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Il regalo a Salvini

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 30-01-2021 Roma Politica Camera dei Deputati - Consultazioni del Presidente Roberto Fico Nella foto Vito Crimi, Ettore Antonio Licheri Photo Roberto Monaldo / LaPresse 30-01-2021 Rome (Italy) Chamber of Deputies - Consultations by the President of the Chamber of Deputies Roberto Fico In the pic Vito Crimi, Ettore Antonio Licheri

Il Parlamento, si sa, è fatto di numeri. Con i 15 espulsi del M5S che non si sa se saranno espulsi, in Senato il centrodestra è diventato decisivo. Quel centrodestra che era fuori gioco nella maggioranza parlamentare precedente ora è fondamentale per la tenuta del governo Draghi: tutti gli altri non sarebbero maggioranza o comunque si tratterebbe di una maggioranza talmente pericolante da non poter nemmeno essere presa in considerazione.

Cosa significa questo? Che Draghi bene o male è appeso a Salvini e alle sue decisioni, soprattutto con Forza Italia che da tempo è a ruota del leader leghista per sopravvivere e con Berlusconi che sa benissimo che tra i suoi sono in molti, in casi di spaccatura, ad essere pronti ad accasarsi da Salvini o Meloni. C’è di più: un pezzo fondamentale del centrodestra in forte ascesa come Giorgia Meloni e il suo partito si può addirittura permettere il lusso di restare all’opposizione. E all’opposizione Fratelli d’Italia svuoterà ancora di più il bacino di consensi di Salvini e per questo è inimmaginabile che la Lega accetti di farsi svuotare.

Posto che Draghi, nonostante sia Draghi, dovrà occuparsi di mantenere in equilibrio la sua maggioranza in Parlamento questo significa che le concessioni alla Lega saranno molto più corpose di quello che pensiamo e tutti coloro che esultano per il disfacimento del gruppo parlamentare grillino forse non si rendono conto che questo si rivelerà un enorme regalo a destra.

E se qualcuno pensa che Salvini accetti silenziosamente di farsi logorare dai Giorgetti del suo partito, che Salvini accetti di farsi schiacciare da Giorgia Meloni o che Salvini possa fingere a lungo di essere europeista significa non avere capito nulla del personaggio e nulla della sua retorica populista.

Sempre a proposito del capolavoro politico che qualcuno continua a cianciare. E badate bene: qui Draghi c’entra poco o niente perché il presidente del Consiglio semplicemente deve nuotare tra i numeri che ha a disposizione. E non sarà una traversata facile.

Buon lunedì.

Dave Grohl: La mia cura per il rock

Dave Grohl of the band Foo Fighters performs at the Rock in Rio music festival in Rio de Janeiro, Brazil, early Sunday, Sept. 29, 2019. (AP Photo/Leo Correa)

Essere stati batteristi dei Nirvana avrebbe riempito la vita (e la carriera) di molti musicisti. Dave Grohl invece, come ha raccontato in un leggendario talk al festival South by Southwest, in preda alla depressione per la fine dei Nirvana si è chiuso in uno studio e – registrando tutti gli strumenti da solo – ha dato i natali al suo nuovo progetto che, quasi per scherzo, definì Foo Fighters. Nacque così una delle band più influenti e amate degli ultimi anni, di cui Dave Grohl è leader, cantante e chitarrista.
I Foo Fighters nel 2020 hanno compiuto venticinque anni di attività e il loro decimo album Medicine at Midnight è stato terminato a gennaio dell’anno scorso con l’idea di essere un “party album”: un’occasione per festeggiare l’anniversario con un tour mondiale di almeno due anni.
La pandemia si è però messa di traverso, posticipando i festeggiamenti della band e dei suoi centinaia di migliaia di fan in tutto il mondo pronti ad ascoltarli dal vivo.

Persino la presentazione dell’album alla stampa si è dovuta adeguare alla pandemia ed è avvenuta attraverso le modalità con cui ormai siamo tutti abituati a riunirci in questo anno difficile: in videoconferenza. Puntuale come un orologio svizzero Dave si è connesso con noi giornalisti, sorridente e disponibile.
È un vero e proprio fiume in piena, spontaneo e diretto; la promozione dell’album gli interessa fino ad un certo punto, vuole raccontare «i suoi sentimenti verso sé stesso, la sua musica e i suoi fan in questo anno terribile», e vuole raccontarci quello che pensa «sul futuro del rock» e del suo Paese.

Dave Grohl non si definisce «un artista “politico”», anzi, dice di essersi tenuto «sempre lontano dalla politica come segno di ribellione nei confronti del padre, giornalista e poi speechwriter per i Repubblicani a Washington DC». Eppure lui e i suoi Foo Fighters hanno spesso suonato a sostegno dei Democratici americani, nella vita reale e addirittura in fiction con un cameo nella mitica serie West Wing, la creazione di Aaron Sorkin, in cui la band di Dave Grohl sostiene il candidato democratico – e di retaggio latinos – Matt Santos che nel 2006 sembra prevedere nella finzione l’avvento reale di Obama. Da ultimo Joe Biden ha invitato i Foo Fighters a cantare “Time like these” alla sua cerimonia di insediamento. Secondo Dave Grohl, «il presidente« non l’ha invitato «a cantare quella canzone perché abbia contenuti politici nel testo, ma per…


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Christian Greco: Il museo del futuro mette al centro la ricerca

An Egyptian artifact is displayed at the Museu Egizio (Egyptian Museum) in Turin, the only museum other than the Cairo Museum that is dedicated solely to ancient Egypt art and culture on March 31, 2015. The museum unveiled its expanded and renovated premises on March 31, after being closed for for five years. AFP PHOTO / MARCO BERTORELLO (Photo credit should read MARCO BERTORELLO/AFP via Getty Images)

Che un under 40 diventasse direttore di uno dei più importanti musei non era mai accaduto in anni recenti in Italia. E quando il 28 aprile del 2014 Christian Greco assunse la guida del Museo Egizio di Torino la notizia ebbe grandissima eco suoi media italiani. (Discredito sui giovani e blocco del turn over nelle soprintendenze sono purtroppo mali endemici nel Belpaese dell’arte e dell’autolesionismo).

Di certo all’egittologo Greco già allora non mancavano i titoli: alle spalle aveva già molti anni di studio, perfezionamento e lavoro nei Paesi Bassi (dove, tra l’altro è stato curatore della sezione egizia del Museo di Leida), all’attivo aveva molte pubblicazioni scientifiche e attività di scavo. E pensare che tutto era cominciato con un semplice Erasmus (che oggi anacronisticamente la Brexit di fatto ha reso impossibile in Gran Bretagna). Sotto la guida di Greco il Museo Egizio di Torino, che custodisce la seconda collezione di arte egizia più importante al mondo dopo quella del Cairo, ha conosciuto una stagione di rilancio, rinnovando le sale espositive (nel 2015), aprendosi alla cittadinanza (con iniziative di dialogo interculturale che nel 2018 valsero al direttore un incolto e sgangherato attacco da parte della Meloni), riprendendo l’attività di ricerca.

Attività che in questo ultimo anno hanno dovuto fare i conti con il pesante impatto della pandemia. Nel 2020 il museo ha registrato un meno 70% di introiti. «Lei si immagini, d’un tratto, siamo passati dal tenere aperto il museo 7 giorni su 7, con l’unica eccezione del giorno di Natale, a una chiusura di 180 giorni», racconta il direttore che abbiamo raggiunto telefonicamente nel museo torinese (che ha riaperto secondo le disposizioni del 18 gennaio).

Lo scorso novembre Settis aveva proposto di riaprire tutti i musei in sicurezza rendendoli gratuiti per tre mesi che cosa ha pensato della sua proposta?
Ho colto subito il suo appello e l’ho anche attuato. Senza nemmeno stare ad aspettare. Settis chiedeva al Consiglio dei ministri del governo Conte II di aprire gratuitamente purché fossero previsti dei ristori per i musei stessi. La prima settimana di riapertura gratuita per un museo come il nostro è stato un ulteriore sforzo economico. Inutile negarlo siamo stati piegati dalla pandemia. Ma è stato importante dare quel segnale per ribadire che il museo è la casa di tutti ma anche per cominciare a dire che il modello di sussistenza deve cambiare completamente. Il futuro dei musei non può essere misurato in biglietteria, ma il museo deve essere un vero centro di innovazione e ricerca, che va garantito con finanziamenti pubblici e privati per…

 

 


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Le mani di Erdoğan sull’università, gli studenti sfidano il Sultano

Turkish police officers clash with students of the Bogazici University protesting the appointment of a government loyalist to head their university, in Istanbul, Tuesday, Feb. 2, 2021. For weeks, students and faculty at Istanbul's prestigious Bogazici University have been protesting President Recep Tayyip Erdogan's appointment of Melih Bulu, a figure who has links to his ruling party, as the university's rector. They have been calling for Bulu's resignation and for the university to be allowed to elect its own president. (AP Photo/Omer Kuscu)

«Attraverso attività educative rivolte all’essere umano, la nostra missione è formare individui qualificati che interiorizzino i valori nazionali e morali». Così, sul proprio sito internet, la Recep Tayyip Erdoğan University, fondata nel 2006 nella città natale del presidente turco a Rize, spiega il principio fondante l’ateneo. È qui, nell’università che porta il suo nome, che Erdoğan il 12 febbraio ha preso parte all’inaugurazione di un nuovo edificio della facoltà di ingegneria e architettura, un allargamento che ha salutato nel discorso pubblico: «Grazie agli investimenti abbiamo ampliato infrastrutture e risorse umane, il sistema educativo superiore turco ha raggiunto un livello avanzato».

L’ateneo che porta il suo nome non è ancora così avanzato: ospita 19mila studenti e 1.133 professori, ma resta al 106esimo posto su 175 istituti universitari turchi. Decisamente più prestigiosa è un’altra università, sul Bosforo, la Boğaziçi University: lì, mentre Erdoğan tagliava nastri nell’accademia plasmata a sua immagine e somiglianza, la protesta di docenti, studentesse e studenti non accennava ad arretrare.
A scatenarla, all’inizio dell’anno, è stato un fulgido esempio di dipendenza del sistema educativo dal governo: il primo gennaio, con un decreto presidenziale, Erdoğan ha nominato a capo di Boğaziçi il professor Melih Bulu. Il nuovo rettore scelto da fuori, dall’alto, vicinissimo al presidente, dal 2002 è membro del partito di governo Akp (si è anche candidato a parlamentare nel 2015) e non lavora all’università. Un outsider, come è stato definito, la cui nomina ha infiammato l’ateneo, che rigetta in toto l’imposizione di un rettore esterno calpestando la pratica democratica delle elezioni universitarie.

Dal 4 gennaio il campus è in fermento: i docenti stazionano di fronte all’ufficio del rettorato, dandogli le spalle, gli studenti manifestano, portano cartelli e bandiere in corteo, si allargano ai movimenti di base (a cominciare da quello Lgbtqi+, che è stato subito usato come spauracchio dalla stampa governativa e filo-governativa per screditare gli studenti). Hanno anche scritto una lettera a Erdoğan, in cui elencano le loro rivendicazioni: non solo le dimissioni di Bulu e il rilascio degli arrestati, ma anche la fine della politica dei commissari straordinari, forma di ingerenza governativa in tutte le istituzioni del Paese, che ha permesso a Erdoğan – a colpi di decreti presidenziali – di…


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Alzano e Nembro, in cerca di verità e giustizia ad un anno dalla strage

A picture taken on March 19, 2020 shows office lights of the Lombardy region headquarters, the Pirelli Tower (Il Pirellone) in Milan, reading the Italian words 'State a Casa' (Stay home) during the country's lockdown aimed at stopping the spread of the COVID-19 (new coronavirus) pandemic. - Italy braced on March 19, 2020 for an extended lockdown that could see the economy suffer its biggest shock since World War II from a pandemic that has killed almost as many people as it has in China. (Photo by MIGUEL MEDINA / AFP) (Photo by MIGUEL MEDINA/AFP via Getty Images)

Il 20 febbraio di un anno fa venne segnalato in Lombardia, a Codogno, il “paziente uno” affetto da Covid-19. In pochi giorni i casi aumentarono, soprattutto nel bresciano e nella bergamasca e i nomi di paesi come Nembro, Alzano Lombardo, Seriate, entrarono nella vita di molti. Cambiò l’esistenza di tutti e oggi, ancora dentro la pandemia, con le mille incognite delle varianti, si vive in un mondo diverso. Per ricordare quei giorni, con lo sguardo rivolto all’oggi abbiamo ascoltato Marco Caldiroli, presidente di Medicina democratica onlus, Francesca Nava, giornalista e autrice del libro Il focolaio (Laterza) e l’avvocata Consuelo Locati, coordinatrice del team legale per l’azione civile. Tre approcci complementari di chi la tragedia l’ha vissuta e l’affronta con ostinazione.

«Un anno fa all’inizio non comprendemmo l’entità di quanto stava arrivando – racconta il presidente di Md -. Poi quando aumentarono i contagi ci arrivò la sferzata. Mi sembrava di essere tornato a Seveso nel 1976 (il disastro della fuoriuscita della diossina dell’Icmesa). Allora capimmo la portata dei disastri ambientali, ora quelli della pandemia che sono connessi. In entrambi i casi si tratta dei frutti di un capitalismo che ritiene normale sfruttare l’ambiente e riversarvi i rifiuti senza limiti. Il lockdown è stato vissuto dai più attenti come un “castigo” e la pandemia come un presagio, l’ultimo avvertimento prima di una discesa irrefrenabile. E si è accettato un restringimento delle libertà per riesaminare e cambiare lo stato di cose esistenti. Penso che il virus sia l’anticorpo con cui il pianeta cerca di liberarsi del suo vero nemico».

Caldiroli racconta come da anni ci fossero in Lombardia persone consapevoli delle condizioni della sanità regionale; persone che combattevano contro le “riforme” di Maroni e Formigoni ma che non immaginavano il crollo repentino di un sistema sanitario ritenuto “eccellente”. «Il tarlo della privatizzazione e dell’interesse di pochi aveva scavato a fondo e i “comandanti sulla nave” continuavano nei loro intrallazzi pompando ancora il privato, come se dal problema potesse scaturire la soluzione mentre il sistema crollava loro addosso». L’avvocata Locati è di Seriate, in Val Seriana, 25mila abitanti, 308 morti di Covid-19 in un mese e mezzo. Si potevano evitare? Per lei è un sì convinto: «Quando hanno ricoverato mio padre – racconta – io sono entrata in un gruppo facebook e ho scoperto tante persone come me che mi hanno travolto con storie di dolore e di solitudine. Poi mio padre è morto, neanche sapevo dove lo seppellivano. Ma l’inferno era iniziato, nei nostri paesi sentivamo solo le sirene delle ambulanze, vedevamo gli infermieri scendere con le bare, tremavamo ad ogni telefonata. Si doveva e si poteva fermare tutto in tempo ma la…

Il 20 febbraio è indetta la Giornata di mobilitazione regionale “La salute non è una merce, la sanità non è un’azienda”, indetta dal Coordinamento lombardo per il diritto alla salute del quale è parte il Prc Lombardia. Con presidi e conferenze stampa in tutte le città e diretta web a partire dalle 10


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Secessione dei ricchi, ora purtroppo diventa realtà

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 13 febbraio 2021 Roma (Italia) Politica : Dopo aver giurato i Ministri lasciano il Quirinale Mariastella Gelmini , Renato Brunetta Nella foto : l’uscita dei Ministri dal Quirinale Photo Cecilia Fabiano/LaPresse February 13 , 2021 Roma (Italy) Politics : After the oath the Ministers leaves Quirinale Place In The Pic: Ministers leaves Quirinale Place Mariastella Gelmini , Renato Brunetta

Il re taumaturgo è nudo. Dopo le tante lodi incondizionate della stampa mainstrem il governo “dei migliori” propone una compagine di ministri fatta di politici e tecnici di una stagione che speravamo passata e consegna al Nord tutti i ministeri importanti.
Questa era evidentemente la vera missione affidata a Mario Draghi: comporre una task force di mandarini a difesa dello status quo, utile ad emanare “riforme” a vantaggio dei soliti potentati economici padani. I 209 miliardi del Recovery devono andare principalmente al Nord, il Sud non può illudersi di uscire dallo stato storico di subalternità.

Il capogruppo leghista alla Camera Riccardo Molinari addirittura lo dichiara in una intervista; con la Lega al governo «nessuna perequazione territoriale nel Piano di Rilancio». Più chiaro di così!
Ricorderemo il Recovery come l’ennesima occasione sprecata per il Paese e per il Sud, visto che i parametri europei fissati per la ripartizione di fondi dicono di destinare maggiori risorse a quei territori «con più residenti, maggiore disoccupazione e prodotto loro interno inferiore». Non a caso il nuovo ministro allo Sviluppo economico è Giancarlo Giorgetti, messo a guardia degli interessi dell’imprenditoria del Nord, così come richiesto da Confindustria. È il leghista che fece secretare nel 2015, durante una audizione alla Commissione bicamerale federalismo da lui presieduta, i dati sulla perequazione e i motivi per i quali i Lep non sono mai stati determinati, creando così un enorme danno economico alle Regioni del Sud.

La decisione poi di affidare il ministero del Sud a Forza Italia e alle sue clientele sprofonda il Mezzogiorno nei suoi 160 anni di solitudine: nessuna equa ripartizione è più possibile. Mara Carfagna, ministra del Sud, è una foglia di fico, non essendo mai stata attiva sui temi della questione meridionale. Il Sud così scompare dalla compagine governativa, non solo come dato anagrafico, ma politico, perché gli enormi divari da colmare non sono rappresentati in alcuno modo e i settori produttivi e le risorse in arrivo saranno gestite da uomini di partiti e lobby a trazione nordista. Ben 9 sono infatti i ministri lombardi in questa compagine, solo 4 del Sud nessuno delle Isole. In tutto 23 ministri, di cui 15 politici e 8 tecnici. Tre su quattro vengono dal Nord. Solo 8 le donne.
Che succederà ora all’Italia con l’avvento del governo Draghi?
Un rilancio della richiesta di autonomia differenziata è scontato. La Lega di Salvini entra nel governo anche per passare all’incasso sul tema, dopo tanta attesa. Anche il Pd nel documento presentato a Draghi durante le consultazioni a pagina 26 dà il…

*-*

L’autore: Natale Cuccurese è presidente del Partito del Sud.

Il 20 febbraio alle 10 tavola rotonda “Il Sud con il cappello in testa dice no al governo Draghi” sulla pagina fb del laboratorio Sud


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Chiesa e pedofilia, in Italia è il delitto perfetto

Activists perform in a happening against the members of Polish catholic church hierarchy who had been covering up sex scandals. Krakow, Poland on December 6th, 2020. Recently, Cardinal Stanislaw Dziwisz, a close associate of Pope John Paul II, has been accused in the private Polish broadcaster TVN24 documentary titled 'Don Stanislao. The other face of Cardinal Dziwisz' of covering up scandals involving priests guilty of child sex abuse and that during his time in the Vatican he protected perpetrators in exchange for money for his favoured projects. (Photo by Beata Zawrzel/NurPhoto via Getty Images)

Una curiosa coincidenza. A fine novembre del 2010 partecipai a una Conferenza internazionale organizzata a Roma dal ministro delle Pari opportunità in cui si lanciava una campagna del Consiglio d’Europa per combattere la violenza “sessuale” sui minori. L’Italia quattro mesi prima aveva ratificato la Convenzione di Lanzarote sottoscritta nel 2007, vale a dire il primo strumento giuridico che impone agli Stati europei di «criminalizzare tutte le forme di abuso sessuale nei confronti dei minori, ivi compresi gli abusi commessi entro le mura domestiche o all’interno della famiglia, con l’uso di forza, costrizione o minacce».

Ricordo che intervenni per fare una domanda al ministro: «La ratifica della Convenzione e quindi il rispetto della stessa farà sì che finalmente anche in Italia – come è accaduto proprio quest’anno in numerosi Paesi europei (tra cui Belgio, Olanda, Gb, Germania, Irlanda) – Stato e Conferenza episcopale mettano in piedi una commissione d’inchiesta congiunta su scala nazionale per indagare sulla diffusione della pedofilia di matrice clericale nel nostro Paese?». La risposta del ministro fu: «No, non è in programma nessuna commissione d’inchiesta di questo tipo». Il monsignore che sedeva accanto al ministro annuì soddisfatto. Mi chiesi cosa ci facesse un porporato in quella sede dato che il Vaticano non aveva sottoscritto la Convenzione, tanto meno l’aveva ratificata, ma non potei esprimere pubblicamente la perplessità perché ormai la mia domanda l’avevo fatta e da come mi guardarono i colleghi giornalisti difficilmente mi avrebbero lasciato intervenire nuovamente. Del resto si era lì per celebrare la Convenzione. E la celebrarono.

Poco più di tre anni dopo pubblicai in un libro la mia personale inchiesta sulla diffusione della pedofilia nella Chiesa italiana dal 1870 ai nostri giorni. Dati, documenti e testimonianze alla mano la conclusione è stata che di un’indagine istituzionale ce n’era (e ce n’è) assolutamente bisogno. Innanzitutto per mappare e dare una reale dimensione a questo fenomeno criminale che senza soluzione di continuità è presente e diffuso da decenni in tutte le oltre 200 diocesi italiane. E in seconda battuta per sensibilizzare l’opinione pubblica che fa molta fatica a inquadrarne la spaventosa ramificazione nella nostra società a causa anche di una scarsa e timorosa copertura mediatica di questi fatti. è indubbio che continuare a far finta che il problema non esista non sia di grande aiuto. Quindi personalmente ritengo che…

 

 

 

L’appuntamento
Un webinar internazionale per fare il punto sul “Caso Italia” e la violazione della Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e della Convenzione di Lanzarote da parte del nostro Paese, laddove i presunti responsabili dei crimini contro i minori appartengono al personale ecclesiastico. L’incontro si svolgerà il 20 febbraio dalle ore 16 in diretta streaming sulla pagina Fb dell’associazione Ending clergy abuse (trad. simultanea in italiano – inglese – spagnolo) ed è rivolto ai media e agli attivisti di questa causa nel mondo, così come ai tecnici membri di Eca nei loro differenti Paesi. L’evento prende il titolo – “Il caso Italia” – da quello del Report discusso alle Nazioni Unite il 24 e 25 gennaio 2019 e sarà moderato dagli avvocati Tim Law, presidente di Eca Global, e Adalberto Méndez (Eca Messico) alla presenza della ex vicepresidente del Comitato dell’Onu per la tutela dell’infanzia Sara Oviedo Fierro e di uno dei membri in carica del Comitato, Jorge Cardona Llorens. Cardona è colui che nel gennaio del 2019 ha portato in seduta a Ginevra l’informativa della Rete L’Abuso le cui conclusioni sono al punto 21 delle raccomandazioni (inascoltate fino a oggi) che l’Onu ha fatto all’Italia. Intervengono infine anche il presidente della Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, l’avvocato della Rete L’Abuso, Mario Caligiuri, e Federico Tulli, redattore di Left.


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E fu così che Draghi sdoganò Salvini in Ue

Foto Alessandro Di Meo/POOL Ansa/LaPresse 09 febbraio 2021 Roma, Italia Politica Seconda tornata delle consultazioni tra il premier incaricato Mario Draghi e i gruppi parlamentariNella foto: Matteo Salvini - LEGAPhoto Alessandro Di Meo/POOL Ansa/LaPresseFebruary 09, 2021 Rome (Italy) Politics Premier-designate Mario Draghi starts a new round of consultations with Italy's political parties on the formation of a new broadly-backed government. the pic: League party, Matteo Salvini

Tutti a discutere di Mario Draghi austero o keynesiano ma la vera mossa fatta dal banchiere è politica: sdoganare la Lega. In questo va oltre Silvio Berlusconi che fece cadere la conventio ad excludendum sugli ex missini.
Lo sdoganamento di Matteo Salvini non avviene dentro una coalizione di centrodestra ma addirittura in un governo del Presidente e in cui siedono tutti, o quasi. Quelli dell’“Italia non si Lega” stanno ora nello stesso Consiglio dei ministri con la Lega. Si dirà che già accadde con Mario Monti. Ma la situazione è diversa. Allora si veniva da un governo Berlusconi e la Lega non aveva né la forza né il profilo che Salvini le ha costruito in questi anni. La mossa di Draghi è poi destinata ad avere effetti anche nell’Unione europea. Difficile pensare che un mister Europa per eccellenza qual è l’ex presidente della Bce non abbia pensato alle conseguenze europee di questa sua scelta.

La Lega a Bruxelles ha fatto un percorso che l’ha portata dalla collocazione degli esordi con i liberali, ai non iscritti, all’alleanza con Nigel Farage, a quella odierna, con Le Pen e l’AfD tedesca. Un gruppo di populisti e destre considerato dalle logiche di Bruxelles “non alleabile” come non alleabili sono diversi dei partiti che lo compongono nei loro Paesi. La scelta di Draghi dunque non è di poco conto.
Anche perché a settembre Merkel darà l’addio al cancellierato. Draghi potrebbe essere a quel punto il principale leader europeo naturalmente tenendo conto dei rapporti di forza che relegano comunque l’Italia dietro Germania e Francia. In Germania la scelta per il dopo Merkel nella Cdu è caduta su Armin Laschet il candidato più continuista e alieno ad aperture all’estrema destra dell’AfD. Che abbia però la forza di diventare anche candidato cancelliere e di mantenere la chiusura a destra è tutto ancora da vedersi. Le spinte nella Csu bavarese, alleata della Cdu, e nella stessa Cdu a far cadere il veto sono molto forti. Già qualche mese fa in Turingia la Cdu locale accettò una convergenza con AfD in chiave anti Linke salvo venire smentita dai vertici nazionali e dover far rapidamente marcia indietro. Per altro il tema del cambio di maggioranza in Germania è ampiamente discusso vista la stanchezza della formula della grande coalizione tra socialdemocratici e democristiani, per altro divenuta sempre meno grande elettoralmente. La scelta che ad oggi sembra prevalente è un…


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Fabrizio Pregliasco: Lockdown più duro, le ragioni del sì

Come agiscono le nuove varianti del coronavirus e perché dobbiamo temerle? Quale sarà il loro impatto sull’efficacia di vaccini, terapie e screening? Qual è la strada più efficace che la scienza ci indica per poter affrontare questa delicatissima fase della pandemia, alla vigilia di un probabile innalzamento delle curve del contagio, e dunque della conta giornaliera di positivi, ricoveri e decessi? Abbiamo fatto il punto della situazione con Fabrizio Pregliasco, virologo e direttore dell’Istituto Galeazzi di Milano.

Innanzitutto dottore, cosa sono queste varianti e come funzionano?
Si tratta di un fenomeno che ci aspettavamo con certezza, perché tutti i virus tendono a modificarsi e a trovare nuove varianti più efficaci. I virus a Rna, come il nuovo coronavirus o quello dell’influenza, in particolare, sono molto bravi in questo. Perché commettono errori di replicazione con grande frequenza, che permettono loro di sfruttare a proprio vantaggio il principio darwiniano del caso e della necessità. Questi errori infatti talvolta rendono il virus più infettivo. Questo patogeno, ricordiamolo, è diventato pandemico grazie ad una sua peculiarità, quella di generare infezioni inapparenti in una grande quota di persone. Qui risiede la sua forza. Contrariamente ad esempio al virus Ebola, che possiamo considerare più “stupido”, nel senso che aggredisce in modo pesante la persona, spesso la uccide, e questo rende molto più difficile la sua trasmissione. Intorno a sé fa rapidamente terra bruciata, per così dire, e sono sufficienti misure di quarantena per arginare la sua diffusione.

Perché si parla principalmente delle varianti brasiliana, inglese e sudafricana?
Occorre fare una premessa. Le mutazioni rilevate della sequenza genetica del Sars-Cov-2 sono circa 12mila. Ma molte sono irrilevanti. Quelle che ci interessano son quelle che presentano mutazioni particolari, che modificano ad esempio la conformazione della proteina Spike, “l’uncino di aggancio” del virus, rendendola più efficace. Le varianti di cui stiamo parlando in questi giorni, quella inglese, sudafricana e brasiliana – denominate col primo luogo in cui le abbiamo rintracciate, che potrebbe però non essere il luogo in cui si sono generate – evidenziano una maggior carica virale a livello salivare, a livello delle vie aeree. Dunque una carica virale più facilmente diffusiva. La patologia che provocano di per sé non pare essere più letale, ma l’effetto indotto, il maggior numero di casi, determina una maggiore mortalità.

Quanto sono diffuse queste mutazioni?
In base alle stime campionarie elaborate dall’Istituto superiore di sanità (Iss), la variante inglese avrebbe il 17,8% di diffusione in Italia. Ma potrebbe essere una stima da rivedere al rialzo. L’individuazione delle varianti avviene attraverso un’indagine di secondo livello che si esegue sui test positivi, il cosiddetto sequenziamento, cioè l’individuazione di…


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Lombardia in tilt, ancora

Varrebbe la pena andare a rivedere le immagini di Fontana e Gallera mentre assicuravano di non avere nulla da rimproverarsi sulle azioni messe in campo da Regione Lombardia per fronteggiare la pandemia. Varrebbe la pena scrutare con attenzione, tenerle bene a mente, quelle facce così convinte, quasi con sicumera, mentre accusavano noi giornalisti di voler remare contro, di vedere errori che non esistevano, mentre garantivano che tutto andava bene, che tutto sarebbe andato bene, che i vaccini antinfluenzali sarebbero stati fatti, che la Lombardia era solo vittima di una serie sfortunata di circostanze. Quelle circostanze sfortunate in effetti erano loro.

Gallera non c’è più, silurato perché ingenuo nelle dichiarazioni e perché gran collazionatore di figure di tolla (come si dice in Lombardia). È stato il capro espiatorio perfetto per essere linciato in nome della salvezza di tutti gli altri. Qualcuno ha osato pensare che avere cacciato Gallera fosse un’ammissione di colpa ma anche in questo caso Fontana se l’è presa sul personale e ha avuto il coraggio di dirci che no, che Gallera era solo un po’ “stanchino” (ha avuto il coraggio di dire davvero così). Peccato che qualche settimana dopo proprio Gallera si sia lasciato sfuggire in una trasmissione di una televisione locale che no, non era stanco, e che era stato Salvini a silurarlo.

Poi è arrivata Letizia Moratti con una nomina che ha tutto il sapore di un commissariamento. Ma come? La fulgida Lombardia aveva bisogno di una perdente per risollevarsi? Niente, non hanno mai risposto. Tra l’altro Moratti non ha fatto rimpiangere per niente Gallera in tema di figure barbine iniziando subito a bomba con la sua proposta di un vaccino in base al Pil. Intanto la campagna vaccinale antinfluenzale è miseramente fallita e finita. Poi ci hanno detto che entro giugno avrebbero vaccinato tutti i lombardi. Ora dicono che no, che si erano sbagliati. È arrivato pure Bertolaso. Ma come? Ma mica la Regione era talmente brava e competente?

Poi è successo che Regione Lombardia abbia chiuso dei comuni, trasformati in zona rossa per le varianti del virus. Ma come? Ma mica Fontana ci aveva detto che era compito del governo? E ora invece si può? E perché allora non si è chiusa la bergamasca? Quanti morti si potevano risparmiare? Nessuna risposta.

Ieri è stato fatto fuori il direttore generale alla Sanità Marco Trivelli. Sono rimasti sorpresi anche i consiglieri di maggioranza. Il comunicato della Regione è imperdibile: «Si tratta di destinare un’importante risorsa in termini di competenza ed esperienza alla guida di un’area strategica per la quale l’assessorato al Welfare di Regione Lombardia vuole riservare la massima attenzione». L’hanno spedito all’ospedale di Vimercate, il direttore generale, e vogliono farci credere che sia quasi una promozione.

Per inciso: Trivelli aveva sostituito 8 mesi fa, sotto Gallera, Luigi Cajazzo, oggi indagato dalla procura di Bergamo per il caso dell’ospedale di Alzano Lombardo, riaperto il 23 febbraio 2020 nonostante l’accertamento dei primi casi di Covid. Trivelli era quello che difendeva Fontana sui dati sbagliati inviati da Regione Lombardia, quello che ci assicurava che i vaccini antinfluenzali stavano andando alla grande.

Alla grande, proprio, sì, si va alla grande in Lombardia.

Buon venerdì.