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Il diritto all’istruzione è stato negato durante la pandemia. «Il 30% degli studenti non ha avuto scuola. Un’enormità!», denuncia la sociologa Chiara Saraceno, curatrice del festival Convivere. «A settembre si riparta mettendo al centro la lotta alle disuguaglianze»

Con la pandemia le disuguaglianze si sono molto acuite. Professoressa Chiara Saraceno il peso economico della crisi rischia di gravare soprattutto sulle spalle delle donne e dei giovani?
Ha pesato e pesa sulle donne di tutte le età, ma soprattutto su quelle con responsabilità familiari. E sui giovani, di entrambi i sessi. Nonostante l’ampio uso della cassa integrazione, nonostante il divieto di licenziare, ci sono categorie escluse da ogni tutela. Diversamente da quel che è accaduto nella crisi del 2008 quando si persero, prevalentemente, lavori maschili, oggi donne e giovani patiscono moltissimo la situazione, perché perlopiù assunti con contratti a tempo determinato e perché impegnati in settori come il commercio, la cultura, il turismo e in altri ambiti che hanno risentito pesantemente del lockdown. Molte donne con figli non sanno se riusciranno a tornare al lavoro perché la scuola è rimasta chiusa; l’estate è lunga, non tutti si possono permettere i centri estivi. Anche fra quanti hanno continuato a lavorare si è creata una ulteriore disuguaglianza: fra chi poteva lavorare a distanza e chi no. Fra chi lavora nel pubblico e chi nel privato ecc.

Un fenomeno specificamente italiano?
In tutti i Paesi sono aumentate le disuguaglianze, non solo in Italia. L’Ocse segnala che in tutto il mondo sviluppato le donne e i giovani sono più a rischio (figuriamoci quel che accade nei Paesi in via di sviluppo ed emergenti). Ma va detto anche che rispetto ad altri Paesi europei forse da noi il quadro è più squilibrato: qui si registra la maggiore concentrazione di donne e giovani con contratti di lavoro più fragili.

Anche in Germania è cresciuta la disoccupazione, ma hanno messo in campo più strumenti di contrasto alla crisi?
La Germania non ha l’enorme debito pubblico che abbiamo noi. E loro hanno potuto essere ben più generosi di noi nel sostenere chi si è trovato in difficoltà. Penso in particolare ai nostri esigui 600 euro una tantum. Ma anche ai soldi della cassa integrazione arrivati dopo due o tre mesi. Abbiamo un problema di regole e di inefficienza del nostro apparato pubblico. Inoltre i primi interventi sono stati erogati a pioggia. All’inizio i 600 euro sono stati dati a tutti, indipendentemente dalla condizione di chi li riceveva. Ma se i soldi sono pochi non è meglio farli avere a chi ne ha davvero bisogno?

Gli interventi, insomma, sono stati molteplici ma frammentati e diseguali?
La cassa integrazione ordinaria, quella in deroga, i bonus formano un panorama accidentato. Perché al lavoratore dello spettacolo sono stati dati 600 euro una tantum mentre al lavoratore della Fiat la cassa in deroga legata al proprio stipendio? Così è stata ribadita la disuguaglianza anche mentre si interveniva per proteggere. Con tutta evidenza è necessaria una riforma degli ammortizzatori sociali. Fin qui si è proceduto con la continua creazione di categorie. Ne mancava sempre una. Con questo approccio categoriale tipicamente italiano c’è sempre qualcuno che cade fra due sedie.

La disuguaglianza economica e sociale significa anche disparità di accesso alla formazione, anche per i più piccoli?

La disuguaglianza sociale si sperimenta già da bambini, purtroppo, nelle risorse che si hanno, nelle possibilità di futuro che si percepiscono davanti a sé. Con la chiusura delle scuole questo è diventato ancora più evidente perché è mancato un luogo in cui tutti i bambini potessero avere la stessa cosa.

La modalità con cui si è cercato di supplire a questa mancanza di un luogo per tutti ha ampliato le disuguaglianze. Non avere i soldi necessari per pagare gli strumenti tecnologici e la connessione veloce necessari per la didattica a distanza ha determinato disparità nell’accesso all’istruzione, ma anche disuguaglianze culturali. Anche avere o non avere i genitori in grado di darti una mano ha fatto la differenza, così come lo spazio a disposizione a casa: tanti bimbi facevano lezione online in cucina, con i rumori di fondo e i fratelli. Tantissimi dovevano condividere con loro e con i genitori un unico computer o cellulare di famiglia. La ministra Azzolina ha detto che la scuola non si è mai fermata grazie alla didattica a distanza ma per tanti bambini il lockdown della scuola è stato totale. Per alcuni, i meno privilegiati, ha comportato anche perdere l’unico pasto proteico del giorno. Da un momento all’altro hanno perso la scuola e anche la mensa, garanzia di alimentazione adeguata almeno durante la settimana. La già alta dispersione scolastica sta aumentando ancora, questo è il punto. Anche fra i più grandi. Lo stiamo già verificando. Qui a Torino la associazione di cui mi occupo ha seguito quattro superiori. Ebbene da quelle scuole sono letteralmente spariti 120 studenti, fra loro molte ragazze che si devono occupare dei fratelli.

Il diritto all’istruzione e alla conoscenza in questo modo che fine fa?

Nei fatti il diritto all’istruzione non è stato garantito a tanti bambini e ragazzi. Lo stesso Ministero ha comunicato che si è perso un 20 per cento di bambini. L’Agcom indica una percentuale del 30 per cento di bambini e ragazzi. È una cosa enorme! Se fossi ministro dell’Istruzione non ci dormirei la notte. È una cifra smisurata. E non si è fatto nulla per invertire la rotta. La responsabilità è grande, riguarda tutti, sindacati compresi. Ripeto: il 30 per cento di giovani e giovanissimi non ha avuto scuola, per motivi diversi, oppure ha avuto qualcosa in modi estemporanei…

Cosa dovrebbe fare il ministero dell’Istruzione secondo lei?

Subito, dalla fine del lockdown, averebbe dovuto mettere in campo tutta una serie di iniziative per recuperare questi ragazzi. Dal primo di settembre questi ultimi non devono recuperare i debiti (come si usa dire con linguaggio tragico) ma crediti, perché è la scuola che deve restituire loro ciò che gli spetta. È la scuola che ha contratto debiti enormi con questi bambini. Già in tempi normali gli studi ci segnalavano che le lunghe estati italiane delle vacanze risultavano problematiche per i bambini più svantaggiati che non potevano supplire alla mancanza di scuole con vacanze, viaggi, stimoli di altro genere. Ogni anno alla ripresa si constatano perdite gravi, adesso sarà un disastro. Con Save the children, il Forum disuguaglianze e altre associazioni stiamo lavorando su questa questione cardine. Non possiamo aspettare il 15 settembre. Adesso tutto è affidato alla società civile che, per come può, cerca di recuperare questi ragazzi, fornendo loro non solo gli insegnamenti persi ma anche cercando di fargli ritrovare la motivazione, la voglia, la fiducia. Se c’era qualcuno che aveva un po’ di difficoltà e doveva essere un po’ stimolato immaginiamoci adesso. Ne discuteremo a lungo,ma quest’estate, intanto, è già persa. La scuola che riprende deve avere al centro il problema delle disuguaglianze pensando a come contrastarle. Il che non vuol dire promuoverli tutti, ma aiutarli, nel miglior modo possibile, a sviluppare le proprie capacità.

L’intervista prosegue su Left del 14-20 agosto

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