Condividi

È partita la gara per il prezioso vaccino per il Sars-cov2. Rosella Franconi, ricercatrice dell’Enea Casaccia: «Vedremo se accadrà come con la Sars. Il virus si “addormentò” da solo, e questo fu un bene: l’emergenza cessò. Ma con essa anche i finanziamenti alla ricerca»

Mentre nel mondo aumentano i casi di contagio e l’Italia risulta il terzo Paese più colpito dalla malattia polmonare Covid-19 causata dal nuovo coronavirus Sars-cov2, entrano nel vivo le corse alla messa a punto di un vaccino efficace e di una terapia mirata. «Di certo al momento non esistono terapie specifiche ma solo cure sperimentali e di supporto (es. ventilazione meccanica, antibiotici, liquidi ecc.)» osserva Rosella Franconi, ricercatrice presso il Laboratorio tecnologie biomediche dell’Enea Casaccia, che abbiamo contattato per fare il punto della situazione. «Ad oggi non sono disponibili farmaci approvati per il trattamento di Covid-19. C’è chi dice che Covid-19 sia simile a un’influenza. Ma non è un’influenza, è bene precisarlo subito, essendo Sars-cov2 un virus totalmente nuovo a cui non siamo preparati». Nei giorni scorsi l’Organizzazione mondiale della sanità ha suggerito una terapia antivirale sperimentale, utilizzata anche allo Spallanzani di Roma. É basata sul lopinavir/ritonavir – un antivirale utilizzato per l’infezione da Hiv e che mostra un’attività antivirale anche sui coronavirus – ed il remdesivir, un antivirale già utilizzato il virus ebola. Allo Spallanzani questi due farmaci sono stati impiegati per trattare tre casi di cui due guariti. Di recente è stato annunciato che la clorochina e il ritonavir insieme hanno un effetto inibitorio sul Sars-cov2. «Non esistono ancora farmaci specifici – prosegue Franconi – e se ne stanno utilizzando alcuni sulla base dell’esperienza terapeutica con Sars e Mers: si tiene conto del tipo di patologia scatenata dal virus e degli effetti antivirali ad ampio spettro e delle eventuali proprietà immunomodulanti dei farmaci in commercio». In Cina, ad esempio, una cura sperimentale in uso, diversa da quella dello Spallanzani, è il plasma dei pazienti guariti, che sta dando buoni risultati nella città-focolaio di Wuhan. Qui un paziente è guarito e altri 10 sono quindi stati sottoposti a questa cura. Inoltre, racconta la biologa, «tra i circa 30 farmaci scelti dalla Commissione nazionale sanitaria cinese per contrastare l’epidemia da nuovo coronavirus c’è anche un farmaco biotecnologico cubano, l’Interferone alfa 2B (Heberon Alfa R), efficace nel curare le complicanze respiratorie e che da poco tempo (25 gennaio 2020) viene anche prodotto in uno stabilimento cinese-cubano nella provincia di Jilin, nella città di Changchun (ChangHeber)».

Diverso è il discorso sui vaccini preventivi. Per ora si è arrivati solo a una prima fase sperimentale sui topi. «In Europa – racconta la ricercatrice – a fine gennaio è uscito un bando Ue da 10 mln di euro per sviluppare nuovi farmaci, vaccini e diagnostici, contro questo nuovo coronavirus. C’è poi un’altra iniziativa della Cepi (Coalition for epidemic preparedness innovations), una partnership globale innovativa tra organizzazioni pubbliche, private, filantropiche e della società civile con sede in Norvegia che si occupa di promuovere lo sviluppo di piattaforme tecnologiche per vaccini capaci di rispondere rapidamente e in modo sostenibile a possibili epidemie/pandemie causate da patogeni virali, come quelli indicati prioritari nella lista “Blueprint” (Oms, 2018) o da patogeni sconosciuti (“Malattia X”). La Cepi in questi giorni ha annunciato finanziamenti per diversi progetti, che vedono la partecipazione di GSK, Inovio, CureVa, così come l’Università del Queensland, in Australia. Tutti usano approcci innovativi che offrono la promessa di una velocità senza precedenti per lo sviluppo di un candidato al vaccino. un vaccino. La strategia generale è quella di avere un gran numero di vaccini candidati ma nessuno dei partner ne ha ancora uno pronto». Stando alle parole di Peter Høj, presidente dell’ateneo australiano, questo potrebbe accadere addirittura «entro sei mesi». A quanto pare infatti le prime ricerche realizzate nelle ultime tre settimane sono andate «come previsto» e il materiale ottenuto ha le proprietà che consentono di procedere allo sviluppo di un vaccino efficace contro il Covid-19. I tempi non sono comunque brevissimi. Secondo le stime dell’Oms, ci vorranno comunque almeno circa 18 mesi prima che sia effettivamente disponibile (v. Left del 14 febbraio 2020).

«Anche l’Italia proverà a produrre un vaccino» spiega Franconi: «Vari gruppi hanno partecipato al bando europeo specifico e si spera anche in un bando nazionale sul coronavirus». E pure dalla Cina arrivano incoraggianti novità: non solo sembra che il virus in Cina si stia spegnendo ma «un primo gruppo di vaccini sono stati testati su animali», ha annunciato Song Zhiheng, vice direttore del dipartimento di Scienza e tecnologia della Westlake University dello Zhejiang. Come riporta il Quotidiano Sanità, i ricercatori cinesi sono anche riusciti a osservare, attraverso la microscopia crioelettronica, la struttura del recettore Ace2, il canale attraverso il quale il nuovo coronavirus entra nelle cellule. Nel loro articolo, scrivono gli scienziati, essi offrono «un quadro importante per comprendere il meccanismo dell’infezione da Sars-cov2, che può facilitare lo sviluppo di potenziali terapie». «Sul fronte della ricerca – osserva Franconi – nel mondo si stanno mettendo a disposizione dei fondi importanti proprio per sviluppare terapie specifiche e diagnostici specifici. C’è molta attenzione e anche molta competizione. Nell’immediato, tuttavia, per contrastare la diffusione del coronavirus quelle attuate sono quasi esclusivamente misure di contenimento e prevenzione: una corretta igiene delle mani sembra più efficace della mascherina».

Mentre parliamo arriva la notizia del settimo morto in Italia (l’intervista è del 25 febbraio 2020, ndr). Oltre 270 sarebbero le persone contagiate: per questo siamo il terzo Paese al mondo più colpito dopo la Cina e la Corea del sud. «Sicuramente ciò che si riesce a misurare è solo una punta dell’iceberg. Nel senso che è stato dimostrato che le infezioni possono derivare dal contatto con un viaggiatore infetto ma pre-sintomatico o asintomatico. Da un lato questo potrebbe essere un bene, dall’altro no. Una cosa è certa, dopo due mesi sappiamo davvero ancora troppo poco del coronavirus». È stato detto che in Italia si registrano più casi rispetto ad altri Paesi occidentali perché facciamo più controlli. «Questo potrebbe portare a una sovrastima, in realtà però ci sono anche diversi morti in più rispetto agli altri Paesi. Penso che sarà molto interessante capire dal sequenziamento dei ceppi di coronavirus intercettati nel nord-nord est se questi sono uguali a quelli importati dalla Cina. Perché al nord fino a ora è successo qualcosa di diverso rispetto ai casi seguiti a Roma. Allo Spallanzani c’erano casi “importati”, in Lombardia e Veneto si tratta invece di trasmissioni secondarie. Inoltre, sembra che ci sia stato qualcuno che aveva una grandissima capacità di diffondere il virus. Per questo è lecito pensare che qui in Italia si tratti di un’infezione ospedaliera. Chi lavora in ospedale deve avere a disposizione tutti i dispositivi personali di protezione possibile e invece pare che non sia ovunque così».

In base ai numeri che provengono dalla Cina si è potuto stimare un tasso di mortalità non eccessivo che si aggira intorno al 2% ma secondo Franconi c’è un altro elemento da considerare. «Il dato molto preoccupante riguarda l’elevata trasmissibilità del virus e la percentuale di persone che hanno bisogno di terapie intensive: oltre il 10%. È qui il vero motivo per cui il virus va contenuto con tutti gli strumenti a disposizione. Perché il numero di persone con serie complicazioni respiratorie può diventare significativo fino a paralizzare anche un sistema sanitario funzionale come il nostro». Siamo in presenza di un virus che può provocare una sorta di impazzimento della risposta immunitaria. «I coronavirus possono causare una risposta infiammatoria (chiamata “tempesta di citochine”) che porta a sviluppare queste polmoniti atipiche. Se il sistema immunitario della persona colpita funziona bene non ci sono problemi e la patologia si può controllare, altrimenti diventa molto difficile intervenire. In alcune persone si è riscontrata una risposta infiammatoria eccessiva che rende inefficace qualsiasi risposta terapica. A mio modo di vedere questi sono tutti elementi che giustificano la preoccupazione. Ma non si può non tener conto che si è perso tanto tempo». In che senso?, chiediamo alla ricercatrice dell’Enea. «Da tanto tempo ci si aspettava che prima o poi si sarebbe sviluppato un virus del genere. Sin dai tempi della Sars (2002-2003) si pensava che avremmo dovuto affrontare prima o poi, a livello globale, una di queste infezioni respiratorie, a trasmissione da uomo a uomo. Per questo dico che bisogna essere più preparati». U

n fattore decisivo è quello del tempo che occorre per produrre un vaccino efficace. Alcuni anni fa occorrevano anche 6-7 anni per mettere in commercio un farmaco. Oggi, come detto, l’Oms parla di 18 mesi, come mai? «Una svolta si è avuta con l’ebola. Le procedure “classiche” richiedevano la sperimentazione animale e poi quella clinica. L’ebola ha fatto sì che venissero approvate delle procedure più rapide. È stato realizzato un virus ricombinante che produce le proteine dell’ebola ottenendo quindi un vaccino molto visibile dal sistema immunitario. Dopo di che è stato subito provato in Africa dove c’era l’epidemia con buoni risultati. Era successa una cosa simile con un’epidemia di dengue emorragico a Cuba nel 1981. Bypassando gli iter convenzionali si fece un tentativo di cura con l’interferone, un farmaco che fino a quel momento era usato in tutto il mondo come anticancro, e ha funzionato».
Ma essere più preparati a gestire emergenze come quella in corso, secondo Rosella Franconi significa anche altro. «Oltre a fare ricerca vera e propria e dei trials veloci ed efficaci, si arriva ad esser pronti all’emergenza quando l’opinione pubblica ha un buon livello di cultura e conosce il metodo scientifico. Questo porta con sé il rispetto e la fiducia per la scienza e per chi fa ricerca e aiuta a non cadere vittime delle fake news. Quindi è necessaria una informazione corretta e divulgazione attraverso canali e comunicatori qualificati». Cosa, specie quest’ultima, che, come i nostri lettori sanno bene, porta l’Italia a essere tra i fanalini di coda in termini di percezione ad esempio dei rischi di non sottoporsi e sottoporre i bambini a vaccinazioni, anche le più “comuni”.

La spinta dell’opinione pubblica è importante. Ma è altrettanto importante anche la “presenza” e l’attenzione dello Stato. Rosella Franconi porta l’esempio del vaccino per la Sars. «All’Enea, in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità, producemmo le proteine di Sars da pianta, dopo di che abbiamo visto che venivano riconosciute dai sieri di pazienti cinesi convalescenti. Era una risposta incoraggiante. Ma abbiamo pubblicato questo lavoro solo nel 2016. La ricerca richiede continuità a tutti i livelli. Invece il progetto sulla diagnostica per la Sars è stato finanziato solo per un anno. Perché a un certo punto il virus si è “addormentato” da solo e l’emergenza è cessata e con essa i finanziamenti alla ricerca. Non è accaduto solo a noi: tante ricerche e studi sono rimasti incompiuti. C’è addirittura chi è arrivato al vaccino ma non ha finito i trials. Sicuramente deve cambiare qualcosa». Ecco, conclude la scienziata, «la speranza ora come ora è che succeda come con la Sars e il coronavirus si estingua naturalmente. Ma con l’auspicio che la ricerca sul vaccino preventivo continui. È importante in questa fase continuare a studiare, e fare ricerca, per capire anche che virus è questo da dove è venuto. Ma tutti i benefici si vedranno più avanti, tra diversi anni».

Un’altra cosa importante che questa esperienza ci dovrebbe insegnare è la seguente: qual è il ruolo delle assicurazioni e della sanità privata in questa epidemia? Nessuno. «È chiaro – conclude Franconi – che solo il sistema di salute pubblica può garantirci tutte le cure (e le misure di prevenzione) necessarie. Tuttavia, negli ultimi anni si è assistito ad un depauperamento di personale medico e sanitario (anche a seguito dell’introduzione del numero chiuso nelle Università) e ad una emorragia di cervelli. Inoltre, i bandi di ricerca pubblici hanno spesso privilegiato gli Istituti di ricerca privati piuttosto che quelli pubblici. Ecco, su questi temi è giunto il momento di aprire una discussione approfondita».

L’articolo è stato pubbicato su Left del 28 febbraio

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
ACQUISTA L’EDIZIONE DIGITALE

Commenti

commenti

Condividi