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Viaggiare è un’esigenza umana fondamentale che per essere preservata ha proprio bisogno di una nuova dimensione di responsabilità, di un nuovo rapporto tra locale e globale.

E se realizzassimo un piano straordinario di “godimento” (e risanamento) del nostro Paese pensato proprio per tutte e tutti, in sicurezza e in rapporto con chi amministra le nostre bellezze e cioè in primo luogo i Comuni?
Non potrebbe essere questa la risposta ai mesi di sofferenza del lockdown, alla crisi drammatica del turismo che incombe e riguarda l’economia ma anche il lavoro di milioni di persone, ma anche alle forme dissennate che aveva preso e al degrado ambientale?
Penso a qualcosa che coinvolga proprio tutte e tutti, naturalmente a partire da ciò che possono e vogliono fare. Un piano potenzialmente rivolto a 60 milioni di persone che vivono in Italia, da svolgere in questi mesi ma anche di prospettiva.

Un piano per vivere le città nella loro dimensione artistica, culturale e paesaggistica. Le spiagge, sicure ma non ulteriormente privatizzate o rese esose (ho visto una foto di una spiaggia pubblica in Francia dove i distanziamenti sono disegnati con semplici paletti e corde.) E così in avanti per parchi, campagne, laghi e monti. Naturalmente serve un impegno grandissimo che ora non c’è. Un piano nazionale ma anche europeo.
In Europa stavolta si litiga per aprire le frontiere e non per chiuderle. Gli incontri, e gli scontri, in sede Ue si succedono tra ipotesi di accordi bilaterali tra “Paesi sicuri” che scatenano reazioni minacciose di rotture clamorose e tentativi di definire una intesa comune. Per altro in discussione c’è quella mobilità di Schengen che è uno dei cuori della Ue. Sulle prime pagine questa “discussione” si vede meno di quella sui “quattro fondi” per la ricostruzione ma non è che sia meno arroventata. E sarebbe bene intrecciarla. Perché non potrebbe essere proprio questo grande piano per apprezzare i nostri Paesi, anche risanandoli, ad orientare un fondo di ricostruzione essendone uno dei pilastri? D’altronde per capire quanto sia sensata la proposta basta vedere le cifre di quello che vale il turismo nell’economia europea. E leggere i numeri delle disdette che arrivano a percentuali enormi con in più una crescita di costi per mantenere il vecchio sistema adattandolo ad una situazione mutata.

Stiamo parlando, secondo i dati del Parlamento europeo, di un settore, quello del turismo internazionale, che nel 2017 aveva raggiunto un totale di 1,32 miliardi di arrivi nel mondo (+7%) di cui 671 milioni in Europa, cioè il 51% del mercato, con una crescita dell’8%. Il settore, strettamente inteso, conta nel Vecchio continente 2,3 milioni di imprese, principalmente medio piccole, che danno lavoro a circa 12,3 milioni di persone. Nel 2014 una impresa su dieci dell’economia commerciale non finanziaria apparteneva al turismo. Nel 2018 il contributo del settore viaggi-turismo ha partecipato direttamente al Pil dell’Unione per il 3,9%, occupando il 5,1% della popolazione attiva totale. Se si considerano gli indotti e i settori collegati si arriva al 10,3% del Pil e all’11,7% dell’occupazione totale, cioè 27,3 milioni di lavoratori.
E infatti la Ue è piena di programmi, indirizzi ed anche fondi per il turismo. Tutti naturalmente conditi di valori culturali, sociali ed eco compatibilità.

Poi la realtà come sapiamo è anche assai diversa. Fatta di pratiche mordi e fuggi, di precariato, di network che usano sedi fiscali “privilegiate”, di pratiche assai impattanti sull’ambiente e sui tessuti urbani .
Basti pensare che il turismo sarebbe responsabile dell’8% delle emissioni di anidride carbonica dell’economia globale, tenendo conto di tutti gli indotti. Solo il settore aereo pesa nel 2018 per 900 milioni di tonnellate di Co2 emesse. Col 60% dei viaggiatori che usa l’aereo.
O si pensi alla presenza di piattaforme come Tripadvisor, Bookin, Airbnb (cui Left ha dedicato grande attenzione), linee low cost, imponenti campagne di marketing che vendono come prodotti città e territori con un impatto fortissimo dal punto di vista sociale, economico e ambientale. Ora, tutto questo deve fare i conti con l’impatto e le conseguenze del virus. Mercificazione, massificazione, velocizzazione sono tre elementi della globalizzazione massimamente presenti nel turismo e che devono fare i conti con la pandemia.
In Italia poi i numeri sono ancora più grandi. Il nostro Paese, nel 2018, è stato uno dei più visitati al mondo, potendo contare su 94 milioni di visitatori stranieri secondo l’Agenzia nazionale del turismo (Enit), con un numero pari a 113,4 milioni di presenze totali nelle sole città d’arte che salgono a 429 milioni se si considera tutto il territorio nazionale.

Secondo stime della Banca d’Italia del 2018, il settore turistico genera direttamente più del 5% del Pil nazionale (il 13% considerando anche il Pil generato indirettamente) e rappresenta oltre il 6% degli occupati. Al 2018, i luoghi di cultura italiani censiti dal Mibact (che comprendono musei, attrazioni, parchi, archivi e biblioteche) sono pari a 6.610. Gli esercizi alberghieri attivi secondo l’Istat sono 33mila mentre quelli extra alberghieri sono 183mila. Il flusso turistico nelle località costiere è del 53%.
In sede Ue si prova a definire un protocollo comune di regole e di garanzie per la salute condivise. Ma l’esito è tutt’altro che scontato visti anche i modi assai “differenziati” con cui ognuno ha affrontato la pandemia.
Perché invece non fare del “piano di godimento dei nostri Paesi” uno dei cuori dell’intervento dell’Europa per uscire dalla crisi del Covid con un nuovo modello di economia?

In Italia nel maxi decreto del governo ha prevalso la linea di rilasciare una sorta di certificati di crediti fiscali che garantiscano bonus a cittadini meno abbienti spendibili in attività turistiche i cui esercenti riverseranno il bonus stesso allo Stato in fase fiscale. Una impostazione che ha prevalso rispetto a quella di chi voleva fare come per tutte le aziende contributi a pioggia. Ma su cui c’è polemica.
Ma soprattutto siamo di fronte a ben poca cosa, veramente una goccia nel mare.
Un piano che avesse l’ambizione di offrirsi veramente a tutti è l’unica cosa che può reggere l’impatto e la dimensione della crisi non aggrappandosi alla speranza che torni la “normalità”. E al contrario facendosi carico del cambiamento. Naturalmente questo richiede di poggiare su un intervento pubblico straordinario.
Quando dico pubblico non penso solo a una generalizzazione a tutti e a un rafforzamento del sistema di sostegno previsto. Penso ai Comuni e al Pubblico come garanti della sicurezza del godimento e della sua accessibilità. Penso ad una nuova qualità, che garantisca anche la quantità, del lavoro turistico anch’esso come garante di sicurezza e di accessibilità.
E penso all’intreccio col lavoro di risanamento ambientale ed urbano. Gli impegni per una attenzione e una responsabilità sociale, ambientale, culturale devono uscire dai dépliant dei titoli dei progetti europei per diventare non la copertina ma il vero libro. Le garanzie di sicurezza non possono essere delegate agli operatori di mercato, magari con ulteriori privatizzazioni e aumento dei costi, ma vanno assicurate dalle istituzioni e devono esse alla base dell’accordo che va trovato in Europa per le riaperture possibili ma anche della gestione necessaria in Italia e nei vari territori.

Viaggiare è un’esigenza umana fondamentale che per essere preservata ha proprio bisogno di una nuova dimensione di responsabilità, di un nuovo rapporto tra locale e globale.
Naturalmente proprio perché la fine della massificazione non può diventare élitismo ma appunto fruizione consapevole e responsabile per tutte e tutti.
In Italia una partita fondamentale la si gioca al Sud dove, proprio perché meno colpito dalla pandemia, e probabilmente non a caso, una pratica turistica diversa può essere già immediatamente più fruibile.
D’altronde anche per il turismo, come per la globalizzazione, sono in campo da tempo principi, pratiche e organizzazioni alternative. Le ispirano il rispetto delle popolazioni locali, della biodiversità e dell’ecosistema. Soprattutto la relazione con chi ospita che oggi è anche la chiave fondamentale per la sicurezza.
A partire da questi saperi si può costruire la svolta, facendone non l’eccezione ma la dimensione caratterizzante di una nuova fase che impara la drammatica lezione del virus. Risanare la bellezza e poterne godere possono e debbono essere il futuro.

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 29 maggio

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