C'è un baratro tra l’Europa e il Sud del mondo in cui scompaiono migliaia e migliaia di persone. Quel baratro è il Mediterraneo che per millenni è stato mare di scambi, di commerci, di relazioni, non solo di conflitti.

L’Europa che nel 1989 festeggiava la caduta del muro di Berlino e sognava un mondo senza più barriere è diventata sempre più una impenetrabile fortezza che ha esternalizzato i propri confini pagando autocrati come il turco Erdoğan perché bloccasse il flusso dei migranti, e facendo accordi con i capi clan libici che torturano i migranti e che ora accendono la guerra civile in quel che resta della martoriata Libia.

Da Schengen (1990) a Maastricht (1992), a Dublino (1990, la prima firma) i trattati europei non sono stati passi avanti nella creazione di una Europa come unità politica aperta, inclusiva, solidale.

Muri, barriere, fili spinati, confini sorvegliati da forze armate sono ferite brucianti in questa Europa che non è quella che sogniamo e vorremmo continuare a costruire: un’Europa della cultura, laica, democratica, progressista, meticcia, cosmopolita, aperta alla ricerca, che guarda al futuro.

Un sogno infranto a Melilla, enclave spagnola incastonata col filo spinato in Marocco.

Un sogno che svanisce a Calais e a Bardonecchia vessate dalla gendarmeria francese che usa il pugno duro contro i migranti, come chiede la politica di Macron, osannato dai neoliberisti nostrani, (da Calenda a Renzi a Della Vedova e oltre).

E ancor più muore al confine ungherese e nei Paesi del gruppo di Visegrad che applicano politiche dichiaratamente fasciste di difesa della nazione e della religione cristiana, come da noi pretende di imporre il governo a trazione leghista, sul modello di Putin e Trump.

Ma come ci ricorda il bel libro di Carlo Greppi, L’età dei muri (Feltrinelli) anche nelle stagioni più buie della storia c’è chi ha il coraggio di alzare la testa e dire no. Il suo lavoro non tratteggia figure titaniche di eroi, ma ci racconta di esseri umani che anche in situazioni disperate hanno saputo opporsi, restare umani, come lo storico Emanuel Ringelblum, rinchiuso nel ghetto di Varsavia e vittima dell’Olocausto, che non smise mai, fino alla fine , di raccogliere i documenti, le testimonianze e i numeri di quell’orrore organizzato lucidamente dai nazisti. Quel muro di Varsavia, su cui nel 1941 si arrampicò il soldato della Wehrmacht Joe J. Heydecker per scattare le foto che furono una inconfutabile denuncia, non era stato costruito solo per imprigionare gli ebrei deportati dai villaggi, ma anche per separarli dal resto della società, per additarli come non polacchi, come estranei al consesso umano, per segnalarli e renderli un bersaglio.

L’uso politico dei muri purtroppo continua ancora oggi, come ci ricordano e documentano i reportage contenuti in questo numero, dall’Ungheria, dall’Austria, dal Medio Oriente, fino al Sahara occidentale. Emblematico e feroce è il caso del muro voluto da Trump fra Stati Uniti e Messico.

Ma c’è chi non si arrende. Storie di ordinaria e straordinaria umanità e resistenza dei migranti centroamericani, lungo quella barriera, innervano Solo un fiume a separarci il libro di Francisco Cantù pubblicato in Italia da Minimum Fax. Pronipote di immigrati, messicano di origine ma statunitense di nazionalità, Cantù si è arruolato nella guardia di frontiera per poter vedere la realtà da quel lato e denunciare. Ancor più potente è stata la denuncia che è venuta dal pianto inconsolabile di una bambina che la disumana legge di Trump voleva separare dai genitori immigrati “clandestini”. Nel silenzio assordante di una opposizione politica vasta e organizzata, sono le voci di strada, quelle delle singole persone a farsi sentire.

È il coraggio della pendolare che sul treno della Circumvesuviana di Napoli si ribella al razzista di turno che insulta un immigrato di origine pakistana.

È il coraggio di Simone che non ci sta, e va a dire quello che pensa ai fascisti che aggrediscono i Rom a Torre Maura. Lo dice in romanesco, con parole semplici, dirette, che colpiscono al cuore, perché dicono che non è accettabile il razzismo, non è accettabile l’ostracismo delle minoranze, non è accettabile la violenza contro chi è considerato “diverso”, non è accettabile l’odio verso chi è spinto ai margini della società.

«Non è normale il razzismo», dice con parole altrettanto semplici ed efficaci il sindaco di Riace Mimmo Lucano che la Corte di Cassazione ha riconosciuto innocente. Non risultano frodi in appalti, Lucano non favorì matrimoni di comodo. Ma l'accanimento persiste. E mentre il giudice dell’udienza preliminare lo tinvia a giudizio (il processo inizierà l’11 giugno a Locri, in Calabria) noi siamo al suo fianco.

In questo numero di Left che denuncia il proliferare di muri, visibili e invisibili ma altrettanto oppressivi come il pregiudizio, il razzismo, la misoginia, abbiamo scelto di mettere in copertina un muro speciale, quello dipinto a Riace dall’artista Carlos Atoche. Il suo Sogno del guerriero è un invito fortissimo a pensare con la propria testa, a guardare lontano per incontrare l’altro senza pregiudizi, ad andare incontro allo sconosciuto.

[su_divider style="dotted" divider_color="#d3cfcf"]

L'editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 12 aprile 2019

[su_button url="https://left.it/left-n-15-12-aprile-2019/" background="#a39f9f" size="7"]SOMMARIO[/su_button] [su_button url="https://left.it/prodotto/left-15-2019-12-aprile/" target="blank" background="#ec0e0e" size="7"]ACQUISTA[/su_button]

[su_divider text=" " style="dotted" divider_color="#d3cfcf"]

C’è un baratro tra l’Europa e il Sud del mondo in cui scompaiono migliaia e migliaia di persone. Quel baratro è il Mediterraneo che per millenni è stato mare di scambi, di commerci, di relazioni, non solo di conflitti.

L’Europa che nel 1989 festeggiava la caduta del muro di Berlino e sognava un mondo senza più barriere è diventata sempre più una impenetrabile fortezza che ha esternalizzato i propri confini pagando autocrati come il turco Erdoğan perché bloccasse il flusso dei migranti, e facendo accordi con i capi clan libici che torturano i migranti e che ora accendono la guerra civile in quel che resta della martoriata Libia.

Da Schengen (1990) a Maastricht (1992), a Dublino (1990, la prima firma) i trattati europei non sono stati passi avanti nella creazione di una Europa come unità politica aperta, inclusiva, solidale.

Muri, barriere, fili spinati, confini sorvegliati da forze armate sono ferite brucianti in questa Europa che non è quella che sogniamo e vorremmo continuare a costruire: un’Europa della cultura, laica, democratica, progressista, meticcia, cosmopolita, aperta alla ricerca, che guarda al futuro.

Un sogno infranto a Melilla, enclave spagnola incastonata col filo spinato in Marocco.

Un sogno che svanisce a Calais e a Bardonecchia vessate dalla gendarmeria francese che usa il pugno duro contro i migranti, come chiede la politica di Macron, osannato dai neoliberisti nostrani, (da Calenda a Renzi a Della Vedova e oltre).

E ancor più muore al confine ungherese e nei Paesi del gruppo di Visegrad che applicano politiche dichiaratamente fasciste di difesa della nazione e della religione cristiana, come da noi pretende di imporre il governo a trazione leghista, sul modello di Putin e Trump.

Ma come ci ricorda il bel libro di Carlo Greppi, L’età dei muri (Feltrinelli) anche nelle stagioni più buie della storia c’è chi ha il coraggio di alzare la testa e dire no. Il suo lavoro non tratteggia figure titaniche di eroi, ma ci racconta di esseri umani che anche in situazioni disperate hanno saputo opporsi, restare umani, come lo storico Emanuel Ringelblum, rinchiuso nel ghetto di Varsavia e vittima dell’Olocausto, che non smise mai, fino alla fine , di raccogliere i documenti, le testimonianze e i numeri di quell’orrore organizzato lucidamente dai nazisti. Quel muro di Varsavia, su cui nel 1941 si arrampicò il soldato della Wehrmacht Joe J. Heydecker per scattare le foto che furono una inconfutabile denuncia, non era stato costruito solo per imprigionare gli ebrei deportati dai villaggi, ma anche per separarli dal resto della società, per additarli come non polacchi, come estranei al consesso umano, per segnalarli e renderli un bersaglio.

L’uso politico dei muri purtroppo continua ancora oggi, come ci ricordano e documentano i reportage contenuti in questo numero, dall’Ungheria, dall’Austria, dal Medio Oriente, fino al Sahara occidentale. Emblematico e feroce è il caso del muro voluto da Trump fra Stati Uniti e Messico.

Ma c’è chi non si arrende. Storie di ordinaria e straordinaria umanità e resistenza dei migranti centroamericani, lungo quella barriera, innervano Solo un fiume a separarci il libro di Francisco Cantù pubblicato in Italia da Minimum Fax. Pronipote di immigrati, messicano di origine ma statunitense di nazionalità, Cantù si è arruolato nella guardia di frontiera per poter vedere la realtà da quel lato e denunciare. Ancor più potente è stata la denuncia che è venuta dal pianto inconsolabile di una bambina che la disumana legge di Trump voleva separare dai genitori immigrati “clandestini”. Nel silenzio assordante di una opposizione politica vasta e organizzata, sono le voci di strada, quelle delle singole persone a farsi sentire.

È il coraggio della pendolare che sul treno della Circumvesuviana di Napoli si ribella al razzista di turno che insulta un immigrato di origine pakistana.

È il coraggio di Simone che non ci sta, e va a dire quello che pensa ai fascisti che aggrediscono i Rom a Torre Maura. Lo dice in romanesco, con parole semplici, dirette, che colpiscono al cuore, perché dicono che non è accettabile il razzismo, non è accettabile l’ostracismo delle minoranze, non è accettabile la violenza contro chi è considerato “diverso”, non è accettabile l’odio verso chi è spinto ai margini della società.

«Non è normale il razzismo», dice con parole altrettanto semplici ed efficaci il sindaco di Riace Mimmo Lucano che la Corte di Cassazione ha riconosciuto innocente. Non risultano frodi in appalti, Lucano non favorì matrimoni di comodo. Ma l’accanimento persiste. E mentre il giudice dell’udienza preliminare lo tinvia a giudizio (il processo inizierà l’11 giugno a Locri, in Calabria) noi siamo al suo fianco.

In questo numero di Left che denuncia il proliferare di muri, visibili e invisibili ma altrettanto oppressivi come il pregiudizio, il razzismo, la misoginia, abbiamo scelto di mettere in copertina un muro speciale, quello dipinto a Riace dall’artista Carlos Atoche. Il suo Sogno del guerriero è un invito fortissimo a pensare con la propria testa, a guardare lontano per incontrare l’altro senza pregiudizi, ad andare incontro allo sconosciuto.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 12 aprile 2019


SOMMARIO ACQUISTA