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Dopo settimane di annunci roboanti e schiamazzi vari, rallegrati da apparizioni sui pubblici balconi – chissà quale vittoria si festeggiava, contro un ministro del proprio governo? Contro un partito alleato? Contro l’Europa, quando ancora tutto deve essere giocato? – è stato finalmente presentato il primo documento ufficiale di programmazione economico-finanziaria del nuovo governo. Si tratta della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (NaDef). Il Def è il documento con il quale, ad aprile, si apre il processo di formazione della manovra di bilancio per l’anno successivo, processo che si svolge in uno stretto rapporto di interlocuzione con la Commissione europea. Il Def illustra la situazione economico-finanziaria del Paese e formula gli obiettivi di politica economica che il governo intende raggiungere l’anno successivo. La Nota di aggiornamento viene presentata a settembre, alla vigilia del disegno di legge di bilancio, e serve per aggiornare, appunto, gli obiettivi formulati in aprile, alla luce dell’evoluzione della situazione economica. Quest’anno la Nota riveste particolare importanza, perché il Def di aprile è del precedente governo: pertanto con la nota si mettono in chiaro i cambiamenti di rotta impressi dal nuovo governo alla politica economica.

La sfida alle regole dell’Unione europea, oggetto dei numerosi annunci della vigilia, annunci che hanno comportato già un notevole costo in termini di maggiori interessi pagati sul debito pubblico, risulta nella sostanza confermata, anche se con una certa attenuazione. Si era detto che si sarebbe portato l’indebitamento netto, vale a dire il deficit del bilancio pubblico, al 2,4% del Pil per il triennio 2019-2021, oggetto della manovra di bilancio. Come si vede dalla tabella riportata in pagina, invece, dopo il 2,4% programmato per l’anno prossimo, il deficit dovrebbe scendere, nei due anni successivi, al 2,1% e al 1,8%.

Perché si tratta di valori contro le norme europee se il trattato di Maastricht, come è noto, impone al deficit pubblico un limite del 3%? Non siamo ben al di sotto? Il perché sta nel fatto che, dopo il…

L’articolo di Ernesto Longobardi prosegue su Left in edicola dal 12 ottobre 2018


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