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Racchiudere “La grande bellezza” di Sorrentino in un unico scatto. Jason Shulman in mostra

Come si rappresenta il silenzio? Che immagine avrebbe se fosse una foto? Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti hanno provato a rispondere dando vita a La Trilogia del Silenzio, un progetto espositivo declinato in tre mostre in programma fino al 31 luglio alla White Noise Gallery di Roma. Attualmente alla galleria potete trovare esposto fino al 25 marzo il primo capitolo della trilogia: “Fast Forward” di Jason Shulman, artista inglese di fama internazionale per la prima volta in Italia.


Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini, Jason Shulman

La peculiarità del lavoro di Shulman esposto alla White Noise è quella di riuscire a comprimere in un unico scatto interi film. 13 fotografie a grande formato ciascuna delle quali di volta in volta racchiude l’America di Sergio Leone (Per un pugno di dollari), l’orrore di Dario Argento e Mario Bava (Suspiria, Inferno, I 3 volti della paura, Diabolik), l’Italia di Visconti (Il Gattopardo) e quella di Pasolini (Salò o le 120 giornate di Sodoma e Il Vangelo secondo Matteo) o la Roma di Sorrentino (La grande bellezza) e Fellini (La dolce vita). Ogni scatto composto da migliaia di frame, veri e propri frammenti di pellicola sovrapposti, si trasforma allo stesso tempo in un’enigma da risolvere che percepiamo come distante e in un qualcosa che, per ragioni istintive, colore, forme accennate, riconosciamo come vicino, attivando nel visitatore un’immediata reazione estetica.

Jason Shulman – Caligola (1979) – Fotografia digitale – 85x45cm 
Proprio la dominante di colore è uno degli elementi che porta infatti lo spettatore a ricollegare la foto all’opera di un determinato regista. Se, ad esempio, la dominante ocra rimanda alla polvere del vecchio west di Sergio Leone, la dominante rosa rimanda subito ai fenicotteri ricorrenti nelle sequenze de La grande bellezza di Sorrentino. Impossibile non pensare e non vedere il riferimento ai dipinti di Gerhard Richter visitando la mostra di Jason Shulman.

Le scene del film si sovrappongono, l’audio sparisce, il movimento viene condensato e la logica del racconto perde di significato in favore di un’impressione del tutto emotiva. Ecco dunque che si è creato ad arte il silenzio.


La dolce vita di Fellini, Jason Shulman


La Grande bellezza di Sorrentino, Jason Shulman

 

La Trilogia del silenzio prosegue l’8 aprile con una mostra intitolata “Stand-by” dove saranno esposti i dipinti del britannico Lee Madgwick nei quali il mondo viene congelato in un’eterna istantanea, e si chiude il 14 giugno con “Rewind” dell’artista spagnola Mar Hernàndez, che, con le sue opere tra disegno, incisione e fotografia, racconta la realtà attraverso le tracce e i fantasmi di un passato che non esiste più.

Dove e quando

Jason Shulman – Fast Forward
28 gennaio – 25 marzo 2017
White Noise Gallery
via dei Marsi, 20/22 – Roma

I 5 stelle scoprono oggi (purtroppo per Bersani e per noi) che le alleanze si possono fare

Un fermo immagine preso dalla diretta streaming sulla webtv della Camera dei deputati mostra un momento dell'incontro, nella Sala del Cavaliere di Montecitorio, tra Pierluigi Bersani e la delegazione del Movimento 5 Stelle, Roma, 27 marzo 2013. Pierluigi Bersani e Enrico Letta per il Pd (s) e Vito Crimi e Roberta Lombardi capigruppo del M5S (d). ANSA/FERMO IMMAGINE +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES+++

L’aveva già detto Massimo Bugani che il Movimento 5 stelle, per governare, se mai sarà primo partito alle prossime elezioni (che, per stare sulla notizia di giornata, sono allontanate da Giorgio Napolitano, che ha così messo a verbale uno stop alle tentazioni renziane) dovrà fare qualche alleanza. O meglio, ha detto – e oggi l’ha spiegato meglio a L’aria che tira, su La7 – che il Movimento 5 stelle per far nascere un suo governo, qualora dovesse ricevere un incarico dal Colle, dovrà trovare qualcuno che voti la fiducia, su «una serie di punti precisi».

Non vuole che si parli di alleanze, Bugani – sia mai! – e anzi ringrazia Myrta Merlino per la domanda: «Così posso chiarire», dice. Ma alla fine di quello parla. Un po’ come hanno scritto molti retroscenisti – guadagnandosi, come Tommaso Ciriaco di Repubblica, una smentita dal blog di Beppe Grillo – che indicano nella Lega il primo possibile interlocutore, non fosse altro per il profilo protezionista e antieuro.

Dice Bugani: «Con una legge proporzionale, non con l’Italicum, il M5s deve con trasparenza dire oggi che se vuole governare, qualora fossimo la prima forza politica, si dovranno indicare dei punti chiave e vedere però chi è disposto a darci la fiducia. Non parlo di alleanza, ma se noi vogliamo governare qualcuno che ci dà la fiducia ci deve essere».

Ma chi è Bugani? Ignoto a chi non è addentro alle questioni pentastellate, nel Movimento non è uno qualunque. Di lui su Left abbiamo scritto più volte. Non è un peones ma uno dei principali uomini di Casaleggio, consigliere comunale a Bologna e fra i gestori dell’associazione Rousseau, quella che governa la piattaforma web dei 5 stelle. La sua non è la posizione ufficiale del Movimento, ovviamente, ma poco ci manca, visto che come sappiamo non si può parlare senza l’autorizzazione dello staff della Comunicazione. E soprattutto, svela un ragionamento peraltro assai ragionevole. È la politica, d’altronde, che funziona così: quella che il Movimento sta imparando a conoscere passo passo, crescendo lentamente, un po’ come è capitato sul mito delle dimissioni al primo avviso di garanzia: se governi anche solo un condominio il principio è quantomeno suicida oltre che costituzionalmente scorretto.

Le parole di Bugani dunque, oltre a testimoniare ancora una volta il percorso evolutivo del Movimento – che ancora ci riserverà sorprese – fa venire un po’ di curiosità. Perché se quello che pensa Bugani diventerà la linea – magari nella rodata formula di un governo di minoranza o, come precedente nostrano, della “non sfiducia” – logica vorrebbe che il principio valesse anche per governi altrui, per esecutivi non proprio 5 stelle. E la mente non potrà così che andare al 2013. Al celeberrimo streaming con Pier Luigi Bersani.

Se i 5 stelle fossero stati meno politicamente analfabeti, meno chiusi nei loro slogan, Lombardi o Crimi avrebbero potuto proporre qualcosa a Bersani, un nome alternativo, una squadra a cui dare chessò un anno o due di vita? Chi ci sarebbe oggi a palazzo Chigi? Ma soprattutto: avremmo tutti questi voucher, il jobs act, la buona scuola, eccetera eccetera? Ah, vivere di rimpianti.

Argentina, la tripla stretta di Macri: migranti, minori e mapuche

epa05678851 President of Argentina Mauricio Macri takes part during a joint press conference with his Chilean counterpart Michelle Bachelet (not pictured), at the presidential residence of Olivos in Buenos Aires, Argentina, 16 December 2016. Macri, who received his Chilean counterpart, Michelle Bachelet at his residence, seeks to strengthen ties with Chile and the signing of several bilateral agreements. EPA/David Fern·ndez

Il presidente argentino Mauricio Macri ha firmato un decreto esecutivo e ha modificato la legge sull’immigrazione, aumentando le restrizioni d’ingresso e permanenza degli stranieri in Argentina, indurisce i controlli sugli stranieri che hanno precedenti penali, soprattutto se legati alla criminalità organizzata e al traffico di stupefacenti. E accelera il procedimento di espulsione, si legge sul Bollettino ufficiale di lunedì 30 gennaio. Solo nel 2016 sono stati naturalizzati 215mila stranieri in Argentina, Paese aperto che prende le distanze da Trump con i suoi portavoce, Paese dell’immigrazione per antonomasia. Lo stesso presidente Macri, non a caso, è figlio di un italiano, un calabrese che a 18 anni è venuto a cercare fortuna a Buenos Aires. Ma il vento sembra stia cambiando. Un deputato argentino, Alfredo Ormedo, ha proposto persino di costruire un muro alla frontiera con la Bolivia. E altre due categorie sensibili sono finite nel mirino degli ultraconservatori: quei “piccoli delinquenti” di minori e quei “terroristi” dei mapuche.

Dnu. Il Decreto di necessità e urgenza.
Elaborate congiuntamente dai ministeri della Giustizia, della Sicurezza e degli Esteri, dal dipartimento Diritti umani e dalla Direzione nazionale delle migrazioni, le modifiche all’attuale legge migratoria includono «cause di impedimento di ingresso e permanenza degli stranieri in territorio nazionale». L’ingresso è adesso vietato ai cittadini stranieri che abbiano precedenti penali, anche se le condanne non sono definitive per «traffico di armi, di persone, di stupefacenti o per riciclaggio di denaro, di investimenti in attività illecite e reati per i quali la legislazione argentina prevede restrizioni di libertà da tre anni in su». Per quello che concerne i delitti legati al terrorismo sarà sufficiente una semplice informazione dei servizi di sicurezza per fare scattare lo stop alla frontiera. Buenos Aires, spiegano le fonti governative, intende così rendere più evidente la separazione tra i reati comuni e quelli connessi all’espulsione dei migranti.

Il decreto presidenziale include anche altre cause ostative all’ingresso nel Paese: l’aver omesso condanne penali nel Paese di origine ed essere stati parte di reti criminali organizzate dedite al traffico di stupefacenti o di esseri umani. Di più, stabilisce che si potrà impedire l’ingresso o si potrà richiedere l’espulsione anche solo con un «rapporto che dica che la persona è coinvolta in una rete terroristica». Uno dei principali effetti della misura sarà l’accelerazione del procedimento di espulsione degli stranieri con precedenti penali, anche con “processi per direttissima”. Prima del decreto servivano 6-7 anni, adesso i migranti ai quali verrà notificato il procedimento avranno appena tre giorni per presentare ricorso – prima erano 30 giorni – al quale la Giustizia dovrà rispondere entro altri tre giorni. Il reingresso nel Paese, infine, è proibito per cinque anni in caso di delitti colposi e per otto anni in caso di delitti dolosi. Lo scorso agosto, poi, il governo Macri ha annunciato la costruzione a Buenos Aires del primo centro di detenzione per immigrati e rifugiati che sono entrati o permangono irregolarmente nel Paese, tra la levata di scudi di giuristi e organizzazioni umanitarie che insistono: le irregolarità migratorie non sono motivo di detenzione.

Le ragioni della contestazione.
Per giustificare la riforma, nel testo del decreto si segnala che il numero degli immigrati nelle prigioni del Paese è aumentato: nel 2016 gli stranieri rappresentano il 21,35% della popolazione carceraria nel Paese, e che il 33% dei detenuti per delitti legati al narcotraffico non sono argentini. Cifre che, sostengono dalla Casa Rosada, configurano «una situazione critics chr richiede l’adozione di misure urgenti». L’Argentina è uno dei Paesi del continente con la maggiore tradizione migratoria. Secondo l’ultimo censimento nazionale, conta il 4,5% della popolazione straniera. E tra i gruppi più rappresentativi ci sono il 30,5% dei paraguaiani, il 19,1% dei boliviani e l’8,7% dei peruviani.A esprimere «preoccupazione e sconcerto» per una riforma «assolutamente infondata» sono più di 130 organizzazioni di migranti, dei diritti umani, di Chiesa, accademiche e i movimenti sociali che chiedono un incontro urgente con il capo di gabinetto argentino, Marcos Peña. In una lettera aperta alla cancelliera argentina Susana Malcorra, e al segretario dei Diritti umani, Claudio Avruj, si contestano i numeri diffusi dal governo: secondo le organizzazioni meno del 6% della popolazione carceraria è composta da stranieri, e non il 21,35 come sostiene il governo. Il testo, poi, avverte sul pericolo che legare la questione migratoria a quella penale può «abilitare episodi di xenofobia e violenza contro i migranti». Anche la Caref, la Commissione argentina per i rifugiati e i migranti, ha sottolineato che «un’irregolarità amministrativa non è un delitto». E che «è stata invertita la dinamica delle politiche migratorie. Adesso una persona deve dimostrare che la sua situazione è regolare e fare in fretta».

Non solo migrante, nella stretta anche minori e minoranze.
La riforma della legge migratoria è una delle tre questioni al centro dell’opinione pubblica argentina in queste settimane: riforma della legge penale per i minorenni e violenta repressione di un gruppo “mapuche” nella Patagonia sono le altre due. Sui minori, si pensa alla riduzione dell’età di punibilità da 16 a 14 anni. Il dibattito segue al polverone mediatico esploso con la morte a Buenos Aires di Brian Aguinaco, un adolescente argentino di 14 anni, ucciso da un ragazzo peruviano di 15 durante una colluttazione provocata dallo scippo di un cellulare. La possibilità di detenere e condannare i minorenni coinvolti in reati gravi (a partire da 14 anni), si incrocia quindi con la decisione di respingere i migranti con precedenti penali. Intanto, al Sud del Paese, in Patagonia, si inasprisce la violenta repressione di alcuni membri della comunità “mapuche”, che avevano bloccato la ferrovia. L’intervento delle forze dell’ordine inviate dal governo Macri accendono nuove e vecchie questioni: “terroristi” o popoli originari che rivendicano i propri diritti?

Renzi, «Al voto per evitare i vitalizi». Che però non esistono più

Italian former Prime Minister, Matteo Renzi, talks during his speech at the National Assembly of Local Administrators in Rimini, Italy, 28 January 2017. ANSA/PASQUALE BOVE

«Votare quest’anno o nel 2018 per me è lo stesso. L’unica cosa è evitare che scattino scattino i vitalizi perché sarebbe molto ingiusto verso i cittadini. Sarebbe assurdo». Così ha scritto l’ex premier e segretario del Partito democratico a Dimartedì, il programma di La7 condotto da Giovanni Floris. È con un sms dunque che Matteo Renzi interviene ufficialmente nel dibattito sulla necessità o meno del voto anticipato. Per giustificare – mostrandosi disinteressato alla scadenza – la sua voglia di urne. Parla di vitalizi, Renzi, anche perché altrimenti, si potrebbe dire, la voglia sarebbe difficile da comprendere rispetto a quando detto e fatto dal Pd negli ultimi 6 anni nel nome della responsabilità. In parlamento, infatti, c’è stessa maggioranza di prima e a palazzo Chigi un premier dello stesso partito. Volendo, insomma, di cose – ritenute dal Pd il bene del Paese – se ne potrebbero ancora fare. Invece è meglio votare, e farlo il prima possibile, innanzitutto per un certa impasse sulla legge elettorale e ora per evitare i vitalizi.

Peccato però che il vitalizio per i parlamentari non esista più. E Renzi non può non saperlo, dimostrandosi così ancora una volta disinibito nell’usare facile demagogia. È dal 2011, infatti, con applicazione dal primo gennaio 2012, che il parlamento ha introdotto per i membri di Camera e Senato un trattamento previdenziale basato su un calcolo contributivo. È una pensione, dunque, non un vitalizio. Una pensione (generosa, è vero, ma nulla di paragonabile con il passato) che scatta – solo se il parlamentare ha fatto almeno 5 anni di mandato, ed ecco a cosa si riferisce Renzi – quando l’eletto compie 65 anni. Che possono scendere fino a 60, questo sì, scendendo di un anno ogni anno di mandato ulteriore.

Le prime simulazioni calcolano che un deputato eletto nel 2013 quando aveva 27 anni (così ha ipotizzato il Fatto Quotidiano) e che cesserà il suo mandato nel 2018 senza essere riconfermato per il secondo, percepirà a 65 anni una pensione compresa tra i 900 e i 970 euro al mese. Se eletto per un secondo mandato, invece, la pensione scatterà a 60 anni e sarà di 1.500 euro al mese. Il vitalizio, invece, per un parlamentare con dieci anni di mandato – per capirci – era di 4.900 euro e rotti, sempre dai 60 anni.

L’argomento peraltro non è nuovo, e anzi Renzi riprende paro paro un allarme lanciato dai 5 stelle, sempre pronti a cavalcare presunti interessi della casta, incuranti del fatto che è proprio il loro gruppo, quello del Movimento, ad avere il 100 per cento degli eletti che, con una scadenza anticipata, perderebbero i contributi versati e, tutti al primo mandato, non avrebbero altro tipo di assegno. La nuova legge, infatti, vale ovviamente per chi non avesse già maturato altri diritti. Nella stessa situazione (qui i dati) è – per dire – il 64 per cento degli eletti Pd, sia alla Camera che al Senato, l’80 per cento di quelli di Sinistra Italiana alla Camera e il 75 al Senato, o il 14 per cento dei deputati di Forza Italia e il 33 per cento dei senatori.

Per ammantare la sua voglia di ritorno (un ritorno personale, visti i numeri in parlamento e il profilo dell’attuale presidente del consiglio, di continuità), Renzi dovrebbe dunque trovare argomenti più convincenti.

L’Autorità bancaria europea: «Serve una ‘bad bank’ per gestire i titoli tossici»

La filiale del Monte dei Paschi di Siena in via Manzoni, a Milano, in una foto del 19 dicembre 2016. ANSA/MATTEO BAZZI

Lunedì 30 gennaio, Andrea Enria, il Presidente dell’Autorità bancaria europea (Eba), si è espresso in merito alla situazione critica del sistema bancario europeo e ha appoggiato la creazione di una “bad bank” per gestire i crediti tossici in pancia agli istituti finanziari europei.

Come riporta Reuters, secondo Enria, un intervento riguardo ai così detti “non-performing loans” (Npl, “crediti non performanti”, ndr.) è diventato «urgente». Il Presidente dell’Eba ha parlato a Strasburgo nel corso di una conferenza, alla presenza di Klaus Regling, Direttore del Meccanismo europeo di stabilità (Mes).

Nello specifico, Enria ha proposto la costruzione di una “asset management company” (Amc) paneuropea, un veicolo finanziario-istituzionale che possa gestire i titoli tossici, depurando temporaneamente i bilanci delle banche.

L’Amc avrebbe come il compito di valutare il valore economico “reale” dei titoli e creare quindi un mercato per la rivendita. In questo momento infatti le banche non si liberano dei titoli tossici perché “disincentivate” da un livello dei prezzi troppo basso.

Enria ha specificato che «l’Amc avrebbe un tempo limitato – tre anni – per riuscire a piazzare i titoli». Nel caso di un mancata vendita, scatterebbero comunque le regole europee del “bail-in” che chiamano in causa, in primo luogo, gli investitori privati che hanno finanziato l’attività creditizia. Conseguentemente, nell’ottica della creazione dell’Amc non sarebbe comunque previsto alcun tipo di condivisione del rischio fra Stati membri dell’Unione.

Eppure Enria ha specificato, che almeno inizialmente, «dovrebbe essere previsto una sorta di intervento pubblico per la creazione dell’Amc». L’Amc dovrebbe infatti essere in grado di acquisire circa 250 miliardi di titoli Npl dal sistema bancario europeo.

Klaus Regling ha appoggiato la proposta di Enria che, in fin dei conti, cerca di tenere insieme i vari pezzi e attori del quadro istituzionale europeo: dai Paesi più esposti ai titoli tossici, fino alla Germania, passando per la Commissione europea. Questa ultima, negli scorsi mesi, ha sottolineato la necessità di rispettare i criteri delle regole sul “bail in”, soprattutto in relazione alla crisi bancaria italiana.

Il sistema bancario europeo detiene titoli tossici per più di mille miliardi di euro. Il maggior “contribuente” al dissesto finanziario è proprio il sistema bancario italiano, il quale ha in pancia circa un quarto dell’intero ammontare.

In ogni caso, altri dieci Paesi dell’Unione europea sono caratterizzati da un rapporto tra titoli tossici e non, che va oltre il 10 per cento. Nel suo complesso, in Europa il rapporto arriva superare il 5 per cento, un valore tre volte superiore a quello che caratterizza l’economica americana o giapponese.

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La nomina reality show. Quel che c’è da sapere sulla scelta di Trump alla Corte Suprema

epa05763826 US President Donald J. Trump announces his nominee, Neil Gorsuch, federal judge serving on the 10th U.S. Circuit Court of Appeals, for the Supreme Court in the East Room of the White House in Washington, DC, USA, 31 January 2017. Trump announced as his nominee to fill the vacancy in the Supreme Court left by the death of late Justice Antonin Scalia. In picture at right is seen Gorsuch's wife Marie Louise. EPA/JIM LO SCALZO

La cosa che salta agli occhi, potete vederlo nel video qui sotto, è il fare da reality show. Donald Trump ha nominato il giudice conservatore Neil Gorsuch. Si tratta di una delle scelte cruciali della presidenza, una di quelle destinata a durare nel tempo. Ma prima di valutarne le implicazioni torniamo al reality: nel suo breve discorso il presidente dice: «Io sono un uomo di parola e faccio quel che dico, una cosa che gli americani si aspettano da Washington e che hanno dovuto aspettare per lungo tempo». Applauso della claque, ormai una costante delle uscite di Trump. Poi nomina il giudice e dice «È o no una sorpresa?», invita Gorusch a uscire dando in qualche modo una spiegazione del perché il giudice è stato scelto: «Crede in una lettura letterale della costituzione ed ha ricevuto una conferma unanime dal Senato quando è stato nominato giudice federale…incredibile no? Con i tempi che corrono» – un riferimento all’opposizione dei democratici in Senato, che ieri hanno abbandonato le commissioni in segno di protesta, rallentando il processo di conferma dei segretari al Tesoro e alla Sanità.

Il nomination show di Trump

Le implicazioni della scelta di Trump sono semplici a dirsi: con la nomina di Gorsuch la corte torna alla composizione pre morte del giudice Scalia, altrettanto conservatore, ma più propenso al compromesso del togato morto un anno fa, ne sostituisce un altro. Il giudice Kennedy, il moderato della Corte Suprema, quello che spesso determina le maggioranze, torna a essere l’ago della bilancia. La nomina è a vita e con due giudici molto anziani, a Trump potrebbe capitare di poter determinare una nuova maggioranza conservatrice. Alla faccia dell’America che, nonostante tutto cambia. Certo è che l’83enne giudice Ginsburg, ala sinistra della Corte, non mollerà fino a quando potrà. Kennedy, magari rassicurato da Trump sul suo sostituto, potrebbe lasciare. La brutta notizia è che Gorusch ha 49 anni ed è quindi destinato a occupare il suo posto a lungo.

La scelta è molto importante per ragioni per il ruolo della Corte e per la battaglia politica che lascia presagire: c’è il piano politico e quello relativo al lavoro dei giudici. Questi sono chiamati a decidere di grandi questioni quali il diritto all’aborto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, le armi, le dispute tra Stati e Washington o la riforma sanitaria. In questi anni, grazie a Kennedy nel caso del matrimonio e grazie a Roberts, che pure è un conservatore puro in materia etica, sulla Sanità, la Corte ha preso decisioni in sintonia con la società Usa. Le nomine di Obama, due donne appartenenti a minoranze, avevano anche trasformato l’immagine della Corte stessa. La possibilità che Trump, se qualcuno dovesse lasciare, cambi la maggioranza, fa tremare i polsi a molti negli Usa.

Specie dopo che i repubblicani hanno bloccato e impedito per un anno la nomina della persona scelta da parte di Obama, il giudice Merrick Garland, un moderato che avrebbe cambiato la maggioranza, ma che non la avrebbe spostata drasticamente a sinistra – Garland sarebbe stato con Kennedy il centro della Corte. E qui veniamo alla questione politica. In questi dieci giorni Trump ha mostrato di non voler fare compromessi né prigionieri. La nomina di un conservatore come Gorsuch è l’ennesima riprova. Cosa faranno i democratici? I repubblicani, appunto, hanno impedito la nomina per un anno e loro potrebbero fare lo stesso. A quel punto, si aprirebbe una partita procedurale: per la nomina servono 60 voti.

[divider]Il processo di nomina[/divider]
Audizione presso al Commissione giustizia (11 repubblicani, 9 democratici), voto delal Commissione, dibattito in Senato e voto. In aula c’è la possibilità del filibuster, l’ostruzionismo, per aggirare il quale servono due terzi dei voti (60 su 100). I repubblicani ne hano 52. In caso di opposizione estrema dei democratici, il Grand Old Party potrebbe decidere di cambiare le regole del Senato abolendo o modificando le regole del filibuster. Una cosa che ha senso, ma che fatta senza un consenso bipartisan e dopo che i repubblicani lo hanno usato molte volte sotto Obama per impedire alle leggi di procedere, sarebbe una rottura clamorosa con la tradizione. Il senatore repubblicano McCain ha fatto sapere di non essere esattamente d’accordo.


Cosa faranno i democratici? La scelta di abbandonare le commissioni per la nomina dei Segretari al Tesoro e alla Sanità è un segnale. Alcuni senatori temono che in caso di ostruzionismo, il loro seggio potrebbe essere a rischio. Il leader democratico in Senato, Schumer, ha però dichiarato: «L’onere è sul giudice Gorsuch che deve dimostrare di essere parte di un filone culturale mainstream (non un partigiano conservatore, ndr), in questa  era serve un giudice disposto a difendere con vigore la Costituzione dagli abusi del potere esecutivo e proteggere i diritti costituzionalmente sanciti di tutti gli americani. Dato il suo curriculum, ho seri dubbi sulla capacità del giudice Gorsuch di soddisfare questi requisiti». Altri gli hanno fatto eco spiegando che le scelte di Trump sull’immigrazione e quella di licenziare il Procuratore generale ad interim Yates per essersi rifiutata di difendere quell’ordine, saranno determinanti per la loro scelta. «Se su questi temi il giudice non darà risposte chiare, userò tutti gli strumenti legali per impedirne la nomina» ha detto Blumenthal, un altro senatore democratico.

La nomina del giudice, insomma, ha tutta l’aria di diventare una lunga battaglia procedurale e politica e durare mesi. Non c’è giorno che la presidenza Trump non regali colpi di scena. Non si può dire che ci si annoia, ma si può senza dubbio affermare che ci si preoccupa.

Viareggio e il cuore sonante di Moretti

Mauro Moretti durante il convegno ''il Messaggero dellEconomia.Obbligati a crescere''. Roma 5 ottobre 2016, ANSA/GIUSEPPE LAMI

Era il il 3 luglio 2009. Quattro giorni dopo l’incidente di Viareggio: un treno che diventa bomba e brucia la stazione, le strade, le case, le auto tutte intorno. 33 morti e 25 feriti. 11 sono morti immediatamente, gli altri si sono consumati per le ustioni nei mesi successivi.

«Uno spiacevolissimo episodio» lo definì l’allora amministratore delegato di RFI e Ferrovie. Lo disse quattro giorni dopo l’incidente, con l’odore di GPL bruciato che non si era ancora alzato dalle strade, audito al Senato per riferire sull’incidente: «“Vi prego di considerare che quest’anno, per la sicurezza  abbiamo ulteriormente migliorato: siamo i primi in Europa”, disse Mauro Moretti, come se i morti e il dolore possano essere un fastidioso intoppo nel raggiungimento degli obiettivi di bilancio.

Del resto 24 ore dopo l’incidente Moretti, arrivando in comune, annunciò tronfio che lui non c’entrava nulla e che la sua azienda non avrebbe sborsato un soldo. Ci sono uomini che sul cuore hanno il timbro delle matrici dei libretti degli assegni, si vede.

Un anno dopo il Presidente della Repubblica (il sempiterno Napolitano) decide di insignirlo con la medaglia di Cavaliere del Lavoro. Del resto la politica stravede per Moretti: nominato da Berlusconi, confermato da Letta e addirittura promosso a capo di Finmeccanica da Renzi che sul merito ha costruito una bella fetta della sua favoletta elettorale. Quando i magistrati chiesero per Moretti una condanna a 16 anni il ministro Delrio corse dai giornalisti a difenderlo come i fan con il loro cantante del cuore.

Ieri in primo grado Moretti è stato condannato a sette anni per disastro colposo, incendio colposo, omicidio plurimo colposo e lesioni gravissime. Lui dice che non ci pensa nemmeno a dimettersi. Figurati. Certo siamo solo al primo grado di una Giustizia che deve fare il suo corso. Ma la cautela è una virtù. E la sensibilità anche.

Buon mercoledì.

Il diritto negato allo studio. Sinistra e M5s uniti nella battaglia

Il corteo degli studenti sfila per le vie del centro di Torino dopo la manifestazione organizzata a sostegno del diritto allo studio,14 Dicembre 2013. The march of students through the streets of Turin after the rally organized against the austerity policy of Enrico Letta's government and in support of the right to education, December 14, 2013. Protesters clashed with police and launched colour bombs which emitted a red smoke. Police used batons in response and several arrests followed. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Strano ma vero, sul tema della garanzia del diritto allo studio si sono ritrovati d’accordo gruppi parlamentari di Sinistra italiana, Possibile, Movimento 5 Stelle e udite udite anche esponenti del Pd. «Grazie alla nostra proposta di legge, non per intese tra di loro», precisa sorridendo Andrea Torti coordinatore nazionale di Link-Coordinamento Universitario. Ma tant’è, in mezzo a tante divisioni, congressi, febbri e maldipancia preelettorali sembra un fatto positivo che alcune forze di opposizione – con innesti Pd – si schierino per un diritto fondamentale, sancito dalla Costituzione, agli art.34 e art.3. E cioè che tutti i capaci e meritevoli siano messi nella possibilità di studiare, con tanto di borse di studio – così si legge – e che gli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona umana debbano essere rimossi dallo Stato.

Ci piace ricordare questi principi perché lo Stato italiano se n’è dimenticato negli ultimi anni. Con la scusa della crisi e dei tagli orizzontali i governi di destra ma anche di sinistra hanno falcidiato il diritto allo studio. Così come le Regioni, alle quali è demandata una parte dei finanziamenti, non ce l’hanno fatta, anche perché hanno ricevuto meno risorse dallo Stato. Il risultato non è da poco: ci ritroviamo con una perdita di immatricolazioni e di abbandoni universitari che ci collocano nella blacklist europea. Negli ultimi dieci anni abbiamo perso circa 40mila matricole. I dati europei ci collocano agli ultimi posti per numero di laureati. E questo non è un dato da poco. Significa meno sviluppo della conoscenza, meno innovazione, meno crescita per quei territori che ospitano le università. Il rapporto tra lo studio e lo sviluppo economico non è uno sfizio radical chic, è un dato provato dai fatti. Non a caso risultano più in crescita le economie di quei Paesi che pur negli anni di crisi hanno investito nella scuola e nell’università e naturalmente nel mondo della ricerca.

Da soli gli studenti hanno lanciato un anno fa la campagna All in! Iniziando a raccogliere le firme per una legge di iniziativa popolare. La raccolta ha prodotto 57mila firme e adesso la proposta di legge è stata sottoscritta con le firme di un ampio schieramento politico. Oggi la presentazione alla Camera dei deputati con deputati di Sinistra italiana (Annalisa Pannarale), M5s (Gianluca Vacca) e altri di Possibile e anche del Pd. «Chiediamo al parlamento e a tutte le forze politiche di discutere e approvare questa proposta di legge» dicono i promotori di All in!. E intanto chiedono al nuovo ministro dell’Istruzione di convocare un tavolo «per definire i Livelli essenziali delle prestazioni del diritto allo studio dove porteremo le nostre proposte». Perché adesso, come spiega Andrea Torti, la situazione in Italia è a macchia di leopardo dove spicca il limbo in cui finiscono gli studenti  idonei per il loro reddito familiare ma che non  ricevono la borsa di studio perché non ci sono risorse. Dal 2002 al 2012 sono stati 25mila coloro che non hanno potuto usufruire di un aiuto per poter studiare. Qualche risultato nell’ultimo anno è stato raggiunto con l’innalzamento della soglia del modello Isee. «Quasi tutte le regioni si sono adeguate ad eccezione di due, Campania e Molise che sono ancora al di sotto dei 16mila euro», dice Andrea Torti. «Noi con la nostra proposta di legge abbiamo fissato il tetto massimo per tutti a 23mila euro. Su questo il governo può fare molto, non è necessario un grande sforzo». I promotori della campagna All inn! sottolineano il punto dolente del diritto allo studio in Italia: «l’ottica assistenzialista con cui le amministrazioni hanno fino ad oggi gestito la materia, quasi che vigesse la logica della «beneficenza» piuttosto che l’obbligo, da parte delle istituzioni, di garantire un diritto».

«La nostra legge ha più punti – continua Torti – occorre un grande finanziamento per far entrare il nostro Paese nei parametri europei e ma bisogna fare chiarezza nel finanziamento del diritto allo studio, comprese le competenze tra Stato e Regione. Bisogna fare in modo che le borse di studio in Italia vengano coperte tutte, e che la figura dello studente idoneo non beneficiario di borse di studio, vada eliminata. E questo il governo lo può fare, per questo abbiamo chiesto di convocare subito un tavolo sui Lep, i livelli essenziali di prestazione. Poi nella proposta chiediamo borse di studio per più studenti e quelli che hanno un reddito superiore al tetto previsto oggi, devono avere comunque i servizi del diritto allo studio, alloggi, mense». Non solo. Viene fatta anche la proposta di un reddito di formazione che già esiste in altri Paesi europei, «uno strumento per dare indipendenza agli studenti senza la logica familista come avviene ora in Italia» e che si intreccia, almeno idealmente, nel dibattito sul reddito di cittadinanza adesso al centro del dibattito di alcune forze politiche. Anche se la logica dell’assistenza ai poveri sembra prevalere su tutto il resto.
Secondo quanto riportato dall’ultimo rapporto sull’educazione dell’Ocse,  si legge nella presentazione del testo di legge, «l’Italia spende per l’università circa lo 0,9 per cento del proprio Pil, di cui solo una quota pari allo 0,04 destinata al diritto allo studio e l’80 per cento degli studenti italiani non riceve una borsa di studio, in Francia la percentuale è del 70 per cento; la percentuale scende al 60 per cento in Germania, mentre in Olanda addirittura al 4 per cento». Da qui si comprende come in Italia vi sia uno dei tassi di abbandono universitario tra i più alti d’Europa, il 18,5 per cento, ben al di sopra di altri Stati come Olanda, pari al 7 per cento, o Gran Bretagna, pari all’8,5 per cento.

Ecco i nomi dei parlamentari che hanno sottoscritto il testo: Pannarale, Civati, Vacca, Giancarlo Giordano, Scotto, Airaudo, Bordo, Brignone, Costantino, D’Attorre, Duranti, D’Uva, Farina Daniele, Fassina, Fava, Ferrara, Folino, Fratoianni, Luigi Gallo, Gregori, Kronbichler, Maestri, Marcon, Martelli, Matarrelli, Melilla, Nicchi, Paglia, Palazzotto, Pastorino, Pellegrino, Piras, Placido, Quaranta, Ricciuti, Sannicandro, Zaratti.

Il sindacato irlandese: «L’Europa ha perso legittimità agli occhi dei giovani e dei lavoratori»

Jack O’Connor, il Presidente di Siptu, il più grande sindacato irlandese, ha lanciato un nuovo j’accuse contro le politiche di austerità in Europa.

Come riporta Martin Wall per il Irish Times, in occasione di un celebrazione commemorativa, svoltasi ieri a Dublino, O’Connor ha chiamato in causa i partiti europei della destra, sostenendo che avrebbero potuto «tutelare milioni di vite di cittadini europei dall’indigenza e dalla disperazione attraverso un piano di investimenti pubblico volto a mitigare gli effetti dell’austerity».

«La solidarietà condizionale all’implementazione di misure di risparmio draconiane ha condannato un numero imprecisato di cittadini europei alla disoccupazione, all’emigrazione, se non alla miseria», ha rincarato O’Connor, prima di screditare anche il progetto di integrazione europea: «Ha perso di legittimità agli occhi di milioni di lavoratori e giovani».

O’Connor ha poi criticato i criteri del Patto di stabilità e crescita e chiamato in causa i partiti della sinistra europea: questi ultimi dovrebbero riportare al centro della politica «i diritti dei lavoratori».

E se ha accusato i rappresentanti della socialdemocrazia per aver «bruciato» un capitale immenso, partecipando ai governi delle destre, non ha risparmiato neanche la sinistra radicale: «C’è una sinistra frammentata, che si definisce soltanto in rapporto a ciò che avversa, e che non propone una visione di ciò che vuole».

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