Sanno e sappiamo tutti che è un genocidio. Lo sa il premier israeliano Benjamin Netanyahu che ha invocato da subito la distruzione di tutto, lo sa il generale a riposo Giora Eiland che già il 19 novembre 2023 consigliava di puntare sulle epidemie più che sulle armi per liberarsi dei palestinesi, lo sanno i tanti giornalisti che da un anno disquisiscono alla tv israeliana se esistano o meno innocenti a Gaza (c’è chi pensa ai neonati, chi ai minori di quattro anni, chi a nessuno). Ma lo sanno anche i tanti studiosi ebrei che – mai citati, raccontati o intervistati dalla grande stampa di casa nostra – si sgolano da mesi per dire che sì, a Gaza, è un genocidio. Uno dopo l’altro Raz Segal, Amos Goldberg, Omer Bartov, Daniel Blatman, Barry Trachtenberg, William Schabas e tanti altri hanno capitalizzato decenni di studi sull’Olocausto per affermare senza riserve che l’orrore di Gaza è, appunto, un genocidio. Loro di qua, dall’altra parte il mainstream italiano ben personificato da Bruno Vespa, che il 21 aprile 2025 tira le orecchie al papa appena deceduto perché lo scorso novembre osò chiedere che si indagasse “con attenzione” se a Gaza fosse o meno genocidio. A Porta a Porta di genocidio non si può parlare: «Però però però, le parole hanno un senso. Genocidio è stato quello nei confronti degli ebrei» è la dotta motivazione che cancella la tragica sorte di sinti, rom, armeni, ruandesi, cambogiani, bosniaci. E palestinesi.
Vivere e resistere a Masafer Yatta mentre l’esercito d’Israele bombarda le case
C’è un pezzo di Palestina che da anni resiste attraverso la nonviolenza ai soprusi dell’esercito israeliano, agli attacchi dei coloni, al piano di occupazione sionista. Sulle mappe più antiche è segnato come Masafer Yatta, cioè le “colline a sud di Hebron”, in Cisgiordania, territori occupati palestinesi. Secondo gli accordi di Oslo l’area è C, ossia sotto il totale controllo militare e amministrativo israeliano. Questa è la terza generazione di attivisti nonviolenti ma è la prima nata e cresciuta all’ombra di colonie ed avamposti illegali. A raccontare questa terra incastonata tra l’asfalto della bypass road, una strada israeliana che collega le colonie ma confina i palestinesi, e la Valle del Giordano è Ali Awad del villaggio di Tuba.
«Ho scelto l’approccio nonviolento perché credo che sia il modo più efficace per resistere all’oppressione, pur mantenendo la nostra umanità e dignità. La nonviolenza rivela l’ingiustizia per quello che è realmente». Alì ha 27 anni è un attivista per i diritti umani e giornalista, da anni con la sua videocamera documenta le violenze subite dal suo villaggio. «Vivere sotto occupazione ci espone sempre a tentativi di espulsione. Attraverso la resistenza nonviolenta – ricostruire le case, coltivare i nostri campi e documentando la violenza dei coloni – mostriamo al mondo che esistiamo. Che abbiamo diritto di essere qui e che non saremo distrutti. La nonviolenza non è debolezza; è una forma di forza radicata nella comunità, nella pazienza e nella profonda fede nella giustizia». Lo afferma con la forza di chi, fin da bambino, è stato testimone dei soprusi compiuti dall’Idf e della cieca rabbia razziale dei coloni. Tra il novembre e il dicembre 1999, essendo tutta l’area di Masafer Yatta stata dichiarata “firing zone” ossia area di addestramento militare israeliana, già dal 1980 da parte del ministro dell’Agricoltura Ariel Sharon, 12 villaggi furono fatti evacuare con la forza. Tra questi anche Tuba.
Striscia di Gaza: Ecco perché si tratta di un genocidio
Ho partecipato alla stesura, in forma di consulenza gratuita, del ricorso presentato dal Sudafrica presso la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Uniti a L’Aja. In conformità a tale atto, la guerra in corso nella Striscia di Gaza costituirebbe atto di genocidio contro il popolo palestinese. Si tratta, ovviamente, di un processo particolarmente complesso, ma posso assicurare che si è studiata attentamente la modalità e fondato il ricorso su dati oggettivi e normativi consolidati nella prassi e nella giurisprudenza. A prescindere da come si pronuncerà la Corte, ritengo che a Gaza sia in atto un genocidio. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 la risposta assolutamente sproporzionata è quella che noi tutti vediamo ogni giorno: oltre 50.000 morti di cui la metà sono bambini! C’è genocidio perché c’è l’intenzione mirata da parte di chi commette quelle azioni tese a distruggere i palestinesi in quanto tali. Non siamo di fronte ad atti di guerra, ma a una precisa volontà di far scomparire dall’umanità uno specifico gruppo etnico, religioso e nazionale ritenendo che questi esseri umani non possano e non debbano avere il diritto di vivere. La denuncia del Sudafrica, che ripeto conosco benissimo, ha sicuramente un ruolo importantissimo perché porta il governo di Israele finalmente di fronte alla giustizia penale internazionale. L’accusa di genocidio è quella più grave, quindi è quella che in qualche modo smuove più rapidamente la possibilità di un giudizio, sia pure di tipo iniziale e non facilmente eseguibile.
Da Roma alla Striscia. Racconto di un viaggio senza ritorno
Da Gaza si arriva, da Gaza non si torna più. Dopo che l’animo s’è mescolato col dolore e la speranza di quel popolo e di quella terra non può tornare uguale a prima. Tutto diventa sospeso, fragile, irrisolto. Ci si ammala dentro. I panni stesi al sole, fuori dalle case, raccontano la vita delle persone e nel deserto del Sinai, che attraversiamo scortati dalla polizia egiziana. I panni stesi sono l’unico frammento di colore in un mare di terra secca, punteggiati da rari cespugli di sterpi. L’ultima città egiziana prima di arrivare a Rafah è Al-Arish, intristita dalle macerie dell’abbandono e contemporaneamente ingentilita da nuove costruzioni incompiute. Poche le serrande aperte, quasi nessun abitante in strada: il sole e la paura fanno a gara a chi picchia più forte e ci si rinchiude nelle case, per non sentire né l’una né l’altra. Mancano cinquanta chilometri alle porte chiuse dell’inferno di Gaza eppure nella notte il mare di Al-Arish fa scivolare sulle onde piatte il rimbombo sordo delle esplosioni lontane.
Piovono bombe su un popolo disarmato e a rifinire a dovere lo sterminio ci pensano i cecchini. Gli israeliani sono quelli che hanno messo migliaia di microcariche esplosive nei cercapersone e li hanno fatti esplodere all’unisono, uccidendo centinaia di innocenti, in un cupo furore terroristico, sono quelli che hanno guidato un drone fino al salotto di casa del leader di Hamas già ferito a morte per finirlo, a favore di telecamera. Gli israeliani sono capaci di una precisione chirurgica nel colpire i propri target militari eppure hanno sbagliato il tiro almeno 60mila volte, sterminando in gran parte donne e bambini…
La guerra contro donne e bambini palestinesi vista da una clinica di Emergency
Da Gaza – Sono entrato a Gaza il 17 aprile. I primi 100 metri nella Striscia mi hanno mostrato immediatamente quello di cui sarei stato testimone ogni giorno: una devastazione che è difficile rendere a parole. La quasi totalità degli edifici è distrutta o severamente danneggiata. Fra le macerie si muove una popolazione di sfollati interni allo stremo delle forze, che cerca di sopravvivere a una guerra che dura da quasi 600 giorni e ad un assedio in atto da oltre 80. Mentre le bombe cadono continuamente e i droni ronzano nel cielo 24 ore al giorno, il blocco all’ingresso degli aiuti, rende l’accesso a cibo, acqua e medicine sempre più difficile. I pochissimi camion entrati nei giorni scorsi, chiaramente insufficienti rispetto agli enormi bisogni della popolazione, sono accolti con una speranza flebilissima, immediatamente affossata dai bombardamenti che non accennano a diminuire. Alle 10:30 del 22 maggio, mentre scrivo, la conta dei morti quotidiani è già arrivata a 38, portando il numero totale delle vittime ufficiali a circa 53mila. Nel mezzo di questa devastazione Emergency è attiva con due cliniche una ad al-Qarara e una ad al-Mawasi, entrambe nel governatorato di Khan Younis, dove fornisce cure gratuite di salute primaria, consulenze ginecologiche e di salute riproduttiva, e supporta il programma di vaccinazioni infantili e la lotta alla malnutrizione. La clinica di al-Qarara è un’oasi di pace, che resiste nel contesto di una situazione sempre più drammatica. I cancelli, però, non possono tenere lontana la guerra. I tonfi delle esplosioni, nelle città di Rafah e Khan Younis, fanno da sottofondo costante alle nostre visite; la malnutrizione, sempre più frequente, e le scorte di medicinali, sempre più esigue, ci riportano quotidianamente alla realtà dell’assedio in atto; le storie, raccolte dai pazienti che visitiamo, raccontano il dramma di chi ha perso tutti e tutto. Ricordo, ad esempio, la storia di Omar, 9 anni, che a inizio maggio è entrato nella stanza pediatrica accompagnato da una donna che credevamo essere sua madre. Lamentava
Mille motivi per correre a votare cinque volte Sì
L’8 e 9 giugno si terrà il referendum su cittadinanza e lavoro. Nelle varie discussioni online, può capitare di imbattersi in netti rifiuti di partecipazione al voto, sostenuti dalla bislacca idea che i due temi non abbiano nulla in comune e che affiancarli serva solo a forzare il quorum sulla cittadinanza. È vero che i quesiti del referendum sono frutto di iniziative popolari distinte: da un lato quelli sul lavoro proposti dai sindacati (contro i licenziamenti ingiustificati, il tetto all’indennità, l’abuso del contratto a termine e per la salute sul lavoro); dall’altro quello sulla cittadinanza, sostenuto da varie realtà della società civile (dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza per la richiesta). Ma non è una forzatura né, a parer mio, una coincidenza che i temi arrivino insieme al voto, poiché sono all’origine delle disuguaglianze più profonde del nostro Paese.
In Italia, la negazione della cittadinanza, così come la narrativa generale sul “pericolo” dell’immigrazione, serve alle destre a qualcosa in più che al mero consenso politico. Non si tratta solo di xenofobia: dietro si celano precise scelte economiche.
Il razzismo diffuso ha reso più debole e ricattabile una parte sempre più ampia della classe lavoratrice: quella composta da cittadini stranieri. Allo stesso tempo ha fomentato competizioni inesistenti con i lavoratori italiani, a tutto vantaggio di precisi settori del capitale.
Se negli Stati Uniti il sistema carcerario è sempre stato utilizzato per ripristinare il lavoro forzato venuto meno con l’abolizione della schiavitù, in Italia, dove le lotte sindacali del Novecento hanno reso difficile reintrodurre forme massicce di sfruttamento, è stato il ricorso alla marginalizzazione dei migranti a permettere di aggirare le regole a tutela del lavoro. Per neutralizzare lo scontro tra classe padronale e classe lavoratrice, si è scelto di razzializzare il conflitto, ovvero spostandolo dal piano verticale (padroni-lavoratori) a quello orizzontale (italiani-stranieri). Un esempio lampante è proprio il fronte dell’astensione, che rifiuta di partecipare al referendum anche se ne trarrebbe vantaggio. Pur di non estendere diritti agli “altri”, si è disposti a rinunciare ai propri.
La strategia di incorporare il razzismo nel sistema economico viene da lontano, anzi, sta all’origine stessa del capitalismo globalizzato. Proviene dalle grandi colonizzazioni dei secoli passati, da quella delle Americhe fino a quelle dell’Africa e dell’Asia. In particolare, il sistema capitalista ha avuto origine con la tratta degli schiavi in America e deve la sua fortuna soprattutto all’agricoltura di piantagione su larga scala. La rivoluzione industriale inglese, la creazione del mercato dei mutui statunitense, Wall Street stessa: tutto è nato grazie al latifondismo schiavistico. Già Karl Marx riconosceva il ruolo centrale della schiavitù nello sviluppo del capitalismo industriale moderno, ma sono stati gli studi postcoloniali – da Frantz Fanon (Pelle nera, maschere bianche) in poi – a dircelo chiaramente: il concetto di razza serve a giustificare ideologicamente lo sfruttamento lavorativo. Una spiegazione sintetica e tristemente attuale è contenuta nella prefazione di Robin D. G. Kelley al libro Marxismo nero di Cedric J. Robinson: “Il capitalismo e il razzismo… non si sono separati dal vecchio ordine [feudalesimo, ndr], ma sono invece evoluti da esso per produrre un sistema mondiale moderno di capitalismo razziale, fondato sulla schiavitù, la violenza, l’imperialismo e il genocidio.[1]” Ieri come oggi, l’Europa ha fatto ampio uso della razza per legittimare l’oppressione dei popoli colonizzati. Su questo si è costruita un’economia globale fondata, da un lato, sull’espropriazione di risorse, materie prime e ricchezze dal cosiddetto Sud globale verso l’Occidente, benefici di cui ancora oggi godiamo senza pudore, e, dall’altro, su relazioni lavorative predatorie.
L’Italia in tutto questo non è innocente. Il nostro Paese ha fatto propria la tendenza a ricorrere al razzismo per soddisfare le proprie necessità economiche, sia durante le guerre di conquista e colonizzazione in Libia, Somalia, Eritrea ed Etiopia (la cosiddetta ricerca del “posto al sole”), sia in tempi più recenti, come Paese partecipe dell’iniquo commercio internazionale e, al contempo, apparentemente chiuso all’immigrazione ma aperto allo sfruttamento.
La legge Bossi-Fini è stata il passaggio chiave nel processo di disumanizzazione del migrante in Italia, poiché associa l’ingresso legale a contratto di lavoro, rendendo così i migranti sistematicamente vulnerabili alla trappola della “clandestinità” e quindi ricattabili. Il sistema produttivo italiano ormai si regge su manodopera a basso costo e facilmente sostituibile, in particolare nel settore agricolo e nel lavoro domestico e di cura, dove la fragilità contrattuale e l’isolamento rendono ancora più invisibile e vulnerabile il lavoratore o la lavoratrice.
È un sistema che non solo alimenta la precarietà, ma crea deliberatamente illegalità, con lo scopo di mantenere bassi i costi del lavoro. Lo confermano anche i dati relativi all’ultimo Decreto Flussi. Secondo il report di Ero Straniero, nel 2024 solo il 7,8% delle quote d’ingresso stabilite dal governo si è tradotto in permessi di soggiorno. I posti totali previsti erano 119.890, ma solo 9.331 domande sono andate a buon fine. Il dramma sono gli 83.485 nulla osta rilasciati, con i quali i lavoratori hanno potuto migrare, ma che non sono stati convertiti in permessi di soggiorno. Questo numero esorbitante di persone è destinato a scivolare nell’irregolarità e nel lavoro nero. È evidente che il Decreto Flussi non sia stato concepito per promuovere la legalità. Per non parlare di altri crimini di cui l’Italia continua a macchiarsi: le persone lasciate morire nel Mediterraneo, quelle deportate in Albania, o la cui detenzione finanziamo profumatamente in Libia e in Tunisia.
Questo è il terreno su cui si gioca la partita del referendum: la cittadinanza come condizione che garantisce diritti fondamentali e tutela della dignità umana; la sua assenza come via libera ad abusi sul lavoro, arresti arbitrari, detenzione senza processo e deportazioni.
Il referendum non renderebbe affatto facile ottenere la cittadinanza, che prevedrebbe ancora una fedina penale pulita e un reddito sufficiente al mantenimento, oltre che la conoscenza della lingua italiana. L’unico cambiamento riguarderebbe il requisito di residenza, da dieci a cinque anni. Ma questa consapevolezza sembra non essere abbastanza.
Nonostante il nostro passato fascista, l’aver giurato “mai più”, molti di noi si stanno legando mani e piedi a questo sentimento d’odio che ci danneggia. Al seggio elettorale non ci motiva la solidarietà, né la voglia di migliorare la nostra situazione lavorativa, i diritti o il welfare, ma il desiderio meschino che lo straniero stia peggio. Ci consola solo la sua esclusione, ci gratifica solo la sua umiliazione.
Il referendum di giugno non correggerà tutte queste ingiustizie, è vero. Ma sarebbe un inizio: se l’abrogazione sarà approvata, si aprirà uno spazio politico per riforme più ambiziose, capaci di ridisegnare sia l’accesso alla cittadinanza che il volto del lavoro in Italia. Non solo: sarebbe uno schiaffo per questo governo nostalgico del fascismo, che vedrebbe evaporare la sua pretesa di rappresentare la volontà popolare con la xenofobia. Sarebbe anche un segnale netto alle sinistre del passato, che hanno promosso politiche neoliberali a scapito dei lavoratori. Ma, soprattutto, sarebbe una presa di posizione collettiva: non siamo razzisti, come vogliono farci credere. Siamo in tanti a volere un’economia diversa, una società diversa, fondata sulla dignità del lavoro e sull’uguaglianza nei diritti, a prescindere dal colore della pelle.
[1] Introduzione di ROBIN D. G. KELLEY a “Balck Marxism” di Cedric J. Robinson
L’autrice: Michela Fantozzi (sotto un suo ritratto) è una reporter indipendente
Punire gli altri per sentirsi perbene
Dicono che le restrizioni del decreto sicurezza non dovrebbero preoccupare la brava gente, perché tocca solo i criminali. Ascoltando in giro, sembra effettivamente che i bravi italiani della restrizione delle libertà che ieri è diventata legge se ne freghino. Una legge dal sapore fascistissimo, con il retrogusto del biennio 1925-1926, viene raccontata come un necessario passo verso l’ordine e la sicurezza.
Godono, molti italiani, perché i ladruncoli, i fragili e i troppo poveri finalmente avranno ciò che si meritano. Le leggi contro qualcuno, di questi tempi, son sempre ben accette se contengono l’aroma della vendetta verso altri, che non siamo noi. E il decreto sicurezza del governo Meloni è uno spartiacque – l’ennesimo muro – che rende socialmente clandestini coloro che non seguono il modo dell’italico cittadino.
Godono perché da oggi non ritarderanno più l’appuntamento dell’aperitivo per qualche manifestazione di ragazzi strepitanti per l’ambiente o per le recriminazioni di operai barbuti. Il decreto sicurezza ha tolto gli altri dall’itinerario quotidiano. Bene così, dicono.
Godono quando vengono bastonati gli altri giornalisti (che non leggono), godono quando vengono bastonati gli intellettuali dell’altra parte, godono quando si puniscono le altre identità sessuali, godono quando vengono randellate le altre famiglie.
La perdita dei diritti è uno scivolare lento. Non si percepisce perché sembra sempre circostante, con la buona intenzione di rimettere ordine. Finché, come cantava Umberto Tozzi, non ci si accorge che gli altri siamo anche noi. Ma di solito è già tardi.
Buon giovedì.
Rai, manuale pratico di intimidazione
Il tribunale di Busto Arsizio ha fatto a pezzi la foglia di fico della Rai. La circolare con cui Viale Mazzini ha imposto ferie forzate e aspettativa ai dipendenti coinvolti nei referendum è discriminatoria e incostituzionale. Altro che par condicio: qui si usa il servizio pubblico per intimidire chiunque osi partecipare alla vita democratica fuori dall’orario di lavoro.
Non importa il ruolo: cameraman, fonici, costumisti, tecnici delle luci, persino i ballerini. Non importa che non appaiano in video, non tocchino un solo secondo di palinsesto. Basta che aderiscano o simpatizzino per un comitato. Tanto basta per essere messi in ferie forzate o sospesi. Un messaggio chiaro: o rinunci a esprimere un’opinione politica o sei fuori. Non si giudica il lavoro, si giudica la testa. E la testa va controllata prima che parli.
La Rai si difende dicendo che lo fa da anni. È la confessione del metodo: non una svista, ma una prassi consolidata, normalizzata e mai corretta. La giudice Franca Molinari ha demolito questa architettura: l’imparzialità non è un pretesto per schiacciare diritti fondamentali.
Qui non c’è tutela dell’equilibrio informativo. C’è il controllo delle coscienze. La Rai diventa braccio esecutivo del potere, che prima epura i programmi sgraditi, poi i lavoratori dissidenti, e ora punta al passo successivo: educare al silenzio. La neutralità che pretendono è quella dell’obbedienza preventiva. Il servizio pubblico ridotto a caserma, con la complicità della paura e l’arroganza del potere che non teme più neppure di farsi scoprire.
Buon mercoledì.
Ecco perché la destra ha riconquistato la Polonia
Elezioni presidenziali in Polonia, ovvero la fine di un sogno liberale che non è mai esistito:
“Da teppista a presidente”, “Crollo della coalizione liberale, morte del sogno europeo”, “Nuovo alleato di Trump a Varsavia”… Questi sono solo alcuni dei titoli drammatici che hanno invaso la stampa europea all’indomani della vittoria di Karol Nawrocki alle elezioni presidenziali polacche del primo giugno.
Sebbene un margine inferiore all’uno per cento non consenta di trarre conclusioni definitive sul futuro della politica polacca, il risultato ha confermato diverse tendenze già evidenti da tempo nei sondaggi di opinione. Ed è proprio analizzando questi dati che possiamo iniziare a capire cosa è realmente accaduto e perché la coalizione che aveva vinto le elezioni del 2023 abbia subito una sconfitta così schiacciante.
Dobbiamo fare i conti con il fatto che il vincitore delle elezioni presidenziali è Karol Nawrocki, il candidato di Legge e Giustizia (PiS), che ha ottenuto il 50,89% dei voti. Il suo avversario, il candidato della Coalizione civica (Ko) Rafał Trzaskowski, ha ottenuto il 49,11% dei voti, su circa 21 milioni di voti espressi. L’affluenza alle urne ha raggiunto il 71,63% degli aventi diritto al voto, il secondo risultato più alto dalle elezioni parlamentari del 2023. Dobbiamo continuare a riflettere su questi risultati, in una congiuntura in cui Starmer e Macron rilanciano la coalizione dei volenterosi, in formato Weimar, con la Polonia.
Ecco intanto cosa è successo in Polonia:Diritto e Giustizia ha dimostrato una notevole capacità nell’interpretare le emozioni sociali. È estremamente efficace nelle campagne elettorali a lungo termine, anche quando tutti i fattori sembrano giocare a sfavore della sua leadership. Così è stato anche questa volta. Jarosław Kaczyński è riuscito a trasformare le elezioni presidenziali in un referendum sul governo di Donald Tusk, in un voto di fiducia – o meglio, di sfiducia – nei confronti della coalizione al potere dal dicembre 2023. L’intera contesa elettorale si è articolata attorno a questa dinamica: l’inefficacia del governo Tusk e la sua incapacità di proporre una visione chiara per il futuro della Polonia.
Analisi, pianificazione, esecuzione – anche in condizioni avverse – possono produrre risultati tangibili. Questo piano strategico non è stato compromesso né dagli attacchi personali contro Nawrocki, che lo stesso candidato non ha smentito, né dalla sua inesperienza, goffaggine o rigidità, rese evidenti soprattutto nella fase iniziale della campagna.
Nel frattempo, il team di Trzaskowski non è riuscito a imporre il proprio terreno di confronto. Né è stato in grado di delineare un piano concreto per la campagna elettorale. Di cosa avrebbe dovuto occuparsi? Quale visione di Polonia rappresentava Trzaskowski? Perché si era candidato?
A oggi, queste domande restano senza risposta.
Vuoto ideologico
Il candidato liberale, pur rappresentando il principale partito di governo, ha oscillato tra posizioni contrastanti, talvolta spostandosi così a destra da suscitare non solo ilarità, ma ancor più spesso pietà. Invece di mobilitare la base elettorale esistente e ampliarsi verso nuovi segmenti dell’elettorato con una visione positiva, energica e autentica, fondata sui risultati ottenuti in passato da Trzaskowski, abbiamo assistito a una danza nervosa, simile a uno spettacolo teatrale interpretato da un attore cieco e zoppo.
I principali esponenti della Piattaforma Civica – da Tusk a Nitras, fino a Gajewska – hanno fatto più per sabotare la campagna di Trzaskowski che per sostenerla. Lo stesso vale per il mainstream liberale, animato da un fervore quasi settario, raccolta intorno al giornale dell’ex messia intellettuale anticomunista Adam Michnik.
Anche i partner della coalizione – esponenti dei partiti di governo come Szymon Hołownia di Terza Via o Magdalena Biejat di Nuova Sinistra – rappresentavano formazioni divise al loro interno, più identificate con la critica di governo che con un impegno costruttivo nella gestione del governo. La loro posizione critica è stata brevemente mascherata dai risultati del primo turno, che li ha costretti ad appoggiare Trzaskowski, ma si è subito riaffacciata all’indomani dell’annuncio dei risultati finali.
Alla fine, nessuno sembra davvero soddisfatto dell’operato di questo governo. Oltre alla destituzione di Kaczyński, non vi sono risultati capaci di unire il Paese.
Quando Tusk ha annunciato l’intenzione di chiedere un voto di fiducia alla Sejm, subito dopo le elezioni, per attivare il periodo di protezione di tre mesi durante il quale non può essere formato un nuovo governo, non era nemmeno chiaro se tutti i parlamentari della coalizione avrebbero votato a favore o partecipato alla votazione.
Non vi è prova più evidente del fatto che il governo di Donald Tusk sia ormai prigioniero della narrazione imposta da Diritto e Giustizia, che dica: «Questo governo esiste solo grazie all’odio per Kaczyński. Un programma positivo? Non c’è mai stato».
Declino costante
Questa posizione non fa che aggravare la già disastrosa situazione del governo Tusk. Secondo l’ultimo sondaggio CBOS, solo il 32% dei polacchi sostiene il gabinetto guidato da Donald Tusk, mentre il 44% ne dà una valutazione negativa. Più della metà degli intervistati si dichiara inoltre insoddisfatta del fatto stesso che Tusk ricopra la carica di primo ministro.
Se le elezioni parlamentari si tenessero il primo giugno, la Coalizione Civica – il partito ombrello dominato dalla Piattaforma Civica – risulterebbe in testa con il 31,1% dei voti. Diritto e Giustizia si piazzerebbe al secondo posto con il 27,2%, seguita dalla Confederazione di estrema destra al 16%. La Nuova Sinistra otterrebbe il quarto posto, superando di poco la soglia di sbarramento con il 5,9%, secondo quanto rilevato dall’ultimo sondaggio condotto da Opinia24.
Il grande sconfitto, tuttavia, sarebbe la Terza Via. L’alleanza guidata da Władysław Kosiniak-Kamysz e Szymon Hołownia si fermerebbe al 4,1%, segnando un drastico calo di 6,6 punti percentuali rispetto alla rilevazione precedente. Questo risultato significherebbe l’esclusione della coalizione dal parlamento. Nel frattempo, il partito di opposizione di sinistra Insieme raggiungerebbe il 5,5%.
Il principale motore di questa dinamica nei sondaggi, oltre alla volatilità dell’elettorato di Diritto e Giustizia – con flussi frequenti verso la Confederazione – è il calo costante del sostegno ai partner di governo della Coalizione Civica, ossia Terza Via e Nuova Sinistra.
Nawrocki?
Non è stata una vittoria di Nawrocki. È stata una sconfitta di Trzaskowski. È così che si può riassumere, in poche parole, la scelta di Diritto e Giustizia – o meglio del suo capo dei capi, Jarosław Kaczyński.
La candidatura di Nawrocki era parte di un piano. Figure come Przemysław Czarnek, Patryk Jaki o altri esponenti di prima linea del PiS sono state deliberatamente escluse, poiché un loro eventuale successo – o fallimento – avrebbe potuto compromettere l’equilibrio già fragile all’interno di un partito che si regge interamente sull’autorità personale di Kaczyński.
Quindi il compito è stato affidato a Karol Nawrocki: direttore di un’istituzione storica di destra, figura relativamente sconosciuta e priva di convinzioni politiche chiaramente definite, se non una visione nazionalista modellata su narrazioni storiche selettive. È importante sottolineare che Nawrocki non si è presentato come candidato ufficiale di Diritto e Giustizia, anzi come figura civica e popolare, semplicemente sostenuta dal partito di Kaczyński. Una strategia pensata per attutire l’impatto di un’eventuale sconfitta e per proteggere il partito da possibili conseguenze politiche.
Poi, però, sono intervenute diverse dinamiche inattese. Un’ondata di delusione nei confronti del governo Tusk. Uno spostamento parziale dell’elettorato della coalizione verso la Confederazione di estrema destra. Gli appelli, da parte di figure chiave di quel partito radicalmente liberista, a votare contro Trzaskowski. La demobilitazione dell’elettorato liberal-progressista, logorato dall’inerzia del governo. E infine, la campagna attentamente costruita da Nawrocki, che è riuscito a unificare tutte le componenti dell’elettorato di destra. L’insieme di questi fattori ha portato alla sua vittoria. Tuttavia, la sconfitta della destra era tutt’altro che inevitabile. La mancanza di visione di Trzaskowski, i suoi ripetuti passi falsi, le crisi comunicative, così come le rivelazioni potenzialmente dannose su Nawrocki – i suoi presunti legami con ambienti della criminalità organizzata e l’acquisto controverso di un appartamento da un anziano gravemente malato – avrebbero potuto incidere sull’esito finale. Ma non è successo.
Alla fine, il margine si è ridotto a soli 200.000–300.000 voti.
Poteri presidenziali
Diamo ora uno sguardo rapido ai poteri del Presidente della Repubblica di Polonia. Sebbene non disponga di pieni poteri esecutivi, il presidente ha a disposizione diversi strumenti per influenzare l’operato del governo, soprattutto quando rappresenta una fazione politica opposta alla maggioranza parlamentare.
Il più rilevante di questi strumenti è il potere di veto legislativo, che può essere superato solo con una maggioranza dei tre quinti del Sejm – una soglia attualmente fuori portata per il governo Tusk. Ciò conferisce al presidente una leva concreta per bloccare riforme fondamentali e rallentare il processo legislativo.
Il capo dello Stato può inoltre deferire le leggi al Tribunale costituzionale per una verifica di legittimità, ritardandone l’entrata in vigore e aumentando la pressione sull’esecutivo. Ha anche la facoltà di proporre leggi, sfruttando questa prerogativa per promuovere il proprio programma politico, soprattutto su temi che godono di ampio consenso nell’opinione pubblica.
In qualità di comandante in capo delle forze armate e coautore della politica estera, il presidente esercita un’influenza significativa in materia di sicurezza e relazioni internazionali. Sebbene la prassi preveda il coordinamento con il governo, il presidente può affermare la propria autonomia, ad esempio ritardando nomine diplomatiche o promuovendo iniziative esterne autonome.
Infine, i poteri simbolici e istituzionali della presidenza conservano un notevole peso politico. Tra questi si annoverano la possibilità di indire referendum (con l’approvazione del Senato), il potere di grazia e la nomina di membri di organi istituzionali chiave, come il Tribunale costituzionale o la Banca nazionale.
In sintesi, nei periodi di debolezza dell’esecutivo, la presidenza può fungere sia da contrappeso al governo sia da centro autonomo di autorità politica.
Coabitazione
Come potrebbe presentarsi la coabitazione nei prossimi mesi? Con ogni probabilità, esattamente come nell’ultimo anno e mezzo. Perché cosa ha portato con sé quest’anno, a parte il crollo nei consensi del governo?
In sintesi: inazione. Il governo non ha realizzato nessuna delle sue promesse di punta. Ridurre il carico fiscale per le imprese? Ancora in sospeso. Aumentare la soglia di esenzione fiscale? Non attuato. Affrontare la crisi abitativa? Non è stato fatto nulla. Diritti all’aborto, matrimonio egualitario? Nemmeno una bozza concreta. E questo è solo la punta dell’iceberg.
La Coalizione Civica ha avviato la campagna elettorale con la promessa di implementare “100 iniziative”. Finora, ne è entrato in vigore circa un terzo. La situazione è ancora più deludente per quanto riguarda i programmi dei partner di coalizione, ma la tendenza è chiara: il governo non sta mantenendo le promesse.
Sì, il presidente uscente Andrzej Duda ha posto il veto a sei leggi e ne ha rinviate altre al Tribunale costituzionale. Ma non si può imputare a lui la paralisi legislativa. A giudicare dal numero estremamente ridotto di leggi approvate dall’attuale parlamento, il presidente semplicemente non ha avuto molto su cui esercitare il veto.
A giudicare dal numero estremamente basso di leggi approvate dall’attuale parlamento, il presidente semplicemente non ha avuto molte occasioni per esercitare il veto.
E questa è tutta la storia.
In attesa di…
Il problema principale di questo governo è la sua mancanza di visione. Non offre alcuna prospettiva, alcun orizzonte per il futuro. Nessun governo precedente ha perso il sostegno dell’opinione pubblica così rapidamente. Il PiS ha impiegato otto anni per raggiungere gli attuali livelli di gradimento, mentre questo governo ci è riuscito in appena un anno e mezzo.
Dopo la massiccia mobilitazione sociale del 2023, gli ottimi risultati elettorali di tutti i partiti della coalizione e le grandi promesse di rinnovamento democratico, gli elettori non hanno ricevuto… nulla.
A parte gesti superficiali, rimpasti cosmetici dei consigli di sorveglianza delle aziende statali e dei media pubblici e alcune indagini isolate accompagnate da spettacoli mediatici che hanno coinvolto la polizia e la magistratura – non è cambiato nulla di sostanziale. Nulla che possa sostenere una narrativa elettorale più ampia o giustificare la fiducia continua dell’opinione pubblica.
Il margine risicato tra Trzaskowski e Nawrocki, combinato con una delle più alte affluenze alle urne nella storia della Polonia, seconda solo al 2023, rivela un profondo e crescente desiderio di cambiamento.
La domanda è: quel cambiamento arriverà mai?
L’autore: Wojciech Łobodziński è ricercatore e giornalista. Questo articolo è pubblicato in collaborazione con Cross Border Talks
Meloni gioca a nascondino con la democrazia
Giorgia Meloni gioca d’azzardo anche col voto. Di fronte al referendum sulla cittadinanza dell’8 e 9 giugno, mette in scena l’ennesima furbizia istituzionale: «Vado a votare ma non ritiro la scheda». Un equilibrismo che tradisce la paura di un doppio tonfo: al referendum e alle amministrative.
Ma qui la furbizia diventa violazione costituzionale. I cittadini possono scegliere di non votare, chi governa no. Chi siede al vertice delle istituzioni ha il dovere di garantire il pieno svolgimento delle consultazioni e favorire la partecipazione, come prescrive l’articolo 54 della Costituzione. La Repubblica nasce da un referendum: oggi il governo umilia quella stessa radice democratica.
Meloni e il suo blocco di potere usano ogni leva per delegittimare il referendum: lo definiscono confuso, inutile, persino mistificatorio. Intanto il controllo mediatico di governo spinge il Paese verso l’astensione, alimentando una deriva già allarmante: dal 90% di partecipazione negli anni Settanta al 55% di oggi.
Svuotare la partecipazione è la loro strategia: meno cittadini decidono, più il potere resta saldo nelle stesse mani. È la mutazione autoritaria travestita da astuzia tecnica. In questo disegno il voto non è più uno strumento di democrazia, ma un rischio da disinnescare. Non partecipare diventa il nuovo ordine implicito. La propaganda suggerisce che votare sia inutile, l’astensione una scelta “neutrale”. Ma è il contrario: il silenzio del popolo è l’ossigeno di chi comanda senza voler rispondere.
Buon martedì.











