo essere supportati e accolti nelle nostre rivendicazioni. Vogliamo vivere nella foresta e dalla foresta, ma abbiamo bisogno di incentivi per le nostre singole economie.

Voi nativi sarete abbastanza uniti da poter creare questo ipotetico “ministero dei Popoli indigeni”?
È tutto talmente recente che non ci siamo ancora organizzati. Mai nella storia fu paventata questa possibilità. L’importante è essere in possesso di risorse e che ci venga dato il diritto di parola nella scelta di chi lo comporrà. Sarebbe l’emblema della rottura col passato.

Secondo te, gli organi di protezione esistenti sono così rovinati e così infiltrati da militari e figure anti-indigene che andrebbero dismessi per formare qualcosa di nuovo?
No, perché comunque hanno una loro storia, e rottamarli potrebbe rallentare ancora di più le nostre istanze, che sono urgenti. Dopodiché, penso che le principali competenze dovrebbero tornare al ministero dell’Ambiente, così com’è stato nei precedenti governi Lula. Ora, sono sotto il ministero della Giustizia, che è molto più burocratico. Poi, bisogna capire anche come togliere l’incarico a tutti coloro che non rispettano l’ambiente e l’esistenza dei popoli originari all’interno di questi organi, come l’attuale Presidente della Funai, Marcelo Xavier. Basti pensare alla mancata protezione dei nativi, avvenuta all’apice dell’epidemia del Covid-19, o alle indagini mai fatte sui nativi uccisi dagli invasori, per comprendere la sua inadeguatezza al ruolo che dovrebbe svolgere.

Una delle caratteristiche del governo Bolsonaro riguarda gli incarichi o quantomeno l’ampio spazio dato nella sua propaganda ai neri razzisti, ai poveri classisti e alle donne misogine. La stessa tecnica è stata adoperata nei confronti dei popoli originari, provocando importanti divisioni interne. Quanto è stato doloroso, per te, vedere che alcuni nativi difendevano la politica distruttiva di Bolsonaro?
In tutta onestà, sono persone che vendono il proprio popolo al miglior offerente, interessate solo ed unicamente ai beni materiali. Questa superficialità non farà altro che ritorcersi, man mano e sempre di più, soprattutto contro i loro territori. Spesso, vogliono avere il porto d’armi o una camionetta tutta per loro. Non bastano i mezzi di uso comune della comunità, oppure le armi tradizionali per andare a caccia. Credo che ci sia qualcosa di perverso in tutte quelle persone che appoggiano dei criminali, o comunque politici anti-democratici. Il governo Bolsonaro non ha arrecato alcun beneficio agli indigeni; al contrario, è stato l’artefice di un etnocidio. La sua è una politica di morte.

La spaccatura nella società brasiliana è stata evidenziata dal voto. La comunità indigena è altrettanto spaccata al proprio interno?
Non saprei dirti in percentuali, ma mi sono imbattuto in nativi sedotti dalla propaganda bolsonarista. Ho provato a chiedere loro la motivazione che li ha spinti a condividere la sua campagna, visto che le nostre tradizioni sono opposte alla proprietà privata e all’accumulo di beni materiali, ma non ho ottenuto risposte all’altezza della domanda. Di base, riproducevano gli stessi discorsi che conosciamo tutti, senza alcun approfondimento, del tipo: “Non vogliamo che il Brasile diventi come il Venezuela!”

Ma che fine ha fatto la sinistra in Rondônia? Dove ha fallito? Perché una regione con una forte componente indigena o nera vota sindaci, governatori e presidenti di destra, o addirittura di estrema destra?
Mi dichiaro un uomo di sinistra, ma penso che molte cose debbano cambiare, sia dentro di noi che all’interno dei partiti di sinistra. Quando frequento le riunioni del Partido dos trabalhadores, mi sento più un oggetto di studio che uno di loro. Un giorno ho fatto presente le mie perplessità e come mi sentivo. Il mio discorso non è stato condiviso da molti, ma dentro di me, sentivo che dovevo farlo. Vedevo troppi gruppi chiusi, troppe divisioni interne. Ecco perché la destra qui è forte e vince sempre. Guarda cosa siamo diventati… Siamo circondati dall’odio!

A mio parere, la ricchezza viene idolatrata. In questi quattro anni di governo Bolsonaro, i poveri sono stati trattati come parassiti sociali, persone che non vogliono lavorare, gente improduttiva, che si deve “dare da fare” per salire nella scala sociale. Secondo te, questo discorso ha fatto breccia anche tra gli indigeni?Certamente. Bisogna far capire a quei pochi sedotti dal bolsonarismo che la foresta vale molto di più in piedi che distrutta. Non possiamo permetterci scissioni di alcun tipo, né come persone o rappresentanti della sinistra, né come comunità indigena.

 

* In foto, una protesta indigena per chiedere la protezione delle terre dei nativi in Brasile. San Paolo, 18 settembre 2022

La rivoluzione del pensiero

In questo periodo stiamo tutti facendo i conti con la vittoria della destra, ma soprattutto con la sconfitta della sinistra. Gli esponenti dei partiti di opposizione, le testate giornalistiche e noi, elettori di sinistra, siamo chiamati a dare delle risposte a questa sconfitta o anche semplicemente a scegliere le domande giuste, per portare avanti una ricerca che non ci costringa a rimanere inermi spettatori.

Come sappiamo, il 13 ottobre scorso è stato il primo giorno della XIX Legislatura in Italia ed è stato eletto il presidente del Senato, Ignazio La Russa, in un’Aula presieduta dalla senatrice a vita Liliana Segre che ci ha incantato tutti con il suo emozionante discorso. Nello stesso giorno, nonostante un paese in piena crisi economica ed impegnato a rialzarsi dopo due anni e oltre di pandemia, c’è chi ha trovato il tempo di depositare tre disegni di legge che di fatto mirano ad ostacolare, in maniera subdola, il diritto all’interruzione di gravidanza senza andare a toccare la legge 194.

Vorremmo soffermarci su una di queste proposte di legge solo perché è la più sconcertante e discussa, visto che le altre, di fatto hanno lo stesso scopo. Facciamo riferimento a uno dei due disegni di legge che porta il nome di Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia e che senza ombra di dubbio è il più sconcertante. Prevede una modifica dell’art.1 del Codice Civile e pretende di conferire capacità giuridica al concepito. L’articolo 1 del C.C. recita: «La capacità giuridica si acquisisce al momento della nascita» e «i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’ evento della nascita». Il disegno di legge Gasparri chiede che venga riconosciuta la capacità giuridica già all’atto del concepimento. Con questo presupposto una donna che volesse ricorrere all’interruzione di gravidanza potrebbe essere accusata di omicidio essendo il feto riconosciuto come soggetto giuridico e quindi persona a tutti gli effetti.

Anche se è molto probabile che la legge 194 non venga toccata, tuttavia è in atto un tentativo di aggressione alla donna molto pericoloso per le idee che si porta dietro e soprattutto per il fatto che queste idee della destra che hanno uno stretto legame con la religione cattolica, non sono sufficientemente contrastate dalla sinistra.

Il dibattito culturale a cui assistiamo attualmente pone al centro dell’attenzione il fatto che la destra non sia mai stata attenta ai diritti civili, ma non siamo convinti di questa lettura perché ci sembra parziale. Abbiamo pensato invece che sia più determinante l’influenza che nella società possono avere certe idee, che più che idee sono imposizioni ideologiche proprie delle religioni monoteiste. E allora ci poniamo una domanda: la sinistra ha gli strumenti per contrapporsi alla destra rispetto a queste aggressioni alla donna, che si basano su dogmi religiosi da Stato teocratico?

Prendiamo spunto da un fatto accaduto in occasione del discorso di insediamento del leghista Lorenzo Fontana alla presidenza della Camera dei deputati in cui, ha per prima cosa, salutato e ringraziato il papa definendolo un “riferimento spirituale” per tutti gli italiani.

Papa Francesco a sua volta si è complimentato con Fontana tramite una telefonata che è stata definita privata dallo stesso presidente della Camera, ma che essendo intercorsa tra due figure istituzionali non si può definire tale. Ci domandiamo ancora, che sta succedendo? Ma non dovremmo essere un paese laico?

Quello che maggiormente ci stupisce è l’atteggiamento che negli ultimi anni diversi esponenti della sinistra hanno avuto verso questo papa, da loro molto apprezzato perché si è fatto portavoce di problematiche di giustizia sociale che notoriamente ben rappresentano il pensiero di sinistra. A noi invece non convince questo entusiasmo perché nasconde una visione dei fatti limitata alla superficie, in quanto siamo consapevoli che i fondamenti della dottrina cattolica di cui il papa è portavoce, non cambieranno mai né con lui né con nessun altro papa.

Perché la sinistra non riesce ad assumere un’identità ben distinta dalla destra fino a contrapporsi decisamente rispetto ai temi che stiamo affrontando?

Per cercare di rispondere a questa domanda vorremmo proporre una ricerca secondo la quale se non si rifiutano completamente quei dogmi della religione cattolica che attaccano la donna nella sua identità, la sinistra non sarà mai in grado di differenziarsi in modo netto dalla destra.

Prendendo come esempio l’attacco al diritto di abortire, potremmo dire che la sinistra ineluttabilmente soccombe alla destra se si contrappone limitandosi a difendere la libertà delle donne. Non è solo una questione di lottare per un’autodeterminazione della donna, anche se appare incredibile dover discutere di certi diritti ancora oggi. Sappiamo infatti che tuttora non si tiene conto dell’esistenza di una ricerca scientifica ben precisa che racconta senza ombra di dubbio che il feto non ha vita psichica e non ha nessuna possibilità di vita se non dopo la 24° settimana di gestazione. Soffermarsi sul diritto della donna di scegliere liberamente se portare avanti la gravidanza o decidere diversamente è cogliere soltanto un aspetto parziale della problematica che stiamo affrontando. Ripetiamo che è sconcertante che ancora si debba difendere la libertà della donna, tuttavia limitarsi a questo comporta un altro pericolo: si rischia che le donne siano libere di essere tutte criminali ed assassine e da qui i sensi di colpa di cui parla la ginecologa Anna Pompili nell’articolo di Left  del 19 ottobre dal titolo “Gasparri si rassegni: il feto non è persona, l’aborto non è un omicidio”.

È assolutamente fondamentale che la sinistra, per costruire una identità totalmente diversa dalla quella ideologica della destra, rifiuti innanzitutto i dogmi antistorici e antiscientifici della chiesa. Il punto di inizio è la difesa a spada tratta dell’identità della donna.

Non abbiamo né la presunzione né la volontà di fare una ricostruzione storico politica accurata, avremmo invece l’ardire di ricostruire con poche pennellate la realtà politica e culturale che avrebbe portato alla crisi della sinistra che, da tempo, sembra aver perso una sua specificità tale da distinguersi nettamente dalla destra.

Basti pensare alla caduta del muro di Berlino e agli anni successivi, quando la sinistra si è ritrovata orfana di un’ideologia che fosse in grado di rispecchiare la situazione politico sociale e antropologica di allora. Sin dai primi anni Novanta ha cercato nuove strade per spogliarsi dei pesanti e logori abiti del marxismo alla ricerca affannosa di strumenti per analizzare la realtà sociale e politica. In Italia dalla fine del Partito comunista nascono varie realtà politiche frutto di scissioni che tuttora continuano.

Nel 1991 nasce da queste scissioni, tra gli altri, il partito di Rifondazione comunista che accoglie in sé, con il suo tentativo di rivisitazione e di superamento del comunismo, tanti movimenti che da tempo non avevano trovato rappresentanza in Parlamento.

Quasi 10 anni dopo si assiste al movimento “no global”, nato dal social forum internazionale e da movimenti esterni al mondo politico tradizionale e che fu colpito nelle drammatiche giornate del G8 a Genova nel luglio del 2001. Queste proposizioni diventano centrali nell’orizzonte politico internazionale e vengono viste dal Partito della rifondazione comunista (Prc) come realtà storiche con cui è necessario fare i conti per proseguire verso un orizzonte diverso.

Si sceglie la nonviolenza come metodo di azione politica capace di discostarsi profondamente anche dalla violenza che ha caratterizzato la storia del comunismo.

Negli anni successivi al G8 di Genova si cerca di gettare le basi per la nascita di un nuovo soggetto mondiale, partecipato e radicale, alternativo e articolato, che investe tutti gli ambiti della società, dall’economia alle relazioni umane. Il tentativo è quello di porre l’umanità come soggetto originario e fondante, dandole un significato politico, affermando che esiste un legame politico fra gli uomini.

Il legame fra gli uomini deve essere universale e quindi non può essere né la razza, né la lingua, né la cultura e si ricerca in quello che viene definito nonviolenza. Sulla base di questo percorso di ricerca si crea, infatti, un terreno di confronto tra questa area della sinistra e l’Analisi collettiva dello psichiatra Massimo Fagioli.

«Una lotta, senza armi, solo rivoluzione del pensiero e parola».

Prima di parlare del rapporto tra queste due realtà così diverse tra di loro, vorremmo aprire una piccola parentesi per cercare di individuare le ragioni storiche che portarono a questo confronto.

Negli anni Settanta nasce appunto l’Analisi collettiva, una originale psicoterapia di gruppo che fin dall’inizio ha avuto uno stretto legame con la società. All’interno di questo movimento affluirono, come è stato raccontato dalla stampa di allora, centinaia di persone deluse da quello che stava accadendo nell’area politica della sinistra.

Non possiamo raccontare per la loro complessità le vicende del “popolo” della sinistra che attraversò gli anni Settanta. Ci limitiamo ad accennare che negli anni precedenti c’era stato il movimento denominato ’68 che basandosi su idee di libertà cercava nuove strade rispetto a una politica istituzionale incapace di rappresentare le richieste dei giovani. Si trattava di un movimento appassionato ma che aveva fondato le sue radici in una libertà senza identità che, come sappiamo, ha poi generato una deriva verso la violenza.

Nell’autunno del 1973 il segretario del Partito comunista Enrico Berlinguer elabora e tenta di intraprendere la strategia del compromesso storico che prevedeva una collaborazione fra le tre maggiori forze politiche comunista, socialista e democristiana allo scopo di scongiurare le possibili derive autoritarie com’era accaduto per esempio in Cile.

Come si sa questo progetto è durato poco meno di 6 anni e si è concluso con l’omicidio da parte delle Brigate Rosse di Aldo Moro, il maggior interlocutore di Berlinguer all’interno della Democrazia cristiana (Dc).

Noi ipotizziamo che l’alleanza del partito comunista con la Dc sia sorta anche in risposta ai movimenti di protesta del ‘68 e abbia cementato e, reso evidente, lo strano connubio comunismo-cattolicesimo. Connubio che ha contribuito ad aumentare la rabbia e il malessere con reazioni sempre più violente.

Altri invece, per cercare di curare il proprio malessere, approdarono all’Analisi collettiva di Massimo Fagioli.

Non a caso, come dicevamo prima, questa particolare psicoterapia di gruppo libera e gratuita e che si avvaleva della teoria di Massimo Fagioli, nasce in questo periodo storico per l’affluenza di tantissime persone che cercavano nuove strade per rispondere alle conseguenze del ’68 e alla delusione del partito comunista che, come abbiamo visto, perseguiva l’alleanza con i cattolici. Quasi due anni dopo la nascita dell’Analisi collettiva comparve sul Messaggero del 9 novembre del 1977 un articolo dove si leggeva: “i giovani della nuova sinistra scoprono un altro pianeta: l’Analisi collettiva”, una frase che testimonia come sin dall’inizio questa realtà fosse stata seguita nell’area della sinistra.

Di conseguenza l’Analisi collettiva può essere considerata un fenomeno storico che da una parte origina dalla reazione di molti alla crisi degli ideali comunisti e dall’altra da una esigenza di ricerca sulla realtà umana che era stata sempre molto carente nella tradizione marxista. Noi pensiamo, che proprio per questa carenza di interesse rispetto alle esigenze umane delle persone, la sinistra non sia mai riuscita ad opporsi efficacemente alla religione cattolica che dal canto suo, nella pretesa di avere una egemonia su tutto ciò che riguarda la realtà umana, ha sempre cercato di imporre i propri dogmi. 

A questo punto forse può apparire più comprensibile quello che è accaduto circa venti anni fa quando Bertinotti con la ricerca sulla non violenza e sul superamento del marxismo attraverso un nuovo umanesimo, arrivò a confrontarsi con Massimo Fagioli e l’Analisi collettiva, una prassi che si svolgeva su una nuova teoria sulla realtà umana e che aveva sempre avuto un forte radicamento a sinistra.

Cominciò così un periodo di confronto che è ben documentato dalla stampa dell’epoca e che a volte ha sollevato critiche da alcune aree della sinistra.

Vorremmo accennare ad alcuni degli incontri che si sono svolti tra il 2004 e il 2008 per ripercorrere momenti di ricerca molto intensa e soffermarci sulle idee proposte a Bertinotti, segretario del Partito di Rifondazione comunista, da Fagioli e dai partecipanti dell’Analisi collettiva.

Il primo incontro ci fu il 5 novembre 2004, organizzato dalla libreria Amore e psiche a Villa Piccolomini, con Fausto Bertinotti e Pietro Ingrao, figura storica del comunismo italiano. Il tema dell’incontro era la “non violenza” e la stampa si soffermò sull’avvenimento scrivendo di un evento culturale, a cui aveva partecipato tantissima gente, soprattutto giovani. Le migliaia di persone accorse discutevano di tematiche sicuramente insolite in ambito politico, proponevano la ricerca di una nuova identità dell’essere umano che, rifiutando completamente l’idea biblica di un uomo creato così com’è e che non può cambiare, non fosse violenta, senza scissione tra razionale e irrazionale, cioè libera e creativa.

L’idea era quella di portare i due interlocutori a pensare che se si vuole costruire una politica sociale di sinistra che faccia davvero la differenza con quella della destra cattolica, bisogna avere le idee chiare sulla realtà dell’essere umano e l’identità umana. Scrivevano sui giornali: «Chiedono di declinare la non violenza in termini filosofici, antropologici, psicoanalitici».

Giulia Ingrao affermava: «Siamo a un punto di partenza. Per cercare idee nuove, per uscire dalla crisi forse si dovrebbe andare più a fondo». E poi «Le idee nuove ci sono e non sono affatto un filosofeggiare, partono da un uomo non dimezzato, uomo che è in effetti immagine e corpo, corpo e psiche, realtà e pensiero, parti ambedue essenziali operanti e influenti sull’agire, anche politico».

E dalla folla alcune donne incalzavano:

«È Vero che l’immagine della sinistra si può legare alla parola irrazionale perché ha vicino a se, legate, parole come utopia, ideale eccetera?».

«C’è più violenza nel provocare sofferenza fisica o nel voler distruggere la mente altrui?».

Certamente queste erano domande inusuali in un confronto politico, si basavano sulla teoria nella nascita di Massimo Fagioli che ha il suo fondamento sull’uguaglianza originaria tra tutti gli esseri umani. Come inusuale era la ricerca sull’immagine femminile e la sua proposizione, con il volto di una sconosciuta, sulla copertina degli Atti che furono pubblicati dopo quell’incontro. Forse una provocazione per la sinistra che avrebbe dovuto comprendere che non si può prescindere dall’immagine femminile e dal suo significato se s’intende trovare una strada per un reale rinnovamento. Poteva la sinistra interessarsi a una tale immagine femminile?

Successivamente, nel luglio del 2005, Bertinotti chiese di inaugurare la campagna elettorale delle primarie nella libreria Amore e Psiche progettata dallo stesso Fagioli. Primarie che si svolsero nella coalizione di centro sinistra in vista delle elezioni di aprile del 2006 in cui, come sappiamo, il centro-sinistra vinse e Bertinotti diventò presidente della camera dei deputati.

Allora la libreria Amore e psiche aveva tredici anni di vita ed era molto nota a Roma perché spesso ospitava eventi culturali che facevano riferimento al lavoro di ricerca dello psichiatra Massimo Fagioli e dell’Analisi collettiva. Pertanto l’incontro del 2005 è stato estremamente significativo perché è come se fosse stato un manifesto del legame tra la politica rinnovatrice rappresentata da Bertinotti, Fagioli e il movimento di migliaia di persone legato alla sua Teoria della nascita. Anche per questo motivo ebbe una grande risonanza a livello mediatico e fece molto scalpore nell’area della sinistra. Pure in questa circostanza le domande sono molto lontane dalle tematiche della politica tradizionale e tentano di portare il discorso su piani diversi da quelli usuali. Si parla di emancipazione e liberazione e non solo dalla sofferenza del corpo ma anche da ideologie e credenze.

Un altro incontro molto partecipato avvenne il primo giugno del 2007 all’Auditorium di Roma, il titolo era La cultura socialista. Anche in questa occasione i partecipanti all’Analisi collettiva continuarono a proporre ricerche molto complesse, come quella sull’irrazionale e sul non cosciente che sono il fondamento dell’identità umana.

Infine vorremmo ricordare l’incontro del 19 gennaio 2008, dove in occasione della proiezione del film Signorina effe di Wilma Labate, ci fu un dibattito molto partecipato da ambo le parti e che aveva come oggetto l’interpretazione della trama di questo film. Sullo sfondo delle lotte sindacali degli anni Ottanta, si racconta di un’intensa storia d’amore, ambientata a Torino

Durante il dibattito che seguì la proiezione del film, ci fu l’intervento di una giovane partecipante dell’Analisi collettiva che partendo dalle suggestioni provocate dall’immagine cinematografica, propose una ricerca su una identità femminile che affronta la difficile scelta tra la realizzazione sociale di un matrimonio borghese e quella di un rapporto uomo donna invece assolutamente libero e irrazionale. Quello che emerse nel dibattito è l’assolutamente nuovo di una ricerca nata nell’Analisi collettiva in cui la donna persegue la realizzazione della propria identità soprattutto sul piano personale. Mentre la protagonista del film fallisce non trovando il giusto equilibrio tra la realizzazione sociale e quella personale, la nuova immagine di donna che emerge dalla ricerca dell’Analisi collettiva, da sempre, si volge invece verso l’irrazionale e non verso ciò che ha una utilità sul piano della condizione sociale. In quell’occasione Bertinotti non prese in considerazione il pensiero proposto ma si focalizzò invece sulla lotta di classe, come è sempre stato nella tradizione marxista. Di conseguenza, puntò l’attenzione sulla storia collettiva delle lotte sindacali che in realtà facevano da sfondo a quella in primo piano di una donna che invece si lasciava andare alla storia d’amore con un uomo.

Dopo questo dibattito il confronto sul piano delle idee tra Bertinotti e l’Analisi collettiva si è gradualmente raffreddato fino a interrompersi completamente poco dopo le elezioni politiche di aprile del 2008 in cui la sinistra radicale subisce una sconfitta storica che la esclude dal  parlamento.

Bertinotti di fatto lascia la politica e il segretario di Rifondazione comunista diventa Nichi Vendola, comunista e cattolico. Massimo Fagioli in un’intervista uscita su Repubblica dichiara nel 2010 «non posso seguire Vendola perché ho sempre rifiutato, nella mia vita, il cattocomunismo. Lo dice chiaramente la teoria della nascita elaborata in Istinto di morte e conoscenza».

Negli anni successivi al 2008 ci furono altri esponenti di spicco del panorama politico italiano, come Marco Pannella e Pierluigi Bersani, che si avvicinarono all’Analisi collettiva e Massimo Fagioli. Ma nessuno di questi incontri portò alla creazione di un nuovo organismo politico capace di interpretare la realtà dell’essere umano. Nessuno degli interlocutori incontrati in questi anni è stato in grado di cogliere l’originalità assoluta dell’Analisi collettiva pur percependone le potenzialità.

A questo punto è difficile individuare le ragioni di questo fallimento che la sinistra non ha ancora superato, un dramma che è stato molto analizzato ma che tuttora risulta di difficile lettura; allo stesso tempo non comprendiamo perché la sinistra abbia rinunciato a quella ricerca sulla realtà umana che sembrava aver momentaneamente affascinato alcuni dei suoi esponenti più rappresentativi che cercavano nuove strade per superare il comunismo. Ci chiediamo infatti per quali motivi questo confronto con l’Analisi collettiva si è interrotto improvvisamente e, più in particolare, perché non è stata accolta da parte della sinistra questa ricerca originale sull’identità di donna che alla luce dell’attuale situazione politica sarebbe fondamentale per opporsi alla destra cattolica.

Soltanto con la ricerca e la conoscenza della realtà umana è possibile opporsi alla destra cattolica; per scoprire che non ha idee, sono soltanto fantasticherie violente e inesistenti.

Nel film di Herzog, Cuore di vetro, gli abitanti di un villaggio erano spaventati perché avevano visto i giganti. Ma i giganti non esistono, sono solo lunghe ombre della sera.


Gli autori: Diletta Di Cesare è psichiatra e psicoterapeuta, Serena Pandolfi è architetto, Carlo Anzilotti è psichiatra e psicoterapeuta

La foto in apertura è di Lorenzo Foddai, Roma 5 novembre 2022

Il ministro della propaganda nelle scuole

Nei giorni scorsi a tutte le scuole d’Italia è arrivata una lezione sul comunismo. Solo che l’insegnante in questo caso si è dimostrato piuttosto ignorante. Non ci sarebbe nulla di male se la firma sotto quella lettera non fosse quella del ministro all’Istruzione Giuseppe Valditara che ha sfruttato l’occasione dell’anniversario della caduta del muro di Berlino per profondere propaganda: «La caduta del Muro, – scrive Valditara – se pure non segna la fine del comunismo – al quale continua a richiamarsi ancora oggi, fra gli altri paesi, la Repubblica Popolare Cinese – ne dimostra tuttavia l’esito drammaticamente fallimentare e ne determina l’espulsione dal Vecchio Continente. Il comunismo è stato – scrive Valditara- uno dei grandi protagonisti del ventesimo secolo, nei diversi tempi e luoghi ha assunto forme anche profondamente differenti, e minimizzarne o banalizzarne l’immenso impatto storico sarebbe un grave errore intellettuale. Nasce come una grande utopia: il sogno di una rivoluzione radicale che sradichi l’umanità dai suoi limiti storici e la proietti verso un futuro di uguaglianza, libertà, felicità assolute e perfette. Che la proietti, insomma, verso il paradiso in terra. Ma là dove prevale si converte inevitabilmente in un incubo altrettanto grande: la sua realizzazione concreta comporta ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà, morte».

Per concludere la lettera – inviata ai dirigenti di ogni istituto e pubblicata sul sito del ministero  il ministro usa queste parole: «Il crollo del Muro di Berlino segna il fallimento definitivo dell’utopia rivoluzionaria. E non può che essere, allora, una festa della nostra liberaldemocrazia. Un ordine politico e sociale imperfetto, pieno com’è di contraddizioni, bisognoso ogni giorno di essere reinventato e ricostruito. E tuttavia, l’unico ordine politico e sociale che possa dare ragionevoli garanzie che umanità, giustizia, libertà, verità non siano mai subordinate ad alcun altro scopo, sia esso nobile o ignobile. Per tutto questo il Parlamento italiano ha istituito il 9 novembre la “Giornata della libertà”. Su tutto questo io vi invito a riflettere e a discutere».

Come sottolinea giustamente il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo ieri era anche la giornata dell’Onu contro il fascismo e l’antisemitismo, in ricordo della Notte dei Cristalli ma evidentemente il ministro se n’è dimenticato. Intervistato da Daniela Preziosi su Domani Pagliarulo spiega: «Non convince l’invettiva contro il comunismo. Il comunismo – scrive il ministro – come “la via verso il paradiso in terra che si lastrica di milioni di cadaveri”. È come se io dicessi, per esempio, che la via del liberalismo, e più in generale, del capitalismo, è lastricata da milioni di cadaveri. Dei Paesi colonizzati. Delle guerre imperialiste. Dei morti sul lavoro. Per non parlare, appunto, dei nazisti e dei fascisti, come se non ci fosse mai stata la Shoah e la Seconda guerra mondiale. Le parole del ministro sono un modo scorretto e unilaterale per affrontare errori ed orrori del cosiddetto socialismo reale, che ci sono stati e meriterebbero ben altra e più obiettiva e imparziale riflessione. Si ignora inoltre, visto che il professor Valditara è ministro della Repubblica italiana, il ruolo determinante nel Pci nella Resistenza, nella conquista della democrazia, nella stesura della Costituzione, nella ricostruzione di un Paese semidistrutto dalla guerra nazifascista. Inoltre si deborda dalla legge che non parla di comunismo, ma di totalitarismo. Più in generale si dimentica il contributo di sangue che i comunisti di tutta Europa hanno versato per liberare i popoli dal nazifascismo. Infine ricordo che la Costituzione è dichiaratamente antifascista e non anticomunista, come il ministro. Questa lettera è soltanto un dotto manifesto anticomunista di estrema destra, una vecchia cosa, un armamentario del revisionismo storico. Ma ciò che preoccupa maggiormente è la lettera in sé, perché diventa elemento formativo verso gli studenti. Nella misura delle sue rimozioni e della sua tendenziosità, diventa elemento de-formativo».

Una lettera da vero Minculpop. Il ministero del merito diventa anche quello della propaganda. E intanto un’altra giornata politica è scivolata sulle bizze di un membro di governo che non è riuscito a trattenere la propria natura. Sullo sfondo ci sarebbero anche di problemi da risolvere. Ma quando affioreranno in tutta la loro gravità, vedrete, ci sarà sempre qualche migrante da usare come arma di distrazione. Propaganda e distrazione: la politica postfascista è anche nei metodi, oltre che nelle parole.

Buon giovedì.

L’onda repubblicana negli States non c’è stata. I democratici resistono

La battaglia per il controllo del Congresso degli Stati Uniti – sia alla Camera che al Senato – per il momento sembra non aver identificato nessun vincitore certo: alle elezioni di metà mandato (di midterm, in inglese) dell’8 novembre i Democratici sono riusciti ad infrangere le speranze di una schiacciante vittoria repubblicana e ad entrambi i partiti non resta che aggrapparsi alla possibilità di ottenere una maggioranza ristretta.

Nelle elezioni di midterm gli elettori sono stati chiamati ad eleggere tutti i 435 membri della Camera dei rappresentanti, il cui mandato dura due anni, ed un terzo dei membri del Senato, il cui mandato dura sei anni. Se c’è ancora la possibilità che i repubblicani ottengano la maggioranza alla Camera, strappandola ai dem, le indicazioni che arrivano da Oltreoceano segnalano che l’annunciata “onda rossa” (il colore tradizionalmente attribuito ai repubblicani) non si avrà. Al Senato, dove i democratici potevano contare su una maggioranza assai risicata, la situazione resta in bilico, in attesa dei risultati nelle competizioni più incerte. Nel complesso, questo ciclo elettorale non si può considerare come una vittoria per nessuno dei due schieramenti politici, ma è sicuramente una parziale sconfitta per i Repubblicani che speravano senz’altro di indebolire maggiormente l’attuale governo Biden.

Oltre a rappresentanti e senatori, la tornata elettorale ha riguardato anche altre cariche elettive, come quelle dei governatori, rinnovati in 36 Stati.

In Pennsylvania, il governatore John Fetterman (appoggiato da Bernie Sanders), colpito da un ictus giorni prima di vincere la nomination democratica a maggio, ha vinto dopo un’aspra gara contro il dottor Mehmet Oz, famoso medico televisivo sostenuto dall’ex presidente Donald Trump. Mehmet Oz (non originario della Pennsylvania) sperava che la sua notorietà televisiva e la debolezza fisica dell’avversario sarebbero bastati a favorirlo. Il risultato è stato una campagna vuota rispetto ai contenuti, mirata principalmente a sottolineare l’impossibilità dell’avversario a svolgere il ruolo di governatore a causa dell’improvviso deterioramento delle sue condizioni di salute. L’avere un forte endorsement trumpiano e l’essere un volto noto nella televisione americana, dunque, non è bastato a conquistare il cuore degli elettori della Pennsylvania.

La vittoria di Fetterman ci dice che la base elettorale della Pennsylvania ha deciso di premiare un democratico che a differenza di altri candidati non si è limitato a portare avanti una campagna contro-Trump chiedendo un voto anti-repubblicano, ma ha proposto politiche concrete a sostegno dei lavoratori che lamentano il sempre più stringente peso di un’inflazione. Inoltre Fetterman ha consapevolmente preso le distanze dall’immagine del politicante classico presentandosi sempre vestito da Pennsylvania guy, senza indossare mai una camicia ma solo felpe col cappuccio. Questo ha permesso di segnare una netta linea di demarcazione di classe nei confronti di un avversario abituato a stare sotto i riflettori, ricco e imbellettato. Le proposte di Fetterman possono essere riassunte così: più attenzione alle aree rurali, incremento delle politiche democratiche a favore del lavoro e sostegni alle piccolo-medie imprese.

Durante il discorso di accettazione della candidatura, John Fetterman ha dichiarato: «Questa campagna riguarda tutti coloro che sono stati messi al tappeto e che si sono rialzati». «Questa corsa – ha aggiunto Fetterman – è per il futuro di ogni comunità in tutta la Pennsylvania. Per ogni piccola città o persona che si è sentita abbandonata, per ogni lavoro che è stato perso, per ogni fabbrica che è stata chiusa, per ogni persona che lavora sodo ma fa fatica ad arrivare a fine mese».

Un’altra riconferma importante è quella della senatrice Gretchen Whitmer che ha sconfitto la sfidante repubblicana Tudor Dixon (anche lei attrice e volto noto dei media statunitensi) con una campagna che si è esclusivamente concentrata sul diritto all’aborto. La sua avversaria è stata spesso etichettata come troppo estremista e in molti vedevano nella sua elezione una possibile minaccia per la democrazia americana. Le sue posizioni, come del resto quelle di tutti gli altri candidati repubblicani, si concentravano su un netto rifiuto dei risultati delle elezioni del 2020 e una limitazione dell’accesso all’aborto sicuro in Michigan. Dixon ha cercato di fare perno su inflazione e istruzione, proponendo, che come in Florida, non venissero affrontate questioni di genere nelle scuole definendo i libri sulle minoranze Lgbt+ “pornografici”.

Molti osservatori americani vedevano anche nella repubblicana Kari Lake, candidata al Senato in Arizona, una possibile minaccia per democrazia statunitense. L’ex-conduttrice televisiva ha concentrato la sua intera campagna sui brogli elettorali delle elezioni del 2020. Dichiarando che non avrebbe accettato i risultati di queste elezioni qualora avessero decretato una sconfitta repubblicana. Nel discorso ai propri sostenitori di fronte ai primi risultati ha dichiarato: «Voglio solo dire all’osservatore della propaganda di non mettersi in imbarazzo, di non farlo di nuovo. Quando vinceremo, la prima azione sarà quella di far tornare l’onestà nelle elezioni dell’Arizona. Non temete, Dio non ci ha messo in questa lotta perché sarà facile, Dio ci mette di fronte a sfide difficili». Katie Hobbs, la sua rivale democratica, ha puntato molto sull’estremismo di Lake e sulla tutela del diritto all’aborto. Nel suo programma elettorale scrive: «Con una decisione straziante, la Corte suprema degli Stati Uniti ha ribaltato la sentenza Roe v. Wade, che ha garantito il diritto all’aborto sicuro e legale per cinque decenni. Come assistente sociale ho visto in prima persona gli effetti devastanti che una gravidanza pericolosa, traumatizzante o non pianificata può avere su una donna e sulla sua famiglia. In qualità di funzionario pubblico, da oltre un decennio mi batto instancabilmente per proteggere il nostro diritto all’assistenza sanitaria riproduttiva». Mentre scriviamo, il duello tra Lake e Hobbs resta serrato.

Notizie meno buone arrivano dalla Georgia dove la corsa fra il repubblicano Herschel Walker e il suo contendente, il senatore democratico in carica Raphael Warnock, stanto alle attuali proiezioni si concluderà probabilmente con il ballottaggio del 6 dicembre. La sfida è stata tra le più seguite, poiché il suo risultato ha il potenziale di determinare quale partito controllerà il Senato degli Stati Uniti. La corsa si è mantenuta serrata nelle settimane precedenti alle elezioni a causa delle accuse mosse a Walker di aver fatto pressioni su due ex fidanzate per ricorrere a un aborto quando tutta la campagna di Walker ha avuto come principali interlocutori le varie piattaforme pro-vita georgiane. Da parte sua Warnock ha definito l’aborto un «principio costituzionale fondamentale».

Un altro dato importante è sicuramente quello che evidenzia la vittoria in tutti gli Stati Uniti di iniziative elettorali pro-choice. Il Kentucky, roccaforte repubblicana dove il senatore Paul Rand ha sconfitto con una maggioranza del 60% l’avversario democratico Charles Booker, ha rifiutato un proposta che avrebbe ulteriormente limitato il diritto all’aborto a qualunque stadio della gravidanza (al momento è legale fino alle sesta settimana). Ugualmente in Michigan gli elettori hanno votato per sancire il diritto all’aborto nella Costituzione dello Stato, una mossa che aiuterà a bloccare l’entrata in vigore di futuri progetti di legge mirati a vietarlo. Si tratta di una modifica della costituzione del Michigan che sancisce il «diritto individuale alla libertà riproduttiva, incluso il diritto di scegliere se portare a termine la gravidanza». Lo stesso è successo in California e in Vermont dove nella Costituzione si leggerà: «Il diritto di un individuo all’autonomia riproduttiva personale è fondamentale per la libertà così come la dignità di determinare il proprio corso di vita e non può essere negato o violato». Queste elezioni hanno dimostrato che l’accesso all’aborto è una questione importante per l’elettorato americano anche negli Stati a maggioranza repubblicana.

Si è detto spesso che le elezioni di mid-term rappresentano una valutazione in itinere del lavoro del presidente in carica. I repubblicani hanno però fatto una campagna mirata a riabilitare l’ex-presidente Trump e convincere il loro elettorato dell’illegittimità delle elezioni presidenziali del 2020. I democratici si sono concentrati maggiormente sulla questione dell’aborto ma le proposte socioeconomiche, con eccezione di alcuni Stati, sono state deboli. C’era il timore che come nelle elezioni del 2010 le non rosee prospettive economiche del Paese avrebbero penalizzato i democratici, la cui tenuta sembra però resistere. Tuttavia la polarizzazione e lo spostamento verso destra del dibattito pubblico insieme alla crescente presenza di una retorica cristiano-nazionalista costringeranno i democratici a valutare con attenzioni politiche economiche a sostegno delle minoranze che mettano un freno alle sempre maggiori disuguaglianze nella “patria” del capitalismo.

* L’autrice: Federica Stagni scrive da Lafayette, Indiana. È dottoranda di Scienze politiche e sociologia alla Scuola normale superiore

In foto, il neo eletto governatore della Pennsylvania John Fetterman

Un Paese sempre più precario e sempre più povero

Terminata l’emergenza Covid-19 il mercato del lavoro appare ancora intrappolato nella precarietà: dei nuovi contratti attivati nel 2021 sette su dieci sono a tempo determinato, il part time involontario coinvolge l’11,3% dei lavoratori (contro una media Ocse del 3,2%), solo il 35-40% dei lavoratori atipici passa nell’arco di tre anni ad impieghi stabili, i lavoratori poveri rappresentano ormai il 10,8% del totale. Il nostro poi è l’unico Paese dell’area Ocse nel quale, dal 1990 al 2020, il salario medio annuale è diminuito (-2,9%), mentre in Germania è cresciuto del 33,7% e in Francia del 31,1% e dove le politiche in tema di sostenibilità sono state adottate appena dall’8,6% delle imprese, di queste la gran parte solo per il miglioramento nella gestione dei rifiuti, dove invece resta una chimera la creazione di filiere ecosostenibili (appena 1,2%) e per la produzione/consumo di energie da fonti rinnovabili (3,1%).

È quanto emerge dal “Rapporto Inapp 2022 – Lavoro e formazione, l’Italia di fronte alle sfide del futuro” presentato ieri alla Camera dei deputati dal professor Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp (Istituto nazionale per l’Analisi delle politiche pubbliche). All’evento è intervenuta la ministra del Lavoro e delle politiche sociali, Marina Calderone.

«Malgrado alcuni segnali confortanti – ha affermato Sebastiano Fadda – alcune debolezze del nostro sistema produttivo sembrano essersi cronicizzate, con il lavoro che appare intrappolato tra bassi salari e scarsa produttività. Per questo occorre pensare ad una “nuova stagione” delle politiche del lavoro, che punti a migliorare la qualità dei posti di lavoro, soprattutto per i neoassunti e per i lavoratori a basso reddito, per le posizioni lavorative precarie e con poche possibilità di carriera, dove le donne e i giovani sono ancora maggiormente penalizzati. Le politiche del lavoro devono integrarsi con le politiche industriali e con le politiche di sviluppo, in una strategia unitaria orientata al rafforzamento della struttura produttiva, alla crescita del capitale umano e dell’innovazione tecnologica, al rafforzamento della coesione e della sicurezza sociale. Una strategia che deve essere disegnata ed attuata a tutti i livelli territoriali con un coordinamento capace di rispondere alle sfide del profondo cambiamento strutturale in atto».

In Italia il tasso di occupazione, sceso dal 58,8% al 56,8% all’inizio della pandemia, ha ripreso a crescere solo nel 2021 e – come si legge nel rapporto – ha impiegato 18 mesi per tornare ai livelli pre-crisi. Nei Paesi Ocse la risalita era già consistente nel secondo trimestre 2020 e si è completata in 15 mesi. Nel 2021 sono stati 11.284.591 le nuove assunzioni, con prevalenza della componente maschile: 54% contro il 46% per le donne.

Nel 2021 il 68,9% dei nuovi contratti sono a tempo determinato (il 14,8% a tempo indeterminato). Nell’insieme il lavoro atipico (ovvero tutte quelle forme di contratto diverse dal contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato full time) rappresenta l’83% delle nuove assunzioni con un aumento del 34% negli ultimi 12 anni.

«Il tema del crescente aumento dei contratti non standard – ha precisato Fadda – rappresenta una costante del modello di sviluppo occupazionale italiano, che ha attraversato la prima crisi 2007-2008, sino a diventare requisito “strutturale” della ripresa post Covid». A dimostrazione di ciò l’analisi comparata longitudinale per i periodi 2008-2010, 2016-2018 e 2018-2021 di chi svolgeva un impiego precario. In tutti questi periodi la “flessibilità buona” ha portato a un’occupazione stabile tra il 35 e il 40%. Dei rimanenti, sempre a distanza di tre anni, una quota ha continuato a svolgere un lavoro precario (tra il 30 e il 43% a seconda del triennio), un’altra ha perso l’impiego ed è in cerca di lavoro (16-18%), un’altra ancora è uscita dalla forza lavoro dichiarandosi inattiva (17% nel 2021, nel 2010 era il 3%).

Nel 2021 – si legge ancora nel report – il part time involontario (la quota di lavoratori che svolgono un lavoro a tempo parziale non per scelta) rappresenta l’11,3% del totale dei lavoratori contro il solo 3,2% nell’area Ocse. Allo stesso tempo la tendenza alla riduzione dell’orario di lavoro sembra non arrestarsi e il prodotto per singola ora è bloccato dal 2000 rispetto a tutti i Paesi, non solo membri dell’Ue.

Ci sono poi quanti, pur lavorando (dipendente o autonomo) sono in una famiglia a rischio povertà, cioè con un reddito disponibile equivalente al di sotto della soglia di rischio povertà. Nell’ultimo decennio (2010-2020) il tasso di “lavoro povero” è stato pressoché costante con un valore medio pari a 11,3% e una distanza rispetto all’Unione europea superiore mediamente del 2,1%.

L’8,7% dei lavoratori (subordinati e autonomi) percepisce una retribuzione annua lorda di meno di 10mila euro mentre solo il 26% dichiara redditi annui superiori a 30mila euro, valori molto bassi se comparati con quelli degli altri lavoratori europei. Se consideriamo il 40% dei lavoratori con reddito più basso, il 12% non è in grado di provvedere autonomamente ad una spesa improvvisa, (quindi non ha risparmi o capacità di ottenere credito), il 20% riesce a fronteggiare spese fino a 300 euro e il 28% spese fino a 800 euro. Quasi uno su tre ha dovuto posticipare cure mediche.

Tutto questo in un contesto generale in cui il nostro Paese nel corso degli ultimi 30 anni (1990-2020) è l’unico ad aver registrato un calo dei salari (-2,9%) a fronte di una crescita media dei Paesi Ocse del 38,5%. Nello stesso periodo la produttività è cresciuta del 21,9%, non sembrano dunque aver funzionato i meccanismi di aggancio dei livelli salariali alla performance del lavoro. Nell’ultimo decennio (2010-2020), in particolare, i salari sono diminuiti dell’8,3%.

«Questa condizione di stagnazione dei salari è resa più preoccupante dalla ripresa dell’inflazione – ha concluso il presidente dell’Inapp – per cui si torna a porre il problema dei meccanismi idonei a contrastare la riduzione del potere d’acquisto di tutti i redditi fissi. Le cause di una dinamica salariale così contenuta sono diverse, una di queste è il meccanismo di negoziazione dei salari. Resta bassa la quota di imprese che dichiarano di applicare entrambi i livelli di contrattazione (4%); Inoltre, in sette anni si è ridotto il numero di aziende che dichiarano di applicare un Contratto collettivo nazionale (-10%), mentre si è più che duplicata la quota di imprese che dichiarano di non applicare alcun contratto (dal 9% nel 2011 al 20% nel 2018)».

È una discesa lenta che sembra inarrestabile. Si parla di “identità della sinistra” che sarebbe andata persa: la sfida da raccogliere è questa.

Buon mercoledì.

 

* In foto: una protesta dei lavoratori precari del Consiglio nazionale delle ricerche davanti alla sede del Cnr a Roma, 22 settembre 2021

Come si assomigliano Giorgia Meloni e Al Sisi

La Cop 27, il negoziato dell’Onu sui cambiamenti climatici, ieri ha vissuto la sua prima giornata dedicata alla politica. La giornata più utile per capire cosa si intenda per transizione energetica nei Paesi del mondo, per sondare le posizioni dei Paesi e per testare la reale volontà di agire per il clima.

Giorgia Meloni è arrivata a Sharm el-Sheikh con la ripartenza delle trivelle in tasca nel mare Adriatico. Non male arrivare all’importante vertice con un’azione politica contraria alle linee guida dell’Ipcc (l’organo scientifico delle Nazioni Unite) e dell’Agenzia internazionale dell’energia che prevede la riduzione di tutte le fonti fossili (gas compreso) già dal 2025.

Il segretario del’Onu António Guterres dice senza troppi giri di parole che il cambiamento climatico è «la sfida centrale del nostro secolo» e noi «la stiamo perdendo». Dice sostanzialmente le stesse cose che ripetono coloro che qui da noi vengono bollati come bigratisti ambientali, inutili allarmisti. Ma non si riesce ad uscire dalla falsa cortesia. Secondo l’Onu, si dovrebbe «mettere fine alla dipendenza dai combustibili fossili e dalla costruzione di centrali a carbone, eliminando gradualmente il carbone nei Paesi dell’Ocse entro il 2030 e ovunque entro il 2040». È esattamente il contrario di ciò che pensano (e che vogliono fare) quelli che stanno al governo in Italia.

Basta andare un centimetro più in là delle dichiarazioni di intenti per accorgersi della realtà: secondo un’analisi del sito specializzato Carbon Brief citata ieri dal Guardian, Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia non hanno raggiunto la loro “giusta quota” di finanziamenti per il clima a favore dei Paesi in via di sviluppo. I Paesi ricchi si erano impegnati a fornire 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020, ma l’obiettivo è stato mancato.

La presidente del Consiglio ha incontrato il presidente Al Sisi e i due si sono accorti con piacere di assomigliarsi. Entrambi puntano sul gas come elemento di futuro di prosperità nonostante l’Agenzia internazionale dell’energia non lo consideri nemmeno possibile elemento di transizione. Così l’Egitto che possiede un quinto delle riserve del gas di Eni e la presidente del Consiglio non potrebbero non andare d’accordo, non potevano evitarsi un incontro bilaterale a porte chiuse in cui – dicono loro – avrebbero parlato di “energie e migranti” nella lingua in cui Italia e Egitto si parlano da anni: quella dei soldi.

Figurarsi se avevano voglia e tempo di parlare di Giulio Regeni. L’omicidio dello studente italiano è un altro di quei discorsi che si estrae dal cassetto delle buone intenzioni quando serve ma non entra mai negli incontri che contano davvero. Giorgia Meloni ieri ha parlato di “forte attenzione al caso Regeni” (una frase retorica che non significa nulla) e oggi Giuliano Foschini su Repubblica ci fa sapere che nelle scorse settimane il capo dipartimento del Ministero della Giustizia Nicola Russo ha fatto sapere ai nostri magistrati che “per gli egiziani nessun processo e nessuna collaborazione sono possibili”.

Tutto come prima, quindi. L’unica differenza è che ora non si vergognano nemmeno di fotografarsi sorridenti e felici.

Buon martedì.

Le bestie sono sulla terraferma

Lo chiamano “sbarco selettivo” ma è bestiale razzismo. Scegliere chi far sbarcare a Catania in base a «salute, genere ed età», come spiega Petra Krischok, tuttora a bordo della nave Humanity, e portavoce di Sos Humanity non è solo contrario a qualsiasi legge ma è una selezione di “degni e non degni” tra i disperati. Se non sono disperati, come credono questi al governo, allora non si capisce perché non mandarli indietro tutti.

«I naufraghi sono sfiniti», sottolinea a LaPresse la Ong, facendo presente che uno di loro ha avuto un esaurimento nervoso. E Sos Humanity avverte: «Non ci è stato chiesto di partire, noi restiamo nel porto e abbiamo intenzione di sbarcare anche gli altri 35 naufraghi ancora a bordo». Intanto la procura di Catania ha aperto un’inchiesta sulla possibile presenza di scafisti su nave: le indagini della Squadra mobile mirano ad individuare eventuali componenti dell’equipaggio delle due barche soccorse dalla Ong nel Mediterraneo. “Carico residuale”, hanno chiamato gli altri. Come se fossero merci rispedite al mittente.

Intanto a Catania è arrivata la nave Geo Barents di Msf: la storia si ripete. A bordo ci sono 572 naufraghi, e secondo quanto riporta Candida Lobes di Msf, che è sulla nave, «ci sono donne incinte, bambini, la più piccola di 11 mesi, persone che hanno subìto ripetute violenze in Libia, e hanno bisogno di sbarcare in un posto sicuro».

A Meloni, Piantedosi e Salvini arrivano i complimenti di Orbàn e questo è un ottimo indizio per capire come l’europeismo mimato da Meloni fosse tutto uno schifoso bluff. A Orbàn piacerebbe anche sapere che ai giornalisti è stato impedito di assistere alle operazioni di sbarco e di soccorso. Ricardo Gutièrrez, segretario generale della Federazione europea dei giornalisti, fa sapere che «casi simili si sono verificati in Grecia, Polonia e Ungheria» e la giurisprudenza ha sempre «confermato il principio di libertà di accesso per i giornalisti, soprattutto se intervengono forze dell’ordine. Ciò che accade in Italia non mi pare normale».

Come fa notare la giurista Vitalba Azzollini «il ministro Piantedosi e gli altri firmatari del decreto pensano che per evitare l’accusa di respingimento, vietato dall’art. 33 Convenzione di Ginevra (e non solo), basti l’eufemismo “assicurare l’assistenza occorrente per l’uscita dalle acque territoriali”? Il concetto è uguale». «Oltre il danno, la beffa. Persone rimandate in mezzo al mare, senza assistenza di traduttori, mediatori culturali, legali che spieghino loro come difendersi da questo respingimento, come possono fare ricorso al Tar? Una presa in giro. Svuotare il diritto di difesa: ecco fatto», spiega Azzollini.

Benvenuti nel governo Meloni.

Buon lunedì.

Il lungo viaggio di Eugenio Barba

Ecco che i mutevoli, così come li chiamava Bertold Brecht in una sua poesia, entrano in scena parlando greco antico. In questo spicchio di palcoscenico che sarebbe un’immaginaria strada dell’antica Tebe.
Tebe come luogo che per Eugenio Barba «condensa e racchiude tutti i crocevia del nostro tempo». Per una visione dell’antichità che non si è mai interrotta e corre come un filo non solo attraverso i sessant’anni di storia dell’Odin teatret, ma passa ancora tramite il baratto, le isole galleggianti, l’accoglienza. Così è lo stesso Eugenio Barba, Maestro salentino abbronzato di un pallido sole nordico, che ha incrociato nei suoi viaggi Odino con la terra del rimorso. Ci ha accolti proprio lui nell’ultimo atto del viaggio del suo teatro, che ha chiamato Tebe al tempo della febbre gialla di passaggio a Roma, al Teatro Vascello, ad inizio di ottobre, in concomitanza con una serie di happenings e di eventi. Fra questi una rassegna cinematografica parallela dagli archivi dell’Odin al cinema Troisi, in cui documenti rarissimi si sono alternati con lezioni torrenziali, quasi sillabari di un teatro immarcescibile, possibili solo grazie alla vincita dell’avviso pubblico. Perché è la storia anche di un teatro, anzi forse dell’ultima leggendaria compagnia di avanguardia, che umilmente partecipa ad un bando, ne redige il carteggio, ne compila i quadratini e che si vede riconoscere l’agognato contributo. La storia che poi dovrà rendicontare, emettere fatture, dimostrare…

E succede allora così che prima che inizi lo spettacolo lo stesso Barba, il maestro, ti abbraccia se ti riconosce, come è capitato a me, ma ti abbraccia lo stesso anche se non ti ha mai visto. Perché la pratica del baratto che l’Odin da sempre ha costruito fervidamente è qualcosa che va pensata, tramandata, imparata ed alimentata. Ed ogni occasione è buona per parlarne e praticarla: «I baratti vanno costruiti lentamente, pazientemente, senza posa», mi racconta il giorno prima della prima quando lo incontro insieme a Julia Varley, sua attrice e compagna d’avventura, nella sede romana della neonata Fondazione Barba/Varley. E aggiunge: «È la realtà intorno a noi che ci ha obbligato a riflettere sulla nostra posizione. Il teatro è politica con altri mezzi. Dove la vulnerabilità, la rivolta, il rifiuto sono elementi fondamentali. Il teatro cambia qualcosa per il fatto di sapere durare, persistere nel tempo: è un ambiente, un enclave dove l’accademia incontra la pratica. Dove la tecnica dell’attore è in realtà capacità di creare relazioni». In questo gioco fondamentale è la partecipazione del pubblico.

«Il teatro è lo spettatore – sottolinea Barba – crea un dialogo, risveglia in lui qualcosa di assopito o messo da parte e lo spinge a riflettere sul suo tempo. Esiste un livello dell’espressività dell’essere umano che a volte raggiunge strati molto profondi in noi e che ci fanno reagire. Tutto ciò che fai come teatro lascia un segno». In questo senso la storia e eredità dell’Odin rappresenta un punto di riferimento, non qualcosa da imitare che è impossibile, ma un grande monumento. Per questo nasce la Fondazione Barba/Varley che si rivolge ai senza nome nell’accezione di Walter Benjamin. «Dobbiamo aiutare questa grande cultura sommersa che oggi è la maggioranza delle attività teatrali di questo pianeta. Perché qua non si parla delle grandi personalità, degli edifici, ma della vera grande massa dell’iceberg nascosta; ed è lì che continua in modo non teatrale la realizzazione di quello che per me significa essere stato un gruppo di teatro, ovvero un catalizzatore che si esprime in tante attività oltre gli spettacoli: la didattica, l’inchiesta sociologica, la ricerca pura antropologica, la collaborazione nei quartieri disagiati… Una piccola scintilla nel buio anche quando il nostro teatro non esisterà più».

E torniamo allo spettacolo che abbiamo visto al Teatro Vascello a Roma (poi sarà a Lecce e a Parigi) e che vede in scena un manipolo di attori: Kai Bredholt, Roberta Carreri, Donald Kitt, Iben Nagel Rasmussen e ovviamente Julia Varley, figura anche lei leggendaria (il suo percorso di approdo nel cerchio magico dell’Odin meriterebbe un racconto a parte). Tornano ad incrociarsi nell’antica lingua degli dei, laddove pare di nuovo di trovarsi davanti al giorno dell’ultima battaglia. Ma quale battaglia? Tebe non sembra più soggiogata alla guerra tra i due figli di Edipo. Il grande stendardo dipinto potrebbe essere l’alma di Antigone punita. I volti sono coperti di stracci e tutti sono come fantasmi danzanti: Creonte, Tiresia, lo stesso Edipo. La sfinge ha sembianze di toro, di cavallo a dondolo. Tutto possiede passi felpati e grida di pietra. Respiri e canti, fisarmoniche solennemente suonate. Non c’è tempo per consultare il vocabolario, l’antico Rocci che traduceva dal greco antico in italiano. Le declinazioni delle parole corrono più veloci e così arrivano i colori degli impressionisti.

L’Odin è teatro dove devi andare a senso, farti trasportare, saltare qualche frase, non tradurre perché anche non capire a volte fa bene. E aiuta a comprendere parte del segreto.
Me lo spiega Eugenio Barba in questo modo: «Con la febbre gialla non mi riferisco alla malattia, bensì al fervore creativo che si era sviluppato e diffuso in Francia, a Parigi, dagli anni Sessanta dell’Ottocento in poi, quando l’industria chimica riesce a produrre colori in tubetti che i pittori possono portarsi dietro per dipingere all’aria aperta. Fino a quel momento i pittori i colori li producevano nell’atelier, e da qui pativano la difficoltà di dipingere all’aperto. Questa facilità di spremere un colore dal tubetto e metterlo sulla tavolozza aiuta lo sviluppo di un’altra visione della realtà all’aria aperta».

Di fatto alcuni colori prodotti industrialmente prima erano molto complessi da generare. «In particolare – precisa Eugenio Barba – penso al violetto e al giallo. Così, in quel periodo, si verificò un uso quasi eccessivo di alcuni di questi colori, al punto che gli impressionisti vennero chiamati violettisti. Van Gogh stesso ne divenne ossessionato e finì per mangiare il colore giallo nell’acme delle sue crisi». Anche da qui dunque l’idea della febbre gialla? «Per me la febbre gialla è un fervore che può nascere, sorgere e scoppiare proprio in una città come Tebe che considero il concentrato della nostra epoca», risponde il regista e fondatore dell’Odin teatret. «La città era ricca di persone dalla grande personalità, che avrebbero voluto vivere e regnare in modo etico e che invece si ritrovano vittime di guerre fratricide. Era frequentata anche da genti che difendevano i privilegi di una famiglia e non di una città. Anche Antigone agisce così». In che senso? «Lei chiede la sepoltura del fratello dimenticando che proprio il fratello aveva scatenato un esercito di stranieri contro la propria città – fa notare Barba. Come se la figlia di un boss della mafia oggi volesse realizzare un funerale per suo padre e il magistrato, Creonte, in questo caso personaggio della tragedia, glielo impedisse».

E allora davanti a quale nuovo spettacolo siamo dell’Odin teatret? La compagnia ne parla come dell’ultimo atto. Ma a noi pare di essere al cospetto di una riflessione danzante sul teatro: atto numero ottanta di sessant’anni di storia. «In questo spettacolo – approfondisce Eugenio Barba – vorrei suggerire una associazione fra il nostro tempo ad esperienze arcaiche. La domanda che alla fine ancora mi pongo è: può il teatro, con il linguaggio vocale e sonoro dell’attore, la sua espressività fisica, arrivare a raggiungere una nuova pregnanza, un altro tipo di comunicazione, come esisteva al tempo delle caverne con quelle immagini di animali o di maghi che abbiamo ritrovato nel tempo?»

Lo spettacolo finisce, ma gli attori non escono in scena a prendersi gli applausi. È Eugenio Barba che ritrovi all’uscita che ti abbraccia di nuovo. Una lunga fila di persone da tutte le parti del mondo terraqueo si accalcano a salutarlo. Si scambiano parole, si alternano baratti futuri. E mentre lo osservo, con quel suo parlare lievemente sospirato, acuto e pesante insieme, come un mantice sempre acceso, mi raggiungono le parole di Julia Varley: «In fondo tutta la storia dell’Odin teatret è piena di ultimi atti. Fin dal 1983, si parlava di ultimo spettacolo. Da sempre siamo attraversati da grandi cambiamenti. Il nostro teatro dalla Norvegia si è spostato in Danimarca e così ha perso la lingua. Lo stesso accadde a Carpignano in Puglia quando andammo per le strade sei mesi interi lasciando le sale chiuse alle nostre spalle. Il cambiamento che stiamo oggi vivendo è un grosso sconvolgimento e dobbiamo vedere dove ci porta. Sempre nella nostra storia abbiamo vissuto dei terremoti. Che ci costringono a non adattarci, non accomodarci mai su quello che abbiamo raggiunto, ma creare degli sconvolgimenti che ci spingono a fare una strada nuova. Ecco quello che ci aspetta dopo questo spettacolo. Oggi però possiamo godere del fatto che non dobbiamo presentare risultati. Possiamo invece lavorare su quello che veramente ci affascina, senza obblighi verso l’esterno. Vediamo se riusciremo, così facendo, a ritrovare la curiosità verso il nostro mestiere andando ancora laggiù ed oltre, dove il teatro può viaggiare, lavorare, penetrare».

Christian Greco: Il museo non può che essere luogo di incontro e di dibattito

Il museo non solo come luogo di conservazione, ma anche come centro di ricerca, luogo di dibattito pubblico. Di questo tema il direttore del Museo egizio di Torino, Christian Greco, parla alla Biennale tecnologia l’11 novembre in conferenza e in dialogo con Francesco Guglieri, scrittore e editor di Einaudi (che interviene sulla funzione pubblica delle biblioteche). L’occasione è l’uscita di due volumi Treccani: Museo e Biblioteca, di cui Greco e Guglieri firmano le introduzioni.

Direttore Greco, alle origini del museo troviamo, come lei scrive, il Museion di Alessandria d’Egitto che fu anche luogo di incontro fra intellettuali. Un esempio a cui ancora oggi ispirarsi?
Se ci interroghiamo sull’ontologia del museo contemporaneo dobbiamo tornare lì, al Museion, un modello che prima di approdare ad Alessandria fu sperimentato da Atene. Era il luogo pensato da Aristotele in cui studenti ed eruditi si incontravano, discutevano di tutto ciò di cui si occupavano le muse. Non sappiamo ancora se in quel luogo ci fossero anche dei naturalia, degli oggetti che lui aveva raccolto nelle Cicladi. Ciò che sappiamo è che quell’esempio di ricerca e di dialogo fu alla base del modello avanzato proposto da Tolomeo I che dette vita al Museion di Alessandria, che sorgeva vicino alla biblioteca e metteva al centro la ricerca. Se oggi ci interroghiamo su quale possa essere la funzione del museo dobbiamo ripartire da lì per trovare la risposta.

C’è un nesso con la nuova idea di museo formulata da Icom di recente a Praga?
La proposta di Icom comincia con la parola ricerca e termina con la parola conoscenza. Il museo è ancora oggi il luogo per conservare il passato ma si deve innovare. Direi di più: non è il luogo che conserva passivamente la cultura materiale lasciata dalle generazioni precedenti ma crea la memoria culturale, generazione dopo generazione. Non è solo lo spazio in cui la società demanda di conservare la memoria ma è il luogo dove costruirla. Il museo dovrebbe cercare le chiavi epistemologiche per avvicinarci sempre di più alla comprensione del passato e tutto questo è realizzabile solo attraverso un serio impegno di ricerca.

Accessibilità, inclusione, sostenibilità sono parole chiave del museo del futuro?
Certo. Il lavoro in questo caso non deve riguardare solo i temi disciplinari ma avere uno sguardo più ampio. Un esempio? Nei grandi musei anglosassoni ci sono figure diverse e sempre nuove che lo arricchiscono: sociologi, filosofi ecc. Il museo non può essere muto rispetto alle istanze e alle domande della società. Se è l’istituzione a cui la società demanda il ruolo di costruire e custodire la memoria per le generazioni a venire, va detto anche che la memoria non è costrutto astratto, viene alimentata da noi che siamo figli del nostro tempo. In questo senso come professionisti che lavorano nei musei dobbiamo raccogliere tutte le istanze che vengono dalla società e includerle nella nostra narrazione. Dobbiamo creare un’agorà che condivide la conoscenza, luogo davvero di dialogo, di incontro.

E dunque il museo può essere anche un prezioso strumento per far crescere una società democratica, plurale e multiculturale, aiutando a superare pregiudizi?
Il museo è a disposizione di tutti i residenti. A me non piace usare termini come autoctoni e immigrati. Siamo tutti residenti temporanei di territori che prendiamo in prestito dalle generazioni precedenti e restituiamo a quelle future. Siamo residenti temporanei in un determinato posto. E quindi il museo non può che essere un luogo di inclusione che avvicina alle opere del passato. Ma deve essere anche il crocevia dove il passato incontra il futuro. E deve essere in dialogo con tutti gli attori del presente.

Il British Museum e la National Gallery hanno fatto scelte molto radicali puntando sulla funzione pubblica del museo. Rappresentano un modello imitabile? Di questo lei ha scritto in varie occasioni, ricordiamo per esempio il suo recente Le memorie del futuro, con Evelina Christillin per Einaudi.
È un modello che mi piacerebbe molto imitare, vorrei arrivare a una fruizione aperta a tutti e gratuita del museo. È una strada in cui credo molto. Il progetto sarebbe realizzare un museo aperto a tutti e gratis per quanto riguarda le collezioni di cui è custode come magazzino della memoria materiale e che al contempo offra una serie di servizi culturali a pagamento che amplino la ricerca e permettano di pagare il lavoro dei ricercatori. Per arrivare a questo obiettivo serve il lavoro di chi cerca finanziamenti. A fronte del venir meno di introiti dei biglietti occorre pensare come possiamo sopperire, dobbiamo lavorare moltissimo anche sul senso di restituzione che i cittadini possono dare. Il punto è che il patrimonio non appartiene ai cittadini, ma appartiene a tutti. Paradossalmente più il museo riuscirà a radicarsi nella società, più la sostenibilità economica per un’apertura gratuita per tutti sarà possibile.

Cosa pensa della richiesta di restituzioni di opere d’arte razziate che provengono da Paesi del continente africano e non solo?
Su questo ci stiamo interrogando profondamente. Tutto il sistema museale italiano sta affrontando questo tema. La direzione generale dei musei ha istituito un gruppo di lavoro di ricerca scientifica sulle restituzioni del patrimonio. Sono usciti una serie di volumi importanti su questo argomento negli ultimi anni; ricordo in particolare il libro di Dan Hicks The Brutish Museum. Noi scontiamo ritardi rispetto ad altri Paesi. Bisogna stabilire quali possano essere le linee guida per cercare di inquadrare il discorso. I musei anglosassoni hanno appena pubblicato delle linee guida che mi sembrano ragionevoli. Potrebbero essere utili per sviluppare la discussione anche in Italia, implementando la ricerca scientifica in merito. Ma come lei sa non si potrà mai generalizzare: ogni restituzione, ogni caso, deve essere discusso singolarmente e la responsabilità è politica. Agli operatori spetta di creare il framework teorico e scientifico sul quale poi il braccio politico possa fare le scelte che ritiene necessarie.

L’ombra di Bruno nell’arte di Shakespeare

Da secoli circola stranamente una futile domanda: chi fu davvero Shakespeare? Quella di non ritenere plausibile che persino lui, Shakespeare stesso, possa aver scritto i drammi di Shakespeare, è una tendenza radicata nel tempo. Sono state avanzate tante candidature, alcune eccellenti, come quella di Bacone, ad esempio. E da qualche anno si fa anche un gran parlare di un possibile candidato italiano. Viene promossa con insistenza, ma senza davvero prove soddisfacenti, l’idea che il Bardo altri non fosse se non il grande letterato e lessicografo John Florio, amico di Bruno il Nolano e personaggio di uno dei suoi più famosi dialoghi italiani, La cena de le ceneri.

I motivi per cui sono spesso sorte perplessità riguardo alla figura storica di Shakespeare appaiono paradossali; ma, come spesso capita alle fake news, questi nascono da buchi informativi. La biografia di Shakespeare, infatti, per i nostri standard moderni, è per certi versi lacunosa. Sappiamo molto, ma non abbastanza su di lui: o almeno, non quanto ci aspetteremmo di sapere circa un personaggio ritenuto tanto importante. Su alcune questioni, poi, rimangono dubbi tramandati da resoconti biografici postumi, non sempre tra loro concordanti.

A guardar bene, se di Shakespeare non si sa ancora quanto si vorrebbe, non è perché non dovette lasciare troppe tracce di sé, ma perché a noi piace immaginare che di un personaggio tanto noto si debba sapere tutto. E invece Shakespeare era, in vita, sicuramente meno famoso degli attori che calcavano le sue scene. Era l’uomo dietro le quinte, oltre a essere un impresario teatrale; non certo un front man. Per questo sappiamo tanto dei suoi affari e molto meno della sua vita mondana.

Il che basterebbe a placare la sete di chi tuttora vuole sostituirne la figura storica con quella di altri, di cui non sempre si sa tanto di più che di lui. Ma il caso Florio è interessante, perché si tratta di una persona assai in vista, protetto da personaggi dei più alti ranghi, perché era un vero e proprio mediatore culturale nell’Inghilterra del periodo (tradusse in inglese Boccaccio ma anche Montaigne), perché il suo giro di frequentazioni coincise per molti versi con quello di Shakespeare, e perché tra le sue opere e quelle del Bardo vi sono innumerevoli contatti. Questi hanno persino fatto presupporre una sua mano di ghost editor dietro la stesura del famoso in folio postumo, che raccolse quasi tutti i play di Shakespeare. E infine, Florio è interessante perché come ho detto fu amico di Bruno.
È infatti, quella del Nolano, una delle presenze oscure nella drammaturgia e nella poesia di Shakespeare. Esistono molti studi a riguardo, e possiamo oramai dare per scontato che, direttamente o indirettamente, il Bardo dovette aver presenti tanti insegnamenti del grande filosofo di Nola. In certi casi, alcuni giri di frase sembrano quasi tratti di peso da Bruno; come quando, in De gli eroici furori (libro che Shakespeare in qualche modo dovette conoscere) leggiamo l’intenzione di «prender l’armi contra la fosca ignoranza». È una frase che tanto risuona anche nelle parole di Amleto, allorché il giovane principe si chiede se valga o meno la pena di «prender l’armi contro il mare delle afflizioni».

È da poco uscito, per le edizioni della Normale, un libro del grande esperto di Bruno Michele Ciliberto, dal titolo Shakespeare: il male, il potere, la magia. È un testo che non affronta soltanto l’eredità bruniana in Shakespeare, ma si propone di rileggere il travaso di tutta una serie di idee e concetti nati nel Rinascimento italiano, e in un modo o nell’altro approdati nell’immaginario shakespeariano.
Sappiamo bene che Shakespeare, come tanti letterati inglesi del tempo, deve moltissimo alla cultura italiana. La sua sensibilità è per molti versi italiana, e probabilmente aveva una importante familiarità con la nostra lingua e la nostra cultura. È stato ad esempio dimostrato che i riferimenti biblici nei play di Shakespeare assomigliano molto a una traduzione inglese di traduzioni italiane, nonostante fosse ovviamente in circolazione una traduzione inglese a cui egli avrebbe potuto attingere.

Ciliberto individua, tra Shakespeare e l’Italia, un punto di contatto assai idiosincratico e poco sondato prima: lo chiama «“la linea drammatica” dell’età umanistica», una tendenza rappresentata ad esempio da Leon Battista Alberti, Niccolò Machiavelli, Francesco Guicciardini e Pietro Pomponazzi. A questi si unisce ovviamente il Bruno dei dialoghi italiani che deve essere arrivato a Shakespeare sicuramente tramite Florio e Christopher Marlowe. Più che di fonti italiane, però, lo studioso si occupa di una più pervasiva eredità italiana, forte della consapevolezza che nell’Inghilterra del sedicesimo secolo l’italiano era «lingua corrente nei circoli culturali» e veniva inteso e praticato persino dalla regina Elisabetta. Esisteva poi a Londra una corposa comunità italiana e vi era persino una Chiesa degli Italiani.

Nel proporre quella che è a tutti gli effetti una «egemonia italiana» del Cinquecento, Ciliberto sposta l’asse dell’influenza dal solito nome sospetto, quello del Machiavelli – pure presentissimo già in Marlowe e poi in Shakespeare nelle riflessioni sulla politica – a un tipo di umanesimo di carattere «drammatico» evidente nelle grandi tragedie dei primi anni del Seicento, tutte incentrate sulla grande questione del potere. È un discorso che ripropone appunto una concezione drammatica «dell’uomo, della natura e della storia» ripercorrendo l’utilizzo di lemmi comuni tramite cui inquadrare in maniera assai illuminante l’italianità dell’arte di Shakespeare.

L’impostazione è tesa a vedere il peso che ha nelle opere del Bardo la «linea drammatica» del Rinascimento italiano, col suo riflettere continuo sul rapporto tra azione e destino, tra passione e memoria, tra l’indifferenza divina di un «Dio tiranno che agisce a suo capriccio e non secondo giustizia» come credevano i riformati (e per Tommaso Campanella «gli uomini sono giuoco di Dio e degli angeli») e la necessità per l’uomo di agire, per tentare di non soccombere, comprendendo la complessità antitetica della verità e della virtù. Il libro gravita però inevitabilmente anche intorno alla figura dell’eretico di Nola a cui Ciliberto ha dedicato tanti anni della sua vita e tanti studi.

Il Nolano, con la sua eterodossia indomita, permea i messaggi fondanti delle grandi tragedie shakespeariane di inizi Seicento, fornendo chiavi di lettura che i personaggi mancano di cogliere, i quali così condannano le proprie azioni all’inefficacia e segnano il proprio destino. Come nel Macbeth, in cui la coincidenza dei contrari che tutto anima è introdotta, all’inizio del dramma, dalla favola delle weird sisters, le streghe o sorelle fatali. Sapere che il bello è nel brutto e che il brutto è nel bello significa comprendere che il male è nel bene e che il bene è nel male, che nella menzogna vi è la verità ma anche nella verità la menzogna, e così via. Un insegnamento non da poco, se si pensa alle dottrine politiche desunte da interpretazioni semplificatorie in voga in Inghilterra del dettato di Machiavelli: il cosiddetto Machiavellismo.

Macbeth non coglie la coincidenza dei contrari, e così le sue azioni lo portano a peggiorare la situazione in un misto di tragedia e grottesco. Amleto non sa agire, o forse non sa se agire: sa però che le sue azioni non basteranno a raddrizzare i tempi fuor di sesto, e nel momento in cui agirà, non potrà che scardinare ancor di più la situazione esistente. Ogni speranza potrà soltanto esser riposta in qualcuno che venga da fuori, nella fattispecie Fortebraccio. Iago agisce ma seguendo le sirene della menzogna, una menzogna apparentemente ingiustificata, che non ha spiegazioni. E infatti, quando gli viene chiesto di dar conto del proprio agire, lui si rifugia nel silenzio. È lo stesso silenzio a cui si appella anche sul finire l’Amleto.

Questa tensione estrema verso la futilità del tutto, questo senso di impotenza, questa indecisione, sono parte della riflessione che fa Shakespeare a partire dalla «linea drammatica» su cui si concentra il professor Ciliberto, e danno il senso di quanto il Bardo dovette aver presente il dibattito a riguardo, nel Rinascimento italiano. Al Machiavelli, che compare nell’Ebreo di Malta (il dramma di Marlowe che ispirò certamente Il mercante di Venezia di Shakespeare), vengono dunque ad affiancarsi, quasi per spodestarlo, artisti e pensatori che ragionano sul concetto di crisi ponendolo al centro del dibattito, sul valore della poesia e del teatro quale «unico luogo possibile di verità», sulla lotta contro il passare inesorabile del tempo che pone fine alla vita, consumandone la fiamma e senza la certezza che opporvisi possa portare a qualcosa.

Si tratta di una tendenza proto-nichilista, che però si scontra con il vitalismo e il furore avanzati da Bruno, vitalismo e furore che non animano soltanto l’eroe ma tutta la natura coincidente con il divino. Ma se Bruno sembra estraniarsi da questa drammaticità inesorabile del destino dell’uomo – lui, il cui unico dramma fu una divertentissima commedia ricca di tanti personaggi e storie, Il Candelaio – vi viene ricondotto alla luce di un concetto che gli era caro: quello dell’ombra. Il libro di Ciliberto si apre con una citazione dal Come vi piace in cui si definisce la vita «un’ombra che cammina».
La metafora dell’ombra, tanto importante anche in Bruno, sorregge tutto l’impianto del libro. Se ne segue la trasmigrazione da Pindaro («sogno di un’ombra, l’uomo»), a Euripide («che ha chiamato questa vita sogno d’ombra») secondo Marsilio Ficino, fino allo Shakespeare di Amleto che capovolge il discorso parlando di sogni come ambizioni, «e la sostanza dell’ambizione è soltanto l’ombra di un sogno».

Ora, tramite un altro drammaturgo, l’irlandese Oscar Wilde, sappiamo che la parola «ombra» nel gergo elisabettiano indicava anche gli attori. Quello stesso Oscar Wilde che nel Dorian Gray aveva fatto un riferimento assai criptico proprio a Bruno. Attraverso la ricognizione della «linea drammatica», dunque, legame segreto ma indissolubile tra il Rinascimento italiano e l’arte di Shakespeare, ed essendo il teatro con la sua poesia l’unico spazio della verità, possiamo ora vedere come gli uomini non siano che attori, e dunque ombre che calcano il palcoscenico del mondo. Attori guidati da ambizioni che li porteranno forse solo al declino, perché in assenza di memoria e in assenza di passione, solo quello può il destino degli esseri umani, ovvero di esseri fatti «della stessa pasta di cui son fatti i sogni».

L’autore: Enrico Terrinoni è ordinario di Letteratura inglese all’Università per stranieri di Perugia e traduttore, tra gli altri testi, di Ulisse, Finnegans Wake e altre opere di Joyce. Nel 2021 ha curato e tradotto per Bompiani una edizione dell’Ulisse in edizione bilingue. Nel 2022 per Feltrinelli ha pubblicato Su tutti i vivi e i morti. Joyce a Roma