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Di sinistra o “trasversali”? Podemos a congresso

Il pugno chiuso di Pablo Iglesias e le dita a V di Íñigo Errejón. Dietro i due gesti, due visioni della politica che si confrontano al secondo congresso di Podemos. Due anni e cinque milioni di voti dopo l’exploit. Da settimane, la stampa spagnola (e non solo) esaspera i toni e racconta “lo scontro” tra Iglesias ed Errejón. Ma non è di una lotta di potere che si tratta, né di uno scontro personale. A #Vistalegre2 si confrontano a viso aperto due idee diverse di socialismo del nuovo millennio. Gramsci vs Laclau, come fa giustamente notare Carlo Formenti. E due diverse concezioni di egemonia: una – quella di Iglesias – ispirata al blocco sociale di Gramsci, l’altra – di Errejón – al post marxismo di Ernesto Laclau.

Chi, cosa e come si vota.

Niente delegati e niente passerelle. I lavori sono cominciati il 5 gennaio e si concluderanno l’11 e il 12 febbraio nel palazzo di Vistalegre, periferia sud di Madrid. La Asamblea ciudadana è composta da tutti gli iscritti di Podemos, non ci sono delegati, e le decisioni sono prese con una votazione universale, le urne virtuali sono aperte dal 4 e verranno chiuse l’11 febbraio alle ore 14.00. I risultati verranno resi noti domenica 12.

I documenti sono tre: “Podemos para todas” del segretario generale uscente Pablo Iglesias, “Recuperar la illusion” del segretario politico e numero due del partito Íñigo Errejón e “Podemos in movimiento” degli Anticapitalistas Miguel Urban e Teresa Rodriguez, che seppure minoritari nei numeri hanno un notevole peso nelle decisioni del partito. Oltre a scegliere il documento e quindi la linea politico-organizzativa, la base eleggerà i due principali organi del partito: il Consejo Ciudadano, eletto favorendo le liste più votate e garantendo quelle che superano il 5%, è l’organo esecutivo, prende le decisioni che dirigono il partito; e la Secretaría general è un incarico unipersonale, e coincide con l’elezione del leader, con votazione diretta di tutti gli iscritti.

Sarà la base a decidere se ha ragione Iglesias oppure Errejón. L’importante, ricorda il politologo catalano Vicenç Navarro, è che «le nuove sinistre non commettano l’errore del passato, concentrarsi su una sola strada: la necessaria via parlamentare dev’essere accompagnata dalla via agitacional». Ed è forse questa la principale sfida di Podemos, e della sinistra europea.

Di sinistra, di errori commessi, di nuove e vecchie forme di socialismo parliamo sull’ultimo numero di Left in edicola dall’11 febbraio

Liberatevi lo stesso. Congresso o no. Renzi concederà una conta, convinto, giustamente, di vincerla. E la sinistra dem avrà così sprecato l’occasione di rompere con un partito che è al capolinea, come dice Macaluso. Nell’illusione di poter strappare qualcosa sulle liste elettorali  di Luca Sappino

Storia del Partito democratico. Un coacervo senza identità. Fatto il Pd dovevano essere fatti i piddini. Ma invece cosa è accaduto? Scarsa apertura alla società civile, giochi di potere, feudi interni e «nessuna volontà di trovare un’identità». A colloquio con gli storici Guido Crainz e Giovanni De Luna e il politologo Piero Ignazi di Donatella Coccoli

Socialisti europei, chi guarda a sinistra e chi no. Dopo l’era della Terza via e delle Grandi coalizioni, la svolta è a sinistra? Oggi quelli che hanno accettato il neoliberismo sono in difficoltà, mentre Francia e Portogallo fanno ben sperare. Mappa dei Socialisti d’Europa (occidentale)  di Tiziana Barillà

 

Del rifiuto della globalizzazione parliamo su Left in edicola

 

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Pisapia, i renziani che impallinano Gentiloni e la nostra copertina. Perché diciamo “Liberi tutti”

Due sono le notizie di giornata che danno ulteriore senso alla copertina con cui Left sarà in edicola da sabato 11 febbraio, “Liberi tutti”, con il Pd rappresentato come una gabbia da cui fuggire alla svelta, perché anche il congresso che Renzi concederà difficilmente, temiamo, potrà aprire una fase nuova (nuova veramente: non solo per i toni della comunicazione).

La prima notizia è la mozione che alcuni deputati renziani hanno scritto per dire a Gentiloni che non si azzardasse ad alzare le tasse, mettendo così le mani avanti su una crisi di governo che presto o tardi (presto, spera Renzi) dovrà arrivare. La seconda è l’intervista che Giuliano Pisapia ha rilasciato a Aldo Cazzullo, annunciando che scende in campo di nuovo, «ieri a Milano, oggi in Italia», e che, sperando in una legge elettorale che preveda il premio di coalizione, vuole candidarsi con il nascituro Campo progressista ad «essere l’embrione del nuovo centrosinistra».

Partiamo dal documento dei renziani. Che così accusano Gentiloni, di fatto (sorvolando sul fatto che il ministro dell’economia sia lo stesso di prima, così come il 90 per cento dell’esecutivo), di esser pronto ad alzare le tasse, le accise su carburante e tabacchi, e di voler rispondere troppo diligentemente alle richieste dell’Europa. Richieste che i renziani, si deve intendere, avrebbero rispedito al mittente, fosse dipeso ancora tutto da loro. Che sia un attacco al governo, è indiscutibile. Tant’è che nel Pd qualcuno – neanche timidamente – lo dice: «È evidente che si tratta di una mozione politica che non entra nelle dinamiche economiche», dice ad esempio Francesco Boccia, dem e presidente della commissione bilancio, secondo cui «oggi non ha senso fare inutili discussioni con la commissione europea su uno 0.2 del rapporto Deficit/pil; rompere oggi per 3.4 mld e incorrere in una procedura di infrazione non mi sembra il caso» e, se proprio una mozione si voleva fare, questa doveva partire con «la premessa che è il governo Renzi che non è riuscito evidentemente a tagliare la spesa improduttiva».

E se evidente è la ricaduta politica della mozione. Evidente, anche se palazzo Chigi parla di «ricostruzioni fantasiose», è il conseguente fastidio del presidente del Consiglio. Che vede così cominciare il tiro al piccione che durerà per mesi, per tenere la giusta tensione di cui ha bisogno la strategia renziana, che prevede un ritorno alle urne il prima possibile. Nell’eterno replicarsi della guerra senza esclusione di colpi interna al Pd. Da cui sarebbe il caso di stare alla larga. Lasciandoli fare (le liti e pure la legge elettorale), organizzandosi, vedendo poi (poi) quali scelte richiederanno i frutti.

Ed eccoci all’intervista di Pisapia, che lancerà ufficialmente Campo progressista l’11 marzo. «La prospettiva» dice l’ex sindaco di Milano, «è ambiziosa: spostare il Partito democratico a sinistra. Per necessità numerica, il Pd è stato costretto a governare con forze che non erano né di sinistra né civiche. È il momento di andare oltre». Molte sono state le reazioni e molti i commenti – tra cui, vi segnaliamo quella di Jacopo Tondelli che, su Gli stati generali, nota come il disegno di Pisapia si basi su un entusiasmo troppo milanese, città che può falsare la prospettiva, perché invece, “che Milano sia un’isola a parte, anche dal punto di vista elettorale, lo hanno dimostrato anche tutte le recenti occasioni, dalle amministrative che hanno eletto Sala a sindaco al referendum costituzionale”.

Ma tra le accuse che – da chi sta più a sinistra, ovviamente – sono arrivate a Pisapia c’è quella di un peccato di politicismo. Politicista, si dice in sintesi (dice, ad esempio, Nichi Vendola) è porre a priori l’obiettivo del centrosinistra, di un’alleanza resa possibile non da una convergenza politica ma da una legge elettorale. Per noi c’è del vero. E non solo perché evidentemente politicista è un progetto politico che scommette su una sola tipologia di legge elettorale. «Penso», dice Pisapia, «che l’alleanza tra il Pd, noi, le liste civiche, gli ecologisti possa arrivare al 40 per cento. Certo, dipenderà se la legge elettorale consentirà le coalizioni. Siamo una forza autonoma; non possiamo certo entrare in una lista con il Pd».

Quello che più ci colpisce è il giudizio che Pisapia dà (o meglio conferma) di Renzi. «Ha lati positivi», dice sempre a Cazzullo, «coraggio e, all’inizio, capacità innovativa. Ha portato a termine riforme ferme da decenni, a cominciare dalle unioni civili; ma ha anche sbagliato sul referendum e su altre riforme che si sono trasformate in controriforme, ad esempio sul Jobs Act. Dovrebbe ascoltare di più. E non ha capito che i corpi intermedi sono importanti; a cominciare dai sindacati». Renzi, vi spieghiamo nei nostri servizi di copertina, vincerà il congresso che il Pd farà prima del voto. E se Pisapia punta il dito contro Alfano («Non possiamo stare con un partito di centrodestra», dice, «rispetto Alfano, ma dai diritti civili alle politiche per i giovani siamo diversi»), noi siamo qui a ricordare che non è certo Ncd ad aver obbligato il Pd ad abolire l’articolo 18, per dire, o a sdoganare i voucher, come d’altronde non è solo Ncd a tener ferma la legge sul testamento biologico o ad aver voluto lo stralcio delle adozioni dalla legge Cirinnà. Insomma. Il nostro dubbio è: sicuri si possa archiviare (ciò che politicamente è) il renzismo con Renzi e nel partito che Renzi ha prodotto?

Nel parliamo su Left in edicola e sullo sfogliatore

 

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Dalle proteste contro Trump alla periferia di Kabul. Le foto della settimana

(AMER ALMOHIBANY/AFP/Getty Images)

Una ragazza della tribù di The Long-horn (il lungo corno) con l’acconciatura tradizionale fatta da corna di animali ricoperta da lino, lana e pelo, usata in occasione della celebrazione del Flower Dance

4 febbraio 2017. New york. Manifestazione di protesta contro Trump

Lago di Qargha, periferia di Kabul. Un venditore afgano prepara il té per i clienti

Bilaliyah, città a est di Damasco, Siria. Un combattente del Jaish al-Islam, il gruppo ribelle più importante nella provincia di Damasco, ccombatte sia il regime che lo Stato islamico

6 febbraio 2017. Periferia di Amritsar, India. Un indiano Sikh sulla sua bicicletta nella nebbia.

Periferia di Kabul, Afghanistan. Una donna afghana prepara il cibo in una tenda nell’accampamento per sfollati. (Ansa EPA / JAWAD JALALI)

Striscia di Gaza, Palestina. Attacco aereo israeliano contro una postazione di Hamas il gruppo politico-terroristico che controlla la zona

Beit Lahia,Striscia di Gaza, Palestina. Uomini giocano a backgammon

7 febbraio 2017. Venezia, Italia. Un artigiano prepara le tradizionali maschere in vista del prossimo carnevale

Delpan, Tondo, Manila. Un incendio scoppiato nella zona vicino al porto ha causato la distruzione di centinaia di case

8 febbraio 2017. Pechino, Cina. La vetrina di un negozio di moda. Nell’ultimo mese la Cina ha raggiunto il livello più basso della crisi finanziaria che sta vivendo

Douma, periferia orientale di Damasco. Ragazze siriane ad un banchetto di cibo tradizionale

Aulnay-sous-Bois, Rennes, nord-ovest della Francia. Manifestazione di protesta contro l’abuso della polizia nei confronti di un ragazzo di colore dopo il suo arresto. Un ufficiale è stato accusato di stupro e altri tre di aggressione

Bazar di Cox, Bangladesh. Una ragazza Rohingya, un gruppo etnico di religione Islamica, nel campo profughi. Secondo una Stima delle Nazioni Unite negli ultimi mesi circa 69 mila Rohingya sono fuggiti dal Myanmar verso il Bangladesh dopo che l’esercito birmano ha lanciato una campagna denominata ‘clearance operations’. Il governo del Bangladesh ha dichiarato di avere intenzione di spostare i profughi in una remota isola nel Golfo del Bengala, nonostante le sue condizioni di inabitabilità e il rischio di inondazioni.

Campo profughi nella regione del Ghouta orientale, alla periferia di Damasco.

9 febbraio 2014. New York, Stati Uniti. Una forte tempesta di neve si è abbattuta nel nord est degli Stati Uniti

9 febbraio, 2017. Rio de Janeiro, Brasile. scontri durante la manifestazione di protesta la privatizzazione dell’acqua e della rete fognaria.

Newcastle, Australia. Ballerini indigeni prima dell’inizio della National Rugby League

10 febbraio, 2017. Nelson, Nuova Zelanda. Uno dei peggiori spiaggiamenti di balene nella storia della nazione. Delle circa 400 balene che sono state trovate su una spiaggia remota più dei tre quarti erano già morte quando sono arrivati i volontari. (Tim Cuff / New Zealand Herald via AP)

Sanremo, noi tifiamo Samuel. E vi abbiamo preparato una playlist sul nostro canale Spotify

Taccuino alla mano e piedi penzoloni, seduto davanti alla tv. In onda c’è il Festival, e lui prende appunti: segna le frasi che gli piacciono di più delle canzoni, come si sta sul palco, come si canta e come si scrive la musica italiana. A sei anni “Samuel dei Subsonica” lo avreste visto così, come mamma e papà gli avevano raccomandato: “Se vuoi fare il cantante, se vuoi imparare a scrivere le canzoni, devi guardare Sanremo”. E lui ha obbedito, fino alla prima adolescenza. «Per me è stata una sorta di prima scuola elementare della scrittura. Quando mi è stato chiesto di andare a Sanremo, mi sono rivisto in quel bambino che prendeva appunti davanti alla tv. E mi è venuta voglia di andarci, da solo. Da cantante italiano che ama la musica italiana». Leggero, semplice, diretto, lineare. In una parola, Pop. Quello che, con Il codice della bellezza, debutta da solista dopo vent’anni di carriera è “Samuel senza i Subsonica”.

ASCOLTA LA PLAYLIST DI SAMUEL SU SPOTIFY

Samuel, sei da solo sul palco dell’Ariston. Con Subsonica tutto ok, sì?
Assolutamente sì. Anzi. Molti hanno pensato che questo fosse un momento delicato o addirittura drammatico per i Subsonica, perché tutti gli elementi fanno una cosa da soli, in realtà direi che è uno dei nostri momenti più belli. Noi abbiamo sempre distrutto tutto quello che abbiamo fatto anche se ha funzionato, per poterci poi ricreare in una forma nuova. A volte lo abbiamo fatto meglio, a volte peggio. Se fossi uno che ama i Subsonica, mi farebbe piacere poterli vedere nella loro nudità e nei loro angoli più fragili, perché quando sei da solo non puoi nascondere la tua parte più fragile.
È questo che hai ricercato, la fragilità?
Avevo la necessità di confrontarmi con i miei limiti e di assumermi la responsabilità di tutto quello che stavo facendo. Da solo. Con i miei lati positivi che nei Subsonica si vedevano di più, ma anche con le mie fragilità che erano nascoste dai lati positivi degli altri. Questo disco è veramente mio. Me ne assumo completamente la responsabilità.

Quale migliore occasione per riascoltare Samuel, tra Subsonica e Motel connection?
Vi abbiamo preprato una playlist su Spotify

L’intervista integrale a Samuel su Left in edicola

 

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Le mille e una velocità dell’Europa. Perché il dibattito non ha senso

epa05777748 German Chancellor Angela Merkel (L) looks at documents reading 'G20 Germany 2017' while she talks to German Chief of Staff Peter Altmaier (R) in a meeting of the federal cabinet at the Chancellery in Berlin, Germany, 08 February 2017. EPA/CLEMENS BILAN

Dopo il vertice europeo di Malta della settimana scorsa e, più in particolare, a partire dalle dichiarazioni di Angela Merkel, si è fatto un gran parlare di “Europa delle due velocità”.

Come hanno giustamente notato la maggior parte degli analisti politici, in realtà, non si è parlato di “due”, bensì di “diverse” velocità. Quest’ultimo concetto è stato poi tradotto in Italia, a sua volta, in “Europa dei centri concentrici” o delle “geometrie variabili”.

Eppure, quale che sia la definizione prediletta, poco importa: il concetto di un’Europa a geometrie variabili non è innovativo. Oggi, esiste infatti la così detta “cooperazione rafforzata”, una procedura di coordinamento fra Stati membri dell’Ue, regolata dai Trattati sul funzionamento dell’Unione europea.

Ci sono quindi due opzioni per leggere le affermazioni di Angela Merkel. O si è trattato di un invito a utilizzare più frequentemente la “cooperazione rafforzata”, oppure dietro alle parole del Cancelliere, si celano progetti più rilevanti di ristrutturazione dell’Ue.

La prima opzione sembra quella più credibile. Lo ha specificato Angela Merkel in persona da Varsavia, durante la conferenza stampa a seguito dell’incontro con il Primo ministro polacco, Beata Szydlo: «Già oggi viviamo una situazione in cui ci sono soltanto alcuni Stati membri che partecipano all’Unione monetaria. Allo stesso modo, non tutti aderiscono a Schengen. Ciò vuol dire che esistono già una varietà di conformazioni. E nei trattati è previsto il meccanismo della cooperazione rafforzata». Le parole del Cancelliere tedesco indicano quindi che in ballo c’è semplicemente l’utilizzo più frequente di strumenti già previsti.

Esiste poi la seconda opzione. Quella secondo cui, dietro alle parole di Merkel si celerebbe un progetto di un’integrazione rigida che rafforzerebbe in ogni caso gli interessi tedeschi a danno del resto dell’Europa. Ma è veramente così? Improbabile.

Un qualsiasi progetto di ampio respiro implicherebbe infatti la ristrutturazione e la modifica dei trattati: un’operazione difficile, per non dire impossibile considerati gli attuali rapporti di forza e, soprattutto, la stessa volontà del governo tedesco. Lo confermano sempre le parole utilizzata da Merkel nell’ottobre del 2016, in occasione della giornata dell’industria tedesca: «[Il Governo tedesco] non crede che in questo momento l’Europa abbia bisogno di una modifica comprensiva dei trattati o di un trasferimento di competenze».

Ma se non c’è un’ambizione di riforme profonde, perché Merkel ha lanciato un dibattito su un’ovvietà? Ovvero, sull’esistenza degli strumenti di cooperazione rafforzata e sul loro possibile utilizzo?  Forse, per capirlo, bisogna tornare all’estate del 2015, quella delle negoziazioni sul terzo bailout greco.

Il 3 giugno 2015, Sigmar Gabriel ed Emmanuel Macron, al tempo rispettivamente Ministri dell’Economia di Germania e Francia, avevano co-firmato un editoriale dal titolo “L’Europa non può attendere: Francia e Germania devono fare uno scatto in avanti” (“Europe cannot wait any longer: France and Germany must drive ahead”, tdr.), pubblicato dal The Guardian e da altri quotidiani europei.  L’articolo era un vero e proprio manifesto sintetico per un’Europa sociale ed economica. I punti chiave del testo? Un’Unione europea sociale con un sistema di coordinamento efficace dei sistemi di welfare nazionali (con un serpente di salari minimi per evitare la competizione sleale al ribasso), la costituzione di una capacità fiscale comune, riforme istituzionali e strutturali congiunte, meccanismi che prevedano la ristrutturazione ordinata di debiti pubblici senza incorrere in misure di risparmio eccessive.

Cosa vuol dire? In sintesi, ammesso che a Berlino e Parigi ci sia mai stata la volontà di procedere verso un’integrazione più profonda, questa aveva tratti solidali e di sinistra, non certo ordoliberali. Tant’è vero che, negli stessi giorni del 2015, era circolata la notizia riguardo alla presenza di un documento segreto, redatto da Merkel e Hollande, in cui si sostenevano posizioni ben più moderate rispetto all’editoriale di Macron e Gabriel.

In altre parole, con le sue dichiarazioni sulla “cooperazione rafforzata”, Angela Merkel ha voluto soprattutto negare il contrario di ciò che ha detto, ovvero che non ci sarà una riscrittura dei trattati guidata da Berlino e Parigi, per quanto la situazione europea possa diventare critica. E lo ha fatto in maniera elegante, senza nemmeno citare il punto nevralgico della questione. In un certo senso, Merkel ha fatto in modo che gli altri, parlando dei rischi legati all’ “Europa delle due velocità” – da lei stessa evocata – buttassero via il bambino insieme all’acqua sporca.

Resta poi da capire quanto sia attuale la riflessione di Gabriel e Macron. E’ difficile dirlo, considerato che il primo si è messo da parte nella corsa per il Cancellierato in Germania. Certo, non è un segreto che l’ex Segretario generale del partito socialdemocratico continui a pesare – e come – sulla Spd e sul pensiero ancora poco “strutturato” di Schulz. Dal canto suo, Macron è uno dei favoriti per la vittoria finale alle Presidenziali francesi di questa primavera.

Ed è qui, in effetti, che si arriva al secondo punto fondamentale – per altro non ancora sollevato nel dibattito – della questione: parlare di maggiore integrazione – che sia nella forma debole di una “cooperazione rafforzata”, o di una riformulazione più ampia – non ha senso prima di conoscere i risultati elettorali di Francia e Germania del 2017. Le Pen seppellirebbe entrambe le opzioni con una risata.

Questo Merkel lo sa. E proprio per questo motivo, viene da pensare che il suo messaggio fosse diretto soprattutto ai suoi alleati interni e agli elettori tedeschi. Con buona pace dei Primi ministri del Vecchio continente che credono ancora che questo governo tedesco possa risolvere i problemi dell’Europa.

 

Dole, Chiquita e Dal Monte: compagnie di banane accusate di finanziare crimini contro l’umanità

COLOMBIA - agricoltura nella foto : Armenia , mercato delle banane Ph. Mauro Guglielminotti / Overseas / FARABOLAFOTO *** Local Caption *** Banana - banane - bananera

Avrebbero finanziato armi e crimini gravissimi, le big del frutto sudamericano. È quello che emerge da un documento di 125 pagine redatto dai magistrati della Fiscalía colombiana, che getta un’ombra pesantissima sulle quasi 200 compagnie coinvolte nel commercio delle banane nella regione dell’Urabá, nel nord del Paese sudamericano. Potenze mondiali del mercato ortofrutticolo come Dole, Chiquita e Dal Monte sono accusate di aver finanziato fra il 1996 e il 2004 il Frente Arlex Hurtado, uno dei gruppi più attivi del Bloque Bananero, l’organizzazione paramilitare che garantiva “protezione” e “sostegno” alle imprese attive nella regione.

Le autorità colombiane ritengono che i soldi versati, come una sorta di pizzo, da Chiquita & co al Frente siano serviti per acquistare armi con le quali sono stati perpetrati crimini e abusi gravissimi. La lista è lunga: “omicidi, spostamento forzato di civili, sequestri, stupri, torture e reclutamento illecito di persone”.

Grazie al processo di pace attualmente in corso tra il governo guidato da Juan Manuel Santos e i guerriglieri delle Farc, è la prima volta che nel travagliato Paese latinoamericano delle corporation straniere vengono accusate di serie violazioni dei diritti umani.

In un comunicato del ministero della Giustizia, si legge che «è chiaro come le compagnie che si occupano della commercializzazione delle banane hanno finanziato in modo volontario gruppi armati con l’obiettivo specifico di assicurarsi la sicurezza nella regione». Un’affermazione sostanziata da quanto rivelato ai magistrati da Raúl Emilio Hasbún Mendoza, l’ex comandante del Frente Arlex Hurtado. È stato infatti Mendoza a fare i nomi delle società coinvolte nell’abbraccio mortale con i paramilitari e a raccontare i dettagli delle operazioni portate avanti in quasi un decennio di massacri. Tra queste il trasporto illegale di 3.400 fucili AK47 e di casse contenenti 4 milioni di munizioni, “conservate” nel porto di proprietà della azienda ortofrutticola Banadex.

Val la pena ricordare che la Chiquita, una delle compagnie più in vista in tutta questa vicenda, già nel 2007, per i suoi “rapporti” con i paramilitari, era stata obbligata a pagare una sanzione pecuniaria di 25 milioni di dollari dal ministero della Giustizia statunitense, mentre numerose altre multinazionali occidentali, come la Coca Cola, sono da tempo accusate di aver intrattenuto rapporti indicibili con le squadre della morte che a lungo hanno terrorizzato la popolazione colombiana.

Herrou, il contadino ribelle che fa passare i migranti è stato (quasi) assolto

epa05782235 French farmer Cedric Herrou (C) arrives at the court for his trial for illegally assisting migrants, in Nice, France, 10 February 2017. Cedric Herrou was given a suspended fine of 3,000 euros. Herrou, convicted of helping migrants enter, travel and stay in France, said it is an act of humanity and not a crime, and says it is his civic duty to keep helping the migrants. EPA/SEBASTIEN NOGIER

Tremila euro di multa, sospesa, per Cedric Herrou contadino ribelle francese che ha sfidato e infranto le leggi per ospitare decine di migranti irregolari in roulotte nella sua fattoria nella valle della Roya, nei pressi del confine franco-italiano di Ventimiglia.
Una vittoria per Herrou, visto che il procuratore aveva chiesto una condanna a otto mesi (sempre con pena sospesa, cioè il contadino non sarebbe finito in carcere). Herrou all’uscita dal tribunale ha promesso di continuare ad aiutare i migranti, cosa che ritiene essere un dovere civico.
Il contadino 37enne francese è l’ultimo simbolo di quei cittadini comuni europei che scelgono di infrangere le norme per aiutare i migranti in fuga da guerre o povertà in Medio Oriente e in Africa.
Durante il processo Herrou ha dichiarato di aver agito perché «ci sono persone che hanno perso la vita in autostrada, ci sono famiglie che soffrono dopo che lo Stato francese ha chiuso i confini senza curarsi delle conseguenze».

Left ha passato diversi giorni con Herrou, nella sua fattoria e sulle tracce dei migranti che passano il confine. Sul numero in edicola un lungo reportage, anche fotografico, di Filippo Trojano che racconta una vicenda di passione civile.

Su Left in edicola, la storia e il fotoreportage di Filippo Troiani dalla fattoria di Herrou

 

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Ordine anti musulmani, Trump perde lo scontro con i giudici

epa05780864 US President Donald J. Trump (R) shakes hands with Attorney General Jeff Sessions (L) while Sessions' wife, Mary Blackshear Sessions (C) looks on shortly after Sessions was sworn by Vice President Mike Pence in the Oval Office of the White House in Washington, DC, USA, 09 February 2017. On 08 February, after a contentious battle on party lines, the Senate voted to confirm Sessions as attorney general. EPA/JIM LO SCALZO

«Il governo non ha fornito alcuna prova che uno straniero proveniente da uno dei Paesi citati nell’ordine esecutivo ha perpetrato un attacco terroristico negli Stati Uniti. E invece di presentare prove per spiegare la necessità dell’ordine esecutivo, il governo ha sostenuto che questa corte non abbia il potere di rivedere la sua decisione». E ha sbagliato: la corte di appello federale ha respinto il ricorso della amministrazione Trump contro la sentenza che blocca l’ordine esecutivo che tiene fuori dagli Stati Uniti le persone provenienti da sette Paesi. I giudici della corte erano tre e la decisione è stata presa all’unanimità.

La democrazia è quel brutto e complicato sistema nel quale chiunque ha del limite al proprio potere. Persino un arrogante businessman che ritiene di poter gestire un Paese come la propria impresa – gestita a sua volta con metodi da bullo. Donald Trump ha imparato la prima lezione da presidente di una democrazia e ha reagito male, naturalmente su twitter (che scrive dal suo telefono personale, che non ha voluto cambiare nonostante le presioni delle agenzie di sicurezza). Tutto in maiuscole, come un troll qualsiasi CI VEDIAMO ALLA CORTE SUPREMA, È IN BALLO LA SICUREZZA NAZIONALE, recita il tweet qui sotto.

La risposta di Hillary Clinton, forse finalmente rilassata non è male e fa riferimento al parere unanime dei giudici


 

Cosa ha deciso la corte?

Diverse cose importanti che riguardano i limiti ai poteri presidenziali e l’ordine costituzionale e non il divieto di ingresso ai musulmani di sette Paesi  in quanto tale. L’idea che un tribunale federale d’appello non debba poter rivedere gli ordini esecutivi in materia di sicurezza nazionale, come sosteneva Trump, è sbagliata. La “non rivedibilità” è una fantasia trumpiana e contraria alla costituzione, i tribunali non violano la separazione dei poteri. Tradotto: quando l’amministrazione deciderà di prendere decisioni, dovrà farlo senza improvvisare e costituzione alla mano. Il tribunale ha anche sentenziato che le persone colpite dall’ordine sono migliaia e non 109 come sostenuto da Trump. Infine, il tribunale ha spiegato che i due Stati che hanno fato appello contro l’ordine presidenziale avevano titolo per farlo perché questo aveva un impatto su persone che lavorano e risiedono negli Stati stessi – c’è un impatto sulle università locali, si legge nella sentenza.

Cosa succede adesso?

Lo ha detto trump nel tweet: si va alla Corte Suprema. Ora, visti i giudizi di giudici federali nominati sia da presidenti repubblicani che democratici, non è detto che l’alta corte deciderebbe pro-Trump anche in caso di maggioranza conservatrice tra i 9 giudici che la compongono. In tema di equilibrio di poteri un conservatore anti abortista può benissimo schierarsi con un liberal. Ma non è questo il punto: i giudici al momento sono otto e la persona designata da Trump dovrà aspettare diversi mesi prima di insediarsi – se questo accadrà: il giudice Neil Gorsuch incontrerà grande opposizione da parte democratica. I giudici sono dunque otto e se votassero secondo lo schieramento politico si finirebbe in pareggio. In quel caso, vale il parere del tribunale federale. Ovvero Trump perde.

Il colpo è piuttosto duro: una mossa propagandistica che viene respinta malamente e apre un conflitto con un potere dello Stato. Trump aveva infatti chiamato “cosidetto giudice” il togato di Seattle che per primo ha bloccato e licenziato in tronco la Procuratore generale provvisoia che si era rifiutata di difendere l’ordine esecutuvo davanti ai tribunali federali – sapendo che avrebbe perso. Il giudice Neil Gorsuch, nominato alal Corte Suprema dallo stesso presidente ha definito i commenti di Trump sui giudici «demoralizzanti». Naturalmente il presidente ha insultato il senatore che parlato di quei commenti fatti in una conversazione con i senatori e la Casa Bianca ha categoricamente smentito che si trattasse di un riferimento alle parole del presidente.

Potrebbe bastare, se non fosse che stamane il Washington Post rilancia la sua esclusiva su una telefonata intercorsa tra l’ambasciatore russo e il consigliere alla sicurezza nazionale, Michael Flynn (che cantava “sbattetela dentro” durante i comizi di Trump, riferendosi a Clinton). Nessun problema se non fosse che la telefonata è avvenuta prima dell’assunzione dell’incarico, mentre Obama era ancora presidente e stava inasprendo le sanzioni contro Mosca dopo lo scandalo relativo agli attacchi cybernetici russi con l’intento di influenzare il voto americano. Un gesto arrogante – Flynn sa che le telefonate vengono registrate – e potenzialmente illegale. Il consigliere alla sicurezza nazionale avrebbe infatti promesso di cancellare le sanzioni poste in essere da Obama. Sulla telefonata e il suo contenuto sia Flynn che il vicepresidente Pence hanno fornito versioni che appaiono come non corrette. Lo stesso consigliere per la sicurezza nazionale ha cambiato versione da “non si è parlato di sanzioni” a “non ricordo di averne parlato”. Chi ha visto la trascrizione della telefonata dice il contrario.  Anche i media, sono un contropotere e visto come sono messi sotto accusa, stanno evidentemente facendo sforzi doppi – ma i media Usa fanno bene il loro lavoro sempre –

Infine c’è Kellyane Conway, la faccia dell’amministrazione in Tv, che su Foxnews spiega che lei consiglierebbe a chiunque di comprare i favolosi prodotti di Ivanka Trump. Il giorno prima Nordstrom, una catena di negozi di vestiti, aveva deciso di non venderli più e il presidente aveva attaccato il marchio via twitter, ottenendo l’effetto di far volare il titolo del gruppo in borsa. Anche la pubblicità a un marchio in Tv è una violazione potenziale della legge. Minore e un po’ ridicola, certo, ma è l’ennesimo segnale di una ciurma totalmente incapace di gestire le situazioni e le crisi che il governo di una grande democrazia comporta.

PS la giornata ha anche portato la conferma di Jeff Sessions (nella foto in alto), forse la figura più controversa dell’amministrazione, un conservatore dell’Alabama che non vede di buon occhio il diritto di voto dei neri, a Segretario alla Giustizia e quella di Tom Price alla Sanità. E poi Trump ha chiamato il presidente cinese per rassicurarlo sulla One China policy. Il presidente aveva minacciato di mettere in discussione l’idea che la Cina sia una e indivisibile e di riconoscere Taiwan. Qualcuno deve avergli spiegato due cose su come funzionano la diplomazia e la politica estera. Coda tra le gambe e telefonata a Xi Jinping per ribadire l’ovvio.

 

Consulta, ecco perché è stato bocciato (a metà) l’Italicum. E ora la palla al Parlamento

Esterno del palazzo della Corte Costituzionale in attesa della sentenza sulle questioni di legittimita costituzionale dell' ''Italicum'', Roma 25 gennaio 2017. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Novantanove pagine. È un corposo fascicolo, l’insieme delle motivazioni con le quali la Corte Costituzionale spiega la sua bocciatura di alcune parti dell’Italicum, la legge elettorale “migliore del mondo” secondo l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Il 25 gennaio, dopo un giorno e mezzo di consiglio, la Consulta aveva cassato il ballottaggio mantenendo però il premio di maggioranza al 40% della legge elettorale, ricordiamo, valida solo per la Camera dei Deputati – perché si dava per scontato che il Senato sarebbe stato modificato dal ddl Renzi-Boschi.

Le motivazioni della sentenza numero 35/2017, presidente Paolo Grossi, relatore Zambon (qui) , depositate ieri sera, seguono un principio che è fondamentale per una democrazia: l’equilibrio tra la rappresentanza e la governabilità. Se una legge elettorale pende verso la governabilità a scapito del reale diritto degli elettori a essere rappresentati e del principio di uguaglianza del voto, è chiaro che c’è una stortura nel sistema istituzionale. Ed è questo punto sollevato non solo adesso, ma anche a proposito della bocciatura a gennaio 2014 del famigerato Porcellum, quello messo in evidenza in modo particolare dalla Corte.

Ballottaggio
“Le modalità di attribuzione del premio attraverso il turno di ballottaggio determinano una lesione”, si legge nella sentenza, perché per come è congegnato l’Italicum, “il premio attribuito al secondo turno resta un premio di maggioranza e non diventa un premio di governabilità”. L’esigenza costituzionale è quella “di non comprimere eccessivamente il carattere rappresentativo dell’assemblea elettiva e l’eguaglianza del voto”. L’Italicum per come era stato ideato, avrebbe permesso una maggioranza alla Camera anche a una lista che al ballottaggio fosse arrivata con una percentuale bassa di voti.

Premio di maggioranza
L’altro punto chiave, l’attribuzione del premio di maggioranza al 40% con 340 seggi, invece per i giudici guidati dal presidente Paolo Grossi, “non appare in sé manifestamente irragionevole, poiché volta a bilanciare i principi costituzionali della necessaria rappresentatività”, “con gli obbiettivi, pure di rilievo costituzionale, della stabilità del governo del Paese e della rapidità del processo decisionale”. In questo caso la Corte, salomonicamente, fa prevalere la governabilità.

Multicandidature e capilista bloccati
La decisione sulle multicandidature per le quali la Corte aveva optato non per la libera scelta del candidato in un collegio, ma per un’assegnazione tramite sorteggio, viene spiegata dal fatto che in quel modo l’Italicum viola il principio di uguaglianza e di personalità del voto. La Corte auspica però che il legislatore trovi un criterio migliore.
Sul fatto che i capilista non vengono toccati, la Corte sostiene che sono legittimi. Perché nell’Italicum è solo il primo nome bloccato, si possono dare due preferenze e la lista dei candidati è piuttosto corta, mentre nel Porcellum erano stati cassati, visto che tutta la lista era di nominati.

Maggioranze omogenee. Sul fatto della differenza tra le leggi elettorali delle due Camere – per il Senato c’è il cosiddetto Consultellum, cioè il Porcellum ridotto – la Corte “non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non devono ostacolare, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee”.

Insomma, la palla adesso passa al Parlamento. Sono ben 18 le proposte di legge elettorale presentati dai vari partiti, addirittura diversi modelli anche per lo stesso partito. Una di queste è di Gianni Cuperlo, il quale ieri sera a Linea notte ha detto con non malcelata soddisfazione che la nuova legge elettorale “si può fare se c’è responsabilità, togliendo di mezzo quella bella frase rotonda e tornita: la sera delle elezioni si sa chi ha vinto. Ecco, questa frase è valida per un sistema presidenziale, ma l’Italia è una repubblica parlamentare, bisogna trovare una maggioranza di governo per poi andare a presentarsi in Parlamento”. È il de profundis per la politica renziana che proprio su quella frase aveva fatto propaganda per mesi.

Centinaia di docenti espulsi dall’università, mentre Erdogan cambia la Costituzione

Nuova ondata repressiva in Turchia. Sono stati licenziati in tronco altri 330 docenti universitari per presunti legami con il gruppo di Fethullah Gülen, accusato di essere il mandante del tentato colpo di Stato del 15 luglio scorso. È un nuovo, duro, colpo all’opposizione liberale e di sinistra in Turchia. Il governo di Ankara sta stringendo ogni giorno di più il bavaglio imposto alla stampa e all’università. Molte decine di giornalisti del maggior giornale laico e di opposizione, Cumhuriyet, sono in pringione da mesi senza nemmeno sapere quali sono i capi di accusa.

In complesso sono 4811 i docenti licenziati dall’estate scorsa, fra loro anche i mille firmatari di un appello lanciato da dodici accademici (arrestati) in cui si chiedeva una soluzione pacifica alla questione curda, dopo aver denunciato le operazioni militari contro i ribelli del Pkk nel sudest della Turchia.  Dopo l”inchiesta” avviata dal Partito giustizia e sviluppo (AKP) del presidente Recep Tayyip Erdoğan la stretta autoritaria procede in deroga ad ogni regola (grazie allo stato di emergenza indetto dal presidente). Intanto il Parlamento si appresta a varare la revisione costituzionale in senso presidenziale  (che sarà sottoposta a referendum il prossimo aprile).

«In Turchia  la libertà di espressione non esiste più», dice la sociologa e scrittrice Pinar Selek che ha pagato un prezzo durissimo per le sue inchieste sull’oppressione curda in Turchia, finendo in galera dove è stata torturata. Dal 2009 vive in esilio in Francia. Continuando a lottare contro la deriva autoritaria della Turchia, anche con libri come La maschera della verità in cui rievoca vicende autobiografiche che si intrecciano fortemente con la storia di Istanbul (dove è nata nel 1971) e della Turchia. Fin dalla reclusione di suo padre durata cinque anni: «Colpo di Stato del 12 settembre 1980. Mio padre è stato appena arrestato, insieme a centinaia di migliaia di oppositori. Il giuramento di fedeltà che ci fanno recitare due volte a settimana a scuola mi fa l’effetto di altrettanti colpi di manganello». Una situazione che si sarebbe ripetuta con una drammatica escalation, fino al carcere e alle torture sperimentate sulla propria pelle.

Allora la scrittrice e giornalista Asli Erdoğan l’aveva sostenuta, dandole voce in articoli e interviste.  Poi le parti si siano rovesciate. Ed è Pinar a cercare di mobilitare l’opinione pubblica a sostegno dell’amica e collega, come è accaduto il mese scorso a Milano. Ora deve fare i conti con la decisione della Corte Suprema che ha annunciato di voler riaprire il caso Selek, cancellando l’assoluzione. In un’ampia intervista sul numero di Left in edicola da sabato prossimo Pinar Selek traccia il quadro durissimo della situazione che sta attraversando la Turchia «una nazione autoritaria – dice la scrittrice – anche perché fondata sul genocidio armeno e su stragi che non hanno ancora avuto giustizia». E che sta vivendo di nuovo giorni assai bui segnati da un processo di islamizzazione oscurantista e da violazioni dei diritti umani. L’opinione pubblica non può restare a guardare in silenzio quel che sta accadendo in Turchia dove sono ormai migliaia i docenti universitari, i giornalisti e  scrittori in galera senza processo, denunciano i Nobel Vargas Llosa, J.M. Coetzee e Elfriede Jelinek, che lanciano un appello attraverso  il Pen Club International, che si aggiunge all’appello dell’English Pen Club a sostegno del giornalista Ahmet Sik,autore di importanti inchieste e ingiustamente detenuto.