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Eccoli “i migliori”

Renato Brunetta in un Paese normale, in un Paese capace di esercitare il muscolo della memoria almeno per qualche anno, sarebbe considerato un politico “finito”, uno di quelli che incassa con dignità le sue sconfitte e silenziosamente si ritira a fare altro. In Forza Italia, nella Forza Italia che si è sgretolata in questi ultimi anni, lui ha mantenuto invece la qualità politica che più conta da quelle parti, la fedeltà al capo e ad esserne lo scherano e così ce lo ritroviamo estratto dal cilindro. Brunetta fu già ministro nel terzo governo Berlusconi, proprio alla Pubblica amministrazione, ve lo ricordate? Fu quello che si presentò additando come «fannulloni» i dipendenti pubblici (e se ci fate caso quel vento sta tornando di moda, bravissimo Draghi a fiutarlo, chapeau) e pensò bene di installare dei tornelli negli uffici (voleva metterli anche nei tribunali) per risolvere il problema dell’assenteismo. Capite vero? Il governo dei migliori che dovrebbe farci dimenticare i banchi con le rotelle ha ripescato dal cassetto dei giocattoli rotti il ministro dei tornelli. Fu il Brunetta che si scagliava contro i magistrati che «lavorano due e tre giorni alla settimana» (ma per difendere Berlusconi bisogna per forza odiare i magistrati) e che aveva definito alcuni poliziotti dei «panzoni passacarte». La sua riforma che avrebbe dovuto rivoluzionare la pubblica amministrazione non ha cambiato nulla, nulla. In compenso Brunetta fu quello che accusava le donne di usare «gli ammortizzatori sociali per fare la spesa» e che, tanto per farsi un’idea dello spessore culturale, disse: «Esiste in Italia un culturame parassitario vissuto di risorse pubbliche che sputa sentenze contro il proprio Pae­se ed è quello che si vede in que­sti giorni alla Mostra del Cine­ma di Venezia». Un migliore, senza dubbio.

Mariastella Gelmini fu la ministra all’Istruzione che per quelli della nostra generazione ha lasciato come ricordo le macchie di un incubo. Tanto per stare sui numeri: un taglio in tre anni di 81.120 cattedre e 44.500 Ata (il personale non docente). È la sforbiciata complessiva di 125.620 posti dal 2009 al 2011 che avrebbe dovuto far risparmiare all’Erario poco più di otto miliardi di euro. Otto miliardi e 13 milioni, per la precisione, stima il Tesoro nel «Def 2011». Parte di queste risorse, il 30%, servivano a recuperare gli scatti stipendiali bloccati nel luglio 2010 da Giulio Tremonti. Da buona efficiantista non sognava una scuola migliore ma ambiva a tagliare “gli sprechi”. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, di fronte ai tagli alla ricerca, era però dovuto intervenire a gamba tesa nel 2009 invitando la ministra a «rivedere alcuni tagli indiscriminati». Delle donne disse che sono delle «privilegiate» se scelgono di assentarsi dal lavoro dopo la gravidanza. Nel 2009 pensò anche a un tetto del 30%, per ridurre il numero degli stranieri in classe. Una migliore, applausi.

Erika Stefani è ministra alle disabilità. Già il fatto che per le disabilità venga messo in piedi un ministero senza sapere e senza capire che il tema attraversi tutte le competenze ha la forma di un’elemosina, lo ha spiegato benissimo Iacopo Melio in questo articolo per Repubblica, ma uno si aspetterebbe che in quel ministero lì ci sia una persona empatica, inclusiva, con testa e cuore larghi. Erika Stefani è stata ministra con il primo governo Conte ma se la ricorda solo Wikipedia. Fino a qualche giorno fa aveva come copertina della sua pagina Facebook la sua foto in Parlamento mentre strillava con un cartello “No ius soli”. Era una di quelli che proponevano le gabbie salariali ovvero «alzare gli stipendi al Nord e abbassarli al centro-Sud». Una migliore, complimenti.

Poi c’è Giorgetti, sempre della Lega, come Stefani. Giorgetti è in Parlamento dal 1996 e ha il grande “pregio” di aver sempre seguito i potenti, passando indenne da Bossi a Maroni fino a Salvini. Parla poco perché quando parla dice cose che rimangono impresse a fuoco come quella volta che disse che i medici di famiglia non servono più. Infatti nella sua Lombardia i medici di famiglia sono stati disarticolati e la Covid ha preso piede con grande libertà. Un capolavoro. Giorgetti è uno di quelli stimati perché non parlano mai e rischiano di sembrare intelligenti, come Guerini nel Pd, sempre pronti ad attaccarsi alle braghe del potente giusto per risultare pontieri mentre invece sono solo camerieri. Giorgetti era uno di quelli che ci spiegò che i mercati europei attaccavano la Lega perché «i mercati sono popolati da affamati fondi speculativi che scelgono le loro prede e agiscono», disse proprio così. Ora è europeista. Che migliore, davvero.

Questo è solo un assaggio. Nei prossimi giorni li raccontiamo per bene tutti. Evviva i migliori. Evviva.

Buon lunedì.

«Aiutateci a fermare il massacro nel Tigray, prima che sia troppo tardi»

FILE - In this Tuesday, Dec. 1, 2020 file photo, refugees who fled the conflict in Ethiopia's Tigray region ride a bus going to the Village 8 temporary shelter, near the Sudan-Ethiopia border, in Hamdayet, eastern Sudan. Life for civilians in Ethiopia's embattled Tigray region has become "extremely alarming" as hunger grows and fighting remains an obstacle to reaching millions of people with aid, the United Nations said in a new report released late Thursday, Feb. 4, 2021. (AP Photo/Nariman El-Mofty, File)

Tzehainesc, in Italia da 40 anni, è una attivista storica giunta dal Tigray, o Tigrè, Nord dell’Etiopia, una regione che dal 4 novembre 2020 è in conflitto con le autorità centrali (v. Left del 6 dicembre 2020). Le notizie sono scarse anche perché ai giornalisti e alle organizzazioni umanitarie è impedito l’ingresso nel Paese e le testate tigrine sono state chiuse. «I tigrini della diaspora si stanno mobilitando in tutto il mondo per cercare di far intervenire la Corte internazionale di giustizia e per garantire sostegno a chi è dovuto fuggire in Sudan, agli sfollati, a chi sta subendo un tentativo di pulizia etnica», dice Tzehainesc (di cui omettiamo il nome completo per i rischi che corrono i familiari rimasti nel Tigray).

L’Etiopia è divisa come Repubblica federale in 10 Stati/regioni in cui convivono almeno 80 popolazioni con lingue diverse, per 20 anni è stata in conflitto con l’Eritrea, un tempo sua regione. Solo dopo il definivo riconoscimento dell’indipendenza, nel 2000 sono cessate le ostilità. Nel 2018 c’è stata la prima visita diplomatica in Eritrea, dell’attuale primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali, a cui è stato conferito nel 2019, il Nobel per la pace. Una pace che nel Paese è sempre stata in bilico a causa di tensioni interne. La capitale Addis Abeba ha conosciuto un rapido sviluppo diventando meta di arrivo anche dall’Eritrea. Dopo l’impero di Hailè Selassié e il regime di Menghistu, dal 1991 il Paese è governato dal Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (Eprdf) che riuniva le 4 principali componenti etniche. Dal 1995 al 2012 (quando morì a Bruxelles) è stato primo ministro Meles Zenawi, appartenente al Fronte di liberazione del Tigray (Tplf). Il nuovo primo ministro è invece di etnia oromo, maggioritaria in Etiopia ed è il primo di tale gruppo a ricoprire questo ruolo. Nell’ottobre del 2019, ci sono stati scontri interni dopo l’arresto dell’oppositore Jawar Mohammed, anch’egli oromo. Abiy Ahmed Ali ha reagito disponendo la trasformazione dell’Eprdf in un unico soggetto, il Partito della prosperità, a cui non ha aderito il Tplf.

Nello stesso periodo il governo ha annunciato libere elezioni, rinviate poi col pretesto dell’emergenza da Covid. «In realtà le elezioni si dovevano e potevano fare, la pandemia è esplosa dopo, ma il primo ministro aveva deciso che chi non faceva parte del suo nuovo partito era fuorilegge – racconta Tzehainesc – e le elezioni le abbiamo svolte a settembre, con una partecipazione del 96% degli aventi diritto. Un piccolo partito indipendentista ha ottenuto 2 dei 190 seggi, tanto è bastato per…


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Rasha al-Amir, scrivere è impegno civile

«È strano che un uomo debba spiegare i motivi per cui certuni si astengono dall’ucciderlo, come se si scusasse per essere ancora vivo, rivolgendo le sue scuse sia agli uccisi, ai quali non si è aggiunto perché il fato ha decretato così, sia ai vivi, tra i quali è un intruso». Questa è una riflessione dell’imam minacciato di morte protagonista del romanzo Il giorno del giudizio, scritto dall’autrice ed editrice libanese Rasha al-Amir nel 2002 e pubblicato pochi giorni fa per La tartaruga, (che fa parte del gruppo La Nave di Teseo ndr), nella sua traduzione italiana. Parole forti, che fanno sentire come, già venti anni fa, le minacce del fanatismo fossero una realtà palpabile per la scrittrice il cui fratello, Lokman Slim, attivista e intellettuale impegnato in prima linea contro l’uso ideologico e politico della religione, è stato assassinato il 4 febbraio scorso.

Per Rasha al-Amir la letteratura non è solo un mestiere. È impegno civile a favore di una società basata sul diritto di cittadinanza e sulla memoria, non sul confessionalismo, una società che dovrebbe essere orgogliosa del suo straordinario patrimonio letterario che ha 1500 anni di storia e trarre dal passato lezioni per evitare di incappare, sempre, negli stessi errori. «Sai tu che cos’è il giorno del giudizio? Sì, sai che cos’è il giorno del giudizio?». Questo versetto del Corano, una domanda posta da Dio all’essere umano che, nella sua limitatezza, non ha la facoltà di immaginare gli sconvolgimenti della fine dei tempi, è riportato in epigrafe del romanzo. Per l’imam narratore della lunga e intensa lettera d’amore che è quest’opera, uomo che convive con i testi sacri della tradizione islamica, il suo giorno del giudizio arriverà in questa vita, al termine di una lunga attesa in cui ha vissuto passivamente, per repressione e mancanza di coraggio, la sua professione e la sua vita. Un uomo che si imbarazza come un bambino quando si trova da solo con la donna che lo attrae, un uomo dilaniato da un profondo conflitto interiore perché, nel contesto in cui vive – un Paese arabo volutamente senza nome – si sente alienato, esule, estraniato. Tutto quello che fa è cercare di sopravvivere in un Paese dove il governo è repressivo e corrotto e gli islamisti provano con tutti i mezzi a convertire le coscienze e a inculcare a giovani deboli che…


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Quei tre giorni del 1937 ci dicono cosa era il fascismo

«Ieri verso le ore 12, dopo ultimata la distribuzione delle regalie alle chiese, alle moschee e ai poveri di Addis Abeba fatta da S.E. Graziani in omaggio alla nascita di S. A. R. il Principe di Napoli, alla presenza delle autorità civili e militari e dei capi e notabili rappresentanti le comunità religiose copte e musulmane, da un gruppo di individui infiltratosi fra i poveri venivano lanciate, approfittando del movimento creatosi tra la folla al termine della cerimonia, alcune bombe a mano».
Questo il testo della agenzia Stefani, battuto il 20 febbraio 1937, che dà notizia dell’attentato al viceré Rodolfo Graziani, il successivo dispaccio della Stefani parla di 2mila fermi e comunica che «squadre di fascisti hanno ripulito taluni quartieri della capitale».

Il 19 febbraio, per festeggiare la nascita del principe di Piemonte, Graziani aveva infatti organizzato una pubblica elemosina per la popolazione indigente di Addis Abeba. Alla cerimonia, che si svolse nel cortile del piccolo Ghebì (l’ex palazzo di Hailè Selassié), sede del governo, parteciparono tutti i notabili etiopici presenti nella capitale, nonché gli alti vertici del governo italiano. La cerimonia venne organizzata fastosamente imitando una tradizione (quella che prevedeva per il giorno della Purificazione della Vergine una distribuzione di beni ai poveri) per almeno due scopi: «Quello di dimostrare che il governo italiano è più generoso di quello negussita, e quello di rompere con un gesto spettacolare e distensivo l’atmosfera di insicurezza che stagna da qualche tempo in città» (Angelo Del Boca, Italiani in Africa orientale, La caduta dell’Impero, Laterza). Addis Abeba era però considerata “sicura” molto diversamente dal resto del Paese, dove, nonostante la guerra fosse ufficialmente chiusa dal maggio 1936, la resistenza anti-italiana continuava a rendere ben poco sicuro l’impero e dove continuavano le sanguinose repressioni messe in atto dall’amministrazione italiana.

Circa duemila persone, affollavano il recinto della sede del governo, controllate da una cinquantina di carabinieri. Verso mezzogiorno l’attentato: due patrioti etiopi lanciarono alcune granate e Graziani venne investito quasi in pieno dall’esplosione del terzo ordigno. Mentre il viceré veniva soccorso iniziarono le reazioni all’interno del Ghebì: vennero immediatamente chiusi i cancelli, impedendo alla popolazione di fuggire e soldati e carabinieri reagirono sparando sulla folla. Coloro i quali non caddero sotto il piombo vennero poi rinchiusi per parecchi giorni nelle sale del palazzo.
I tre giorni che seguirono furono segnati dalla rappresaglia scatenata dagli italiani di Addis Abeba. Un vero e proprio pogrom coordinato dal partito fascista. Fu infatti il federale della città, Guido Cortese, che organizzò i presenti, li divise in squadre e li lanciò contro la…


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Nino Cartabellotta (fond. Gimbe): Perché ci vorrebbe un nuovo lockdown

Carabinieri (Italian paramilitary police) officer stops a car in downtown Milan, Italy, Sunday, March 22, 2020. Italian Premier Giuseppe Conte has told the nation he is tightening the lockdown to fight the rampaging spread of coronavirus, shuttind down all production facilities except those that are "necessary, crucial, indispensible to guarantee" the good of the country. For most people, the new coronavirus causes only mild or moderate symptoms. For some it can cause more severe illness, especially in older adults and people with existing health problems. (AP Photo/Antonio Calanni)

Quattrocento morti al giorno. Ottocento ogni due giorni. Duemilaottocento alla settimana. È la media italiana di decessi causati dal coronavirus negli ultimi sette giorni (al momento di andare in stampa, ndr). Una media in lieve calo da metà gennaio, certo, ma che illustra comunque una situazione di assoluta emergenza. Per cui sarebbero necessarie contromisure radicali. Sarebbe ovvio che i decisori politici le predisponessero e le autorità sanitarie e di polizia le facessero applicare. Nulla di tutto ciò, invece. Questi lutti quotidiani vengono ormai dati per scontati. Come se ci si fosse assuefatti a questa strage quotidiana, quasi fosse considerata, a torto, inevitabile.

Mentre infatti le forniture di vaccini subiscono ritardi, il contact tracing è stato abbandonato da mesi, le terapie contro il Covid sono – al momento – armi spuntate, ci si aspetterebbe come minimo un inasprimento delle misure di lockdown. E invece la mappa dei colori che indicano i livelli di confinamento indica un’Italia pressoché totalmente in “zona gialla”. Nel frattempo, durante le consultazioni col presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi, nessuna forza politica ha posto come condizione per la nascita di un nuovo esecutivo un blocco più serio delle attività nel Paese, a tutela della vita delle persone e anche, sul lungo periodo, dell’economia.

Ma quanto è davvero pericolosa questa inerzia? In che fase della pandemia ci troviamo? A che punto siamo con la campagna vaccinale e come potrebbe impattare sulla salute pubblica la diffusione di nuove varianti del coronavirus? Ne abbiamo parlato con Nino Cartabellotta, medico e presidente della Fondazione Gimbe, organismo di ricerca indipendente che promuove e realizza attività di formazione e ricerca in ambito sanitario. Le analisi sul Covid sue e dell’ente che dirige rappresentano un faro per orientarsi con consapevolezza in questa fase delicata dell’emergenza.

Presidente, di recente ha dichiarato che ci troviamo in «una delle fasi più critiche della pandemia», perché?
Perché si tratta di una fase di “calma piatta”, dove la curva del contagio nazionale si è al momento stabilizzata, ma al tempo stesso diversi fattori ne fanno presagire un’imminente risalita. Infatti, gli effetti delle misure restrittive, in particolare quelle della “stretta” di Natale si sono ormai esauriti, l’utilizzo dei tamponi rapidi a scopo di diagnosi e non per screening lascia in giro troppi falsi negativi sottostimando i contagi, l’Italia si è quasi completamente tinta di giallo e sono arrivate le nuove varianti che hanno già portato a zone rosse in alcune province e comuni. In questo contesto, le istituzioni si limitano paternalisticamente ad appellarsi al buon senso dei cittadini che, in fondo, non fanno che adeguarsi a quanto permesso.

Gli ultimi dati parlano di una stabilizzazione dei nuovi casi di Covid, ma in alcune regioni il trend è invece in risalita. Perché e cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi giorni?
Dopo settimane di lenta discesa di tutte le curve, il calo dei nuovi casi settimanali si è…


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Giovanni Soldini: Prima si salva poi si pensa

Giovanni, per te l’acqua significa tante cose: significa navigazione, ma anche risorsa – ricordo che hai promosso con Amref la questione dell’acqua in Africa -, ti sei impegnato col salvataggio in mare e hai attraversato oceani. E poi che hai fatto?
Più o meno ho fatto questo, non si può fare tutto. Sicuramente il tema del mare, del salvataggio in mare, dell’acqua come frontiera è un tema che mi è molto vicino perché comunque io penso che la prima legge di qualsiasi marinaio, la prima legge del mare è proprio che in mare la vita umana va sempre salvata. Prima si salva poi si pensa. Questa è in realtà una legge che viene da molto lontano, da una cultura millenaria, oserei dire, ma che incredibilmente è messa in discussione proprio adesso dai Paesi “sviluppati”, no? È una situazione molto brutta ma ormai da qualche decennio i Paesi ricchi attuano politiche contrarie a questa legge del mare.

A te è capitato di essere salvato e di avere salvato in mare.
È vero. Ho salvato una naufraga (Isabelle Autissier, durante la terza tappa dell’Around Alone nel 1999, ndr), però sono anche stato salvato nel 2005 da una petroliera che arrivava dal Golfo Persico, una delle navi più grosse al mondo, una nave che non passa neanche il canale di Panama, larga 40m e lunga 380m. Mi pescarono in mezzo all’Atlantico a mille miglia da Dakar verso ovest. Mi ero cappottato insieme all’amico Vittorio Malingri su un trimarano e la cosa allucinante è stata che quando la petroliera si è ormeggiata al largo dalla costa nel Golfo del Messico davanti a Houston nessuno ci ha voluto portare a terra. Eppure avevamo tutti e due il passaporto, un visto a tempo indefinito per gli Stati Uniti e una sfilza di carte di credito.

Perché non volevano?
Perché eravamo naufragati. Non c’era verso di scendere a terra. Dopo 10 giorni abbiamo dovuto affittare un elicottero perché altrimenti saremmo dovuti ripartire con la nave. Questo è accaduto perché negli Stati Uniti, come in Europa, come in Italia, come in tutti i Paesi ricchi chi porta a terra un naufrago ne diventa totalmente responsabile. E anzi nel caso dell’Italia può essere anche accusato di essere uno scafista.

Questa oggi è la situazione che vivono tutti i naufraghi in mare dalle nostre coste fino alle Canarie.
Noi eravamo molto protetti. Se fossimo stati dei naufraghi senza un passaporto “giusto” non voglio immaginare cosa sarebbe potuto succedere. Perché alla fine per una nave, soprattutto per l’armatore della nave, tu sei solo un grossissimo problema. E in mezzo al mare non ti vede nessuno. Un problema del genere si risolve in un attimo, nel senso che ti prendono e ti fiondano a mare senza pensarci due volte. Tanto più oggi che per esempio il…


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L’intervista è anche su YouTube

La donna essere umano uguale e diverso

Massimo Fagioli, foto di Stefano D'Amadio ©

E venne il giornalista di RaiNews24 che costruì una trasmissione di 9 minuti. E sono giunte le voci vicine e lontane che dicevano: bellissimo. Avevo fatto togliere da Segnalazioni una fotografia del 1991. Mandato da la Repubblica, il fotografo fece una fotografia bruttissima. Avevo una strana espressione ed, in mano, il volume nero con su, grande, il nome: Freud. Non potei oppormi perché non me la fece vedere prima di pubblicarla. E, prima di commentare e studiare, scrivo che i nove minuti di RaiNews24 fanno una realtà nuova. Stimolano una ricerca che sembra impossibile. Ma l’anelito a conoscere le realtà invisibili degli esseri umani è sempre presente. Un breve accenno agli orrendi titoli “…è stato plagiato” e pochi anni fa “…deve essere curato!”. Frase che faceva il titolo di un’intervista, e che io non avevo mai detto. Volevano, sfregiando l’aspetto visibile, fare l’immagine pubblica di un triste personaggio che aveva detto “Freud è un imbecille!”.
Il “personaggio” era quello che interpretava i sogni, senza ascoltare le libere associazioni. Ed arrivarono tanti articoli in cui il ridacchiare scemo parlava di guru. Ora, da alcune settimane, sono comparse su la Repubblica, articoli di tutt’altro aspetto e sapore. È il collega, psichiatra, che parla come presidente della SPI. Ed ho commentato e cercato altri giri di parole che cercano di annacquare ed oscurare il fatto di vedere la verità di una storia che aveva una realtà terribile. Ed ho detto qualcosa la settimana scorsa, ma ho detto tanto nei cinquant’anni passati. Cercavo un invisibile movimento della normale cultura esistente quando è comparsa RaiNews24. Un magnifico regista ha proposto la visione di un’immagine nuova. Uno psichiatra parlava dell’interpretazione dei sogni e diceva: “Il paziente ha un linguaggio arido nel descrivere le immagini oniriche”. È linguaggio articolato udito e ripetuto. Lo psichiatra ascolta e trasforma le immagini oniriche in pensiero verbale. “È un linguaggio nuovo”.

La più grossa violenza è la negazione stupida della donna

In altre parole lo psichiatra fa, udite le parole, un’immagine diversa da quella descritta. Ed essa parla nel silenzio. E la parola dello psichiatra che interpreta, è diversa da quella che ha descritto le immagini oniriche, perché è creazione della fantasia e non della coscienza e ragione. È il pensiero che, alla nascita, compare nell’organismo e, poi, utilizza il linguaggio articolato imparato per esprimersi. E non è lo stesso di quello udito. Il pensiero va verso le parole: poesia, poeta. I poeti tolgono ai termini verbali il significato che indica le cose materiali per comporre frasi dal senso misterioso che sembra suono. Cosa accade nella mente del poeta? Vengono, gentilissimi, i termini verbali dei tanti decenni di ricerca. Ed ora il più bello mi sembra «capacità di immaginare». E torna il pensiero che il poeta toglie, ai termini verbali, il significato che, sparito, rende totalmente diversa la parola udita, letta ed imparata. Segue, immediatamente, la domanda e la ricerca impossibile che vogliono leggere la differenza, il completamente diverso, tra…
La certezza dell’identità delle parole dice: la pulsione di annullamento, figlia dell’anaffettività, rende le parole aride come fossero suoni o segni convenzionali che, in verità, sono rumori che chiamano il cane del padrone. Sono fischi o suoni di campane che dicono l’ora del mattino o del vespro ed invitano sempre a pregare un dio.

E so, ormai, che sono ricordi coscienti registrati dai sensi nello stato di veglia, senza nessuna modificazione o partecipazione. Non c’è creazione d’immagine. La fantasia di sparizione che ha in sé stessa, sparite nella loro realtà, pulsione di annullamento e capacità di reagire che diventa vitalità, spoglia le parole dalla loro veste di aridi segni che indicano le cose. Le lascia nude ad esprimere la loro sensibilità ed il canto che il simile dovrebbe sentire quando non ha più rapporto con la realtà materiale. Ed è una sensibilità che è legata ai cinque sensi come la realtà non materiale del pensiero è legata al corpo. Ed ho detto del movimento invisibile che accade nel poeta che trasforma il linguaggio imparato per farne una creazione personale, originale. Come se fosse il contrario di quanto fa l’artista quando fa statue. Egli dà una forma al marmo, al ferro, al legno informe per esprimere, con l’immagine, la sua realtà non materiale ovvero il pensiero. Il poeta toglie ogni identità alla manifestazione percepibile del suo pensiero, per crearne un’altra, senza significato. È libera espressione, dissi, che non dipende da nessuna altra cosa… . Come se fosse una musica originale. La dinamica, quindi, è la stessa della nascita umana in cui, insieme al pensiero falso, idea, realizzazione della realtà biologica “il mondo non esiste”, si ha la creazione della realtà della memoria-fantasia dell’esperienza avuta. E, pertanto, posso dire che il poeta fa sparire il significato del linguaggio imparato, ovvero la manifestazione percepibile per esprimere una realtà, da sempre sconosciuta e detta inconoscibile. Fa sparire, anche se la percepisce con i sensi della veglia. Così la dinamica della nascita, in cui si realizza la fantasia di sparizione, si ricrea nel narcisismo del poeta che, avendo i cinque sensi della veglia vigili, realizza una indifferenza per il mondo che lo circonda perché come il neonato, è realizzazione di sé. Animali e vegetali non comprendono la poesia perché odono, vedono, ma non comprendono il senso. Il senso nuovo che neppure gli esseri umani simili al poeta, comprendono.

E noi abbiamo visto la differenza tra anaffettività ed indifferenza. E la conoscenza, che non è ripetizione del linguaggio imparato, ci dà la strada per la realizzazione interiore senza anaffettività. C’è il rapporto con l’altro essere umano che non conosce. Sa che esiste ma non c’è ricordo perché non c’è stata la percezione di un corpo. È memoria dell’esperienza avuta nel contatto della pelle con il liquido amniotico, di quando ancora non era iniziata la sua vita umana. So, forse la memoria-fantasia me lo ha sempre detto, che prima della vita c’è una realtà biologica con i suoi riflessi ma non c’è vita umana perché non c’è la realtà non materiale che è il pensiero. L’ho detto spesso ed ora lo ripeto perché, non ho evidenziato il metodo del pensiero. Fu, forse, una “rivoluzione copernicana”. Non è la discesa dello “spirito” sulla realtà materiale ma è l’emergenza, per lo stimolo della luce, della realtà non materiale dalla realtà materiale. C’è, nella realtà biologica umana una “capacità di reagire” che fa quella pulsione che (è oltre la realtà della parola energia?), nel “credere” che la realtà non umana non esiste, fa esistere il pensiero umano che è memoria-fantasia e non ricordo.

Le pitture rupestri volevano rappresentare le foche monache. È la manifestazione della mente umana che non è ragione. Si possono vedere disegni, di trentamila anni prima, in cui sembra dominare la linea. E la fantasia, senza ragionamento, mi fa pensare che sono opere delle donne chiuse nelle caverne. Compare nella mente la memoria dell’originale seduta di psicoterapia di gruppo. Gli impercettibili movimenti delle tante teste fanno la superficie del mare, mossa da un venticello che è l’aria che porta le parole che diciamo. Immagine indefinita, incomprensibile, inimmaginabile che non rivendica la sua realtà. Forse non è la sua identità. Svanisce, per diventare individuo. Penso alle correnti sotto la superficie che, invisibili, chiedono l’amore per gli uguali e diversi, che fa vedere senza occhi le immagini del sogno. Non le hanno fatte emergere mai per la lastra di ghiaccio che l’uomo ha posto sopra l’identità della donna: uguale e diversa. Ed hanno detto che non è realtà umana. Come se il genere maschile della specie umana potesse parlare soltanto con l’uguale e non con il diverso. “L’altro è la propria figura riflessa dal freddo specchio”. La parola «diverso» mi parlò del primo anno di vita senza parola e del pensiero fatto d’immagine. Ed io pensai alla parola: donna.

Il cacciatore di zombie

Former head of the BCE (European Central Bank) Mario Draghi looks on as he arrives at the Quirinal palace, to attend a meeting with the Italian president, in Rome, on February 3, 2021. - Italy's president is expected February 3, to ask Mario Draghi, the former head of the European Central Bank, to lead the country out of the devastating coronavirus pandemic after the coalition government collapsed. (Photo by Andreas SOLARO / AFP) (Photo by ANDREAS SOLARO/AFP via Getty Images)

Draghi ha scritto di queste realtà in una relazione per il gotha della finanza. Che ne farà ora da presidente del Consiglio? Si chiamano zombie firms (imprese zombie) o walking deads (morti che camminano). A loro è dedicato uno dei capitoli centrali dello studio preparato da Mario Draghi (quando non era ancora presidente incaricato) e Rayan Raghuram, economista ed ex direttore della Banca centrale indiana, per il Gruppo dei Trenta, che raggruppa personalità influenti del mondo economico mondiale, in particolare ex presidenti di banche centrali, pubblicato a dicembre del 2020. Titolo: Reviving and restructuring the corporate sector post-Covid, rivitalizzare e ristrutturare il settore delle imprese dopo il Covid.

Per capire di cosa parliamo dobbiamo sapere che questa definizione cinicamente eloquente, zombie firms, è dedicata al quinto livello, l’ultimo, con cui questo studio classifica le imprese. Sono quelle che probabilmente sarebbero morte se in tempo di pandemia non ci fosse stato denaro facile a cui hanno attinto e rispetto al quale saranno con ogni probabilità insolventi.

Il che alimenta un’altra delle bombe che sono disseminate nel mondo in piena crisi pandemica ed economico-sociale, quella dei crediti deteriorati. Tanto grande ed esplosiva che la Commissione europea le ha dedicato il 17 dicembre scorso una comunicazione per presentare la propria strategia di salvataggio.

Ma andiamo con ordine. Partiamo dall’economia reale, le imprese. La relazione di Draghi e Raghuram, come detto, le classifica in 5 tipologie. Per ciascuna sono indicati gli…


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È solo un armistizio

Giornata convulsa quella di ieri, eh? Però gira questa barzelletta che con il governo Draghi piomberà sull’Italia una grande pacificazione, è il desiderio soprattutto di chi con concezione confindustrialotta del mondo ritiene la politica una gran rottura, un peso burocratico che ci dobbiamo portare sulle spalle solo per fingere di essere democratici anche se l’ideale sarebbe un unico ristretto consiglio d’amministrazione e al massimo i dirigenti giusto per metterci gli amici e qualche capoturno per fare rigare dritto tutto il Paese.

Eppure la politica no, non cessa, seppur sciancata, scricchiolante, troppo spesso troppo poco credibile, in dissenso com’è nella sua natura e perduta nei mille rivoli che sono l’anima stessa del dibattito. Così ieri è accaduto che il Movimento 5 stelle abbia deciso di appoggiare Draghi ma è anche accaduto che il 40% dei votanti sulla piattaforma Rousseau non siano per niente d’accordo con le decisioni di Grillo e Di Maio. A proposito: è vero che votare su una piattaforma proprietaria di una società privata che non ha alcuna trasparenza, con un quesito scritto con modalità saudite (e con il solito italiano incerto) non sia stato un gran bello spettacolo ma che diano lezioni di consultazioni della base i partiti abituati a prendere decisioni nei caminetti o addirittura quelli che galleggiano in partiti padronali fa proprio ridere.

Comunque, dicevamo, ieri il Movimento 5 stelle ha votato e quel 40% in disaccordo pesa, eccome, sul futuro del Movimento e della politica. Nonostante molti editorialisti spernacchino i grillini che si potrebbero spaccare (sempre a proposito della “pacificazione” che per loro consiste nell’eliminazione dell’avversario) ciò che accadrà nel M5s avrà peso per il governo e per le prossime elezioni.

Accade più o meno lo stesso anche nel Partito democratico dove l’apparente quiete è solo una preparazione sotto traccia di un congresso che tra poco si comincerà a invocare. Le mosse di Zingaretti non sono piaciute e non piacciono a molti e l’idea di affondare l’attacco piace anche ai molti (troppi) infiltrati renziani che godono nel vedere macerie.

Accade lo stesso anche nella Lega, che però appare più brava nel nascondere il borbottio interno, dove non sono pochi quelli che contestano a Salvini “un’inversione a Eu” che viene considerata come un tradimento.

Forse solo Giorgia Meloni in questo momento si trova a capo di un partito che la appoggia su tutta la linea. Forza Italia e Italia viva non hanno fremiti: sono delle corti al guinzaglio del loro re. Per questo si piacciono tanto.

Insomma, il quadro è convulso, e i partiti continueranno comunque a fare i partiti, con tutti i loro tremori e con le inevitabili conseguenze. E alla fine Draghi dovrà scendere a occuparsi anche delle “questioni basse” come gli equilibri interni. Che poi è la politica, appunto. Oggi dovrebbe arrivare la squadra dei ministri. Si comincia a ballare.

Buon venerdì.

Con le destre non si esce dal pantano

Si prega di non chiudere gli occhi sul numero crescente di disoccupati, nonostante il blocco dei licenziamenti: il 98% dei 101mila posti di lavoro andati perduti nel solo mese di dicembre 2020 erano occupati da donne. Si prega di non chiudere gli occhi sui femminicidi, lo scorso fine settimana in 24 ore son state uccise tre donne e sono già sette dall’inizio dell’anno. Si prega di non chiudere gli occhi sui problemi della giustizia e sul sovraffollamento nelle carceri focolai di contagio. Si prega di non chiudere gli occhi sui 92mila decessi per Covid in Italia. Continuano a morire quasi 400 persone ogni giorno. E intanto il ritorno in zona gialla suona come uno sciagurato “liberi tutti”. Mesi fa eravamo giustamente scioccati dalle bare che sfilavano a Bergamo, ma poi cosa è accaduto? Ci siamo assuefatti a questa contabilità della morte? Ci pare normale che anche a causa del ritardo nell’applicazione del piano vaccinale, non solo per il “ricatto delle multinazionali”, si proceda a singhiozzo con la somministrazione e si sia ancora enormemente lontani dall’immunità di gregge?

Con tutta evidenza qualcosa non ha funzionato a livello europeo e tanto meno ha funzionato in Italia. Il lavoro del governo Conte con il ministro Speranza, che abbiamo apprezzato nell’affrontare con onestà e impegno questa devastante pandemia, non è bastato. E la paralisi potrebbe proseguire se, nonostante i buoni propositi di Draghi di mettere al primo punto la lotta al Covid, il suo governo di larghissime intese imbarcasse davvero la Lega negazionista di Salvini che vorrebbe estendere a tutta Italia il fallimentare modello di sanità privata che tanti danni ha fatto in Lombardia; quel Salvini che continua a invocare la riapertura di tutto in nome della produzione, infischiandosene della salute dei cittadini (altro che «Prima gli italiani!»). Non basta la spolverata di finto europeismo che il leader leghista, folgorato sulla via del governo Draghi, si è dato nei giorni scorsi. Né basta a rassicurarci il primo no che l’ex governatore della Bce ha opposto alla Flat tax leghista. Serve un piano ben articolato e complesso per uscire dal pantano. Quello di Draghi comincerà ad avere linee più chiare nelle prossime settimane. Aspettiamo di poterlo valutare nel merito.

Noi pensiamo che non sia più rinviabile una riforma fiscale basata sul principio costituzionale della progressività, serve una riforma degli ammortizzatori sociali, una politica industriale in cui lo Stato affronti la questione dei lavoratori delle “aziende zombi”, che sopravvivono purtroppo solo nominalmente dopo la crisi, servono investimenti per creare nuovi posti di lavoro, non aiuti a pioggia, ma strumenti di protezione sociale e politiche attive del lavoro (solo per cominciare). Ma queste a ben vedere sono anche scelte politiche che chiedono una visione competente, ma soprattutto democratica e progressista. E poi c’è uno scoglio innegabile: per quanto autorevole, come farà Draghi a fare una sintesi fra ciò che insieme non può stare? è impossibile, oltreché ingiusto. Come si fa a mettere insieme la revisione dei decreti Salvini iniziata con il governo Conte II con le politiche dei porti chiusi del capo leghista? Come si fa a fare una sintesi fra chi vuole una transizione ecologica e sociale e chi vuole grandi opere impattanti e il ponte sullo Stretto? L’unica strada possibile dopo l’irresponsabile crisi innescata da Renzi forse sarebbe stata un governo di scopo per la vaccinazione di massa, la riapertura delle scuole e la consegna del Recovery plan, per poi andare al voto.

Le contraddizioni di un governo “di legislatura” che andrebbe da Leu alla Lega, passando per il Pd, i 5 Stelle e Forza Italia, sono feroci e inaccettabili. Destra e sinistra non sono uguali. Non è una questione astrattamente ideologica, ma di merito, di sostanza, tanto più in tempi di crisi sanitaria ed economica che ha ampliato le disuguaglianze, lasciando scoperte intere fasce di popolazione a cominciare dai giovani e dalle donne. Torniamo ad occuparci di questo tema con gli autorevoli contributi di Cesare Damiano e di Susanna Camusso e dando la parola a nuove, giovani leve del sindacato e attiviste, donne del Sud e immigrate che stanno facendo un coraggioso lavoro, anche provando a riscrivere, dal basso, il contratto nazionale per il lavoro di cura, fondamentale pilastro, accanto a quello dei medici e dei ricercatori in questi lunghi mesi di emergenza sanitaria, eppure non riconosciuto, sfruttato, sottopagato. Il lavoro dei sindacati, dei partiti, del Parlamento, la dialettica fra governo e opposizione (costruttiva) sono gli assi portanti su cui si deve basare la ricerca di una via di uscita dalla crisi. E in questo ultimo anno li abbiamo visti pericolosamente scivolare nell’ombra. Crediamo che sia un grave danno per la democrazia italiana.

Per quanto possa essere autorevole e competente non è l’uomo solo al comando la via di uscita. L’agiografia acritica e imbarazzante che sta dilagando da giorni su tutti i media mainstream non è informazione. E, a ben vedere, nuoce anche al lavoro di Mario Draghi.


L’articolo prosegue su Left del 12-18 febbraio 2021

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