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La Raggi (e Marino), l’avanspettacolo, il coraggio e la curiosità che diventa morbo

Rome Mayor Virginia Raggi leaves arriveas in Campidoglio, Italy, 03 February 2017. Rome's embattled Mayor Virginia Raggi said after emerging from eight hours of questioning by Rome prosecutors that she knew 'nothing' about a 30,000 euro assurance policy written out in her name by her former cabinet chief Salvatore Romeo. Raggi was questioned in a separate probe in which she is suspected of abuse of office for appointing Renato Marra, brother of her former right-hand man Raffaele Marra, as Rome tourist chief, ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Non amo la Raggi: la ritengo impreparata, con un pessimo fiuto nella scelta dei collaboratori e affetta da un pessimo (per i romani) timore reverenziale nei confronti del capo. Credo anche che un sindaco che esulta via chat per le dimissioni di un assessore della sua Giunta sia la fotografia di quella vecchissima politica che si riduce a gestione di piccoli poteri, cortili e beghe che non interessano ai cittadini e che soprattutto non fanno gli interessi dei cittadini.

Detto questo su Roma (con la Raggi ma pensandoci bene anche con Marino) si gioca una missione di demolizione morbosa che credo meriti una valutazione al di là degli attori (e dei partiti) attualmente in gioco: in questo Paese i bisogni reali (le real issues che ripete Sanders) spariscono perché a dettare l’agenda dell’avanspettacolo politico (di avanspettacolo del resto si tratta: tutti a dirci come potrebbe essere bello se ci fossero loro, in condizioni ideali che sono irrealizzabili) c’è un’oligarchia pavida e morbosa. Un’oligarchia che non è solo classe politica ma che abbraccia anche tutti gli attori dell’opinione pubblica: la disperazione di non essere ascoltati e letti ci ha reso tutti arrendevoli, proni alle notizia che gli altri vorrebbero leggere e fabbricatori di randelli (in carta o bit) per l’ordinaria ferocia.

Su L’Espresso di questa settimana, per fare un esempio, c’è un’inchiesta sul gioco d’azzardo (e sui mancati guadagni da parte dello Stato) che farebbe venire voglia di presidiare giorno e notte l’uscita del Parlamento per chiederne conto ai parlamentari, ad uno ad uno. Su Left in edicola Cecchino Antonini racconta il ritorno dell’eroina in un Paese che sta ripiombando nel pelo degli anni ottanta. Sulla rivista Lancet la scorsa settimana è stato riportato uno studio scientifico che racconta come le diseguaglianze sociali tolga salute e anni di vita più del fumo e del tabacco. Se vi venisse voglia di di approfondire la questione bancaria internazionale e dei grandi gruppi finanziari (basta un’intervista qualsiasi di Chomsky sulla distribuzione della ricchezza, senza troppo complottismi) per perdere fiducia nel genere umano. Oppure, senza andare troppo lontano, basterebbe salire su un treno di pendolari di prima mattina per ascoltare la povertà, la precarietà, la stanchezza e la disillusione senza bisogno di troppi sofismi.

Insomma c’è un carnet di emergenze per cui non basterebbero le pagine di un mensile su cui esercitare la curiosità critica e etica. Non è benaltrismo, sia chiaro: la guida della capitale italiana è un tema su cui vale la pena spendersi di sicuro, ma verrebbe da chiedersi se non sia possibile liberarsi una volta per tutte dalla morbosità delle due fazioni. Smetterla, intendo, con chi ritiene che la Raggi sia un novello Roosvelt attaccato dai poteri forti e dall’altra parte smetterla con chi vorrebbe trasformarla in un paradigma di fallimento a forma di randello sulla testa di Grillo. Sapere come pensa la Raggi di combattere la povertà, questo sì, mi interesserebbe, piuttosto. Perché poi Marino è stato assolto per la storia degli scontrini e si è scoperto che stava abbattendo il debito, ad esempio. Dopo, però.

Parlare dei temi nel merito. Ecco. Come andava di moda ripeterlo qualche mese fa. Ricordate?

Buon lunedì.

Chavela Vargas, l’immigrata simbolo di un Paese che non era il suo

Questa settimana su Left abbiamo fatto una chiacchierata con Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata su Chavela Vargas una delle voci che hanno segnato la musica dagli anni Quaranta a oggi. I due cantautori recentemente hanno intrapreso un viaggio da Palermo al Messico cercando di raccogliere storie e aneddoti sulla cantante costaricana diventata simbolo del Paese di Frida Kahlo e Diego Rivera. Il risultato di questa loro avventura è raccolto in un libro e in un cd entrambi intitolati Un Mondo raro in cui i due artisti ci raccontano e ci cantano la vita indomita e ribelle di quella che fu l’amante di Frida, ma anche una ragazzina di 17 anni che fuggiva dal suo Paese, il Costa Rica, perché omosessuale e perché sognava un futuro lontano dalla povertà. Impossibile, pensando a questo pezzo della storia di Chavela, non fare un parallelo con quello che accade oggi. «Questa parte della sua vita la rende per noi un’artista estremamente contemporanea» racconta Antonio Di Martino «Chavela era un’immigrata arrivata in Messico e diventata il simbolo della mexicanidad. Oggi l’accoglienza non è vista come era vista in quegli anni e soprattuto viviamo un’immigrazione che è più tragica perché la gente scappa da un posto dove c’è la guerra. Mi colpiscono molto storie come quella di Aeham Ahmed, il pianista di Yarmouk, che suonava fra le bombe». «Trovo che la storia di Chavela» aggiunge Fabrizio Cammarata «come quella di una persona che parte alla ricerca della propria felicità sia estremamente attuale. Forse per sensibilizzare di più un Paese come l’Italia ci vorrebbero storie come la sua. Sarebbe bello poter raccontare di un immigrato africano o siriano che arriva qui e si realizza al punto da diventare in qualche modo un simbolo del nostro Paese. È un peccato che da noi manchino questi simboli, altrove queste storie esistono. È successo a Chavela in Messico, ma anche a moltissimi in altri paesi di immigrazione, uno su tutti gli Stati Uniti dove quel sogno americano di cui tanto si parlava (e che ora con Trump sembra essere stato fatto a pezzi ndr) era proprio questo: felicità e realizzazione anche se si è stranieri. Un sogno italiano ancora non esiste».

#LeftPlay > LA PLAYLIST DI DI MARTINO E CAMMARATA PER CHAVELA

Sul canale Spotify di Left trovate anche una playlist che Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata hanno dedicato a Chavela Vargas tra canzoni scritte o eseguite da loro stessi, miti della musica ispanica come Mercedes Sosa, e internazionale come Billie Holiday. Buon ascolto.

Vi raccontiamo del “Mondo raro” di Chavela Vargas su Left in edicola

 

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Michele Maio, oncologo: «Così alleniamo il Superorganismo contro i tumori»

I quadri di Keith Haring danno decisamente una nota di colore al centro di Immuno-Oncologia del policlinico di Siena. E quelle linee e forme dell’artista pop americano sembrano quasi richiamare “l’intreccio” delle cellule del corpo umano. Cellule sane ma purtroppo anche malate. C’è un’opera di Haring anche nello studio di Michele Maio, il responsabile del centro diventato ormai punto di riferimento in Italia per l’immunoterapia contro il cancro. Ematologo ed oncologo, racconta a Left la “rivoluzione terapeutica” che ha descritto nel libro scritto insieme ad Agnese Codignola Il corpo anti cancro (Piemme). Lo abbiamo incontrato per capire come possa essere attivato e potenziato “il Superorganismo”, il sistema immunitario, del quale fino a trent’anni fa si pensava non potesse fare nulla contro i tumori. «Un dogma che è crollato», dice Maio. E così la quarta strada, l’immunoterapia, oltre alla chemioterapia, radioterapia e chirurgia, si sta rivelando uno strumento efficace nella lotta contro i tumori. Il melanoma soprattutto, poi il tumore del polmone, e altre patologie oncologiche visto che sperimentazioni sono in corso su tutti i tumori.
«È negli ultimi trent’anni – afferma Maio – che si è avuto un fortissimo incremento delle conoscenze sulla fisiologia del sistema immunitario, su come funziona e come può essere in grado di tenere sotto controllo tutto ciò che c’è di estraneo nel nostro organismo, compresi i tumori. Si è compreso molto anche sul versante dei tumori: le caratteristiche delle cellule tumorali, come queste interagiscono e sfuggono al controllo del sistema immunitario. Si è passati quindi da osservazioni di tipo empirico a testare in clinica la possibilità, usando vari tipi di agenti terapeutici, che questa interazione fra sistema immunitario e tumore potesse essere potenziata e quindi che si potesse realmente. Un processo con alti e bassi, fino alla svolta decisiva e definitiva negli ultimi dieci anni».
Nella lunga intervista Maio parla dei farmaci che hanno dato impulso all’immunoterapia e di come agiscono gli anticorpi, divisi in “agonisti” e “antagonisti”. Ma il focus è rivolto soprattutto alle prospettive future. Maio ci tiene a sottolineare: che «l’immunoterapia non è un ricostituente del sistema immunitario, l’immunoterapia si può anche sostituire del tutto alla chemioterapia ma solo quando abbiamo dati in tal senso che non possono che derivare dalle sperimentazioni cliniche in corso».

L’articolo integrale lo trovate su Left in edicola dal 4 febbraio

 

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I romanzi che smascherano Trump e il trumpismo

Il “fenomeno” Trump e il trumpismo non nascono dal nulla. Ma hanno radici nell’America profonda, razzista e suprematista, nella cultura arretrata e bigotta di aree come l’Appalachia, il Kentucky e la cosiddetta Bible Belt, la cintura più confessionale ed evangelica. Se vogliamo capire cosa sta accadendo Oltreoceano e chi sono gli elettori del neo presidente basta leggere western non convenzionali come Warlock (Sur) di Oakley Hall, che mostrano cosa nascondono il mito dello sceriffo armato fino ai denti e l’estremo individualismo dell’America selvaggia. Oppure ci si può rivolgere ai romanzi pulp di Joe R. Lansdale (che sarà ospite di Firenze libro aperto dal 17 al 19 febbraio), pieni “bifolchi texani”, di «gente che dorme con la pistola sotto il cuscino, che odia i messicani, che ce l’ha con gli immigrati», racconta Luca Briasco traduttore di Paradise sky (Einaudi) ma soprattutto autore di Americana (Minimum Fax) un appassionato viaggio nella letteratura nordamericana attraverso quaranta autori scelti da Michel Chabon a Jonathan Safran Foer. Un libro che, oltre a tracciare un percorso storico degli ultimi cinquant’anni racconta nuovi filoni letterari, prefigurando un nuovo canone contemporaneo in cui un posto di primo piano spetta alle nuove autrici, da Emma Cline,Le ragazze (Einaudi) a  Hanya Yanagihara  Una vita come tante (Sellerio).

Ma non solo. In Americana Briasco analizza la raffinata e profonda critica al turbo capitalismo americano di Don DeLillo e di Thomas Pinchon, a cui affianca la voce di Foster Wallace e, sul versante più realistico, quella di Kent Haruf, l’autore di Canto della pianura, terzo romanzo della trilogia pubblicata da NN editore. Autori che esprimo un punto di vista critico, ma anche «umano e partecipe», dice il critico e traduttore che il 4 febbraio presenta Americana alla Libreria volante di Lecco e poi a Roma, a La Spezia, a Firenze e in altre città. Sul nuovo numero di Left ci guida in un lungo e articolato viaggio fra i libri che aiutano a capire in profondità l’America di oggi.

L’articolo integrale lo trovate su Left in edicola dal 4 febbraio

 

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Federico Pizzarotti riparte. Dalla partecipazione e dai cittadini in fuga dai partiti

Federico Pizzarotti durante la conferenza stampa nella sede del municipio di Parma, 3 ottobe 2016. ANSA/ SANDRO CAPATTI

È pronto per un secondo mandato nella sua città, l’ex pentastellato sindaco di Parma Federico Pizzarotti. Del Movimento ha perso il marchio ma non il vizio, quello di puntare sulla democrazia partecipata, di credere nel coinvolgimento attivo dei cittadini e nell’amministrazione di squadra che non è l’alleanza di partiti. E perché no, anche nella Rete. E «con i principi con i quali siamo entrati e ai quali siamo rimasti fedeli fin dalle origini», si prepara assieme a tutta la sua squadra e alla sua lista “Effetto Parma”, alle elezioni amministrative della prossima primavera. Cosa che gli ha immediatamente attirato le ire dei pasdaran Cinquestelle.

«Ebbene sì, ci siamo ributtati della mischia». Ride, e parla sempre al plurale, Federico. Nella mischia da soli, dunque per adesso? «Ma per adesso e anche per dopo», risponde ironico ma perentorio. «Salvo l’apertura a dialogare con altre liste civiche. Ma nel panorama attualmente non ce ne sono, e quelle che ci sono esprimono valori che non vedono una nostra condivisione».

I valori di cui parla sono quelli di sinistra, della cui declinazione partitica però, il sindaco non salva niente: «Non condivido nulla di quello che il sedicente “centrosinistra” è o ha fatto. Gli esempi che mi trovo a citare sono uomini come Pertini o Berlinguer. Che con la sinistra attuale non hanno niente a che vedere».

E cos’è la sinistra quindi? «Principalmente buon senso». Nella lunga intervista sul numero di Left in edicola, con il primo cittadino parmense abbiamo parlato di democrazia – che è tale se è partecipata – , di amministrazione – che è buona se segue appunto il buon senso -, e di Movimento 5 stelle. Ormai molto, molto lontano da quello civico, orizzontale nato proprio in Emilia-Romagna.

Certo, a questo punto sono moltissimi gli ex-grillini in giro per l’Italia. Si può pensare di recuperare questo patrimonio disperso? A questo e a molto altro, il sindaco più grillino di Grillo risponde nell’intervista integrale in edicola da sabato.

 

L’intervista integrale la trovate su Left in edicola dal 4 febbraio

 

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Quello del governo non è un reddito minimo

epa05694399 Elderly people leave hand-in-hand with a bag full of food during a New Year's meal for the homeless and poor provided by the city of Athens, in Athens, Greece, 01 January 2017. The Athens municipality's Reception and Solidarity Centre served the traditional luncheon on New Year's Day to more than 1,000 poor citizens. EPA/SIMELA PANTZARTZI

Cibo, casa, vestiario, trasporti. Per 4 milioni e 600mila italiani – il 7,6 per cento della popolazione – reperirli è un problema. L’Istat direbbe che non raggiungono standard di vita “minimamente accettabile” e cioè che versano in condizioni di povertà assoluta. Un fenomeno che è cresciuto del 155% dall’inizio della crisi economica, quando erano 1 milione e 800mila, dati 2007. Poi, ci sono più di 8 milioni e 300mila che consumano meno della media e versano, quindi, in condizioni di povertà relativa. Ognuno di loro, in buona sostanza, deve arrabattassi tra file e labirintici sportelli per ottenere aiuti, sostegni, carità anche. Perché l’Italia non ha alcuna forma di sostegno universale per chi rimane indietro. E da gennaio è rimasta l’unica in Europa, adesso anche la Grecia avrà il suo reddito minimo. Eppure di welfare universale in Italia se ne discute da 70 anni.

La situazione si comincia a muovere un anno fa, quando il governo Renzi riapre il percorso parlamentare con una legge delega per l’introduzione del Reddito d’inclusione. L’acronimo è Rei, il 2 febbraio sono scaduti i termini per la presentazione degli emendamenti alla commissione di Palazzo Madama, ed è assai probabile che verrà presto presentato al Senato così come uscito dalla Camera. Senza modifiche e senza altre perdite di tempo. Si tratta di un assegno mensile variabile dai 350 ai 450 euro a cui avrebbero diritto tutte le famiglie o i soggetti che vivono sotto la soglia di povertà, secondo l’indice Isee, con precedenza alle famiglie con minori, anziani e disabili. Una misura rivolta a tutti i poveri, fanno sapere dal governo. Tutti? Quasi, in verità. La nuova legge sui poveri, abbraccerebbe solo 1 milione e 400mila cittadini dei più di 4 milioni e mezzo in estrema difficoltà.

Delle soluzioni adottate in Grecia e in Finlandia, delle proposte di Benoit Hamon in Francia, di quanto la crisi in Grecia ci abbia insegnato senza però alcuno scolaro (ne abbiamo discusso con Andreas Nefeloudis, segretario generale del ministero del Lavoro greco): di tutto questo si compone il nostro primo piano di questa settimana, dedicato al reddito minimo. E cerchiamo di fare un po’ d’ordine tra le tante diciture: reddito di base, reddito minimo, reddito d’inclusione, misura anti-povertà. Anche perché le elezioni sono dietro la porta. E ne sentiremo delle belle.

Lo speciale integrale lo trovate su Left in edicola dal 4 febbraio

 

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Le foto della settimana dal mondo

(EPA ANSA/ LISI Niesner)

28 gennaio 2017. Santa Olga, Cile. Il paesaggio lasciato da una serie di incendi alimentati dai forti venti e dalla siccità hanno devastato circa 273.000 ettari in circa una settimana, uccidendo circa 10 persone e migliaia sono gli sfollati.

29 gennaio 2017. Pantin, Parigi. Un nuotatore professionista nuota sotto il ghiaccio nel canale dell’Ourcq

29 gennaio 2017. Vienna, Austria. Il Danubio gelato (EPA ANSA/ LISI Niesner)

30 gennaio 2017. Ennore, Chennai, India. Un uomo del Pollution Response Team raccoglie campioni della fuoriuscita di petrolio avvenuto dopo che una petroliera e una nave cisterna piena di GPL si sono scontrate domenica 29 gennaio al largo del porto di Kamarajar

Lerwick, Shetland. La tradizionale festa del fuoco, nota come Up Helly Aa, si svolge ogni anno l’ultimo Martedì di gennaio.

Manila, Filippine. Un ragazzo si protegge dalla pioggia usando una vecchia valigia.

Jakarta, Indonesia. Le modelle dello stilista del Myanmar Myat Waso. (ANSA EPA / ADI WEDA)

1 febbraio 2017. Ramallah, Cisgiordania. Coloni oltranzisti vengono allontanati dalle forze di sicurezza israeliane dopo che una sentenza dell’Alta Corte ha riconosciuto che le case sono state costruite su terreni privati palestinesi.

Il ponte del Patriarca nel centro di Mosca in una giornata invernale

Un carro armato delle Forze ucraine in un cortile in uno dei punti caldi della città di Avdiivka a nord di Donetsk, Ucraina

2 febbraio 2017. New York. Proteste contro l’ordine esecutivo emanato da Trump che vieta l’ingresso in America a immigrati e rifugiati provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana

Ha Nam, Vietnam. Sono arrivati da tutto il mondo per partecipare al concorso per artisti per dipingere i bufali durante il ‘Painting on Buffalo’ festival. (ANSA EPA / LUONG THAI)

3 febbraio, 2017. Porto di Lesconil, Francia. Onde alte e vento forte su alcune aree della costa francese.

Non c’è più tempo per i vecchi tatticismi

Anna Falcone, vice presidente del Comitato per il 'No' al referendum di Ottobre durante un' iniziativa organizzata a Napoli, 15 Giugno 2016. ANSA/CIRO FUSCO

Non c’è più tempo. Non c’è più tempo per i tatticismi, per le liturgie della vecchia politica, per i congressi orfani di militanti e di idee, quelli fatti per contarsi (quelli che sono rimasti) o per vendicarsi degli oppositori e sistemare al meglio i fedelissimi. L’Italia e gli italiani sono già altrove. E la Sinistra, in questo altrove, ancora non c’è. Non c’è perché, nel logorante dibattito di questi ultimi giorni, emerge prepotentemente la miopia di chi, fattosi classe dirigente grazie alle ultime leggi elettorali dei ‘nominati’, è tutto proteso a garantirsi un posto al sole anche nella prossima legislatura, invece che a garantire un futuro al Paese. E, invece, ciò che conta, ciò che conterà alle future elezioni non saranno le attuali proiezioni elettorali delle forze politiche in campo o di quelle che si potranno formare dalla scissione e riorganizzazione degli attuali partiti. Ciò che conta è l’idea di Paese che si proporrà agli italiani. Sfida non facile, visto che una sinistra con ambizioni di governo (e una sinistra che creda realmente ai suoi ideali non può non averne) deve fare i conti con una realtà che è profondamente mutata e le cui criticità non posso essere risolte con le tradizionali categorie di analisi del pensiero di sinistra. Poche cruciali domande chiedono immediate risposte, ad esempio: come affrontare la fine del lavoro, ovvero l’inevitabile avanzamento dei processi di automazione della produzione a scapito del lavoro individuale?

Quale modello di sviluppo proporre per far convivere progresso e tutela delle risorse umane e naturali? Come risolvere il problema della sovrappopolazione, della tutela della salute su larga scala, dell’accesso alle tecnologie, alle informazioni e a una istruzione di qualità? Come garantire equità fiscale, sovranità monetaria e un modello di Europa solidale ed equilibrato fra gli Stati membri? Non ultimo, quali soluzioni per redistribuire i mezzi di produzione della ricchezza in un contesto globale in cui singole multinazionali superano – e spesso di molto – il PIL di tanti Paesi, mettendo in crisi il modello e l’esistenza stessa dello Stato sociale di diritto? Questi sono solo alcuni dei temi centrali a cui dare risposta immediata: i grandi assenti nel dibattito politico post-referendario.

Noi del “Comitato per il No” abbiamo dato una traccia: iniziamo dall’attuazione della Costituzione. Sarebbe un primo, cruciale punto di partenza, e pure non basterebbe, perché i problemi delle società post-moderne superano le previsioni storicamente condizionate della nostra Carta e ci pongono davanti a interrogativi ulteriori, dove, ad esempio, il reddito di cittadinanza rischia di essere un palliativo, e la riduzione a 6 ore della giornata lavorativa potrebbe non bastare a garantire la dignità delle persone e le pari opportunità fra i cittadini: figurarsi l’uguaglianza! Ma allora – ed è questa forse la vera domanda – cosa osta a raccogliere intorno a un tavolo le migliori teste, i nostri ricercatori più bravi (quelli che dovremmo riportare in paria al posto di quale ministro inutile e ridondante), gli attori sociali e i protagonisti delle best practices, in Italia e all’estero, nel mondo dell’associazionismo, della cultura ecc., per delineare un progetto di sviluppo del Paese in cui diritti, solidarietà e sviluppo equo e sostenibile vadano finalmente d’accordo con la parola “modernità”? Perché se una lezione è arrivata dal voto del 4 dicembre è che un’altra Italia, più giusta, più solidale, più meritocratica, più democratica, è possibile, ma occorre mobilitarsi tutti, in una grande operazione di democrazia propositiva e partecipativa, non restare a guardare le auspicabili scissioni e riunificazioni di sigle ormai logore agli occhi dei più. L’unità in un nuovo soggetto della Sinistra riformista, profondamente innovativa e all’altezza dei tempi e delle persone parte dai temi e dalle idee. Liberiamole e misuriamoci su queste! Perché le liste unitarie e le alleanze di una stagione non funzionano e non bastano più. A nessuno. Pensiamoci. Perché questa rischia di essere l’ultima occasione per ciò che resta degli attuali partiti. O i cittadini si organizzeranno da soli in un nuovo inizio politico, più coerente e funzionale alla realizzazione di quegli ideali che i vecchi partiti non rispecchiano più.

Di sinistra continuiamo a parlare su Left in edicola dal 4 febbraio

 

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«L’eroina non basta più. Vi racconto le droghe di oggi». Danny Boyle, non solo su Trainspotting2

Simon (Jonny Lee Miller) and Mark Renton (Ewan McGregor) in TriStar Pictures’ T2: TRAINSPOTTING

«Dopo la prima ho messo su il vinile dei Pink Floyd, The Wall. Un album affascinante, uno dei migliori in assoluto». Inizia così la nostra intervista al regista Danny Boyle, che in questi giorni presenta T2 Trainspotting, sequel atteso per più di vent’anni, in cui al centro permangono gli effetti delle droghe e delle dipendenze, e le conseguenti evoluzioni delle stesse. «La ricerca del passato è diventata la dipendenza più forte per Renton e compagni», ci confida Boyle. E forse la citazione del vinile è un effetto di quella dipendenza, dello spasmodico bisogno di un ritorno a un passato idealizzato, in cui si è certi di vivere meglio rispetto al presente.

Trainspotting affrontava con cinismo e razionalità la questione dell’abuso delle sostanze stupefacenti, in particolare dell’eroina, nelle giovani generazioni. Come sono cambiate quelle dipendenze?

Si può intuire già dal trailer del film, in cui il celebre discorso del protagonista, Mark Renton, interpretato da Ewan McGregor, cambia rispetto a Trainspotting: stila un elenco delle nuove dipendenze moderne, diverse da quelle che potevamo avere negli anni 90.

Sì, «Scegliete facebook, twitter, instagram, e sperate che, da qualche parte, a qualcuno, freghi qualcosa», dice Renton, i tempi sono cambiati. Ma la dipendenza consumistica del 1996 era diversa, per esempio spappolarsi il cervello davanti ai quiz in tv ingozzandosi di schifezze…

In T2 Trainspotting il passaggio a nuove dipendenze è rilevante ed evidente, non solo nel discorso motivazionale del protagonista, è qualcosa che percepiamo senza neanche accorgercene. Ci sono scene in cui vediamo gente seduta al ristorante che si comporta esattamente come noi, che non schiodiamo gli occhi dal cellulare neanche quando attraversiamo la strada, dipendenti da tutte queste informazioni che viaggiano veloci, e di cui non riusciamo a fare a meno.

Nel film l’eroina e gli effetti devastanti dell’Aids lasciano il posto a twitter e facebook, ok. Però c’è la cocaina, Sick Boy (Jonny Lee Miller) se ne fa ambasciatore anche se non è più lo stesso. Adesso la sua attenzione è canalizzata sul porno e, salvo una ricaduta in nome dei “bei vecchi tempi”, la droga della sua adolescenza, l’eroina, lascia il posto alla polvere bianca. Cosa è cambiato?

Il primo film è incentrato sulla sfida che rappresenta l’adolescenza, sullo sbeffeggiare le scelte che la vita apparentemente impone, in contrasto con la ricerca del piacere e dell’evasione che invece la droga, specialmente l’eroina, comporta per i protagonisti. A distanza di vent’anni, nel pieno di un periodo che dovrebbe comportare consapevolezza e responsabilità, quel discorso assume un ruolo diverso.

La lunga intervista a Danny Boyle e lo speciale sull’eroina lo trovate su Left in edicola dal 4 febbraio

 

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Ma com’è che a Virginia Raggi non dicono mai niente?

Il sindaco di Roma Virginia Raggi durante la celebrazione del Giorno della Memoria in Campidoglio insieme con gli studenti delle scuole romane che hanno partecipato alle iniziative per il Ricordo a Roma, 27 gennaio 2017. ANSA/Massimo Percossi

Eh no, Virginia, questa non te la passano. Si accettano amicizie con loschi figuri (Raffaele Marra, braccio destro della Raggi poi arrestati per corruzione); passino avvisi di garanzia ad assessori (Paola Muraro) che hai difeso a spada tratta, di cui non sapevi proprio subito; e passi anche quel dossierino che ha fatto fuori il tuo sfidante e collega consigliere Marcello De Vito. Va anche bene che ti indaghino per qualche nomina di manica larga (con le accuse di abuso d’ufficio e falso) – tanto, guarda un po’, c’è un codice di comportamento che te lo consente, se lo dici a Beppe. Passino anche i video all’una di notte e i post alle 5 di mattina, ma la polizza sulla vita a tua insaputa no! Questa volta la Rete non ci sta, e tra il serio e il faceto si ribella.

Ma la questione è ben più seria. Dopo otto ore di interrogatorio, nell’ambito dell’indagine della Procura di Roma sulle nomine del sindaco capitolino, condotta dai pm Paolo Ielo e Francesco Dall’Olioviene fuori anche una polizza assicurativa che il fedelissimo (e probabilmente qualcosa di più) Salvatore Romeo avrebbe intestato alla prima cittadina durante la corsa alla candidatura da sindaco. Sei mesi dopo, lei vince le elezioni e lo promuove da semplice dipendente a capo della segreteria politica. Con un balzo di stipendio equivalente: da 39mila a 110mila (che l’Anac di Cantone gli farà poi ridurre a 93mila).

Beneficiaria di un’attenzione solitamente riservata a un familiare, il sindaco “casca dal tetto”. In caso di morte del dipendente pubblico, il sindaco incasserebbe 30mila euro. Ma lei, non ne sapeva niente: «Della polizza stipulata per me da Romeo ho appreso questa sera. Sono sconvolta». Inevitabile il richiamo alle dichiarazioni dell’ex ministro Claudio Scajola, al quale “a sua insaputa” avevano addirittura intestato una casa vista Colosseo (dalla cui vendita ha incasssato nel 2014 ben 1,63 milioni di euro).

In realtà, la normativa antiriciclaggio (il decreto legislativo 231/2007) prevede che le compagnie di assicurazione, in qualità di intermediari, debbano effettuare l’attività di “adeguata verifica” dei propri clienti. Ovvero, quando si stipula una polizza potrebbe esserci un modulo da firmare, di Adeguata verifica clientela, appunto. Ma a quanto pare, stando alle dichiarazioni di Raggi, «queste polizze possono essere fatte senza informare il beneficiario, non devono essere controfirmate».

Oltre a quella del sindaco, sarebbero uscite nel frattempo altre 10 polizze intestate ad attivisti M5s e parenti, per un valore complessico di circa 100mila euro. Fatto grave, sul quale gli inquirenti stanno continuando a scavare in attesa di capire la ragione di questi investimenti.

Ripensando alle dichiarazioni di Virginia Raggi in questi mesi, però, viene spontaneo chiedersi: ma non le dicono mai niente?

La prima “supercazzola” Virginia ce la propina un anno fa, il 25 febbraio 2016, nella sua conferenza stampa d’esordio da candidato sindaco. Alla domanda sul perché nella presentazione del suo curriculum sul blog avesse omesso il particolare che il tirocinio da avvocato l’aveva svolto nello studio di Previti, lei, educata ma con quel pizzico di strafottenza e piglio finto naiv che la caratterizza, replica: «Non ho nemmeno scritto tutti i luoghi in cui ho fatto la baby sitter, se è per questo». Ma no, Virginia, non era “per quello”.

Un’altra sequela di dichiarazioni di dubbia credibilità, ce la propina durante le indagini che vedono protagonista il suo (ormai ex) assessore all’Ambiente, Paola Muraro. Prima nega e blinda: «La Muraro non si tocca», poi in commissione Ecomafie a settembre scorso, la definisce «presunta contestazione». Dopodiché, in un’intervista a Repubblica, tenta di spiegaci che ci sono strani movimenti di rifiuti ingombranti («Non ho mai visto tanti rifiuti pesanti, divani, frigoriferi abbandonati per strada – innesca la polemica la sindaca – non so se vengono fatti dei traslochi, se tanta gente sta rinnovando casa, ma è strano…»). A dicembre invece, quando proprio non si può negare l’evidenza, pubblica un video in notturna che tutti ricordiamo.

Ora, addirittura viene fuori (dalla chat dei “quattro amici al bar” con Frongia, Marra e Romeo) che la blindatissima delegata all’Ambiente non era stata una nomina voluta da lei. “Mi hanno imposto questa Muraro, è legata ad un sistema di potere, sono molto preoccupata” è la frase che riporta il Messaggero.

Anche su Raffaele Marra, da lei nominato vice capo di gabinetto prima, capo del personale poi, e arrestato il 16 dicembre scorso, ce ne ha riservate parecchie: l’uomo che tutto muoveva, e che sembrerebbe addirittura aver pilotato la stessa elezione a candidata ufficiale del Movimento 5 stelle, sarebbe stato solo «uno dei 23 mila dipendenti del Comune». Peccato che, stando alla testimonianza resa dal capo dell’avvocatura del Campidoglio Rodolfo Murra, «la sindaca Virginia Raggi convocava le riunioni soltanto se lui era presente». Se l’avesse fatto con tutti e 23mila i dipendenti, altroché assemblee fiume. Anche qui, la tesi preponderante è: «Non sapevo. È stata una sorpresa». Chiede scusa, il 16 dicembre, in una conferenza stampa immediatamente dopo l’arresto (sempre col fidato Romeo affianco), ma toppa anche qui le motivazioni: «Marra era già un dirigente dell’amministrazione precedente e ci siamo fidati». Di quale amministrazione precedente parla, esattamente? Di quella di Marino, che per molto meno ha avuto Di Battista e tutto il Movimento sotto il campidoglio per settimane, o di quella di Alemanno?

Ora, della strana liason con il suo ex capo della segreteria, e dall’indagine in corso, siamo sicuri che usciranno altre sorprese. Soprattutto per il sindaco di Roma, Virginia Raggi. E qui, la domanda sorge spontanea: Virginia, ma com’è che a te non dicono mai niente?