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Spd primo partito in Germania. Schulz batte Merkel nelle preferenze individuali

epa05751991 (FILE) - A twofold combo picture shows former president of the European Parliament, Martin Schulz (L) in the Social Democrats of Germany (SPD) party's headquarters in Berlin, Germany, 24 January 2017 and German Chancellor Angela Merkel (R) of the Christian Democratic Union (CDU) at the Royal Palace in Brussels, Belgium, 12 January 2017. Schulz and Merkel run for Chancellor in the German federal elections that will take place on 24 September 2017. EPA/FELIPE TRUEBA / STEPHANIE LECOCQ

Secondo un nuovo sondaggio Insa, il Partito socialdemocratico tedesco (Spd) ha superato per la prima volta l’Unione cristiano democratica (Cdu) di Angela Merkel.  L’Spd raggiunge il 31 per cento delle preferenze, rispetto al 30 per cento della Cdu. Tutto merito di Schulz? Probabilmente sì. L’ingresso dell’ex Presidente del Parlamento europeo nella campagna per le elezioni politiche tedesche del 2017 ha avuto un effetto dirompente, almeno a guardare i numeri.

L’”effetto Schulz” si può notare soprattutto se si guarda alla distribuzione temporale delle preferenze. Dal 24 gennaio a oggi i trend per i due principali partiti tedeschi sono esattamente opposti. Inoltre, il “sorpasso” della Spd non si verificava dal 2010.

In ogni caso i dati Insa rappresentano soltanto uno dei punti di riferimento statistici. Le rilevazioni di altre società –  Forsa, Gms, Allensbach – potrebbero non confermare il dato riscontrato e pubblicato ieri. Alcuni esperti si sono infatti detti “perplessi” del cambiamento repentino dei risultati delle rilevazioni. Inoltre, è bene ricordare che il 2016 è stato notoriamente un anno difficile per i sondaggisti, colti in fallo sia sulla Brexit che su Trump.

Dati più solidi sono quelli legati ai livelli di popolarità dei singoli candidati. Soprattutto perché il divario tra Merkel e Schulz è molto grande. La prima ottiene un “magro” 34 per cento di preferenze, mentre il secondo tocca addirittura il 50 per cento.

Ovviamente, dai circoli della Spd, si alzano voci spavalde. Su Die Welt, si legge che un rappresentante locale del partito socialdemocratico, Johannes Kahrs, avrebbe paragonato la situazione del Cancelliere uscente con quella di Helmut Kohl nel 1998, anno in cui Gerhard Schröder vinse le elezioni.

Nel frattempo, la Cdu cerca di abbattere la retorica di Martin Schulz. Julia Klöckner (Cdu) ha sentenziato: “Chi, come Martin Schulz, afferma che in Germania ci sia soltanto ingiustizia, parla come l’Alternativa per la Germania (AfD, partito populista e xenofobo di destra) e rafforza indirettamente questa ultima formazione”.

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Una nocciolina in cambio di un permesso di soggiorno

Il viceprefetto di Savona Andrea Santonastaso, attuale commissario prefettizio al Comune di Borghetto Santo Spirito, in un fermo immagine tratto da Youtube. Roma, 6 febbraio 2017. ANSA/ YOUTUBE +++ NO SALES - EDITORIAL USE ONLY +++

C’è dentro un pezzo d’Italia, la fetta peggiore di questo tempo di bisognosi e avvoltoi, dentro l’inchiesta che ieri ha portato all’arresto del viceprefetto Andrea Santonastaso, il poliziotto Roberto Tesio, Carlo Della Vecchia (membro dello staff del Referente responsabile per la trasparenza e l’integrità della Prefettura, pensa te) e altri nel savonese, accusati di almeno 30 (trenta!) episodi di corruzione che sono stati accertati nel corso delle indagini.

Il clan di avvoltoi (secondo le accuse di corruzione, traffico e influenze illecite, peculato, truffa aggravata ai danni dello Stato, rivelazione di segreti d’ufficio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e falso) avrebbe facilitato il rilascio di permessi di soggiorno (ma anche porto d’armi, recupero punti sulla patente e addirittura facilitazioni per il registro anagrafico) in cambio di prosciutti (prosciutti!), frutta secca, abiti, riparazioni meccaniche per le proprie auto, assunzioni di amici e altre regalie.

La cessione di diritto in cambio di un favore è il reato più odioso che si possa immaginare perché fiacca la credibilità dello Stato, logora i cittadini ma soprattutto spezza il filo su cui si regge una democrazia civile: il riconoscimento dei bisogni e delle sofferenze.

E il fatto che Santonastaso sia stato più volte commissario prefettizio in alcuni comuni (nel 1993 a Rosta (Torino), nel 1994 a Celle Ligure, dal 1997 al 1999 ad Albenga, dal 2012 al 2013 a Carcare, nel 2016 a Spotorno, nel Savonese) pone una questione non da poco: davvero per più di vent’anni questo Paese si è affidato a un personaggio di tale etica per risolvere i problemi amministrativi e per guidare delle comunità? Sì, stando alle accuse, parrebbe proprio di sì.

La corruzione dilaga lì dove la disperazione (e l’ignoranza) concede spazi per scavalcare le regole: svendere un permesso di soggiorno per delle noccioline è il gesto più razzista, vigliacco e becero che si possa immaginare. Ma, vedrete, se ne parlerà poco o niente. Ai corruttori per disperazione, forse, farebbe bene il ministro Minniti a raccontargli che no, davvero, non dovrebbe funzionare così.

Buon martedì.

Ragioni del sì contro ragioni del no. Breve storia di uno Stadio molto romano

Un rendering del progetto dello stadio dell'As Roma, in una immagine del 30 maggio 2016. ANSA/UFFICIO STAMPA +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES+++

Il capitano giallorosso lancia un appello al primo cittadino con l’hashtag #Famostostadio. E lei risponde. Perché nonostante i guai giudiziari e gli imbarazzi politici che accompagnano l’attuale giunta capitolina, bisogna far vedere che #RomavaAvanti.

Dopo il secco no alle Olimpiadi 2024, ecco un’altra partita che il sindaco Raggi deve giocarsi con estrema delicatezza. Perché i romani sono pronti a scherzare su tutto, ma guai a prendersi gioco della “maggica” (o, a seconda de casi, degli aquilotti). E qui s’inserisce la risposta a Francesco Totti: «Ti aspettiamo per parlarne», ha scritto la prima cittadina pentastellata. Sebbene “il Pupone” certo un ingegnere non sia. E sebbene l’idea sia sul tavolo dal lontano 2001, quando Walter Veltroni ancora non era nemmeno sindaco – né candidato presidente alla Lega Calcio. Soprattutto, dietro alla costruzione c’è il mondo delle società calcistiche che si intreccia a quello dei costruttori romani, che di soldi ne fanno girare parecchi.

Ma i romani – e non solo – vanno tranquillizzati, e la risposta del sindaco, fa questo. Ci dice che lo Stadio è sul tavolo. O meglio, anche sul suo tavolo (dopo quello di tutte le amministrazioni precedenti), quello a Cinquestelle. Cosa che in realtà – nonostante la sua opposizione quando di Roma era solo una semplice consigliera di opposizione – sapevamo già, come ci racconta la sedia tremolante dell’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini, fra i più agguerriti oppositori del progetto. Alla base degli attriti con il sindaco ci sarebbe proprio la sua guerra all’impianto calcistico.

Certo, ufficialmente la nuova struttura che l’americano James Pallotta e il costruttore romano (e romanista) Luca Parnasi vorrebbero realizzare a Tor di Valle per ora è stata bocciata dal Comune. Ufficialmente. I contatti con la società, però, continuano assidui. Così come i lavori di Palazzo Senatorio, che ha chiesto una sospensione di 30 giorni rispetto alla data definitiva (1 febbraio 2017) per l’approvazione da parte della conferenza dei servizi – interrottasi a un passo dalla decisione il 31 gennaio scorso: «Sul progetto definitivo dello stadio della Roma c’è la volontà ad andare avanti per analizzare il dossier», spiegano dal Comune in una nota ufficiale.

Ma, sebbene Raggi cerchi di dissimulare, spiegando che bisogna «rispettare il piano regolatore» e la conferenza dei servizi perché «la decisione spetta a loro», dagli uffici tecnici del Comune arriva un bel no: «Il parere unico di Roma Capitale sul progetto definitivo dello Stadio della Roma è non favorevole» (si legge sul documento consultabile qui). Il progetto è considerato “non idoneo” da parte di quasi tutte le strutture interessate (dipartimento Pianificazione territoriale, dipartimento Tutela Ambientale, dipartimento Viabilità, quello dello Sviluppo e immancabilmente quello dell’Urbanistica).

Ragioni del No
“Condizioni di sicurezza non garantite”, “pericolosità idraulica dell’area”, dubbi sull’approvvigionamento idrico ed elettrico, “carenza di documentazione” (“nonostante le reiterate richieste di integrazione”) e una serie di ingenti “problemi di viabilità” sono solo alcune delle lacune individuate.

  • Sicurezza: il parcheggio e la viabilità della struttura non consentirebbero la sicurezza della circolazione (es. uscite in curva con scarsa visibilità e manovrabilità per auto e bus, percorsi pedonali che non ne garantiscono incolumità, etc)
  • Idraulica: l’attuale classificazione dell’area comprende zone a rischio idrico, una pericolosità che determinerebbe la non compatibilità della struttura con l’area in cui vorrebbe essere situata
  • Carenza di funzionalità: verrebbero a crearsi una serie di snodi che aumenterebbero il traffico in zone strategiche come l’ingresso nel Gra e l’inadeguatezza dei trasporti parametrati all’aumento di persone
  • Carenza documentale

Tuttavia, il documento produce anche possibili soluzioni per uscire dall’impasse: ridefinire il perimetro delle zone. In 30 giorni dunque l’As Roma dovrebbe ribaltare quasi completamente il progetto.

Parnasi e la Roma si dichiarano fiduciosi: «Il parere unico […] sebbene scritto in maniera che ingenera dubbi – scrivono in una nota Ansa – riporta solo minime richieste di modifica che i proponenti potranno adempiere facilmente, in modo da ottenere un parere favorevole e quindi procedere con l’approvazione del progetto».

Tutto un bluff, dunque?

La risposta potrebbe essere contenuta sempre nella suddetta nota, secondo la quale la posizione del Comune sarebbe “solo” «di natura amministrativa e non costituisce posizione politica», assicura l’asse Boston-Trigoria.

Dettaglio non da poco. Perché popolo romano, società e costruttore non sono gli unici soggetti da tenere a bada: la prima cittadina capitolina deve anche capire bene come farla ingoiare questa storia ai Cinquestelle. Che certo non sono pro-cemento, e ai quali quel milione di cubature previste per realizzare non solo l’impianto sportivo (che varrebbe solo il 14% del totale), ma tutto ciò che vi è previsto attorno – e che rappresenta il cuore dell’affare, tant’è che alla proposta di Berdini di far saltare il più delle cubature, la società ha risposto che così non se ne sarebbe fatto nulla – non sarà facile da spiegare.

E dunque Stadio si, stadio no?

Le ragioni del Si

Mentre qualche 5 stelle (non tutti: c’è chi allo stadio tiene, come Frongia), Berdini e alcuni comitati locali spiegano che altre zone potevano esser più idonee e che si poteva anche considerare la via dell’adeguamento dell’Olimpico, l’As Roma ha intensificato la sua propaganda di parte. Spalletti, Totti, tutti i campioni giallorossi sono stati impegnati per ripetere i mirabolanti benefici che lo stadio (e il centro commerciale, e gli uffici destinati a Unicredit) porterebbe:

  • Investimento di 1,6 miliardi di euro
  • Conseguente aumento del Pil: si parla di un aumento di 5,7 miliardi di euro nei primi tre anni, 12,5 miliardi entro sei anni e 18,5 miliardi entro il 2026.
  • Aumento di 1,4 miliardi di gettito fiscale nell’arco dei prossimi nove anni – circa 150 milioni di euro all’anno che il comune potrà reinvestire per altre necessità
  • 1500 operai nella fase di costruzione e ulteriori 4000 posti di lavoro man mano che il progetto diventa operativo. Una volta a pieno regime, saranno circa 20.000 le persone che lavoreranno nello stadio e nell’area business

Palla a Raggi.

 

In mostra al Museo di Capodimonte i due Van Gogh ritrovati in un fondo della camorra

I due dipinti di Vincent van Gogh rubati quattordici anni fa dal Museum Van Gogh di Amsterdam e ritrovati dalla Guardia di Finanza sono esposti al Museo di Capodimonte a Napoli, al centro di una mostra aperta al pubblico del 26 ebbraio. Si tratta de La spiaggia di Scheveningen, del 1882 e di Una congregazione lascia la chiesa riformata di Nuenen del 1884, opere suggestive, legate a una vena poetica e malinconica, un mare d’inverno e una scena di villaggio; opere che Van Gogh non riuscì a vendere in vita  ( geniale e anticipatrice gran parte della sua produzione  rimase invenduta ) e che oggi si stima valgano 100mila dollari.

Dopo il clamoroso furto del 2002  seguì un lungo silenzio. Dei quadri si erano perse completamente le tracce. Come se fossero spariti nel nulla. Fino a quando le indagini della Guardia di Finanza coordinate dalla Procura di Napoli li hanno scovati, nel settembre dell’anno scorso, in uno scantinato di Castellammare di Stabia. Le due tele esposte all’umido ha retto alle condizioni difficili riportando, per fortuna, danni riparabili.

Per venti giorni le due opere in cui prevalgono i toni soffusi, legati alla tradizione nordica, si possono vedere al Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli al secondo piano del museo accanto alla Sala del Caravaggio ( fino al 26 febbraio, catalogo Electa), poi saranno restituiti al museo di Amsterdam, che li avrà indietro grazie a un’operazione di recupero che ha pochi eguali. Più importanti sono i quadri, più famosi sono, più è difficile per i ladri venderli . Come  racconta Thomas D. Bazley nel  libro Crimes in the Art World  più del  90 per cento delle opere d’arte rubate non viene più  ritrovato. Il caso dei due Van Gogh, come quello dei quadri del Museo di Castelvecchio ritrovati in Ucraina e da poco tornati in Italia, rappresentano casi piuttosto eccezionali. Anche perché la maggior parte dei Paesi non ha forze specializzate, la maggior parte dei servizi di polizia non si interessa molto dei furti d’arte”. Anche perché non esiste un database internazionale e molti paesi non hanno corpi speciali dedicati ai furti d’arte. In questo l’Italia fa eccezione: dal 1969 il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, che per lunghi anni è stato guidato dal Generale di Divisione Roberto Conforti.

 

Germania, le condizioni della Linke per un’alleanza a sinistra con Verdi e Spd

epa05718560 German politicians of the Left party (Die Linke) Sahra Wagenknecht (L) and her husband Oskar Lafontaine walk together after visiting the grave of German revolutionary socialist Rosa Luxemburg at a memorial site commemorating her and other socialists in Berlin, Germany, 15 January 2017. Luxemburg was executed for her political beliefs on 15 January 1919. EPA/OLIVER WEIKEN

«Una politica estera di distensione verso la Russia, una politica europea non incentrata sulla competizione al ribasso fra Paesi membri, la ricostruzione dello stato sociale»: sono queste le condizioni alle quali Die Linke potrebbe scendere a compromessi, nel quadro di un’alleanza di governo. Ad affermarlo è Oskar Lafontaine, ex-leader socialdemocratico tedesco, nonché fondatore di Die Linke, durante un’intervista con il quotidiano tedesco Die Welt.

In altri termini, esistono delle condizioni minime precise per potersi immaginare un governo a tinta R2G, l’alleanza tra socialdemocratici (Spd), Verdi e Die Linke, durante la prossima legislatura.

Peccato che sia lo stesso Lafontaine, durante l’intervista, a ricordare che «Katrin Göring-Eckardt e Cem Özdemir, i leader dei Verdi, sostengono una politica estera del tutto diversa». Die Linke, più che spingere per la fine della Nato, propone «un’architettura di sicurezza che comprenda anche la Russia». «Sarebbe un vantaggio anche per gli Stati baltici che oggi temono un ritorno della Guerra fredda», sostiene i leader della sinistra.

E per quanto riguarda le politiche sociali? «Chiedo alla Spd di dimostrare le sue intenzioni ancora prima del voto», afferma Lafontaine. Come? Lavorando a un aumento delle pensioni, per esempio. Sarebbe possibile? Tecnicamente sì: «Spd, Verdi e Die Linke hanno già i numeri per una maggioranza in Parlamento».

Per quanto riguarda l’Europa, secondo Lafontaine, «l’euro è semplicemente troppo debole per l’economia tedesca e troppo forte per quella di altri Paesi del Sud Europa». C’è insomma bisogno di un «sistema monetario che preveda dei margini di svalutazione» per alcune zone dell’Europa, un sistema monetario che «tenga unito il Continente, invece di dividerlo».

Incalzato riguardo ai consensi crescenti tra i lavoratori per il partito “Alternativa per la Germania” (AfD) in Germania, il fondatore di Die Linke sottolinea che, a differenza al Front National di Le Pen, l’AfD « sostiene una politica economica neoliberista» che prevede «l’abbattimento dei salari e il taglio delle pensioni».

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Serie Tv: Stranger Things torna ad Halloween. Il primo trailer

È stato uno dei fenomeni Tv dell’anno passato, e parte di quella ossessione nostalgica per gli anni 80 che sembrano aver preso gli Stati Uniti. Ieri Netflix, che produce la serie, ha messo mandato in onda durante gli intervalli del SuperBowl il primo piccolo spot di Stranger Things. Il mondo si sta capovolgendo sottosopra è lo slogan, che fa riferimento al mondo di sotto o parallelo che i teenager di una cittadina di provincia dell’Indiana scoprono durante le richerche di un loro amico scomparso (è una sintesi un po’ approssimativa, ma è un modo per non rivelare nulla a chi non ha visto la serie e non cambia granché a chi invece ha già visto le prima dieci puntate).
Al mondo capovolto allude anche il tweet che raffigura il cast al lavoro

Lo show è previsto per Halloween e i ragazzi sono vestiti da Ghostbusters, segno che anche la prima puntata si svolge in quel giorno.

Tra le cose che abbiamo capito è che Barb, il cui destino rimane ignoto alla fine della prima serie, dovrebbe tornare in qualche modo. La cosa ha fatto rumore sui social, come vedete qui sotto.

 

Per chi non l’avesse visto, il bel discorso di accettazione ai Screen Actors Guild Award, uno dei tanti politicizzati della serata: l’idea di fondo, in risposta al bando di Trump e facendo riferimento alla trama – i ragazzini che accolgono una sconosciuta che trovano nel bosco e le danno riparo – è «accogliamo chiunque ne abbia bisogno».

Non sparate sugli insegnanti: se gli studenti non sanno scrivere le cause sono molte

Studenti e professori all'ingresso del liceo Ennio Quirino Visconti per l'inizio del nuovo anno scolastico a Roma 12 Settembre 2016, ANSA/GIUSEPPE LAMI

È stata una domenica di passione quella di ieri per gli insegnanti italiani. Sono finiti sul banco d’accusa come non accadeva da molto tempo. Una sferzata di giustizialismo  ha attraversato tutti i media dopo l’appello “Contro il declino dell’italiano a scuola” lanciato dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità – questo il nome completo – sottoscritto poi da 600 docenti universitari. La sintesi è questa: “Gli studenti italiani arrivano all’università senza sapere né leggere e scrivere. Non sono capaci di fare discorsi secondo una logica compiuta, sono un branco di analfabeti”. Con l’ovvia conclusione implicita: colpa dei docenti, troppo lassisti, troppo accondiscendenti, troppo permissivi. In particolare nel testo della lettera rivolta alla ministra dell’Istruzione Fedeli, le critiche sono rivolte ai docenti del primo ciclo, in gran parte maestre. Si sollecitano quindi più attività nell’ambito della scrittura – dettato, riassunto, scrittura corsiva ecc. – che però sono già contenute nelle Indicazioni nazionali del 2012 e che forse gli estensori dell’appello non hanno letto.

Ma è davvero così giustificata questa impennata contro gli insegnanti?
Nel mare magnum dell’indignazione collettiva Massimo Cacciari, che pure anche lui aveva firmato l’appello, su Repubblica ha fatto notare che «la colpa non è tanto degli studenti né degli insegnanti ma di chi ha smantellato la scuola disorganizzandola». Ora, che il problema esista, è un fatto, dimostrato anche dalle statistiche Ocse che ci collocano sempre agli ultimi posti (in media, ma poi se vediamo nei dettagli, in certe regioni le cose vanno meglio). Ma forse il problema andrebbe analizzato nei dettagli e con più approfondimenti, senza sparare così, tout cort, sugli insegnanti che ormai è come sparare sulla Croce Rossa.

Va detto che la ribellione in rete è stata istantanea. Tantissimi i post di insegnanti che si sono sentiti trattati a dir poco come “delinquenti”, che distruggono le nuove generazioni. Che dire? È facile prendersela con gli insegnanti quando per decenni si è contribuito a delegittimare l’istruzione pubblica. Ma rimanendo ai fatti, vogliamo ricordare qualche tappa passata delle politiche scolastiche italiane? Così, tanto per rinfrescare la memoria. Otto miliardi (8) di euro di tagli sotto il duo Gelmini-Tremonti. Mai visto prima un simile disincentivo da parte dello Stato per la scuola pubblica. E questo mentre gli altri Paesi europei invece, pur nella crisi del 2008, hanno investito nell’istruzione. Ma prima ancora della mannaia tremontiana c’era stato il feeling del centrodestra per le tre i (Impresa, inglese e Internet), prima ancora la parificazione delle scuole private con quelle pubbliche (ahimè con il ministro ex comunista Luigi Berlinguer).

E poi, negli anni, a seguire, la riduzione delle ore di italiano nelle scuole medie e superiori, la scomparsa di certe materie come la storia dell’arte…
E poi non dimentichiamo cosa è arrivato dopo, con il governo di centrosinistra Renzi. Sissignori, è arrivata la Buona scuola, che non a caso è stata applaudita anche da Forza Italia perché ha completato l’opera gelminiana. Con un premier che alla lavagna spiegava le magnifiche sorti e progressive del preside manager e della scuola come azienda. Ma Renzi è solo l’ultimo protagonista di una storia che comincia da lontano. Un lungo cammino verso la delegittimazione della professione dell’insegnante, della riduzione della sua libertà d’insegnamento.

Esageriamo? Allora proviamo a scorrere una “giornata tipo” di un prof. Tra registri elettronici da riempire – così i genitori da casa possono seguire l’andamento scolastico dei figli e forse saranno meno aggressivi o forse non faranno ricorsi per le eventuali bocciature -, o le valutazioni Invalsi che fanno perdere tempo prezioso perché bisogna allenare gli studenti alle risposte standard per i quiz. E poi un’infinità di procedure burocratiche, tra Bes, Dsa, moduli per l’auto valutazione della scuola ecc. ecc. E poi cosa accade? Ti prendono altre ore di insegnamento, perché c’è l’alternanza scuola-lavoro – anche giusta ma forse da organizzare in un altro modo – e quindi, via, 200 ore nel triennio dei licei e 400 negli istituti tecnici. La scuola deve preparare al lavoro, la scuola non ha studenti ma clienti, dice il profeta della meritocrazia Roger Abravanel, molto in auge nel clima pre Buona scuola. Le competenze vengono ridotte, finalizzate all’unico scopo di imparare una professione. Con una miopia incredibile, perché è proprio in una situazione complessa come questa che stiamo vivendo che occorre un sapere complesso, come quello umanistico per esempio, da affiancare certo, a quello scientifico, per troppo tempo, questo è vero, vituperato in Italia. Come ha detto il filologo Luciano Canfora che ha firmato l’appello, bisognerebbe ritornare a studiare l’analisi logica e a tradurre dalle lingue, quelle antiche e quelle moderne per imparare a scrivere bene e anche a costruire un discorso con un minimo di logica. Qualche prof in rete si è lamentato anche per la novità contenuta in una delle deleghe della legge 107 che sono in esame nelle commissioni parlamentari. “Ma come? Adesso vogliono anche portare all’esame studenti con gravi insufficienze e poi ci accusano di non fare bene il nostro lavoro?”.

Che cosa sia la professione di insegnante lo spiega molto bene Franco Lorenzoni, il maestro di Giove (Terni) autore di un bel libro (I bambini pensano grande, Sellerio) che su Internazionale ha raccontato la sua avversità ai voti decimali alle scuole elementari. A un tipo di valutazione “fredda” che blinda il bambino in una gabbia da cui con difficoltà esce.
Sentite cosa scrive dell’essere insegnante: «Il nostro è un mestiere artigiano in cui dobbiamo avere la pazienza e il coraggio di mettere a punto gli strumenti del nostro operare ogni volta, perché ogni gruppo di bambini o ragazzi è un organismo complesso, composto da difficoltà e potenzialità sempre nuove, per affrontare le quali non ci sono ricette belle e pronte».

Contro l’abolizione dei voti decimali alla primaria si era schierato prontamente il Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. Ma cos’è il Gruppo di Firenze? Intanto è nato nel 2005, fondato da Andrea Ragazzini, Sergio Casprini, Giorgio Ragazzini e Valerio Vagnoli, un preside e tre insegnanti in pensione. Le loro attività si possono scorrere nel sito. Convegni, incontri, appelli, lettere aperte ai docenti e ai politici. Nel 2008 una lettera del Gruppo di Firenze sulla necessità di un partito trasversale sul merito e la responsabilità prima delle elezioni politiche viene letta dalla ministra Gelmini nella prima audizione alla Camera dichiarando poi di fare suo il contenuto. Nel corso degli anni i membri del Gruppo di Firenze hanno alternato una dura critica alle occupazioni degli studenti alla protesta contro gli schiamazzi notturni in città. Le iniziative del gruppo di Firenze hanno sempre trovato molta attenzione da parte dei presidi. Eppure, sono proprio i presidi i primi, sostengono molti insegnanti, a impedire una valutazione troppo severa degli studenti da parte dei prof. “Ma come mai tutte queste insufficienze?” si sentono dire in tanti ai consigli di classe. È ovvio, tante bocciature non fanno fare una bella figura alla scuola e ormai siamo in un clima di scuola-azienda, di mercato…

Insomma,è molto semplice scaricare la colpa sui prof, quando le responsabilità sono di un intero sistema. Lo sosteneva anche Tullio De Mauro: se la scuola italiana non va bene dipende anche dall’assenza di una cultura di base. Per questo il grande linguista da poco scomparso, sosteneva a spada tratta la necessità di un’educazione permanente per gli adulti. Il ragionamento era semplice: se in una famiglia non si legge un libro, non si sente mai parlare di cinema o di teatro, è difficile che uno studente possa colmare il gap culturale solo con la scuola. Ma dell’educazione degli adulti o della promozione della cultura o della semplice lettura i vari governi succedutisi negli anni se ne sono bellamente disinteressati. E forse a poco serve che la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli oggi su Repubblica lanci la proposta di «attivare uno studio vivo del suo pensiero didattico». Tullio De Mauro, per la cronaca, era uno strenuo oppositore della Buona scuola.

Ordine anti-Islam: Trump furioso con i giudici. Tutti contro di lui

epa05773450 International travelers are welcomed by demonstrators at Dulles International Airport in Sterling, Virginia, USA, 05 February 2017. A federal judge on 03 February issued a temporary restraining order blocking enforcement of US President Trump's executive order from 27 January that banned people from seven mainly Muslim countries from entering the United States. EPA/Astrid Riecken

L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump che impedisce l’ingresso ai cittadini di sette Paesi e che discrimina i musulmani rispetto ai cristiani rimarrà sospeso almeno fino alla giornata di oggi e continua a essere il centro dello scontro politico tra l’amministrazione repubblicana e il mondo.

Entro oggi infatti i due Stati che ne discutono la legittimità e la Casa Bianca dovranno produrre i loro argomenti legali di fronte a una corte d’appello. Prima gli uni e poi gli altri, in risposta agli argomenti dei primi. A quel punto la Corte deciderà se fissare un’udienza o proseguire nella sospensione dell’ordine, come già deciso al momento in cui gli è arrivata la richiesta di valutare l’ordine del giudice di Seattle che sospendeva la validità dell’ordine esecutivo. A seconda di cosa deciderà la Corte d’appello, Trump (o una delle 17 entità, tra Stati e associazioni che hanno contestato la legalità dell’ordine) porteranno il caso davanti alla Corte Suprema.

L’amministrazione ha reagito con rabbia alla decisione del giudice di Seattle e a quella della Corte d’Appello: Trump, come sempre su twitter, ha definito il giudice ha parlato di “cosiddetto giudice” e sostenuto che questi mette il Paese in pericolo e che se dovesse capitare qualcosa la colpa sarà del potere giudiziario. Non esattamente una risposta che rende giustizia all’equilibrio dei poteri previsto dalla costituzione americana.

Uno dei primi fronti di scontro politico parallelo a quello dell’ordine esecutivo è la nomina del giudice Gorsuch alla Corte Suprema. Visto il braccio di ferro in corso tra giudici e presidenza, il tema dell’indipendenza del potere giudiziario sarà al centro del dibattito sulla sua conferma: ritiene il giudice nominato che il presidente stia abusando degli ordini esecutivi? È pronto Gorusch a valutare in maniera indipendente questa modalità di governare? A differenza di casi in cui le domande poste al giudice nominato sono teoriche, qui ci si trova di fronte a un caso concreto che riguarda il presidente che ha scelto Gorusch. E che si è lasciato andare a insulti contro il potere giudiziario e le sue scelte che non sono abituali – un comunicato della casa Bianca, poi modificato, parlava di sentenza “scandalosa”.

Non è finita qui. Oltre alle manifestazioni di protesta che continuano in tutto il Paese, c’è un documento legale depositato presso la Corte d’appello che valuterà il caso firmato da 97 colossi dell’high tech, da Google a Facebook, da Apple a Uber, passando per Yelp, twitter, Mozilla. Manca solo Amazon – per ragioni oscure, visto che nemmeno Jeff Bezos sembra essere tenero con Trump. Queste compagnie hanno migliaia di dipendenti stranieri, sono forti anche grazia alla possibilità di reclutare il meglio che c’è al mondo e difendono un’idea che è un po’ parte del loro modo politically correct di presentarsi al mondo: multinazionali che rispettano le differenza di genere, religione, colore della pelle e che non discriminano. Resta il fatto che una mossa così unitaria da parte della Silicon valley è un brutto segnale per Trump.

L’ordine esecutivo è arrivato anche al Super Bowl che si è giocato a Houston e che, per la cronaca, i New England Patriots hanno vinto dopo una rimonta di 24 punti mai capitata prima nella finale annuale del football americano. Molti degli spot pubblicitari mandati in onda nell’intervallo alludevano direttamente alla scelta di Trump di discriminare le persone. AirBnB e Budweiser in maniera più diretta (lo spot della birra mostra la storia dell’immigrato tedesco, come la famiglia Trump, che ha fondato il marchio, con allusioni al viaggio dei rifugiati e al razzismo, mentre il portale di affitto stanze e appartamenti spiega “noi affittiamo a tutti”).

Ce n’è abbastanza per sapere che la scelta di emanare un ordine esecutivo così controverso e scritto male potrebbe rivelarsi un colossale errore. Aver distinto tra cristiani e musulmani, aver scelto alcuni Paesi e non altri e aver incluso (in un primo momento) anche i possessori di carta verde, sono tutte forzature dettate dall’ideologia. E potrebbero rivelarsi un boomerang. A meno che, come sostiene qualcuno, la decisione di alzare un polverone sul tema immigrazione dai Paesi islamici, non sia il frutto di una strategia di Steve Bannon, la mente di Trump, che potrebbe aver deciso di creare una controversia su una questione per far passare in secondo piano molte altre scelte fatte in queste ore. Mentre l’America si accapiglia attorno ai diritti di chi vive e lavora negli Usa, l’amministrazione Trump comincia infatti compie una serie di strappi in politica estera e comincia a demolire le regole imposte alle banche dopo la crisi finanziaria del 2008 – la legge Dodd-Frank. Un tema altrettanto cruciale e una scelta in totale contraddizione con la retorica anti poteri forti usata durante la campagna, che vedeva Hillary Clinton come la marionetta delle banche.