Austerity e una brutale riduzione della spesa pubblica. Niente risorse per i rinnovi dei contratti e una nuova stagione di privatizzazioni. I grandi assenti nella manovra sono i salari e il recupero del potere di acquisto. E da qui parte la mobilitazione di Cgil e Uil

La legge di bilancio è stata presentata in conferenza stampa dalla presidente del Consiglio senza dati e numeri certi, con molte affermazioni propagandistiche e materialmente infondate. Su 24 miliardi quasi 16 sono in deficit, quindi coperti con un debito dal costo non facilmente prevedibile. Altri 2 miliardi dovrebbero provenire da una spending review e altri 2 da una global minimum tax. Le stesse misure, al netto degli effetti e del segno politico e sociale regressivo, sono valide solo per un anno. Il taglio del cuneo fiscale, l’accorpamento delle aliquote e gli sgravi sulle assunzioni sono finanziati in deficit. Tale finanziamento in deficit per il 2024 è consentito a condizione che nel 2025 il rapporto deficit/Pil scenda al 3,6% e il debito si stabilizzi al 140%: due parametri che per essere raggiunti prevedono il mancato rinnovo, per il 2025, proprio del taglio del cuneo, degli accorpamenti e degli sgravi previsti per il 2024.
Le stesse stima sulla crescita del Pil, seppur ridimensionate, sono assolutamente infondate e disallineate con quelle della totalità degli istituti di ricerca: un +1,2% oggettivamente sovrastimato rispetto all’andamento reale della nostra economia.
Sul quadro d’insieme la Cgil e la Uil hanno dato un duro giudizio negativo sul merito e si vedranno per concordare iniziative di lotta e di mobilitazione fino allo sciopero generale da effettuare nell’arco temporale di discussione parlamentare della legge, che non prevede possibilità da parte delle forze di opposizione e della stessa maggioranza di produrre modificazioni significative. Riteniamo utile soffermarci sul quadro d’insieme definito dal documento preparatorio.
A settembre 2023 è stata approvata dal consiglio dei Ministri la Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (Nadef). L’economia italiana, dopo la frenata del secondo trimestre, sarà debole anche nel terzo e quarto: insieme all’industria e alle costruzioni stanno frenando anche i servizi; e – dal lato della domanda – continua a scendere quella interna mentre l’export flette ormai da tempo.
Si prefigura e si afferma esplicitamente come scelta politica del governo un contenimento brutale della spesa pubblica sia in rapporto al Pil che in termini reali. Non adeguandola all’inflazione, infatti, la spesa pubblica si ridurrà in media del 10% nel triennio, a partire da sanità e istruzione: niente risorse necessarie per i rinnovi dei contratti pubblici 2022/2024, per le assunzioni e le stabilizzazioni/reinternalizzazioni. Vengono riproposte le privatizzazioni (svendita di quote delle partecipate pubbliche): 22 miliardi nel triennio. Una manovra dunque all’insegna dell’austerità per rassicurare i mercati, in netto contrasto col bisogno di protezione sociale e di ritorno dello Stato nella vita e nell’economia che si stava affermando nella fase pandemica con le politiche del Governo Conte II. La stessa decontribuzione – un terreno che, seppur richiesto dalle organizzazioni sindacali, resta oggettivamente discutibile e scivoloso – viene portata avanti, esplicitamente, in una logica di contenimento e moderazione salariale – a sostegno più delle imprese che dei lavoratori – come alternativa e freno ai rinnovi contrattuali, per contrastare una inesistente spirale prezzi/salari.
Ma il punto politico e di riflessione generale che vogliamo riprendere e rilanciare è quali effetti, da parte dello stesso Governo, sono previsti sul piano della crescita come risultante della manovra – tralasciando il tema delle diseguaglianze sociali e territoriali.
Le previsioni per il prossimo triennio appaiono allo stesso tempo molto modeste e comunque molto ottimistiche.
L’azione economica è pressoché irrilevante secondo lo stesso governo, come emerge chiaramente dalla differenza minima (+0,2) tra il quadro tendenziale (+1,0%) e quello programmatico (+1,2%) che include gli effetti delle misure di politica economica. Tra tali misure, la più importante è la proroga di un anno della decontribuzione, che dovrebbe ammontare attorno ai 10 miliardi di euro. L’effetto di questo provvedimento temporaneo è da ritenersi inoltre sovrastimato. Si tratta, infatti, della conferma di una misura già vigente da quasi due anni – per cui l’effetto sulla domanda è calcolato come assenza di riduzione della domanda – e che, quindi, non può più creare ulteriori aspettative né espansione dei consumi. Se si analizza il contributo delle azioni programmatiche alla crescita nel triennio, è possibile rilevare che esse sono del tutto neutrali rispetto alle esportazioni e alle scorte, mentre apporterebbero una crescita dello 0,2% della domanda interna nel 2024, dello 0,1% nel 2025 e una riduzione della domanda interna nel 2026. Nei fatti, tutte le azioni del Governo, tutto l’extra deficit e tutta la manovra puntano ad un obiettivo molto modesto, ovvero un lieve incremento di domanda, in massima parte dal lato dei consumi, attraverso una riduzione delle imposte. Non è tuttavia una scelta e una impostazione caratterizzante solo questo governo: nel corso degli anni la finanza pubblica ha progressivamente perso la sua funzione di strumento di governo dei fenomeni economici. I presunti margini sempre più stretti e la scelta costante dei governi anche e soprattutto con la presenza del Partito democratico (incentivata anche dai patti europei, assunti come vincolo esterno non negoziabile e legittimante) di puntare sulla riduzione della pressione fiscale e della spesa pubblica hanno determinato una progressiva marginalizzazione del ruolo pubblico nel governo dell’economia. Questo è dimostrato, analizzando i documenti di Bilancio dell’ultimo decennio, dallo scarto sempre più basso tra scenario tendenziale e programmatico.
La finanza pubblica con il passare degli anni è passata da strumento di governo dei fenomeni economici a un esercizio ragionieristico che assicura l’indipendenza del mercato. La discussione politica è incentrata solamente sulle tasse e le imposte, sempre da ridurre. Forse che l’astensionismo selettivo nei confronti del voto risieda proprio in questo fatto strutturale? Che le scelte della “politica” non cambiano le condizioni materiali della “classe più numerosa e più povera”?
I grandi assenti nella proposta del governo e per troppo tempo nell’iniziativa della sinistra sindacale e politica sono i salari e il recupero del potere d’acquisto perso dagli anni Novanta ad oggi. Il governo – pur dovendo riconoscere la significativa erosione dei salari reali dovuta ad un’inflazione elevata e persistente – affida poi il loro recupero alla sola decontribuzione prevista per il 2024 e al presunto contenimento dei prezzi al consumo conseguente ad iniziative inconsistenti quali il “carrello tricolore” o la prescrizione, nelle stazioni di rifornimento, dei cartelli coi prezzi medi dei carburanti. Questo approccio – che punta a contenere una fantomatica “spirale prezzi-salari” – appare del tutto inaccettabile proprio perché l’attuale crescita dell’inflazione non è determinata da alcun aumento né della domanda né dei salari. La crisi inflattiva è infatti tutta imputabile alla speculazione finanziaria e da un comportamento opportunistico da parte del sistema delle imprese che non solo ha sistematicamente scaricato a valle l’aumento dei costi di produzione ma, contemporaneamente, ha colto l’occasione per aumentare anche i margini di profitto. Questa dinamica speculativa è esplicitamente riconosciuta dallo stesso Governo nella Nadefs- a p. 40, infatti, si evidenzia come, nel nostro Paese, la natura dell’inflazione sia in gran parte da profitti -: «Durante il 2022, il deflattore del valore aggiunto ha accelerato al 3,0 per cento e i profitti hanno contribuito mediamente in misura maggiore alla sua variazione, rappresentando più del 60 per cento dell’aumento complessivo. Ciò riflette la tendenza dei margini di profitto, in quel periodo, a rafforzare le pressioni interne sui prezzi, contribuendo attivamente all’inflazione».
Il quadro descrive come – dopo una iniziale internalizzazione dei rialzi nel 2021 e un suo scarico sui prezzi nel 2022 – il sistema delle imprese abbia «rivisto le proprie aspettative, modificando le strategie di prezzo per tutelarsi da possibili ulteriori forti aumenti dei prezzi degli input». In pratica: nel corso del 2023 le imprese avrebbero incrementato i prezzi anche oltre l’incremento degli input per ammortizzare preventivamente i possibili rialzi futuri.
L’Italia è il Paese – tra le maggiori economie dell’Eurozona – con la quota dei salari sul PIL più contenuta. Essa è pari al 52,7% del PIL nel 2022, mentre il livello medio dell’Eurozona è pari al 55,8%. Sempre nel 2022, il reddito da lavoro dipendente sul PIL è pari al 58,7% in Francia, al 57,3% in Germania e al 54,4% in Spagna. Sarebbe dunque indispensabile una politica che puntasse ad un riequilibrio di tale quota, che non può essere perseguito per via fiscale come il taglio del cuneo, utilizzando quindi le risorse pubbliche, ma attraverso una più equa distribuzione primaria del reddito che porti la quota dei salari italiani alla media delle altre principali economie europee.
È questa l’unica strada per battere nella società il consenso alla destra di governo, ancora capace di apparire “sociale” per le politiche di austerità condivise e propugnate anche da schieramenti politici sedicenti alternativi, con la lodevole eccezione del Conte II, significativamente fatto cadere da Matteo Renzi da mandanti ben più robusti e significativi.
È la strada Maestra, che la Cgil e la Uil assieme stanno decidendo di percorrere: non lasciamole sole nella lotta e nelle mobilitazioni.

 

L’autore: Maurizio Brotini, Ufficio di programma Cgil Toscana e Assemblea nazionale Cgil

La foto di apertura è di Renato Ferrantini, scattata alla manifestazione della Cgil la via maestra a Roma il 7 ottobre 2023