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L’intero mondo, il nostro cuore e il 2017

Non c’è un uomo solo o una donna dell’anno per noi di Left, ci sono uomini e donne dell’anno, tanti e sparsi nel mondo. Con quell’idea di umanità di cui scriviamo ogni numero. Un’umanità che non si concepisce se non insieme. Tutti sani, tutti salvi. “Si prega di non chiudere gli occhi” vi urliamo ancora una volta. I nostri eroi del 2016 sono civili, come noi, che salvano civili, come noi. Sono i Caschi Bianchi, 3.026 tra uomini e donne che, ad oggi, hanno tirato fuori dalle macerie dell’Olocausto siriano 72mila vite umane. «Sono un insegnante di inglese. Lo sono, lo ero. Quando ho cominciato a fare questo ho pensato: lo farò per un mese e finirà. Pensavo che sarei tornato al mio lavoro. Poi ho pensato: lo farò per sei mesi. Poi ho detto: durerà per un anno. Era tre anni fa». Così ci ha racconta Ammar, caposquadra dei Caschi Bianchi di Aleppo che ancora oggi, «insieme ad altri: avvocati, insegnanti, camerieri, fornai, barbieri, pompieri, gente che faceva qualsiasi tipo di lavoro, abbiamo scelto la defezione. Quando il regime ci ha chiamato a combattere, non siamo andati». Sono andati da Aleppo a Idlib, senza armi, sotto quei caschi bianchi. E non si sono più fermati.

C’è una poesia del turco Nazim Hikmet che parla e parlerà sempre dei Caschi Bianchi di oggi e di noi, di un’idea di umanità e di mondo che fa le cose per nulla e per tutti che vi dedichiamo in questo penultimo giorno del 2016 per raccontarvi del prossimo 2017. Che passeremo con il cuore sparso per l’intero mondo, perché:

«Se qui c’è la metà del mio cuore, dottore,
l’altra metà sta in Cina
nella lunga marcia verso il Fiume Giallo.
E poi ogni mattina, dottore,
ogni mattina all’alba
il mio cuore lo fucilano in Grecia.
E poi, quando i prigionieri cadono nel sonno
quando gli ultimi passi si allontanano
dall’infermeria
il mio cuore se ne va, dottore,
se ne va in una vecchia casa di legno, a Istanbul…»

Dal carcere raccontava ancora Hikmet al suo dottore:

«guardo la notte attraverso le sbarre
e malgrado tutti questi muri
che mi pesano sul petto
il mio cuore batte con la stella più lontana».

Così anche il nostro di cuore. Sempre con la stella più lontana. Buon anno nuovo a tutti!

Left è in edicola dal 30 dicembre con questo ed altri articoli

 

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Gli operai resistenti che hanno salvato la fabbrica di giocattoli

Martinsicuro – Era il quartier generale del giocattolo musicale. Così grande che gli operai lo attraversavano in bicicletta. A lavorare in quei trentaduemila metri quadri di stabilimento erano in tanti, oltre quattrocento, durante il boom della Bontempi. Per quarantuno anni, in Via del Lavoro 14 a Martinsicuro, comune di Teramo, uomini e donne alle macchine hanno dato vita “al mondo dei divertimenti”. Nel 2003, il fallimento e poi un tentativo di ripresa con la Bontempi spa. E ancora, a distanza di dieci anni, una nuova procedura di concordato che stravolge le vite degli ultimi cento lavoratori dell’azienda. Tra quelle mura, non solo macchine. Intere esistenze.

(Foto di Angela Zurzolo)
(Foto di Angela Zurzolo)

Lì dentro, c’era chi, a 24 anni, aveva conosciuto sua moglie e con i risparmi fatto studiare le due figlie, come Marcello, collaudatore. Ormai 54enne, non aveva di fronte che la cassa integrazione. Pierluigi, in fabbrica da trenta anni, a 55 perde per la seconda volta il posto e rivive un incubo: quello del fallimento, negli anni ’80, di un’altra impresa della provincia, un cantiere navale in cui lavorava come saldatore. A fallire nella zona sono in tanti. Del resto, dal 2008 al 2016, in tutto l’Abruzzo, il totale dei fallimenti è raddoppiato. Quest’anno si registra il crack di 10mila aziende, in calo del 6% rispetto al 2015 secondo l’Osservatorio Cerved. Ma c’è chi come Pierluigi non si rassegna a non poter essere padrone del suo destino.

(foto di Angela Zurzolo)

Per questo 34 ex dipendenti della Bontempi hanno scelto di dar vita a un workers buyout, procedura che ha consentito agli ex dipendenti di acquistare l’azienda e di salvare parte della produzione. Da operai a imprenditori, hanno creato una cooperativa. Si definiscono “imprenditori veri” e “non prenditori come tanti”. Industria Abruzzo oggi occupa 18mila metri quadri su 32mila dello stabilimento. Molte delle macchine della Bontempi che producevano giocattoli, pianole e organi,sono ferme. Delle 30 dedicate allo stampaggio, più della metà sono inutilizzate. Ma per garantire stabilità alla cooperativa, si pensa di voler diversificare la produzione, tentare con nuovi materiali plastici per assumere altri ex dipendenti.

Oggi l’azienda produce prevalentemente strumenti a fiato e percussione, per un totale di circa 50mila articoli al mese. Esclusivamente giocattoli, dunque.«Niente più elettronica» dicono con rimpianto gli operai che ricordano che dal 1984 al 1998, si era arrivati a produrre persino pianoforti. Perché Bontempi aveva acquisito e salvato la Farfisa, azienda piegata dalla concorrenza dei giapponesi, posta in liquidazione dalla Lear Siegler e finita con 279 addetti in cassa integrazione su 649. A produrre ed esportare anche in Italia quegli stessi strumenti, da tempo, ormai, è la Corea. Ma oggi è la Cina la vera minaccia per lo stabilimento di Martinsicuro. Impossibile competere con i costi del lavoro del Dragone.

(foto di Angela Zurzolo)

Addio per sempre perciò alla produzione di tastiere musicali a 61 tasti e di piani digitali made in Italy. «Nel 2013, dopo la liquidazione, a Potenza Picena, dove c’era l’altro polo della Bontempi, hanno pensato di costituire una società per commercializzare i prodotti di importazione» spiega Giancarlo Pieroni, presidente della Industria Abruzzo coop. «Analizzando i preventivi cinesi abbiamo capito che in fatto di giocattoli tradizionali c’era ancora la possibilità di competere. Sono voluminosi e il costo del trasporto incide molto sul prezzo finale. Da qui l’idea di formare una cooperativa e salvare parte della produzione vendendo giocattoli alla commerciale che oggi esporta i nostri prodotti in 70 Paesi del mondo».

(foto di Angela Zurzolo)

Con 250mila euro, chiusasi la procedura di concordato, la cooperativa acquista le macchine. Tante le difficoltà per l’accesso al credito. I soci sono costretti a firmare fideiussioni. Poi ottengono un finanziamento di 180mila euro: “Cfi, società che promuove le imprese cooperative, entra nel capitale sociale con 40mila euro, mentre il fondo mutualistico Coopfond interviene con una partecipazione di 130mila euro” spiega il presidente della cooperativa. Dei cento lavoratori dell’azienda, però, solo 34 hanno potuto far parte dell’impresa perché continuare a produrre strumenti elettronici era impossibile. «Il nostro obiettivo è quello di assumere gli ex colleghi, come stiamo facendo nel periodo di alta produttività» spiega Livio, socio della cooperativa. «Guardare un collega e sapere che domani non verrà più a lavoro è difficile e doloroso» racconta Marco, un impiegato. Ma la concorrenza e le condizioni imposte dal mercato per ora sembrano non consentire di fare altrimenti.

Gli eroi dell’anno. Intervista ai Caschi Bianchi

Caschi bianchi ad Aleppo
epa05574317 An undated handout picture made available by the Syria Civil Defence volunteer organization on 07 October 2016 showing volunteers searching through the rubble of a destroyed building, in an unknown location, Syria. Syria Civil Defence is a volunteer group, also known as the White Helmets, that consists of over three thousand local volunteers spread across areas of conflict around Syria. In the past three years they saved over 62 thousand Syrian lives, while losing 145 volunteer during airstrikes and 430 others injured. EPA/SYRIA CIVIL DEFENCE / HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Qualcuno mi sente? C’è qualcuno laggiù? L’indirizzo skype è quello della linea delle emergenze e questa chat non si dovrebbe usare per richiedere interviste, né per spedire punti interrogativi senza dover risolvere questioni vitali. Perciò lui dietro lo schermo, dall’altra parte, in Siria, dopo due giorni scrive: «Hello, non posso aiutarti. Non c’è nessuno che possa rispondere alle tue domande». La Siria è la storia di chi non risponde. La verità è questa: che non risponde più nessuno ad Aleppo. Era quello che c’era scritto sul foglio e così sarebbe iniziato un altro articolo, un altro elenco di vittime a fine anno 2016. Sarebbe stato schifosamente impreciso e fallace, perché, prima degli altri, dovresti essere tu laggiù a raccontare. Ma non ci sei. E intanto, la morte marcia. Non c’è niente di nuovo da scrivere, da aggiungere, se non che la morte marcia, da Castello Road a Nord, al distretto al Zahraa, ai distretti di Sukkari, Ramussah e Salahhedin a Est mentre un mucchio di veti all’Onu, un numero di polemiche e inerzie sfidano per cifra solo il numero dei missili che cadono da cinque anni sulla Siria. «E va bene, I trust you e ti help. Questo è il numero del capo squadra dei Caschi Bianchi». Chiunque tu sia, dietro lo schermo, grazie e rimani vivo. «Anche tu» dice per salutare l’uomo senza nome di Skype. Poi la Siria è qua dentro, cliccando sull’icona a forma di telefono sulla chat di Whatsapp. Uno squillo solo, forte, veloce come una fucilata.

Così nasce la nostra intervista a Ammar Al Salmo, casco bianco, eroe tra gli eroi dell’anno: «Noi non siamo professionisti, siamo volontari», ci spiega, «non abbiamo un vero training e abbiamo anche poca attrezzatura». Ma salvano un sacco di vite, «esattamente non so la cifra adesso, ma i Caschi Bianchi hanno salvato oltre 72mila persone, in 120 città». In Siria, tra le bombe e le macerie.

Gli eroi erano 20 nel 2013, ma oggi, che comincia il 2017, Ammar deve rispondere e parlare per mille, anzi 3.000. Anzi: con precisione 3.026. E deve raccontarci che più di 150 Caschi Bianchi sono stati uccisi in the line of duty.

Su Left in edicola da venerdì 30 dicembre, insomma, vi raccontiamo ciò che vedrete anche nel documentario diretto da Orlando von Einsiedel e prodotto da Netflix, il lavoro di questi uomini e donne in tre terribili anni di guerra. Il documentario è candidato all’Oscar e George Clooney sta lavorando per capire se, da quel lavoro, si può trarre un film. L’idea, secondo l’attore, è quella di fare qualcosa per far capire meglio il conflitto in Siria. Ci proviamo anche noi. Dedicandogli la nostra ultima copertina del 2016.

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Picasso, Giacometti, Caravaggio, Burri, Ai Weiwei. Capodanno in mostra

Picasso Giacometti

 Il dialogo Picasso-Giacometti a Parigi, Caravaggio a Londra , Alberto Burri a Città di Castello,  Anish Kapoor a Roma, Ai WeiWei a Firenze, Yves Klein a Liverpool, e molto altro. Le mostre  da vedere durante le feste, aperte anche l’ultimo dell’anno. Ecco un carnet ricco di proposte:

Giacometti e Picasso
Giacometti e Picasso

Picasso e Giacometti a Parigi  Il Museo Picasso fa dialogare le proprompenti opere di Pablo Picasso (1881-1973)  con quelle tormentate ed essenziali di Alberto Giacometti (1901-1966), due protagonisti del Novecento che hanno approfondito il tema della rappresentazione cercando l’invisibile, la realtà interiore dei soggetti che nelle loro pitture e sculture non è più riconoscibile come fisionomia cosciente, ma assume un senso più profondo e, in questo modo, universale. Il piano piano terra e il primo piano del Musèe Picasso diventano così teatro per oltre 200 opere dei due maestri provenienti dalla Fondazione Giacometti, dall’enorme collezione picassiana del museo parigino e da collezioni private, che offrono opere raramente viste. Durante il lavoro di ricerca per la preparazione di questa esposizione sono emersi documenti inediti, schizzi, taccuini  che illuminano il raporto non solo formale, fra lo schivo Giacometti e il meno rriservato Picasso di vent’anni più grande.  la mostra approfondisce vari aspetti delle loro diversissime personalità mettendo in luce la loro grande libertà di ricerca e di invenzione. Ma anche il gusto per la dialettica e il confronto che fra loro si snodò, dai  primi anni Trenta intorno al tema del ritorno al realismo che segnava quegli anni per proseguire poi nel confronto con il surrealismo, che per Picasso fu un interesse fugace e che non portò buoni frutti. Nelle otto sezioni, seguendo un filo cronologico e tematico, la mostra invita a uno stimolante confronto fra le loro rispettive creazioni individuano corrispondenze inedite e comuni passioni come quella per  le arti non occidentali. Cosi al paffuto Paul in veste di Arlecchino di Picasso fa eco il filiforme Pinocchio di Giacometti, alla , Donna seduta in poltrona rossa (1932, in foto)  corrisponde dialetticamente The Goat (1950) dello scultore svizzero . E ancora Donna (1933-1934) e Male camminare (1960)   e molto altro fra disegni, sculture, dipinti e bozzetti. Fino al 5 febbraio 2017

Restando in Italia si segnalano altre due interessanti occasioni per vedere opere di Picasso dal vivo. All’Ara Pacis, fino al 19 febbraio, Picasso Images mentre l’Arena Museo Opera di Verona (AMO),  fino  al 12 marzo propone Picasso figure 1906-71 un’opera per ogni anno della vita di Pablo Picasso lungo un arco temporale che va dal 1906 fino all’inizio degli anni ‘70. In mostra circa novanta opere del pittore spagnolo fra le quali Nudo seduto (da Les Demoiselles d’Avignon del 1907), Il bacio (1931),  La Femme qui pleure e il Portrait de Marie-Thérèse entrambe del 1937 e molte altre opere approfondite nel catalogo Skira.

Beyond Caravaggio
Beyond Caravaggio

Beyond Caravaggio  è la mostra dell’anno a Londra ed è la prima esposizione inglese che propone di esplorare l’influenza del rivoluzionario realismo di Caravaggio sulla pittura del suo tempo.  Non solo fra i suoi seguaci più diretti, perché la fama del Merisi si sparse presto per l’Europa e maggiori artisti del Seicento accorsero a Roma per vedere i suoi capolavori, cercando di emulare il suo crudo e intenso naturalismo,  e i suoi drammatici chiaro scuri, di cui tuttavia restarono   nella maggior parte dei casi solo deigli imitatori.  Lo stile caravaggesco diventò un must  anche nel nord Europa, salvo poi tramontare nei secoli successivi che videro Caravaggio precipitare nell’oblio ( fino alla sua  riscoperta novecentesca grazie a Roberto Longhi).  In questa mostra, in parte esemplata su quella presentata fino all’estate scorsa a Madrid, sono raccolte opere preziose di caravaggio come Amor vicit omnia e questo corrucciato San Giovanno battista proveniente da . E poi  la cattura di Cristo del 1602 e accanto ad opere di Orazio Gentileschi, Valentin de Boulogne, Jusepe de Ribera e Gerrit van Honthorst e altri maestri spagnoli, fiamminghi e olandesi.  Fino al 15 gennaio 2017.

A Roma, intanto, oltre a poter vedere dal vivo alcune delle opere più importanti di Caravaggio, si può vedere la Canestra dell’Ambrosiana con cui il Merisi rivoluzionò la tradizione della natura morta, dando pari dignità alla rappresentazione di figure umane e oggetti, che dalle sue mani acquistano un senso trasfigurato e umanissimo. Dipingendo pere, mele, fichi, uva con acini ammaccati Caravaggio raccontava altro e in questo modo rivendicò l’autonomia della pittura, come realtà parallela e potenziata che nulla a che fare con ripetitività e i rigidi canoni della pittura di genere. Lo racconta la mostra L’origine della natura morta in italia  che nella Galleria Borghese, accanto alla Canestra,  espone l’autoritratto come Bacco (Bacchino malato), il Ragazzo con cesta di frutta, il Suonatore di liuto e la Cena in Emmaus Mattei. Curata da Anna Coliva con Davide Dotti e accompagnata da un catologo Skira, è aperta fino al 19 febbraio. Da non perdere l’appassionata e colta monografia su Caravaggio che lo storico dell’arte Tomaso Montanari presenta su Rai 5. Con il titolo La vera natura di Caravaggio, prodotta da Land comunicazioni, offre un’occasione di approfondimento puntuale, non scontata e conivolgente. Venerdì prossimo andrà in onda la terza puntata. Chi avesse perso le precedenti può rivederle su Rai replay

Alberto Burri
Alberto Burri

Burri a Città di Castello. Qualcosa di caravaggesco potremmo scovare anche in Alberto Burri, nei suoi toni ombrosi e nei contrasti fra brulicante nero e rosso vivo.  Nella carnalità della pittura che, benché astratta, ci parla di umanissimi drammi. Dopo  la grande mostra al Guggenheim per il centenario della nascita dell’artista umbro è la sua Città di Castello a rendergli omaggio, con una mostra curata da Bruno Corà. Con il titolo, Alberto Burri: lo Spazio di Materia – tra Europa e U.S.A, negli Ex Seccatoi del Tabacco,  indaga i rapporti fra il maestro dei cretti,  dei sacchi, delle compustioni con filoni come il  New Dada, il Noveau Réalisme  e l’Arte Povera , di cui lui fu indiretto ispiratore. Direttore della Fondazione Burri e fra i più fini interpreti della sua opera, Bruno Corà mette in luce l’invenzione linguistica scaturita dal suo lavoro. “Nell’impiego diretto e pressoché esclusivo della materia ne ha ottenuto una spazialità inedita all’insegna di un “controllo dell’imprevisto” e di un magistrale equilibrio che ne ha qualificato le forme” scrive Corà . Accanto ad un nucleo scelto di  una ventina di opere di Burri – dai catrami alle muffe, dai sacchi ai gobbi, dai legni alle combustioni, dai ferri alle plastiche, dai cretti ai cellotex fino al “nero e oro” – sono esposte opere di Pollock, Motherwell, Hartung, De Kooning, Wols, Calder, Marca-Relli, Scarpitta, Matta, Nicholson, Tàpies, Colla, Rauschenberg, Twombly, Johns, Fontana, Manzoni, Castellani, Uncini,, Klein, Rotella,, Kounellis, Calzolari, Pistoletto, Pascali, Scialoja, Mannucci, Leoncillo,, Afro, Capogrossi, Kiefer, Miró e molti altri artisti del secondo Novecento assonanti con la ricerca di Burri. Fino al 6 gennaio 2017.

Frida 1939.© Nickolas Muray Photo Archive
Frida 1939.©
Nickolas Muray Photo
Archive

Frida Khalo a Bologna  Non solo Frida, ma anche opere di artisti che furono amanti, amici e sodali dell’artista messicana.  In mostra a Bologna si possono vedere opere di Diego Rivera che fu anche suo compagno di vita in una tormentata relazione durata molti anni.  Organizzata da Arthemisia (catalogo Skira) questa esposizione presenta opere della Collezione Gelman, una delle più importanti raccolte d’arte messicana del XX secolo. Oltre ai quadri di Kahlo, Rivera, RufinoTamayo, María Izquierdo, David Alfaro Siqueiros, Ángel Zárraga si possono vedere fotografie, documenti, bozzetti, mmagini iconiche, abiti e gioielli, proponendo così vari percorsi all’interno della “Rinascita messicana” (1920-1960) e delle vicende, non sempre facili, dei suoi protagonisti. La Collezione Gelman è nata nel 1941, quando Jacques Gelman e Natasha Zahalkaha,  emigrati dall’Est Europa, si incontrarono a Città del Messico. All’inizio raccolse le opere di artisti messicani già affermati, tra cui Maria Izquierdo, David Alfaro Siqueiros, Rufino Tamayo e Angel Zarraga, succcessivamente entrarono anche quelle di Frida Kahlo e Diego Rivera. Parte del ricavato della mostra sarà devoluto ai terremotati. Fino al 26 marzo 2017


Yves Klein
Yves Klein

Yves Klein alla Tate Gallery di Liverpool  Noto soprattutto per i suoi monocromi blu oltremare, Yves Klein è stato il geniale folletto dell’arte francese del Novento, purtroppo scomparso troppo presto. La Tate Gallery di Liverpool lo omaggia con una affascinante retrospettiva, in cui sfilano molte delle migliori invenzioni, sculture e opere pittoriche astratte, ma spesso realizzate a partire da modelle in carne in ossa. Come le sue Antropomotrie, realizzate invitando modelle nude a bagnarsi nel colore per poi lasciare fuggevoli impronte su grandi tele stese per terra. L’aspetto ludico, e una infinità curiosità verso culture diverse da quella occidentale, a cominciare da quella giapponese, sono i fili che attraversano sotteraneamente tutta l’opera di questo poliedrico artista francese che attraverso l’astrattismo una nuova spazialità che non fosse solo fisica.  E che, affascinato dall’opera di Lucio Fontana, cercò di seguirne la strada  come raccontava una  bella mostra  Klein Fontana Milano Parigi 1957- 1962 al Museo del Novecento a Milano. Fino al 5 marzo 2017.

 

 

Kirchner
Kirchner

L’espressionismo al Man di Nuoro La loro grafica tellurica, le immagini scheggiate, l’uso antinaturalistico del colore fecero dell’espressionismo un movimento che immediatamente segnava una differenza da tutta l’arte precedente, non solo da quella polverosamente accademica. Mentre in Francia germinava il movimento Fauve grazie a Matisse, in quello stesso anno, il 1905, a Dresda nasceva Die Brücke, provando a gettare un ponte fra la modernità metropolitana e la tradizione nordica improntata a un gusto del primitivo, del paesaggio selvaggio, letto in chiave spritualista. La mostra Soggettivo primordiale, aperta al MAN di Nuoro fino al 5 febbraio, ripercorre la storia  dell’espressionismo tedesco attraverso una selezione di oltre cento opere provenienti dalla collezione dall’Osthaus Museum di Hagen. E nel catalogo edito da Magonza i due curatori, Tayfun Belgin e Lorenzo Giusti, mettono bene a fuoco questa discrasia intrinseca all’estetica espressionista. Tanto che pittori come Kirchner, come Nolde e persino artisti dichiaratamente di sinistra come Grosz potevano essere facilmente equivocati nella loro ricerca di “autenticità” e rifiuto del filisteismo borghese. Mentre il vitalismo, la critica degli aspetti disumani del nascente capitalismo e la trasformazione del popolo in massa amorfa e atomizzata, rappresentati nella loro pittura, furono addirittura cavalcati in una prima fase dal nascente nazionalsocialismo. Così il culto del nord, certo romanticismo esoterico, la grafica galvanica di Kirchner, Heckel e compagni diventarono il segno ambiguo che poteva essere letto e fatto proprio anche delle destre. Gli espressionisti si fecero sismografi di qualcosa di terribile che si stava profilando all’orizzonte, artisti come Grosz, che poi sarebbe fuggito negli Stati Uniti, rappresentavano questo clima plumbeo con volti ghignanti, profili aguzzi, ambienti sghembi, che sembrano precipitare. Il nazismo cercò di pervertire il senso dell’espressionismo, cercando di appropriarsene. Quando Hitler prese il potere nel 1933, quegli stessi elementi diventarono il segno, lo stigma, il motivo per cui l’arte espressionista fu bollata come degenerata ed esposta al pubblico ludibrio nella mostra del 1937, fra cartelli di insulti e disegni di malati di mente. fino al 5 febbraio 2017

 

Kirkeby
Kirkeby

Kirkeby a Mendrisio (Mi)  Non solo artista e poeta, ma anche geologo, Per Kirkeby  si è spesso occupato del  «grande e continuo movimento che giace sotto la superficie del globo, sotto le nostre vite, che si esprime in salti, in fratture, in ciò che i geologi leggono come faglie»; è questo movimento tellurico a percorrere in maniera carsica l’universo pittorico di quest’artista (classe 1938), forse meno conosciuto di Anselm Kiefer a cui talvolta viene accostato, ma che ha alle spalle un percorso ricchissimo e affascinante. Essendosi dedicato anche alla scultura e a interventi in spazi architettonici aprendoli al cielo, al verde, alla natura, come quello realizzato anni fa per la città di Torino. Negli anni Settanta del Novecento è stato vicino al neo espressionismo di Markus Lüpertz e Georg Baselitz. Ma si è sempre distinto per una sua vena poetica, lontana dall’aggressività materica dei cosiddetti neo selvaggi tedeschi. Per scoprire il suo universo pittorico si può andare a vedere la personale che,gli dedica il  Museo d’arte di Mendrisio, poco lontano da Milano. Il percorso espositivo, curato da Simone Soldini, è incentrato sul periodo che va dal 1983 al 2012, particolarmente fertile, forse il più maturo,  in cui il talento di Kirkeby si è espresso in tele di grandi dimensioni che invitano ad addentrarsi in una fitta foresta di forme astratte, con una tavolozza di verdi profondi, attraversati dalla luce e poi delicate opere su carta, acquerelli fatti durante esplorazioni in Groenlandia. Completano il percorso sei sculture realizzate per la scenografia di spettacoli del Teatro Reale di Copenaghen e il New York City Ballet. Ma  vorremmo ancora soffermarci un momento sui dipinti. Non solo perché invitano a “vedere” che la quiete apparente della crosta sulla quale appoggiamo è perennemente instabile  e che il suo movimento genera un palinsesto di nuovi “fogli” per l’artista. Ma soprattutto perché l’invito di Kirkeby a «posare lo sguardo», poeticamente su ciò che ci circonda ha come  fine la creazione di  immagini nuove, senza sudditanza servile alla realtà cosciente. Scienziato e insieme artista, proseguendo sulla strada aperta da Cézanne con la serie di vedute della  Saint Victoire, Kirkeby invita a diffidare di chi propone figure di  frattali e colori sintetici  come nuova visione. Il postmoderno in questo senso non segna un positivo salto di paradigma e svia dalla ricerca sulle immagini. Il nuovo in pittura non può essere la trascrizione meccanica di scoperte della fisica, pur importantissime. L’artista danese sviluppa questo suo discorso teorico in un saggio che si può ora leggere nel  catalogo della  mostra pubblicato da Mendrisio Museo d’arte. Fino al 29 gennaio 2017,

 

Signac
Signac

Paul Signac a Lugano Estroverso, amante dei viaggi e allergico alla disciplina troppo rigida. Ma anche lettore curioso e attento alle novità, soprattutto di ambito scientifico, Paul Signac non visse soltanto la stagione post impressionista, dove lo confinano i manuali. Ma navigò a vele spiegate nel mondo delle avanguardie seguendo una propria rotta. Sviluppando una ricerca sulle potenzialità espressive del colore. Fino ad abbandonare completamente le fugaci e pallide visioni dell’impressionismo e il freddo pointillisme post impressionista – che egli stesso aveva contribuito a inventare – per avvicinarsi a un uso del tutto libero, irrazionale del colore, alla maniera dei Fauves e dal primissimo Henri Matisse.Diversamente dall’amico e sodale Georges Seraut, con il quale condivise gli studi di ottica e l’interesse per la fotografia, Signac non accettava di buon grado di stare rinchiuso nel proprio studio a dipingere paesaggi costruiti meticolosamente a furia di puntini. All’inizio si era entusiasmato all’idea di provare ad emulare il meccanismo della visione, che prende forma e si compone a partire da macchie separate, ma non era così ossessivo da passare intere giornate in quell’esercizio. Come ricostruisce la curatrice Marina Ferretti Bocquillon nel catalogo Skira della mostra Signac riflessi sull’acqua al Masi-Lugano, il pittore francese ben presto sostituì l’evanescente puntinismo con pennellate di colore più larghe, poi cercò di trovare una nuova strada attraverso l’acquerello che gli offriva la possibilità di dipingere in modo più libero e appassionato, senza la rigida maschera di una tecnica “a mosaico”. Nascono così evocative e sfrangiate vedute di Venezia (in mostra a Lugano  con altre 140 opere di Signac); una Venezia dipinta nel 1904 all’imbrunire, con vibranti tocchi di bluette che – azzardiamo – sembrano anticipare le antropometrie di Yves Klein. Un anno dopo, con La place des Lices a Saint Tropez, Paul Signac era già oltre, sperimentava con acquerello, penna e inchiostro, guardando ad Oriente, emulando Van Gogh e il suo interesse per le stampe giapponesi. Fino alla fine Signac (1863-1935) non smise di cercare un modo per reiventare la pittura, andando oltre la mimesis e la riproduzione della realtà basata sulla visione retinica. Lo cercò dipingendo en plein air e nel proprio atelier dove poteva giocare con la fantasia. Ma anche impegnandosi a sviluppare la riflessione teorica, in un’ampia produzione saggistica. Il suo libro su Delacroix e la luce, in particolare, circolò molto anche fra i pittori più giovani, molti andavano a trovarlo in Costa Azzurra dove talora potevano incontrare anche a Matisse. Fino all’8 gennaio 2017

E ancora, ecco i nostri articoli su : Basquiat a MilanoAi Weiwei a Firenze, e qui, Jean Arp a Roma, Artemisia a Roma, Anish Kapoor a Roma

 

Lo scontro interno al sindacato “Unite” mette nei guai Jeremy Corbyn

epa05677467 Labour Party leader Jeremy Corbyn delivers a speech at a Labour 'Care for National Health Service (NHS)' Rally in Central London, Britain, 15 December 2016. EPA/WILL OLIVER

Il destino del partito laburista britannico è legato, a filo stretto, al futuro di Unite, il principale sindacato dei lavoratori nel Regno Unito e in Irlanda. Le elezioni del Segretario generale di Unite, previste per la primavera del 2017, giocheranno quindi un ruolo fondamentale per il proseguo della leadership di Jeremy Corbyn.

Len McCluskey, il Segretario generale in carica di Unite, è un fervido sostenitore di Corbyn e rappresenta l’alleato più solido in vista di qualsiasi campagna politica a livello nazionale.

Ma alcuni documenti in mano al The Independent, dimostrerebbero come, proprio all’interno di Unite, si sia aperto un fronte che cerca di scalzare McCluskey dalla sua posizione di guida. Il nome di riferimento dei riottosi interni al sindacato è quello di Gerard Coyne, membro attivo in Unite da più di 20 anni.

Cosa ci sia in ballo lo descrive bene Joe Watts sul The Independent: «[Le prossime elezioni sindacali] determineranno chi avrà il controllo su un grande network di strutture e attivisti politici che, finora, sono stati mobilitati per la causa di Jeremy Corbyn». In altri termini, l’appoggio di Unite è stato fondamentale per consolidare la leadership di Corbyn sul territorio nazionale, soprattutto alla luce di un Labour che, a livello di classe dirigente, rimane diviso tra chi ama e odia il leader originario di Chippenham.

Ma perché si è creata una spaccatura all’interno di Unite? Secondo il documento in mano alla stampa britannica, McCluskey è contestato per la sua “ossessione” per Corbyn e la politica “londinese”. Lo sfidante Coyne, vorrebbe invece una leadership più concentrata sulle questioni sindacali di base: salari, sicurezza sul lavoro e discriminazioni di genere.

Il paradosso di tutto ciò? I temi posti all’attenzione della base del sindacato da Coyne sono elementi centrali nel progetto politico di Jeremy Corbyn. Secondo Joe Watts, «la candidatura di Coyne sarà vista come l’ennesimo attacco politico alla leadership del Labour».

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Siria, nuovo cessate il fuoco negoziato da Russia e Turchia

epa05580142 Russian President Vladimir Putin (L) and Turkey's President Recep Tayyip Erdogan (R) arrive for a joint press conference following their talks on the sidelines of the 23rd World Energy Congress, in Istanbul, Turkey, 10 October 2016. EPA/ALEXEI DRUZHININ / SPUTNIK / KREMLIN POOL MANDATORY CREDIT

Turchia e Russia hanno concordato un piano di cessate il fuoco per la Siria, che dovrebbe entrare in vigore a mezzanotte. Questa la notizia rilanciata dall’agenzia di stampa Anadolu.

Il piano mira a espandere a tutto il Paese un cessate il fuoco concordato ad Aleppo all’inizio del mese per consentire l’evacuazione dei civili. Come i piani precedenti che erano stati negoziati dagli Stati Uniti e da Mosca, anche questo stop alle ostilità esclude i gruppi di terroristi.

In caso di successo, il piano sarà la base dei prossimi negoziati tra il regime e l’opposizione sotto l’egida russo-turca nella capitale kazaka Astana. Una parte dei ribelli chiede però di riprendere i negoziati a Ginevra.

Non è ancora chiaro come e dove il piano sia stato concordato, ma di certo sono stati contatti tra la Turchia, la Russia e rappresentanti siriani dell’opposizione con base ad Ankara.

Ankare e Mosca, schierati su fronti opposti nella guerra civile siriana, hanno iniziato a cooperare dopo la riapertura dei canalio diplomatici in estate – interrotti a causa dell’abbattimento di un jet russo da parte turca.

Ankara ha lasciato fare le truppe di Assad ad Aleppo, il che è un segnale di buona volontà. Resta da vedere che fine faranno i curdi in questa partita: sono un nemico di Assad, ma anche di Ankara e rischiano di finire schiacciati. Grandi assenti e più isolati che mai in questa partita restano Stati Uniti ed Europa.

L’anno della diplomazia e della politica a colpi di fake news e teorie del complotto

Visitors observe the statue of the elected President of the United States of America, Donald Trump, at the Wax Museum, in Rome, 09 December 2016. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Questo pomeriggio il Segretario di Stato John Kerry terrà un discorso nel quale cercherà di delineare una strategia diplomatica per la ripresa dei colloqui israelo-palestinesi. Un discorso tardivo, come l’astensione al consiglio di sicurezza Onu, che prova a indicare una strada e, forse, a mettere qualche limite alle scelte della futura amministrazione Trump in materia. I critici sostengono che le ultime mosse di Obama e dei suoi siano un rischio proprio per le scelte future: il nuovo presidente, che ha già annunciato lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme e nominato un ambasciatore finanziatore di insediamenti, potrebbe scegliere di rompere con ogni passo fatto da Obama proprio ed esclusivamente perché lo ha fatto Obama.

Il premier Netanyahu ha promesso di mostrare al team Trump le prove secondo le quali il presidente Obama ha partecipato direttamente alla scrittura della risoluzione, compiendo così un atto diplomatico ostile nei confronti di Israele. Ora, a parte che non ci sarebbe nulal di grave se gli Usa partecipassero alla scrittura di una risoluzione che condanna Israele, magari per contenerne i toni, il fatto incredibile sono le accuse fatte da Bibi come sse si trattasse di un atto terroristico. E l’annuncio irrituale di voler parlare non con il presidente, ma con quello eletto. E, infine, l’agitare prove che forse non avremo mai. O che Trump rilancerà in maniera esagerata e distorta.

La crisi tra Usa e Israele sull’astensione all’Onu ci aiuta insomma a ricordare come il 2016, l’ultima parte in particolare, sia l’anno in cui i presidenti e i leader di Paesi importanti hanno usato in maniera aperta le voci, le teorie del complotto o si sono lanciati accuse molto dure senza produrre prove – o sostenendo di averne, senza per ora mostrarle. O hanno, come Donald Trump dal suo account twitter, disseminato notizie vere a metà, interpretato, torto la realtà a proprio piacimento. O infine, sono caduti vittima di fake news e ad esse hanno risposto.

Nei giorni intorno a natale il ministro degli Esteri pakistano, Khawaja Asif dopo aver letto su internet che Israele minacciava di «distruggere il Pakistan con un attacco nucleare» nel caso il Paese asiatico avesse mandato truppe in Siria, rispondeva: «Israele dimentica che siamo anche noi una potenza nucleare». Spaventoso. Peccato che il ministro della Difesa israeliano non avesse mai pronunciato la frase attribuitagli.

Peggio ha fatto il generale Flynn, il consigliere per la sicurezza nazionale del futuro presidente Trump, che ha usato il suo account twitter per rilanciare notizie e teorie del complotto quali: la campagna Clinton si prepara a lanciare un “crociata” contro la chiesa cattolica, Obama è uno jihadista che fa riciclaggio di denaro sporco per i terroristi, John Podesta (il capo della campagna Clinton) partecipa a rituali nei quali si consuma sangue umano. Tra le notizie rilaciate anche quella secondo cui in una pizzeria di Washington si svolgevano rituali con bambini e che questi fossero legati alla campagna della candidata democratica. Qualche settimana dopo un uomo è entrato armato nella pizzeria per fare giustizia.

Poi c’è l’uso politico-diplomatico. Nei prossimi giorni vedremo se le prove di Netanyahu esistono. Intanto sappiamo che gli Usa si preparano a colpire Mosca con sanzioni a causa del presunto intervento nella campagna elettorale americana. In questo caso abbiamo molti elementi per dire che l’intervento ci sia stato, ma fino a quando non avremo il rapporto del Congresso o quello del team messo su da Obama, non avremo certezze. Eppure la vicenda ha aperto una crisi diplomatica senza precedenti e i toni tra Mosca e Washington non sono stati così aspri da decenni. Ieri il ministero della Difesa russo ha spiegato che la fornitura americana di armi ai ribelli siriani deliberata in questi giorni è «un atto ostile contro la Russia». La fornitura non è una fake news, ma i toni sono sopra le righe, distorcono un po’ la realtà delle cose: americani e russi sono da tempo impegnati nel sostegno a ribelli, gli uni, e ad Assad, gli altri.

Così come lo sono quelli usati dal presidente turco Erdogan, che dopo aver fatto passare sul suo territorio armi e ribelli per anni ora accusa Washington di fornire armi e sostegno all’Isis. Erdogan parla di “prove” ma non le mostra. Gli Usa rispondono che si tratta di una falsità. In entrambi i casi, i toni sono aspri, segnalano una rottura senza precedenti, ma non abbiamo fatti. La notizia, statene certi, rimbalzerà per mesi su internet. Le accuse di aver lasciato fare l’Isis, specie contro i curdi sono state molte, alcune potrebbero a loro volta essere notizie fatte circolare contro Erdogan. Un’alleanza indiretta, c’è però indubbiamente stata, specie nei mesi dell’assedio di Kobane. Erdogan poi mette sullo stesso piano l’aiuto all’Ypg curdo – quello dichiarato dagli Usa – e quello all’Isis.

Esempi ce ne sarebbero mille altri e magari alcune delle accuse lanciate in questi giorni sono vere, ma il tema è il modo in ci siamo abituati a usare e mischiare fatti e voci o l’uso politico di numeri falsi – quelli sugli immigrati e sul loro costo per il sistema sanitario nazionale della campagna a favore del Brexit o le notizie distorte provenienti dalla Siria, che cambiano di 360 gradi a seconda del sito dove le leggiamo (i caschi bianchi sono eroi degni del premio Nobel per la pace o jihadisti e sgozzatori travestiti?). Del 2016 ci resta una certezza: c’è un clima tossico in giro e i leader di molti Paesi e partiti politici usano in maniera spregiudicata  – o stupidamente inconsapevole – internet come uno strumento di propaganda. E la cosa dovrebbe preoccuparci molto.

Bela lì

Lotti: il ministro (per sport) che sussurra ai pm

Luca Lotti arriva al Nazareno durante la riunione dei segretari regionali e provinciali del PD, Roma, 21 dicembre 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

È cronaca patinata: il ministro per sport dopo essersi catapultato a Roma qualche giorno fa per “vederci chiaro” sull’indagine che aveva smentito (con tanto di post da libro Cuore in cui lamentava di aver dovuto lasciare gli affetti per “partire subito”, tanto per segnare ancora una volta la distanza con il mondo reale di turnisti, trasfertisti e disoccupati) oggi è stato interrogato. Quindi: l’indagine c’era (e allora Lotti esattamente cosa aveva smentito?) e la cronaca dell’incontro di ieri con il magistrato è affidata all’avvocato di Luca Lotti. “Ha negato tutte le accuse” ha detto il legale.

E in molti subito a scrivere paginoni per dire che è tutto a posto. Va bene così. Lotti ha detto che non ne sa niente e tutti a casa per prepararsi al capodanno. Attenzione: il magistrato non ha detto nulla ma la versione “vera” è quella del ministro.

Ora: sinceramente mi viene difficile pensare che un sottosegretario (ai tempi Lotti era sottosegretario all Presidenza del Consiglio) e un Generale dei Carabinieri possano avvisare un indagato per dirgli di controllare eventuali cimici che, guarda caso, vengono controllate, trovate e bonificate ma che la cronaca dell’indagine sia in gran parte delegata alla difesa dell’imputato mi procura una strana sensazione. Sapete quelle gite a Loreto a 1 euro in cui per tutto il viaggio ti regalano pasta e pomodoro e provano a venderti pentole? Ecco, una sensazione così.

Buon mercoledì.

I migliori libri del 2016 scelti dai media internazionali

Quali sono stati i romanzi e i saggi più interessanti pubblicati nel 2016? Quelli assolutamente da non perdere? Ecco i libri consigliati dalle maggiori testate internazionali dal New York Times, al Guardian, da El Pais al New Yorker, dall’Express a Buzzfeed a molti altri. Buona lettura.

Zadie Smith
Zadie Smith

 Swing Time di Zadie Smith. Il nuovo libro della scrittrice inglese arriva  a tre anni da NW (Mondadori, 2013), dove raccontava la vita in quartiere nel nord ovest di Londra, (lei stessa è cresciuta in quella zona). Il nuovo Swing time, in cui l’elemento di fantasia è maggiore, ha avuto recensioni entusiaste e in Gran Bretagna già si parla di un suo prossimo adattamento cinematografico.  L’autrice di Denti bianchi (Mondadori, 2001), che fu un caso letterario in tutto il mondo ha scritto un romanzo forte e convincente, che in maniera sotterranea, ma non per questo meno penetrante, parla del razzismo che ancora si respira perfino nella multietnica Londra. Il titolo fa riferimento agli anni Trenta e alle performances al cinema di  Fred Astaire e Ginger Rogers, di cui le due protagoniste, ballerine di tip tap, vanno matte. Ne esce un romanzo di formazione molto cinematagrafico ambientato in parte nella capitale britannica, in parte in Africa e altrove. Siamo tra gli anni Ottanta e Novanta e la storia racconta  i sogni di due ragazzine di colore cresciute in case popolari: una ha talento e sfrontatezza, l’altra è timida e tende a vivere di luce riflessa, per entrambe sarà una partita senza esclusione di colpi.  Nella traduzione di Silvia Pareschi e con il titolo Follie d’inverno il libro uscirà in Italia per Mondadori il 29 agosto 2017 ( Swing time è fra i best boooks 2016 del NYTimes,  BBC, The Atlantic, Washington post, Esquire, The Guardian).

 

Safran Foer
Safran Foer

 Eccomi  di Jonathan Safran Foer. Pubblicato in Italia da Guanda, è il romanzo con cui lo scrittore americano si è ripresentato al pubblico dopo un lungo silenzio durato undici anni. Marco Missiroli sul Corsera lo ha definito «opera-mondo che si insinua nelle fondamenta della società, e nei nostri amori»Eccomi fa incontrare la piccola realtà quotidiana di una famiglia di origini ebraiche a Washington con l’ampio scenario del Medio Oriente e dei conflitti che lo attraversano. Veniamo così catapultati nella vita di Nathan Englander, dei fratelli Singer, Isaac Bashevis e Israel Joshua. Le cose di ogni giorno – fra crisi adolescenziali, i tradimenti coniugali, liti, scontri – tratteggiano il progressivo sgretolamento di una famiglia a cui fa eco il collasso dello Stato ebraico.  «Questo non è un libro autobiografico, anche se è il mio romanzo più personale», ha detto Foer presentando il romanzo in Italia. E forse ha ragione, benché il protagonista sia fortemente radicato in una certa cultura ebraica americana,è un uomo qualunque che d’un tratto costretto a confrontarsi con la Storia. Ed è questo dramma, questa dinamica, a dare un respiro universale a questa saga familiare, di cui altrimenti avremmo anche potuto fare a meno. (Fra i miglior libri del 2016 per  Time, The Guardian, New York Times).

Colson Whitehead
Colson Whitehead

Underground Railroad  di Colson Whitehead. Con una sapiente combinazione di fiction e documentazione Whitehead riesce a ricostruire un pezzo di storia che gli americani con grande facilità tendono a “dimenticare”. Lo scrittore narra la vicenda di alcuni schiavi  fra i quali la quindicenne Cora, che cercano una via di fuga da una piantagione di cotone della Georgia puntando a nord attraverso una ferrovia sotterranea. Termine che allude alla rete di rapporti solidali che gli schiavi utilizzavano per uscire dalle condizioni disumane in cui erano costretti dai latifondisti. Con un piccolo slittamento di prospettiva, il romanzo (che ha vinto il  National Book Award per la fiction) guida il lettore in una realtà mai vista prima nella letteratura che tratta il tema della segregazione razziale. Whitehead si è documentato su fonti storiche come Edward Baptist, Eric Foner e Michelle Alexander, ma per raccontare non solo i nudi fatti. Mostrando che lo sfruttamento dei neri è la voragine su cui poggia tutta la storia statunitense e che la storia degli schiavi è stata sottratta a chi l’ha subita essendo stata scritta da altri, nella versione imposta dalla supremazia bianca. (Segnalato da The Independent, The Guardian, NY Times, Washington post, Esquire).

Questo è Kafka
Questo è Kafka

Questo è Kafka? di Reiner Stach. Fra biografia, storia, racconto,  ciò che Stach racconta di Kafka, con grande fluidità narrativa,  è minuziosamente documentato. Il biografo tedesco ha trascorso diciotto anni sulle tracce dello scrittore ceco tuffandosi nel suo mondo, cercando di fare proprio il suo stile letterario, di capire la psicologia dell’autore de Il Processo e di tanti altri capolavori. Riuscendo così a tratteggiare un Franz Kafka fresco e umano; lontano da interpretazioni accademiche. Il tetntativo, scrive l’autore, era  di liberarlo da «un’immagine stereotipata, che riduce Kafka a una sorta di essere alieno: … un uomo inquietante che suscita cose inquietanti». Questo suo immane lavoro ha dato nuova vita a questo enigmatico e fondamentale scrittore del XX secolo. Reiner Stach ne ripercorre la vicenda attraverso novantanove “reperti” che corrispondono ad altrettanti momenti ed episodi raccontati attraverso testimonianze compresa quella della fidanzata Milena ( che alla morte dello scrittore annotò: «La sua era una coscienza tanto scrupolosa da rimanere vigile anche là dove gli altri, i sordi, già si sentivano al sicuro». Da questa monumentale opera emergono molti aspetti poco noti  di Kafka, come le sue frequentazioni in casinò e bordelli, le risate che non tratteneva di fronte a ingessati e prepotenti superiori. Torna qui la prima Lettera al padre, che cominciava con«Cari genitori» e momenti di vita vissuta come la pubblica lettura della Colonia penale in una galleria di Monaco, dove il pubblico non resse e  se ne andò, ma anche momenti tenerissimi come quando lo scrittore s’inventa una storia bellissima per consolare una bambina che, nel parco, piange a dirotto. (Segnalato da El Pais).

Elizabeth Strout
Elizabeth Strout

Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout  Il precdente romanzo della scrittrice americana accennava a un rapporto difficile, scostante fra madre e figlia, in cui la figlia ad un certo punto dice fra sé e sé: «Nessuno conosce mai veramente qualcuno».  In certo modo  I ragazzi Burgess apriva la strada a questo nuovo romanzo della scrittrice statunitense basato sulle memorie d’infanzia che emergono nella protagonista mentre va a trovare la madre, da cui è da tempo lontana, in un ospedale a  Manhattan, quasi nell’imbarazzo di incontrare un’estranea. «Quegli imbarazzi che si creano perché è più facile non affrontare il passato irrisolto – ha scritto Paolo Giordano sul Corriere recensendo questo libro -. I rapporti umani inciampano sull’invisibile, s’incastrano, e molte volte ciò accade a dispetto delle migliori intenzioni». Ma è proprio da quelle vaghe memorie di bambina nell’Illinois povero e rurale che si apriranno nuove porte .«Strout si conferma una narratrice grandiosa di sfumate vicende famigliari, capace di tessere arazzi carichi di saggezza, compassione, profondità. Se non l’avesse già vinto con Olive Kitteridge, il Pulitzer dovrebbe essere suo per questo nuovo romanzo», scrive Hannah Beckerman, del Guardian. Anche questo nuovo romanzo di Strout è uscito in Italia nei Coralli di Einaudi (Fra i migliori libri del 2016 per The Spectator, BBC, Time, The Guardian).

tejuIl punto d’ombra di Teju Cole è una straordinaria e, per certi versi, inaspettata raccolta di saggi pubblicata da Contrasto. Non una comune raccolta di saggi, ma un libro d’arte, caratterizzato da una raffinata impaginazione di testi letterari e fotografie, evocative, poetiche, quanto la prosa. L’intensità, l’attenzione che lo scrittore americano  di origini nigeriane mette in ciò che guarda  rende la pagina “radiante”. In questa raccolta, più di quanto accadesse nei suoi precedenti romanzi – Open City  e Every Day Is for the Thief – Cole si lascia andare, segue il filo di una narrazione interiore, apparentemente divagando come un moderno  flâneur, fra fotografia, musica e geopolitica.  Nelle tre sezioni del libro intitolate Reading Things, Seeing Things e Being There, Teju Cole intreccia riflessioni, denuncia, abbozzando scenari possibili, nuove idee. “Death in the Browser Tab”, in particolare, ci parla della brutalità della polizia verso le persone di colore, denunciando episodi di razzismo neanche troppo mascherato.  Ma non  c’è rabbia, semmai l’urgenza di cambiare le cose, mista una struggente nostalgia e un pathos contagioso. (Nella top ten di The Atlantic e BBC)

Il Ritorno di Matar
Il Ritorno di Matar

Il ritorno di Hisham Matar. Dopo libri toccanti e profondi come Anatomia di una scomparsa e Nessuno al mondo (pubblicati  in Italia da Einaudi, come The return di prossima uscita in Italia) lo scrittore libanese racconta il  viaggio di ritorno nel Paese dove è nato e dal quale lo separano 33 anni di esilio. La sua famiglia aveva lasciato Tripoli nel 1979 . Suo padre, Jaballa Matar, è stato l’ eroe della Resistenza all’occupazione italiana, ma anche un uomo molto vicino a re Idris, tanto che nel 1969  dopo il colpo di Stato di Gheddafi è rientrato da Londra per lottare contro il regime, ma è stato sequestrato  e ucciso dopo una lunga prigionia. «Quando Gheddafi ha preso mio padre», scrive Matar (che all’epoca aveva venticinque anni mente Jaballa cinquantasette), «mi ha confinato a un luogo non molto più grande della sua cella. Per anni ho camminato avanti e indietro, rabbia in una direzione, odio nell’altra». Poi la rabbia si è trasformata in disperazione e in un attivismo forsennato, con organizzazioni che lottano per i diritti umani, cercando al contempo di liberare gli zii e i cugini imprigionati per più di vent’anni anni ad Abu Salim, e scampati per miracolo al massacro del giugno 1996, quando 1.270 prigionieri furono trucidati in poche ore. Di suo padre, Hisham Matar non ha saputo nulla se non che è stato ucciso proprio mentre lui era alla National Gallery di Londra e guardava l’assassinio dell’imperatore Massimiliano dipinto da Manet, lo stesso che ora campeggia in copertina de Il ritorno. (Segnalato da NW times e Time, Financial Time, Washington post, Newstatesman).

 

 bernieOur revolution di Bernie Sanders è il libro da leggere per conoscere più da vicino i contenuti che hanno innervato la campagnia di questo insolito democratico che ha osato candidarsi alla Casa Bianca dicendosi socialista. Ma in Italia circolano anche il suo Quando è troppo è troppo pubblicato da Castelvecchi e Un socialista alla Casa Bianca?  edito da Jaca Book, con uno scritto di Marco D’Eramo. Come è noto,”Bernie” è stato il primo candidato nella storia Usa a rifiutare i finanziamenti dei grandi donatori, delle lobby e di Wall Street, presentando un programma di cambiamento radicale, stando dalla parte dei giovani, dei disoccupati, dei lavoratori, della classe media impoverita dalla crisi. Nel libro, attraverso una selezione dei suoi maggiori discorsi, si ritrova, con chiarezza, il suo pensiero politico. (Consigliato da The Independent).

image The Association of Small Bombs di Karan Mahajan. Nell’affollatissimo mercato di Lajpat Nagar, a New Delhi devono fare una commissione e tornare a casa. D’un tratto un’esplosione,  una bomba  li uccide sul colpo.  Il romanzo di Karan Mahajan racconta gli effetti devastanti di quella “piccola” bomba sulle vite di chi resta.  Raccontando come quell’attentato cambia per sempre le vicende, non solo dei genitori dei ragazzi uccisi, ma anche di  Mansoor, che dall’attentato si è salvato per un soffio. In parallelo racconta del terrorista Shockie, attivista per l’indipendenza del Kashmir, che alla causa della regione montuosa contesa da India e Pakistan ha sacrificato tutto. La forza dell’affabulazione, l’ntrospezione dei personaggi, l’abilità nel costruire l’intreccio fanno di questo nuovo lavoro di Karan Mahajan un piccolo grande capolavoro secondo i critici del New York Times. Facendo  entrare il lettore all’interno le loro contraddizioni. Al contempo l’autore obbliga ad  esaminare il”fascino” pericoloso che possono esercitare gli estremismi su fasce di persone giovani, in un aree del mondo oppresse.  Nato negli Stati Uniti dove attualmente vive, dopo essere cresciuto a New Delhi, Mahajan  esce – dopo il successo de La moglie sbagliata  -con un’opera ancora più matura.  The Association of Small Bombs sarà pubblicato il 26 gennaio 2017  in italia da Garzanti ( come il suo precedente romanzo) con il titolo Erano solo ragazzi . (Fra i migliori libri del 2016 per il  NY Times, Financial Times, Time, Esquire, Guardian)

 

 

Paul Beatty, Man Booker Prize 2016
Paul Beatty, Man Booker Prize 2016

Lo schiavista di Paul Beatty. Se ne è parlato molto anche in Italia, non solo perché con questo romanzo lo scrittore Paul beatty ha vinto il Men Booker Prize, per la prima volta nella storia del prestigioso premio inglese assegnato a uno scrittore americano. Ma perché questo romanzo utilizza uno spiazzante ribaltamento per far riemergere una tremenda verità della storia statunitense. Beatty indaga l’eredità profonda dello schiavismo che ancora intossica la cultura americana. Mette alla gogna il razzismo costruendo una satira imprevedibile in cui un nero, dopo una vita di vessazioni, iniziate da ragazzino, impazzisce, diventando come i bianchi che pensano che sia giusto segregare, sfruttare, opprimere altri esseri umani, perché hanno un diverso colore della pelle.  Così decide di recintare un intero quartiere per ristabilire una forma di segregazione. E lo fa con successo. Ma non si tratta solo di un romanzo che porta il lettore, non senza una certa dose di humour , sul terreno di una distopia magistrale, la forza de Lo schiavista risiede soprattutto nel suo sapiente alludere al presente. Diventato presto un best seller ha avuto anche il merito di segnalare il lavoro creativo e di scouting di case editrici americane che non sono dei colossi editoriali. In Italia è pubblicato da Fazi. (segnalato fra i migliori romanzi del 2016 da The Guardian, Financial Times, New York times). Qui l’intervista di Left

Julian Barnes
Julian Barnes

Il rumore del tempo di Julian Barnes.  «Venivano sempre a prenderti nel cuore della notte. E, dunque, piuttosto che farsi trascinare fuori dall’appartemento in pigiama, o essere costretto a vestirsi sotto lo sguardo sprezzante e imperturbabile di un agente della Nkvd preferiva coricarsi vestito sopra le coperte con la  valigetta pronta». Così la voce narrante di questo nuovo romanzo di Barnes racconta la vita di Dmitrij Šostakovič , dopo che – il 29 gennaio del 1936 – la Pravda l’aveva attaccato definendo  la sua Lady Macbeth nel distretto di Mcensk  «un caos anziché musica». L’autore de Il pappagallo di Flaubert e del toccante Il senso di una fine  traccia un elegante ritratto del compositore russo sotto Stalin. «Un capolavoro intenso che tratteggia la vita di un uomo attraverso la lotta della sua coscienza e della sua arte con le pretese impossibili del totalitarismo», ha  scritto Alex Preston sul Guardian, che lo consiglia fra i libri dell’anno, insieme alla redazione della BBC.

 

Sarah Bakewell
Sarah Bakewell

Il caffè degli esistenzialisti di Sarah Bakewell. Già autrice di una biografia di Montaigne che aveva il dono della leggerezza, senza perdere di profondità, Bakewell ha compiuto un’altra impresa, riuscendo ad affrescare una biografia collettiva, polifonica e insieme limpidissima della generazione degli esistenzialisti francesi, a cominciare da Sartre e Beauvoir, raccontando come l’insoddisfazione di studenti obbligati a studiare l’idealismo di Hegel e a confromarsi alle fredde geometrie kantiane, fra un aperitivo e l’altro, scoprirono una nuova maniera di fare filosofia, rendendola più vicina alla vita. Ad aprire loro gli occhi, racconta Sarah Bakewell (che viene da studi filosofici), fu in particolare la fenomenologia di Husserl. Sartre, Beauvoir, Camus, Aragon, Merleau-Ponty ne furono profondamente influenzati. La scrittrice inglese racconta il formarsi del loro pensiero, mescolando biografia, storia, riflessioni. Lo fa in maniera coinvolgente e insieme lucida. Lasciando emergere dalla trama quasi romanzesca degli eventi, le contraddizioni che minavano alla base l’esistenzialismo sartriano, basato sull'”essere per la morte” di Martin Heidegger. Tanto che l’autore de La nausea decise di lasciare Parigi per trasferirsi in Germania in un anno fatidico, il 1933, quando Hitler prendeva il potere e Heidegger pronunciava il famigerato discorso all’università tedesca in cui faceva aperta professione di nazismo. (Segnalato fra i migliori libri dell’anno dal New york Yimes e The Telegraph. Qui l’intervista di Left a Bakewell)

 

Elena Ferrante
Elena Ferrante

La trilogia di Elena Ferrante  ha avuto un successo senza pari nei  Paesi anglosassoni e in Francia, tanto che la prestigiosa rivista Lire, che assegna venti palmarès scegliendo fra i libri dell’anno,  segnala in vetta  i suoi romanzi pubblicati Oltralpe da Gallimard. Il settimanale L’express  accenna che forse gli ultimi lavori non entusiasmano come L’amore molesto ma definisce irresistibile tutta questa saga di lungo corso, in cui  emergono soprattutto i personaggi di Lila ed Elena, le due bambine della periferia popolare  napoletana che resistono alle durezze della vita con una disperata, disarmante, vitalità.  Il settimanale francesecritica apertamente i media italiani che nel 2016 hanno cercato di violare la scelta di anonimato dell’autrice e omaggia la scelta di Elena Ferrante riconoscendole di  voler così rivendicare una assoluta libertà nell’esplorare anche in modo crudo, senza infingimenti, la complessità dei sentimenti delle sue protagoniste. Intanto in Italia le Edizioni e/o che l’hanno scoperta pubblicano La frantumaglia  in cui Ferrante racconta la propria esperienza di scrittrice (segnalato da L’express e dal Guardian).

Svetalana Aleksievic
Svetalana Aleksievic

Tempo di seconda mano di Svetlana Alexievich, che in Italia è stato pubblicato nel 2013  da Bompiani,  è stato pubblicato nel 2016 nei Paesi anglosassoni. Anche in questo caso il merito va alle Edizioni e/o che hanno scelto coraggiosamente di pubblicare i libri della giornalista russa già nei primi anni Novanta e soprattutto ha avuto il merito di tenerli in catalogo nonostante le scarsissime vendite, che poi hanno avuto un’impennata nel 2015 quando Svetlana Alexievich ha vinto il premio Nobel. In questo libro, che nella traduzione inglese s’intitola Secondhand Time, la scrittrice racconta il crollo dell’Urss, attraverso interviste e testimonianze orchestrate in maniera narrativa. Ne emerge un impressionante affresco, costruito sulla storia orale e coraggiosamente lontano dalla retorica di regime. ( Consigliato da Buzzfeed, BBC, Time).

 Hanya Yanagihara
Hanya Yanagihara

A Little Life di Hanya Yanagihara. Negli Stati Uniti è stato uno dei casi editoriali dell’anno ed ha avuto riscontri anche in Italia dove il romanzo è stato pubblicato da Sellerio, con il titolo Una vita come tante, grazie a uno dei migliori editor e traduttori dall’americano in circolazione, Luca Briasco ( ha scoperto anche Le ragazze di Emma Cline). L’intreccio dei percorsi di quattro amici che si sono conosciuti al College e il modo in cui reagiscono alla disperazione in cui cade uno di loro è alla base di questo corposo romanzo che racconta in chiave intimista dolorosi spaccati di vita della nostra epoca. Negli Stati Uniti ha venduto molto e raccolto molti premi. Un esordio di alta qualità letteraria, così è stato definito da The Atlantic, che lo segnala insieme a The Literary Hub.

 

rawimage The way to the Spring. Life and Death in Palestine di Ben Ehrenreich. Attraverso la storia di una famiglia palestinese, Ehrenreich racconta quel che accade oggi. All’indomani della presa di posizione degli Usa contro gli insediamenti dei coloni israeliani, che Obama lascia in eredità al nuovo presidente Trump, questo libro inchiesta aiuta a capire cosa accade quotidianamente nelle zone di maggiore tensione, raccontando le dinamiche che fomentano la rabbia e il modo in cui l’esercito israeliano  provoca reazioni violente. Emblematica, per esempio, la conversazione che l’autore riporta nel libro, in cui l’ex soldato israeliano Eran Efrati gli permette di capire come funziona l’occupazione. Ehrenreich lo incontrò a Gerusalemme «all’inizio di una guerra su Gaza che avrebbe lasciato più di 2.000 Palestinesi morti». Efrati aveva lasciato l’esercito da tempo ed era diventato un attivista contro l’occupazione, ma aveva passato la maggior parte degli anni 2006 e 2007 prestando servizio nella città di Hebron nella Cisgiordania meridionale. «Aveva 19 anni quando arrivò, e all’epoca non vedeva motivi per mettere in questione la presenza militare di Israele nella città. Alla sua prima sessione di istruzione, ricorda che un ufficiale chiese ai soldati che cosa avrebbero fatto se avessero visto un Palestinese attaccare un colono con un coltello. Naturalmente la risposta fu che gli avrebbero sparato addosso. Poi l’ufficiale pose la domanda al contrario: e se fosse il colono ad avere il coltello? “E la risposta fu che non puoi fare nulla. Il più che puoi fare è chiamare la polizia, ma non hai il diritto di toccare i coloni. Dal primo giorno l’ordine fu: “non puoi toccare i coloni”. Questo mi sembrò sensato, disse Efrati. I Palestinesi erano il nemico. I coloni sembravano un po’ matti, ma erano ebrei». Un brano di Ben Ehrenreich si può leggere su Assopacepalestina . (Segnalato fra i migliori libri dell’anno dall‘Economist)

delilloZero K di Don DeLillo, last but not least segnaliamo l’ultimo romanzo dell’autore di Underworld, Rumore bianco e Cosmopolis, pubblicato da Einaudi nella traduzione di Federica Aceto. Zero K è uscito negli Stati Uniti lo scorso maggio ed è il sedicesimo romanzo di DeLillo, che insieme a Thomas Pynchon ha saputo raccontare la deriva dell’America postmoderna, fra solitudini abissali e miraggi di felicità  fabbricati dal consumismo. Il titolo di Zero K è preso in prestito dallo 0 kelvin, lo zero assoluto, la temperatura più bassa che si possa ottenere. I due protagonisti  credono che facendo congelare e conservare a i propri corpi, in futuro potranno tornare a vivere, grazie a nuove scoperte scientifiche. Positivismo e religione si scambiano le parti in questa nuova opera di DeLillo che non manca di rimarcare che anche l’eternità costa e solo i pochi se la possono permettere. (Segnalato dal Guardian).

Per continuare il viaggio:

The books we loved in 2016 New Yorker

tutti i libri segnalati dal New York Times ,

Ten books that will make you a better person in 2017, The Independent

The best fiction 2016 The Guardian

Los 10 mejores libros de 2016 El Pais

The best books of 2016  The Economist

Hera are the best books of 2016 so far Time

Les 20 meilleurs livres de 2016 L’Express

The ten best books  BBC