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Come pubblicare un libro, da esordiente. Guadagnando

Avete un romanzo nel cassetto? Volete che sia letto e valutato da case editrici importanti? Non avete soldi per pagare delle agenzie letterarie ed esperti di editing? Sono le questioni che tormentano tutti gli scrittori in erba, giovani e o meno, costretti a fare un immane lavoro per trovare i “canali giusti”, per proporsi, costretti a passare le giornate a spedire manoscritti come messaggi in bottiglia che, di solito, restano senza risposta. Un percorso faticoso che alla fine spinge molti potenziali esordienti ad accontentarsi del self publishing.

Per far incontrare chi scrive e chi pubblica in modo reciprocamente vantaggioso Stefano Mauri, presidente del gruppo editoriale Mauri-Spagnol ha inventato il torneo Io scrittore. Iscriversi non costa niente. Basta pubblicare l’incipit del propria opere sul sito www.ioscrittore.it entro il 7 febbraio, perché sia valutato da lettori e da editor professionisti. Cosa viene chiesto in cambio? Di leggere con cura gli incipit degli altri partecipanti al torneo, per poi esprimere un proprio giudizio in maniera costruttiva, che possa essere utile all’autore per migliorare il proprio lavoro. « Nel corso degli anni il meccanismo di funzionamento del torneo è stato affinato» racconta Elena Pavanetto, responsabile marketing del gruppo GeMS.«Pubblicare solo l’incipit, invece che l’opera intera come veniva richiesto anni fa, per esempio, permette agli autori di poterla modificare strada facendo, traendo vantaggio dai consigli ricevuti, dagli altri concorrenti e dagli editor del gruppo GeMS che fanno supervisione». Ma non solo. Dal sito di Io scrittore si può scaricare gratuitamente anche un e-book in cui autori già affermati come ad esempio Clara Sanchez danno consigli su come migliorare il plot, come tratteggiare i personaggi, come curare la struttura e addirittura la grammatica.

Certo, il talento non si insegna, ma migliorare la forma di certo non nuoce, in vista della gara per il premio finale: la pubblicazione della propria opera in e-book, «firmando un regolare contratto con una delle case editrici del gruppo, che prevede delle royalties per lo scrittore, nel rispetto del diritto d’autore», dichiara Pavanetto. Vincitrice di una passata edizione di Io Scrittore, Valentina D’Urbano ha pubblicato  Il rumore dei tuoi passi con Longanesi nel 2012,  romanzo che  ha venduto 130mila copie.  E non è la sola.  Altri autori emersi con Io scrittore sono Ennio Tarantino Sto bene, è solo la fine del mondo (Bollati Boringhieri) e Susanna Raule L’ombra del commissario Sensi.

I numeri di Io scrittore sono abbastanza impressionanti: 114.655  giudizi sulle opere partecipanti, 3.988 nuovi scrittori all’ultima edizione, 12.244 opere valutate,  98  nuove voci pubblicate in e-book, 11 nuovi autori in libreria, 100mila euro di Royalties distribuite agli autori.

Il trucco qual è? «Nessun trucco, è il risultato dell’impegno di tutti i partecipanti al torneo, degli autori ai quali viene chiesto non solo di leggere gli incipit, ma nelle fasi successive del premio, una trentina di opere per intero. E dell’impegno degli editor del gruppo che mettono a disposizione le proprie competenze» spiega  Elena Pavanetto di GeMS, annunciando le tappe successive del torneo, che si terranno a Tempo di Libri  la nuova fiera milanese dell’editoria che si tiene ad aprile (in quella occasione saranno annunciate le 300 opere selezionate) e  poi a Book City quando verranno annunciati i vincitori finali.

Qui per iscriversi al torneo Io scrittore:www.ioscrittore.it/ioscrittore2014/preiscrizione.aspx
Qui il regolamento:Regolamento www.ioscrittore.it/regolamento

«Obbliga i vescovi a denunciare i preti pedofili». L’appello delle vittime a papa Francesco

La manifestazione contro gli abusi sessuali da parte dei preti pedofili organizzata dall'associazione americana Survivors Voice, oggi 29 ottobre 2011 davanti al Vaticano, a Roma. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Papa Francesco faccia seguire i fatti alle parole e crei le condizioni affinché i preti pedofili vengano incriminati e processati. La richiesta giunge direttamente dalle vittime dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, che insieme ad altre vittime italiane denunciano in un video l’atteggiamento contraddittorio del papa in merito agli abusi da parte del clero italiano. La Conferenza episcopale italiana, infatti, nelle sue linee guida anti pedofilia non ha inserito l’obbligo di denunciare i pedofili alla magistratura e in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori. Perché – chiedono le vittime – il papa non obbliga i vescovi italiani a denunciare?

https://www.youtube.com/watch?v=ngq37tgMRuk

«Papa Francesco, siamo qui, ancora una volta. Ora basta!» avvertono le vittime esprimendo il loro sdegno nel vedere gli stessi sacerdoti che in passato abusarono di loro, violentare ancora oggi dopo essere stati trasferiti in Argentina, gli unici provvedimenti adottati, denunciano, sono stati gli allontanamenti da Verona dei casi più problematici. La vicenda più recente riguarda don Nicola Corradi, allontanato in tutta fretta anni fa dopo le molteplici denunce degli ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, nascosto nell’omonimo istituto per bambini sordi Inchiesta per pedofilia a Lujan de Cuyo in Argentina e riapparso da alcune settimane in carcere a Corradilla, con l’accusa di aver abusato numerosi minori a lui affidati.

Eppure sono tanti i documenti e le testimonianze raccolti dalla Rete L’Abuso, che ha prodotto il video con la collaborazione dell’associazione Sordi Provolo onlus, e dai libri-inchiesta pubblicati tra il 2010 e il 2014 da Federico Tulli per L’Asino d’oro edizioni. E non sono pochi i preti che malgrado denunce o condanne continuano come a esercitare il ministero sacerdotale. Don Giampiero Bracchi che aveva già patteggiato una condanna a 2 anni nel 2008 e che nel 2014 patteggia una seconda volta. Don Tiziano Miani arrestato nel 2003 e fatto fuggire negli Stati Uniti dove nel 2010 sarà nuovamente accusato e processato. Don Pascal Manca, già denunciato nel 2012, trasferito in un’altra parrocchia e arrestato nel maggio del 2015. Don Calcedonio Di Maggio, condannato ben 3 volte e mai “spretato”.

Brexit, Jeremy Corbyn alle prese con l’ennesimo scontro nel Labour

epa05764899 Protesters demonstrate against parliament's vote to invoke Article 50 outside parliament in London, Britain, 01 February 2017. Parliament is holding its final day in a two-day long debate on the bill to trigger Article 50 and Britains exit from the EU. MP's will vote to trigger Article 50 on 01 February. EPA/ANDY RAIN

Il conflitto interno al partito laburista britannico non si assopisce. Anzi, in un contesto politico in cui tutto ruota intorno alla Brexit, la leadership di Jeremy Corbyn continua a essere appesa a un filo. E la settimana appena passata non ha certo aiutato il politico originario di Chippenham.

La svolta riguardo alla Brexit, è arrivata mercoledì, quando Westminster ha approvato, con una maggioranza solida, l’attivazione dell’articolo 50, la clausola del Trattato di Lisbona che disciplina l’uscita di uno stato membro dall’Unione europea (Ue).

498 voti a favore e 114 contrari: una sentenza indiscutibile appunto. Ma tra i 114 contrari ci sono ben 47 deputati laburisti. Certo, la principale forza politica a opporsi contro l’articolo 50 è stato il partito nazionalista scozzese (Snp), ma, a prescindere dalla direzione di voto, quest’ultimo si è mosso in maniera ordinata. La linea ufficiale del Labour era infatti quella di votare a favore dell’articolo 50.

Corbyn è quindi alle prese con l’ennesimo scontro interno al partito. Un’analisi del voto parlamentare a cura di Ashley Kirk per il Telegraph sottolinea che ben 17 dei così detti “frontbencher” (un termine che indica i deputati delle prime file dell’aula parlamentare – di solito si tratta, nel caso dell’opposizione, dei ministri ombra e dei leader più importanti) hanno apertamente sfidato la linea dettata da Corbyn. All’interno del Labour, la maggior parte di coloro che si è rifiutata di votare contro l’articolo 50, lo ha fatto giustificandosi sulla base delle proporzioni di voto tra “remainers” e “leavers” nelle rispettive circoscrizioni elettorali, in occasione del referendum del giugno scorso. Eppure, c’è qualche eccezione: Corbyn, per esempio, il quale, a fronte di una maggioranza schiacciante (76,5 per cento) per il “remain” nella propria circoscrizione, ha dettato la linea dell’attivazione dell’articolo 50.

Nel partito laburista, circa un quinto dei deputati ha votato contro la linea della leadership. Dei 17 “frontbencher”, ben 4 erano ministri ombra: Rachael Maskell, Dawn Butler, Tulip Saddiq e Jo Stevens. Tutti e quattro hanno consegnato le dimissioni. Diane Abott, ministro ombra alla salute, non si è presentata durante le votazioni per “un’improvvisa emicrania” diventando così bersaglio delle critiche di John Mann (Labour), il quale ha definito Abott niente meno che «una codarda». Senza contare che, tra i disertori della linea di partito, c’è anche Owen Smith, ex-contendente alla leadership del partito nel 2016. In una parola: caos. Basti pensare che, tra i Tories, un solo deputato si è ribellato alla linea del partito.

Cosa accadrà nei prossimi giorni? Sebbene mercoledì il Parlamento abbia approvato l’articolo 50, settimana prossima ci sarà un’ulteriore lettura del testo – successivamente la legge dovrà passare anche per la Camera dei Lord. Nel frattempo, c’è spazio per gli emendamenti. E il Labour spingerà per modifiche significative al testo. L’obiettivo è quello di garantire che l’approvazione dell’articolo 50 non si trasformi in un via libera per il governo a trasformare il Regno Unito in una sorta di paradiso fiscale caratterizzato da tassazione e regolamentazioni sul lavoro inesistenti. Il problema è che Corbyn deve convincere i moderati del partito conservatore – una componente essenziale per far approvare le modifiche– ad appoggiare una “Brexit” meno dura di quella prevista dal Governo.

A detta di molti analisti, il tentativo appare disperato. E il dramma non finisce qui. Se il testo dell’articolo 50 dovesse rimanere lo stesso, è probabile che i numeri della ribellione interna al Labour aumenterebbero. Molti deputati laburisti hanno infatti votato a favore mercoledì, ma non hanno garantito un simile comportamento nel voto finale. Nel frattempo, Jeremy Corbyn, provvederà al terzo rimpasto di governo ombra in 18 mesi.

Intanto, giovedì 2 febbraio, il governo del Regno Unito ha pubblicato il Libro bianco sulla Brexit, un documento di 77 pagine che ha l’ambizione di rappresentare gli obiettivi e la strategia del Paese per le negoziazioni con l’Unione europea (Ue). Eppure, secondo la maggior parte degli analisti, il testo rappresenta un buco nell’acqua, visto che contiene pochi dettagli in più rispetto a quanto già affermato da Theresa May sul tema, qualche settimana fa. Ma in una situazione in cui il Labour, il principale partito di opposizione, sembra un giostra di autoscontro, i Tory hanno vita facile e si possono permettere di pubblicare qualsiasi cosa.

All’interno del Libro bianco, nel primo capitolo – “Provvedere certezza e chiarezza” – Downing Street conferma che, a fine negoziazioni, il Parlamento avrà l’ultima parola sull’accordo raggiunto con l’Unione europea. Si accettano scommesse se, a quel punto, ci sarà ancora Jeremy Corbyn a dettare la linea del Labour.

 

La polizza di Romeo inguaia Raggi e tutto il Movimento

Raggi e Romeo in consiglio comunale

La vicenda è disarmante in ogni caso. Fosse vero che Raggi non sapeva niente della polizza sarebbe dimostrata ancora una volta, dopo il caso Marra, un’allarmante incapacità di scegliere i collaboratori, avendo dato le chiavi della propria segreteria a un assicuratore seriale dotato di così scarsa cultura istituzionale da non porsi neanche il problema dell’opportunità di certi investimenti.

Se invece quello di Romeo è un gesto che nasconde una relazione affettiva (l’aveva già fatto con una precedente fidanzata), grave è averlo promosso, tripicandogli lo stipendio, senza almeno render pubblico il legame, evidentemente più profondo della sola comune militanza.

Infine: se invece Raggi sapeva, ha acconsentito, taciuto e poi promosso (ringraziato), beh, non ci sarebbe chiarimento possibile – posto che un chiarimento sia possibile – e chiedendo le dimissioni del proprio sindaco, il Movimento dovrebbe aprire una seria riflessione sulla selezione della propria classe dirigente.

Sulla classe dirigente, sì, e non solo sui candidati, sugli eletti: perché i partiti (o movimenti, come vi pare!) sono organizzazioni che richiedono esperienze professionali, dirigenti interni per il loro funzionamento e dirigenti interni o di area per affrontare le diverse sfide amministrative o istituzionali. E se di gente strana (a volte simpaticamente strana), di ignoranti, di complottisti, di mitomani o anche di furbacchioni o disonesti – vedremo cos’è Romeo – ce ne è in tutti i partiti, se i tuoi finiscono così spesso ai vertici il problema non è solo di Virginia Raggi. Il problema è anche di Roberta Lombardi, per capirci, che denuncia da mesi il “raggio magico”; il problema è anche di quelli che – son sicuro – saranno prontissimi a scaricare Raggi per salvare il Movimento, quando e se sarà impossibile fare altrimenti.
Troppo facile.

L’accordo con la Libia è inumano e non può funzionare. Ecco perché

Italian Prime Minister Paolo Gentiloni (R) and Prime Minister of Libya Fayez al-Sarraj (Fayez al-Serraj) sign an agreement on Immigration at Chigi palace in Rome, Italy, 02 February 2017. ANSA/ETTORE FERRARI

Come era già largamente annunciato dalle visite del ministro degli Interni Minniti in Libia, il governo italiano ha preceduto l’Unione europea e fatto da sé, siglando un protocollo con il governo libico internazionalmente riconosciuto (qui il testo), quello noto però per essere la parte di politica libica – se vogliamo chiamarla così – che sta perdendo terreno e territorio. L’Italia mette soldi e training, il governo Serraj si impegna a controllare i flussi e a non violare oltre misura i diritti umani delle persone che transitano per la Libia.

Il presidente del Consiglio europeo, il polacco Tusk, ha elogiato la mossa dell’Italia. Oggi, a Malta, l’Unione europea avrà da discutere molto, delle relazioni con gli Stati Uniti di Trump e di migranti e Libia, ma senza dover elaborare una proposta. Da Malta dovrebbe uscire un memorandum simile a quello già firmato fra Italia e governo Serraj: formazione del personale, soldi, monitoraggio a aiuto con i centri di detenzione, aiuti al rimpatrio e lotta al traffico. Benone? Non tanto.

Da un punto di vista tecnico, l’accordo con la Libia è il tentativo di costruire un muro, facendo fermare i migranti da qualcun altro. E senza mettere piede sul suolo libico – per non dare al generale Haftar, o ad altri, argomenti per dire che Serraj è una marionetta degli stranieri. In futuro l’ipotesi sarebbe quella di far gestire le domande d’asilo a Paesi meno caotici, magari la Tunisia. Da un lato il centro di detenzione, dall’altro la burocrazia.

L’accordo ricorda molto quelli siglati con Gheddafi, con alcune differenze: al dittatore libico si appaltava il lavoro sporco ma questi controllava davvero il territorio. I diritti umani, in quel caso, si menzionavano sapendo che si trattava solo di parole. Questa volta, in teoria, c’è un po’ più di margine: le organizzazioni internazionali dovrebbero e potrebbero monitorare e organizzare i rimpatri come in parte fa già l’Oim nel Sud del Paese. Perché questo avvenga in maniera seria e compiuta, però, serve in grande impegno e risorse europee. Non sarebbe abbastanza, sarebbe comunque un muro, ma sarebbe meglio di quanto capita adesso alle persone prese e detenute dai libici.

La questione è dunque legata alla volontà dell’Europa e dell’Italia di occuparsi dei migranti e non solo di impedire il loro arrivo. Ad oggi, ogni volta che si sono fatti tentativi di questo tipo, ad esempio con la Turchia, la parte frontiere chiuse è stata implementata, quella umanitaria molto meno.

Tutti, da Unhcr a Medici senza frontiere hanno criticato o condannato l’accordo. «L’Unione Europea e i suoi stati membri devono prendere atto della realtà. La Libia non è un paese sicuro, per questo non possiamo considerare questa proposta come un approccio umano alla migrazione» ha affermato Arjan Hehenkamp, uno dei direttori generali di Msf, tornato ieri da una missione in Libia, dove ha visitato molte persone detenute a Tripoli. E questa la dichiarazione congiunta Oim e Unhcr, più velata nella critica, essendo queste due agenzie istituzioni  internazionali: «Chiediamo che in Libia venga immediatamente abbandonata una gestione dei flussi migratori basata sulla detenzione automatica di rifugiati e migranti in condizioni disumane, e si costruiscano, invece, adeguati servizi di accoglienza. I centri di prima accoglienza devono offrire condizioni sicure e dignitose, anche per i minori e le vittime di tratta, e rispettare le garanzie di protezione fondamentali. Siamo fermamente convinti che, data la situazione attuale, non si possa considerare la Libia un Paese terzo sicuro né si possano avviare procedure extraterritoriali per l’esame delle domande di asilo in Nord Africa».

Ecco, il tema dunque è quello e solo quello: c’è un problema di scelte politiche, cosa fare e come affrontare l’ondata migratoria in maniera seria e umana. E poi c’è un problema di realismo: pur prendendo per buone le intenzioni dell’Europa e dell’Italia – e non lo sono fino in fondo – pur credendo che il lavoro così come delineato potrebbe funzionare se stessimo parlando di un Paese più o meno stabile, oggi la Libia è in mano a gruppi diversi, nessuno prevale, la frontiera Sud è un colabrodo e le strutture con le quali occorrerebbe coordinarsi sono corrotte. Non certo i partner migliori per occuparsi di persone che hanno diritti e bisogno di aiuto.

[divider]Il rebus libico[/divider]

Qual è la situazione in Libia. Ne abbiamo scritto su Left n.3 del 2017, parlando con diversi esperti. Ripubblichiamo l’articolo. Da gennaio non è cambiato praticamente nulla.

Se vi capitasse di cercare Libia su YouTube, tra i video recenti vi capiterebbe un improbabile generale Haftar a Mosca, vestito in maniera che ricorda Totò e Peppino a Milano e la visita dello stesso uomo forte libico su una nave da guerra russa. L’altro genere di video che troverete sono reportage dai centri di raccolta di migranti che attraversano il Paese, documentano le condizioni in cui vengono trattenuti e le operazioni di rimpatrio di centinaia di africani. Due vicende molto diverse, quella dei flussi di migranti verso l’Europa e del futuro del Paese del Maghreb, che si intrecciano tra loro e riguardano da vicino anche l’Italia.

Per gestire e controllare i flussi di migranti, infatti, servono istituzioni e, oggi, in Libia, di istituzioni vere non ne esistono. Al momento ci sono due Libie e mezzo, dove il mezzo è il governo di salvezza nazionale a Tripoli, poi l’Accordo nazionale che ha un controllo almeno nominale su Ovest e Sud e poi c’è il governo di Abdullah al Thani a Tobruk, dove chi comanda è, appunto, l’uomo forte del momento, il generale Haftar. In questo contesto le potenze regionali e internazionali giocano la loro partita. E qui torniamo al buffo colbacco del generale in visita a Mosca, che si sposa bene con i buffi capelli di un’altra figura del momento, il presidente Donald Trump.

«Dopo l’8 novembre è cambiato molto: l’inviato speciale statunitense era attivo e ha contribuito a costruire le risoluzioni Onu che hanno evitato situazioni simili a quelle irachena o siriana – ci dice Mattia Toaldo, Senior Policy Fellow allo European Council on Foreign Relations di Londra – Con Trump tutto cambia, se non altro perché è plausibile che privilegi la lotta all’Isis e non gli interessi la stabilità. Scegliessero questa direzione, gli americani potrebbero convergere con la Russia, l’Egitto, gli emirati» – e la Francia, aggiungiamo, che gioca due partita parallele, una in sede Onu, l’altra per difendere i propri interessi in Cirenaica. L’Egitto è entusiasta dell’elezione del repubblicano: una delegazione è a Washington con un rapporto sui “crimini” della Fratellanza musulmana, proprio per convincere TheDonald che al Sisi (e Haftar) sono i partner giusti per debellare la mala pianta del terrorismo islamico. Che poi si tratti di gruppi dalla lunga storia e radicamento come i “Fratelli” o dei tagliagole dell’Isis, poco importa: Trump in campagna elettorale si è lasciato andare a commenti di ogni tipo sui musulmani.

Haftar di ritorno da Mosca ha annunciato che la Russia gli ha promesso di rimuovere l’embargo di armi imposto dall’Onu. Armi che, spiega il generale, servono per fare la guerra ai terroristi. Il generale ha ottenuto successi contro l’Isis, anche grazie agli aerei occidentali, e usa la minaccia terroristica come schermo: per combattere il nemico di tutti non servono elezioni o democrazia ma l’esercito. E l’esercito forte, in Libia, lo comando io.

Il suo Esercito Nazionale Libico ha fatto passi in avanti a Ovest e a Sud ed è lui, grazie alla dinamica internazionale, l’uomo del momento. Eppure, i territori sotto il suo controllo non sono pacificati né governati e in diverse città c’è ancora una forte presenza dell’Isis o di altre milizie islamiche a lui ostili. Le uniche istituzioni libiche rimaste in piedi sono la Banca centrale che paga gli stipendi di tutti, compresi quelli degli assistenti di campo di Haftar, la società del petrolio che firma i contratti e la Libia investment authority, il fondo sovrano che ha anche quote in Eni e Unicredit.

In questo contesto ingarbugliato, l’apertura dell’ambasciata italiana è un segnale forte di sostegno al processo messo in campo dall’Onu in una fase in cui gli equilibri dell’ultimo anno sembrano saltare. Che fine farà la cooperazione con Washington, che sosteneva l’attivismo italiano? In un articolo su Foreign Affairs un consulente di impresa e analista sulla Libia e l’ex attaché commerciale all’ambasciata Usa suggeriscono a Trump di affrontare subito la questione libica nominando un inviato e lavorando assieme a russi ed egiziani alla pace.

«Il governo riconosciuto internazionalmente, quello di Serraj, è vittima del proprio insuccesso –  spiega Claudia Gazzini, senior analyst dell’International Crisis Group – Russia ed Egitto non vedono più il sostegno a quel governo come strategico». Serraj è notoriamente una figura debole, figlia del compromesso negoziato nella città marocchina di Shkirat dall’Onu nel 2015 e presto saltato. Una serie di dimissioni, incriminazioni e confronti ne hanno indebolito ulteriormente l’influenza. E l’occupazione di tre ministeri vuoti a Tripoli da parte degli uomini di Khalifa Ghwell, ex premier che contende a Serraj il controllo della capitale, non è stato tanto un segnale della forza di Ghwell, quanto della debolezza di Serraj. Mentre a Tripoli si sparava, quest’ultimo era in Egitto a cercare di non essere scaricato del tutto.

Il generale Haftar punta a rafforzare le proprie posizioni prima che emergano eventuali divergenze tra Mosca e Washington. «Vuole il sostegno russo, figlio di un disegno geopolitico che segue l’intervento in Siria e che punta a riaffermare la propria presenza nel Mediterraneo, magari con la presenza di una base navale» spiega ancora a Left Gazzini. Dal suo punto di vista Haftar sembra essere destinato a guadagnare ancora peso e terreno, mentre Serraj appare più delegittimato che mai: «Il generale non ha nessun interesse ad avviare un negoziato adesso», ci dice. La cacciata dell’Isis da Sirte, che fungeva da zona cuscinetto tra le milizie di Misurata e le forze di Haftar complica le cose, «nelle ultime settimane si sono intensificati gli scontri e se la situazione degenerasse, assisteremmo a una vera guerra: entrambi i fronti hanno armi pesanti», mette in guardia Toaldo. Se la Russia decidesse di violare l’embargo nel nome della lotta al terrorismo (scenario giù visto in Siria) la guerra civile non farebbe che moltiplicare i flussi di immigrati verso l’Italia – profughi di guerra con diritto d’asilo compresi.

In questo contesto la Farnesina osserva e attende i mutamenti della politica di Washington con fatalismo; dopo aver fatto una forzatura con l’ambasciata e rischia di dover scegliere se fare una conversione di 180 gradi e allinearsi a Mosca (e Washington) o se provare gli alleati a percorrere altre strade.

Ma torniamo un momento ai migranti e all’efficacia di accordi presi da un governo debole che non controlla quasi nulla, nemmeno nella città da dove partono la maggior parte dei barconi. «Al governo ci sono ben tre figure importanti che hanno affrontato l’agenda libica dopo la caduta di Gheddafi: Alfano, Minniti e lo stesso premier Gentiloni. Ma per affrontare il tema migrazioni serve molto più di un protocollo di intesa con il debole governo Serraj. I confini a Sud non sono controllati e la guardia costiera è per forza di cose in parte collusa con i trafficanti: senza un’economia e uno Stato è normale e inevitabile che sia così», sostiene Claudia Gazzini. Al contempo, «È piuttosto naturale che l’Italia abbia interesse a sostenere quella guardia costiera, che ha “salvato” 20mila persone impedendo loro di passare il mare ed arrivare in Europa (la stessa cosa capitava con i famigerati accordi con Gheddafi, che erano molto simili a quelli siglati da Minniti) », aggiunge Toaldo.

A prescindere da quel che si pensa di questi accordi e della loro tenuta occorre ricordare, come spiega a Left Judith Sunderland, responsabile responsabile per l’Europa e l’Asia centrale di Human Rights Watch, che «gli sforzi per migliorare la capacità di ricerca e soccorso in mare, e, potenzialmente, di salvare vite umane nel deserto del Sahara, sono di vitale importanza. Ma gli accordi che si fondano principalmente sul controllo dei confini libici, e chiudono un occhio di fronte agli immensi abusi che i migranti affrontano in Libia per mano di attori statali, milizie e contrabbandieri, non farà che causare altra sofferenza. Come minimo, ogni accordo, addestramento o fornitura di attrezzature dovrebbe essere oggetto di monitoraggio trasparente e indipendente, accompagnato da uno sforzo per migliorare le condizioni terribili nei centri di detenzione».

E qui torniamo all’Italia e alla sua politica estera. Toaldo è piuttosto netto sul fatto che scegliere Haftar sarebbe un segno di debolezza e un errore. «Per l’Italia sarebbe utile investire davvero nella normalizzazione e nella governance della parte che sfugge al controllo del generale. Lavorare affinché i vari gruppi nell’Ovest del Paese cooperino tra loro». Favorire la costruzione, insomma, di altri soggetti capaci di sedersi a un tavolo con Haftar, ma non dalla posizione di estrema frammentazione e debolezza nella quale si trovano oggi. L’unica cosa che sembra certa è che la Libia rischia di tornare presto al centro della scena. Potrebbe essere un terreno di scontro tra Roma e la nuova amministrazione di Washington. Proprio in Libia è già successo alla fine degli anni 50, quando l’Eni di Enrico Mattei ottenne i primi contratti. Stavolta però non si tratta tanto di petrolio quanto di influenza regionale.

Se le donne si fermano è un problema politico. Verso lo sciopero globale dell’8 marzo

«Se le nostre vite non valgono, allora ci fermiamo». Si fermano, le donne, ma per continuare un movimento di protesta che tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 ha toccato punte altissime. Dopo la gigantesca Women’s March il 21 gennaio scorso, giorno dell’insediamento di Trump alla Casa bianca – 2 milioni e mezzo in tutto il mondo -, dopo le proteste delle donne argentine e polacche, adesso si sta preparando lo sciopero femminista globale.

L’8 marzo le donne scenderanno di nuovo in piazza e sarà il superamento del rito ormai stantìo della festa della donna. Messe da parte le mimose – che pure sono un bel fiore – il programma di lotta, diciamo, è ampio e le rivendicazioni sono politiche. Lavoro, welfare, studio, reali pari opportunità, lotta al razzismo e alla violenza contro le donne. È stato questo il filo delle manifestazioni dell’Internazionale femminista il 25 novembre in tutto il mondo. Ventidue i Paesi interessati: dal Brasile a Israele, dalla Germania alla Russia. In Italia la manifestazione si è tenuta il 26 novembre, promossa dalla rete Io Decido, da Dire e dall’Udi. Circa 250mila persone – donne e uomini – in corteo per le vie di Roma, una mobilitazione sotterranea e capillare senza precedenti, se prendiamo in considerazione le proteste collettive degli ultimi anni. Quella del 26 novembre è stata una vera manifestazione “politica”, non ideologica, partecipata. Adesso si replica l’8 marzo.

Sabato 4 e domenica 5 febbraio la rete italiana di #nonunadimeno si incontra a Bologna per studiare e organizzare la protesta dell’8 marzo. Arriveranno circa 1400 donne provenienti da tutta Italia.«Pensiamo che uno sciopero, articolato in vari modi anche inediti – si legge nel sito  – sia lo strumento più potente che consente la sottrazione dal lavoro produttivo e riproduttivo. Uno sciopero generale, di 24 ore, dentro e fuori i luoghi di lavoro; per le precarie, le occupate, le disoccupate e le pensionate; le donne senza salario e quelle che prendono un sussidio; le donne con o senza il passaporto italiano; le lavoratrici in proprio e le studentesse; nelle case, per le strade, nelle scuole, nei mercati, nei quartieri».

La rete #nonunadimeno lancia un appello ai sindacati di base che hanno convocato uno sciopero per la scuola il 17 marzo. «Le ragioni dello sciopero, contro l’approvazione delle deleghe collegate alla legge 107, sono ampiamente condivisibili e la critica alla Buona scuola l’abbiamo fatta anche noi», dicono. Ma ai sindacati si chiede di anticipare alla giornata dell’8 marzo, la protesta del 17. L’obiettivo è lo stesso, quindi sarebbe meglio non disgiungere le due manifestazioni. Ai sindacati confederali l’invito è quello di partecipare allo sciopero dell’8 marzo.

A Bologna, il 4 e il 5 febbraio, si continuerà il lavoro dei tavoli tematici dell’assemblea nazionale del 27 novembre a Roma (migliaia le partecipanti) per la scrittura del piano nazionale femminista contro la violenza oltre che per mettere a punto l’organizzazione dello sciopero globale.
Alla fine dei due giorni di lavoro e discussione verrà redatto il documento “8 punti per l’8 marzo” che costituirà la base per le mobilitazioni territoriali.

Droghe, il governo batta un colpo

Il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, durante l'incontro con gli studenti dell'istituto Massimo all'Eur sulle droghe leggere, Roma 25 marzo 2014.

Batta un colpo il governo sulle droghe. Questo il nome della petizione presentata al governo per il rispetto degli obblighi di legge e gli impegni internazionali relativamente alle sostanze stupefacenti. Spiegano, infatti, le associazioni e i movimenti che è il momento di riconvocare la conferenza nazionale: un obbligo, disatteso dal 2009 e previsto dalla Craxi-Russo-Jervolino, la legge di 27 anni fa riconsegnata al Paese dalla Consulta una volta bocciato l’impianto della Fini-Giovanardi. Perché di droghe sappiamo sempre meno, come si potrà leggere sul prossimo numero del settimanale Left, in edicola dopodomani con una copertina emblematica: Eroina 2.0.

La scientificità dei dati ufficiali viene messa ripetutamente in discussione anche da organismi internazionali come il Centro di Lisbona, che per l’Europa monitora la questione, mentre le ricerche più aggiornate danno in crescita fenomeni di consumo da parte dei giovanissimi: uno su quattro ha ammesso di aver assunto sostanze illecite.
La relazione annuale, basata su standard non omogenei da regione a regione, è stata consegnata con sei mesi di ritardo, in sordina, proprio nei giorni delle dimissioni di Matteo Renzi. Solo soggetti come il Forum Droghe si sforzano di aggiornare i dati consegnando ogni anno un Libro bianco. Le carceri sono stipate di consumatori (il 35% della popolazione detenuta per un costo di mezzo miliardo di euro l’anno) da una legge “antica”, inutilizzabile e proibizionista, come quella che le è succeduta, e che continua a negare ogni riduzione del danno dietro le sbarre. Meglio ancora sarebbe discutere le leggi da troppo tempo nel cassetto: ce n’è una di iniziativa popolare – consegnata il 10 novembre ma su cui ancora non vengono effettuati i conteggi – e c’è da tempo un testo prodotto dall’intergruppo parlamentare Cannabis legale, il più ampio della storia della Repubblica. Ancora oggi, se è possibile tenere e regalare un seme di cannabis, il solo infilarlo in un vaso di terra espone a un rischio da 2 a 6 anni di galera e fino a 76mila euro di multa.

Ma i tempi sono maturi per invertire la rotta. La società è più avanti di chi la rappresenta anche su questi temi. Legalizzare ciò che si può e depenalizzare il consumo porterebbe consenso a chi la promuovesse, sottrarrebbe ai consumatori il rischio di un contatto con le narcomafie e aggiungerebbe soldi a un erario dissanguato dalle scelte dissennate dell’austerità.
Così, almeno, continuano a ripetere i soggetti promotori, non ultimo in una conferenza stampa ieri alla Camera: A Buon Diritto, Antigone, Associazione Luca Coscioni, Cgil, Cild, Cnca, Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, Forum Droghe, Itardd, La Società della Ragione, LegacoopSociali, Lila, Possibile, Radicali Italiani, a cui si aggiungono nell’appello lanciato oggi Leopoldo Grosso, presidente onorario Gruppo Abele, Franco Corleone, garante dei detenuti della Toscana, Francesco Maisto, Presidente emerito del Tribunale di Sorveglianza, coordinatore del Tavolo sulla Sanità degli Stati Generali della Esecuzione Penale. Da anni, ricordano i promotori, non viene assegnata la delega in materia di dipendenze e manca una chiara direzione politica in materia di stupefacenti, mentre viene disatteso almeno dal 2009 l’obbligo di convocazione della Conferenza nazionale prevista dalla legge. Nel testo si chiede anche, all’interno dei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza, di avviare un ripensamento sul sistema dei servizi per le dipendenze coinvolgendo utenza e società civile e puntando a promuovere la riduzione del danno come uno dei pilastri per gli interventi socio-sanitari in tema di droghe. Sul versante della cannabis terapeutica, si chiede di adeguare la produzione dello Stabilimento farmaceutico di Firenze alle reali esigenze dei malati e di dare impulso alla prescrivibilità della cannabis. Utile, secondo la più recente letteratura scientifica, per la cura di un numero di patologie sempre più ampio.

 

Eroina 2.0 lo trovate su Left in edicola dal 4 febbraio

 

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Non è politica: è calciomercato

Massimo D'Alema al termine del programma di Raitre "Carta bianca", condotto da Bianca Berlinguer, Roma, 30 gennaio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Di D’Alema sappiamo che avrebbe il 10%, dice lui. E che vorrebbe fare il nuovo Ulivo (che detto così vuol dire poco e niente, essendo cambiati i tempi e i modi e soprattutto le esigenze del Paese). Si spenda, D’Alema, per farci immaginare chi potrebbe stare con lui, snocciolando i nomi senza fare nomi.

Di Emiliano sappiamo che vorrebbe contendere il posto da segretario del PD a Renzi. Che non gli piace Renzi. Che non andrebbe con D’Alema ma forse no e che vorrebbe il congresso nel PD. Che serve più attenzione al sud ma anche una ripartenza al nord. E via.

Di Pisapia sappiamo che vorrebbe allargare il campo del centrosinistra ma non si sa cosa pensi della Buona Scuola o del Jobs Act. Oggi, sui quotidiani, appare come asse portante dei fuoriusciti dal PD, del PD e di entrambe le fazioni si Sinistra Italiana.

Di Sinistra Italiana sappiamo che il congresso non avrà contesa: Scotto si ritira (in 48 ore) perché non gli piace Fratoianni ma non si capisce cosa ci resti a fare in un partito che va a congresso con un candidato solo che, guarda un po’, è proprio Fratoianni.

Del M5S orami sappiamo anche le abitudini alimentari degli animali domestici di Virginia Raggi, sappiamo che avrebbe voluto entrare nel partito più europeista d’Europa ma vuole uscire dall’Euro, che sono tutti stronzi e ladri e che non si faranno alleanza con nessuno.

A proposito di Europa: anche Fassina è per uscire dall’Europa. Lui che sta dentro Sinistra Italiana che invece l’Europa la vorrebbe cambiare ma non demolire.

Di Berlusconi sappiamo che se Salvini non candida Bossi finisce che lo candida lui. Ma intanto che spinge per andare alle elezioni con Salvini.

Un gioco di figurine, come quando eravamo bambini: nomi, facce per un calciomercato della politica (tutti uomini, tra l’altro, eh) in cui tutti fremono per dire chi andrà con chi e spariscono i programmi: la visione di futuro, come correggere i provvedimenti di questo ultimo governo e cosa si vorrebbe fare sparisce dall’agenda politica. Politica senza programma, tifosi tutti contro tutti. Che brutto spettacolo. Avanti così.

Buon venerdì.

E l’eroina diventò “democratica”

Buying Drugs On The Street From Dealer

“Che ce l’hai cento lire?”. C’era una volta il tossico abitatore di panchine e locali malfamati, alla ricerca di autoradio e catenine. O spicci. Tutto per uno schizzo, la “roba”, sempre di più, sempre più spesso. C’era una volta il tossico. E c’è ancora, ma ora è invisibile, bisogna stanarlo perché è cambiato il modo di consumare l’oppiaceo più efficace. L’eroina è la merce perfetta: occupa poco spazio, rende bene, provoca la fidelizzazione più rapida e tagliandola se ne moltiplica il valore. Oggi, più che spararsela in vena, viene inalata. La pallina di brown sugar avvolta nella stagnola è più “smart” della “pera”. E più insidiosa. Così raccontano le voci ascoltate da Left in queste pagine. È l’eroina 2.0. A “farsi” sono giovani, italiani, insospettabili, che lavorano o studiano, “com-
patibili”, che non hanno bisogno di commettere reati.

Per la ministra Lorenzin l’eroina è sparita dalle strade. Ma dal 2009, stando ai dati ufficiali, il contatto con la sostanza risulta in leggera ripresa dopo anni di calo. E la ricerca Espad (European school survey project on alcohol and other drugs) del Cnr la classifica come la più popolare tra i quindicenni, dopo la cannabis. Se un terzo dei liceali s’è fatto una canna, l’1% ha assaggiato eroina negli ultimi 12 mesi. Per l’Istat gli eroinomani sono 281mila (una città più popolata di Venezia) contro i 300-400mila del ’93. Lo studio Espad dal 1995 somministra questionari a 400-500 scuole per indagare consumi e comportamenti a rischio. La referente è la dottoressa Sabrina Molinaro. «Già dal 2003 – spiega – si assiste a un lento aumento di chi ne fa uso più di dieci volte al mese, quasi 20mila studenti fra i 15 e i 18 anni. Quello che colpisce è la scomparsa del tabù sull’eroina, uno sdoganamento che corrisponde alla diminuzione della percezione dei rischi correlati e un aumento anche dell’uso iniettivo di questa e altre sostanze. Le scuole che partecipano a Espad ci dicono che quando si interrompono progetti informativi e prevenzione aumentano i consumi problematici. E un 2,5% del campione ammette un uso caotico, ossia dichiara di assumere sostanze di cui non sa né il nome né gli effetti».

L’articolo integrale lo trovate su Left in edicola dal 4 febbraio

 

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