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«Le città svuotate hanno qualcosa di disumano» dice l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis che auspica un ritorno alla partecipazione reale, dopo tante piazze virtuali. E denuncia le politiche di sfruttamento che riducono gli esseri umani a ingranaggi e distruggono l’ambiente

La città come teatro della democrazia, come luogo di socialità, di conoscenza, di realizzazione di se stessi nel rapporto con gli altri e con il patrimonio artistico. Questa concezione alta della “polis” traspare in filigrana dai libri dell’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis, che in volumi come Architettura e democrazia e Se Venezia muore ha analizzato e criticato severamente i processi di gentrificazione, di speculazione urbanistica e di privatizzazione degli spazi pubblici che da decenni stanno asfissiando le città, con effetti di ostracizzazione delle fasce di popolazione più disagiate, costruzione di periferie dormitorio come enclave separate e gated communities d’élite. La pandemia non ha certo cancellato tutto questo, anche se per alcune settimane, per effetto del lockdown abbiamo visto dalla finestra città meno intasate e intossicate di traffico. Un nuovo e più diffuso apartheid urbano ha preso forma silenziosamente nei giorni di quarantena, necessari per contenere il contagio. Anche su questo tema invita a riflettere Settis nel suo saggio contenuto nel volume La città per l’uomo ai tempi del Covid-19 (La Nave di Teseo), puntando il dito contro politiche discriminatorie e il si salvi chi può.

Professor Settis la pandemia ha acuito e reso più evidenti le disuguaglianze?

Io credo di sì ed è più evidente nei Paesi dove le disuguaglianze sono più marcate. Penso in particolare agli Usa dove la mancanza di un sistema sanitario nazionale ha reso molto chiaro il fatto che si muore più facilmente nei quartieri periferici di New York che in quelli di Manhattan. Contano molto le distinzioni per reddito, per censo, lì le disuguaglianze sono subito evidenti. Ma penso anche che la stessa cosa,  per quanto non in modo così estremo, accada in Paesi europei, Italia compresa. Per non dire dei Paesi africani. In questo caso non abbiamo neanche dati certi sulla diffusione della pandemia che non può che accentuare le disuguaglianze colpendo i più poveri, i più svantaggiati.

Anche in Italia abbiamo visto delinearsi mappe di disuguaglianza. Per una famiglia passare la quarantena in una casa con giardino o in un nini appartamento non è la stessa cosa, per non dire dei tantissimi homeless…

Non c’è il minimo dubbio e questo induce a riflettere su quale politica delle case è stata fatta nei decenni. Tutta la progettazione si è indirizzata verso appartamenti sempre più piccoli, con i soffitti sempre più bassi, porte sempre più strette, quasi che le case non fossero luoghi dove vivere ma fossero segmenti di un dormitorio. Si è pensato agli esseri umani come ingranaggio di un meccanismo produttivo che devono avere poi un posto dove dormire; dunque più piccolo è, meno ci restano. Fino ad estremi come quelli giapponesi dove sono stati progettati dormitori in cui ci si infila come se fosse il loculo della tomba. La possibilità di altre pandemie ci induce a riflettere sulle caratteristiche della progettazione.  Di questo ha scritto anche Massimiliano Fuksas inviando una lettera al presidente della Repubblica con riflessioni simili a quella che sto facendo.

«Le città sono come un regno sconosciuto dopo il Covid» lei scrive. Paradossalmente il Covid-19, obbligandoci al distanziamento, potrebbe anche ispirarci una fruizione diversa delle città e dei musei: meno consumistica, con meno assembramenti per farsi selfie e più tempo per stare davanti all’opera. È in cantiere un suo nuovo libro su questo tema?

Sto scrivendo per Einaudi un libro sui musei, pensato un anno fa e che in questa situazione assume anche un significato diverso. Certamente la pandemia dovrebbe insegnarci che è molto più importante la collezione di un museo del delirio di mostre, mostriciattole e mostrine che si sono fatte ultimamente. Ora che la speranza di ripagare i costi di una mostra con la biglietteria non c’è più, sarebbe bene che almeno per un po’ di tempo ci si concentrasse sulle collezioni permanenti.

Durante il lockdown ci siamo esaltati perché la natura tornava a riguadagnare spazi. Ma la bellezza di città completamente deserte appare disumana, osserva Tomaso Montanari. Quale lezione ci impartisce il virus?

Ci impartisce due lezioni diverse; una è addirittura positiva se fossimo capaci di imparare dalla storia, cosa che non è detto che accada. Abbiamo visto il cielo più pulito e più stelle. Si è avuta questa sensazione anche in una città piccola e tutto sommato poco industrializzata come Pisa. Se potessi mi farei paracadutare a Venezia in questi giorni. Amici mi dicono di questa meraviglia della città semi deserta, il Canal grande che sembra pulito, senza traffico. Con questa temporanea diminuzione dell’inquinamento atmosferico, del rumore, di tutto, ci accorgiamo di quanto noi stiamo violando l’ambiente intorno a noi. Riconosciamo la bellezza e la vivibilità di tutto questo. Dovremmo trarne un insegnamento. Naturalmente non c’è nessuna speranza che degli sciagurati come Trump, per nominare il peggiore di tutti, capiscano da un giorno all’altro e si “convertano”. Loro non hanno alcuna sensibilità di questo tipo. Dall’altra parte però le città svuotate hanno qualcosa di disumano perché le città, per dirla con facile metafora, sono fatte di anima e di corpo. Il corpo sono le strade, le mura, gli edifici, i monumenti, i musei, ma l’anima siamo noi, se non ci sono le persone che animano la città tutto cambia. Questo ci dice anche perché ci sia tanto desiderio di uscire di casa. Con mascherina e tenendo la distanza in tanti sono andati fuori per sentirsi di nuovo parte di una comunità.

C’è un’esigenza forte di riconquistare spazi di democrazia, seppur tenendosi a debita distanza fisica per evitare il contagio. Sono impressionanti le foto dall’alto della manifestazione contro Netanyahu in Israele e quella il Primo maggio in Grecia.

È un’esigenza che si può soddisfare solo in minima parte con esercizi di democrazia virtuale. Io stesso ho partecipato a una bella piazza virtuale per il 25 aprile, ma questo non basta. Era necessario ma non vediamo l’ora che tutto questo finisca. Questo vale anche e soprattutto per la scuola, che non può essere ridotta a una scuola virtuale. Gli insegnanti fanno sforzi notevoli, con gli allievi lontani, fanno più fatica, fanno lezione con Skype e altre piattaforme avanzate ma non è la stessa cosa che essere presenti. La storia umana e la nostra stessa conformazione psico-fisica implicano che la compresenza fisica (anche stando a un metro e ottanta l’uno dall’altro) sia molto diversa dal vedersi in uno schermo. Certo adesso dobbiamo assolutamente evitare rischi per la salute ma non dobbiamo pensare che diventi una normalità, questa è una eccezione innescata da un virus.

La Costituzione dice che la Repubblica tutela il diritto di tutti i cittadini alle cure e deve rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana. In questi mesi di pandemia però i più penalizzati sono stati i bambini e gli anziani. Due fasce d’età accomunate dall’essere improduttive dal punto di vista del profitto.

Abbiamo cominciato parlando di disuguaglianze, se vogliamo radicalizzare il discorso potremmo leggerle osservando la diffusione di una certa ideologia incentrata sul darwinismo sociale: la società deve esser fatta in modo tale che chi non produce possa essere eliminato. Il bambino non può essere eliminato perché è un produttore potenziale, mentre chi non produce più, ovvero l’anziano, specialmente se malato sarebbe meglio che fosse eliminato. Sexagenarios de ponte, dicevano i latini, nei fatti non gettavano i sessantenni dal ponte, ma era un modo di dire significativo. Il darwinismo sociale è assolutamente contrario rispetto a ciò dice la Costituzione, per questo io trovo sbagliatissimo che qualcuno abbia pensato di porre un limite di età riguardo alle terapie intensive dicendo che al pronto soccorso bisogna dare priorità ai più giovani, piuttosto che agli anziani. Per fortuna questa linea non è mai veramente passata anche se certi giornali americani hanno scritto che in Italia questa cosa è successa. Che qualcuno abbia potuto dire che può diventare un principio non mi ha per niente rallegrato perché indica un indurimento del cuore, per così dire.

Lo stesso premier inglese Boris Johnson, parlando di immunità di gregge come obiettivo, aveva detto “preparatevi a perdere i vostri cari”. Certi politici hanno dimostrato in questa pandemia di essere totalmente privi di empatia.

Completamente privo di empatia finché non si è ammalato lui stesso – e me ne dispiace moltissimo -. Solo a quel punto ha cominciato a capire, l’ha dovuto sperimentare sul proprio corpo e poi ha dovuto ringraziare i medici e gli infermieri che lo hanno curato. Se qualcuno gli avesse detto che aveva la precedenza qualcuno più giovane e che lui veniva escluso io non so cosa avrebbe risposto. Bisogna ricordare che questa idea di dare priorità a chi sta già meglio è tipica dell’eugenetica, che ha una lunga storia e fra i suoi sbocchi ci sono stati i campi di sterminio, dove sono stati uccisi ebrei, zingari e altre persone considerate indegne di vivere, persone con grandi disabilità fisiche, malati mentali e omosessuali perché anche la loro era considerata una disabilità per cui era meglio che la società se ne disfacesse. La cultura eugenetica che dice “scegliamo i migliori, lasciamo perdere i più deboli” può portare a degenerazioni di questo tipo, occorre tenerlo bene a mente.

L’articolo prosegue su Left in edicola dall’8 maggio

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