La Germania per la prima volta ammette formalmente il genocidio compiuto in Namibia all’inizio del Novecento. Oltre le parole, Berlino intende pagare più di un miliardo in aiuti come risarcimento. Ma secondo le popolazioni coinvolte si tratta di un’operazione di facciata, per aumentare l’egemonia politico-economica tedesca nell’area

«Anche in veste ufficiale chiameremo questi eventi come è giusto indicarli in una prospettiva odierna: un genocidio». Le parole pronunciate il 28 maggio dal ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas arrivano al termine di un lungo contenzioso fra Berlino e due delle etnie presenti in Namibia, gli Herero e i Nama, che da decenni chiedevano, a lungo inascoltate, che gli ex occupanti riconoscessero gli orrori commessi. Il riferimento è all’occupazione dell’allora Impero germanico in Africa Australe fra il 1884 e il 1919, e le dichiarazioni, oltre a rappresentare un necessario seppur tardivo atto di riconoscimento delle atrocità perpetrate, possono avviare un processo a cascata, un domino che coinvolgerà altre nazioni africane e inchioderà le potenze coloniali alle rispettive responsabilità.
Oltre alle parole la Germania si impegna nei prossimi trent’anni a pagare 1,1 miliardi di euro in aiuti alla ricostruzione e allo sviluppo, «un gesto di riconoscimento della sofferenza incommensurabile che è stata inflitta alle vittime», ha commentato il titolare degli Esteri. Non si tratterà però di risarcimenti individuali, come richiesto dalle associazioni che rappresentano gli Herero e i Nama, ma di sovvenzioni che lo Stato namibiano gestirà per lo sviluppo, sulla scia di quanto già avviato da Berlino a partire dal 1990. Milioni di euro finiti soprattutto nelle tasche dell’etnia al potere, gli Ovambo, e ben poco per il benessere della popolazione costretta a sopravvivere in baraccopoli sterminate, in cambio di un sostanziale monopolio tedesco nella gestione dei terreni coltivabili e nell’estrazione e controllo delle innumerevoli materie prime presenti, a partire dai diamanti.

Un obolo in cambio di un potere economico immenso. Il timore, assai fondato, degli Herero e dei Nama è di vedere ancora una volta sparire i denari, beffati in quella che ritengono la premessa fondamentale per avviare un vero processo di emersione dalla povertà: poter gestire i fondi a livello di singole comunità. «Non è abbastanza per il sangue dei nostri antenati e il governo namibiano non ha alcun mandato per parlare a nome dei nostri popoli», lamenta Vekuii Rukoro, rappresentante della comunità Herero. «È in corso un tentativo volto a evitare di pagare le riparazioni direttamente ai discendenti delle vittime, motivo per cui le dichiarazioni fanno riferimento a “ricostruzioni” e “riforme”. Si tratta di un insulto ai nostri antenati e alla nostra intelligenza».

«Qualsiasi accordo senza di noi è contro di noi», gli fa eco il portavoce della comunità Nama Johannes Isack rispolverando lo slogan che ha caratterizzato questi anni di trattative. Sia Rukoro che Isaacks sostengono che l’inviato speciale della Namibia per il genocidio, Zed Ngavirue, e con lui il governo, si siano svenduti nell’aver accettato l’offerta. Intanto il namibiano diventa il primo genocidio ufficiale del secolo scorso, anticipando in questa triste contabilità quello turco ai danni della popolazione armena. La dichiarazione ufficiale di riconoscimento dovrebbe essere firmata da Maas nella capitale Windhoek nelle prossime settimane. I Parlamenti di entrambi i Paesi dovranno poi ratificare il testo. Toccherà infine al presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier recarsi in Namibia e partecipare a un atto commemorativo in Parlamento, durante il quale chiederà formalmente perdono a nome di Berlino.

Quella messa in atto in Deutsch-Südwestafrika, Africa tedesca del Sud Ovest, è stata…


L’articolo prosegue su Left dell’11-17 giugno 2021

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