"Non si dipinge per gli studenti di disegno o per gli storici ma per gli esseri umani, e la reazione in termini umani è la sola cosa che dà veramente soddisfazione".
Da questo passaggio tratto da un’intervista che Mark Rothko (1903-1970) rilasciò il 22 gennaio 1952, dopo il viaggio compiuto a Firenze, quando già aveva superato il periodo del surrealismo e della figurazione verso le distese del colore, traspare l’intenzione neppure tanto celata di una ricerca verso l’espressione del mondo umano e della sua verità. Una verità scomoda anche per l’artista, come per chiunque abbia avuto accesso a una conoscenza profonda e ribelle.
Mark Rothko - all’anagrafe della Russia zarista Markus Rothkowitz - arriva a Firenze, città di canoni estetici e linguistici, dove l’uomo è misura di tutte le cose.
Ricerca dell’immagine, quella data dall’incontro tra la luce e il colore, e questa intenzionalità nella terra cara all’Umanesimo porta ad aprire spazi non razionali, non prospettici ma interiori, che si creano nell’immediata interazione di rapporti, sentimenti, realtà profonde.
Per questo motivo aveva un grande interesse per Giotto che percepiva non come autore del tardo gotico ma come anticipatore del Quattrocento, con le sue rappresentazioni reali, autentiche e vibranti della persona. Non è un caso Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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