L'autore di "Storie che non fanno la Storia" interviene il 23 aprile con una lectio magistralis alla Fiera del Libro di Iglesias

Atti minimi di Resistenza quotidiana. È questo il fulcro della lectio che lo storico Carlo Greppi tiene il 23 aprile, in vista della Festa di Liberazione nazionale, sul palco del Teatro Electra per l’undicesima edizione della Fiera del Libro di Iglesias (www.fieralibroiglesias.it). Le storie che non fanno la Storia (Laterza, 2024) spesso sono quelle di persone che non si percepivano come protagoniste, e i loro gesti possono essere riletti oggi quali forme inconsapevoli di Resistenza: basti pensare a Un uomo di poche parole (Laterza, 2023), in cui lo storico e saggista riporta l’operato di Lorenzo Perrone, il muratore di Fossano che ha salvato Primo Levi ad Auschwitz. «Sta a noi collocare queste vite apparentemente ordinarie, ma in realtà straordinarie, in un contesto più ampio – esordisce Greppi – dando loro la profondità storica che meritano. Le microstorie possono cambiare il nostro modo di percepire il bene e il male nel passato, rendendone i lembi meno netti e più sfumati. Ed è senza dubbio una risorsa, poiché siamo una specie complessa, capace di mettere in scena e reiterare comportamenti terribili e meravigliosi». Tuttavia, e i suoi volumi lo testimoniano con convinzione, le questioni valoriali devono rimanere salde: il bene e il male esistono, sebbene siano poche le manifestazioni “pure” dell’uno e dell’altro nella realtà che stiamo vivendo. 

Quanto le esistenze laterali di cui si è occupato, le storie che non fanno la Storia, hanno reso possibili gli eventi che poi celebriamo, come il 25 aprile?
Mi verrebbe da dire che ne sono l’essenza, che la storia politico-diplomatica dev’essere l’architrave su cui queste si innestano, dando senso a quello che facciamo. E, a proposito dei rapporti di causa ed effetto del passato, è evidente che senza le azioni dei singoli e delle collettività nulla sarebbe successo. A maggior ragione se ci riferiamo a eventi cardine come la Liberazione – e tutto ciò che la preceduta – che è stata possibile perché un esercito di volontari, dal basso, ha saputo dar battaglia ai nazifascisti. Ed è proprio affrontando questi vissuti che si coglie, credo, la tridimensionalità del tempo trascorso – penso, ad esempio, alle straordinarie parabole biografiche delle migliaia di partigiani stranieri nella Resistenza italiana, che sono state a lungo trascurate, e che in questi ultimi anni stanno tornando alla luce con forza.

La sua ricerca insiste sul concetto che il passato sia un bacino di storie. Che cosa perdiamo, in termini etici e politici, quando scegliamo di raccontarne soltanto alcune?
La storia è selezione, e questo comporta una grande responsabilità. Dobbiamo esserne sempre coscienti. Il solo fatto di individuare un periodo storico, un evento o una “scena”, decidere di indagare e poi di raccontare deriva da percorsi soggettivi, a loro volta figli del tempo che viviamo. La scelta dell’inquadratura – se posso usare questa metafora – implica, esattamente come nella fotografia o nel cinema, l’esclusione di altri elementi di quelle scene. E questo diventa ancora più evidente quando si decide di dedicare le proprie energie alla ricostruzione di biografie “minori”. 

Le storie “minori” sono spesso frammentate, incomplete, a volte contraddittorie. Che tipo di verità restituiscono, rispetto a quella più lineare della grande narrazione storica?
È un tema centrale, che ci permette di vedere l’essenza della ricerca, di chiederci “come sappiamo quello che sappiamo”. Ritengo che sia fondamentale mostrare come la nostra conoscenza sia sempre mediata dalle fonti che ci permettono di raccontarla, come non esista un sapere “oggettivo” ma molteplici percorsi di avvicinamento alla realtà fattuale, che poi mettiamo letteralmente in scena, per iscritto o con altre modalità, con tecniche narrative – dal tono al punto di vista, al montaggio – che non sono mai neutre. È l’onestà intellettuale che può rendere le nostre indagini e le nostre narrazioni solide, umane. Anche nella loro intrinseca fragilità – viaggiare nel tempo non si può, e anche se fosse possibile saremmo comunque portatori di punti di vista.

Nel suo lavoro emerge continuamente il limite della conoscenza: non saprò mai tutto. È proprio questo margine di incertezza che rende necessarie le storie minime?
Appunto: credo proprio di sì. Il fatto di aiutare chi ci legge, ci osserva o chi ci ascolta a “conoscere la conoscenza”, per fare nostro il monito di Edgar Morin, compresi i suoi inciampi, le sue incertezze, i suoi punti ciechi, contribuisce a umanizzare la storia. Sia attraverso le storie che ricostruiamo, come sfocate ma non per questo meno reali, sia attraverso l’esibizione del “cantiere aperto” che è ogni percorso di ricerca degno di questo nome, a sua volta pieno di vuoti, per usare un’immagine ossimorica. Perché anche noi siamo esseri umani, come coloro che studiamo e cerchiamo di capire. 

Che rapporto c’è tra empatia e metodo nello studio delle vite marginali? Raccontare chi non ha lasciato tracce forti espone di più al rischio di proiezione?
L’empatia è un sentimento che fa parte della nostra umanità, e più ci avviciniamo alle storie comuni, ordinarie – con i loro dilemmi, le loro difficoltà, le loro tragedie, i loro entusiasmi – più questa può deflagrare. Poi, certo, ognuno è libero di decidere quanto questa sua fisiologica compartecipazione – parziale o impetuosa – debba essere narrata, esibita, e quanto celata, ma non possiamo fingere che non esista. A maggior ragione se molte domande rimangono senza risposta, se le fonti tacciono o se le persone le cui vite interroghiamo hanno lasciato poche tracce. 

In diverse sue pubblicazioni il confine tra fiction e non-fiction è un tema centrale. Quando si lavora su vite minime, quanto è inevitabile (e legittimo) colmare i vuoti con l’immaginazione?
Non è inevitabile ma è sempre legittimo, a mio avviso, purché sia dichiarato. Da lettore ho una grande ammirazione per chi riesce a costruire forme narrative ibride, ma nutro molte perplessità quando, nel ricostruire storie vere, ci si aggrappa all’invenzione al posto che chiamare a raccolta la nostra capacità di immaginazione. Le possibilità di intrecci tra fiction e non fiction sono così tante che ogni caso va valutato separatamente, ma ritengo che si debba sempre giocare a carte scoperte. Non necessariamente nel testo: anche nel paratesto, purché – proseguendo nell’uso della metafora – non si faccia il gioco delle tre carte. Per rispetto nei confronti delle persone le cui storie raccontiamo.

Narrare queste storie significa anche mettere in discussione la gerarchia stessa della memoria. Chi decide cosa merita di essere ricordato e cosa no?
Noi, a proposito di responsabilità: il racconto della storia – in un saggio, in un manuale scolastico, in un documentario, in un’intervista – è un potere, e questo deve essere chiaro, e non sono pochi i conflitti in virtù degli effetti che le narrazioni e le memorie, anche quelle mancate, hanno sul presente. Non c’è essere o gruppo umano che non meriti un racconto, ma dobbiamo sempre ricordarci che la storia è stata per secoli il megafono del potere, e che negli ultimi decenni stiamo assistendo a un cambio di paradigma che spero sia irreversibile. In Trame del tempo (Laterza), il manuale che ho scritto con due colleghe – Caterina Ciccopiedi e Valentina Colombi – e un collega – Marco Meotto – abbiamo cercato di fare esattamente questo, mostrando come l’“alto” e il “basso” coesistano sempre, e integrando nel testo fonti e storiografia, come in un dialogo con i nostri giovani lettori e le nostre giovani lettrici. Perché la storia – e le storie che racchiude – ci può insegnare a essere persone migliori, se educa il nostro spirito critico e ci porta a porci le domande che contano. 

Se dovesse indicare un “atto minimo”, quasi invisibile, che l’ha colpita durante le ricerche, quale sceglierebbe come simbolo di una Resistenza quotidiana che non entra nei manuali?
Quella di chi ogni giorno lotta per la libera circolazione degli esseri umani e per un mondo senza confini, spesso sfidando le leggi ingiuste del suo tempo. Voglio continuare a credere che i libri di storia del futuro racconteranno molte di queste storie. E, per quello che può valere, in quelli che scriverò io non mancheranno mai.