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Con la Fase 2 il governo deve riuscire ad armonizzare le libertà costituzionali e l’emergenza sanitaria, limitando le ingiustizie sociali e le disuguaglianze

Nell’illustre Discorso sulla Costituzione pronunciato il 16 gennaio 1955, Piero Calamandrei asseriva «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». Un’affermazione ritornata di estrema attualità in questo disastroso periodo, per via degli effetti di privazione che ciascuno di noi in questo momento vive e sperimenta in prima persona, molti per la prima volta nella vita.

Ad oggi, gran parte della popolazione italiana non è mai stata oggetto di quella serie di restrizioni della libertà personale connesse al periodo fascista, alla Seconda guerra mondiale ed al nazifascismo; non era presente a Milano il 25 aprile 1945, nella data celebre di insurrezione contro il regime e nella lotta di liberazione dei territori del Nord, quel giorno in cui si scrisse la parola “fine” all’esperienza fascista, con la resa dei tedeschi e dei nazifascisti, e con cui ancora oggi si ricorda con orgoglio l’inizio di una rinascita Italiana, i cui valori sono custoditi e risplendono in ogni singola pagina della nostra Costituzione.

In questo strano 25 aprile 2020, rimarrà impressa la figura del Presidente Mattarella, la sua sagoma che si muove solitaria verso l’Altare della Patria; le piazze vuote e “Bella Ciao” interpretata dai balconi d’Italia, cui segue l’eco della stessa melodia dalla voce delle donne combattenti di Kobane.

In questo strano 75° anniversario del 25 aprile, in cui si festeggia ancora una volta la vittoria nella lotta per la libertà, nell’attesa di ritornare all’esistenza che ci era cosa così cara e sperando che lo scenario attorno a noi muti come se ogni giorno fosse Milano nel ’45, una domanda appare chiara: quando festeggeremo la liberazione dal Coronavirus per tornare ad essere pienamente titolari delle libertà garantite costituzionalmente?

Lo stato di emergenza connesso al Covid-19 ha implicato, a partire da febbraio, l’adozione da parte del governo – su indicazione del Comitato tecnico scientifico – di una serie misure restrittive delle libertà personali dei cittadini su tutto il territorio nazionale. Misure necessarie che hanno plasmato i nostri comportamenti e ci hanno fatto accettare importanti limitazioni alle nostre libertà.

Non abbiamo discusso del modo e del metodo, talvolta errati, con cui sono state introdotte queste misure per gratitudine verso medici, infermieri, e tutti gli altri operatori sanitari, fino ad oggi troppe volte dimenticati, che si sono messi al servizio della comunità. Per rispetto dei nostri nonni e genitori che dopo aver messo la loro vita in gioco per garantire la nostra libertà, per uno strano destino (e forse per una sciagurata politica sanitaria) hanno perso la vita delle Rsa, lontano da ogni affetto familiare. Per le immagini di tutte quelle colonne di mezzi militari che portavano le bare verso i forni crematori.

Queste misure, nate inizialmente con una efficacia temporale limitata, si protrarranno, purtroppo, per ora, sembra fino al 4 maggio 2020, con una restrizione delle libertà personali senza precedenti nella storia repubblicana. L’emergenza sanitaria ha di fatto impedito la piena applicazione di gran parte dei principi e delle libertà personali che dopo il 25 aprile erano stati così faticosamente conquistati. Le norme di contenimento, imponendo a tutti di rimanere nelle proprie abitazioni, hanno creato una palese diseguaglianza nella popolazione, infatti: non tutti vivono in ampi appartamenti con terrazze o giardini; esistono molte famiglie numerose che vivono in piccoli appartamenti ed anziani che vivono da soli; certamente alcuni rispetto ad altri hanno maggiormente sofferto le norme emergenziali.

In questi due mesi, non sono poche le libertà limitate e/o sospese: dalla libertà di circolazione (art. 16 della Costituzione) al divieto di riunione (art. 17), dalla chiusura delle chiese (art. 19), dei tribunali (art. 24), delle scuole (art. 33), dei cinema, teatri, ristoranti, attività economiche, studi professionali etc. (art. 41), fino alla limitazione alla proprietà privata, con il divieto di recarsi presso le seconde case (Art. 42).

Limitazioni che potremmo ritenere anche legittime, in quanto è la stessa Costituzione a porre espliciti limiti all’esercizio delle stesse per via, nel caso di specie, del grave stato di emergenza sanitaria connesso al coronavirus. Tuttavia, bisogna sottolineare che nel nostro ordinamento costituzionale non è previsto alcuno “stato di emergenza”, questo è riconosciuto solo nel Codice della Protezione civile, per cui si attribuiscono poteri straordinari al Presidente del Consiglio che, però, non legittima il mancato rispetto delle competenze e dell’iter richiesto per emanare dette norme.

Ad ogni modo, la limitazione che più abbiamo sofferto e che risulta essere la più discutibile, è innegabilmente la limitazione della libertà personale garantita dall’art.13 della Costituzione. La libertà personale di fatto, gode di una doppia garanzia: la riserva di legge (nei soli casi e modi previsti dalla legge) e la riserva di giurisdizione (se non per atto motivato dall’autorità giudiziaria).

Con l’emergenza dovuta al Covid-19 si è stravolta l’applicazione dell’art.13 intervenendo inizialmente con i “famosi” Dpcm (decreti del Presidente del Consiglio), snaturando così del tutto la funzione del Parlamento, e solo successivamente – una volta accolte le legittime perplessità di molti giuristi – con il decreto legge, garantendo almeno un controllo successivo da parte del Parlamento, al quale, in questo periodo emergenziale, è stato lasciato, di fatto, ben poco spazio per un intervento legislativo.

Nel merito dei decreti legge emanati dal governo, sono stati commessi palesi errori: prevedendo dapprima, in relazione alle violazioni delle misure di contenimento, una sanzione penale (D.l. 6/2020), ravvedendosi, poi, prevedendo la depenalizzazione di dette violazioni e l’introduzione di una sanzione pecuniaria, eliminando così un vero e proprio obbrobrio giuridico (D.l. 25/2020). Tuttavia, detto intervento legislativo non ha eliminato palesi problemi interpretativi, e ha lasciato ampi spazi alla discrezionalità, con conseguenti diverse modalità di applicazione a fattispecie simili.

Si pensi all’avvocato di Torino a cui è stato contestato di uscire dallo studio alle 22, ai genitori che dovevano, singolarmente e non insieme, accompagnare la piccola figlia in ospedale, ai due diciottenni che si baciavano, di notte, in una strada deserta, all’acquisto del vino non ritenuto una necessità legittima per lo spostamento dalla propria abitazione. Senza pensare al più eclatante dilemma interpretativo dato dal concetto di “prossimità all’abitazione”, introdotto con la circolare del ministro della Salute del 20 marzo, che ha mandato in completa confusione gli amanti del jogging. La previsione normativa avrebbe dovuto essere il più possibile certa e precisa, poiché risulta ben difficile definire giuridicamente il concetto di “prossimità”.

Non migliore fortuna si è avuta con le ordinanze regionali che hanno cercato di interpretare detto termine riportandolo ad una distanza pari a 200 metri dalla propria abitazione: ma i 200 metri come si calcolano? Quando l’interpretazione letterale non aiuta – come in questo caso – occorre procedere andando a ricercare la “ratio” della norma, quindi, le sue finalità, avendo sempre presente il bene giuridico tutelato, il quale, nel caso di specie, è la tutela della salute. Nell’applicare la norma dunque, bisognerebbe fare appello al “buon senso”, il quale pare sia completamente sfuggito al legislatore, e, conseguentemente, all’accertatore, spesso coinvolto in contesti di inseguimento per poter sanzionare chi, in solitudine, correva su la spiaggia. Una tale genericità della norma, porterà solo ad ingolfare prima le Prefetture e poi gli Uffici Giudiziari.

Lo scenario in questi tempi di pandemia riporta alla mente la strofa di una canzone, brano dei Modena City Ramblers, «Avevamo vent’anni e oltre il ponte. Oltre il ponte ch’è in mano nemica. Vedevam l’altra riva, la vita. Tutto il bene del mondo oltre il ponte. Tutto il male avevamo di fronte. Tutto il bene avevamo nel cuore. A vent’anni la vita è oltre il ponte. Oltre il fuoco comincia l’amore». In questi mesi gran parte dei cittadini non hanno potuto superare quel ponte, perché troppo distante dalla propria abitazione, provando effettivamente cosa possa significare «la libertà è come l’aria». Ciò che ci auguriamo con la Fase 2, il governo riesca ad armonizzare la libertà personale e l’emergenza sanitaria.

La speranza è che si comprenda che esiste emergenza: quella economica che rende ancora più netto il divario tra fasce della popolazione, comportando inevitabilmente la polarizzazione delle fasce più ricche e impoverendo sempre più quelle intermedie, oltre a quelle già più povere. Che si comprenda l’importanza dell’art.3 della Costituzione secondo cui tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di «condizioni personali e sociali», e si dispongano provvedimenti volti a limitare le ingiustizie sociali e le disuguaglianze, sostenendo l’esercito dei nuovi poveri causati dal coronavirus.

Non è una guerra, se non per il numero dei decessi, non si può paragonare lo “stare a casa” con essere richiusi in un campo di concentramento, ma tra tante speranze c’è una certezza, il popolo italiano riuscirà come sempre a risorgere, come è risorto il 25 Aprile 1945, sconfiggendo questa volta un nemico invisibile e non ci mancherà più l’aria.

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