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A seguito delle elezioni del 4 marzo scorso, i mass media non mancano di metterci in guardia rispetto al pericolo costituito dal neopopulismo (parliamo di neopopulismo per distinguerlo, una volta e per tutte, dal populismo storico ottocentesco). Ma ancora oggi non si capisce bene quale sia l’uso corrente del termine. Tutto è neopopulismo, e quindi nulla è neopopulismo. Usando il termine in modo esteso e improprio non si fa solo un cattivo servizio alla democrazia, ma si costruiscono le basi perché un oggetto non ben identificato diventi un convitato di pietra per i prossimi anni e che – nella sua variante esclusiva – diventi parte integrante di una deriva autoritaria, come è avvenuto in altri Paesi europei (ad esempio, in Ungheria).
Procediamo con ordine. La democrazia dei moderni è una democrazia rappresentativa. Democrazia rappresentativa è un termine che indica un connubio: da un lato, il principio del governo popolare (per il quale la legittimità del potere politico deriva dal popolo); dall’altro l’istituto della rappresentanza, per cui il potere del popolo si manifesta soprattutto (ma non esclusivamente) nella scelta dei rappresentanti che agiscono in nome e per conto dei cittadini. La democrazia rappresentativa è una costruzione sempre in tensione, che consente una critica dell’operato dei rappresentanti da parte di chi li ha eletti. Tali critiche possono essere tanto più probabili e vigorose quanto più si attraversano momenti di crisi economica e sociale.
Secondo alcuni autori, e noi fra questi, il neopopulismo costituisce una risposta ad un malessere sociale profondo, che in tempi recenti non è stato rilevato né “rappresentato” dai partiti tradizionali. Il fenomeno neopopulista contemporaneo è…

L’articolo di Marco Almagisti e Paolo Roberto Graziano prosegue su Left in edicola


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