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Giorgio Parisi: Per difenderci dalla variante inglese occorre un lockdown più duro

Un unico lockdown duro per un paio di settimane, forse tre, su tutto il territorio nazionale, o proseguire secondo il metodo degli interventi selettivi con mini lockdown locali? Rafforzare le misure in tutta Italia o inasprirle di volta in volta solo nelle regioni o province più colpite?
Le misure di “difesa” da adottare contro la diffusione delle varianti del Covid-19 (inglese, sudafricana, brasiliana sono quelle più note) sono il primo vero banco di prova che dovrà affrontare il nuovo governo Draghi che, prima ancora di ottenere la fiducia in Parlamento, ha già dovuto fare i conti con le frizioni tra i diversi schieramenti politici che lo compongono, in merito all’opportunità di aprire gli impianti sciistici e salvare almeno in parte la stagione oppure di mantenerli chiusi e contribuire a evitare rischi di natura sanitaria che gli inevitabili assembramenti presso gli impianti avrebbero portato con sé.
L’allarme della comunità scientifica e degli esperti in generale è abbastanza chiaro e va nella direzione di una stretta: fino a quando non si rallenta la corsa del virus è pericoloso pensare a un allentamento delle restrizioni in vigore. Su questo l’Istituto superiore di sanità (Iss), il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie e il Comitato tecnico scientifico sono concordi. Semmai la divisione c’è sulla linea da seguire: lockdown nazionale (sperando che sia l’ultimo) o interventi mirati?
Insomma, prima l’economia o prima la salute? La questione è tutta qui ormai da un anno. Ma la decisione a livello politico è da prendere in fretta. Il 15 febbraio l’Iss, a proposito della cosiddetta variante inglese, che è presente ormai nell’88% delle regioni italiane ha emesso una nota in cui «si raccomanda di intervenire al fine di contenere e rallentare la diffusione della variante Voc 202012/0, rafforzando/innalzando le misure in tutto il Paese e modulandole ulteriormente laddove più elevata è la circolazione, inibendo in ogni caso ulteriori rilasci delle attuali misure in atto».

Da un report dell’Iss che aggiorna la situazione al 4-5 febbraio emerge che la variante inglese è diventata prevalente in diverse regioni con picchi del 59%. A Pescara, per es. il 65% dei contagi è imputabile ad essa stando alle stime del laboratorio di Genetica molecolare dell’Università di Chieti. Del resto il gruppo britannico Nevertag (New and emerging respiratory virus threats advisory group) che assiste il governo Johnson nella gestione della pandemia, basandosi su 12 indagini indipendenti condotte in Gran Bretagna dove la variante è stata scoperta il 20 settembre 2020, ha stimato che Voc 202012/0 è più contagiosa dal 30 al 50%. E se a questo si aggiunge che potrebbe comportare una mortalità superiore dal 30 al 70% rispetto alle altre varianti «non preoccupanti» in circolazione, il contesto in cui si devono fare delle scelte è piuttosto chiaro.
Scelte che si inseriscono in un quadro sanitario che in Italia da inizio febbraio appare stazionario – mediamente circa 11mila nuovi casi giornalieri e poco più di 300 decessi al giorno – ma che potrebbe mutare velocemente. In peggio. Peraltro circa 330 decessi giornalieri corrispondono a 5mila morti a causa del Covid-19 in 15 giorni, ma tutto ciò, considerando le polemiche infuocate a cui abbiamo assistito per l’impossibilità di andare a sciare, non sembra fare notizia. Come se ci fosse ormai una assuefazione diffusa a questo pesantissimo bilancio di vite umane perse, che durante la seconda ondata è stato ancora peggiore di marzo-aprile dello scorso anno.

A partire da questi dati e considerazioni abbiamo rivolto alcune domande al professor Giorgio Parisi, fisico teorico tra i massimi esperti nel campo della meccanica statistica e presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei, per aiutarci capire quale potrebbe essere sia nell’immediato che a lungo termine la strategia migliore per difendersi dal virus.
«Per prima cosa, come antidoto all’assuefazione ai bollettini, farei un confronto: sia nel 2019 che nel 2020 i morti sul lavoro sono stati circa 1.200, numero che corrisponde al totale dei decessi da Covid-19 negli ultimi 4 giorni. E se vogliamo farne un altro, nel 2019 sono morte 3.130 persone in seguito a incidenti d’auto, poco più della metà dei decessi da Sars-cov-2 registrati nelle prime due settimane di febbraio. Dopo di che entrando in medias res direi che l’obiettivo principale fino a oggi è stato quello di cercare di evitare la saturazione del Servizio sanitario nazionale e in particolare che andassero in crisi le terapie intensive e gli ospedali. Perché tutto ciò avrebbe ricadute pesantissime non solo sulle cure di chi è stato contagiato dal virus ma su tutti i malati più gravi. Nonostante questa strategia c’è comunque un enorme problema rappresentato dalle migliaia di persone che hanno dovuto rimandare per mesi per esempio visite oncologiche o connesse a problemi cardiaci. Quindi la medicina di prevenzione è stata fortemente messa in crisi e questo nel lungo periodo comporterà dei guai».
Attualmente i posti “occupati” in terapia intensiva (Ti) sono poco meno di 2.100 e i nuovi ricoveri giornalieri da febbraio stazionano stabilmente sotto le 20mila unità. «La politica adottata consiste essenzialmente nel cercare di tenere le Ti non sopra i 2mila posti e l’occupazione dei posti letto intorno a 20mila. Quindi quando il livello scende si tende a riaprire. Si tratta di una strategia realizzata in maniera tale da salvare il Ssn come primo obiettivo, e compatibilmente come secondo obiettivo, l’economia. La mia impressione è che il contenimento del numero dei morti sia al terzo posto». Parisi a questo…


L’articolo prosegue su Left del 19-25 febbraio 2021

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Un governo per niente impolitico

Il governo Draghi, quello che fa sognare i portatori d’acqua delle élite e i nuovi feticisti del merito usato come termometro personale per poter giudicare il mondo, ha già fissato un nuovo record: i suoi ministri hanno cominciato a litigare tra di loro quarantotto ore dopo il giuramento, due giorni prima addirittura di ottenere la fiducia, nemmeno il tempo di tornare a casa e svestirsi dei vestiti di ordinanza che erano serviti per apparire sobri. Tolti i vestiti, tolta la sobrietà. Il punto dirimente è stata la chiusura all’ultimo momento delle piste da sci alla luce dei nuovi dati sanitari (tra l’altro l’ennesimo colpo a un’economia che prova faticosamente e costosamente a rialzarsi e poi si ritrova con le gambe spezzate dal virus) ma non preoccupatevi perché sarebbe potuto accadere su un tema qualsiasi e accadrà, vedrete, su un altro milione di punti. Comunque è bastato il decreto firmato dal ministro Speranza (che mica per niente fino all’altro ieri era il capo della “dittatura sanitaria” strillata da destra) per accendere le voci di chi ha corso per scrollarsi di dosso la responsabilità e per apparire critico del governo per sembrare dalla parte dei lavoratori. In prima fila, ovviamente, ci sono stati i leghisti che sono quelli che più di tutti hanno meno da perdere nel fare gli sfascisti dall’interno e continuare a ondeggiare tra l’essere critici e responsabili, sovranisti e europeisti, patrioti e cosmopoliti.

Le bordate di Salvini, dei presidenti di Regione e dello Stato maggiore del partito avevano un unico obiettivo: scaricare su Speranza tutta la responsabilità, promettere che con loro queste cose non sarebbero mai più accadute e lanciare a Draghi il chiaro messaggio che loro no, non staranno tranquilli. Tant’è che proprio Palazzo Chigi (e hanno scritto tutti “Palazzo Chigi” perché gli tremano le dita a scrivere “Draghi”) ha dovuto smentire la fiumana critica che stava montando chiarendo che la decisione era stata condivisa in Consiglio dei ministri. Ovvero: questi fanno finta di non sapere e invece sono responsabili durante le riunioni con la maggioranza e poi si fanno esplodere appena gli capita davanti un microfono. E sarà così, sarà sempre così, sarà sempre di più così. Spiace anche vedere in giro gente che esulta confidando veramente sul fatto che Draghi riesca a tenere a bada i suoi ministri e i suoi sottosegretari: potrà anche accadere (sarà ben difficile, secondo me nemmeno questo accadrà) ma Draghi non potrà mai permettersi di zittire i partiti e sarà proprio dai partiti che arriveranno le bordate e non è un caso che i leader di partito si siano tenuti ben attenti tutti le mani libere. Ora da questo piccolo ma significativo episodio si può subito capire una cosa ben chiara: siamo di fronte a un governo con una connotazione fortemente politica (il “governo di quasi tutti i partiti”, altro che il governo dei tecnici) e noi dobbiamo valutarlo per questo. E allora che governo è il governo Draghi? La squadra di governo statisticamente disegna l’identikit di un maschio 55enne lombardo-veneto con 6 ministri di centrodestra (3 ciascuno per Lega e Forza Italia), 4 del M5s, 3 del Pd, 1 di Leu e 1 di Italia viva. Bastano le statistiche per capire di cosa stiamo parlando? Siamo di fronte a un governo con una maggioranza di ministeri dati al centrodestra (i numeri parlano) con il più promettente partito di destra, Fratelli d’Italia che presto volerà nei sondaggi, a capo dell’opposizione, con tecnici che provengono da una cultura bancaria a occupare le altre caselle, con una forte impronta cattolica (se non addirittura omofobi di derivazione ciellina) e con idee tutte’altro che progressiste in tema di diritti civili. Un governo, per intendersi, che dalle urne sarebbe uscito se la coalizione di Salvini e Berlusconi e Meloni avesse ottenuto la maggioranza dei voti e avesse potuto godere dell’appoggio esterno del presunto centrosinistra.

Questa è l’impronta, questa è la storia delle persone che sono al comando e non si capisce per quale ragione da un composto del genere dovrebbero uscire idee totalmente opposte ai loro curriculum. Allora forse conviene fare un patto, almeno con i lettori, e decidere che sia subito il caso di uscire da questo messianismo che ha immobilizzato un bel pezzo dell’opinione pubblica e che si cominci da subito a valutare il governo Draghi con lo stesso occhio clinico e attento che si userebbe per un governo di cui temiamo le mosse. Questo non per un miope pregiudizio di ideali (chi non si augurerebbe di vivere in un Paese che abbia la fortuna di trovare un ottimo governo?). Ma perché se continuiamo a rimanere imbrigliati nel tranello di considerare questo esecutivo “impolitico” allora saremo sempre pronti a digerire qualsiasi sua azione come “la meno peggio delle mediazioni possibili”. È un governo larghissimo? Sì, è vero, ma la responsabilità di tutta questa ampiezza se la sono presa Draghi e il presidente della Repubblica e se davvero siamo nell’epoca del “merito” allora se ne assumeranno tutte le responsabilità.


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L’intergruppo “Smutandati da Draghi”

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 17-02-2021 Roma Politica Senato - Voto di fiducia al governo Draghi Nella foto Applausi di Matteo Salvini al termine dell'intervento di Draghi Photo Roberto Monaldo / LaPresse 17-02-2021 Rome (Italy) Senate - Vote of confidence on Draghi's government In the pic Matteo Salvini

C’è talmente tanta ansia di comunicazione che alla fine tutti si esercitano nel solito esercizio: immaginare un programma di governo dalle parole di un discorso di insediamento vale più o meno come cavare il sangue da una rapa, soprattutto se il discorso al Parlamento è un elenco sartoriale (come l’oratore) di buoni propositi che possono voler dire tutto e il suo contrario.

Certo ieri Draghi ha fissato dei paletti e degli obiettivi dal profilo alto e di natura ambiziosa ma cosa ci possa essere dietro è ancora tutto da vedere. C’è dentro molta Europa (poi ci torniamo) com’era inevitabile che fosse ma bisogna capire se l’idea «di un’Unione europea sempre più integrata che approderà a un bilancio comune» indica una comunità di fatturati o di persone, c’è dentro la scuola ma si insiste sui «giorni di lezione persi» ed è un’affermazione falsa e piuttosto di pancia, c’è dentro finalmente la questione femminile collegata all’occupazione (ha detto Draghi: «aumento dell’occupazione, in primis, femminile, è obiettivo imprescindibile: benessere, autodeterminazione, legalità, sicurezza sono strettamente legati all’aumento dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno») ma bisognerà vedere ovviamente come risolverla, c’è dentro molto ambiente (del resto lo chiede l’Europa, davvero), c’è dentro la cura per il patrimonio culturale anche se nella solita perversa visione della sua messa a reddito «per il turismo», c’è dentro la riforma strutturale del fisco che non può essere il mettere o togliere questo o quel balzello ma che ha bisogno di un pensiero totale che ne tocchi tutto l’impianto (ma bisogna vedere a favore di chi), ci sono dentro i giovani (quelli non mancano mai nei discorsi politici), c’è dentro il lavoro con una responsabilità politica enorme (scegliere quali aziende sostenere è una delle scelte più politiche che spetta a un governo, altro che tecnici), c’è dentro la promessa di politiche attive per i lavoratori (ma anche su questo non resta che aspettare i concreti provvedimenti). Volendo vedere ci sono anche parole che speriamo di avere interpretato male sull’immigrazione visto che è stata proposta come questione europea e l’esternalizzazione delle frontiere messa in atto dall’Europa è roba vergognosa che andrebbe rivista: nessuna parola su cittadinanza e integrazione, ad esempio. Parlando di ambiente è riuscito a buttarci dentro anche un ipotetico dialogo con il Signore, eh vabbè. Vedremo, osserveremo, vigileremo.

Però la giornata di ieri è stata anche e soprattutto la giornata dello smutandamento di politici ingarbugliati in capriole che sono stati smascherati da un governo che tra i suoi pregi ha sicuramente quello di svelare la bassa natura di alcuni protagonisti.

Per chi aspettava ad esempio con curiosità le parole dei renziani di Italia viva sul Mes che per Renzi era dirimente per l’eventuale fiducia al governo Conte (il 17 gennaio scorso disse «non voterò mai un governo che si ritiene il migliore del mondo e di fronte a 80mila morti non prende il Mes») c’è la fenomenale dichiarazione di Faraone: «Ci chiedono strumentalmente perché non chiediamo più il Mes. Non lo facciamo perché il nostro Mes è lei, presidente Draghi, e questo governo». Ecco, credo che non servano altri commenti.

Per chi ci diceva che il Recovery plan del precedente governo fosse “uno schifo” arrivano le parole di Draghi che confermano invece la «grande mole di lavoro» del governo precedente e l’intenzione di continuare in quella direzione. Così, per capire quanta ipocrisia ci siamo sorbiti nei giorni scorsi.

Draghi ha parlato di un rafforzamento della sanità territoriale e di fianco aveva Giorgetti, quello che diceva: «Mancheranno 45 mila medici di base, ma tanto nessuno va più da loro. È un mondo finito». Una scena epica.

Ma il campione delle giravolte è ovviamente Matteo Salvini che ieri è diventato turbo europeista lanciandosi a dire: «Vogliamo l’Europa 7 giorni su 7». Draghi ha parlato dell’irreversibilità dell’euro e lui si è inzerbinato, Draghi ha parlato di cessione della sovranità e il sovranista ha fatto sì sì con la testina. Un massacro. Se avete voglia di divertirvi andatevi a leggere i commenti dei suoi elettori sotto i suoi profili social: un’arena contro il capitano. Giorgia Meloni se la ride.

Lo slurp del giorno, manco a dirlo, lo vince Raffaella Paita di Italia viva: «Tra gli aspetti che mi hanno colpito del discorso di #Draghi c’è un dettaglio che probabilmente non tutti hanno notato. Quando veniva interrotto da applausi ricominciava il periodo dall’inizio per rispettare il rigore del ragionamento. #questionedistile #senato», ha scritto ieri. Evviva.

Buon giovedì.

Il linguaggio vivo di Giordano Bruno

Il 17 febbraio, andrà in onda su Radio Frammenti, progetto radiofonico ideato e diretto da Maria Genovese, un’intervista ad Angela Antonini e Paola Traverso, autrici nel 2011 di un adattamento drammaturgico in forma di monologo del Candelaio di Giordano Bruno. Nei prossimi mesi verranno proposti degli approfondimenti sull’opera in una serie di puntate radiofoniche. Ho seguito il loro percorso di studio e messa in scena iniziato dieci anni fa e alcune delle numerose e prestigiose tappe, condividendo una ricerca appassionante sulla questione della lingua italiana e del “volgare bruniano”, che toccherò qui nei suoi punti essenziali.
Giordano Bruno, dopo il De umbris idearum che racchiude in sé i fondamenti teorici della sua «nova filosofia» pubblica Il Candelaio, una commedia in volgare, perché?

Autorevoli studiosi sono concordi nell’affermare che la scelta del volgare non sia stata casuale in quanto dal 1583 al 1586, tra Parigi e Londra, Bruno pubblica anche i sei dialoghi italiani ma continua a scrivere opere in latino.
Questa scelta si può spiegare da una parte con la volontà di esprimere la sua filosofia con un linguaggio nuovo, lontano dal latino pedantesco praticato nelle università e strettamente legato al chiuso universo aristotelico; dall’altra con una consuetudine già ampiamente attestata nei testi scientifici delle corti europee. Inoltre, i dialoghi filosofici come anche le commedie erano due generi di successo nel Rinascimento. Bruno li utilizza entrambi, ma ne stravolge i canoni e finisce per inserire elementi del dialogo nella commedia e elementi teatrali nel dialogo sconvolgendo le regole imposte dai grammatici pedanti.

Il rifiuto interno unito alla consapevolezza che un pensiero nuovo “imponeva” un linguaggio nuovo, lo spingeva a cercare forme espressive corrispondenti al suo pensiero che non poteva trovare in una lingua morta come era ormai il latino, ma in una lingua viva che poteva nascere solo da un pensiero legato al corpo e alla propria esperienza di vita e sceglie il volgare che aveva in sé la vitalità, la vivacità, la musicalità del suo idioma natìo e di quelli dei tanti novizi del convento napoletano di S. Domenico provenienti da tutte le regioni italiane.
Un fiume in piena al disciogliersi delle nevi, reso vigoroso da mille rivoli ed affluenti con espressioni dialettali, proverbi popolari, metafore oscene, figure retoriche, forme sintattiche esasperate, utilizza tutti gli elementi della scrittura per esprimere la…


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Ecco “i migliori”/2

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 10-09-2020 Roma Politica Camera dei Deputati - Inaugurazione della nuova Sala delle Donne Nella foto Marta Cartabia Photo Roberto Monaldo / LaPresse 10-09-2020 Rome (Italy) Chamber of Deputies - Inauguration of the new Women's Room In the pic Marta Cartabia

Continuiamo con la galleria di quelli di cui dovremmo essere fieri, i componenti di questo governo delle meraviglie che è stato incensato ancora prima di cominciare e che dovrebbe (secondo una certa retorica piuttosto diffusa) comprendere il meglio a disposizione. La prima puntata, per chi se la fosse persa, la trovate qui.

Massimo Garavaglia. Poche ore di governo e il leghista Garavaglia è già diventato un simbolo dell’approccio salvinista all’esperienza Draghi: mentre tutti continuano ancora a sognare che Draghi possa “tenere a bada” (cosa significhi poi è ancora tutto da capire) i ministri lui, Garavaglia, ha organizzato una bella conferenza stampa con il suo sodale presidente della Lombardia Attilio Fontana per attaccare il governo sulla chiusura delle piste da sci. Peccato che il governo sia (anche) lui: avrebbe quindi potuto benissimo martellarsi in piazza e il messaggio politico sarebbe stato identico. Garavaglia del resto è anche quello angosciato da sempre per il salario minimo e il suo credo economico con cui osserva il mondo passa per il refrain del “diminuire i costi alle imprese”. Sempre quello, solo quello. Nel 2019 disse anche, tutto bello pasciuto e sicuro, che il 70% dei percettori del reddito di cittadinanza non ne avevano diritto. Venne smentito da tutti e ammise di avere sparato la cifra senza dati certi. Campione. Noto per perle come: «Gli statali del Sud? Meglio eliminarli». Ma è anche quello che si lamentava delle “troppe mance al Sud”. Bene, insomma. Quando è stato nominato ministro al Turismo, quindi in un certo senso portatore dell’immagine del nostro Paese, il suo account twitter aveva come immagine la copertina del suo libro che si intitola Antieuropeisti? (fantastico) e il suo sito ha come slogan “Tra il dire e il fare gh’è el mètes à drèe!”. In dialetto. Un migliore, sicuro.

Poi c’è Comunione e Liberazione. Non l’avete letta tra i ministri? Spiegamoci, con calma, perché come accade spesso con CL è sparsa un po’ qua e un po’ là e questa volta ha davvero fatto il colpaccio. La testimonial di punta ovviamente è Marta Cartabia, ministra alla Giustizia (che sicuramente non potrà che fare meglio del precedente ministro Bonafede, sia chiaro) e ex presidente della Corte costituzionale. Scriveva attivamente su Sussidiario.net e su organi molto vicini a CL. «I cd. “nuovi diritti” si alimentano di una concezione in cui l’uomo è ridotto a pura capacità di autodeterminazione, volontà e libera scelta», scrisse in un suo pezzo. Tanto per capirci. Prese posizione contro i famigliari di Eluana Englaro (come un Pillon qualsiasi) e scrisse: «Il diritto all’autodeterminazione del soggetto incapace: un ossimoro, se non fosse affermato dalla Suprema Corte di cassazione» (lo trovate qui). Strenuamente contro il matrimonio omosessuale (eccolo qui) e contro l’aborto (ecco qui), scrisse: «È così che si arriva persino ad affermare il “diritto a non nascere” o il “diritto a darsi la morte”, il cui effetto è la negazione del soggetto stesso». Ha partecipato per 10 volte (dieci) alla kermesse clericale del Meeting di Rimini. È meglio di Bonafede? Sicuro. Le auguriamo buon lavoro ma sul tema dei diritti ci permettiamo di dissentire e di opporci, eccome.

A proposito del meeting di CL: sono 13 su 25 i ministri che sono stati relatori  nella kermesse clericale del Meeting di Rimini: Bianchi, Cingolani, Di Maio e Garavaglia in una occasione. Due volte Draghi e Carfagna. Tre le volte per Brunetta, Giorgetti e Speranza. Ben cinque volte Colao, Gelmini e Giovannini. Campionessa assoluta Marta Cartabia con dieci edizioni. Sempre a proposito della laicità che scompare in questo governo vale la pena ricordare la ministra Gelmini che cantò “Tu scendi dalle stelle” per protestare contro i presidi che si azzardano a non far recitare canti liturgici in classe, la ministra Bonetti (Italia Viva) sempre affezionate alle scuole paritarie (che da noi significa cattoliche) e poi volendo ci sarebbero i segretari di partito: Renzi con il suo “nuovo rinascimento” saudita e Salvini che giura sul Vangelo.

A proposito: Draghi ha nominato Carlo Deodato a capo del Dipartimento degli Affari Giuridici e Legislativi: simpatizzante di CL e Sentinelle in Piedi. Da giudice estensore della sentenza del Consiglio di Stato ha annullato la trascrizione dei matrimoni egualitari celebrati all’estero.

La laicità insomma non è delle migliori.

Buon mercoledì.

Il valore di un lavoro indispensabile

04 May 2020, Brandenburg, Frankfurt (Oder): A woman pushes an elderly woman in a wheelchair across a sidewalk. Photo by: Patrick Pleul/picture-alliance/dpa/AP Images

Gisella ogni giorno si alza alle sette e mezza del mattino, prepara il bambino e lo accompagna a scuola. Rientra a casa e sveglia la nonna di ottanta anni che, instancabilmente, assiste ormai da tre anni. Fa i lavori di casa, prepara la colazione della nonna e si dedica a fare compagnia a quella signora anziana di cui è ormai diventata un punto fermo imprescindibile. Anno dopo anno Gisella svolge questa vita a Milano, dove è arrivata nell’ormai lontano 1992. Nata in Perù dove si era diplomata in ragioneria, lavorava al ministero dell’Interno per un stipendio irrisorio. Come molte persone è partita alla ricerca di un futuro migliore per sé e la sua famiglia. Il destino l’ha fatta approdare in Italia, dove, sola e non conoscendo la lingua, ha iniziato una “vita da irregolare” tra ansie e timori tipici di chi vive senza gli agognati documenti.

Gisella descrive quei giorni come «una malinconica prigione» provando un’enorme nostalgia per i propri cari rimasti in Perù. Nel corso degli anni ha preso coscienza dei propri diritti e ha iniziato un percorso sindacale per poter aiutare e sostenere tutte quelle donne che vivono in questo limbo privo di diritti. Con il sostegno di Confederazione unitaria di base immigrazione (Cub) crea con altre badanti un tavolo tecnico per riscrivere il contratto collettivo nazionale delle colf e badanti. Partendo dalle loro decennali esperienze nel mondo della cura, queste donne intendono rivendicare per le loro colleghe un miglior trattamento salariale, l’aumento del periodo di maternità, la retribuzione dei permessi, un preavviso di licenziamento più lungo rispetto a quello attuale di una sola settimana, e dignità.

Il valore del lavoro di cura sottopagato svolto per la stragrande maggioranza da donne (80,7%) e, in particolare, da donne povere e migranti (70,3%) è giunto a valere nel mondo 10,8 trilioni di dollari, ovvero tre volte tanto l’intero settore tecnologico mondiale. Questo lavoro sorregge la società ed è un sostegno per la crescita dei bambini, è alla base della sopravvivenza degli anziani e delle persone con disabilità. Rappresenta un mestiere faticoso, spesso invisibile, che viene delegato alle donne anche per un pregiudizio (la nostra supposta maggiore propensione biologica per il lavoro di cura e di pulizia) oltreché per la facilità con cui la società sfrutta il genere femminile.

Quello del lavoro domestico e di cura è tra i…


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Fingeranno sempre di passare lì per caso

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 15-02-2021 Roma, Italia Politica Lega - punto stampa Nella foto: Il leader della Lega Matteo Salvini durante consueto punto stampa delle H12.00 Photo Mauro Scrobogna /LaPresse February 15, 2021  Rome, Italy Politics Lega - punto stampa Nella foto: Il leader della Lega Matteo Salvini durante consueto punto stampa delle H12.00

Giornata interessante, quella di ieri. Giornata significativa anche per quelli che da qualche giorno sospirano petali di rosa sognanti per un Draghi taumaturgo che avrebbe il potere di cancellare i partiti, la politica, la mediocrità di certi leader e soprattutto i normali meccanismi democratici di un Parlamento.

Accade che il governo decida di chiudere le piste da sci che invece avrebbero dovuto aprire. Accade che lo faccia all’ultimo momento: l’ultimo momento del resto è il primo momento utile con i nuovi dati che arrivano dal Comitato tecnico scientifico e volendo ben vedere anche il primo giorno utile da un governo che è naufragato per regalarci il governo dei sogni, il governo dei migliori, il governo che avrebbe cambiato tutto. Accade che di fronte i dati dei nuovi contagi (perché la curva non si abbassa più e anzi in modo preoccupante tende a rialzarsi probabilmente a causa delle varianti del virus) si decide di tenere chiuse le piste sciistiche. Apriti cielo: ogni volta che qualcuno tocca un settore qualsiasi ovviamente (e giustamente) si levano voci sdegnate. Ma badate bene, qui non si tratta delle voci dei lavoratori, che si sono ritrovati nella pessima situazione di dover cancellare una riapertura programmata che è costata organizzazione, soldi, fatica e che inevitabilmente costa moltissimo in termini economici e di spirito. No, qui si levano le voci sdegnate dei politici.

«I ministri hanno la nostra fiducia. ma serve cambiare qualche tecnico – ha avvertito Salvini – La comunità scientifica è piena di persone in gamba». Il presidente di Regione Lombardia, il leghista Fontana dice: «Trovo assurdo apprendere dalle agenzie di stampa la decisione del ministro della Salute di non riaprire gli impianti sciistici a poche ore dalla scadenza dei divieti fin qui in essere, sapendo che il Cts aveva a disposizione i dati da martedì, salvo poi riunirsi solo sabato». «Sono allibito da questa decisione che giunge a poche ore dalla riapertura», dice il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio. Piste da sci aperte in Friuli Venezia Giulia dal 19 febbraio anche per gli sciatori amatoriali. Il governatore Massimiliano Fedriga ha firmato l’ordinanza urgente n. 4/2021 con cui apre anche agli sciatori amatoriali, a decorrere dal 19 febbraio e fino al 5 marzo, gli impianti nelle stazioni e nei comprensori sciistici. «Per noi viene prima di tutto la salute dei cittadini ma è raccapricciante e imbarazzante vedere un’ordinanza che proroga la chiusura degli impianti da sci pubblicata 4 ore prima di mezzanotte», dice il presidente veneto Luca Zaia. Ma badate bene, non è mica solo la Lega: «Il danno per l’economia dello #sci e della #montagna è davvero immenso. Il Governo si adoperi subito per indennizzi e ristori a chi è stato colpito. Questa è la priorità assoluta», spara il segretario del Pd Zingaretti. «Non posso non esprimere stupore e sconcerto, anche a nome delle altre Regioni, per la decisione di bloccare la riapertura degli impianti sciistici a poche ore dalla annunciata e condivisa ripartenza», dice il presidente dell’Emilia-Romagna e della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini. Italia Viva (figurarsi) chiede “un cambio di passo”. E via così.

Tant’è che a un certo punto si diffonde l’opinione che la decisione sia stata presa dal ministro Speranza, da solo rinchiuso nella sua stanzetta e che loro non ne sapessero niente. Peccato che a metà giornata Palazzo Chigi (quindi Draghi) fa sapere all’Agi che la decisione sugli impianti sciistici è stata adottata in base alle informazioni fornite dal Cts e condivisa dal governo e dal presidente del Consiglio Mario Draghi. Cioè la decisione è stata discussa con tutti i ministri e quindi si presume che i ministri abbiano avvisato i segretari del proprio partito e quindi si presume che sia tutta una posa, una finta sorpresa, un giochetto facile facile: questi fingeranno sempre di essere presi alla sprovvista perché appoggeranno il governo nella comoda posizione di chi comunque si sente un battitore libero. E continueranno a sparare cannonate perché Draghi potrà (forse) riuscire a tenere a bada i ministri e non i partiti, com’è normale che sia.

Ora capite perché la favola del “governo tecnico” è una bufala? Questi continueranno a fingere di passare di lì per caso, in Consiglio dei ministri, rimanendo stupiti tutte le volte, ognuno per proprio tornaconto elettorale. Il “governo dei sogni” è un governo che ha messo sul palcoscenico tutte le mediocrità, nessuna esclusa, e che rende facilissima la vita agli “oppositori interni”, quelli che sfasciano tutto per sentirsi vivi. Un capolavoro, insomma.

Buon martedì.

Perché la sinistra deve dire No al governo Draghi

La nascita del nuovo governo a guida Draghi pone molteplici ordini di problemi. La crisi italiana, già storicizzata, rischia di uscire aggravata da un esperimento politico che pare costituirne un estremo sintomo.

Una crisi di democrazia. Perché quando si forma una maggioranza del 95% dei parlamentari e l’opposizione è ridotta al 5%, per giusta di estrema destra, questa si chiama crisi della Repubblica. Confindustria e sindacati schierati dalla stessa parte, senza remore, né distinguo. Non funziona così una democrazia.

Una crisi politica. Questo governo sarà in tutti i sensi peggiore del precedente. Visto da sinistra è così. Non c’è cosa positiva eventualmente promossa dal governo Draghi, in termini di contrasto della pandemia, di gestione del Recovery fund, di giustizia fiscale, di politiche ambientali ecc., che non potesse essere fatta lo stesso e meglio dal governo precedente. Contro Renzi bisognava promuovere le ragioni di una maggioranza politica (non accattare “europeisti”). Votare Draghi equivale a dargliela vinta.

Una crisi di soggettività. Dei partiti e della classe politica, che ci assilla ormai da decenni. E che impatta direttamente sulla sinistra e sul centrosinistra. Abbiamo visto un Pd favorevole di seguito: al governo Conte 2, al governo Conte 3 con i responsabili e senza Renzi, al Conte 3 di nuovo con Renzi, infine al governo Draghi o in alternativa alle elezioni. Quando si dice una forza politica responsabile, con leadership adeguata. Un pilastro della democrazia matura.

La sinistra? Quel che resta di Liberi e uguali nelle due Camere è solo un caravanserraglio dove ognuno sta e va per sé. Non è mai esistito, men che meno oggi, come soggetto politico. Mpd vive solo di Speranza, Sinistra italiana all’ultimo congresso virtuale è entrata papa ed è uscita cardinale. Doveva entrare nel fenomenale progetto di Equologica, alla fine è rimasta se stessa, cioè Si.

Il punto è che siamo dentro – da tempo, certo – ad una crisi politica e della politica di cui non si vede la fine. Il governo Draghi è risultato, più che causa, di questo dramma storico. Eviterei di dire “è colpa di Renzi” o anche di Mattarella, che indubbiamente ha imposto l’apertura a Berlusconi e Salvini, mettendo in strettezze la ex maggioranza. Eviterei perché è stato il cedimento strutturale di questa a portarci dove siamo.

Non era già successo con Napolitano? Non era già successo nel 2011 con la crisi del governo Berlusconi? Otto anni dopo, nel gennaio 2019, fu Bersani in una intervista al Giornale a ricordare di quando la direzione del Pd, mentore il Presidente, lo obbligò a sostenere Monti invece delle elezioni. Dopo di che fu solo legge Fornero, salvataggi di banche col “debito buono”, cioè coi soldi nostri, pareggio di bilancio in Costituzione, “macelleria sociale” («espressione rozza ma efficace», Draghi dixit, da Governatore di Bankitalia, il 31 maggio 2010). Bersani col senno di poi si lamentava: «Molti si ubriacarono di retorica europeista», ricordando però che addirittura l’allora presidente della Commissione europea Juncker, ad un certo punto, disse che l’austerità forse era stata «esagerata e poco solidale».

Dov’è la differenza da oggi? Non capisco chi distingue fra governo Monti e governo Draghi. Mutatis mutandis lo schema è lo stesso. La retorica europeista torna al potere. In prima persona. Si dirà: oggi c’è la pandemia. Appunto. Ieri lo spread, oggi il virus. Ma c’è pure il Recovery fund, che della pandemia è l’anticorpo.

Chi gestisce i 200 miliardi e rotti? Questo il punto. Su questo è caduto Conte. Non da Renzi, ma da chi c’è dietro, in Italia e in Europa. Che poi è sempre “retorica europeista”. La quale dopo averci propinato decenni di austerity, si candida a propinarci anche il suo rimedio.

E anche qui parliamo di una prospettiva di anni. Si sta aprendo una nuova, lunga fase. E queste sono le spinte che hanno generato la fine del fragile esperimento del Conte 2. Capirlo permette di meglio posizionarsi per il presente e il futuro. Con il governo Draghi non è in questione il breve periodo da qui alla elezione del nuovo presidente della Repubblica. Non si tratta di bypassare il “semestre bianco”. Qui sta prendendo forma qualcosa che prefigura il dopo. Il dopo pandemia, il dopo populismo, il dopo sovranismo, il dopo Trump, forse anche il dopo liberismo. Qualcosa che non vorremmo fosse anche il dopo democrazia e, per quel che ci riguarda, il dopo sinistra.

Per questo trovo così importante opporsi al governo Draghi. I parlamentari che si dicono ancora di sinistra devono votare No. Non si tratta di non corrispondere all’appello del presidente. Ma di affrontare le ragioni politiche che hanno reso cogente quell’appello. Che significa intanto fare opposizione. Non lasciarla solo all’estrema destra. E dall’opposizione avanzare proposte alternative, su tutti i dossier: un nuovo modello di sanità, pubblica, statale, di qualità, la gestione del Recovery fund, il contrasto alla “macelleria sociale”, politiche fiscali eque e progressive, patrimoniale, un diverso modello di sviluppo, di consumo, di tutela e protezione ambientale, democratizzazione dell’Europa, politiche di pace.

Tutte cose che deve fare un governo politico. Quindi una maggioranza politica. Quindi nuovi soggetti politici. Quindi una nuova sinistra. Tutto da costruire. Ma bisogna cominciare. Da una opposizione democratica, di sinistra, di alternativa. Oggi e sempre la pietra dello scandalo è la stessa. La democrazia non si salva, non si salva l’ambiente, non ci salviamo noi tutti, senza una nuova sinistra. Dire no a Draghi, se si assume tutto questo, darà senso e dignità al nostro qualsiasi essere politico.


L’autore: Fabio Vander è filosofo della politica e autore di numerosi saggi tra i quali “Livorno 1921. Come e perché nasce un partito”, Lacaita (2008)

Le economiste della resistenza

Kurdish sisters Siti (L), 54, and Qumri Youssef, 50, who weave carpets with a traditional loom inherited from their ancestors, stand at the entrance of their home in Kerzero (Tall Adas) village, in the countryside of Rumaylan in Syria's Kurdish-controlled northeastern Hasakeh province, on January 15, 2021. (Photo by Delil SOULEIMAN / AFP) (Photo by DELIL SOULEIMAN/AFP via Getty Images)

È passato più di un anno da quando la Turchia ha lanciato l’ultima operazione militare contro il nord-est della Siria, noto anche come Rojava. I soldati di Ankara, nell’ottobre del 2019, sono penetrati in territorio siriano con il benestare degli Stati Uniti e da quel momento controllano una fascia di territorio che va da Serekaniye ad est fino a Tel Abyad ad ovest, lungo il confine turco. La popolazione residente, in maggioranza curda, si è trovata improvvisamente sotto il giogo della Turchia e delle milizie filo-turche, costretta ad assistere inerme alla distruzione della società tanto faticosamente costruita nei nove anni di guerra. Ma la presenza turca nel nord-est rappresenta un pericolo anche per i villaggi vicini e più in generale la sicurezza della regione. Durante il periodo estivo, per esempio, la popolazione di Deir ez-Zor si è trovata più volte senza acqua a seguito delle ripetute interruzioni nella fornitura idrica decisa dalle milizie filo-turche e sono sempre più numerosi gli episodi di violenze, rapimenti e confische arbitrarie perpetrate dai gruppi fedeli ad Ankara.

Recentemente, a preoccupare le Syrian Democratic Forces sono stati anche i bombardamenti che hanno interessato l’area di Ain Issa, villaggio del nord-ovest della Siria vicino all’area controllata dalla Turchia. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan durante la campagna elettorale americana ha più volte minacciato un nuovo intervento contro i curdi lungo il confine e l’obiettivo primario sembrava fosse la conquista di Kobane, città simbolo della vittoria dei curdi contro lo Stato islamico. A seguito della sconfitta di Donald Trump alle urne Erdoğan ha abbassato i toni, ma la tensione lungo il confine resta alta.

Nonostante la minaccia costante e il timore di una nuova invasione, la popolazione del Rojava non ha intenzione di lasciarsi intimorire, né di rinunciare alla sua rivoluzione. Curdi ed arabi continuano a costruire giorno dopo giorno una società più egualitaria, dove le decisioni sono prese collettivamente e in cui si tiene conto dei bisogni della comunità così come di quelli dell’ambiente, anche sotto il profilo economico.
Per riuscire a raggiungere questi obiettivi, l’Amministrazione autonoma del Rojava ha puntato anche sulla creazione di un’economia alternativa a quella capitalista, che metta al centro i lavoratori e il benessere della collettività, piuttosto che il mero profitto e il guadagno individuale. Alla base di questo sistema vi sono le cooperative, create grazie al contributo di…


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Anticipo pensionistico, idee per una riforma necessaria

Seniors wait to be vaccinated with China's Sinovac Biotech COVID-19 vaccine at a vaccination center set up at the Carmela Carvajal school in Santiago, Chile, Wednesday, Feb. 3, 2021. Chile is starting its vaccination plan for the general population on Wednesday, starting with seniors over 90 and health workers. (AP Photo/Esteban Felix)

L’ultimo report dell’Inail, aggiornato al 31 dicembre 2020, rileva che i contagi da Covid denunciati all’Istituto sono 131.090. La categoria più colpita risulta essere quella dei tecnici della salute, con un’alta percentuale di occupazione femminile, ben il 38,6% delle infezioni denunciate: infermieri, operatori sociosanitari, medici, operatori socioassistenziali, ausiliari e barellieri.

È evidente che l’impatto della pandemia ha fatto emergere nuove aree di rischio lavorativo che vanno tutelate. Anche alla luce di questi dati, la nostra proposta è quella di considerare, anche a fronte della scadenza a fine anno di Quota 100, la necessità di migliorare e allargare l’Ape sociale (anticipo pensionistico).

Il criterio guida, per noi, è quello di rendere strutturale la flessibilità nel sistema pensionistico, superando le rigidità anacronistiche introdotte dalla legge Monti-Fornero. Avere una previdenza flessibile è il massimo della modernità, anche per il fatto che stiamo entrando progressivamente nel sistema contributivo, che completerà il suo ciclo, iniziato nel 1996, tra poco più di dieci anni. In secondo luogo, collegare la flessibilità alle…

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Gli autori: Cesare Damiano già sindacalista e parlamentare in tre legislature, è stato ministro del Lavoro durante il secondo governo Prodi (2006-2008) ed è presidente dell’associazione Lavoro & Welfare. Marialuisa Gnecchi è stata parlamentare in due legislature per il Pd e con Damiano è stata la firmataria della proposta di legge n. 857 “Disposizioni per consentire la libertà di scelta nell’accesso dei lavoratori al trattamento pensionistico”.


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