Nel dibattito pubblico, la dimensione ambientale della guerra tende a rimanere sullo sfondo. Eppure, nel caso del conflitto che coinvolge l’Iran e l’area del Golfo, essa assume un rilievo autonomo, non riducibile a mera conseguenza accessoria delle operazioni militari. Le evidenze disponibili, pur frammentarie, delineano un quadro che merita di essere considerato anche alla luce delle categorie del diritto internazionale.
I dati raccolti da centri di ricerca indipendenti indicano che gli attacchi a infrastrutture energetiche – in particolare depositi, raffinerie e impianti di lavorazione – producono effetti che si collocano al di là della distruzione immediata dell’obiettivo militare. La combustione incontrollata di grandi quantità di idrocarburi libera nell’atmosfera particolato fine, ossidi di zolfo e composti organici complessi, con ricadute dirette sulla salute umana e sugli ecosistemi urbani (Conflict and Environment Observatory, 2025; Unep, 2024). Gli episodi registrati nelle aree urbane iraniane nelle settimane successive ai bombardamenti – tra cui il fenomeno della cosiddetta «pioggia nera» – rappresentano una manifestazione empirica di tali dinamiche: le particelle derivanti dalla combustione del petrolio fungono da nuclei di condensazione e ricadono al suolo sotto forma di precipitazioni contaminate, con effetti potenziali su suoli agricoli e risorse idriche (analisi atmosferiche riportate in studi recenti su aree di conflitto con incendi petroliferi; cfr. letteratura comparata sulla prima guerra del Golfo).
A ciò si aggiunge un ulteriore profilo, che riguarda la natura cumulativa del danno. Secondo analisi recenti, gli attacchi hanno interessato numerosi siti energetici nell’area mediorientale, determinando incendi prolungati e dispersione di sostanze tossiche, con impatti che si estendono nel tempo e nello spazio (International Energy Agency — analisi preliminari 2026; Ceobs, report regionali). La letteratura scientifica sugli effetti delle guerre precedenti – in particolare la prima guerra del Golfo – ha già documentato come eventi analoghi possano produrre contaminazioni persistenti, alterazioni degli ecosistemi e danni sanitari rilevabili a distanza di anni o decenni (Unep, Desk Study on the Environment in Iraq, 2003; aggiornamenti successivi).
Nel caso attuale, la specificità del contesto del Golfo amplifica tali rischi. Si tratta di un bacino semi-chiuso, caratterizzato da un equilibrio ecologico fragile e da una forte dipendenza da infrastrutture critiche, come gli impianti di desalinizzazione. Attacchi a infrastrutture portuali, piattaforme offshore o unità navali – già documentati nel corso del conflitto – espongono l’area a sversamenti di petrolio e a contaminazioni diffuse, difficilmente contenibili in tempi brevi (Unep, 2024; Ceobs, Rapid Environmental Assessments, 2025).
Un ulteriore elemento riguarda l’impatto climatico complessivo delle operazioni militari. Studi recenti stimano che, nelle prime fasi del conflitto, le emissioni generate da bombardamenti, incendi di depositi e attività militari abbiano raggiunto livelli comparabili a quelli annuali di interi stati a bassa intensità emissiva (analisi climatiche indipendenti su conflitti contemporanei; cfr. anche studi su impronta carbonica delle operazioni militari pubblicati tra il 2023 e il 2025). Si tratta di un dato che, pur richiedendo ulteriori verifiche, suggerisce come la guerra contemporanea operi anche come fattore di accelerazione del cambiamento climatico.
Sul piano giuridico, questi fenomeni si collocano all’intersezione tra diritto internazionale umanitario e diritto internazionale dell’ambiente. Le norme consuetudinarie e pattizie vietano l’uso di metodi e mezzi di guerra che causino danni estesi, duraturi e gravi all’ambiente naturale (Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra, artt. 35 e 55; International Committee of the Red Cross, studio sul diritto consuetudinario). Tuttavia, l’applicazione concreta di tali principi incontra limiti evidenti: la qualificazione di un’infrastruttura come obiettivo militare legittimo e la difficoltà di prevedere ex ante l’estensione del danno ambientale rendono complessa l’attribuzione di responsabilità.
In questo contesto, la guerra nel Golfo sembra riproporre una questione già emersa nei conflitti precedenti: l’ambiente non è soltanto vittima indiretta, ma diventa di fatto un vettore di propagazione del danno. L’inquinamento atmosferico, la contaminazione delle acque e la degradazione del suolo incidono sulle condizioni di vita delle popolazioni civili ben oltre la durata delle ostilità, con effetti che tendono a sottrarsi alle categorie tradizionali della responsabilità bellica (World Health Organization, valutazioni su ambiente e salute nei contesti di guerra, 2024–2025).
Ne deriva una tensione evidente tra la struttura del diritto vigente e la natura dei danni osservati. Se il paradigma resta quello della proporzionalità rispetto al vantaggio militare immediato, gli effetti ambientali diffusi e differiti rischiano di rimanere ai margini della valutazione giuridica. È in questo scarto che si colloca, oggi, il dibattito sull’eventuale riconoscimento di forme più incisive di tutela, talvolta ricondotte alla nozione — ancora controversa — di ecocidio (Independent Expert Panel for the Legal Definition of Ecocide, 2021; sviluppi dottrinali successivi).
Senza indulgere in formule enfatiche, si può osservare che il conflitto in corso offre un caso di studio particolarmente significativo: non solo per l’intensità delle operazioni militari, ma per la centralità delle infrastrutture energetiche colpite e per la vulnerabilità ecologica dell’area interessata. Un contesto nel quale la distinzione tra danno ambientale e danno umanitario tende progressivamente a sfumare, lasciando emergere un terreno di responsabilità che il diritto fatica ancora a definire con precisione.




