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*** AGGIORNAMENTO del 27 gennaio alle ore 23:30 ***

Un’alleanza con la piattaforma di De Magistris, in vista delle elezioni europee. È l’opzione che i militanti di Potere al popolo hanno scelto attraverso il voto online del 24-26 gennaio. L’esito segue quello del 12 gennaio che aveva determinato – in via preliminare – la partecipazione del movimento alle europee. I quesiti in ballo erano due. Nel primo, si chiedeva se competere alle elezioni di maggio all’interno di un’alleanza (53% di favorevoli), oppure da soli (43%). Nel secondo, in caso di coalizione, si interrogava la base circa gli alleati da scegliere: il rassemblement del sindaco di Napoli Luigi De Magistris (70% di preferenze), oppure il Pci (20%). Il voto del fine settimana segue quello del 12 gennaio che aveva dato il via libera – in via preliminare – alla partecipazione del movimento alle europee (vedi intervista a Viola Carofalo, ndr).

La scelta degli attivisti di Pap modifica dunque gli equilibri a sinistra, andando nella direzione di un’offerta politica meno frammentata. Alla piattaforma lanciata il 1 dicembre da De Magistris, partecipano Rifondazione Comunista, L’Altra Europa, Diem25, Sinistra Italiana, DeMa, Rete delle Città in Comune ed altre associazioni e liste civiche. La stessa Rifondazione Comunista, in una nota del 25 gennaio (precedente alle ultime consultazioni di Pap), ribadiva la volontà di lavorare per un «fronte popolare ampio», e di «allargare il coinvolgimento anche ad altre formazioni che per ragioni diverse – Potere al popolo, Pci e Sinistra anticapitalista, Possibile – devono ancora decidere se partecipare o meno al confronto programmatico e alla coalizione».

Il 27 gennaio, inoltre, si è tenuto il coordinamento nazionale di Pap, che ha registrato l’andamento dei voti (ad esprimersi online sono state 2030 persone, secondo i dati diffusi dal movimento).


 

I militanti si sono espressi: Potere al popolo parteciperà alle elezioni europee. Nelle consultazioni online che si sono svolte tra il 6 e il 12 gennaio, e che hanno eletto Viola Carofalo e Giorgio Cremaschi a portavoce nazionali, il 73% della base di Pap ha acceso il semaforo verde per scendere in campo in vista del voto di maggio.

Ancora non è chiaro, però, in quale assetto. Agli iscritti erano state infatti proposte tre opzioni: andare da soli (55% favorevoli), verificare convergenze sui contenuti (48%), oppure aderire a proposte elettorali già in campo (9%). Poiché da regolamento è necessaria una maggioranza dei 2/3, tra le due ipotesi più votate si terrà un ballottaggio entro due settimane. Fondamentale, per capire come si riconfigureranno le geometrie a sinistra.

Nel frattempo, Potere al popolo ha comunque deciso di aprire un confronto pubblico con le forze potenzialmente interessate ad un’alleanza. Piazzando quattro paletti: la rottura dei trattati europei, la revisione delle spese europee e della adesione alla Nato, il No a chiunque dialoghi col Pd, e l’attenzione alle questioni di genere. Con Viola Carofalo, abbiamo fatto il punto della marcia di avvicinamento al voto europeo.

Il 73 per cento dei militanti ha chiesto a Pap di partecipare alle elezioni europee. Non c’è stata però una prevalenza netta tra chi vorrebbe andare da solo e chi preferirebbe trovare alleanze con altre forze a sinistra. Che fase si apre adesso per potere al popolo?
In queste consultazioni si sono scontrate due tendenze e desideri opposti, che comprendo entrambi. Perché sono il frutto di ciò che abbiamo vissuto a sinistra gli anni passati. C’è chi dice “abbiamo bisogno di unità”, perché stanco di una sinistra frammentata, e chi risponde “basta con gli accrocchi, con i cartelli, che negli anni ci hanno portato a perdere consensi”. Il tentativo, non semplice, che stiamo provando a fare, è quello di ribadire che evocare l’unità come fosse un mantra, capace di risolvere ogni problema, non ha senso. Così come sarebbe sbagliato pensare di andare a tutti i costi da soli. Per questo stiamo valutando se sia possibile una unità, a partire però da contenuti chiari. In modo tale che una convergenza, nel caso, avvenga su una reale condivisione di contenuti.

Proprio per questo, avete già aperto canali di comunicazione con altre forze politiche. Con la preclusione verso chi si allea col Partito democratico. A chi vi state rivolgendo, dunque?
Innanzitutto abbiamo escluso di allearci con chi “va col Pd”, sia per ragioni ideologiche che per ragioni legate alla possibilità di costruire un progetto che abbia consenso in Italia. Da un lato, il fatto che abbiamo un governo con Salvini vicepremier non può farci dimenticare ciò che il Pd ha fatto negli anni scorsi, e le sue responsabilità. Se ora i consensi verso il M5s e la Lega sono alle stelle, é perché la gente ha completamente perso la fiducia verso tutto ciò che sta sotto il nome di “sinistra”, a causa delle scelte che ha fatto. Dall’altro lato, è chiaro che il Pd è ancora un partito forte, che ha dei numeri, una struttura, una storia. Ma è una formazione in caduta libera dalla quale è indispensabile marcare una distanza se si vuole costruire qualcosa che sul medio periodo abbia possibilità di ricostruire egemonia, tentare una saldatura con le classi popolari. Tra gli interlocutori a cui invece abbiamo scelto di rivolgerci c’è senza altro DeMa (Democrazia e autonomia, il partito di Luigi de Magistris, ndr). Nel dialogo con loro, valgono le stesse regole che adottiamo per l’interlocuzione con le altre forze politiche. Abbiamo steso un agile comunicato, con quattro punti dirimenti di cui chiediamo la condivisione, che poi sono anche i temi che fondano l’accordo che siglammo a Lisbona con Bloco de esquerda, France insoumise e Podemos. Li abbiamo indicati per evitare che si finisca a confrontarsi solo sui posti e sui seggi.

E tra le altre forze europee, a chi vi sentite più vicini in questo momento?
Abbiamo un rapporto privilegiato con France insoumise. Ad uso dei militanti, abbiamo tradotto il loro programma. Certo, nessuna realtà politica può essere la fotocopia di un’altra in un altro Paese, ma credo che loro abbiano ben interpretato alcune questioni. Innanzitutto la loro forte opposizione all’Ue, l’idea di intervenire in modo netto sui Trattati. E poi anche la loro rivendicazione di essere una storia “a parte” rispetto a quella del centrosinistra classicamente inteso.

Uno dei punti dirimenti è la volontà di rompere i Trattati europei, ok. Ma è giusto volerlo fare, anche a costo di rinunciare al progetto di una Europa unita? In questo particolare momento storico, dove i sovranismi di destra avanzano e diventa verosimile un pericoloso ritorno alle piccole patrie, non c’è il rischio di buttare il bambino con l’acqua sporca?
La questione va letta su un altro piano. Bisogna capire se siamo davvero disposti, per l’Europa, a morire. Siamo disposti a capitolare, per il pareggio di bilancio o per i Trattati europei? Noi crediamo di no. Ma questo non significa rifiutare l’idea dell’Europa, perché un’Europa solidale, in cui i parametri economici vengono calibrati non sull’austerità ma sulla sostenibilità sociale delle misure dei singoli Paesi, è una prospettiva positiva. Ma a questo si arriva continuando a contrattare, a pagare. Premesso che non c’è niente di più lontano da me di questo governo, per mesi l’esecutivo guidato da Conte ha detto di voler affrontare a muso duro l’Ue, e poi quando gli è stato chiesto di passare dal 2,4 al 2,04 di rapporto deficit/Pil, lo hanno fatto senza esitazione. Se ciò avesse impedito la realizzazione della flat tax, che peraltro sembra invece al sicuro, non sarebbe stato un problema grave. Ma questo arretramento ha comportato anche tagli alla spesa sociale, la più penalizzata nella legge di Bilancio. E allora, perché continuare a pagare ed a sottostare al ricatto del debito? Solo tenendo la barra dritta su questo tema si può evitare di risultare irrilevanti in Europa.

Oltre al rapporto deficit/Pil, un altro dei tanti dietrofront del Movimento 5 stelle è stato quello sul taglio alle spese militari. Basti vedere come sono andate le cose con l’acquisto degli F35 e con il Muos. Voi invece avete scelto di indicare tra i “valori non negoziabili” anche l’antimilitarismo.
Certo, va subito rimesso al centro. Per quanto riguarda il governo, mentre su altre cose potevamo sperare, su questo tema avevamo pochi dubbi su come sarebbe andata a finire. Ormai questo esecutivo è chiaramente a trazione leghista. E la rincorsa dei suoi ministri ad indossare le divise delle forze dell’ordine, per quanto possa fare di primo acchito sorridere, è inquietante. La Lega ha ormai fagocitato l’alleato pentastellato, sia in termini di comunicazione che di proposta politica.

Stando agli ultimi sondaggi, avreste raggiunto il 2,5%. Più che bissando, dunque, il risultato delle politiche 2018. Quali sono state le chiavi di questa crescita?
Per quanto i sondaggi valgano fino ad certo punto, questo è il segno di una crescita importante. Che deriva da due fattori. Innanzitutto dalla nostra presenza constante, nelle mobilitazioni sociali, nelle vertenze sul lavoro, nei temi di immigrazione e questioni di genere. Sin da giugno abbiamo organizzato cortei nazionali. E tutto ciò paga. Poi siamo riusciti a raggiungere una buona presenza mediatica, fermo restando che non abbiamo lo spazio di formazioni più grandi. Ma a fare la differenza sono i temi che portiamo nei media, e il nostro linguaggio semplice, lontano dal politichese.

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