epa05760399 French former Education minister Benoit Hamon (R) arrives on stage to deliver a speech on winning the second round of the party primaries for the 2017 French Presidential Elections, in Paris, France, 29 January 2017. Poll estimates show Benoit Hamon winning the vote with 58.5 per cent of the vote against Valls' 41 per cent. EPA/JEREMY LEMPIN
«In base a questo schema superficiale, esisterebbero una sinistra di trasformazione che rifiuta di governare, e una sinistra di governo che rifiuta di trasformare. Ma dopo cinque anni di sinistra, in Francia, che cosa resta di diverso e di migliore rispetto a un quinquennio di destra?… da troppo tempo sembra proibito pensare a soluzioni nuove. Quel che mi interessa di Corbyn, di Tsipras, di Sanders o anche del mio successo, è la mobilitazione dei giovani attivi. Il realismo non può essere la scusa per rinunciare. Perché allora non si è realisti, si è rassegnati». Così rispondeva qualche giorno fa Benoît Hamon al giornalista del Corriere che lo accusava di essere un “utopista senza cultura di governo”. Una volta ancora (non posso dire una volta per tutte, perché la strada è lunga e lo so…) voglio dirvi che non ci stancheremo mai, noi di Left, anche se spesso siamo stanchissimi, di ribellarci a quello che Hamon chiama “schema superficiale”. Come non ci stancheremo mai, anche se spesso siamo stanchissimi, di rifiutare quel “realismo che realismo non è, è rassegnazione”. Una rassegnazione – mascherata da realismo – che ogni volta tenta di paralizzare. Il pensiero prima. Poi tutto il resto.
Domenica sera a Parigi, nel quartier generale del socialista Hamon, si è “ballato” alla vittoria inaspettata con due canzoni. La prima diceva: «Guarda il nostro mondo sta morendo, non ho più tempo da perdere, non pensare che possa crederti ancora. Non mi hai mai detto una parola, non mi ha mai mandato una lettera, non credere che io possa dimenticarlo…» (Prayer in C, di Lilly Wood & The Prick). Colonna sonora della sua campagna elettorale; ascoltatela, è bellissima (ve la proponiamo qui). E la seconda è storica. Quasi un simbolo. E dice:«Non c’è niente che tu faccia che non possa essere fatto, niente che tu conosca che non possa essere conosciuto… L’unica cosa di cui hai bisogno è amore…» (All you need is love, dei Beatles). Non c’è neanche bisogno di riascoltarla, è lì nella nostra testa…
Immagino già la reazione dei benpensanti, quelli che ti dicono un attimo dopo aver guardato il tuo volto sollevato per una volta, “tanto non vince” e inneggiano ad “alleanze per governare”, perché loro la politica la conoscono. Ecco a voi, noi di Left vi regaliamo la risposta di Juliette, 25 anni: «Ci hanno riempito la testa con il pragmatismo. Con l’importanza di governare e di fare compromessi al centro. Bene possiamo dirlo finalmente che quel tipo di politica ha fallito?». Possiamo dirlo, sì. E sempre a voi, se direte che ha vinto l’utopia sulla realtà, vi regaliamo la risposta dei sostenitori di Hamon: «La realtà è che la sinistra deve fare la sinistra».
Arturo Scotto (sulla porta), Nichi Vendola e Nicola Fratoianni al termine della riunione della Segreteria di SEL (a seguito delle dimissioni di Gennaro Migliore), Roma 19 Giugno 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMI
La notizia di giornata è che Arturo Scotto, che giusto una settimana fa aveva annunciato di voler correre per la segreteria di Sinistra Italiana (che dal 17 febbraio terrà a Rimini il suo congresso fondativo) ha cambiato idea. Resta in Sinistra Italiana – per ora – di cui è d’altronde capogruppo alla Camera dei deputati, ma rinuncia a ogni carica. Come per la candidatura, anche il ritiro, preceduto da una serie di rapide indiscrezioni, è stato annunciato con un post sull’Huffington.
Lì, nero su bianco, Scotto mette in fila parole anche dure, parlando di «doppiezza» e di un congresso che disconosce «il principio sempre evocato di “una testa, un voto”». Ma cosa è successo?
In parte siamo davanti al solito scontro tra l’area di Sinistra italiana che da sempre immagina un dialogo col Pd e con la sinistra alla Pisapia (l’area di Scotto ma anche di Massimiliano Smeriglio e Marco Furfaro) e l’area di chi vuole un profilo da subito più autonomo (quella di Nicola Fratoianni, delfino di Vendola, favorito e a questo punto unico candidato per la segreteria, e di Stefano Fassina o Loredana De Petris, o del gruppo di Act). Ci sono però, adesso, questioni più concrete – o più terra-terra, se vogliamo.
La rottura, infatti, è avvenuta sulle regole del congresso. La polemica però non è tanto sulla (puntuale) esplosione delle tessere, passate in pochi giorni da 4mila a oltre 20mila. No. Il punto è sul come far partecipare queste migliaia di teste e quindi di voti, preziosi lì per gli uni e qui per gli altri, ma fondamentali per Scotto, a quanto pare, che, senza una larga partecipazione, teme di partecipare ad un congresso dall’esito già scritto.
Sulle regole, dunque, si consuma una rottura che nei prossimi giorni, salvo ricuciture dell’ultimo minuto, potrebbe persino allargarsi, portando – ma Scotto ha rassicurato su questo Vendola e Fratoianni – alla nascita di un diverso gruppo parlamentare: c’è chi vorrebbe. Sulle regole, dunque, almeno formalmente. Scotto chiedeva che i congressi provinciali, che anticipano quello di Rimini, si svolgessero dove necessario anche in sedi decentrate, non essendo previsto un voto online. «Le modalità di svolgimento delle assemblee territoriali è decisivo» scrive infatti nel post, «mentre la commissione congressuale, venendo meno alla sua stessa funzione di garanzia, ha deciso a maggioranza di non garantire a tutti il diritto di esprimersi».
In particolare, Scotto ha in mente il caso romano, con il congresso provinciale che si terrà questo week end al solito centro congresso Frentani, in pieno centro, a due passi dalla stazione dei treni, comodo ma non abbastanza, si teme, per i molti tesserati di Civitavecchia, città portuale a un’ora dalla Capitale dove Scotto è invece forte (o meglio, dove è forte il vicepresidente della regione Lazio Massimiliano Smeriglio). Voleva almeno due seggi, Scotto, citando il precedente di Firenze: «Mi domando», continua, «come si faccia a dire a un comune mortale di fare centinaia di chilometri per partecipare a un congresso, in un’area metropolitana di 4 milioni e mezzo di abitanti, una domenica mattina nell’arco di poche ore».
A Firenze i seggi sono in effetti otto, ma lì la richiesta di più sedi è arrivata all’unanimità, punto di caduta naturale di un percorso unitario che in Toscana è ben più avanzato. A Roma al contrario – storicamente balcanizzata – non c’era l’accordo. Almeno così spiegano i membri della commissione garanzia che, in una nota firmata di Francesco Campanella, Raffaella Casciello, Sergio Cofferati, Peppe De Cristofaro, Loredana De Petris, Claudio Grassi, Laura Lauri, Paola Natalicchio, Elisabetta Piccolotti, Claudio Riccio e dallo stesso Fratoianni, scrivono: «Stupiscono e dispiacciono le argomentazioni avanzate in queste ore da un compagno come Arturo Scotto che mettono in discussione la regolarità del prossimo congresso fondativo di Sinistra Italiana. La fase congressuale si è aperta nel pieno rispetto delle regole che tutti insieme ci siamo dati, approvandole all’unanimità».
Sulle regole, però, dunque. Sempre, però, almeno formalmente. Anche perché, per paradosso, il caos esplode proprio quando le posizione tra le due aree – i più dialoganti e i più identitari, potremmo dire, dando per buona quella che però è più che altro un autorappresentazione – si erano più avvicinate. È giusto di martedì, infatti, l’apertura di Vendola all’idea di un listone che raccolga ciò che nei prossimi mesi uscirà dal Pd e l’avventura dei comitati di Massimo D’Alema, con cui il leader di Sel e lo stesso Fratoianni hanno un dialogo aperto (con una riunione proprio stamattina di cui però non si dà notizia ufficiale). Si prepara il dialogo e persino un accordo elettorale, rifiutandosi però di «attendere» oltre, perché il quadro è comunque ancora molto confuso e – pensa Fratoianni – è bene intanto organizzarsi.
Visto da fuori – e a pensare un po’ male – il punto vero, dunque, è così la leadership, la possibilità di essere (gli uni o gli altri) quelli che al momento del bisogno (sempre che nel Pd ci sarà veramente una scissione o sempre che dalle parti di D’Alema esca qualcosa) gestirà i rapporti e le conseguenti trattative. Anche politiche, per carità, non banalizziamo pensando solo alle candidature, ma questo è: la gestione di un processo che è ancora perlopiù oscuro.
Sinistra Italiana però, rischia così di nascere zoppa. Con una vita più breve di quella che comunque potrebbe lasciar immaginare l’incognita delle elezioni e della legge elettorale, che potrebbe spingere a dover fare di meglio (e si può fare) sul fronte dell’unità. Non unendo solo ciò che resta di Sel e Fassina ma ritirando dentro D’Attorre (che da tempo sta a guardare), coinvolgendo Civati (che infatti ha proposto un appuntamento a marzo), vedendo cosa sarà dei bersaniani, e di tanti elettori in fuga da Renzi.
epa05639079 Campaign Against Racism and Fascism (CARF) and No Room for Racism activists demonstrate during a protest against US President-elect Donald Trump, in Melbourne, Victoria, Australia, 20 November 2016. Thousands of people demonstrated in pro and anti-Trump rallies in Melbourne. Some 2,000 demonstrators were expected to march on Parliament House on the day, media reported. EPA/JULIAN SMITH AUSTRALIA AND NEW ZEALAND OUT
Non è l’America di Trump, non è il Veneto di Zaia. Siamo a Bologna, capoluogo della regione rossa per eccellenza e città universitaria. Ed è il 2017. Ma i cartelli, quelli amari dell’esclusione razzista, sono sempre quelli: No “africani” (tra virgolette). L’unica differenza è che adesso la scritta campeggia non sulla vetrina di un negozio, ma in quella virtuale di un annuncio on line, nella grande bacheca Subito.it, alla voce ‘affittasi posto letto’. La storia di Sandra-Vero, a decenni di distanza dalle lotte di Nelson Mandela, Rosa Parks e Martin Luther King, è un pugno allo stomaco. Ma è cronaca. Ecco quello che è successo.
Sandra-Vero è il nome di una studentessa camerunense dell’Università di Modena e Reggio Emilia, facoltà di Economia, che vive a Bologna ed è arrivata in Italia con una borsa di studio, alcuni anni fa. Quando la si conosce sembra di stare in un libro di Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, dove i capelli afro sono il leit motiv per raccontare un’integrazione mai avvenuta, negli Usa di questo millennio. Vero ha un giorno i capelli ricci, un altro lunghi e lisci, un giorno intrecciati, un altro acconciati. È bella, fiera ed elegante. Con i suoi capelli e la sua storia sulle spalle risponde con un sms all’annuncio di ricerca di un posto letto alla periferia di Bologna, Borgo Panigale, dove vive e lavora per quel che può. Scrive bene in italiano e chi legge il messaggio evidentemente la immagina una connazionale: non fa errori di grammatica e si chiama pure Sandra.
Le due coetanee si mettono d’accordo per incontrarsi nell’appartamento in serata. È giovedì 19 gennaio. «Mentre ero sull’autobus ho chiamato per dire che stavo arrivando e la ragazza è stata gentile», racconta Sandra Vero. Che ha un accento francese quando parla italiano. Suona il campanello ed entra in casa. «Effettivamente ho notato un certo imbarazzo che ho pensato fosse legato al fatto che la ragazza non immaginava fossi nera, il mio nome l’avrà confusa…», prosegue la studentessa. Inizia la visita della casa e le domande di routine: costi, tempi, regole… «La ragazza poi mi chiede se ho paura dei cani e quindi anche del suo pittbull. “Per niente”, le rispondo io», chiaro e tondo. “Bene”, dice l’altra, perché di solito tutti hanno paura». Nessun problema apparente. Due ragazzi, coinquilini, sono sul divano: «Salutano con un ciao e continuano a guardare la tv: mi viene poi detto che un’altra persona aveva visto la stanza il giorno prima, che attendevano una risposta per il giorno successivo e che quindi ci saremmo risentite». «Non è un problema che la casa sia così lontana dal centro?‚ le chiede ancora l’affittuaria. «No, no; io studio a Modena e quindi per me fa lo stesso», risponde Sandra.
Il giorno dopo lo dedica alla distribuzione di curricola in giro per la città per cercare un lavoro un po’ più di fisso. «La sera, stanchissima, mi rimetto a guardare gli annunci per posti letto rendendomi conto di non avere ricevuto la chiamata da Borgo Panigale. E poi lo choc. Trovo quello relativo alla stessa casa, ma modificato di due parole: “No africani”, tra virgolette», racconta Sandra.«Anzi, c’era anche scritto “sì russi, ecc”». Vero lo fa vedere all’amica che la ospita e poi se ne va a letto, avvilita. «Mi chiama un amico per sapere se mi avevano chiamato da quella casa, gli giro l’sms, lui si arrabbia moltissimo e mi incita a chiamarli. Ma io gli dico che per quel giorno era troppo: “Mi sento già abbastanza ridicola così”». L’amico però, senza avvertire Sandra, chiama quel numero per chiedere spiegazioni, e aggiunge che sarebbe bastato dire che avevano trovato qualcun altro, senza cambiare l’annuncio in quel modo offensivo. La ragazza col cane si giustifica dicendo: «Sono stati i mie coinquilini». L’amica che la ospita, sempre di sua spontanea volontà, segnala a Subito.it il fatto ma non ottiene risposte. Tuttavia, dopo 24 ore l’annuncio sparisce.
Ma chi è la ragazza col cane di Borgo Panigale? Loredana, il suo nome; l’accento spiccatamente emiliano. Perché quell’annuncio?, le chiediamo quando la raggiungiamo al telefono. «Ho spiegato all’amico della ragazza che non sono l’unica a decidere», attacca per poi aggiungere altre argomentazioni, spesso contraddittorie. «E poi io ho il cane, un pittbull e io so che quelli là in quei posti li trattano male…». Quei posti là, così li chiama, non ben identificati, effettivamente. L’Africa è grande, il mondo di più. Ma per Loredana “quei posti” sono tutti uguali. «Una volta in Piazzola (il mercato bolognese, ndr) ho incontrato una ragazza marocchina che aveva molta paura del mio cane». La domanda sorge spontanea: mai capitato che un italiano abbia paura? «No, mai».
Certo, in casa propria uno mette chi gli pare, ma scrivere in un annuncio “no africani” è qualcosa di più: «Beh – risponde – almeno nessuno perde tempo, tanto i miei amici non li vogliono e io cosa posso farci? Io ho detto che scrivere così era proprio brutto, comunque». Le facciamo notare che è razzismo, Loredana, non è solo brutto. È un reato, anche se ormai solo se espresso in pubblico. Ma più pubblico della rete, cosa c’è? «Scusa – incalza lei – ma te ne sei accorta adesso che la gente è razzista? Ma lo vedi come li trattano nelle scuole i neri?». Come? Loredana non è in grado di rispondere e tanto meno di spiegare se si rende conto che mettere addirittura per iscritto una cosa simile è un atto terribile, indelebile, definitivo.
Dopo un quarto d’ora di conversazione è quasi impossibile capire cosa spinga una giovane donna di 25 anni nel 2017 a decidere di non volere africani in casa. Perché la risposta è niente e tutto; è il vuoto assordante, è la superficialità che non si riconosce, è la mancanza di coscienza, è l’assenza di empatia, è l’incapacità totale di avvertire che una persona va giudicata in base alle sue azioni e non al colore della pelle o alla nazionalità. È la banalità del male, insomma.
PS: In quella casa, a Borgo Panigale, al posto di Sandra-Vero è stato preso un insegnante, ci viene raccontato. Chissà se è al corrente di questa vicenda e cosa farebbe se lo sapesse.
epa05760160 Supporters greet former French Prime Minister and Les Republicains political party candidate for the 2017 presidential election Francois Fillon (C) and his wife Penelope Fillon (R) as they arrive for a political rally in Paris, France, 29 January 2017. Francois Fillon has come under pressure to explain the previous employment of his wife as parliamentary aide while he was a MP and to give details of the work she did. French MPs are allowed to employ family members as aides. EPA/ERIC FEFERBERG/POOL MAXPPP OUT
La pressione sul candidato presidenziale francese Francois Fillon a ritirarsi dalla corsa per l’Eliseo cresce. Lo scandalo che riguarda sua moglie, Penelope, che avrebbe ricevuto 600mila euro per un lavoro che non ha mai fatto, lo ha fatto precipitare nei sondaggi e con ogni probabilità ne determinerà l’uscita di scena. La signora Fillon è stata pagata per anni come assistente del marito, lavoro che, come ha riportato il settimanale satirico Le Canard enchainé, non ha mai fatto. Tra l’altro, per questa sera è prevista la messa in onda di una vecchia intervista di Penelope Fillon in cui dice di non aver mai svolto quella mansione. Lo scandalo sta scompaginando il quadro elettorale.
«Credo che il nostro candidato debba ritirarsi» ha dichiarato in Tv Alain Houpert, un senatore vicino a Nicolas Sarkozy.
Intanto Fillon ha organizzato una riunione di emergenza con i maggiorenti de Les Republicains, il suo partito, erede dell’Ump, e ha chiesto di essere sostenuto per ancora due settimane, quando il risultato dell’indagine sul lavoro della moglie verrà diffuso. Alcuni alleati e non si sono detti contrari ad aspettare tanto tempo prima di prendere decisioni, altri, anche non suoi alleati della prima ora, hanno invece deciso di sostenere quello che fino a pochi giorni fa era considerato il candidato più titolato a vincere le presidenziali del prossimo maggio.
Eric Ciotti, vicino a Sarkozy, ha detto a Radio France Info: «Abbiamo bisogno di mantenere i nervi saldi. Affermazioni contro Fillon non fanno che indebolirci».
La situazione è paradossale: Fillon ha trionfato a sorpresa nelle primarie, molto partecipate, del centrodestra francese, e la sua candidatura appariva come vincente. Ora Les Republicains dovranno stabilire cosa fare, è probabile che chiederanno a Fillon – che parla di complotto della sinistra – di farsi da parte. Ma chi dovrebbero candidare? Alain Juppé, arrivato secondo alle primarie? Fare nuove primarie? Trovare un accordo politico su un candidato outsider che nessuno sa ancora indicare? Una corsa che appariva come complicata ma nella quale il centrodestra era in vantaggio, rischia di diventare una catastrofe.
Tanto più che i nuovi sondaggi segnalano il tonfo di Fillon e la volontà dei francesi che questi si ritiri. Fillon è stato superato nei sondaggi da Macron, mentre il vantaggio di Marine Le Pen sul secondo è aumentato. Si segnala un buon risultato di Benoit Hamon: il candidato socialista generico otteneva il 10-11% dei voti e si piazzava dietro a Melenchon, candidato della sinistra radicale. Ora che il PS ha scelto un profilo di sinistra come quello di Hamon, il socialista è avanti.
Altro tema scottante sul piatto è quello dell’elettorato di destra: quanto e come l’eventuale uscita di scena di Fillon favorisce Le Pen e la avvicina a una possibile vittoria? È vero che al secondo turno, i francesi sembrano disposti a votare quasi chiunque pur di non vedere la candidata del Front National vincere. Ma lo scandalo che investe il maggior partito di destra, potrebbe però spostare una parte di elettorato già su quel fronte, verso il voto di protesta populista.
Un nuovo rapporto di Transparency Interntaional (Ti) Europe porta alla luce i numeri del lobbying di Bruxelles legati al Parlamento europeo e alla Commissione europea. Ti Europe ha analizzato le carriere di 485 eurodeputati e 27 Commissari che hanno lasciato le istituzioni nel 2014, anno in cui si sono tenute le ultime elezioni europee. Inoltre, il rapporto indaga anche i percorsi professionali di 134 lobbysti .
Le conclusioni del rapporto indicano che per molti dei casi analizzati, «non può essere escluso che le attività lavorative odierne siano esenti da un conflitto di interesse». In particolare, un terzo degli eurodeputati presi sotto esame, sono oggi assunti o affiliati a organizzazioni iscritte nel registro delle lobby di Bruxelles. Mentre il 20 per cento dei profili di lobbysti osservati è caratterizzato da trascorsi nelle istituzioni europee.
Ti Europe afferma che, per quanto riguarda gli eurodeputati, in 26 casi ha verificato l’assunzione pressoché immediata (entro 2 anni dalla fine della legislatura) di questi ultimi da parte di società di lobbying che si occupano di Unione europea.
Ma chi assume gli ex-politici? Secondo Ti Europe, aziende e associazioni industriali sono contraddistinte da un più alto numero di casi in cui si verifica il fenomeno delle così dette “revolving doors” (“porte girevoli”, tdr.), rispetto ad altri tipi di organizzazioni (per esempio, organizzazioni non-governative). Una menzione particolare va a Google. La multinazionale si accaparra il primo posto fra i lobbysti a Bruxelles. Negli ultimi due anni Google avrebbe incontrato lo staff dei Commissari europei (se non i Commissari stessi) ben 124 volte: in media, più di una volta a settimana. Per l’azienda americana sono stati registrati 115 casi di porte girevoli, solo a Bruxelles. L’ufficio di Bruxelles fattura più di 4 milioni di euro l’anno e dei 7 “lobbysti Google” accreditati al Parlamento europeo, 4 erano occupati proprio nell’istituzione comunitaria in precedenza. Nel complesso Google ha assunto 23 persone provenienti dalle istituzioni europee.
E per quanto riguarda il “riciclo” dello staff della Commissione europea? Secondo Ti Europe, un terzo degli ex-Commissari oggi lavora nel settore privato. Tra le aziende menzionate come principali datori di lavoro: Uber, ArcelorMittal, Goldman Sachs, Volkswagen e Bank of Maerica Merrill Lynch.
Ti Europe ha anche buttato un occhio alle misure “deterrenti”, attualmente in vigore presso il Parlamento e la Commissione.
Per quanto riguarda il Parlamento europeo, sono «del tutto assenti regole che disciplinino la fase di post-impiego». Per la Commissione europea esiste invece un periodo di “congelamento” (con questo termine si indica il lasso di tempo durante il quale, gli ex-dipendenti delle istituzioni non sono autorizzati ad assumere incarichi nel settore privato o non-governativo, ndr.) pari a 18 mesi. Ma la debolezza degli strumenti previsti per la supervisione delle attività degli ex-dipendenti, nonché le scarse risorse a disposizione per il monitoraggio, «destano preoccupazione». Nel caso della Commissione poi, è lo stesso Collegio dei Commissari a valutare i casi di infrazione. Inutile dire che questo meccanismo di controllo desti qualche perplessità. Come spiega Ti Europe, «le infrazioni di carattere etico vengono valutate dai Commissari in carica. In molti casi si tratta di colleghi di lunga data degli “indagati”. Inoltre, «nell’elaborare il loro giudizio, i Commissari prenderanno in considerazione il fatto che, un giorno, potrebbero essere loro stessi a trovarsi dall’altra parte». Secondo Ti Europe l’incentivo a non creare precedenti di valutazioni «negative» è quindi molto forte. Come dire: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.
epa05764855 US President Donald J. Trump (L) speaks beside his nominee to lead the Department of Housing and Urban Development (HUD) Ben Carson (R) during a meeting on African American History Month in the Roosevelt Room of the White House in Washington, DC, USA, 01 February 2017. EPA/MICHAEL REYNOLDS / POOL
Il Black history month, a febbraio, è uno dei mille rituali con i quali si onorano le parti della società Usa e le parti di cui è fatta, i modi in cui è cresciuta, le sue tragedie, i personaggi. In questo caso, a partire dalla fine degli anni 60 in via informale e come celebrazione ufficiale dopo il 1976, si celebrano grandi figure che hanno fatto la storia della comunità e degli Stati Uniti. Mostre, convegni, celebrazioni. Ogni anno. E ogni anno il presidente prende parte in qualche forma alle celebrazioni. Donald Trump non è da meno. Quello qui sotto, in video e tradotto è il discorsetto che ha fatto a una serie di figure prominenti della comunità, sue alleate durante la campagna elettorale, invitate a colazione alla Casa Bianca. È un documento interessante per due ragioni: a) è evidente come Trump non sappia nulla e non abbia intenzione di sapere nulla della storia della comunità nera e non si è nemmeno fatto preparare un discorsetto edificante; b) Trump, in un’occasione come questa, parla ancora e solo di se stesso.
Abbiamo annotato il discorso, ma vale la pena di guardare il video perché la mimica facciale è illuminante.
Le elezioni sono andate benone. La prossima volta faremo triplicare i numeri o quadruplicarli. Vogliamo arrivare al 51%, no? Almeno 51.
(Benone significa l’8% del voto nero, parlando del 51, Trump non parla del voto in generale, che pure ha perso, ma di quello nero. Improbabile)
Bene questo è il Black History Month, quindi questa è la nostra piccola colazione, il nostro modesto stare insieme.
Solo un paio di note. Durante questo mese, onoriamo la storia eccezionale (tremendous) degli afro-americani in tutto il nostro Paese. Anzi, in tutto il mondo, se ci pensate, no? La loro storia è di sacrificio inimmaginabile, duro lavoro, e la fede nell’America. Ne ho avuto un assaggio durante la campagna, mi è piaciuto andare in giro con Ben Carson (al suo fianco) per un sacco di posti con i quali non ero familiare. Sono persone incredibili.
(Trump dice sempre loro in un modo distante, come se i neri fossero strani e sconosciuti aborigeni, lo faceva anche nei comizi)
E voglio ringraziare Ben Carson, che sarà a capo del Dipartimento alla Casa e alle città. Questo è un lavoro importante. È un lavoro che non ha a che vedere solo con l’alloggio, ma è mente e lo spirito. Giusto Ben? E si capisce, che non ce n’è migliori di Ben.
Il mese scorso abbiamo celebrato la vita del reverendo Martin Luther King, Jr., il cui esempio incredibile è unico nella storia americana. Avete letto di tutto su Martin Luther King una settimana fa, quando qualcuno ha sostenuto che ho fatto spostare la statua fuori dal mio ufficio. Si è scoperto che era una notizia falsa. Notizie false! Amiamo quella statua, è una delle cose preferite in quell’ufficio – e ne abbiamo di buone! Abbiamo Lincoln e abbiamo Jefferson, e poi Dr. Martin Luther King. Ma hanno detto che la statua, il busto di Martin Luther King, era stato rimosso dall’ufficio. E non è mai stato neppure toccato. Quindi penso che sia stata una vergogna, ma questo è il modo in cui si comporta la stampa. Miserevole (o: una vicenda riprovevole).
(La prima e unica cosa che Trump dice di King è: “esempio incredibile”, poi comincia a parlare della notizia sbagliata (il reporter che l’ha diffusa l’ha smentita e si è scusato) secono la quale il busto di King sarebbe stato rimosso dallo studio ovale. E parla di sè e di quanto la stampa sia cattiva con lui).
Sono molto orgoglioso, adesso abbiamo un museo sul National Mall, dove le persone possono conoscere il reverendo King e tante altre cose. Frederick Douglass è un esempio di qualcuno che ha fatto un lavoro straordinario e viene riconosciuto sempre di più, ho notato. Harriet Tubman, Rosa Parks, e altri milioni neri americani che hanno reso l’America quello che è oggi. Grande impatto.
(Oh, sti negri sono proprio forti, ho visto il museo, c’è scritto nei cartelli sotto le foto! Trump nomina gente a casaccio, parla del museo appena aperto a Washington e dice frasi di circostanza nemmeno fosse a una premiazione di Miss)
Sono orgoglioso di onorare questo patrimonio, che e onoreremo sempre di più. Le persone sedute a questo tavolo sono state grandi amici e sostenitori. Ho incontrato Darrell quando mi difendeva in televisione. E non ce n’era per quelli con cui discuteva… E Paris ha fatto un lavoro incredibile in un ambiente ostile come la CNN. E tutto da solo. C’erano sette persone, e poi Paros. E Paris li metteva in regola . Ma io non guardo la CNN e quindi ti vedo molto meno. Non mi piace guardare notizie false. Fox invece mi ha trattato molto bene. Ovunque siate in questa stanza, grazie Fox.
(Al tavolo sono seduti personaggi Tv che gli sono stati vicini, un’occasione per far fare loro una passerella e dire ai propri sostenitori: questi sono i negri buoni)
Abbiamo bisogno di scuole migliori e ne abbiamo bisogno al più presto. Abbiamo bisogno di più posti di lavoro, abbiamo bisogno di salari più alti. Lavoreremo sodo nelle inner cities. Ben (Carson) se ne occuperà e Ben è un fenomeno da Champions. Quei cambiamenti sono una delle grandi cose che vedrete succedere. Abbiamo bisogno di quartieri più sicuri e lo faremo usando la polizia. E lo faremo subito. Renderemo le cose molto meglio di quanto non siano adesso. Al momento la situazione è terribile, e ho visto che l’altra sera Paris ne ha parlato in Tv…hai fatto un ottimo lavoro l’altra sera.
(Non sappiamo cosa faremo se non aumentare il numero di poliziotti, ma abbiamo promesso di fare cose: la palla passa a Ben Carson, che di mestiere ha sempre fatto il chirurgo, ma siccome è cresciuto in un quartiere povero ed è nero, saprà cosa fare. Scuole? La Segretaria all’istruzione DeVos è una fautrice delle scuole religiose e del privato ovunque)
Sono pronto a fare la mia parte, e dirò questo: lavoreremo insieme. Questo è un grande gruppo, questo è un gruppo che è stato speciale per me. Davvero mi ha aiutato molto. Se vi ricordate io non avevo dovevo fare bene con la comunità afro-americana, ma dopo mi hanno sentito parlare e parlare di inner cities e di un sacco di altre cose, abbiamo finito per – e non entrerò nei dettagli- ma abbiamo finito per prendere più voti di altri candidati che avevano corso negli ultimi anni.
(Trump ha preso il 2% in più di Romney tra gli afroamericani, questi hanno solo votato meno che non per Obama. Già, Obama, che la presenza di un afroamericano dall’altro lato sia stato un handicap per McCain e Romney? Probabile: il presidente in carica ha preso meno voti di Bush tra i neri, non un granché).
E ora stiamo lavorando per andare ancora meglio. Voglio ringraziare la mia star televisiva – Omarosa – che è una persona fantastica, nessuno sa quanto. Non voglio distruggere la sua reputazione, ma sei una grande persona, e mi hai aiutato fin dall’inizio della campagna, una cosa che ho apprezzato. Una cosa davvero. Molto speciale.
(Il messaggio al Paese sul Black History Month è il seguente: ho degli amici neri in Tv, faremo qualcosa per voi che state malissimo e poi prenderemo più voti. Nel complesso una celebrazione da salotto Tv del mattino. FIne delle trasmissioni).
Matteo Renzi a margine dell'assemblea degli amministratori del Pd a Rimini, 28 gennaio 2017.
ANSA/PASQUALE BOVE
Fatemi capire, per favore: ora Renzi si inventa i vitalizi che non esistono (lo spiega bene Luca qui) per cercare di anticipare le elezioni già a giugno. Dice Renzi che si abbasseranno le tasse, che si cancelleranno i privilegi e che ci sarà il ritorno al futuro.
Però. Però il governo eletto ha come socio di maggioranza lo stesso partito di cui Renzi è segretario (ma la vera domanda è: esiste ancora quel partito?) e gli basterebbe poco quasi niente per una legge che abbassi le tasse oppure che tolga presunti (inesistenti) privilegi agli eletti in Parlamento.
Ma lui no. Lui, che è un paninaro vero nell’accezione peggiore del termine, ritiene questa legislatura una pleonastica coda della sua sconfitta. E continua, per comodo suo, a credere che la gente davvero abbia a cuore un cambiamento atto ad avere lui come Presidente del Consiglio. E fa niente che nell’ultimo referendum i milioni di no che l’hanno portato alla sconfitta siano schiaffi contati uno a uno al suo bullismo da bossetto di periferia: Renzi vuole tornare a fare il Renzi in una legislatura in cui la sua presenza è l’elemento discriminante tra il bene e il male.
E chissà se qualcuno gli avrà detto, tra i suoi fedeli servili, che oggi anche nel PD alla Camera hanno applaudito contro di lui; chissà che qualcuno gli abbia riferito che nei corridoi del Parlamento si dice che addirittura si sia messo a rispondere sardonico agli sms dei nemici. «Nemmeno Crozza riuscirebbe ad imitarlo» diceva ieri qualche piddino.
Lui torna. Bullo. Ovviamente. E tutti continuano a credere che sia un’esagerazione di rivincita quando banalmente è la sua natura.
Poi si pentiranno. Da servi amici servilmente diventeranno suoi oppositori. Sperando, come al solito, che nessuno se ne accorga.
Il Festival di Berlino 2017,in programma dal 9 al 19 febbraio, si presenta all’appuntamento con la 67esima edizione con una serie di film attesissimi, a cominciare dalla pellicola che segna il ritorno di un autore cult come il finlandese Aki Kaurismaki ovvero The other side of hope che racconta di un ristoratore con la passione per il gioco d’azzardo e il suo incontro con un rifugiato siriano appena arrivato in Finlandia in cerca d’asilo. È il secondo capitolo della sua trilogia sulle città portuali: il racconto stavolta è quello di un rifugiato siriano (Simon Hussein Al-Bazoon) in cerca di asilo a Helsinki. Il film sarà presentato in concorso e c’è grande attesa, sperando che possa essere un capolavoro come il precedente film Miracolo a Le Havre. Ecco un assaggio del nuovo film:
Romanzo bruciante, di forte denuncia, The Dinner di Oren Moverman (il regista di The Messenger, Rampart) tratto dal romanzo La cenadi Hermann Koch uscito in Italia per i tipi di Neri Pozza. Romanzo importante per il modo in cui, coraggiosamente, fotografa il vuoto assoluto di affetti in famiglie alto borghesi.
Famiglie agiate, in cui la vita scorre in modo “normale”, fra impegni professionali e cene di lusso. Durante le quali si parla di tutto, progetti, vacanze, ma non del dramma che si è consumato mente loro erano “disattenti”. I loro figli quindicenni Michael e Rick, hanno picchiato e ucciso una barbona mentre ritiravano i soldi da un bancomat. Le videocamere di sicurezza hanno ripreso gli eventi e le immagini sono state trasmesse in televisione. I due ragazzi non sono stati ancora identificati ma il loro arresto sembra imminente, perché qualcuno ha scaricato su Internet dei nuovi filmati, estremamente compromettenti. Un gesto efferato compiuto senza motivo, per fatuità, che apre uno squarcio di verità agghiacciante. Con un cast stellare, a cominciare da Richard Gere (che proprio ai barboni di Roma l’anno scorso aveva dedicato un suo film da regista).
E ancora The Partycon Cillian Murphy, Emily Mortimer, Timothy Spall, Kristin Scott Thomas, Patricia Clarkson, Bruno Ganz. La regia è di Sally Potter (Orlando e Lezioni di Tango). The Party è una commedia ma si ride a denti stretti… partono le coltellate. Alla berlinale 67 anche Logan, ultimo capitolo dedicato al suo eroe con gli artigli Wolverine. Charlie Hunnam interpreta il colonnello Percival Fawcett, versione britannica di Indiana Jones, figura realmente esistita. Con lui Sienna Miller e Robert Pattinson. Per Trainspotting 2 arriva solo Danny Boyle (se ne parla su Left in edicola da sabato).
E poi si vedranno anche il dramma familiare Mahanadel neozelandese Lee Tamahori (Once we were warriors) e poi Saint Amour di Benoît Delépine e Gustave Kervern con Benoît Poelvoorde e un Gérard Depardieu nei panni di un bovaro e il fantasy Midnight Special di Jeff Nichols con Kirsten Dunst e Adam Driver.
Tra gli eventi speciali, inoltre, da segnalare la storia di un esploratore inglese in Amazzonia raccontata in The Lost City of Zdi James Gray, storia vera
ente accaduti questo film che racconta la storia del soldato e agente segreto britannico Percy Fawcett, che agli inizi del Novecento lasciò l’Inghilterra per partire verso l’Amazzonia, dove divenne ossessionato dall’idea di scoprire una civiltà avanzata che secondo lui si nascondeva nel profondo della foresta pluviale, la Città di Z del titolo. Una ricerca dalla quale non tornò mai più.
L’edizione 2017 della Berlinale fa anche il pieno di musica. Fin dall’apertura all’insegna della musica manouche con il film Django, un biopic sul leggendario chitarrista Django Reinhardt. Il film racconta la vita del geniale musicista jazz e zingaro manouche. Fu lui a inventare il Gipsy Swing, facendo tesoro della tradizione manouche capace di entrare in simbiosi con culture differenti e sussumerle e reinventarle in nuovi brani: «Il film è un appassionante ritratto di uno dei capitoli della sua vita movimentata e racconta un’importante storia di sopravvivenza. Il pericolo costante, la fuga e le atrocità commesse dalla sua famiglia non hanno mai avuto il potere di farlo smettere di suonare», ha detto il direttore del Festival di Berlino, Dieter Kosslick, in conferenza stampa. Il film è interpretato dall’attore francese Reta Kateb e diretto da Etienne Comar. Ancora ottima musica, questa volta con energia rock, con On the Road del britannico Michael Winterbottom, film che riprende la rock band indie Wolf Alice durante una tournée nel Regno Unito e in Irlanda. Protagonisti Ellie Rowsell, voce e chitarra, Joff Oddie alla chitarra, Joel Amey alle percussioni e Theo Ellis al basso. Ancora musica con E: The story of our song: storia della canzone Maori che nel 1984 arrivò in vetta alle classifiche.
Davvero straordinaria quest’anno la sezione dei documentari con il docufilm in bianco e nero su Joseph Beuys il controverso artista sciamano anni Settanta che dopo aver fatto parte dell’esercito nazista decise di dedicarsi all’arte e al pacifismo. Raccontato da Andres Veiel in elegante bianco e nero e molti spezzoni d’epoca, quando Beuys aveva un seguito da rockstar.
Last but not least il premio a Milena Canonero, costumista e quattro volte premio Oscar, che riceverà l’Orso d’oro alla carriera dopo la proiezione di un cult del cinema ad “alta tenzione” (con un indimenticabile Nicolson nel ruolo scrittore in crisi che impazzisce e continua a scrivere una sola frase «Il mattino ha l’oro in bocca”, prima di prendere un’ascia invece che una penna) ,Shining di Stanley Kubrick e di una retrospettiva con dieci titoli tra cui “Barry Lyndon” e “Il Padrino Parte III”. E ancora, da segnalare, la presenza nella sezione “Panorama” del nuovo lavoro di Luca Guadagnino “Chiamami col Tuo Nome” con un cast internazionale in cui spiccano Armie Hammer e Timothée Chalamet. Il film è stato sceneggiato dallo stesso Guadagnino con James Ivory e Walter Fasano. Il tema in effetti evoca celebri film di Ivory, come Camera con vista. Qui si racconta l’incontro in una calda estate italiana tra il diciassettenne cosmopolita Elio e il giovane accademico americano Oliver, narrata nel romanzo omonimo di André Aciman.
Come si rappresenta il silenzio? Che immagine avrebbe se fosse una foto? Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti hanno provato a rispondere dando vita a La Trilogia del Silenzio, un progetto espositivo declinato in tre mostre in programma fino al 31 luglio alla White Noise Gallery di Roma. Attualmente alla galleria potete trovare esposto fino al 25 marzo il primo capitolo della trilogia: “Fast Forward”di Jason Shulman, artista inglese di fama internazionale per la prima volta in Italia.
Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini, Jason Shulman
La peculiarità del lavoro di Shulman esposto alla White Noise è quella di riuscire a comprimere in un unico scatto interi film. 13 fotografie a grande formato ciascuna delle quali di volta in volta racchiude l’America di Sergio Leone (Per un pugno di dollari), l’orrore di Dario Argento e Mario Bava (Suspiria, Inferno, I 3 volti della paura, Diabolik), l’Italia di Visconti (Il Gattopardo) e quella di Pasolini (Salò o le 120 giornate di Sodoma e Il Vangelo secondo Matteo) o la Roma di Sorrentino (La grande bellezza) e Fellini (La dolce vita). Ogni scatto composto da migliaia di frame, veri e propri frammenti di pellicola sovrapposti, si trasforma allo stesso tempo in un’enigma da risolvere che percepiamo come distante e in un qualcosa che, per ragioni istintive, colore, forme accennate, riconosciamo come vicino, attivando nel visitatore un’immediata reazione estetica.
Jason Shulman – Caligola (1979) – Fotografia digitale – 85x45cm
Proprio la dominante di colore è uno degli elementi che porta infatti lo spettatore a ricollegare la foto all’opera di un determinato regista. Se, ad esempio, la dominante ocra rimanda alla polvere del vecchio west di Sergio Leone, la dominante rosa rimanda subito ai fenicotteri ricorrenti nelle sequenze de La grande bellezza di Sorrentino. Impossibile non pensare e non vedere il riferimento ai dipinti di Gerhard Richter visitando la mostra di Jason Shulman.
Le scene del film si sovrappongono, l’audio sparisce, il movimento viene condensato e la logica del racconto perde di significato in favore di un’impressione del tutto emotiva. Ecco dunque che si è creato ad arte il silenzio.
La dolce vita di Fellini, Jason Shulman
La Grande bellezza di Sorrentino, Jason Shulman
La Trilogia del silenzio prosegue l’8 aprile con una mostra intitolata “Stand-by” dove saranno esposti i dipinti del britannico Lee Madgwick nei quali il mondo viene congelato in un’eterna istantanea, e si chiude il 14 giugno con “Rewind” dell’artista spagnola Mar Hernàndez, che, con le sue opere tra disegno, incisione e fotografia, racconta la realtà attraverso le tracce e i fantasmi di un passato che non esiste più.
Dove e quando
Jason Shulman – Fast Forward 28 gennaio – 25 marzo 2017
White Noise Gallery
via dei Marsi, 20/22 – Roma