Questi mesi di pandemia ci hanno inchiodato. Abbiamo chiuso tutto, ci siamo visti solo su Skype o via Zoom. I nostri argomenti di conversazione sono diventati l’uso delle mascherine o la didattica a distanza, e per diverse settimane abbiamo atteso con ansia la riapertura dei parrucchieri. E se siamo qui a parlarne significa che noi siamo quelli a cui è andata bene.
Ma non è finita, e siamo ancora spaccati in tifoserie a seconda che siamo in attesa dell’arrivo della seconda ondata (i “pessimisti”, o “catastrofisti”), che abbiamo fiducia nelle nostre autorità sanitarie e negli scienziati (gli “ottimisti”) o che abbiamo il sospetto che… virus? Quale virus? (I “negazionisti” e quelli che “è sempre colpa di Big Pharma”).
Per una come me, che di mestiere si occupa di comunicazione della salute, è interessante. Un problema sanitario è capace di fermare il mondo e noi siamo qui a litigare? Mi sono accorta, una volta di più, che molti di noi aspettano dalla medicina risposte precise. La vorrebbero un sapere granitico a cui affidarsi con serenità: lei, ancora lì col suo vecchio paternalismo, a dirci che cosa fare, così e cosà.
Invece no. La medicina è un sapere evolutivo e non deve stupirci che, per esempio, la querelle su certe terapie per Covid-19 si sia definita nel corso di questi mesi. In più, come diceva il grande Rudolf Virchow che la considerava la più alta forma di cultura umana, la medicina è una scienza sociale. Cioè: non si fa solo nei laboratori e nelle stanze di ospedale, ma è anche materia politica. Perché parla di noi come collettività.
Come tutti i saperi che hanno una storia, sono fatti di storie. Storie di uomini che fanno cose, buone e cattive, e cose tra cui anche litigi ed errori, e azioni strampalate. Così ho pensato che un modo per spiegarlo possa essere quello di raccontarle.
Per esempio. La medicina è piena di storie di scienziati che hanno fatto esperimenti (perché sì: da un certo punto in poi della storia la medicina si fa scienza sperimentale). E molti hanno fatto esperimenti su di sé. Ad alcuni è andata così bene che hanno inventato intere branche disciplinari o hanno ricevuto un Premio Nobel (sono ben cinque i Nobel che hanno fatto autoesperimenti!). Ad altri è andata così male che ci hanno lasciato la buccia. Quelli a cui è andata peggio sono stati del tutto dimenticati, e con loro ci fermiamo qui.
Ma perché l’auto-esperimento? Intanto, se il paziente sei tu, avere il consenso a fare cose spericolate è molto più facile: non c’è da convincere nessuno. Oggi i comitati etici non possono romperti le balle. Poi è più facile seguire l’esperimento nel tempo: sei sempre in tua compagnia. E tante volte è più facile capirne l’esito, per esempio se si tratta di somministrare farmaci particolari, come anestetici o ormoni, che hanno effetti sulla mente o sul dolore. Oppure lo fai perché il tuo capo ti ha ricattato, ma lasciamo perdere anche questo.
In tempi recenti, l’auto-esperimento reso pubblico può avere un significato mediatico, promozionale, anche demagogico. C’è la variante “esperimento sulla testa dei miei figli” come stiamo vedendo con i candidati vaccini per Covid-19 che in Russia si dice…

L’articolo prosegue su Left del 21-27 agosto 2020

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