Paola Binetti e Rocco Buttiglione durante l'esame della nota di aggiornamento del documento di economia e finanza 2015 in aula della Camera, Roma, 8 ottobre 2015.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Come ogni anno, alla fine dell’anno, l’associazione Open Polis traccia un bilancio dell’attività del nostro Parlamento e dei nostri parlamentari. Pezzo fondamentale del bilancio è il dossier sulla produttività, indice ottenuto assegnando un punteggio per ogni atto parlamentare presentato (e per il suo stato di avanzamento: presentare atti che non vengono mai iscritti all’ordine del giorno o montagne interrogazioni a cui non risponde nessuno, serve effettivamente a poco).
Il lavoro di Open Polis (lavoro possibile grazie alle donazioni) offre un bel ritratto di Camera e Senato, spiegando ad esempio che fondamentale, per incidere, è ricoprire un ruolo di vertice, a capo di una commissione. I parlamentari, ricorda infatti Open Polis, “sono in tutto 950, ma solo una manciata riesce a essere determinante. Nell’indice di produttività la stragrande maggioranza degli eletti ottiene un punteggio basso, raggiungibile anche solo con le presenze. Appena il 5% riesce ad avere un’influenza sui lavori dell’aula”. Tra questi ci sono i presidenti delle Commissioni (come Anna Finocchiario, prima al Senato tra i deputati eletti in Puglia, ad esempio), e tra gli improduttivi, invece, ci sono i parlamentari con incarichi o ruoli più politici, tipo Pier Luigi Bersani. Chi si dedica all’organizzazione politica o alla vita del partito, è giusto che venga considerato improduttivo? Non è detto, ma l’indice è appunto dichiaratamente parziale.
Con i suoi limiti, il monitoraggio di Openpolis, però, offre alcuni dati interessanti, soprattutto ora che il Partito democratico ha rilanciato il Mattarellum (dopo averci regalato una legge che tutta Europa avrebbe dovuto invidiarci – Renzi dixit – ma che è invece destinata alla bocciatura della Corte costituzionale ed è stata già bocciata dagli elettori, immaginata per appaiarsi alla riforma costituzionale). Il meccanismo dei collegi della legge che porta il nome del presidente della Repubblica, infatti, legherebbe nuovamente i parlamentari a un territorio, aumentando, almeno, il potenziale controllo dell’elettore.
Ecco allora le utilissime – per cominciare a farsi un’idea – classifiche regionale, sulla produttività degli onorevoli. Ve ne consigliamo la lettura, perché alcune cose potrebbero non piacervi troppo.
Qualche esempio? Con le tabelle di Openpolis, per dire, si può scoprire che nel Lazio, dopo la dem Donatella Ferranti, la più deputata più produttiva è Paola Binetti, dato che non stupisce i cronisti parlamentari (abituati a ricevere decine di suoi comunicati stampa, sulla densa attività d’aula) ma che può aiutare a capire come la produttività da sola non sia – ovviamente – l’unico elemento per giudicare un deputato: tocca vedere che ci fai con tutta questa energia. Per il Senato, invece, va già meglio, e la più attiva è la capogruppo di Sinistra Italiana Loredana De Petris, che è anche terza nella classifica nazionale. Tra i nomi noti, Monica Cirinnà segue al terzo posto, sempre al Senato, mentre il primo 5 stelle è Paola Taverna in settima posizione.
Leggendo la classifica toscana, invece, scopriamo che Edoardo Nesi, scrittore portato alla Camera da Mario Monti, ma rapidamente diventato renziano, si conferma poco dedito, penultimo nella sua regione e al posto 603 della classifica nazionale. Subito sopra di lui c’è Luca Lotti, il cui indice però paga il fatto che Lotti, oltre che parlamentare, era sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Renzi, ed è ora ministro, con Paolo Gentiloni. Denis Verdini è il meno produttivo dei senatori – dato che ancora una volta, però, dimostra la parzialità della classifica, perché Verdini è senza dubbio (a modo suo) parlamentare attivissimo, anche se preferisce il lavorio “diplomatico” alla noia degli atti burocratici.
Sandro Bondi è invece il senatore meno attivo per la Lombardia (e lui non ha neanche altri particolari meriti, avendo anche rallentato con la produzione poetica), mentre il meno produttivo alla Camera, sempre in Lombardia, è Antonio Angelucci, superato di un soffio da Daniela Santanché, posizione 623 nella classifica nazionale. Lasciando a voi il resto della lettura, interessante è però segnalare come maluccio vada anche Matteo Colaninno, il dem prestato dall’impresa alla politica, fermo al 93esimo posto (su 101 deputati regionali) giusto sopra Lorenzo Guerini, che però è vice segretario del Pd è ha altro a cui pensare. Eleggere un manager, insomma, non è garanzia di produttività.
Menzionando la regolamentazione finanziaria europea, Weidmann ha affermato che «l’utilizzo di denaro pubblico [per il salvataggio di istituti finanziari] deve rappresentare l’ultimo strumento utile» per la politica.
Inoltre, ha aggiunto che «le misure annunciate [finora] dal Governo italiano sono adeguate per un istituto che ha sani fondamenti economici … L’intervento pubblico non deve servire a coprire perdite già previste».
Weidmann ha poi messo in relazione il salvataggio di Mps con la discussione sul debito pubblico italiano: «A causa dell’alto livello di debito, qualsiasi utilizzo di risorse pubbliche dovrebbe prevedere coperture adeguate».
Il Presidente della Bundesbank ha anche ricordato che, in seguito alla crisi economico-finanziaria, l’Unione europea ha previsto nuove regole volte a tutelare il contribuente pubblico. «In primo luogo dovrebbero intervenire gli investitori dell’istituto finanziario coinvolto in un salvataggio».
Come riporta Handelsblatt, secondo le regole previste dalla regolamentazione europea, sarebbero circa 40mila i correntisti che verrebbero chiamati in causa per il salvataggio.
epa05556041 A handout photo provided by the Israeli Government Press Office (GPO) of US Republican presidential candidate Donald Trump (L) shaking hands with Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu at Trump Tower in New York, New York, USA on 25 September 2016. EPA/KOBI GIDEON/GPO/ HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES
Se c’è qualcuno al mondo felice della vittoria di Donald Trump alle presidenziali del 2016, questi è il premier israeliano Bibi Netanyahu. Con Obama non è mai andato d’accordo, anzi, ha fatto di tutto per dargli noia, tenendo discorsi duri contro l’amministrazione, prendendolo a schiaffi metaforici ogni volta che ha potuto e infischiandosene degli sforzi, moderati, per rimettere israeliani e palestinesi a un tavolo. Netanyahu ha spesso giocato di sponda con i repubblicani e, oggi, sono i repubblicani a giocare di sponda con lui.
L’ultimo oggetto del contendere, il più duro in otto anni di relazioni burrascose tra Obama e il premier israeliano, è la risoluzione Onu che chiede lo stop agli insediamenti nei Territori, sulla quale, con una mossa del tutto inusuale, gli Stati Uniti si sono astenuti e, non usando il potere di veto, ne hanno consentito l’approvazione. La risoluzione parla di insediamenti illegali in palese violazione delle leggi internazionali e ostacolo alla soluzione del conflitto israelo-palestinese. È la prima dal 1979 a usare toni simili.
Bibi è andato su tutte le furie, ha convocato l’ambasciatore e sostenuto pubblicamente che dietro al testo approvato in consiglio di sicurezza ci sia Obama in persona, «le informazioni che abbiamo indicano come il presidente abbia seguito il processo e lavorato al testo», ha detto Netanyahu. La Casa Bianca nega e, francamente, è improbabile che il presidente Usa, che di Medio Oriente non si intende, abbia lavorato al testo. Quel che è sicuro è che la decisione a sorpresa e in rottura con la prassi, di astenersi, sia venuta da Obama. Un dispetto a Bibi e a Trump, che ha nominato ambasciatore in Israele David Friedman, un avvocato di estrema destra che finanzia gli insediamenti, e che ha promesso di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme – un passo controverso e uno schiaffo ai palestinesi: le ambasciate sono tutte a Tel Aviv, a Gerusalemme ci sono consolati. Un segnale tardivo della visione di questa amministrazione, che non si è data granché da fare per trovare una strada diplomatica in una fase nella quale il Medio Oriente prendeva fuoco e il governo israeliano faceva di tutto per soffocare l’idea dei “due popoli-due Stati”.
Israele annuncia che mostrerà le prove dell’intervento di Obama, come se il voto fosse qualcosa di simile a un attentato terroristico o a un’azione di guerra. La verità è che Netanyahu “mostrando le prove” non farà altro che alimentare la teoria del complotto di qualcuno della destra americana, che Obama si in realtà un musulmano travestito. Un modo per rasserenare il clima e far tornare la questione degli insediamenti nell’alveo della razionalità.
Dal 20 gennaio l’inquilino della Casa Bianca sarà tutt’altro che una persona razionale e Bibi fa conto proprio su questo. La reazione di Trump al non voto americano è infatti affidata, come al solito, a twitter. Il tweet qui sotto recita: «L’Onu ha gran potenziale ma è diventato un posto dove si parla e ce la si spassa. Triste!». In un altro tweet ha aggiunto: dopo il 20 gennaio le cose saranno diverse all’Onu!.
The United Nations has such great potential but right now it is just a club for people to get together, talk and have a good time. So sad!
Il voto Onu arriva tardi e contiene anche alcune frasi ambigue: è il frutto di un testo scritto dall’Egitto e portato al voto da quattro Paesi non amici di Israele – per usare un eufemismo. Ma non è la prima volta che gli Usa si astengono. Quel che è nuovo è l’impegno del presidente eletto per influenzare il voto Onu: Trump ha fatto pressioni sull’Egitto che ha accettato di non mettere il testo al voto.
L’urgenza di una risoluzione, si segnala nel testo, riguarda il pericolo dell’insostenibilità dello status quo, con gli insediamenti che continuano a crescere e Gerusalemme est (la parte araba della città) che comincia a essere circondata da nuovi quartieri. L’idea dei due Stati, lo dicono tutti gli esperti, è quasi morta. E gli insediamenti, non fanno che renderla più impraticabile che mai. L’idea venduta dal governo israeliano che ogni nuova casa costruita sia parte di Israele stessa, rende sempre più difficile accettare i nuovi insediamenti. E il fatto che alcuni politici di primo piano come il destrorso ministro della Difesa Avigdor Lieberman, giochino la carta interna degli insediamenti, vivendoci, è politica interna da strapazzo, aiuta a prendere voti, ma non aiuta gli altri a migliorare la situazione.
L’unico vero argomento a sostegno dell’indignazione israeliana è il fatto che il consiglio, grazie all’astensione Usa, abbia votato un testo sulla questione israelo-palestinese, dopo che per anni non è riuscito a votare quattro righe di condanna per le stragi in Siria.
Il simpatizzante con cui Viet Thanh Nguyen ha vinto il premio Pulitzer 2016, fa rivivere gli ultimi giorni di Saigon da un punto di vista inedito, quello di una spia vietnamita, addestrata nel Nord comunista e infiltrata nell’esercito americano. Un punto di vista doppio, affascinante e inquietante al tempo stesso, perché «il Capitano» è un doppiogiochista disposto a tutto, ma riesce a farci vedere tutta la violenza che si annida nel pregiudizio, nel razzismo, nell’abuso che i colonialisti francesi prima e gli americani poi hanno perpetrato sulla popolazione vietnamita. Il protagonista stesso di questo potente romanzo di Thanh Nguyen, pubblicato in Italia da Neri Pozza, è figlio illegittimo di un prete francese e di una giovanissima vietnamita e porta tutti i segni di quella violenza. «Sono un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce», dice di sé, mentre guarda con astio quegli aerei Usa che proiettano sul terreno ombre a forma di croci, simbolo di una religione di morte.
La rivolta del protagonista, apparentemente ligio al servizio de «Il Generale» (un americano che crede in dio, nella patria, nella famiglia) ribolle nel suo sguardo spregiudicato, dissacrante, a tratti sarcastico, che non ammette infingimenti. Anche da qui siamo partiti per la nostra conversazione con l’autore di questo romanzo in cui risuonano Conrad e Le Carré, Greene e Orwell, pur non assomigliando a nessuna delle loro opere. Un romanzo dove si racconta come gli americani hanno reso il Vietnam una terra desolata con una guerra sleale e feroce in cui usavano il napalm, non riuscendo a spezzare la resistenza vitale di un popolo pagano che si racconta nato dai draghi e dalle fate.
Di fronte a guerre devastanti come quella americana in Vietnam, che solo nel Nord del Paese causò un milione e centomila morti, mancano le parole. L’uso del paradosso e della satira le sono serviti per uscire da quest’impasse e affrontare la verità?
Esistono già molti libri che testimoniano il dolore di questa e di altre guerre, in modo serio, drammatico carico di malinconia. Avrei potuto scrivere un altro di quei libri, e in effetti ho fatto qualcosa del genere. Ma è accaduto un fatto curioso. Ad un certo punto ho creato un personaggio che è serio, drammatico e malinconico, ma è anche sarcastico, cinico e ironico. Il romanzo ha assunto la sua voce, è cambiato il tono che è diventato sferzante, a tratti perfino comico. Raccontare barzellette su questioni terribilmente gravi può essere un modo per riportare l’attenzione su realtà che non vogliamo affrontare, per renderle più facili da affrontare. È una via d’uscita e un modo per dire la verità, come accennava lei.
Il simpatizzante
Il protagonista racconta così la propria infanzia: «Potevo essere definito “figlio naturale”, mentre in tutti gli altri Paesi che conosco la legge mi qualifica piuttosto come figlio illegittimo. Mia madre mi chiamava il figlio dell’amore, ma su questo non mi piace soffermarmi. Alla fine era stato mio padre, ad avere ragione piú di tutti. Lui, non mi aveva mai chiamato in nessun modo». Anche per questo il Capitano odia suo padre, prete cattolico e francese, rifugiandosi nei valori di sua madre, giovane vietnamita. Ma non del tutto?
Il protagonista ha una visione doppia e dicotomica sulla maggior parte delle cose. Vede suo padre come colonizzatore francese e prete pedofilo, mentre sua madre è il volto buono, la vietnamita innocente e colonizzata. Muore giovane e diventa un’immagine idealizzata. Per lui incarna il sacrificio, la resistenza, la generosità. In effetti è l’unico essere umano ad interessarsi davvero di lui mentre per il padre sacerdote e per molti altri è solo un figlio bastardo. Perciò lui la adora. Anche se gli sembra una di quelle figure mitologiche di cui la Bibbia dice che erediteranno la terra (ma non nelle loro vite terrene!). Il suo sacrificio silenzioso e la sua nobile resistenza sono ciò che la Chiesa cattolica e la tradizione vietnamita affibbiano alle donne, un ruolo che gli suscita sensazioni contrastanti, lo venera e lo respinge, anche per se stesso. Ecco perché si rivolge alla resistenza laica del marxismo, che vuole trasformare il mondo dal basso. Così il mio protagonista rifiuta la narrazione cattolica e abbraccia quella comunista, per scoprire poi che in fondo ha in comune con la religione un’idea di sacrificio e “martirio”. Dice la voce narrante ad un certo punto: «Lo zio Ho afferma che “non esiste niente di piú prezioso dell’indipendenza e della libertà”. Erano parole per le quali eravamo pronti a morire».
Lei è nato nel 1971 in Vietnam. Rifugiato di seconda generazione, oggi insegna English and American Studies alla Ucla, l’università della California. Da giovane vietnamita, cresciuto negli Stati Uniti, quale realtà ha vissuto?
Ero un americano in famiglia, agli occhi dei miei genitori, e un vietnamita nel mondo fuori da quella casa. Ho imparato ad essere un attento osservatore, ovunque mi trovi. Quella sensazione di “estraneità”, di non appartenenza, mi è tornata utile per costruire il protagonista de Il simpatizzante. Vivere non sentendomi mai a casa a volte è scomodo, ma ci sono cresciuto. E mi regala un punto di vista originale, forse unico, su entrambe le culture, americana e vietnamita.
In questo quadro, essere il primo vietnamita a vincere il Pulitzer cosa ha significato per lei?
Questo premio ha reso orgogliosi tanti vietnamiti che vivono negli Usa, compresi i miei genitori. Sono molto felice per loro. Quanto a me, ho avuto maggiore visibilità, più attenzione della gente per ciò che ho da dire, anche se quello che ho da dire che non è diverso da quello che avevo da dire prima di vincere il Pulitzer. Approfitto di questi nuovi riflettori per far arrivare il mio punto di vista ad pubblico più vasto, nelle interviste, negli articoli che scrivo sui giornali, cerco di esprimere la mia visione per un mondo più giusto e un’arte più impegnata.
La letteratura della diaspora vietnamita è cresciuta molto. Quali autori trova più interessanti?
È un fenomeno in grande crescita, la verità è che li trovo tutti interessanti!
The refuges
Il suo nuovo libro s’intitola Rifugiati. Come nasce questo lavoro?
Prima de Il simpatizzante avevo scritto alcuni racconti su questo tema. Sono storie di rifugiati vietnamiti e sulle persone che incontrano negli Stati Uniti. Parlo di profughi ma anche di americani che tornano in Vietnam. Volevo scrivere storie che parlano della complessità della vita vietnamita e di tutte le sue sfumature: una realtà poco conosciuta fuori dal Paese dove sono nato e dalle comunità della diaspora. Con questo titolo, I rifugiati, vorrei mettere in primo piano la loro esperienza. Credo che la disseminazione del popolo vietnamita abbia anticipato l’attuale crisi globale dei rifugiati. Ma c’è anche qualcosa di più personale. Ero e rimango un rifugiato, non sono un immigrato. I rifugiati sono esseri umani uguali agli altri, oggi va detto e ripetuto più che mai. I vietnamiti sono persone che si sono inserite con successo in molti Paesi, il che porta i loro nuovi concittadini a dimenticare che erano profughi. Annullando questo passato le persone guardano con sospetto ai nuovi profughi, come se fossero fondamentalmente diversi dai vietnamiti che hanno conosciuto un tempo.
La campagna elettorale di Trump è stata intrisa di razzismo, misoginia, slogan che rimandano al suprematismo bianco. Come immagina il futuro delle minoranze negli Usa con lui presidente?
È un futuro che assomiglia ad un brutto passato. Lo abbiamo già visto. Xenofobia, misoginia, suprematismo bianco sono stati i valori imperanti per secoli negli Usa. Solo negli ultimi decenni abbiamo avuto un po’ di respiro, come risultato di una lunga, aspra, lotta politica. Ci sono con tutta evidenza persone che vogliono riportare in auge un capitalismo senza freni (che oggi va oltre nello sfruttamento della classe operaia puntando a distruggerla e a sostituirla con l’automazione); c’è chi vuole restaurare il dominio e il controllo degli uomini sulle donne, c’è chi vuole chiudere le frontiere alle persone che non sono di razza bianca, c’è chi vorrebbe i campi di concentramento per presunti dissidenti, che di solito non sono bianchi. Non dimentichiamo che Franklin Delano Roosevelt ha usato il termine «campi di concentramento» per i giapponesi americani durante la seconda guerra mondiale, prima che diventasse una parola impronunciabile perché nazista. Se pensiamo che tutto questo sia profondamente ingiusto dobbiamo unirci e lottare. L’aspetto positivo è che avendo vissuto un decennio di speranza, abbiamo anche memoria di momenti migliori e questo ci aiuta a stare in guardia e ci dà una motivazione forte. Detto questo, purtroppo, ci aspettano quattro anni difficili e forse anche di più. Non solo per le donne o per le classi più povere e senza lavoro, non solo per le minoranze di ogni tipo. Il mondo che Donald Trump vuole porta con sé guerre e catastrofi climatiche. Lottare contro Trump, non significa solo combattere per noi stessi. Significa proteggere l’ambiente e la società dove vivono anche Trump e i suoi sostenitori. Lottiamo anche per salvare da se stessi i nostri nemici.
"Il parroco, don Michele Delle Foglie, spiritualmente unito ai famigliari residenti in Canada e con il figlio Franco venuto in visita nella nostra cittadina, invita la comunità dei fedeli alla celebrazione di una santa messa in memoria del loro congiunto". E' quanto si legge su alcuni manifesti funebri affissi per le strade di Grumo Appula (Bari) con i quali si invitano i fedeli (domani alle 18:30) alla messa in suffragio del pugliese Rocco Sollecito, boss della 'ndrangheta ucciso nel maggio scorso a Montreal, 26 dicembre 2016. ANSA/ ANNAMARIA LOCONSOLE
Per finire bene l’anno Don Michele Delle Foglie, sacerdote della chiesa madre di Grumo Appula, in provincia di Bari, ha pensato bene di indire una messa a suffragio di Rocco Sollecito, boss di ‘Ndrangheta ucciso in Canada.
I manifesti mortuari affissi in giro per il paese sono chiari:
“Il parroco, don Michele Delle Foglie, spiritualmente unito ai famigliari residenti in Canada e con il figlio Franco venuto in visita nella nostra cittadina, invita la comunità dei fedeli alla celebrazione di una santa messa in memoria del loro congiunto» si legge su alcuni manifesti funebri affissi per le strade di Grumo Appula con i quali si invitano i fedeli (martedì 27 dicembre alle 18:30) alla messa in suffragio”.
E fa niente che Rocco Sollecito sia rimasto ucciso da colpi da fuoco dentro la sua bavosa BMW bianca a Montreal perché guappo del clan Rizzato. Fa niente che sollecito sia una delle tante croste che pascolano in quell’orrida famiglia che si fa chiamare ‘Ndrangheta. Don Michele ha pensato bene di sfruttare gli ultimi giorni dell’anno per genuflettersi servile di fronte al potere del male convinto di potersi meritare un briciolo di gratitudine terrena dai prepotenti. Un vigliacco travestito da prete che s’atteggia da picciotto in nome di dio.
Se Don Michele fosse un dipendente pubblico, un politico o un giornalista, un dentista, un avvocato o qualcosa di simile sarebbe sospeso e probabilmente licenziato. Che si dice invece lì dalle parti della Chiesa?
È un noir ironico, drammatico e spiazzante l’ultimo libro di Murakami pubblicato da Einaudi, Gli assalti alle panetterie. Composto da due racconti scritti in epoche diverse «è un lavoro molto complicato da illustrare» racconta Igor Tuveri, in arte Igort, che ha appena compiuto l’impresa. «Gli assalti alle panetterie, dal punto di vista visivo, non sono esattamente eventi epici», dice da illustratore. «Dovevo trovare una chiave tutta da inventare. Allora ho pensato di restituire le atmosfere noir di film gangster anni 50 ed è nato il filo narrativo che, immagine dopo immagine, corre parallelo alle situazioni che Murakami evoca». Ma soprattutto è emersa una tensione poetica nuova con atmosfere in bianco e nero realizzate con gli acquerelli. «Per farli ho impiegato dei mesi», ammette. «Ti devi far attraversare dalle storie. Ad un certo punto ho pensato che il libro non fosse illustrabile e sono entrato in crisi. Fortunatamente a Murakami il risultato finale è piaciuto. C’era anche il rischio che lui non le approvasse…».
Con le tue tavole il racconto acquista una particolare tridimensionalità drammatica, amplificando i riferimenti di Murakami ai Demoni di Dostoevskij. Un autore che appartiene anche al tuo percorso?
Murakami cita spesso Dostoevskij. È un riferimento serio, importante. Anche per me. La cultura russa è parte della mia formazione. Per giunta mi chiamo Igor. Qui mi ha aiutato a uscire dall’idea di un Giappone lunare che c’è in altri miei lavori. Come accennavi è emersa una certa tensione, che ha determinato scelte estreme da un punto di vista grafico e nelle inquadrature. La nuova stagione del romanzo illustrato è affascinante perché mette in contatto mondi che sono apparentemente distanti. Lavorando su questo testo ho pensato di chiedere a Murakami di scrivere qualcosa per me. Si aprono possibili incroci, sovrapposizioni. L’idea del meticciato mi piace molto, alimenta il mio mondo. In questo caso è stata una collaborazione in differita, sono due vecchi racconti di Murakami che ho reinventato visivamente, ma non escludo che possano nascere nuovi lavori assieme.
Rispetto a tutto ciò, My generation, pubblicato da Chiarelettere, rappresenta un nuovo esperimento. La parola si prende la scena in questa autobiografia scritta in modo icastico?
Non la definirei un’autobiografia, io non sono nessuno, non sono Marlon Brando. Parlo della mia generazione, uso me stesso per raccontare una parte della vita, ma soprattutto una scena culturale. Quando nasce un libro non conosci mai le vere ragioni, poi rifletti. A posteriori direi che il motivo è politico: volevo dire che la contro-cultura ad un certo punto si è auto organizzata diventando una valida alternativa al mainstream. È accaduto con David Bowie, con il punk, con i Talking Heads e la New Wave, che è venuta dopo, passando per il nuovo cinema tedesco o certo cinema italiano di cui ripercorro le prime mosse.
M5S leader Beppe Grillo between Luigi Di Maio and Rome's Mayor Virginia Raggi at the end of the demonstration staged by the anti-establishment Five-Star Movement (M5S) to support 'No' at next December 4 Constitutional reform referendum, Rome, Italy, 26 November 2016. ANSA/ CLAUDIO PERI
Il referendum costituzionale ha sollevato il velo su un’Italia che sta male, un Paese che è in crisi economica e sociale. I circa 20 milioni di cittadini che hanno votato No al progetto di revisione costituzionale di Matteo Renzi chiedono un cambiamento vero. A dare una prova di questo profondo disagio c’è il rapporto Bes 2016 (Rapporto benessere equo e sostenibile) dell’Istat. Cifre, grafici che forniscono la vera fotografia dell’Italia, non quella edulcorata della narrazione renziana. Di questo parliamo nella cover di Left in uscita, questa settimana, il 23 dicembre. Ma se il Paese è in crisi, mai come in questo periodo, anche la politica dimostra di non star bene. Si avverte la solitudine di chi si è impegnato nella campagna, come scrive Nadia Urbinati. «Un risvegliarsi nel vuoto della vita pubblica». Inutile aspettarsi qualcosa dal Pd, che recuperi « la sua natura di partito di partecipazione, di critica e di governo». Ma d’altro canto «non meno irrealistico è sperare nel M5s, un non-partito della cui pochezza non solo organizzativa, ma soprattutto ideale, purtroppo le conseguenze sono sotto i nostri occhi», scrive la politologa. Logico che in questo periodo – segnato dalla vicenda Campidoglio, ampiamente ricostruita nelle nostre pagine – l’attenzione si concentri sui Cinque stelle. E su Roma, come l’ex sindaco Ignazio Marino in una lunga intervista, in cui denuncia il consociativismo di destra e Pd che lui aveva tentato di spezzare e che rivede oggi, con la giunta Raggi. Di Cinque stelle parla anche Emanuele Ferragina il quale sostiene che sì, è vero, il Movimento di Grillo e Casaleggio «ha compiuto un’operazione straordinaria, portando alla ribalta alcune istanze della “maggioranza invisibile”». Ma anche Ferragina sostiene che il Movimento «sembra incapace» di dare concretezza al voto, occorrono competenze e idee credibili. Per il giurista Ugo Mattei, tra i primi a lavorare sui Beni comuni insieme a Stefano Rodotà, il problema è che gli italiani proprio non vogliono sentir parlare di un nuovo voto. Dicendo No al progetto costituzionale di Renzi, non hanno detto automaticamente di volere nuove elezioni. Del resto, come testimonia il Rapporto Bes, nel Paese è diffusa una grande sfiducia nei confronti dei partiti. Che però, secondo Roberto Biorcio, sociologo che ha studiato sia i populismi, il M5s e l’associazionismo in Italia, non significa «apatia o disinteresse». Anzi, come ha dimostrato il referendum, i cittadini hanno una gran voglia di partecipare. Una partecipazione diversa, è stata quella dell’assemblea nazionale che si è svolta a Bologna il 18 dicembre. “Costruire l’alternativa” il tema della giornata convocata non tanto dai Vip della sinistra a sinistra del Pd, ma dalle “seconde file” dai militanti che si sono impegnati nella campagna referendaria e ancora prima di conoscere il risultato del voto, il 3 dicembre, avevano convocato questo appuntamento per non disperdere le energie. Perché un obiettivo, come si racconta su Left, c’è: presentarsi come “quarto polo” alle prossime elezioni.
Demonstrators clash with military police during a protest against the approval of the measure to cap government spending over the next 20 years, in Brasilia, Brazil, Tuesday, Dec. 13, 2016. Congress in Brazil approved the spending cap measure that was opposed by many sectors but justified as way to revive a struggling economy. (AP Photo/Eraldo Peres)
Che ne è della potenza emergente che dava l’iniziale ai Brics? Della crescita costante e dei progressi sociali del Brasile degli ultimi vent’anni? Alle controverse vicende politiche si aggiunge ora una crisi profonda dell’economia, tale da spingere alcuni governatori degli Stati federali a dichiarare la “calamità finanziaria”, il dissesto delle casse pubbliche. Il governo di Rio ha provato a deliberare tagli ulteriori alle politiche sociali già smantellate: un piano di austerità che riduceva i fondi per le politiche di base, gli stipendi dei dipendenti pubblici e le pensioni del 30%. Il provvedimento è stato congelato solo grazie alla reazione della gente che ha assediato la sede dell’assemblea legislativa, l’Alerj.
Il 6 dicembre sindacati della scuola, studenti, vigili del fuoco, lavoratori del servizio pubblico e cittadini comuni hanno invaso le strade. La reazione non si è fatta attendere: incaricati di difendere l’assemblea, gli agenti di polizia hanno invaso la vicina chiesa di San Giuseppe, da dove hanno cominciato a sparare gas lacrimogeni e proiettili di gomma sulla folla. «Gli spari non si sono fermati neanche quando sono arrivati gli operatori delle tv, dopo che tanti abitanti del quartiere e noi che eravamo in piazza avevamo filmato la scena condividendola in Rete. Quelle immagini hanno fatto il giro del Brasile», racconta un gruppo di studenti che dentro la Marè, una delle zone più povere e violente della città, ha messo in piedi un collettivo con l’obiettivo di favorire processi partecipati e migliorare le loro condizioni di vita.
Questo è stato l’anno dei “cattivisti” (non a caso fra i nuovi lemmi dello Zanichelli 2017), soprattutto dei cattivisti su internet. Ma c’è stato un tempo – eravamo nel lontano 2004 quandoTim O’Reilly coniava il termine “web 2.0” – in cui l’evoluzione della rete sembrava promettere: più collaborazione, più uguaglianza, potere alle intelligenze collettive e lunga vita all’open source. Un mondo migliore, etico. Un mondo di cui qualcuno ancora non si è dimenticato e sul quale cerca di investire. A maggio del 2008 per esempio in Italia è stato lanciato CriticalCity Upload, un social game che attraverso una piattaforma online recluta persone per compiere missioni etiche nella propria città. Si va dal “fai sorridere un passante” al “pianta dei fiori nell’aiuola della tua città” o “realizza un orto di quartiere”. Piccole follie quotidiane che hanno lo scopo di migliorare la vita urbana e permettere alle persone di fare rete con altri giocatori. Il risultato? 1.092 ore di “rivoluzione urbana”, 21.064 missioni svolte, 13.901 giocatori. «CriticalCity Upload è riuscito ad aggregare attorno al tema della trasformazione creativa urbana e dell’attivismo civico una community determinata, giovane e intraprendente, libera e auto-organizzata» spiegano gli ideatori. «Non sappiamo come evolverà, abbiamo risvegliato la meraviglia dentro di noi e ne abbiamo sperimentato la forza. Non ci fermeremo certo qui».
Web 2.0 è anche sinonimo di incontro. È il caso per esempio di www.alvearechedicesi.it in cui produttori e consumatori si incontrano e danno vita a una comunità per vendere e acquistare prodotti a km zero. Stesso concetto per www.kalulu.it, gruppo d’acquisto 2.0 che funziona come un social network. «Spero che Kalulu – spiega il fondatore Emanuel Sabene – possa permettere a tutti i cittadini del pianeta di mangiare cibo buono e sano senza distruggere l’ambiente». Schierati sul fronte della moda etica troviamo invece Cecilia Frajoli Gualdi e Fabio Pulsinelli, ideatori di Dress The Change, un progetto finanziabile su produzionidalbasso.com. L’obiettivo della piattaforma sarà aiutare il consumatore nella scelta e nell’acquisto di abbigliamento etico, perché spesso i nostri vestiti raccontano di abusi, sfruttamento, violenza, delitti e inquinamento. Secondo Zanichelli c’è un’altra parola che, a buon diritto, è tra le più rappresentative dell’anno: cambiamento. Ecco, se cambiamento deve essere, allora facciamo sì che sia nel verso giusto. Sui social, ma non solo.