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Carità Cristiana: la Curia accoglie terremotati e soccorritori e poi presenta il conto

Un momento dell'intensa nevicata che ha interessato la zona colpita dal terremoto di Arquatadel Tronto, 5 Gennaio 2017. ANSA/ US/ VIGILI DEL FUOCO +++ NO SALES EDITORIAL USE ONLY +++

Montemonaco è un paesino in provincia di Ascoli Piceno. Il terremoto di fine ottobre costringe i seicentocinquanta abitanti a trovare rifugio in una tendopoli di fortuna montata nel campo di calcio dagli uomini della Protezione Civile ma una tromba d’aria obbliga (ancora) l’amministrazione comunale a cercare un’altra sistemazione di fortuna.

Alla fine si decide di andare tutti a Casa Gioiosa, una “casa per ferie” (la chiama così il vescovo di San Benedetto del Tronto) di proprietà della Curia. Il sindaco Onorato Corbelli (che cerca di lenire la polemica di queste ore) racconta di avere avanzato da subito un’offerta di  7 mila euro per tre mesi “per risarcire le eventuali perdite di prenotazioni nel periodo natalizio” (in un paese terremotato, bontà sua). Offerta rifiutata. La Curia vuole 12 euro al giorno per ogni ospite. 27 mila euro in tutto.

Attenzione: gli “ospiti” (secondo lo strano concetto del vescovo che gestisce le trattative) in realtà sono rimasti accampati all’esterno: i locali interni vengono utilizzati solo come mensa e stanze per i soccorritori. E il vescovo (così caritatevole) vuole che paghino anche i soccorritori. Gli stessi, si badi bene, che si sono occupati anche di mettere in sicurezza le chiese danneggiate. Ma tant’è.

E mentre il sindaco minimizza la Curia ieri ha emesso un comunicato in cui dichiara di “non avere ricevuto un soldo ancora da nessuno, non volendo che ci fosse neppure lontanamente l’impressione che si volesse fare opera di speculazione.”

Forse stiamo peccando noi nel vederci una carità poco caritatevole. «Dar da mangiare agli affamati. Dar da bere agli assetati. Vestire gli ignudi. Alloggiare i pellegrini.» Dice il Vangelo. A 12 euro al giorno in cortile, evidentemente.

Buon venerdì.

Due velocità? Solo se tendono ad avvicinarsi

Chi decide chi sta davanti e chi resta indietro nell’Europa a due velocità? La risposta purtroppo la conosciamo già, ed è questo che ci preoccupa. A decidere per noi saranno loro, gli stessi che hanno stabilito le condizioni alle quali si è accettato che l’Italia entrasse nella moneta unica e gli stessi che hanno applicato in lungo e in largo le ricette ultraliberiste “perché ce lo chiede l’Europa”. Così, c’è da scommettere che con la doppia velocità a restare indietro non sarà soltanto questo o quel Paese – peraltro non è detto che l’Italia non finisca nella bad company – ma anche e soprattutto quelli che finora sono sempre stati lasciati indietro, anzi fuori dai vantaggi di una “integrazione” che annunciava benessere per tutti ma poi ha finito per accentuare le disuguaglianze, fino a farsi “disintegrazione”.

A noi le due velocità piacciono quando tendono ad avvicinarsi, quando chi sta davanti non opta per la volata ma volge lo sguardo all’indietro e tende la mano. Finora, nel Vecchio continente, chi si è voltato indietro lo ha fatto per assestare un calcio e cacciare ancora più in fondo chi arrancava (ricordate la Grecia?). Il timore è che chi sta in testa continui a decidere il meglio per sé e non il meglio per tutti: lo racconta bene Roberta Carlini nel nostro Primo piano a proposito della Germania, che da un lato continua a chiedere rigore e riforme agli altri Paesi e dall’altro ignora del tutto la richiesta della Commissione europea di ridurre il suo avanzo commerciale eccessivo, cioè il valore troppo elevato del suo export.
Come facciamo allora a ottenere che a decidere per noi non siano sempre i soliti? È tutt’altro che semplice ovviamente, ma possiamo iniziare tentando di chiarire su quale terreno vogliamo giocare la partita: quella del neoliberismo e della competitività o quello di un nuovo socialismo e della cooperazione? Quello che preferiamo noi proviamo a raccontarvelo con questa copertina, invitandovi a prendere atto che, nella politica italiana e non solo, gli ibridi non hanno funzionato e hanno finito per dar vita a soggetti mossi soltanto da spinte utilitaristiche, ostaggi delle ricette rigoriste, lontani anni luce dalla sovranità popolare e sicuramente non di sinistra.

L’Europa, come continente e come insieme dei suoi Paesi, si è arroccata nella tutela degli interessi di pochi, si è concentrata sull’economia dimenticandosi della politica. Allora è da lì che vogliamo e dobbiamo partire, dal modo di fare politica, dall’identificare insieme ad altri la nostra visione di futuro a partire dal “terreno di gioco” di una sinistra capace di giocare la sua partita con “coraggio, altruismo e fantasia”.

L’editoriale è tratto da Left in edicola

 

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Ora anche i renziani vogliono il congresso. E si allontana l’ipotesi scissione. Lo dice pure D’Alema

Massimo D'Alema regala a Matteo Renzi una maglietta della Roma di Totti al tempio di Adriano, Roma 18 marzo 2014. D'Alema ha regalato al premier la maglia della Roma, numero 10, quella di Francesco Totti. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Due settimane, eh, mica è passato tanto tempo da quando Massimo D’Alema al centro congressi Frentani di Roma – all’assemblea fondativa di ConSenso, il movimento dei suoi comitati per il No al referendum costituzionale – con quel «se si corre al voto senza congresso, liberi tutti» aveva innescato una serie di speranze che, tanto per cominciare, hanno fatto da miccia alle esplosive rivalità interne a Sinistra italiana. Alle parole di D’Alema era seguita un’intervista di Bersani e la scissione, il ritorno a due partiti, tipo Margherita e Ds, a molti era sembrato vicinissimo e, anche comprensibilmente, uno scenario interessante. Due settimane, invece, però son bastate per cambiare tutto, con la scissione che si allontana e una conta nel Pd che invece si avvicina. D’Alema su Repubblica ha infatti aggiustato il tiro – smontando la speranza di molti – e ricondotto la partita a una contesa interna al Pd. «L’obiettivo resta la discontinuità con la stagione renziana», ha detto a Stefano Cappellini. Ma è «un rinnovato Pd» che può riunire attorno a sé movimenti civici, personalità e creare una grande lista aperta che possa aspirare ad avere molti voti. Forse non prenderà il 40 per cento, ma ci andrebbe più vicino del Pd com’è messo ora». Il Pd, non una coalizione (tant’è che D’Alema chiude al premio di coalizione: «Non ho una particolare predilezione per i premi di coalizione», ha detto, «e non capisco bene quale sarebbe la coalizione del Pd. Pisapia ha già detto che non ci sta, quindi sarebbe da Alfano a Franceschini e Delrio. Mi ricorda qualcosa, si chiamava Democrazia Cristiana»).

Ma non ci sono solo le parole di D’Alema a rovinare lo scenario – evocato anche da Bersani – di un ritorno a un fantomatico spirito ulivista. È lo stesso Renzi che, con l’ennesimo cambio di strategia, vuole blindare tutto il Pd, tenendo tutti lì, offrendo un congresso (che ora casualmente chiedono anche i suoi) che molto poco senso aveva cercare di evitare, perché tanto (così gli dicono i sondaggi e così era facile prevedere) lo vince lui. Renzi dunque offrirà la conta interna al Pd, come vi spieghiamo sul numero di Left in edicola da sabato, e così terrà lì quelle energie che a lui sono (e gli spiace) comunque fondamentali per puntare al 40 per cento o comunque arrivare primo e poter, se non finire lui stesso a palazzo Chigi, decidere chi mandarci. Terrà lì energie che però sarebbero pure molto utili altrove. Non solo Bersani e D’Alema, si intende, ma migliaia di militanti, simpatizzanti, elettori.

Abbiamo dunque fatto bene a titolare “Liberi tutti”, spiegandovi ancora una volta (e lo fa Donatella Coccoli con gli storici Guido Crainz e Giovanni De Luna e il politologo Piero Ignazi) che fatto il Pd non si sono mai fatti i piddini e che (e questo ve lo spiega Tiziana Barillà, con un viaggio nel disastrato socialismo europeo) l’unione tra Ds e Margherita ha prodotto un partitone moderato arrivato alla Terza via quando la Terza via era già fallita e che noi, la grande coalizione in crisi un po’ ovunque ce l’abbiamo ancora al governo, con quelle che chiamiamo larghe intese, e negli scenari sul prossimo governo (dice Orfini, convintissimo della vocazione maggioritaria, che le grandi coalizioni ha prodotto: «Il Pd non ha i voti? Vediamo», ha detto, «uno si gioca la partita, poi in parlamento verifica se è possibile allearsi e su quale progetto»). E ce l’abbiamo perché è già nell’anomalo matrimonio tra i “popolari” e i “socialdemocratici” all’interno dello stesso partito, il Pd.

«Tutti cercano il nuovo Prodi. Io non smetto di cercare il vecchio Renzi», scrive Matteo Richetti. E noi allora abbiamo fatto bene a dirvi di guardare altrove, se siete della sinistra smarrita. Perché anche Podemos, per dire, ha i suoi problemi e le sue liti interne (vi raccontiamo anche questo), ma lì non si litiga per chi farà le liste elettorali ma si confrontano due modelli diversi di sinistra. Di sinistra, però.

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Romney, Podesta, Berdini: giornalismo, politica e chiacchiere da bar al tempo dell’IPhone

Ad ascoltare l’audio di Berdini pubblicato da La Stampa torna alla mente un episodio della campagna elettorale Usa del 2012 che coinvolse il candidato repubblicano Mitt Romney. Cosa hanno in comune il battagliero urbanista di sinistra romano contro e il miliardario repubblicano americano? Entrambi sono stati beccati a dire le cose sbagliate nel momento sbagliato. Nel 2012 il candidato Mitt Romney veniva pescato da un oppositore politico a dire che «il 47 per cento delle persone voterà per Obama a prescindere…dipendono dal governo, credono di essere vittime e ritengono che lo Stato abbia la responsabilità di prendersi cura di loro, pensano di avere diritto all’assistenza sanitaria, al cibo, alla casa…il mio lavoro non sarà preoccuparmi di quelle persone non potrò mai convincerli che dovrebbero prendersi delle responsabilità». Dopo quel nastro, diffuso da Mother Jones, Romney diventò il candidato dell’1%, nell’anno di Occupy Wall Street e con la rabbia verso le banche ancora forte in tutta la società americana.

In questi giorni, invece, l’assessore all’urbanistica si è lasciato andare a commenti sulla giunta Raggi con un giovane giornalista considerato più o meno un confidente, una persona con la quale poter parlare. I contenuti li conosciamo.

Due casi molto diversi di rovina politica causati da un audio registrato all’insaputa della persona che parla francamente, non rivelando qualcosa di illegale, di controverso, ma semplicemente dicendo quel che pensa. Un caso simile è quello che ha coinvolto John Podesta, capo della campagna Clinton, le cui mail hackerate da Wikileaks (o forse dai russi che le hanno passate all’organizzazione guidata da Assange) lasciavano trapelare una certa rabbia nei confronti della sua candidata. Anche in questo caso non c’era qualcosa di losco da nascondere, ma dei rapporti difficili che sarebbe stato meglio non rendere pubblici.

In ciascun caso stiamo parlando di scoop giornalistici e in ciascun caso stiamo parlando di una politica che non sa fare i conti con il mondo dei media e della tecnologia che cambia. Dalla campagna democratica, il cui server era penetrabile come il tonno che si taglia con un grissino, a Romney che si lascia andare a un «francamente noi dobbiamo proteggere i ricchi» senza pensare che non sta necessariamente parlando a una platea di soli sostenitori e che, se c’è un nemico in sala, questi ti registra e filma con un telefono. Stesso discorso per Berdini, che parla con Federico Capurso come si fa al bar, con una persona che si conosce e di cui ci si fida. In ciascun caso si tratta di errori dettati dall’incapacità di leggere il presente e il giornalismo.

Berdini, abituato a frequentare luoghi militanti della politica romana, assemblee alla fine delle quali ci si ferma a chiacchierare, chiacchiera amabilmente. Ma l’assessore all’urbanistica del Comune di Roma che si oppone allo stadio e che è una specie di corpo estraneo alla giunta 5 Stelle non può permettersi di andare al bar e parlare di quel che pensa. Quello lo può fare un urbanista di opposizione sociale che frequenta luoghi di sinistra. Berdini non è (o non era) più quello, e mentre parla con Capurso è impegnato in una trattativa complicata e importante e per questo avrebbe dovuto fare attenzione. 

I media cambiano, gli strumenti per fare uno scoop sono alla portata di tutti e il giornalista precario, come pare di capire essere Capurso dalla risposta alla domanda amichevole di Berdini, deve avere merce buona da vendere.

Chi conosce bene questa realtà, perché è cresciuto alla politica non nell’epoca dei grandi movimenti sociali ma nell’epoca della rivolta e dello sdegno telematici, sono i 5 Stelle. Virginia Raggi parla in terrazza, sta attenta a quel che dice anche in bagno. Nella loro ingenuità talvolta grottesca, i 5 Stelle che ripetono sempre le stesse frasi sono educati all’idea che ci sono microfoni ovunque. La cosa rimanda una pessima idea di cosa sia l’informazione e anche di cosa sia la politica. Quel che è certo è che, con la Brexit e l’elezioni di Trump, con gli hackeraggi e l’uso politico delle informazioni rubate o ottenute in maniera poco trasparente siamo entrati in una nuova fase. Berdini è la vittima minore. Aspettiamo di vedere cosa ci aspetta durante la campagna elettorale francese – Fillon è già stato colpito e forse affondato – e durante quella tedesca.

“Salvate il medico Ahmad”, cresce la mobilitazione ma dall’Iran il silenzio

epa05718768 An Iranian woman walk in a street in Tehran, Iran, 15 January 2017. On the first anniversary of nuclear deal between Iran and world powers. Media reported that Iran says nuclear deal will not be renegotiated, ahead of US president elect Donald Trump taking office this week. EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

Nessuna risposta dall’ambasciatore iraniano. Il senatore Luigi Manconi ieri aveva scritto una lettera al diplomatico per avere notizie sulla sorte del medico ricercatore Ahmadreza Djalali, incarcerato a Teheran con una condanna a morte che dovrebbe essere eseguita a breve. Lunedì scorso Manconi, presidente della Commissione diritti umani del Senato insieme alla senatrice Elena Ferrara e la deputata Marietta Tiddei del Comitato diritti umani della Camera aveva incontrato l’ambasciatore iraniano in Italia. Ahmadreza Djalali è un  medico ricercatore di 45 anni specializzato in medicina dei disastri che per tre anni ha lavorato al Centro di ricerca della medicina dei disastri (Crimedim) di Novara. Al momento del suo arresto, ad aprile 2016, collaborava ancora con l’Università Orientale del Piemonte, anche se viveva da un anno in Svezia con la moglie e i due figli.

La sua storia la resa nota un ricercatore del Crimedim, che ha lanciato la petizione sulla piattaforma Change.org indirizzata al presidente della Repubblica iraniana Hassan Rouani e anche al premier italiano Paolo Gentiloni, oltre al ministro degli Esteri Ue Federica Mogherini. In pochi giorni sono state raccolte circa 200mila firme.

Ma che cosa è accaduto a Ahmadreza Djalali (Ahmad)? Invitato ad un convegno in Iran, dove del resto ogni tanto si recava per visitare i parenti rimasti in patria, Ahmad è stato arrestato con l’accusa di spionaggio e incarcerato nella prigione di Evim a Teheran. Dal 25 dicembre sta effettuando lo sciopero della fame e le sue condizioni fisiche sono gravi. Come riporta il testo della petizione, «è stato obbligato a firmare una confessione dal contenuto ignoto» e adesso sulla sua testa pende una condanna a morte.

La comunità scientifica internazionale denuncia la gravità di questo atto da parte del governo iraniano e «non accetta le accuse rivolte contro Ahmadreza, e ritiene che l’unica sua “colpa” possa essere quella di aver collaborato con ricercatori di Stati considerati nemici nel corso della sua attività scientifica, volta al miglioramento della capacità operativa degli ospedali in Paesi colpiti da disastri». Nella petizione si mette in risalto la difesa della vita di Ahmad e della stessa libertà di fare ricerca scientifica. «Vogliamo difendere la libertà sua e di tutti i ricercatori che con dedizione ed impegno si dedicano al loro lavoro. Chiediamo con rispetto alle Autorità Iraniane l’immediato ed incondizionato ritiro delle accuse che condannano Ahmadreza», si conclude l’appello.

La mobilitazione è stata sostenuta da Roberto Saviano che ha legato la vicenda di Ahmad a quella di un altro ricercatore stroncato mentre stava compiendo il suo lavoro: Giulio Regeni. Anche il presidente dell’Istituto superiore di Sanità Walter Ricciardi si è mobilitato per la liberazione di Ahmad, scrivendo al suo corrispettivo iraniano.

L’associazione Nessuno tocchi Caino è intervenuta con una lettera aperta al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e al Ministro degli Esteri Angelino Alfano (per ora senza ottenere risposta) perché il Governo italiano intervenga immediatamente per salvare la vita ad Ahmadreza Djalai. «Chi in Italia lo ha conosciuto – si legge nella lettera – esclude sia una spia e pensa siano piuttosto le relazioni che ha avuto, nell’ambito del master universitario e del progetto sostenuto dall’Unione europea a cui collaborava per la gestione di emergenze radiologiche, chimiche e nucleari, con altri ricercatori sauditi ed israeliani ad averlo fatto additare dal paranoico regime iraniano come spia».

Dal primo gennaio, secondo quanto afferma Nessuno tocchi Caino, sarebbero stati 90 i cittadini giustiziati in Iran, di cui alcuni minorenni. L’associazione chiede al premier e al responsabile degli Esteri come sia possibile che uno Stato come l’Iran sia considerato un partner importante a livello internazionale quando è uno Stato in cui non vengono rispettati i diritti umani.

Espulsioni, centri di rimpatrio, lavoro obbligatorio. Ecco il piano Minniti contro i migranti

Il ministro dell'Interno Marco Minniti, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi, Roma, 5 gennaio 2017. ANSA/ETTORE FERRARI

Ieri pomeriggio, 8 febbraio, il ministro dell’Interno Marco Minniti è stato audito dalle Commissioni riunite (Affari Costituzionali di Camera e Senato). Il ministro ha annunciato alcune novità rispetto al Piano del Viminale sul contrasto all’immigrazione irregolare: espulsioni, centri di rimpatrio, lavoro obbligatorio, procedure rapide per l’asilo. I tempi? Rapidi, rapidissimi. Entro febbraio potrebbe essere tutto operativo.

Rimpatri. Il Viminale di Minniti punta tutto sull’accelerazione dei rimpatri, in vista di nuovi accordi bilaterali con Paesi terzi di origine e di transito. Su questo punto, in molti contestano il rispetto dei diritti fondamentali in diversi di questi Paesi. Un esempio su tutti, la Libia.
Dal 1 gennaio al 15 settembre 2016, le persone transitate nei Cie sono state 1.968 e di queste ne sono state rimpatriate 876, circa il 44%. I rimpatri, poi, sono anche costosi: stando ai dati di LasciateCIEntrare, dal 2011 la spesa complessiva per la loro gestione sarebbe stata di almeno 18 milioni di euro.

Richiesta d’asilo e lavori utili. Minniti auspica la soppressione del grado di giudizio: saltala possibilità di fare ricorso al decreto di rimpatrio. Una proposta in contrasto con quanto previsto dal nostro ordinamento, oltre che lesiva del rispetto dei diritti dei richiedenti asilo. Secondo le anticipazioni del ministro, poi, quest’ultimi dovranno infine svolgere obbligatoriamente «lavori socialmente utili» non retribuiti.

Cambio di nome: arrivano i Cpr. I Cie (Centri d’identificazione ed espulsione) si chiameranno Cpr (Centri permanenti di rimpatrio). Saranno sempre strutture rivolte ai cosiddetti “immigranti economici”, privi di documenti validi. Cambia la forma – diventano centri finalizzati ai rimpatri e non più carceri di tipo amministrativo – ma rimane una struttura con limitazioni della libertà personale. Resta anche la permanenza fino a 90 giorni. Attualmente in Italia sono attivi 4 Cie: Brindisi, Caltanissetta, Roma e Torino, per un totale di 574 posti disponibili di cui effettivi 359. Al 30 dicembre 2016 risultavano trattenute 288 persone.
Un numero che aumenterà: il Piano prevede infatti la riapertura di un centro per regione, con capienza totale di 1.600 posti.

La vigilanza del Garante nazionale. Nel nuovo Piano, il ministro assicura la vigilanza nei nuovi centri del Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, carica attualmente coperta dal dottor Mauro Palma. In verità, questo è già previsto, ma il Piano tenderebbe a rafforzare e legittimare la figura.

Cambio al Dipartimento. Entro febbraio il prefetto Mario Morcone dovrebbe lasciare la guida del dipartimento Libertà civili, per diventare Capo di gabinetto. Al suo posto in arrivo Gerarda Pantalone, finora prefetto di Napoli.

Gli appalti. Per l’affidamento in gestione del sistema di accoglienza migranti, gli appalti saranno suddivisi in «lotti funzionali per singole tipologie di servizi», annuncia il ministero dell’Interno. Gli appalti di gestione per i servizi dei centri per gli immigrati, quindi, non saranno più unici, ma divisi in lotti: mensa, assistenza sanitaria, alloggiamento, e ciascuno messo a gara singolarmente. In questo modo, è l’intenzione del Ministero, più imprese potranno partecipare alle procedure di gara, garantendo il principio della libera concorrenza.

Le reazioni. L’Anac di Raffaele Cantone ha già dato parere favorevole alla suddivisione degli appalti. Entusiasta appare il Pd, che attraverso la senatrice dem Laura Fasiolo, annuncia: «Il ministro dell’Interno Marco Minniti oggi ha fornito un quadro preciso su come il governo intende affrontare il tema immigrazione. Finalmente una linea chiara e proposte coraggiose. Dobbiamo gestire la grande emergenza dei migranti senza scivolare nella sbagliata equazione immigrazione uguale terrorismo».
Il Cir di Roberto Zaccaria «accoglie il Piano Minniti con interesse, auspicando che si traduca in proposte normative che rendano il Sistema Asilo più efficace sempre nella piena tutela dei diritti di protezione».
Mentre arrivano dure critiche dalla campagna LasciateCientrare: «È evidente che non basterà un cambio di nome per un’inversione di tendenza sulle politiche di accoglienza del Paese», denuncia. «La loro disumanità e inefficacia sul piano dei rimpatri ha comportato il progressivo smantellamento del sistema con la chiusura di numerose strutture. Adesso, aprire un centro per regione, come propone il ministro Minniti, non farà altro che alimentare violazioni e situazioni di illegalità», dice la portavoce Gabriella Guido.
Le fa eco la deputata di Sinistra italiana Celeste Costantino: «Se dovessi sintetizzare in una battuta le nuove linee programmatiche del Ministro dell’Interno Minniti, direi: brutte notizie mascherate da atti di buon senso».

Pablo Iglesias: «Podemos non diventi un Partito socialista 2.0»

epa05763271 Podemos' Party general secretary and co-founder Pablo Iglesias (R) and Political secretary of Podemos Inigo Errejon (L) speak during a session held at the Lower Chamber of Spanish Parliament in Madrid, Spain, 31 January 2017. Podemos will hold its second general congress on the weekend of 11-12 February when Iglesias and political secretary of Podemos Inigo Errejon will compete for leadership of the Podemos Party. EPA/JUAN CARLOS HIDALGO

«Podemos deve uscire da Vistalegre II (il nome della seconda assemblea nazionale del partito, ndr) con un immagine migliore di quella che ha mostrato ultimamente». Sono le parole di Pablo Iglesias, fondatore e leader di Podemos, durante un’intervista con ElPais, pubblicata stamani. Il messaggio di Iglesias è chiaro: «Dobbiamo superare alcuni elementi del nostro Dna». Quali? Innanzitutto, «dobbiamo smettere di essere il partito dei professori della Complutense (nome dell’università di Madrid in cui è nato il movimento che ha portato alla creazione di Podemos, ndr)».

E Iglesias non usa certo mezzi termini nel descrivere il valore strategico della prossima assemblea: «In ballo non c’è in soltanto il mio futuro personale, bensì quello di Podemos». In effetti la base sarà chiamata a decidere la strategia politica del partito per i prossimi anni: da una parte c’è Pablo Iglesias, dall’altra, Íñigo Errejón, il numero due di Podemos. Iglesias si candida con una politica radicale ancorata nella società civile e nei movimenti, il secondo con un programma più moderato che guarda, soprattutto, alle evoluzioni del sistema partitico e ad un’alleanza con il Partito socialista (Psoe) di oggi.

Durante l’intervista, Iglesias ha messo in chiaro che si dimetterebbe in caso dovesse «uscire sconfitto dal congresso». Anche perché, secondo il leader di Podemos, in politica si «deve andare dritti per una strada», senza «confondere l’elettorato» e le persone a cui si chiede il voto.

Approfondendo la sua visione per il futuro di Podemos, Iglesias ha specificato che il partito si trova in una fase storica in cui deve «essere trasversale», senza però «normalizzarsi», senza «parlare alla stregua della politica di sempre», bensì «continuando a seguire la società civile». Per Iglesias è «una questione di coerenza».

Parlando delle trasformazioni politiche del sistema spagnolo, il leader di Podemos ha sottolineato che, sulla scia dei movimenti del 15-M (abbreviazione che indica una serie di proteste civili nate il 15 maggio del 2011 e che hanno dato vita a un vero e proprio movimento civile e politico, ndr.), è in corso una «trasformazione del sistema partitico» e del «linguaggio» richiesto dalla classe popolare e media. Allo stesso modo, secondo Iglesias, sta avvenendo un cambiamento di preferenze politiche a livello generazionale: «Non è casuale che Podemos sia una forza maggioritaria tra i under 45 e nei territori più sviluppati», per esempio nelle città.

Ma come si arriva al potere per realizzare il cambiamento? Iglesias sostiene che, in futuro, l’unica prospettiva realistica è quella di «trovare un’intesa con il Psoe». Ma cosa cambia rispetto alla posizione di Errejón allora? Che sta al Partito socialista, in primo luogo, cambiare il suo atteggiamento e il suo modo di fare politica. In altri termini, non è Podemos che deve diventare una sorta di «Psoe 2.0».

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La giornataccia di Berdini. Che resta solo perché Raggi non sa con chi sostituirlo

October 10, 2016 - Rome, Italy, Italy - Paolo Berdini, City Planning commissioner of Rome during the presentation of the book '' Del Governo Della Città'' of Paolo Ciofi , the theme of the city Of Rome politics and policies. (Credit Image: © Andrea Ronchini/Pacific Press via ZUMA Wire)

Anche quando sembrava finita, la giornata era in realtà ancora lunga. Perché l’audio di quello che per il cronista della Stampa era un colloquio e per Berdini, invece, solo una conversazione origliata, è stato diffuso dal giornale dopo che Virginia Raggi, apprezzandone «il capo cosparso di cenere», nel tardo pomeriggio aveva respinto con riserva le dimissioni dell’assessore all’Urbanistica, che dunque sarebbe restato in carica ma come osservato speciale. Scriviamo sarebbe, perché dopo la pubblicazione dell’audio, dopo che Virginia Raggi ha potuto sentire con le sue orecchie le parole di Berdini, la riserva sembra invece diventata solo una questione di tempo. Il tempo di trovare un valido sostituto.

Perché l’audio dà ragione al cronista, sì, che non ha quindi origliato e riportato come fosse un’intervista una conversazione tra Berdini e due amici, come ha detto invece l’assessore, nel tentativo di smorzare la polemica. Berdini e Federico Capurso hanno parlato e Berdini ha detto ciò che Capurso ha riportato sull’impreparazione di Virginia Raggi, sul rapporto tra la sindaca e Romeo, sulla pericolosità del “raggio magico”. Anzi. Raggiunto telefonicamente a L’Aria che tira, il cronista de La Stampa, ha spiegato di aver «anche alleggerito» alcune affermazioni: «non aveva parlato solo di “banda”» dice Capurso, «aveva detto “banda di assassini”…».

E quindi sembra così poco, di colpo, ciò che Berdini andava dicendo nel pomeriggio di mercoledì («Sono stato un cretino», dice a Left) e che aveva convinto Raggi a respingere con riserva le sue dimissioni. «Berdini si è scusato, si è presentato con la cenere in capo e i ceci sotto le ginocchia, era mortificato per ciò che ha detto, non voleva dire quelle parole e non le pensa». Così ha detto Virginia Raggi in un primo momento. Ma l’audio cambia le cose. Perché è vero che Berdini può sempre sostenere che non pensava di esser registrato, dire che mai avrebbe voluto render pubblico il suo sfogo, che aveva già fatto con altri giornalisti e conoscenti, ed è vero anche che le considerazione sulla “banda”, sullo strapotere di Marra e Romeo, «Berdini le ha sempre dette, persino in giunta» – come ricorda l’ex assessore ai Rifiuti Paola Muraro, intervistata dal Messaggero. Ma le parole involontariamente (o meglio con colpevole leggerezza) consegnate alla Stampa sono gravi, il giudizio inclemente, pesanti le allusioni alla vita privata e sentimentale della sindaca.

Non è un mistero ciò che Berdini pensi di Raggi e i suoi, ma sentire la viva voce fa un altro effetto, non è come leggere – come è successo finora – retroscena con anonimi “malumori in giunta”, che si sapeva benissimo da chi filtravano ma restavano appunto retroscena. Che calzavano a pennello a Berdini ma che restavano senza firma. Ora la firma c’è.
E con una trivialità che rende difficile a Raggi sopportare ancora Berdini, un assessore peraltro che già sembrava azzoppato. Anche perché coerente con un Movimento che forse, almeno a Roma, non esiste più.

Berdini, per dire, era stato scelto anche perché, da urbanista, era uno dei più fieri oppositori dello stadio della Roma (se costruito a Tor di Valle, e usato come pretesto per edificare praticamente un nuovo quartiere). Il Movimento, però, ha col tempo cambiato opinione. E se Berdini sarebbe pronto ora ad accontentarsi dell’idea di ottenere il taglio un po’ di cubature extra – se l’opera non si può più fermare – oggi la sua posizione è ulteriormente indebolita. Ora che si è messo sulla graticola ancora più forte è chi nel Movimento vuole invece far contenti Parnasi, Pallotta e soprattutto Francesco Totti, che certo ne approfitteranno e certo ringraziano per l’attenzione che la stampa sta dedicando da mesi all’assessore all’Urbanistica, dipinto come un trinarciuto nemico degli investimenti (“Senza Berdini lo stadio è più vicino”, titola oggi il Tempo). E restare in giunta così, in effetti – anche se le partite da gestire sono tante e diverse (ci sono gli sfratti, gli appalti o i piani di zona, per dire) – rischia di servire a poco.