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Viaggio per immagini lungo il 2016

Un'immagine dei migranti e rifugiati intrappolati in Grecia e costretti a vivere in condizioni degradanti a causa dell'accordo Ue-Turchia, che rischiano la vita con l'arrivo dell'inverno e del freddo, 14 dicembre 2016. ANSA / oxfam +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

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Ma Renzi, ad esempio, ha investito in MPS come ci consigliava di fare?

La sede del Monte dei Paschi di Siena in via Manzoni, a Milano, dove si è riunito il cda della banca, 19 dicembre 2016. ANSA/MATTEO BAZZI

22 gennaio. Titolo de Il Sole 24 Ore: “Mps è rianata, ora investire è un affare.” All’interno del pezzo Matteo Renzi, al tempo Presidente del Consiglio dichiara: «Noi studiamo una soluzione, Padoan sta facendo un ottimo lavoro ma il dato è meno grave di quanto percepito dai mercati che comunque fanno il loro gioco». La sera stessa, ospita de Bruno Vespa, Renzi ha aggiunto: l’Italia «non è sotto attacco» e anzi «le turbolenze possono essere un’opportunità». Come nel caso di Mps: «Oggi la banca è risanata, e investire è un affare».

Novembre. Matteo Renzi ospite di “Faccia a Faccia” il conduttore Giovanni Minoli chiede: «il 22 gennaio lei diceva che la banca era risanata e che investire era un affare». Renzi risponde convinto: «Lo penso tutt’ora e credo che se ci sia un investitore italiano o straniero che voglia investire nella banca sia un affare».

Ecco, visto come sta andando a finire con Mps (in un Paese che si intenerisce di fronte a una banca come se fosse un neonato orfano) la curiosità che mi piacerebbe soddisfare è quella di sapere se Renzi (come tutti gli altri ottimisti per professione) abbia investito in Mps. O se un suo famigliare (o un suo caro amico) abbia seguito il suo consiglio. Sono curioso. Davvero.

Buon venerdì.

«Regeni l’ho denunciato io». La confessione del capo del sindacato egiziano

Participants in the torchlight to remember Giulio Regeni, an Italian student murdered in Cairo (Egypt), in front of the Pantheon, in the centre of Rome, Italy, 25 July 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Faceva troppe domande. «E’ normale, ogni buon egiziano avrebbe fatto lo stesso. Faceva troppe domande». Dice proprio così, Mohamed Abdallah, con orgoglio, in un’intervista all’edizione araba dell’Huffington Post. Il capo del sindacato degli ambulanti, indicato già a marzo scorso da un’amica di Regeni (Hoda Kamel, dell’Egyptian Center for Economic and social rights) come un informatore dei servizi segreti, confessa tranquillamente il suo operato a un giornale. Sarebbe stato lui a consegnare il ricercatore Giulio Regeni, ucciso e torturato. «Sì, l’ho denunciato e l’ho consegnato agli Interni». E dunque ad Al Sisi. E’ la cosa più normale del mondo, sembra dire.
«Siamo noi che collaboriamo con il ministero degli Interni. Solo loro si occupano di noi ed è automatica la nostra appartenenza a loro. Quando viene un poliziotto a festeggiare con noi a un nostro matrimonio, mi dà più prestigio nella mia zona».
Chi ha ucciso Giulio? «Probabilmente chi lo ha mandato qui», dice nell’intervista riportata dall’Espresso. «Quando io l’ho segnalato ai servizi di sicurezza, facendo saltare la sua copertura, lo avranno ucciso». Risponde l’uomo che non a caso Regeni nei suoi appunti definiva “una miseria umana”.

Regeni si occupava, per conto dell’Università di Cambridge, proprio del mondo sindacale egiziano. Giulio, «un ragazzo straniero che faceva domande strane e stava con gli ambulanti per le strade, interrogandoli su questioni che riguardano la sicurezza nazionale – prosegue – . L’ultima volta che l’ho sentito al telefono è stato il 22 gennaio, ho registrato la chiamata e l’ho spedita agli Interni». Ovvero solo tre giorni prima del sequestro del ricercatore italiano, avvenuto il 25 gennaio del 2016.
Il corpo, rinvenuto il 3 febbraio lungo una strada del Cairo, porta con sé gli evidenti segni di torture ripetute. Ferite riconducibili a interrogatori, perché ripetute ogni 10-14 ore.
E’ quasi un anno che la famiglia di Giulio chiede con forza e coraggio, verità sulla morte del figlio.

Per Youtube, è Mélenchon il candidato ideale per l’Eliseo

epa05389638 Leader of the French party Front de Gauche, Jean-Luc Mélenchon arrives at the Elysee Palace for a meeting with French President Francois Hollande (unseen) in Paris, France, 25 June 2016. Britons in a referendum on 23 June have voted by a narrow margin to leave the European Union (EU). Media reports on early 24 June indicate that 51.9 per cent voted in favour of leaving the EU while only 48.1 per cent voted for remaining in. arrives at the Elysee Palace for a meeting with French President Francois Hollande (unseen) in Paris, France, 25 June 2016. Britons in a referendum on 23 June have voted by a narrow margin to leave the European Union (EU). Media reports on early 24 June indicate that 51.9 per cent voted in favour of leaving the EU while only 48.1 per cent voted for remaining in. EPA/CHRISTOPHE SAIDI

Immaginarsi Jean-Luc Mélenchon Presidente della Repubblica francese nel 2017? Difficile, se non impossibile: ammettiamolo. Ma intanto, il candidato della sinistra radicale, sta vendendo cara la propria pelle, almeno su Youtube: Mélenchon è infatti, di gran lunga, il politico francese più seguito sul popolare social media di video-posting di Google.

Con ben 140mila abbonati raggiunti nel mese di dicembre, Mélenchon si afferma come il candidato che riesce a utilizzare, meglio degli altri, uno dei canali di comunicazione più importanti del mondo digitale contemporaneo. E considerando che a ottobre del 2016 gli abbonati erano soltanto 40mila, la progressione di Jean-Luc ha veramente dell’incredibile.

Come sottolineano Damien Leloup e Raphaelle Besse Desmoulières su Le Monde, il numero dei così detti “subscribers” (“abbonati”) è triplicato in tre mesi, portando il politico francese vicino ai numeri di altre star di Youtube in Francia che però non si occupano esclusivamente di politica.

Ma qual è il segreto di Mélenchon? Secondo uno dei profili di Youtube più seguiti in Francia, MisterJDay, il candidato della sinistra francese ha compreso alla perfezione «il linguaggio» della piattaforma: «Mélenchon fa spesso riferimento ai commenti ai propri video» e interagisce con il suo pubblico.

Secondo il direttore della campagna di Mélenchon, Manuel Bompard, «[Youtube] rappresenta un media dove si possono esporre le proprie posizioni senza subire le deformazioni dovute alle pratiche giornalistiche che, spesso, non sono all’altezza della situazione… Per noi, [Youtube] non è mai stato un gadget per essere alla moda, ma uno strumento che offre delle opportunità per fare politica».

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Israele-Palestina, il lungo addio di John Kerry

epa05690216 US Secretary of State John Kerry delivers remarks outlining the Obama administration's vision for a Middle East Peace deal at the State Department in Washington, DC, USA, 28 December 2016. EPA/SHAWN THEW

I suoi collaboratori dicono che John Kerry avrebbe voluto tenere questo tipo di discorso già un paio di anni fa. Quando c’era ancora del tempo, per lui e la amministrazione Obama, di lavorare davvero a un piano che riportasse israeliani e palestinesi a un vero tavolo delle trattative. Il disinteresse di tutti lo ha fatto desistere: la vicenda è talmente controversa e spinosa per chiunque, che senza una forte volontà del presidente non c’è piano che tenga – a dire il vero con il Medio Oriente in fiamme e Netanyahu al governo è difficile pensare che un piano avrebbe potuto funzionare comunque.

Il discorso che il veterano della diplomazia Usa ha tenuto ieri era diretto soprattutto a Israele perché «agli amici si dicono delle verità» ed era per spiegare che no, l’astensione in consiglio di sicurezza non aveva nulla a che vedere con un colpo basso. Kerry ha detto quello che tutti sanno: la soluzione due popoli due Stati è a un passo dal diventare storia del passato. Anche, ma non solo, a causa della politica degli insediamenti israeliani che accerchiano e dividono quella che dovrebbe e potrebbe essere l’integrità territoriale del futuro Stato palestinese. Il riconoscimento degli insediamenti, anche quelli costruiti illegalmente da parte dei sostenitori della Grade Israele in luoghi scelti apposta per spezzare la giurisdizione dell’Anp, rende sempre meno possibile la costituzione di uno Stato.

Con un problema: se salta l’ipotesi dei sue Stati, «Israele deve scegliere se essere uno Stato ebraico, oppure uno Stato democratico». Già, perché se gli Stati sono due, i palestinesi avranno diritto di voto in Palestina, se lo Stato è uno solo, occorre concedere loro il voto, per rimanere democratici – e quindi diventare potenzialmente minoranza alla Knesset e nelle istituzioni – oppure non concederlo e decidere che milioni di cittadini, non sono tali.

Un discorso duro, qullo di Kerry, che ha ricordato come la coalizione al governo sia la più a destra di sempre, dove piccoli partiti hanno un enorme potere di veto. E risentito: Netanyahu ha sempre maltrattato gli Usa di Obama nonostante Israele abbia ricevuto sostegno tecnologico e militare come non mai nella storia dei rapporti bilaterali. E nonostante gli Usa abbiano usato il potere di veto all’Onu solo per impedire votazioni contro lo Stato ebraico.

Il problema del discorso di Kerry è che arriva troppo tardi. E che Netanyahu può rispondere con toni raramente usati da un leader israeliano nei confronti degli americani. «Kerry si è inchinato alla campagna terroristica dei palestinesi», il discorso non era «equilibrato» e l’unico problema è che «i palestinesi non riconoscono il diritto di Israele ad esistere». Falso: Kerry ha parlato del terrorismo, ha detto che la violenza non si giustifica mai e anche altre frasi così. Ma non conta: Netanyahu è un altro dei politici che usa la tattica del noi e loro. Loro sono i palestinesi, sono gli Usa di Obama, e tutto quanto non siamo noi, è contro di noi. Chi ci critica è un nemico. E chi se ne infischia se nei Territori il rischio è quello di una ulteriore radicalizzazione, una che farebbe rimpiangere Hamas. Netanyahu oggi può contare sul fatto che Putin, in funzione anti americana, gli è vicino e che il prossimo presidente Usa gli ha già detto di non preoccuparsi: «tenete duro, mancano 20 giorni», ha twittato Trump.

Per tutte queste semplici ragioni, il discorso di Kerry non è altro che un addio, la volontà di segnalare che lui un’idea e una volontà di lavorare alla pace ce l’aveva. Ma il disinteresse di Obama e una situazione pessima sul campo hanno remato contro. Non sono serviti i viaggi, centinaia di incontri, pressioni e promesse. Alla fine del discorso Kerry ha ricevuto un lungo applauso. Come quelli che si fanno aglo Oscar alla carriera.

Ma chi vuole il Jobs Act?

Il tweet con cui Matteo Renzi ha commentato i dati Istat sull'occupazione, il 29 luglio 2016. ANSA/ TWITTER MATTEO RENZI +++ NO SALES - EDITORIAL USE ONLY +++

Ricapitoliamo: ieri su La Stampa (e poi più o meno su tutti i quotidiani) si scriveva che la Corte Costituzionale potrebbe dichiarare illegittimo il referendum sull’articolo 18. Dappertutto si legge (anche nei giornali più vicini al governo) che un eventuale referendum vedrebbe una larga vittoria del sì (quindi una larga maggioranza contraria al jobs act) e fioccano storie di precarizzazione selvaggia.

A proposito: dopo che il governo Renzi ha “corretto” il jobs act il ministro Poletti annunciava felice una maggiore tracciabilità dei voucher come soluzione a tutti i mali. Peccato che a smentirlo sia un suo coinquilino al Ministero, Paolo Pennisi direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro che ha dichiarato che “questo tipo di tracciabilità non solo non risolve in alcun modo il problema dell’esplosione dell’uso dei voucher, ma non è efficace neppure per prevenire gli abusi. Perché potessimo verificare che il numero di ore pagate a voucher sia effettivamente quella comunicata tramite sms dai committenti, ci sarebbe bisogno – dice Pennesi – di controlli in tempo reale. Ma il numero esorbitante di tagliandi staccati ogni giorno c’impedisce di farli. E così per le aziende diventa sin troppo facile truccare i conti”.

Insomma: hanno fatto ciò che sognava Berlusconi, hanno detto che era la legge che avrebbe rilanciato l’occupazione, poi sono stati smentiti dai numeri poi sono stati smentiti dai lavoratori, poi sono smentiti dai loro stessi controllori, sanno di essere in assoluta minoranza nel Paese in caso di referendum. Ma chi lo vuole il jobs act?

Sweet seventeen

Debbie Reynolds, star di Singin’ in the Rain muore un giorno dopo la figlia Carrie Fisher

Good morning. Non è un buongiorno per Hollywood: il 2016, che si dice abbia fatto strage di star, si porta via anche Debbie Reynolds. Il giorno dopo la morte di sua figlia Debbie Fisher, la star di Singin’ in the rain, attrice legata a quel ruolo per sempre, è morta di infarto come la principessa di Star Wars. Due superstar con una carriera cinematografica lunga e ricca, ma segnate indelebilmente, nel bene, da quei due personaggi. Fisher, che era anche scrittrice e sceneggiatrice, scrisse parte della sceneggiatura dei sequel di Star Wars, ai quali pure prese parte nel ruolo di Leila. Reynolds era quelle facce di Hollywood dei film del pomeriggio in Tv, colori sgargianti e commedie allegre, che raccontano i tempi in modo scanzonato. E ha continuato a lavorare in Tv, cinema e teatro fino a pochi anni fa.

Reynolds aveva 85 anni e avrebbe voluto «stare vicina a sua figlia», che è l’ultima cosa che ha detto prima di morire. Le due erano molto legate, la prima la sostenne dopo il matrimonio andato male, Eddie Fisher, il marito, la lasciò per la sua amica Elizabeth Taylor, e dopo quelli successivi finiti allo stesso modo. La seconda visse con sofferenza l’ombra della madre superstar, soffriva di disturbo bipolare ed era dipendente da antidolorifici e cocaina. Si aiutò scrivendo, anche libri autobiografici. Le due, insomma, si sono sostenute a vicenda e la morte a un giorno di distanza sembra quasi voluta.
In un tweet, Mia Farrow scrive: «Debbie sapeva recitare, ballare e cantare, Riposa in Pace non sembra la cosa adatta da dire. Spero siano da qualche parte a divertirsi».

Renzi è comunque contento del 2016. E non è una follia

Former Italian Prime Minister, Matteo Renzi, after his speech at the National Assembly of the Democratic Party in Rome, Italy, 18 December 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Il punto è che lui (e i suoi) sono soddisfatti, tutto sommato contenti dell’anno che si sta chiudendo. Certo la campagna campale, quella sul referendum, non è andata come doveva (o meglio: è andata come doveva andare ma non come avrebbe voluto lui), ma l’anno è stato emozionante e il morale, messe le mutande rosse, nuove, è alto. Anche se tocca stare per un po’ lontani da Roma, e farsi immortalare non più vicino a un carretto di gelati (Grom, si intende) nel mezzo del cortile di palazzo Chigi ma con un carrello pieno di panettoni (Bauli – e le marche raccontano molto del messaggio che si vuole mandare) nella corsia di una Coop.

Il morale è alto, e lo spirito quello di sempre, si diceva, tant’è che chi lo voleva un po’ cambiato (chi pensava che il ragazzo avesse potuto imparare qualcosa da questo finale dell’anno) si è dovuto ricredere subito. Il tempo di convocare una direzione del partito e – piazzato un governo che al momento si suppone di poter gestire per corrispondenza – la stoccata alla minoranza ha svelato la verità – offrendoci peraltro l’occasione per spiare uno dei libri che Renzi ha letto in questo 2016, anno di importanti passaggi referendari, di referendum, di dati sull’occupazione (con il boom dei voucher), di dimissioni.

Uno dei libri che Renzi ha sicuramente letto nel 2016 è Coraggio! di Gabriele Romagnoli, pubblicato da Feltrinelli. In libreria lo riconoscete perché ha una copertina color uovo di pettirosso, tinta unita, forte. La battuta “Lo stile è come il coraggio di Don Abbondio” è stata presa da lì, ispirata da quelle pagine (dove il coraggio di Don Abbondio, quello che “se uno non ce l’ha, non se lo può dare” è citato già nella quarta di copertina), e poi rivolta a chi nella minoranza, spesosi per il No, si è lasciato andare a festeggiamenti post 4 dicembre, giudicati indelicati e poco sportivi (immaginiamo che i renziani si sarebbero limitati ad abbracciare gli sconfitti – certo). Maleducati sono questi ex comunisti.

Per Matteo Renzi, insomma, quello del referendum è un incidente in un anno glorioso, che si chiude come si è conclusa la sua prima esperienza a palazzo Chigi. Ed è proprio pensando ai mille e rotti giorni nel suo complesso, che anche questi ultimi 365 diventano buoni. Perché – per dire – confermano che oltre lui non esista niente e nessuno – e che lui può persino permettersi il lusso di sbagliare – di sbagliare forte, come nel caso della personalizzazione referendaria – tanto nessuno verrà a insediarlo. La minoranza del suo partito non sa proprio come riorganizzarsi (anche se Speranza ha annunciato che mercoledì inizia un tour nazionale di preparazione al congresso), a sinistra non si muove granché, e i 5 stelle, sempre alti nei sondaggi, hanno avuto un anno pure peggio del suo, cominciato il 10 gennaio con l’esplosione del caso Quarto, con le indagini sull’amministrazione, le polemiche sulla responsabilità dell’allora “direttorio”, etc etc., e finito con Virginia Raggi che non passa indenne manco da una (civilissima) ordinanza sui botti di fine anno, e deve fare i conti con l’ingombrantissimo arresto di Raffaele Marra.

Per il resto è tutta una questione di punti di vista. Di gusti. Se pensi che le riforme fossero bellissime, per te il 20 gennaio 2016 non è il giorno in cui Verdini è entrato (tornato) nel governo del Pd, ma è il giorno in cui il Senato dà il terzo sì alla riforma costituzionale (con i voti fondamentali di Verdini, appunto, due dissidenti di Forza Italia e i tre senatori che fanno riferimento all’ex leghista Tosi). Senza di loro non ci sarebbe stata la maggioranza.

E poi. Il 2016 è pure l’anno in cui si dimette la ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi, chiamata in causa in alcune intercettazioni nell’ambito di un’inchiesta sui rifiuti petroliferi in Basilicata. Ma è anche l’anno in cui, dando indicazione per l’astensione (ma volendo far vincere il Sì), Renzi vince il referendum sulle Trivelle, fermatosi lontanissimo dal quorum. Il 2016 è stato l’anno delle Unioni civili, approvate seppur senza adozioni, e lontanissime – ancora – dal matrimonio egualitario. E per uno che sulle adozioni omosessuali ha sempre avuto dubbi, la vittoria è piena, celebrata in ogni dove.

E ancora, sì, è vero che non si è visto il “lanciafiamme” che Renzi aveva promesso di usare per distruggere le correnti interne ai dem che – a suo dire – hanno reso possibile il disastro delle amministrative, ma è anche vero che da giugno 2016 ad oggi il Pd è ancora più renzizzato, tanto che parlare di correnti fa ormai sorridere. E’ pure l’anno in cui si è completata l’invasione del sottogoverno, Rai compresa, con le attesissime nomine, arrivate il 4 agosto di quest’anno.
E poi c’è stata la partita europea, dove Renzi è convinto di aver ottenuto ciò che si poteva ottenere (a cominciare dall’immagine un po’ tsiprarola, in contrasto con il revival sulla Terza via). E’ di settembre 2016 il vertice dei leader dell’Ue a Bratislava, quando il nostro ex presidente del Consiglio rinuncia alla conferenza stampa congiunta con la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francois Hollande, in disaccordo sulle conclusioni del documento finale in materia di economia e migranti. Il 2016 è l’anno dei decreti del jobs act (e del referendum che forse, zitti zitti, si riesce a evitare) ed è poi l’anno della cena con Obama (e questo per tutti, obiettivamente, sarebbe sufficiente per trasformare l’anno in memorabile).

Il 2016 è stato l’anno delle bufale, delle bugie, delle post verità. Lo sa bene Renzi che ha citato la post verità, le bufale del web, nel suo discorso di dimissioni, denunciandole. Lo sa bene anche perché ha pure lui la sua buona e comoda dose di post verità – di slogan, falsi miti, piccoli e grandi inganni (anche dire per mesi che il parlamento è lento, per dire, lo è). Trucchi che risultano comodi, e che hanno però l’effetto collaterale (da capire se grave o persino positivo): convincono pure chi li pratica, alla fine. Ci si convince, come si può fare sul giudizio sul 2016.