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«Se non hanno più pane, che giochino a golf»

Il ministro dello Sport, Luca Lotti, durante la cerimonia di consegna dei Collari d'oro al Coni, Roma, 19 dicembre 2016. ANSA/FABIO CAMPANA

Niente, non ce la fanno. Ci siamo anche dovuti ricordare che Luca Lotti è ministro ascoltandolo ieri mentre frignava per convincerci che la Ryder Cup (il torneo internazionale di golf che è già costato 60 milioni di euro inseriti nella legge di Bilancio del novembre scorso e che ne prevedeva altri 97 in un emendamento inserito nel Decreto Salva Banche in discussione in questi giorni) rischia di saltare per colpa, dice Lotti, di “quelli che già in passato hanno gioito per altre significative rinunce” riferendosi al M5S che ha sollevato il caso.

E fa niente se è stato il presidente del Senato Grasso (suo compagno di partito) a dichiarare l’emendamento irricevibile: in effetti cosa c’entri il golf con il decreto “salva banche” (già orripilante di suo senza bisogno di tanti aiutini) sfugge a molti. Un emendamento che del resto fotografa perfettamente l’insopportabile protervia di un governo che si crede furbo nello sperare di non essere scoperto: la marchetta Ryder Cup hanno provato a inserirla nella legge di Bilancio (oltre ai 60 milioni già detti) ma è stato stralciato durante il lavoro in Commissione (sarebbe stato l’ultimo atto del governo Renzi, non proprio una genialata, eh); poi ci riprovano con il Decreto Fiscale ma gli va male; nel decreto “salva banche” riesce a passare indenne in Commissione ma ora si ferma di fronte a Grasso. Quando la perseveranza diventa diabolica si chiama impunità.

Dice Lotti che l’evento porterebbe almeno 400 milioni di euro tra guadagni diretti e indiretti ma se qualcuno gli fa notare che la questione non è la Ryder Cup ma il losco atteggiamento di chi vorrebbe fare lo scaltro simulando trasparenza ha risposto: «Oggi in Senato il presidente Grasso non ha bocciato l’emendamento nel merito, e questo in molti fanno finta di non capirlo». Che vuol dire, sappiatelo, che ci riproverà nel prossimo Milleproroghe. Perché ormai è una questione personale, per lui. Mica per il golf. Una sfida personale. Come quell’altro.

Buon giovedì.

Due anni di governo Tsipras. Nefeloudis: «Vi racconto cosa abbiamo provato a fare»

epa05756334 Greek's Prime Minister Alexis Tsipras (R) is welcomed by his Portuguese counterpart Antonio Costa (L) at the arrival for the second summit of the European Union Southern Countries held at Belem Cultural Center in Lisbon Portugal, 28 January 2017. The heads of state and Government of Cyprus, Spain, France, Greece, Italy, Portugal and Malta, are taking part in the second summit of the European Union Southern Countries seeking common politics to migration, economic growth, investment and convergence, security and defense. EPA/JOAO RELVAS

Lavoro e welfare. Cosa insegna l’esperienza greca? Ne discutiamo con Andreas Nefeloudis, segretario generale del ministero del Lavoro greco. Economista, nel novembre del 1974, appena maggiorenne è stato incarcerato dai Colonnelli nella terribile isola deserta di Gyaros per via della sua partecipazione nel coordinamento dell’occupazione del Politecnico di Atene, occupazione repressa con l’invasione dei carri armati. Nefeloudis ha seguito tutte le avventure e disavventure del comunismo democratico greco, dopo la dissoluzione del Partito Comunista, da Synaspismos fino a Syriza.

Il 25 gennaio 2015 Syriza e Alexis Tsipras vincevano le elezioni in Grecia. Cosa ha trovato Syriza quando siete arrivati al governo?
Quasi 200mila persone prendevano uno stipendio sotto ai 100 euro al mese, il mercato del lavoro era messo molto male, decine di migliaia di lavoratori rimanevano ancorati ad aziende chiuse ma non andate in fallimento in maniera da continuare a ricevere il sussidio di disoccupazione. C’erano persone che dopo 20 mesi senza stipendio e senza reddito non potevano avevano diritto al sussidio, il lavoro nero era arrivato a quota 20%, la disoccupazione ufficiale al 30% e  grazie alla deregolamentazione completa i contratti a livello aziendale superavano quelli di categoria, per non parlare dell’abolizione dei contratti nazionali. Ogni datore di lavoro poteva denunciare gli accordi della sua categoria e disconoscere i relativi contratti. Per la prima volta in Grecia il ministro del Lavoro poteva decidere il livello di salario minimo senza consultazione o trattative tra le parti. Così i ministri del Lavoro di Pasok e Nuova Democrazia ne hanno approfittato per abbassarli in nome della “competitività” dell’economia greca. Intanto più di 2 milioni di greci erano rimasti senza assistenza sanitaria. In quegli anni, insomma, l’onda lunga delle politiche neoliberiste avviate negli anni 90 si è infranta sulla Grecia.

Da dove ha cominciato Syriza?
Per prima cosa abbiamo aperto le porte del ministero del Lavoro e del governo ai lavoratori, abbiamo imposto alle istituzioni di confrontarsi con le parti durante le trattative (già dall’accordo che abbiamo firmato a luglio 2015), gli stipendi devono essere il risultato della contrattazione tra lavoratori e imprenditori, non possono essere stabiliti per decreto governativo. Oggi non solo vogliamo ripristinare la contrattazione collettiva ma garantirla e per questo abbiamo formulato la nostro proposta di riforma costituzionale. La proposta di Alexis Tsipras prevede che la contrattazione collettiva e il salario minimo siano obbligatoriamente garantiti dalla contrattazione delle due parti.

La Grecia ha ancora un tasso occupazionale tra i peggiori dell’Ue, e quasi la metà della popolazione giovanile è disoccupata (48,3%). Sulle politiche del lavoro, quanto è cambiato in questi due anni?
Sì, la disoccupazione in Grecia è altissima al 22,8%, e non siamo certo fieri se ancora un greco su quattro non ha un lavoro dignitoso. Ma quando Syriza ha preso il governo sfiorava il 30%. Perciò abbiamo abbassato la soglia della disoccupazione, con più di 100mila posti di lavoro veri nel 2016.

Quali interventi siete riusciti a portare a termine?
Sapevi che in Grecia esistono due salari minimi? È un precedente che non esiste né in Europa né in nessun’altra parte, che stravolge ogni concetto di legalità e di giustizia sociale. Abbiamo un salario minimo di 586 euro per quelli che hanno più di 25 anni e un altro salario minimo per quelli che ne hanno di meno, che ammonta a 492 euro lordi. Una cosa inaudita, anticostituzionale, contro i diritti e fuori del buon senso. Noi prepariamo la abolizione di salario minimo per i giovani basandoci sui principi fondamentali di giustizia e di eguaglianza. La nostra è una grande battaglia aperta contro lo sfruttamento dei giovani, abbiamo intensificato i controlli e prepariamo una nuova legge per garantire loro diritti nei luoghi di lavoro, prevedendo anche severe sanzioni contro le imprese che utilizzano il lavoro nero.

A inizio settimana, l’Esm ha dato il via libera per l’alleggerimento del debito greco del 20%. Intanto, la ministra del Lavoro Efi Axtsioglou ha definito «inaccettabili» le richieste dell’Fmi sulle questioni del mercato del lavoro. Perché sono inaccettabili?
Il Fondo monetario internazionale vuole la completa liberalizzazione dei licenziamenti collettivi in Grecia, vuole che ogni datore di lavoro in Grecia possa licenziare quando e come vuole senza il minimo obbligo di controllo da parte delle istituzioni pubbliche. L’Fmi insiste per la completa deregolamentazione delle relazioni di lavoro, la liberalizzazione del mercato del lavoro e l’abolizione di tutta la rete di protezione delle libertà sindacali. Le sue proposte, deve esser chiaro, non possono essere accettate dalla società e dal governo greco. Su queste questioni il Fmi deve cambiare rotta. Per ciò che riguarda i licenziamenti collettivi noi proponiamo che resti la legislazione protettiva che abbiamo oggi, che è simile a molte altre in Europa. Il Tribunale Europeo ha dato ragione al nostro governo che insiste che deve esistere un’autorità pubblica che controlla i licenziamenti collettivi. Intanto, cerchiamo di creare una rete di alleanze in Europa per poter rivendicare e garantire i nostri diritti.

E Schäuble ha aperto alla possibilità di un intervento solo europeo – «L’Fmi non è fondamentale per salvare la Grecia», ha detto. È plausibile una soluzione alla Schäuble?
La proposta di Schäuble sembra anche una trappola, perché dice che nel caso che il Fmi non dovesse partecipare al programma della Grecia, sarebbe l’Esm ad assumersi la responsabilità dell’intervento, dopo un nuovo accordo e nuove misure di austerità. Due ipotesi che non potremmo accettare.

La ministra del Lavoro Efi Axtsioglou ha detto: «Abbiamo già avuto un surplus che ci ha dato l’opportunità di concedere dei benefici sociali». Quali forme di reddito minimo e quali misure di contrasto alla povertà avete introdotto?
Efi Axtsiogliou dice bene. Quello che abbiamo già fatto è stato dare la cosiddetta tredicesima a certe categorie di pensionati, a quelli con pensioni sotto gli 800 euro, restituendo a livello materiale e simbolico tutti i tagli che siamo stati costretti a fare alle pensioni. Mi spiego meglio: nel biennio 2016-2017 abbiamo tagliato 584 milioni di euro dalle pensioni più alte e con questa misura abbiamo dato ai pensionati 630 milioni, potendo restituire alle persone con le pensioni basse molto di più del taglio complessivo, nel dicembre del 2016. La nuova finanziaria per il 2017 prevede il sussidio sociale contro la povertà, già sperimentato in 30 comuni. Questa misura prevede un sussidio di 200 euro per ogni persona senza reddito o con redditi bassi, rilanciando con nuove forme i provvedimenti della prima legge del governo di Syriza, la cosiddetta “Legge contro la crisi umanitaria”. Adesso, con la finanziaria 2017, le persone che hanno bisogno potranno avere un sostegno per pagare l’affitto, corrente elettrica e acqua gratuita, tessera di trasporti gratuita per i disoccupati, tessera sociale per prendere alimenti di prima necessità dai supermercati e fondi per i vari sussidi famigliari. Non siamo stati fermi nemmeno un giorno nel combattere impoverimento e povertà, cerchiamo di allargare e migliorare servizi e aiuti materiali. Posso dire che il nostro governo è orgoglioso di non aver lasciato nemmeno una persona del nostro Paese senza assistenza sanitaria, compresi gli immigrati e i profughi.

Quello che in Grecia già puzza di vecchio, in Italia è nel fior fiore della gioventù: deregolamentazione, voucher, licenziamenti… come la vedete da Atene?
Il referendum contro i voucher in Italia mi sembra una grande vittoria del movimento sindacale, 3,3 milioni di firme raccolte sono un numero impressionante. Ed è una buona occasione per dirsi contrari alla sostituzione del lavoro vero con un atipico voucher. Il nostro governo non ha avuto il minimo dubbio e nella sua strategia intende abolire i voucher imposti dall’Europa. I governi europei – specialmente quelli con alti tassi di disoccupazione o di orientamento progressista – anche se sono costretti a sopportarli, devono stare molto attenti nell’applicare misure di deregolamentazione del lavoro, anzi devono spingere per l’abolizione dei voucher nel mercato di lavoro. In Grecia, intanto, su iniziativa delle nostra ministra del Lavoro, abbiamo abolito i voucher nei programmi del ministero e per qualsiasi cosa siamo in diretto contatto con i disoccupati. Il voucher non può sostituire né il salario minimo, né il lavoro occasionale. L’unica risposta alla disoccupazione è un lavoro vero, dignitoso, protetto e garantito per far prosperare le famiglie, la società e i nostri Paesi. Il governo di Alexis Tsipras in Grecia lavora in questa direzione.

Cosa pensa veramente Berdini di Virginia Raggi

L'assessore all'Urbanistica e infrastrutture del comune di Roma Paolo Berdini al termine dell'audizione in commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle citt?? e delle loro periferie, Roma, 07 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

«Smentisco di aver mai conosciuto questo ragazzo, che si è avvicinato a un gruppo di amici che, come succede a tutti noi, parlano delle loro cose». E quindi parlano liberamente. Così Paolo Berdini, assessore all’Urbanistica del comune di Roma, smentisce il colloquio pubblicato invece da La Stampa e subito finito in cima a tutte le rassegne stampa, in apertura di tutti i siti. «Questo mascalzone», dice, «ha registrato un colloquio che ovviamente è privato. La Stampa non ha fatto alcuna intervista: io d’altronde sono mesi che non ne faccio». «Mascalzone», «piccolo delinquente», «disgraziato». Berdini non nasconde la rabbia e, anche se poi parla di «una professione meravigliosa», non risparmia gli insulti al cronista, il collega Federico Capurso, che però sarebbe colpevole solo di aver lasciato intendere che le frasi di Berdini gli fossero state concesse per la pubblicazione, quando invece si tratterebbe di una conversazione origliata, di cui certo si potevano rendere noti i contenuti, indiscutibilmente rilevanti, rendendoli però nel loro contesto originale.

La Stampa ha confermato i virgolettati con questa nota: «Questa mattina», scrive il giornale, «l’assessore del Comune di Roma Paolo Berdini ha smentito di aver rilasciato delle dichiarazioni al nostro giornale sulla giunta di Virginia Raggi. La Stampa conferma parola per parola il colloquio con l’assessore Berdini pubblicato nell’edizione odierna a firma del giornalista Federico Capurso. Se umanamente si può comprendere l’imbarazzo dell’assessore, questo comunque non giustifica in alcun modo gli inaccettabili giudizi che Berdini ha pronunciato sul collega per cercare di smentire quanto riferito».

Origliato o no, certo è che quando Berdini dice della giunta Raggi è rilevante. Un giudizio che Berdini conferma, peraltro, nella smentita, pur aggiustando il tiro. E se questo è quello che scrive Capurso: «Intorno a lei una banda, una corte dei miracoli. È stato fatto un errore dopo l’altro. I grand commis dello Stato, che devo frequentare per dovere, lo vedono che è impreparata. Ma impreparata strutturalmente, non per gli anni. Se vai, per dirne una, a un tavolo pubblico dici che sei sindaco di Roma spiazzi tutti. Lei invece…». Berdini ai microfoni di Rainews24 spiega meglio: «Sono cose che ho già detto. L’impreparazione di cui parlo è però di tutti noi assessori, di tutta la macchina. Anche mia, perché anche io, che come voi sapete conosco molto bene la mia città, non sapevo, non immaginavo il baratro che invece ho trovato. Il fatto che io abbia detto a tre miei amici che la giunta Raggi è impreparata lo posso confermare, ma perché questa città è messa in ginocchio e io, come tutti i miei colleghi di giunta, non pensavo fossimo arrivati a questo punto del baratro».

La verità, probabilmente, è nel mezzo. Chi conosce Berdini e più volte ci ha parlato sa che l’assessore ha un giudizio molto severo sui primi mesi della giunta Raggi. Pubblicamente, Berdini, ha peraltro chiesto un passo indietro di Marra e Romeo ben prima che arrivassero l’arresto del primo e le polizze del secondo. Berdini si è sempre detto incredulo, tra mille sospiri, come infatti scrive il cronista de La Stampa, rispetto alla scelta di Raggi di farsi blindare da un mondo così vicino alla destra romana, ha sempre anche cercato una ragione che non fosse solo politica (oggi La Stampa gli attribuisce dubbi su una relazione tra Romeo e Raggi: lui però smentisce quel passaggio), e si è sempre lamentato della «banda» che circonda la sindaca, come d’altronde fanno rappresentati anche ufficiali del Movimento – a cui Berdini non è iscritto.

Non dice, Berdini, cose così diverse, per dire, da quelle che dice Roberta Lombardi, deputata 5 stelle. Però Berdini pensa che l’amministrazione Raggi possa ancora ingranare. E, soprattutto, si accontenta di poter fare il suo, di poter lavorare sullo scandalo dei piani di zona, ad esempio, una delle più grandi speculazioni della Capitale, fatta sulla pelle di migliaia di famiglie che avevano diritto a comprare immobili di nuova costruzione a prezzi calmierati e che invece sono state truffate e oggi rischiano lo sfratto.

Anche se la visione è stata spesso diversa da quella della sindaca, Berdini non si è mai lamentato. «Io ho detto la mia poi la sindaca ha deciso diversamente ma è giusto così: l’ultima parola è la sua», diceva ad esempio, vantandosi di non aver ricevuto alcuna consegna del silenzio, quando Raggi ha detto No alla candidatura olimpica, mentre lui proponeva di rivedere il progetto puntando sui tram e sulla riqualificazione di impianti sportivi già esistenti, per non rinunciare ai molti fondi. Anche sullo Stadio, Berdini è su una posizione più contraria di quella della sindaca, tentata invece dal dare ragione ai tifosi della Roma. Berdini anche lì ha dovuto registrare la sostanziale volontà di fare lo stadio e oggi si dice convinto però che il suo lavoro sarà almeno servito a strappare un taglio di cubature, di quelle non direttamente collegate allo stadio e che sono però il vero interesse dei costruttori, rispetto a un progetto su cui la giunta Marino ha già comunque impegnato il Comune.

Per questo Berdini ha sempre detto di non voler lasciare. E lo dice anche questa mattina («Stai parlando con un cretino», dice a noi, «ho sbagliato, non mi sono accorto e così le cose sono uscite ingigantite rispetto a quello che ho sempre detto») quando le opposizioni, invece, gli chiedono di esser conseguente e dimettersi e quando i più vedono nell’uscita su La Stampa l’assist perfetto per farsi allontanare e non mettere la sua firma sul progetto dello stadio. Per la giunta Raggi però sarebbe l’ennesimo addio, peraltro di un assessore che “copre” a sinistra, con Luca Bergamo, assessore alla Cultura, una giunta altrimenti schiacciata a destra dall’ombra di Marra.

«La Brexit potrebbe avere effetti dirompenti sul sistema finanzario Ue»

epaselect epa05768060 British Prime Minister Theresa May (3-R) during an informal summit meeting of EU leaders in Valletta, Malta, 03 February 2017. The European Union (EU) leaders will address the migration situation, focusing on the Central Mediterranean route and Libya, and are set to discuss the future of the EU after Brexit. EPA/DOMENIC AQUILINA

Secondo il nuovo “policy paper” del think tank Bruegel, la Brexit potrebbe avere effetti dirompenti sulla struttura del sistema finanziario europeo.

Gli autori dello studio – André Sapir, Dirk Schoenmaker e Nicolas Véron – scrivono che lo spostamento del baricentro finanziario da Londra all’Europa continentale potrebbe provocare una perdita di 30mila posti lavoro nella City. Ma oltre a indicare i costi per il Regno Unito, l’analisi mette l’accento anche sui rischi per l’Unione europea.

Il pericolo più grande per l’Europa è legato alla possibilità che si scateni una competizione al ribasso, in termini di regolamentazione, tra alcune metropoli del Continente – nello specifico, Amsterdam, Dublino, Francoforte, Parigi vengono citate come le papabili alternative a Londra. L’obiettivo? Accaparrarsi il titolo di nuovo centro finanziario europeo. Il documento di Sapir, Schoenmaker e Véron presenta quindi delle policy per affrontare lo scenario critico.

In primo luogo, andrebbe rafforzata la supervisione finanziaria dell’Ue (fino ad oggi, volente o nolente, l’Ue si è affidata molto al controllo esercitato dalle autorità britanniche sulla City) tramite l’Esma (l’Autorità europea degli strumenti finanziai e dei mercati), fondata nel 2011 e con sede a Parigi.

In secondo luogo, va rinforzata l’Unione bancaria con schemi che definiscano la condivisione del rischio per l’Eurozona legata ai depositi bancari. In sintesi, la risposta all’uscita della City dall’Ue deve essere una maggiore integrazione finanziaria tra i diversi Paesi Ue.

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Lo schiaffo di Trump ai Sioux: l’oleodotto si farà

epa05606383 A handout picture made available by the Morton County Sheriff's Department shows protesters holding placards during a demonstration against the North Dakota oil pipeline project, along the Dakota Access Pipeline construction site, in Morton County, North Dakota, USA, 27 October 2016. EPA/MORTON COUNTY SHERIFF'S DEPARTMENT / HANDOUT -- BEST QUALITY AVAILABLE -- HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Una nuova giornata di montagne russe per la democrazia americana. Quanto sta succedendo è un attacco ai contropoteri americani: media e sistema giudiziario. E un uso delle regole che tende a silenziare il dissenso e sfidare la protesta. Ovvero un restringimento degli spazi democratici contro il quale i repubblicani non sembrano volersi ribellare. L’ultima notizia, in ordine di tempo, è che l’amministrazione ha dato il via libera all’oleodotto contestato dai Sioux e da tutte le tribù native americane con lunghi presidi al freddo di Standing Rock, nel Nord Dakota.
Il progetto attraversa quattro Stati e trasporterà il greggio dai giacimenti del Dakota alle reti di gasdotti e raffinerie nel Midwest. Gli oppositori hanno ribadito molte volte come questo sia dannoso per l’ambiente. Le tribù invece ricordano come quelli siano per loro terreni sacri. Immaginate un po’ che succederebbe se si decidesse di far passare un oleodotto per Gerusalemme. Aspettiamoci battaglie giudiziarie e una resistenza molto dura da parte dei nativi e degli ambientalisti. Una marcia su Washington è già stata convocata per il 10 marzo.

 

La seconda notizia è che, utilizzando una norma procedurale mai usata o quasi, il leader della maggioranza in Senato, Mitch McConnell, ha fatto togliere la parola alla senatrice del Massachussetts Elizabeth Warren. La paladina dell’ala liberal del partito stava parlando durante una maratona oratoria pensata per rallentare il processo di conferma del Segretario alla Giustizia Jeff Sessions, noto per le aver lavorato per disincentivare il voto afroamericano in Alabama, dove è stato Procuratore generale. Warren stava leggendo una lettera di Coretta Scott King, la vedova di Marthin Luther, che, nel 1986, chiedeva che Sessions non venisse confermato giudice federale – la nomina venne bocciata all’epoca. King scriveva: «Sessions ha utilizzato il suo ruolo istituzionale per frenare il libero esercizio di voto da parte dei cittadini neri». In precedenza, Warren ha letto anche le parole di Ted Kennedy, suo predecessore e membro del comitato che bocciò Sessions definito dal senatore «una vergogna per il Dipartimento di Giustizia che dovrebbe ritirare la sua nomina e dimettersi». La regola usata da McConnell indica che un senatore non può «imputare ad altri senatori comportamenti indegni o disdicevoli». McConnell ha detto: «Era stata avvisata, le è stata data una spiegazione ha insistito», diventato immediatamente uno slogan sui social network. A Warren è stata tolta la parola e lei, è uscita dall’aula e ha letto la lettera su facebook (il video qui sotto): visto da tre milioni di persone in poche ore. McConnell ha insomma elevato Warren alla faccia dell’opposizione a Trump.

Terza notizia: il Senato ha confermato l’improbabile nomina di Betsy DeVos a Segretario all’istruzione, con due voti contrari di senatori repubblicani e il voto determinante del vicepresidente Mike Pence. È la prima volta che succede per una nomina che il vice esprima il suo voto – che è quello determinante quando il Senato è diviso esattamente a metà. DeVos è impreparata come pochi al compito, ha una preferenza ideologica per le scuole private e, durante le audizioni, ha sostenuto che non si devono bandire le armi dalle scuole, utilizzando come spiegazione «In Wyoming potrebbero doversi difendere da un grizzlie».

Oggi è attesa la sentenza del tribunale che deve dirimere la questione dell’ordine esecutivo che vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai musulmani di sette Paesi. L’amministrazione ha infatti portato in appello la sentenza del giudice di Seattle che lo invalidava. Se il tribunale dovesse decidere contro l’ordine di Trump, aspettiamoci un diluvio di tweet contro i giudici e i media. Ieri, i mezzi di informazioni sono stati presi di mira perché non raccontano di attentati perpetrati da musulmani nel mondo. L’amministrazione ha fornito un elenco di episodi mal riportati dai media. Ora, a parte che l’elenco è pieno di errori di grammatica, come nota Dana Milbank nella sua colonna, si tratta di una lista fuorviante: molti degli attentati sono finiti per giorni in prima pagina, altri non sono attentati terroristici. Nessuno vede vittime musulmane, che notoriamente sono la maggior parte dei morti negli attentati terribili che capitano in Iraq, Afghanistan, Siria.

Altre azioni dell’amministrazione in questa direzione prenderebbero troppe righe per essere ricostruite, ma gli elementi sono diversi, specie in materia di restringimento del diritto di voto. Poi c’è la politica estera da incubo. L’amministrazione Trump non ha ancora compiuto un mese.

Buona Scuola, attenzione alle 8 deleghe di cui i giornali non parlano

Bologna, 9 ottobre 2015, manifestazione degli studenti contro la Buona scuola

Non c’è solo la lettera dei 600 docenti universitari a tenere alta l’attenzione sulla scuola. C’è un altro tema molto più importante che nei giornali non appare: le otto deleghe della legge 107 (cosiddetta “Buona scuola”) che il Governo ha inviato al Parlamento. Entro il 17 marzo diventeranno attuative. In questi giorni si alternano le audizioni di sindacati e associazione in Commissione Cultura e Istruzione. In ballo ci sono temi come la formazione professionale, la scuola dell’infanzia, la valutazione, la formazione dell’insegnante, insomma i pilastri dell’istruzione. Sull’argomento abbiamo ricevuto il contributo di Bruno Moretto del Comitato bolognese Scuola e Costituzione, che pubblichiamo.

In base ai commi 180 e seguenti della legge 107, entrata in vigore il 16 luglio 2015, il governo doveva emanare entro 18 mesi 9 decreti applicativi delle deleghe contenute. Già allora forti furono le critiche per questa eccessiva delegificazione che dava carta bianca al governo su temi importantissimi. Dopo un lungo silenzio, il 14 gennaio 2017 il Consiglio dei ministri ha approvato 8 decreti applicativi che sono stati trasmessi alla Camera dei deputati per il previsto parere in data 16 gennaio.

In questi giorni le commissioni di Camera e Senato si stanno riunendo per iniziare la valutazione. Alla Camera si stanno svolgendo audizioni “informali” con associazioni e sindacati. Resta il fatto che ai sensi della legge i provvedimenti dovevano esser adottati e non semplicemente trasmessi alle camere entro tale data.

Questo modo di procedere, che conferma quello sempre tenuto dal Governo Renzi, oltre che illegittimo, mette le Commissioni parlamentari nella condizione di dovere esprimere i pareri su materie molto complesse entro soli 60 giorni.
Per di più ad ora non risulta pervenuto il prescritto parere della Conferenza Stato Regioni, necessario visto che sul sistema 0-6, sulla riforma dell’istruzione professionale, sul diritto allo studio, le Regioni hanno competenze legislative in alcuni casi esclusive e in altri concorrenti.

Innanzitutto va evidenziato che i decreti sono tutti a costo zero a parte quello sul sistema integrato 0-6, che elargisce altri 200 milioni ai servizi educativi e scuole paritarie private. E’ gravissimo che non vengano individuati investimenti sul diritto allo studio il cui esercizio è stato fortemente compresso in questi anni di crisi, tanto che sono diminuite le iscrizioni sia alla scuola dell’infanzia che all’Università.
In generale il contenuto della maggioranza dei decreti è molto pericoloso perché determinerebbe un ulteriore dequalificazione del sistema scolastico e una compressione di diritti fondamentali.

Il sostegno ai disabili? «Una presa in giro»
Scrive la federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish) sul decreto sull’inclusione: «Temi come quelli della continuità scolastica, della garanzia di sostegno adeguato, della formazione dei docenti, della qualità scolastica, della corretta valutazione delle necessità e delle potenzialità degli alunni con disabilità, della programmazione sostenibile e congruente, della rivisitazione intelligente di ruoli, competenze, responsabilità sono – in tutta evidenza – tradite e, a tratti, irrise. In termini ancora più schietti: una presa in giro!»

Fondi alle private: un provvedimento che viola la Costituzione
Scrive Il Comitato bolognese scuola e Costituzione nella sua memoria alle commissioni sul sistema integrato 0-6: «Tale impostazione di fondo di mettere sullo stesso piano scuole statali fondate sulla libertà di insegnamento e gratuite e servizi scolastici gestiti da enti pubblici e privati e a pagamento configura questo provvedimento come una palese violazione dell’art. 33 c.2 della Costituzione che vieta oneri per lo Stato a favore delle scuole e istituti di educazione di Enti e privati, arrivando a prevedere finanziamenti per la costruzione di nuovi edifici, ristrutturazioni edilizie, spese di gestione e formazione del personale». Con la conseguenza di superare anche la legge di parità n. 62/2000 .

“Costo zero” uguale efficacia zero
Scrive Tomasi Montanari sul decreto sulla cultura umanistica: «Sul piano pratico, la principale obiezione al decreto (che tra 60 giorni sarà legge) è che si tratta di un provvedimento a costo zero (art. 17, comma 1): e dunque anche a probabile efficacia zero. Ma, una volta che se ne considerino i contenuti, c’è da rallegrarsene. L’articolo 1 chiarisce i principi e le finalità del provvedimento: “il sapere artistico è garantito agli alunni e agli studenti come espressione della cultura umanistica… Per assicurare l’acquisizione delle competenze relative alla conoscenza del patrimonio culturale e del valore del Made in Italy, le istituzioni scolastiche sostengono lo sviluppo della creatività. Cultura umanistica, creatività e Made in Italy (in inglese) sarebbero dunque sinonimi: per conoscere il patrimonio culturale, la Ferrari e il parmigiano (tutto sullo stesso piano) bisogna essere creativi».

Studenti pronti ad azioni di protesta nelle scuole
Scrivono gli studenti di Link sul decreto sul diritto allo studio: «Ancora assente una legge nazionale sul diritto allo studio: gli studenti non sono stati ascoltati. …, proibitive però le norme che introducono le Iinvalsi come criterio di ammissione all’esame e accesso all’università. Apprendistato dal secondo anno delle scuole secondarie superiori, nuova forma di sfruttamento. Studenti pronti ad azioni di protesta nelle scuole».

Nessun coinvolgimento del mondo della scuola
Anche i provvedimenti di delega, come già fu per la legge 107, sono stati prodotti senza alcun coinvolgimento del mondo della scuola e finiranno per peggiorare ulteriormente il funzionamento del sistema scolastico, già messo in crisi dal primo anno di applicazione della legge, che la nostra Costituzione ha visto a garanzia dei diritti di uguaglianza e solidarietà di tutte le cittadine e cittadini. Bisogna assolutamente creare un forte mobilitazione per chiedere il ritiro di tali provvedimenti e una nuova legge delega che preveda tempi distesi per l’elaborazione di riforme cruciali per la nostra scuola.
Bruno Moretto, Comitato bolognese scuola e Costituzione

 

Il Comitato ha inviato alle commissioni istruzione della Camera e del Senato due memorie, una sul decreto n. 380 “Sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita sino a 6 anni” e l’altra sul decreto n. 384 “Valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato” che sono reperibili sul sito www.scuolaecostituzione.it

Lo chiameranno centrosinistra, sarà un’accozzaglia e invocheranno l’emergenza

Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, nel corso de 'L'intervista' di Maria Latella su Sky TG24, 5 febbraio 2017. ANSA/ UFFICIO STAMPA SKY +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Alla fine ci è cascato anche Michele Emiliano, l’ultimo aspirante anti-Renzi, in un PD in cui si invoca il congresso per l’occultamento del Matteo segretario senza capire bene poi cosa cambierebbe davvero: dice Emiliano, in un’intervista a Libero, che si immagina una coalizione che tenga insieme la sinistra arrivando fino agli alfaniani (che chissà se esistono davvero degli alfaniani, oltre ad Angelino e al fratellino dirigente per cognome), rivendicando di avere qualcosa di simile già nella sua Puglia. Dice Emiliano (quello che dovrebbe cambiare verso al raglio renziano del post-referendum) che il Nuovo Centro Destra (sì, Alfano, sempre lui) dovrebbe fare un congresso per togliere la parola destra dal proprio nome: è solo quello che gli agita lo stomaco, l’acronimo. La nuova politica di centro destra, del resto, l’hanno già inventata loro.

Dicono in molti che l’Ulivo 4.0 sarà una rivoluzione: una nuova Democrazia Cristiana (che appunto tiene dentro tutti) in cui Renzi pare essere l’unico problema, come se Renzi fosse davvero (ce ne vorrebbero convincere) un inciampo piuttosto che il naturale approdo di una mutazione genetica che il PD ha cercato per anni. Il progetto politico degli antagonisti renziani, in fondo, è cancellare Renzi: le alleanze sono le stesse, le idee programmatiche non si sanno e chissà per quale trascendentale ispirazioni quelli che hanno votato il Jobs act dovrebbero essere gli stessi che lo cancellerebbero. Boh.

Altri, intanto, lavorano per sventolare l’allarme populismo ipotizzando un accordo Lega-M5s che è fantapolitica ma torna utile per fabbricare spettri. Così alla fine staranno tutti insieme per arginare il pericolo e, miracolo già visto, il senso del dovere diventerà la loro giustificazione. Faranno un’accozzaglia, la chiameranno centrosinistra e diranno di averlo fatto per senso di responsabilità. Programmi politici? Ma che ce frega, dei programmi.

Avanti così.

Buon mercoledì.

Se l’onestà del Movimento finisce sepolta dai guai di Virginia Raggi

Rome Mayor Virginia Raggi arriveas in Campidoglio, Italy, 03 February 2017. Rome's embattled Mayor Virginia Raggi said after emerging from eight hours of questioning by Rome prosecutors that she knew 'nothing' about a 30,000 euro assurance policy written out in her name by her former cabinet chief Salvatore Romeo. Raggi was questioned in a separate probe in which she is suspected of abuse of office for appointing Renato Marra, brother of her former right-hand man Raffaele Marra, as Rome tourist chief, ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Non si arresta il fiume di sventure sulla giunta Raggi. Beppe Grillo non fa in tempo a pubblicare una lunga lista di di “successi di Virginia”, 43 per la precisione, che sulla sua beniamina romana piove un’altra tegola. È di oggi la notizia che Salvatore Romeo, ex capo della segreteria del sindaco, risulta indagato per concorso in abuso d’ufficio.
L’uomo, che “romanticamente” (almeno stando alla ricostruzione di Grillo) aveva intestato due polizze di 30mila e 3mila euro alla stimata Raggi, si trova ora fra le mani un invito a comparire domani in Procura. Più o meno quanto guadagnava da semplice funzionario pubblico quale era, prima che il primo cittadino pentastellato lo promuovesse ai vertici – con relativo balzo di stipendio che l’Anac ha “suggerito” di abbassare a soli 93mila euro. Dimessosi a dicembre, è mestamente tornato al dipartimento partecipate da cui proveniva (e al relativo stipendio di 39mila euro).

Certo, se qualcosa è chiaro ormai nella tragicomica vicenda romana a cinque stelle, è che il sindaco ha qualche problema nella scelta dei collaboratori. Salvatore Romeo, assieme a Daniele Frongia membro “onorario” del cosiddetto “Raggio magico”, è sempre al suo fianco. In ogni foto, in ogni conferenza stampa. Perfino quella di scuse riguardanti la nomina di Raffaele Marra a capo del personale, il giorno in cui venne arrestato per corruzione (16 dicembre). È Romeo ad aver presentato l’ex uomo macchina al sindaco, cosa di cui si è detto pentito. Ed è sempre Romeo a selezionare gli assessori insieme alla Raggi, a consigliarla sulle nomine, e perfino, pare, a elaborare assieme a Marra il dossier per far fuori il collega di scranno Marcello De Vito, allora sfidante della Raggi alle comunarie. Alcune responsabilità sono agli atti, altre sono ancora da dimostrare.

Ma se di Marra (indagato anche per abuso d’ufficio in concorso con Raggi per la nomina del fratello Renato a capo del dipartimento Turismo), Virginia ha potuto affermare, pur con qualche imbarazzo: «è solo uno dei 23mila dipendenti», e che «era solo un tecnico» non interno al Movimento, per Romeo questo non sarà possibile. Se è vero che l’intestazione delle polizze di cui la prima cittadina si è vista beneficiaria (rivelata da il Fatto Quotidiano e da l’Espresso), sarebbe avvenuto “a sua insaputa”, meno credibile è che Salvatore Romeo fosse solo uno dei 23mila dipendenti pubblici: nell’intestazione stessa delle polizze al sindaco Raggi è scritto per “motivi affettivi”, come ha scoperto la Procura. Della sua relazione con il sindaco sia di tipo più intimo si vocifera, fin dai tempi della famosa foto che li ritraeva insieme sul tetto di palazzo Senatorio.

Virginia Raggi ritratta sul tetto di Palazzo Senatorio insieme al suo capo segreteria Salvatore Romeo in una foto scattata da un fotografo portoghese in vacanza a Roma e pubblicata sull’account del fotografo Frederico D. Carvalho e poi ritwittata dal giornalista José Miguel Sardo.
(foto Ansa)

Ma anche se poco importa, lui si sente di doverlo specificare, nel lungo post di chiarimento sulle polizze.

A quanto uscito dall’indagine in corso, infatti, Romeo risulterebbe avvezzo alla pratica: sono circa una decina le polizze intestate a parenti e attivisti 5s, nelle quali il funzionario avrebbe investito circa 130mila euro. Su questo e sulle dubbie nomine avvenute in Campidoglio verterà l’interrogatorio. E cos’altro abbia combinato, lo dovrà spiegare domani ai pm.

Mentre Virginia dovrà spiegare al Movimento – nonostante la svolta garantista inaugurata proprio grazie alle vicende capitoline -, nella migliore delle ipotesi, l’ennesima scelta errata (e lautamente stipendiata con soldi pubblici, direbbero loro).

Un Movimento tenuto a bada a fatica, come dimostra la strategia di mandare avanti i big in difesa del sindaco: proprio ieri il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio ha annunciato l’intenzione di querelare Emiliano Fittipaldi, giornalista dell’Espresso, per aver ipotizzato un giro di corruzione legata alle polizze. Il deputato campano ha anche richiesto, sempre a nome del Movimento, le scuse dell’Ordine dei giornalisti. La storia delle polizze sarebbe tutta una bufala, e soprattutto: «Noi non dobbiamo sentirci in colpa di niente, perché non abbiamo rubato un euro a nessuno», striglia i suoi. Vero, ma certo stipendiare lautamente un dirigente arrestato per corruzione e triplicare lo stipendio a un altro, oggi indagato, non è esattamente sintomo di oculatezza e cura nella gestione del denaro dei cittadini. «Facciamo degli errori», si è difeso Di Maio «cosa che capita quando non si ha esperienza». Ma una domanda, resta: se al posto di Raggi ci fosse stato un amministratore Pd o di qualsiasi altro partito, sarebbe scattata la colpevolezza a priori. Sicuri sia un atteggiamento onesto?

Siria, la denuncia di Amnesty: migliaia di impiccati in carcere

Dopo la presa di Aleppo da parte delle truppe siriane sostenute da Russia e Iran, la Siria sembra scomparsa dai radar. Se non per parlare della guerra all’Isis. Ci sono stati colloqui ad Astana che hanno fissato un cessate il fuoco tra le parti, ma la tregua viene violata di continuo, protestano quasi tutte le parti coinvolte. In questi giorni si svolgono colloqui tecnici tra Iran, Russia, Turchia e Siria per capire come verificare la tenuta della cessazione delle ostilità – la Turchia è il garante dei ribelli e gli scambi diplomatici tra Russia e Turchia si intensificano: la settimana prossima il ministro degli Esteri turco sarà a Mosca.

I rapporti tra Mosca e la Washington di Trump prendono una strada tortuosa: i due si difendono costantemente. l’ultima è stata la difesa del presidente Usa durante un’intervista con Bill O’Reilly, che alla domanda “Ma Putin è un killer?”, ha risposto “neppure noi siamo poi così buoni”. Risposta corretta se si parla di Cile o Argentina o Iraq. Ma data così, da un presidente che ritiene la tortura uno strumento efficace, l’argomento non sembra essere quello dei diritti umani. Sembra che il prossimo ambasciatore russo a Washington sarà il vice ministro degli Esteri Anatoly Antonov, faccia russa della guerra in Siria e figura soggetta a sanzioni personali da parte degli Stati Uniti. Una scelta fatta all’epoca in cui a Mosca prevedevano avrebbe vinto Clinton, ottima per costruire una cooperazione militare contro il terrorismo – che è il punto di incontro tra l’amministrazione Trump e il presidente Putin. Consolidare la cooperazione non sarà così facile: sull’Iran le posizioni sono diverse, e la cosa significa problemi in Yemen e anche in Siria.

Un rendering della prigione di Saydnaya (Amnesty International)

Già, è in Siria che combina Assad? Un’idea possiamo farcela leggendo il nuovo rapporto di Amnesty International sulle impiccagioni di massa e le esecuzioni extragiudiziali nella prigione Saydnaya. Tra il 2011 e il 2015, ogni settimana gruppi di persone, fino a 50, sono state portate fuori dalle loro e impiccate. In cinque anni sarebbero ben 13mila, la maggior parte dei quali oppositori civili del regime di Assad.

Nella stessa prigione i detenuti erano tenuti in condizioni disumane, venivano torturati e deprivati di cibo, acqua, medicine e cure mediche. Ci sono molti elementi che fanno ritenere i ricercatori di Amnesty che le pratiche descritte nel rapporto siano ancora moneta corrente nelle carceri di Assad. I detenuti non vengono sottoposti a processo ma a una rapida messa in scena, che dura pochi minuti e si svolge in un campo da tennis. Di solito le persone rinchiuse a Saydnaya sono vittime di sparizioni forzate, spesso firmano confessioni sotto tortura, non hanno diritto ad avvocati e non sanno che saranno uccisi fino a quando non vengono portati al patibolo.


Due detenuti nel carcere di Saydnaya, prima e dopo la detenzione

 

«Gli orrori rappresentati in questo rapporto rivelano una pratica mostruosa, autorizzata ai più alti livelli del governo siriano, una vocazione a reprimere brutalmente ogni forma di dissenso», ha dichiarato Lynn Maalouf, Vice Direttore presso l’ufficio regionale di Amnesty International a Beirut. «Chiediamo alle autorità siriane di cessare immediatamente le esecuzioni extragiudiziali e le torture. Russia e Iran, gli alleati più stretti del governo siriano, dovrebbero fare pressione affinché si metta fine a queste pratiche». Amnesty chiede un’inchiesta Onu che verifichi la violazione del diritto internazionale e prefiguri il reato di crimine di guerra.

Il rapporto si basa su un’indagine di un anno, con interviste di prima mano a 84 testimoni, comprese guardie a Saydnaya, personale delle ferrovie, funzionari, detenuti, giudici e avvocati, oltre che esperti nazionali e internazionali in materia di detenzione in Siria.

Il mattatoio umano: l’animazione di Amnesty che racconta gli orrori di Saydnaya