Pur di trovare la cura delle malattie, molti medici hanno fatto esperimenti su se stessi rischiando la propria vita, racconta la divulgatrice scientifica Silvia Bencivelli che al festival La grande invasione di Ivrea terrà lezioni di scienza e medicina. Ecco un’anticipazione

Questi mesi di pandemia ci hanno inchiodato. Abbiamo chiuso tutto, ci siamo visti solo su Skype o via Zoom. I nostri argomenti di conversazione sono diventati l’uso delle mascherine o la didattica a distanza, e per diverse settimane abbiamo atteso con ansia la riapertura dei parrucchieri. E se siamo qui a parlarne significa che noi siamo quelli a cui è andata bene.
Ma non è finita, e siamo ancora spaccati in tifoserie a seconda che siamo in attesa dell’arrivo della seconda ondata (i “pessimisti”, o “catastrofisti”), che abbiamo fiducia nelle nostre autorità sanitarie e negli scienziati (gli “ottimisti”) o che abbiamo il sospetto che… virus? Quale virus? (I “negazionisti” e quelli che “è sempre colpa di Big Pharma”).
Per una come me, che di mestiere si occupa di comunicazione della salute, è interessante. Un problema sanitario è capace di fermare il mondo e noi siamo qui a litigare? Mi sono accorta, una volta di più, che molti di noi aspettano dalla medicina risposte precise. La vorrebbero un sapere granitico a cui affidarsi con serenità: lei, ancora lì col suo vecchio paternalismo, a dirci che cosa fare, così e cosà.
Invece no. La medicina è un sapere evolutivo e non deve stupirci che, per esempio, la querelle su certe terapie per Covid-19 si sia definita nel corso di questi mesi. In più, come diceva il grande Rudolf Virchow che la considerava la più alta forma di cultura umana, la medicina è una scienza sociale. Cioè: non si fa solo nei laboratori e nelle stanze di ospedale, ma è anche materia politica. Perché parla di noi come collettività.
Come tutti i saperi che hanno una storia, sono fatti di storie. Storie di uomini che fanno cose, buone e cattive, e cose tra cui anche litigi ed errori, e azioni strampalate. Così ho pensato che un modo per spiegarlo possa essere quello di raccontarle.
Per esempio. La medicina è piena di storie di scienziati che hanno fatto esperimenti (perché sì: da un certo punto in poi della storia la medicina si fa scienza sperimentale). E molti hanno fatto esperimenti su di sé. Ad alcuni è andata così bene che hanno inventato intere branche disciplinari o hanno ricevuto un Premio Nobel (sono ben cinque i Nobel che hanno fatto autoesperimenti!). Ad altri è andata così male che ci hanno lasciato la buccia. Quelli a cui è andata peggio sono stati del tutto dimenticati, e con loro ci fermiamo qui.
Ma perché l’auto-esperimento? Intanto, se il paziente sei tu, avere il consenso a fare cose spericolate è molto più facile: non c’è da convincere nessuno. Oggi i comitati etici non possono romperti le balle. Poi è più facile seguire l’esperimento nel tempo: sei sempre in tua compagnia. E tante volte è più facile capirne l’esito, per esempio se si tratta di somministrare farmaci particolari, come anestetici o ormoni, che hanno effetti sulla mente o sul dolore. Oppure lo fai perché il tuo capo ti ha ricattato, ma lasciamo perdere anche questo.
In tempi recenti, l’auto-esperimento reso pubblico può avere un significato mediatico, promozionale, anche demagogico. C’è la variante “esperimento sulla testa dei miei figli” come stiamo vedendo con i candidati vaccini per Covid-19 che in Russia si dice…

L’articolo prosegue su Left del 21-27 agosto 2020

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